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Karl Sigismund Kunth non mise mai piede in Sud America, eppure fu lui a dare la prima forma sistematica alla sua flora, pubblicando con rigore e rara efficacia le raccolte di Humboldt e Bonpland. Nei decenni successivi proseguì con un’opera tassonomica monumentale in cui descrisse e classificò migliaia di specie, consolidando il suo ruolo di pioniere della sistematica moderna. Il suo nome è oggi ricordato da Kuntheria pedunculata, una rara pianta delle foreste australiane. Parigi: alle prese con le raccolte di Humboldt e Bonpland Come ho anticipato in questo post, alla fine a pubblicare le raccolte botaniche della spedizione di Humboldt e Bonpland e a dar loro l’ordine definitivo fu Karl Sigismund Kunth (1788‑1850). Tra i numerosi giovani scienziati che Humboldt sostenne e incoraggiò, egli occupa una posizione particolare, non solo per il lungo periodo trascorso come suo assistente e collaboratore più stretto, ma anche per i legami familiari e scientifici che lo univano a lui. Era infatti nipote di Gottlob Johann Christian Kunth, il pedagogo che aveva contribuito all’educazione dei fratelli Humboldt, e allievo di Carl Ludwig Willdenow, maestro di Alexander e figura di riferimento della botanica berlinese. Sempre più insoddisfatto della lentezza e della dispersione di Bonpland, aggravate dal suo incarico alla Malmaison, Humboldt cercava un botanico dotato di precisione metodica ed efficienza operativa, capace di trasformare le raccolte americane in un corpus scientifico coerente. Fu proprio grazie a Willdenow e allo zio Gottlob Johann Christian Kunth che incontrò il giovane Karl Sigismund, allora venticinquenne. Trasferitosi a Berlino nel 1806 per difficoltà familiari, aveva dovuto interrompere gli studi a Lipsia e lavorava alla Banca di Stato, ma approfittava di ogni occasione per colmare le lacune della sua formazione. Sotto la guida di Willdenow si avvicinò alla botanica e nel 1813 pubblicò la sua prima opera, una flora di Berlino. Quello stesso anno accettò la proposta di Humboldt di trasferirsi a Parigi come suo assistente, con l’incarico di occuparsi della pubblicazione sistematica delle raccolte americane. Come ha osservato Hans Walter Lack, “solo ora – nove anni dopo il ritorno di Humboldt e Bonpland a Parigi – iniziò la registrazione metodica dei risultati della spedizione, e il lavoro svolto da Kunth è ancora oggi considerato ammirevole e di straordinaria importanza.” Per procedere, tuttavia, erano indispensabili i diari di campo (Journal de botanique), in cui Humboldt e Bonpland avevano annotato le descrizioni dal vivo delle piante (numerate da 1 a 4528). Uno dei primi, sgradevoli, compiti di Kunth fu dunque recarsi a Le Havre per convincere Bonpland a consegnargli i diari, evitando che li portasse con sé in Sud America. Parigi, all’epoca una delle capitali della botanica, offriva a Kunth un ambiente ideale: condivideva l’appartamento con Humboldt, aveva accesso alle collezioni del Jardin des Plantes e del Muséum d’Histoire naturelle, arricchite dalle raccolte donate dallo stesso Humboldt, e alla grande collezione provata del barone Delessert; poté giovarsi dei contatti con botanici come Antoine Laurent de Jussieu e Louis Claude Marie Richard. Un viaggio a Londra lo mise in contatto con Robert Brown e gli aprì le porte delle collezioni prima di Banks poi del British Museum. Nei nove anni dal 1816 al 1825 riuscì a completare i sette volumi di Nova Genera et Species Plantarum, curandone la regolare pubblicazione e realizzando persino i disegni analiti delle parti florali su cui Pierre Jean François Turpin basò le 700 incisioni. L'opera comprende 4500 specie, circa 3600 delle quali descritte per la prima volta, organizzate in famiglie naturali: un risultato straordinario ottenuto in tempi eccezionalmente rapidi, che segna non solo uno dei primi grandi traguardi della sistematica, ma anche la vera fondazione dello studio della flora sudamericana. Kunth è stato descritto come il classico botanico da scrivania: utilizzava una lente montata su supporto per mantenere le mani libere, selezionava i campioni con rigore quasi ossessivo e mostrava una capacità di lavoro inesauribile. Oltre a portare a termine la sua opera principale, avviò anche Mimoses et autres plantes Légumineuses du Nouveau Continent e Synopsis plantarum. Era ormai un membro riconosciuto della botanica internazionale: nel 1818 divenne membro corrispondente dell'Accademia delle scienze di Parigi, dal 1822 fu accolta nella Leopoldina, dal 1826 nell'Accademia di Gottinga. Per i suoi meriti botanici, gli venne anche conferita la legion d'onore. Berlino: il tassonomista che ordinò la natura Nel 1827 Humboldt tornò a Berlino e Kunth lo seguì due anni dopo. Fu nominato professore ordinario di botanica all'Università di Berlino e vicedirettore dell'orto botanico, nonché membro dell'Accademia delle scienze di Berlino. All'epoca, Humboldt sognava di esplorare la flora dell'Himalaya ed era in trattative con la Compagnia inglese delle Indie per ottenere i necessari permessi; in quel viaggio, pensava, Kunth avrebbe potuto essere il suo compagno. Così lo mandò Svizzera a studiare la flora delle Alpi. I permessi non arrivarono e il viaggio non avvenne mai, ma la puntata in Svizzera - l'unica ampia esplorazione sul campo del nostro botanico da scrivania - fu utile a Kunth per una migliore comprensione degli ecosistemi alpini. La sua vita si divideva tra le lezioni, le conferenze, lo studio e la preparazione di numerose pubblicazioni. Nel 1831 per i suoi studenti pubblicò un manuale di botanica, nel 1833 completò una monografia sulle graminacee sudamericane, iniziata a Parigi, e avviò la pubblicazione di Enumeratio plantarum omnium hucusque cognitarum, secundum familias naturales disposita, che lo avrebbe impegnato fino alla fine dei suoi giorni. L’opera fu concepita come una grande sintesi delle piante conosciute, ordinate secondo famiglie naturali. Si trattava di un progetto ambizioso, portato avanti in solitudine e rimasto incompiuto a causa della sua morte. Comprende anche centinaia di descrizioni di nuove piante, frutto delle sue esplorazioni personali, dei materiali inviati da corrispondenti e amici, e soprattutto delle osservazioni condotte nell’orto botanico di Berlino. Il valore dell’opera è confermato dal fatto che numerosi generi e specie da lui istituiti sono tuttora considerati validi. Purtroppo gli ultimi anni di questo instancabile botanico furono segnati da sofferenze crescenti. Intorno ai cinquant’anni cominciò a patire dolori reumatici sempre più tormentosi, che finirono per limitarne i movimenti. Nel 1845 pensò di recarsi a Salisburgo per tentare una cura termale, ma la malattia lo costrinse a fermarsi a Monaco di Baviera. Alle difficoltà fisiche si aggiunsero quelle interiori: una depressione sempre più profonda che nel 1850 pose tragicamente fine alla sua vita. Nel suo epitaffio, Humboldt espresse il dolore e il rimpianto per la perdita dell’amico di “35 anni di comunanza di ideali e di aspirazioni” e riconobbe pienamente l’importanza del suo contributo: “gli devo gran parte del favore e dell’attenzione che il pubblico ha dedicato così abbondantemente e costantemente alle ricerche botaniche nella zona equinoziale mie e di Bonpland”. I viaggi e le avventure sono la parte della botanica che più ci affascina, ma sono i botanici da scrivania come Kunth a dare ordine ai risultati e a far progredire le conoscenze. Un ultimo lascito alla scienza fu l'erbario - con circa 60.000 esemplari di 44.500 era uno dei maggiori posseduti da un privato - che alla sua morte passò al Museo botanico di Berlino, di cui all'epoca andò a costituire il fondo più ricco. Kuntheria: una dedica tardiva venuta da lontano Qualche cifra ci dà un'idea della vastità del lavoro di Kunth: l'International Plant Names Index gli assegna la pubblicazione di 7047 nomi di specie o generi; secondo Plants of the World on line, il data base di Kew, i generi da lui istituiti sono 244, 121 dei quali accettati: una notevole percentuale, a un secolo e mezzo di distanza, che ce ne conferma la qualità. Non gli spiaceva dedicare i suoi generi a colleghi, come modo per esprimere la sua stima e il riconoscimento per il loro contributo scientifico; tra gli altri, Chamissoa, per il "collega" berlinese Adalbert von Chamisso oppure Guilleminea, Perrottetia, Gaylussacia, Brongniartia e molti altri per i vecchi amici del Jardin des Plantes. Fu ricambiato con la dedica di due generi Kunthia. Il primo omaggio, quasi obbligato, venne da Bompland (e indirettamente da Humboldt) che nel 1813 nel secondo volume di Plantes équinoxiales istituì Kunthia, Arecaceae (oggi sinonimo di Camaedorea). Fu invece un altro botanico tedesco che condivideva i suoi interessi tassonomici, August Wilhelm Dennstedt, a dedicargli nel 1818 il secondo Kunthia, Burseraceae, oggi sinonimo di Gariga. Anche Kunth, dunque, rischiava di unirsi alla lunga schiera di botanici rimasti privi di un genere valido. A rimediare, quasi due secoli dopo, pensarono nel 1987 i botanici australiani J. G. Conran e H. T. Clifford con la dedica di Kuntheria. All'epoca era attribuito alla famiglia Liliaceae, e proprio a ciò fa riferimento la laconica dedica: "Nominato in onore del botanico tedesco Carl Sigismund Kunth (1788–1850) che lavorò su molte Liliaceae". Oggi trasferito alla famiglia Colchicaceae, Kuntheria è un genere monotipico rappresentato unicamente da K. pedunculata, una specie endemica delle foreste pluviali del Queensland nord‑orientale, dove cresce nel sottobosco in poche località. Si tratta di un arbusto rizomatoso alto fino a due metri, con molti tronchi glabri ed eretti e rami che crescono a zig zig. Ha foglie distiche percorse da nervature parallele e reticolate, piccoli fiori a stella giallo-aranciato raccolti in ombrelle e frutti capsulari trilobati. E' affine al genere Schelhammera; infatti fu inizialmente descritta nel 1891 da Ferdinand von Müller come Schelhammera pedunculata. Anche se al momento è ancora poco coltivata, ha un grande potenziale come pianta ornamentale, sia per contenitori sia in giardini dal clima mite in posizione ombrosa e protetta.
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Tra il 1799 e il 1804, insieme all'amico-segretario Aimé Bonpland, il naturalista tedesco Alexander von Humboldt percorse per cinque anni l'America spagnola in uno dei più memoriabili viaggi naturalistici di tutti i tempi; allo stesso tempo mineralogista, geologo, geografo, zoologo, botanico, economista, etnografo, antropologo, fece scoperte geografiche come il canale naturale che unisce i bacini nell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni e la corrente di Humboldt, esplorò la foresta tropicale e i paesaggi andini, scalò vulcani, registrò e mise in connessione masse di dati con rigoroso metodo scientifico, raccolse migliaia di esemplari di minerali, animali, piante. Con il suo viaggio e i suoi libri, che si estendono per più di trenta volumi, fondò la biogeografia, la scienza del clima e gettò le basi dell'ecologia. Tra tanti lasciti straordinari, il più importante è una nuova concezione della natura, vista come un sistema vivo in cui ogni elemento è interconnesso. Incalcolabile anche la sua influenza sugli scienziati che vennero dopo di lui, primo tra tutti Charles Darwin. Lo ricordano i nomi di centinaia di specie e il genere Humboldtia. Anni di apprendistato Il 22 giugno 1802 tre giovani amici, un tedesco, un francese e un equadoregno, raggiungono il villaggio di Calpi, ai piedi del Chimborazo, all'epoca creduto la montagna più alta del mondo. Il giorno dopo ne intraprenderanno la scalata. Sono Alexander von Humboldt (1769-1859), Aimé Bonpland e Carlos Montúfar. Quell'ascensione segnerà il momento culminante del viaggio di Humboldt in America, ne farà lo scienziato più famoso del suo tempo e da diversi punti di vista cambierà per sempre la sua (e la nostra) concezione della natura. Humboldt nacque in una ricca famiglia della nobiltà prussiana, e insieme al fratello Wilhelm cui era legatissimo - aveva appena due anni più di lui - fu educato da precettori privati nella tenuta di famiglia a Tegel, alla periferia di Berlino. La vocazione naturalistica nacque prestissimo: bambino, raccoglieva e collezionava piante, insetti, conchiglie, guadagnandosi il soprannome di "piccolo farmacista". Quando Wilhelm aveva dodici anni e Alexander dieci, il padre Alexander Georg von Humboldt morì; dell'educazione dei figli da quel momento si occupò la madre, Marie Elisabeth von Colomb; spesso giudicata emotivamente fredda e distaccata, garantì però ai figli ottimi insegnanti che aprirono loro le porte del mondo intellettuale berlinese. Tra di essi Carl Ludwig Willdenow, futuro primo direttore dell'orto botanico di Berlino, che incoraggiò Alexander ad approfondire lo studio della botanica, e il medico e filosofo Markus Herz, che insieme alla moglie Henriette de Lemos fece della propria casa un luogo d'incontro dell'élite intellettuale. Nel 1787 i fratelli Humboldt si iscrissero all'università di Francoforte sull'Oder, scelta dalla madre per la relativa vicinanza a Berlino, per seguire i corsi Wilhelm di legge, Alexander di economia politica e finanza: la madre infatti progettava per loro una carriera come funzionari pubblici. Dopo un semestre, entrambi si spostarono alla più prestigiosa università di Gottinga, dove Alexander seguì i corsi di Georg Friedrich Lichtenberg, che lo introdusse al metodo sperimentale, e dello zoologo e antropologo Johann Friedrich Blumenbach. A Gottinga strinse amicizia con lo studente di medicina olandese Steven Jan van Geuns, con il quale nell'autunno 1789 - l'anno della rivoluzione francese che lo entusiasmò - visitò la Germania meridionale; a Magonza essi furono ospitati da Georg Forster, amico e corrispondente di Lichtenberg. L'incontro influenzò profondamente Alexander per il quale Forster, che giovanissimo aveva partecipato al secondo viaggio di Cook e ora era un intellettuale politicamente impegnato e versato in molti campi, dalla botanica all'etnologia alla geografia regionale, rappresentava un modello. Risultato di questo primo viaggio fu la prima pubblicazione di Humboldt, Mineralogische Beobachtungen über einige Basalte am Rhein (Osservazioni mineralogiche su alcuni basalti del fiume Reno, 1790). L'anno successivo insieme a Forster si recò per la prima volta all'estero, visitando l'Olanda, il Belgio, Parigi e Londra dove fece visita a Banks che gli mostrò il proprio erbario, rafforzando il suo desiderio di esplorare paesi lontani. Ne nacque un'amicizia scientifica destinata a durare fino alla morte di Banks. Era ora di pensare a una collocazione professioniale. Per sei mesi Humboldt frequentò l'accademia commerciale di Amburgo, quindi nel 1791 si iscrisse alla scuola mineraria di Freiberg dove fu allievo di Abraham Gottlob Werner, geologo seguace della teoria nettunista. Contemporaneamente a Jena studiò astronomia e anatomia e perfezionò la capacità di usare strumenti scientifici. Nel 1792 si diplomò alla scuola mineraria e fu assunto dal Dipartimento prussiano delle miniere come ispettore di Bayreuth e delle Fichtelgebirge; il lavoro, in cui si domostò eccellente incrementando la produzione, lo rese cosciente delle difficili condizioni dei lavoratori; a sue spese, fondò per essi una scuola di formazione e cercò di istituire un fondo di emergenza per le vittime di incidenti. Nel 1793 pubblicò uno studio sulla vegetazione delle miniere di Freiberg che attirò l'attenzione di Goethe; lo aveva già conosciuto da bambino, ma ora lo scrittore desiderava incontrarlo per discutere con lui la sua teoria della metamorfosi delle piante. Wilhelm von Humboldt, che all'epoca viveva a Jena, non troppo distante da Weimar, organizzò un incontro, da cui nacque una nuova amicizia. Goethe fu profondamente impressionato dalla personalità del giovane amico: non aveva mai conosciuto nessun tanto versatile. Grazie a lui, Humboldt fu ammesso al circolo letterario di Weimar, entrando in contatto anche con Schiller, sulla cui rivista pubblicò un'allegoria scientifico-filosofica. Fino al 1797, quando si dimise da ispettore minerario, ci furono altri viaggi, sia professionali, sia di studio. Visitò tra l'altro Vienna, dove fu impressionato dalle collezioni botaniche di Schönbrunn, la Slesia, il Tirolo, la Svizzera, dove fece le sue prime scalate e perfezionò la sua capacità di raccogliere vaste serie di dati. Nel 1796 la madre morì. Alexander non aveva mai provato alcun affetto per lei e non partecipò al funerale. Un'eredità di 100.000 talleri (equivalenti a 100 volte lo stipendio annuo di un pubblico funzionario) metteva il suo destino nelle sue mani; l'avrebbe investita nel viaggio che sognava da sempre, diventando naturalista ed esploratore. Il viaggio, prima parte: preparativi, Venzuela e Cuba In quel periodo il fratello Wilhelm viveva con la moglie a Parigi, dove frequentava i circoli intellettuali. Alexander lo raggiunse e incontrò tra gli altri l'ammiraglio Bougainville, che contava di essere nominato comandante di una spedizione intorno al mondo e lo invitò ad accompagnarlo. Il Direttorio invece scelse Baudin; anche questi però ribadì l'invito e Humboldt cominciò a preparare gli strumenti e i materiali necessari. Ma a causa della situazione di guerra, la partenza fu continumente rinviata e egli non poteva più aspettare. Nel frattempo aveva incontrato il giovane medico e botanico Aimé Bonpland e i due decisero di viaggiare insieme. Si recarono a Marsiglia con il progetto di raggiungiere Napoleone in Egitto; tuttavia la situazione militare era difficile e le autorità negarono loro il permesso di imbarcarsi. Forse con l'intento iniziale di recarsi in Marocco, decisero allora di passare in Spagna, e qui fecero centro. La monarchia iberica, nell'intento di rivitalizzare la propria economia e di modernizzare le proprie strutture, stava vivendo una stagione di riformismo illuminato e negli ultimi decenni aveva già varato diverse spedizioni scientifiche nei propri domini coloniali. Con la sua formazione polivalente e l'esperienza come ispettore minerario, Humboldt aveva le carte giuste da giocare, tanto più che avrebbe finanziato da sè il proprio viaggio. Con l'aiuto determinante del barone Farell, l'ambasciatore della Sassonia assai interessato alla mineralogia, egli poté così presentare al ministro degli esteri un progetto formale di spedizione scientifica nell'America spagnola e ottenere un'udienza del re Carlo IV, al quale presentò le sue credenziali e spiegò le proprie intenzioni. Furono soprattutto le sue competenze in mineralogia a interessare il re e i suoi ministri; nel maggio 1799, Humboldt ottenne così per sè e Bonpland il sospirato passaporto reale che, oltre ad aprirgli le parte dell'America spagnola, gli assicurava il sostegno delle autorità locali e il diritto di viaggiare e soggiornare a spese della Corona. Entrati in Spagna nei primissimi giorni del 1799, Humboldt e Bompland vi trascorsero cinque mesi estremamente produttivi: oltre a ottenere il consenso reale e completare la preparazione (diversi esperimenti e misurazioni consentirono di testare il vasto assortimemento di strumenti scientifici acquistati a Parigi), visitarono l'orto botanico e il Museo di scienze naturali, dove poterono esaminare le raccolte delle spedizioni di Sessé e Mociño in Messico e di Ruiz e Pavòn in Perù e in Cile. Humboldt, che tra i suoi tanti talenti aveva anche quello delle relazioni umane, strinse utili contatti con i colleghi spagnoli. Finalmente il 5 giugno 1799 Humboldt e Bompland si imbarcarono sul Pizarro al porto di La Coruña. Nei loro bagagli 42 strumenti d'avanguardia della massima precisione: barometri, telescopi, termometri, cronometri. La nave fece scalo per sei giorni a Tenerife; non mancò la rituale scalata del Teide; Humboldt documentò meticolosamente la vegetazione e la sua distribuzione e misurò l'altezza del vulcano. Le Canarie lo affascinarono profondamente e l'ascensione fu un'esperienza determinante, dalla quale cominciò a maturare l'idea della distribuzione della vegetazione in fasce altitudinali. La nave era originariamente diretta a Cuba, ma lo scoppio a bordo di un'epidemia di tifo costrinse il comandante a prendere terra al porto di Cumaná in Venezuela, dove arrivarono il 6 luglio. Humboldt non aveva predisposto un itinerario preciso, e il cambio di destinazione gli giunse gradito, perché gli avrebbe permesso di esplorare aree poco note. Iniziò la sua esplorazione dalla valle di Aragua, occupata da vaste piantagioni di zucchero, caffè, cotone e soprattutto cacao; studiando le cause del rapido abbassamento delle acque del lago Valencia, le attribuì alla deforestazione che non permetteva più al terreno di trattenere l'acqua. Visitò poi la missione di Caripe ed esplorò la caverna del Guácharo e il lago d'asfalto del Guanoco; tornato a Cumaná, nella notte tra l'11 e il 12 novembre osservò una straordinaria pioggia di meteoriti. Si diresse poi con Bonpland a Caracas, dove scalò il monte Avila con il poeta Andrés Bello, che era stato maestro di Simón Bolívar (avrebbe incontrato il libertador qualche anno dopo a Parigi). Nel febbraio del 1800, Humboldt e Bonpland lasciarono la costa per esplorare il bacino dell'Orinoco; in quattro mesi, avrebbero percorso per lo più in canoa 2776 km in un territorio selvaggio e spesso disabitato, tracciando una mappa dettagliata del corso del Casiquiare che unisce i bacini dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni. Humboldt documentò inoltre la vita e il linguaggio di alcune tribù native. L'incontro con alcune pericolose anguille elettriche lo spinse a riflettere sull'elettricità animale e sul magnetismo. Nei Llanos venezuelani, incontrò una ricchissima biodiversità, Tornati infine sulla costa, i due esploratori alla fine di novembre si imbarcarono per Cuba, dove arrivarono il 19 dicembre e incontrarono il cacciatore di piante John Fraser e suo figlio, sopravvissuti a stento a un naufragio. Erano privi di tutto e non avevano neppure il permesso di fermarsi nell'isola. Humboldt li aiutò fornendo vestiti e denari e convinse i funzionari della corona a rilasciare un permesso per Fraser padre, che si trattenne a fare raccolte, mentre il figlio partiva per l'Europa con due casse di piante raccolte da Humboldt e Bompland e destinate a Willdenow per l'orto botanico di Berlino. Humboldt e Bompland rimasero a Cuba per tre mesi, visitando soprattutto le principali zone zuccheriere; Humboldt raccolse principalmente informazioni statistiche sulla popolazione, la tecnologia e l'economia. Si imbarcarono poi per Cartagena de las Indias in Colombia, dando inizio alla parte centrale e più eccitante del loro viaggio. Dalle Ande al Messico Da Cartagena, risalendo il fiume Magdalena fino a Honda, raggiunsero Bogotá, dove arrivarono il 6 luglio 1801. Qui incontrarono José Celestino Mutis, che condivise con loro generosamente i risultati della spedizione botanica da lui diretta. Humboldt fu profondamente impressionato dalla sapienza del vecchio botanico, dalla ricchezza delle raccolte e dalla biblioteca, seconda solo a quella di Banks. Mentre Bonpland cercava di superare un attacco di malaria, Humboldt esplorava i dintorni, misurava l'altezza delle montagne e raccoglieva ossa fossili. Andò anche a Popayán per incontrare Francisco José de Caldas che però era assente; il padre gli mostrò i suoi quaderni e i suoi strumenti. A settembre Humboldt e Bonpland lasciarono Bogotá alla volta di Quito; avevano saputo che la spedizione Baudin era finalmente salpata e in Ecuador contavano di imbarcarsi per il Messico e poi per il Pacifico nella speranza di intercettarla. L'ultimo giorno dell'anno, già in Ecuador incontrarono Caldas e viaggiarono con lui fino a Quito. Lungo la strada, fecero misurazioni e raccolte comuni, tanto che Caldas già si illudeva di essere accettato da Humboldt come compagno di viaggio. Quando però arrivarono a Quito, fu amaramente deluso. Humboldt fu amichevolmente accolto dal governatore provinciale Juan Pío de Montúfar y Larrea e strinse amicizia con il figlio ventunenne Carlos de Montúfar. Benché non avesse alcuna precedente preparazione scientifica, fu lui a diventare il terzo membro della spedizione, non Caldas, che la prese malissimo. Anziché proseguire per Callao per cercare un imbarco, affascinato da quello che egli stesso battezzò il "viale dei vulcani", Humboldt cambiò ancora una volta programma e trascorse in Ecuador, ospite della tenuta di Montúfar nei dintorni di Quito, otto mesi, durante i quali con i suoi compagni scalò diversi di di quei vulcani: l'Antisana, il Cotopaxi, il Pichincha (conquistato al terzo tentativo), per concludere con il più memorabile di tutti, il Chimborazo. La scalata iniziò all'alba del 23 giugno, dopo aver trascorso la notte nel villaggio di Calpi. Humboldt, Bonpland e Montúfar erano accompagnati da José de la Cruz, un servitore indio che il barone aveva assunto a Cumaná e al quale aveva affidato il preziosissimo barometro, e da un gruppo di guide locali e mule che trasportavano gli strumenti. Quando fu raggiunto il limite delle nevi, attorno a 4000 metri di altitudine, le mule dovettero fermarsi e si proseguì a piedi. La scalata incominciò a farsi impegnativa, su rocce scivolose in mezzo ad alte pareti di basalto; quando si alzò la nebbia, intorno a 4700 metri, le guide si rifiutarono di proseguire. Ora erano rimasti in quattro: Humboldt, Bonpland, Montúfar e José. Procedevano su una cengia larga non più di 25 cm, con la neve da una parte e l'abisso dall'altra; ogni cento piedi di dislivello, misuravano la temperatura dell'aria e del suolo, la pressione atmosferica, l'umidità. Le mani, non protette da guanti, erano ferite dalle rocce e dentro gli stivali si facevano sentire i morsi delle pulci. In queste condizioni, salirono per circa un'ora. Poi arrivò, violentissimo, il mal di montagna: vertigini, vomito, difficoltà respiratorie, epistassi. In questa situazione drammatica, la nebbia si levò: davanti a loro, apparentemente vicinissima, si mostrò la cima della montagna ammantata di neve. Secondo i calcoli di Humboldt, mancavano circa 500 metri alla vetta. Ma conquistarla fu impossibile: a bloccare loro la strada, un crepaccio invalcabile. Il barometro misurò un'altitudine di 5917 metri (5878 secondo le misurazioni attuali): nessuno, neppure in mongolfiera, era salito così in altro, Per poco contemplarono il paesaggio desolato d'alta montagna, poi la nebbia li avvolse di nuovo. Non restava che tornare indietro. Mentre scendevano in tutta fretta, fermandosi solo di tanto in tanto a riempirsi le tasche di campioni geologici, prima incapparono in una grandinata, poi in una nevicata. Nel primo pomeriggio, esausti, ritrovarono le guide e le mule che li attendevano a limite delle nevi e li riportarono a valle. Probabilmente, furono fortunati. Se quel crepaccio non avesse sbarrato loro la strada, Humboldt si sarebbe ostinato a proseguire e forse lui e i suoi amici avrebbero perso la vita. Anche se non avevano conquistato la vetta (ci sarebbe riuscito, con ben altri mezzi, quasi ottant'anni dopo, l'alpinista britannico Edward Whymper nel 1880), l'ascensione al Chimborazo assunse i colori del mito e più di ogni altra avventura nell'America spagnola contribuì a rivestire Humboldt dell'aura eroica di impavido pioniere della scienza. Per il naturalista tedesco, quella scalata fu come un viaggio dai tropici al polo. Durante il viaggio di avvicinamento da Quito a Campas e poi su per la montagna, insieme ai suoi compagni raccolse campioni di vegetali e documentò i piani della vita vegetale alle diverse altitudini, dalle piante tropicali del piano basale ai licheni al limite delle nevi. Per lui, quel viaggio fu un'epifania che gli rivelò che la natura è Cosmos, un sistema in cui tutto - il clima, l'altitudine, le forme di vita - è interconnesso. Dopo il suo ritorno in Europa, avrebbe dato a questa intuizione una forma visibile nel suo celebre Tableau Physique, un diagramma che rappresenta una sezione del Chimborazo con una dettagliata annotazione della vegetazione alle diverse altitudini. Ma torniamo al viaggio. Lasciata Quinto, sulla via di Lima si immersero nell'alta Amazzonia, alla ricerca della sorgente del grande fiume. A Lima trascorsero due mesi, poi a Callao il 9 novembre 1802 osservarono il transito di Venere; cercarono inutilmente un imbarco per il Pacifico, infine si rassegnarono a imbarcarsi a Guayaquil alla volta del Messico. Durante il viaggio Humboldt misurò la velocità e la temperatura della corrente oceanica che ora porta il suo nome. Inoltre rettificò le carte e determinò la corretta longitudine della baia di Acapulco, dove sbarcarono il 15 febbraio 1803. Quindi visitarono Taxco, una città mineraria, Cuernavaca e Morelos, per raggiungere Città del Messico dove ottennero dal viceré un passaporto speciale che consentiva l'accesso ai registri della corona, alle miniere, alle proprietà terriere e alle antichità preispaniche. Per un anno, visitarono molte città dell'altopiano centrale, il distretto minerario settentrionale e la miniera d'argento di Guanajuato, all'epoca la più importante dei domini spagnoli. Ovunque Humboldt misurò le altitudini, rettificò le carte, raccolse esemplari e dati di ogni genere. Si interessava di tutto - economia, politica, società - e nutrì un profondo interesse per le civiltà preispaniche, raccogliendo anche immagini di manoscritti. Né poteva trascurare i vulcani, un'altra delle sue passioni; fece osservazioni sul Popovatépetl e l'Iztaccìhuatl e nel settembre 1803, insieme a Bonpland, al piantatore di origine basca Ramón Epelde e a due servitori locali, scalò il Jorullo, misurando l'altezza della montagna, la temperatura e la composizione dei gas emessi dal cratere. Lasciato il Messico alla fine del 1803, nei primi giorni del 1804 i viaggiatori (Montúfar era con loro) tornarono a Cuba dove si trattennero quasi cinque mesi, raccogliendo campioni di minerali, piante e animali. Invece di imbarcarsi subito per l'Europa, Humboldt optò per una breve puntata negli Stati Uniti; a tal fine scrisse al presidente Jefferson, che lo invitò senza esitazioni a fargli visita alla Casa Bianca. A Filadelfia incontrò molti degli studiosi americani di punta, tra cui il medico Caspar Wistar e il botanico per-una-botanica-americana-benjamin-smith-barton.htmlBenjamin Smith Barton. A Washington ebbe invece numerose vivaci discussioni con Jefferson, a cui lo univano gli interessi scientifici, ma da cui lo dividevano le idee sulla schiavitù (avversata da Humboldt e accetta da Jefferson, lui stesso proprietario di piantagioni lavorate da schiavi neri). Infine dopo sei settimane, Humboldt e si amici i suoi imbarcarono per l'Europa, sbarcando a Bordeaux il 3 agosto 1804. Dopo i viaggi, il tempo della scrittura Humboldt scoprì che la fama dei suoi viaggi l'aveva preceduto e che ora era uno degli uomini più celebri d'Europa, secondo solo allo stesso Napoleone. Che nel frattempo aveva fatto carriera. Il 2 dicembre 1804, insieme a Bonpland e Montúfar, assistette alla sua incoronazione. Quindi si stabilì a Parigi, dove visse fino al 1827, divenendo una delle figure più riconosciute del mondo scientifico. Dedicava le giornate allo studio e alla scrittura, le serate ai salotti, dove era sempre al centro dell'attenzione con i suoi discorsi allo stesso tempo inarrestabili e affascinanti. Napoleone lo guardava con sospetto e lo faceva sorvegliare dalla polizia. Parigi era la capitale europea della scienza e qui Humboldt trovava i giusti stimoli intellettuali, musei e collezioni, scienziati con cui confrontarsi, incisori, tipografi ed editori per pubblicare un enorme mole di libri. Rimase a Parigi anche dopo la caduta di Napoleone, ma queste pubblicazioni esaurirono quanto restava del suo patrimonio; anche se il re di Prussia lo nominò ciambellano (un incarico puramente onorifico) e gli concesse una pensione, alla fine fu giocoforza tornare a Berlino. Qui si dedicò soprattutto a studi sul magnetismo e tenne pubbliche letture, che furono il punto di partenza per la sua ultima grande opera, Kosmos (1845-62). Furono ancora le ristrettezze finanziarie a spingerlo ad accettare l'invito del governo russo, per incarico del quale tra il maggio e il novembre 1829 studiò la geologia e le risorse minerairie degli Urali, della Siberia occidentale e della regione attorno al mar Caspio, Muovendosi sempre in carrozza, in sei mesi percorse 19.000 km, senza poter approfondire nulla e senza muovere un passo senza imbattersi in uno dei soldati (o poliziotti) che lo proteggevano o lo sorvegliavano, Così quando lo zar rinnovò l'invito, rifiutò. Tra il 1830 e il 1848 gli furono affidate missioni diplomatiche, come quella che lo riportò a Parigi dopo l'ascesa di Luigi Filippo; vi sarebbe rimasto tre anni, Poi sarebbe ritornato a Berlino, dove sarebbe morto a 89 anni nel 1859. La sua opera è immensa e occupa una trentina di volumi. Impossibile darne conto qui, neppure per sommi capi. Scienziato di profonda cultura letteraria e umanistica, grande affabulatore, Humboldt seppe coniugare nei suoi libri il rigore dell’osservazione scientifica con il fascino del racconto, rendendo la conoscenza della natura accessibile e appassionante anche per i non specialisti. Le sue opere, dal Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent al monumentale Kosmos, descrivevano la natura come un organismo vivente, dove ogni elemento è connesso agli altri. Per Humboldt, per conoscere una pianta bisogna capire tutto ciò che la circonda. Onori e omaggi Reso popolare dai suoi libri e dalle sue avventure, Humboldt era uno degli uomini più celebri del suo tempo. Le accademie e le società scientifiche - dalla Royal Society all'Institut de France - facevano a gara per averlo tra i loro membri. Come abbiamo visto, il re di Prussia lo nominò ciambellano e, dopo l'indipendenza, il presidente del Messico gli conferì la cittadinanza e il titolo onorario di benemérito de la nación. Oltre che dal re di Prussia, ricevette onorificenze dagli Stati Uniti, dalla Baviera, dal Messico e persino l'ordine di san Maurizio e Lazzaro dal re di Sardegna. Non si contano i luoghi, le vie, le piazze che portano il suo nome, nonché le statue e i monumenti che lo ritraggono. L'università di Berlino, fondata nel 1809 tra gli altri da suo fratello Wilhelm - eminente filosofo, linguista, pedagogista - è dedicata ad entrambi i fratelli, unendò così nel suo nome le scienze umane e naturali, ma porta il nome di Alexander anche un'università in Venezuela e una in Colombia, L'influenza di Humboldt sugli intellettuali delle generazioni successive alla sua fu enorme. Quando viveva a Parigi, ispirò e incoraggiò gli studi del brillante giovane scienziato peruviano Mariano Eduardo de Rivero y Ustariz, e aiutò anche finanziariamente il biologo e geologo Louis Agassiz, al quale le unì una lunga amicizia. Trassero ispirazione dal suo pensiero Henry David Thoreau per Walden e William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge per i loro poemi; i fratelli Schomburgk decisero di diventare esploratori e geografi per ripercorrere le sue tracce; anche per il giovane Darwin era un eroe e un modello scientifico di imitare: durante il viaggio del Beagle leggeva e rileggeva i suoi resoconti di viaggio, tanto da riprodurne anche lo stile. L'idee humboldtiane di una natura interconnessa e dello stretto legame tra ambiente e distribuzione delle specie fornirono le basi della sua teoria evolutiva. Per quanto riguarda la botanica, prima di lui i botanici erano soprattutto concentrati sulla identificazione, la descrizione e la classificazione delle specie; Humboldt legò la botanica alla geografia, studiando come le piante si distribuiscono sul territorio in base all'altitudine, alla temperatura e al clima. Il suo Tableau Physique fu il primo modello delle future mappe vegetazionali. Per il suo Essai sur la géographie des plantes è considerato il fondatore della fitogeografia, influenzando direttamente de Candolle, che lo frequentò negli anni parigini e la scuola biogeografica tedesca, che culminò con Adolf Engler e Die Vegetation der Erde. Humboldt affidò la catalogazione e la pubblicazione delle immense raccolte botaniche a Karl Sigismund Kunth, un altro dei giovani studiosi che incoraggiò ed aiutò. In dieci anni di lavoro, tra il 1815 e il 1827 questi pubblicò Nova genera et species plantarum quas in peregrinatione ad plagam aequinoctialem orbis novi collegerunt Bonpland et Humboldt, una pietra miliare dello studio della flora del continente americano. Humboldt inoltre inviò molti esemplari a Willdenow e all'orto botanico di Berlino e diversi furono pubblicati da lui o da botanici berlinesi come von Chamisso, con il quale condivideva lo spirito romantico, i viaggi avventuorosi e il talento letterario. Sono decine e decine le specie con eponimo humboldtii e humboldianus, dalla quercia delle Ande Quercus humboldtii al tropicale Caladium humboldtii, dal colombiano Solanum humboldtianum alla messicana Karwinskia humboldtiana. Stranamente il genere che celebra il grande scienziato berlinese arrivò molto prima che intraprendesse il suo viaggio, quando aveva all'attivo solo lo studio sulla flora mineraria di Freiberg. Nel 1794, quasi contemporanemente, Ruiz e Pavon pubblicarono Humboldtia (Orchidaceae) e Martin Vahl Humboldtia (Fabceae). Ad essere considerato valido (nomen conservandum) è quest'ultimo. Comprende otto specie di arbusti e alberi diffusi nell'India meridionale, diverse delle quali endemiche dei Ghati occidentali, dove vivono nelle foreste sia di pianura sia montane; una specie, H. laurifolia, raggiunge anche Sri Lanka. Sono caratterizzate da foglie composte con coppie di foglioline e fiori da bianchi a rosa raccolti in brevi racemi; in H. bourdillonii e H. ponmudiana crescono direttamente sul tronco. Alcune specie, in particolare H. brunonis, presentano fusti con cavità agli internodi, che ospitano colonie di formiche in una relazione mutualistica: la pianta offre rifugio e cibo, con il proprio nettare, mentre le formiche forniscono nitrogeni e forse anche protezione dagli erbivori. La corteccia di diverse specie ha usi medicinali. 1841. Un padre e un figlio insieme descrivono e disegnano piante, Stanno lavorando a un'iconografia della flora mitteleuropea. Il padre, Ludwig Reichenbach (Rchb.) è professore universitario, medico, ornitologo, botanico, direttore del Museo di scienze naturali, dell'orto botanico e dello zoo di Dresda; il figlio Heinrich Gustav Reichenbach (Rchb. f.) è uno studente di 18 anni. Proprio da quell'esperienza nascerà il suo amore di tutta la vita, le orchidee, di cui diventerà il massimo esperto della seconda metà dell'Ottocento. Questa volta, la sindrome di Crono è rotta: non ci sono un padre prorompente e un figlio sua pallida ombra, ma due grandissimi botanici. Le strane vicende della tassonomia fanno sì che solo il padre sia ricordato da un genere valido, Reichenbachia, perché quelli dedicati al figlio sono stati ridotti a sinonimi. Ma a ricordare entrambi sono le loro opere e l'enorme contributo alla botanica, di cui rappresentarono due generazioni successive: il padre ancora naturalista a tutto tondo, il figlio iperspecializzato in un campo specifico. Ludwig Reichenbach e la flora mitteuropea Il padre, botanico, ma anche zoologo, direttore di un museo, fondatore di un orto botanico, autore di oltre 200 opere, aveva certo tutte le caratteristiche di una figura ingombrante. Heinrich Gottlieb Ludwig Reichenbach (1793 – 1879) nacque a Lipsia, la città di Bach e Wagner. Suo padre Johann Friedrich Jakob, autore del primo dizionario tedesco-greco, era il preside della Thomasschule. Ludwig crebbe in un ambiente intellettualmente stimolante; tra gli amici di famiglia c'era il botanico e briologo Johann Hedwig che risvegliò in lui l'interesse per le scienze naturali; dallo zio Friedrich Barthel apprese invece le tecniche del disegno dal vero. Dopo aver completato gli studi liceali presso la Thomasschule, si iscrisse alla facoltà di medica nella città natale. Nel 1813 fu tra i sanitari chiamati in soccorso dei numerosissimi feriti della "battaglia delle nazioni"; le condizioni sanitarie erano pessime e contrasse il tifo, ma, al contrario di molti, ne guarì. Nel 1815 conseguì il dottorato in filosofia e nel 1817 la laurea in medicina, con una tesi sull'importanza delle piante per la farmacologia, pubblicata come Florae lipsiensis pharmaceuticae specimen. Oltre a lavorare come medico, conseguì l'abilitazione all'insegnamento e tenne, come libero docente, lezioni sulla flora della Sassonia, accompagnate da seguitissime erborizzazioni, che gli valsero la nomina a professore associato della facoltà di medicina. Il 1820 segnò una svolta nella sua vita. Si sposò e, nominato professore di storia naturale all'Accademia di medicina e chirurgia e Ispettore del Gabinetto Imperiale di Storia Naturale, si trasferì a Dresda. Il Gabinetto di Storia Naturale, ospitato nel palazzo dello Zwinger, riuniva le ricchissime collezioni accumulate dai sovrani sassoni fin dal Cinquecento e aveva ancora le caratteristiche di un gabinetto di curiosità; Reichenbach lo trasformò in un vero Museo di storia naturale, accentuandone la funzione didattica. A Dresda mancava ancora un orto botanico. Per ospitarlo, nel 1815 il re cedette all'Accademia di medicina e chirurgia un terreno presso il bastone Mars della fortezza cittadina, ma i lavori di allestimento non erano ancora iniziati. Reichenbach presentò un proprio progetto al re Federico Augusto I che lo approvò e lo sostenne. Con l'aiuto dei giardinieri di corte Carl Adolph e Johann Gottfried Terscheck, Reichenbach fondò e creò il giardino in tempi rapidissimi. Dopo la posa della prima pietra nello stesso 1820, già l'anno dopo poté pubblicare il primo Index seminum per gli scambi con altri orti botanici; nel 1822, grazie ad essi e alle ricche collezioni dei giardini e dei parchi reali, il giardino ospitava già 7800 specie o varietà; Reichenbach lo avrebbe diretto per quasi sessant'anni, fino alla sua morte nel 1879. Nelle adiacenze venne anche creato uno zoo. L'orto botanico divenne per Reichenbach un laboratorio all'aperto dove approfondire gli studi di sistematica. Fin dal suo primo anno a Dresda si dedicò a un'intensa attività pubblicistica, inaugurata da una monografia sul genere Aconitum, con 19 tavole disegnate da lui stesso. Ancota nel 1820 fu ammesso alla Leopoldina. Le sue lezioni di botanica erano seguite non solo dagli studenti dell'Accademia medico-chirurgica, ma anche da molte persone di ogni classe ed età, che partecipavano volentieri anche alle escursioni botaniche. Non c'erano però testi divulgativi accessibili che aiutassero ad identificare le piante coloro che mancavano di una formazione specifica. Nacque così l'idea di Iconographia botanica. Tra il 1823 e il 1836 Reichenbach ne pubblicò undici volumi (centurie), per un totale di più di 1700 specie o varietà e oltre 1100 tavole calcografiche. I testi, su due colonne colonne, in latino e tedesco, sono molto sintetici, ma non mancano osservazioni sull'habitat e sulle differenze con specie simili; una legenda rimanda ai particolari distintivi, che solitamente nelle tavole sono disegnati al piede, ingranditi. Per le incisioni Reichenbach si affidò a diversi artisti, ma i disegni, di mirabile precisione e accuratezza, sono di sua mano; le specie "critiche", ovvero difficili da distinguere e identificare, per evidenziare meglio le differenze e i caratteri distintivi, sono in vari casi raffigurate nella stessa tavola. Lo scopo era presentare, e aiutare a distinguere, specie rare o "critiche" in genere già pubblicate da altri autori, in particolare da Willdenow, Schkuhr, Persoon, Roemer e Schultes; si distacca l'ultimo volume, interamente dedicato a graminacee e ciperacee, da cui il titolo alternativo Agrostographia germanica. Come vedremo meglio tra poco, esso costituisce anche il primo volume di Icones florae Germanicae et Helveticae, in cui le piante sono raggruppate in modo sistematico. Non però il sistema di Linneo o uno dei sistemi naturali elaborati dai botanici del suo tempo, ma un sistema creato da Reichenbach stesso, partendo dalle premesse teoriche di Metamorphose der Pflanzen di Goethe e della filosofia naturale di Lorenz Oken. Al contrario del convincimento dell'autore, che lo considerava dettato dalla natura stessa, ne risultò un sistema del tutto artificiale, che suscitò molte polemiche, ma ebbe anche un certo seguito; infatti, grazie alla sua profonda conoscenza delle piante, egli individuò correttamente la posizione di molte famiglie. Egli lo espose in Conspectus regni vegetabilis per gradus naturales evoluti (1828) e lo illustrò in Handbuch des natürlichen pflanzensystems (1837), dove lo mise anche a confronto con altri sistemi. Ne fece uso in Flora germanica excursoria (1830-32), dove per fortuna abbandonò le denominazioni ostiche di sua invenzione per tornare ai più abituali nomi di famiglia, e appunto in Icones florae Germanicae et Helveticae, il suo capolavoro. Ancor più che in Iconographia botanica, i testi sono brevissimi e il valore dell'opera sta tutto nelle splendide tavole, che ora sono parzialmente a colori. Tra il 1834 e il 1850, ne pubblicò 12 volumi, per un totale di 731 tavole, disegnate da lui o da suo figlio Heinrich Gustav, che incominciò ad affiancarlo nel 1841, quando aveva appena 18 anni. A partire dai volumi 13 e 14 (1851), dedicati alle orchidee, il figlio lo sostituì, continuando la pubblicazione fino al 1867 (voll. 13-21). Nei primi anni del Novecento l'opera fu infine completata dal botanico Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau, curatore dei volumi 22-25. Complessivamente, contiene 3000 calcografie e litografie colorate a mano. L'area toccata non è solo la Germania e la Svizzera, ma l'intera Europa centrale. Ludwig Reichenbach si occupò anche di flora esotica, pubblicando Iconographia botanica exotica (1827–1830) e Flora exotica (1834-1836), con le medesime caratteristiche. Era un attivo divulgatore della botanica; tra il 1821 e il 1826 pubblicò una rivista dedicata alle piante da giardino e nel 1826 fondò la Società sassone per la botanica e l'orticoltura "Flora", di cui fu presidente fino al 1843. Per un trentennio, dal 1836 al 1866 fu anche presidente di "Isis", la più importante società scientifica della Sassonia. Nel 1842 pubblicò ancora Flora Saxonica, ma dalla seconda metà degli anni '30 i suoi interessi avevano cominciato a spostarsi verso il regno animale, anche in questo caso con una messe di opere, da Regnum animale (1834-37) a Deutschlands Fauna (1842) al vastoVollständigste Naturgeschichte des In- und Auslandes in 9 volumi con circa 1000 tavole (1845-54); è stato notato che le tavole zoologiche sono meno impeccabili di quelle botaniche e spesso troppo piccole. Il suo soggetto preferito erano gli uccelli, e in particolare i colibrì, ai quali dedicò Trochilinarum enumeratio (1855): è una semplice lista, per una volta senza illustrazioni. Nell'arco della sua vita, per le sue diverse opere, Reichenbach ne disegnò circa 6000. Nel maggio 1849, in seguito ai disordini politici, lo Zwinger con il Museo di Storia Naturale e la stessa casa in cui viveva Reichenbach furono incendiati e le collezioni a cui aveva dedicato trent'anni di vita andarono in fumo. Con grande energia e facendo appello alla solidarietà di tutti i musei d'Europa, di società scientifiche e collezionisti, in poco tempo riuscì a ricostruire le collezioni, anche se rimase profondamente scosso da quell'evento che ne fece un nemico della democrazia parlamentare. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da dispute e contrasti. Nel 1869, in seguito al morte del Presidente Carl Gustav Carus, nella Leopoldina si aprì una crisi; molti membri auspicavano una profonda riforma dell'Accademia e si accordarono per nominare presidente Wilhelm Friedrich Behn, favorevole alla riforma, anziché Reichenbach, che era contrario. Egli si considerava il naturale successore di Carus e cercò di ostacolare l'elezione di Behn in ogni modo, giungendo persino a fomentare una specie di scissione. Rifiutò infatti di riconoscere la nomina del rivale e si fece eleggere presidente da un gruppo di membri. Tuttavia l'elezione di Behn fu confermata dall'assemblea generale e il vecchio botanico dovette accettare la sconfitta. A inasprire il suo carattere, forse aveva contribuito la solutudine; era rimasto vedovo, e, a parte una figlia che lo accudiva, i figli vivevano lontani. Nel 1864 l'Accademia medico-chirurgica venne sopressa ed egli perdette la cattedra; continuò a dirigere il museo, fino al pensionamento nel 1874, e l'orto botanico fino alla morte. Dopo il 1874, la sua salute cominciò a declinare, soprattutto dopo una caduta da cui non si rimise mai completamente. Morì nel 1879, all'età di 86 anni. Fu uno degli ultimi naturalisti ad essere allo stesso tempo un eminente botanico e zoologo, all'epoca in cui le due discipline si stavano dividendo e acquistavano una propria autonomia disciplinare. Heinrich Gustav Reichenbach e le orchidee Ed eccoci arrivati al figlio, Heinrich Gustav Reichenbach (1824-1889), Rchb. f. come si firmava. Nato a Dresda dopo il trasferimento del padre, vi frequentò gli studi liceali. Già in quegli anni era un esperto della flora locale e un ottimo disegnatore, tanto che assistette il padre per Iconographia botanica e per la redazione delle località di Flora saxonica. Dopo la maturità conseguita nel 1843, una lunga escursione botanica lo impegnò per diversi mesi, portandolo tra l'altro nel Vaud. In Svizzera strinse amicizia con molti botanici, tra cui De Candolle e Boissier, Iniziò poi gli studi di medicina, prima a Dresda, poi a Lipsia, dove fu allievo di Kunze. Intanto, cominciava a scrivere e pubblicare. Nel 1844 collaborò a Histoire naturelle des Canaries di Webb e Berthelot per le Solanaceae e le Orchidaceae e pubblicò su "Linnaea"Orchideae Leiboldianae, dedicato alle raccolte di Friedrich Ernst Leibold a Cuba e in Messico; nel 1845 fu la volta delle orchidee delle raccolte giapponesi di Philip Friedrich Wilhelm Goering e tra il 1846 e il 1847 di Orchidographische Beiträge su "Linnaea", Insomma, non solo era escusivamente un botanico, ma fin da subito si era specializzato in orchidee, di cui si era innamorato diciottenne mentre lavorava al fianco del padre. Nel 1848 il professor Emil Adolf Roßmäßler, che aveva idee politiche opposte a quelle Reichenbach padre, fu eletto all'Assemblea nazionale; il Ministero nominò Heinrich Gustav Reichenbach suo supplente presso l'Accademia di Silvicoltura e Agricoltura di Tharand; qui per cinque semestri egli tenne lezioni di botanica generale, botanica applicata per la silvicoltura e l'agricoltura, fisiologia vegetale, zoologia ed entomologia, e guidò anche escursioni. Continuava per altro a pubblicare articoli sulle orchidee su "Botanische Zeitung", "Linnaea" e "Annalen" di Walpers. Deciso a intraprendere la carriera accademica, tra il 1850 e il 1851 si concentro sulla sua tesi di dottorato, ma riuscì comunque a pubbicare Orchidographia europaea, come volume 13-14 delle Icones paterne; comprende 170 tavole disegnate e colorate da lui ed è il frutto di dieci anni di lavoro. Nel 1852 ottenne il dottorato con una tesi sul polline delle orchidee dal contenuto molto innovativo. Teneva lezioni come libero docente e continuava a pubblicare su diverse riviste articoli sulle amate orchidee; erano gli anni in cui venivano introdotte sempre nuove specie dai cacciatori di piante che lavoravano per orti botanici ma sempre più spesso anche per vivai commerciali. Oltre a numerosi altri articoli, Reichenbach pubblicò le raccolte di Regnell, Warscewicz, Schlim e incominciò a collaborare a "Flore des serres", la rivista di Van Houtte. Continuava a pubblicare, con la cadenza di un volume all'anno, le Icones iniziate dal padre, con disegni suoi: nel 1855 nel volume dedicato alle Gentianaceae ne pubblicò 460. L'anno primo era entrato nella redazione di Pescatorea, la straordinaria pubblicazione sulla collezione di orchidee di Pescatore diretta di Linden e Lindley, e aveva iniziato a pubblicare i primi fascicoli di Xenia Orchidacea, l'opera in cui avrebbe riunito le nuove orchidee che andava pubblicando. Ora cominciava ad essere riconosciuto a livello internazionale. Nel 1855 fu nominato professore straordinario dell'Università di Lipsia e subito dopo custode dell'erbario. Era comunque una situazione non del tutto soddisfacente, perché la cattedra di botanica (e con essa la direzione dell'orto botanico) era ricoperta da Georg Heinrich Mettenius, che aveva appena due anni più di lui. Così Reichenbach cercò una posizione più solida al di fuori di Lipsia, o anche della Germania. La possibilità più ovvia era candidarsi a sostituire permanentemente a Tharand Roßmäßler (dopo la sconfitta dei moti del '48-'49, questi fu addirittura processato per alto tradimento), ma doveva rassegnarsi a rimanere a Lipsia almeno cinque anni, il periodo di insegnamento universitario previsto per i candidati. Nel 1859 suo padre Ludwig cercò goffamente di usare tutta la sua influenza a corte - era molto vicino al re di Sassonia che lo aveva nominato consigliere - per risparmiargli il quinto, con l'unico risultato di provocare le proteste dei professori di Tharand. Così Heinrich Gustav non presentò nemmeno la candidatura. Altri tre fallimenti lo amareggiarono profondamente. Dopo la partenza di Carl Nägeli da Friburgo (1857), Heinrich Gustav Reichenbach fu considerato come possibile successore. La sua candidatura però non ebbe seguito: egli era soprattutto un sistematista e uno specialista di orchidee, mentre in quegli anni le università tedesche cercavano sempre più botanici orientati alla fisiologia sperimentale. Tentò invano di ottenere una cattedra a Liegi, dove incontrò l’opposizione del cardinale di Mechelen (verosimilmente per motivi religiosi, essendo protestante). Subito dopo, fu respinto anche a Copenaghen, perché straniero. La svolta arrivò solo con la morte di Johann Georg Christian Lehmann, nel 1860, che lasciò vacante la direzione dell’Orto Botanico e la cattedra al Ginnasio Accademico di Amburgo. Calorosamente raccomandato da amici e mecenati, Reichenbach si impose su numerosi candidati, ma solo dopo una lunga e penosa attesa di oltre tre anni: l'incarico gli fu affidato ufficialmente solo nel luglio 1863. Gli otto anni come professore straordinario a Lipsia furono per altro estremamente produttivi, Pubblicò numerosi articoli su "Bonplandia", "Gartenflora", "Allgemeine Gartenzeitung", "Hamburger Garten- und Blumenzeitung", sugli annali dell'Accademia di Amsterdam e altre riviste, numerosi contributi su Pescatorea, tre volumi di Icones (vol. 18. Labiatae - Convulaceae; vol. 19 Cicoriaceae - Cucurbitacee, vol. 20 Solanaceae - Lentibularieae, con 630 tavole complessive). Curò la pubblicazione postuma degli ultimi fascicoli di Die Farnkräuter di Kunze e completò il primo volume di Xenia Orchidacea (1858), con 100 tavole. Accanto all'insegnamento a Lipsia, insegnava botanica e zoologia presso la scuola agraria di Lützschena. Con numerosi viaggi in Germania, Inghilterra, Belgio, Olanda, e con relazioni epistolari strinse solidi rapporti scientifici con i più eminenti botanici e naturalisti europei e statunitensi, da Grisebach a Göppert nell'area tedesca, Anderson a Stoccolma, E. Fries a Uppsala, gli Hooker e Lindley in Inghilterra, Edmond Boissier e Alphonse de Candolle a Ginevra, Asa Gray a Boston, Moris a Torino e Parlatore a Firenze. Reichenbach assunse l'incarico ad Amburgo nell'autunno 1863. La sua attività come direttore dell'orto botanico non fu meno incisiva di quella del padre a Dresda. Il giardino, che era stato fondato da Lehmann nel 1821, era già uno dei più importanti del territorio tedesco. Grazie ai suoi contatti internazionali, Reichenbach ne arricchì grandemente le collezoni; furono costruite nuove serre, in particolare per ospitare la crescente collezione di orchidee, ancora oggi ricchissima; lo aprì inoltre al mondo del giardinaggio, cui trasmise le sue conoscenze sulla coltivazione delle esotiche e delle amate orchidee. Il Ginnasio Accademico era una curiosa istituzione, a metà tra scuola accademica e università; Reichenbach vi teneva regolari lezioni di botanica, anatomia e fisiologia vegetale e formò numerosi studenti. Il centro della sua attività rimanevano le orchidee, cui dedicò una messe enorme di lavori. Dopo la morte di Lindley nel 1865, ne divenne il massimo esperto mondiale ed era naturale rivolgersi a lui per catalogare le nuove specie che affluivano copiose dal Messico, dal Sud America, dall'Asia orientale. Egli parlava perfettamente diverse lingue ed era di casa nelle serre dei Kew Gardens, ma anche di vivaisti specializzati nell'introduzione di orchidee tropicali come Veitch e Sanders. Riunì un erbario enorme, con oltre 30.000 esemplari solo per le orchidee. Amava erborizzare e approfittava di viaggi, congressi e ogni occasione per incrementare le sue raccolte. E continuva a scrivere e pubblicare una prodigiosa quantità di opere. Tra il 1865 e il 1889 quasi ogni settimana su "Gardeners' Chronicle" compariva un suo articolo per illustrare questa o quella novità introdotta da uno dei suoi amici inglesi; scriveva poi per molte altre riviste. I suoi scritti di questi anni sono troppo numerosi per essere citati. Tra i più significativi, Contributions to the Orchidology of Central America (1869), in cui descrisse le raccolte di Endres e altri raccoglitori; Otia botanica Hamburgensia, in due parti (1871-1881), Refugium botanicum, con Saunders e Baker (5 voll., 1869-1873). Qualche parola a parte merita Reichenbachia: Orchids Illustrated and Described. Intorno al 1886, il vivaista di origini tedesche Frederick Sander che aveva fondato a St Albans un vivaio specializzato in orchidee, divenuto un'azienda leader, come forma di raffinata pubblicità decise di pubblicare un'opera prestigiosa e lussuosa sul meglio delle proprie collezioni. Egli aveva finanziato le spedizioni di diversi cacciatori di piante e molte delle sue introduzioni erano state descritte da Reichenbach che visitava regolarmente il vivaio durante i suoi soggiorni in Inghilterra. In suo onore, la intitolò Reichenbachia; affidò le illustrazioni, a grandezza naturale, principalmente al pittore Henry George Moon e i testi allo stesso Reichenbach. Pubblicata inizialmente in fascicoli mensili di 4 tavole poi riuniti in volume, l'opera comprende due serie di due volumi ciascuna, pubblicate rispettivamente nel 1888 e nel 1890, in due formati: in folio e "imperiale", ancora più grande, di cui furono stampate solo 100 copie. Ogni volume conteneva 48 illustrazioni con testi in tedesco, francese, inglese. I quattro volumi furono dedicati rispettivamente alla Regina Vittoria, all'imperatrice di Germania, alla zarina e alla regina del Belgio. L'insegnamento, la direzione dell'orto botanico, ma soprattutto la massa di pubblicazioni minori e la cura dell'erbario, che - dopo quello di Bossier, è considerato il più vasto mai appartenuto a un privato - ogni giorno doveva essere aggiornato con le piante che affluivano da tutto il mondo, rallentarono il lavoro di Reichenbach per le opere maggiori, Icones e Xenia. Nel 1867 pubblicò il vol. 21 di Icones florae Germanicae et Helveticae, dedicato alle Umbelliferae, con 210 tavole, ma al momento della sua morte, quasi trent'anni dopo il 22 volume, sulle Leguminosae, non era ancora finito, anche se erano pronte 220 tavole. Il botanico austriaco Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau ne aggiunse una trentina e lo pubblicò postumo nel 1901, e, come ho anticipato, in seguito curò i volumi 23-25. Quanto a Xenia orchidacea, nel 1874 fu completato il secondo volume, ma del terzo vennero finite solo le prime tre decadi; a completarlo fu Fritz Kraenzlin. Verso la metà degli anni '80, anche se aveva poco più di 60 anni, la salute di Reichenbach comiciò a declinare. Era sua intenzione andare in pensione o dimettersi, per tornare a Lipsia e dedicarsi unicamente alle due opere maggiori, ma la morte, sopraggiunta nel 1889, glielo impedì. E' stato descritto come una personalità piuttosto eccentrica; era molto orgoglioso del gran numero di orchidee pubblicate (più di 4500) e ciò a volte lo spinse a descrizioni poco accurate, causando non poche confusioni tassonomiche. Ma forse il danno maggiore venne dopo la sua morte. Tutti si aspettavano che lasciasse la biblioteca, le sue carte e l'immenso erbario (comprendeva anche quello del padre) a Kew dove, come abbiamo visto, era di casa. Invece all'apertura del testamento, si scoprì che li aveva destinati al Museo imperiale di Vienna. Per farlo arrivare a destinazione, occorsero quattro vagoni ferroviari. Si ritiene avesse cambiato idea, contrariato dalla nomina di Robert Allen Rolfe a responsabile dell'erbario delle orchidee di Kew. Rolfe era un autodidatta e Reichenbach non lo stimava. Detestava l'idea che, dopo la sua morte, egli potesse approfittare del suo erbario e pubblicare le "sue" orchidee; così, oltre a destinarlo a Vienna, pose la condizione che non potesse essere consultato per 25 anni, dando luogo a molte descrizioni e denominazioni doppie o multiple. Forse aveva ereditato qualcosa del carattere orgoglioso e tavolta permaloso del padre. Certamente ne aveva ereditato l'abilità nel disegno: contando solo le tavole preparate per Icones e Xenia ammontano a 2180, sempre di ammirevole precisione e accuratezza. Quanto al suo contributo alla classificazione delle orchidee, nonostante le pecche segnalate, è incalcolabile per quantità e qualità. A chi è toccato Reichenbachia? Padre e figlio furono membri di numerose società scientifiche, ben inseriti e rispettati nell'establishment botanico; il figlio, in particolare, era una figura di respiro internazionale, presenza costante in congressi e simposi, con una rete di corrispondenti estesissima. Entrambi ovviamente ebbero molti riconoscimenti in termini di dediche di specie. Tra quelle dedicate al padre le più note sono probabilmente Iris reichenbachii, una bella specie balcanica, e Viola reichenbachiana, comunemente detta viola silvestre, di ampia diffusione in Europa, Nord Africa e Asia occidentale: appartiene a un genere tanto facile da identificare, quanto difficile da classificare a livello di specie, cui egli portò chiarezza con le accuratissime e puntuali tavole del primo volume di Icones; nell'orto botanico di Dresda creò una vasta collezione di Cactaceae, che gli guadagnò la dedica di Echinocactus reichenbachii; inoltre gli vennero dedicati diversi animali, tra cui il colibrì Anabathmis reichenbachii. A ricordare il figlio sono ovviamente numerosi nomi di orchidee: Masdevallia reichenbachiana, Ida reichenbachii, Bulbophyllum reichenbachianum, Phalaenopsis reichenbachiana e molti altri. L'unico genere tuttora valido dedicato a uno dei Reichenbach venne già nel 1823, quando Ludwig era un botanico alle prime armi; nel creare Reichenbachia, Curt Sprengel lo ricorda come studioso della flora della Sassonia e autore di due monografie su Myosotis e Aconitum. Appartenente alla famiglia Nyctaginaceae, esso comprende una sola specie, R. hirsuta, un arbusto o piccolo albero con foglie ovate pelose, fiori tubolari con calice irsuto, seguiti da frutti da verdi a neri o rossi a maturazione; vive nei biomi stagionalmente aridi sul Sudamerica meridionale, dalla Bolivia al Brasile e all'Argentina. Al figlio sono stati dedicati due generi di orchidee, ma, la tassonomia di questa famiglia, per altro vastissima, è complicata e spesso soggetta a revisioni. Nel 1882 il botanico brasiliano João Barbosa Rodrigues creò Reichenbachanthus "in omaggio al sapiente botanico tedesco, il mio amico dr. Heinrich Gustav Reichenbach figlio, il grande orchidologo europeo". Oggi è sinonimo di Scaphyglottis. Nel 1962 Garay e Sweet crearono il genere di ibridi orticoli × Reichenbachara, per le orchidee ottenute dall'incrocio tra Euanthe, Vanda e Vandopsis. Ma poiché più tardi Euanthe è stato assorbito da Vanda, rientrano negli ibridi Vanda × Vandopsis, conosciuti con il nome orticolo Vavanda. Nel 1738, uno studente di teologia ventenne e povero in canna giunse a Ratisbona in Baviera. Si chiamava Jacob Christian Schäffer. Si rivelò un eccellente predicatore e presto fece carriera: divenne dottore in teologia e decano della chiesa luterana della città. Non solo: benché non avesse una formazione scientifica, divenne entomologo, ornitologo, micologo, botanico, un vero genio universale che alla ricerca sperimentale univa una spiccata attitudine alla tecnica. Così fu anche inventore. Tra le sue diverse invenzioni, gli si deve la prima lavatrice. La botanica lo ricarda con il genere neotropicale Schaefferia. Un parroco naturalista... e inventore Il 5 settembre 1786 un viaggiatore visitò il Schäfferianum Museum di Ratisbona e ne incontrò il creatore, il teologo Jacob Christian Schäffer; sul libro degli ospiti si firmò "Johann Philip Moeller di Lipsia". In realtà era Johann Wolfgang von Goethe che, sulla strada per l'Italia, preferiva viaggiare in incognito. Che avesse deciso di dedicare qualche ora a quel gabinetto di curiosità ci dice molto, da una parte, sui variegati interessi scientifici del poeta tedesco, dall'altro sulla rinomanza del museo di Schäffer, nel quale egli avrà forse trovato un animo affine. Tanto Goethe quanto Schäffer erano umanisti con una forte propensione per le scienze naturali, o meglio geniali naturalisti dilettanti interessati ad ogni aspetto della natura. Ebbero almeno un terreno di ricerca in comune: entrambi si occuparono di teoria dei colori, Schäffer con il più pratico Entwurf einer allgemeinen Farbenverein (Abbozzo di un'associazione generale dei colori, 1769), Goethe con il più teoriico Zur Farbenlehre (Sulla teoria dei colori, 1810). Jacob Christian Schäffer (1718-1790) era nato a Querfurt in Sassonia, figlio di un arcidiacono locale. Nel 1728 la morte del padre lasciò la vedova e sei figli in gravi difficoltà; il ragazzo poté tuttavia continuare gli studi e quindicenne si iscrisse alla facoltà di teologia dell'università di Halle. Doveva però stringere la cinghia e accontentarsi di ciò che passava la mensa dell'orfanatrofio. Più tardi il suo zelo e la sua intelligenza furono notati da uno dei docenti che lo accolse in casa sua e gli permise di tenere alcune lezioni; infine gli trovò un posto come precettore presso la famiglia di un mercante di Ratisbona, dove Schäffer arrivò ventenne nel 1738 "vestito in modo misero, magro e miserabile d'aspetto". Vi avrebbe trascorso tutta la vita, percorrendo una fortuna carriera di insegnante, teologo ed ecclesiastico. Dapprima pastore di una parrocchia, abile predicatore, nel 1760 ottenne un dottorato dall'Università di Wittenberg, seguito nel 1763 dal dottorato in teologia dall'università di Tubinga. Nel 1779 divenne decano dei pastori luterani di Ratisbona. Contemporanemente, iniziò a interessarsi di scienze naturali e a creare un gabinetto di curiosità. La spinta iniziale forse venne del fratello minore Johan Gottlieb, che divenne farmacista e si trasferì ugualmente a Ratisbona, e fu incoraggiata dal cognato Emanuel Theophilus Harrer, che a sua volta aveva accumulato un vasto gabinetto di curiosità. Schäffer si accostò dapprima allo studio degli insetti, stimolato, come spesso gli sarebbe successo anche in futuro, da un problema concreto: essendo tornato per una visita a Querfurt,fu colpito dalla devastazione dei giardini locali provocata da un'invasione di Lymantria dispar. Ne nacque così il suo primo scritto, pubblicato nel 1752, in cui descrisse gli effetti del flagello e suggerì metodi per eradicarlo. Incominciò a raccogliere insetti e a studiarne la muta; per farlo, imparò ad utilizzare il microscopio, che applicò allo studio anche di altri animali, come i polipi d'acqua dolce, i granchi e le lumache. Agli insetti dedicò mumerosi articoli o opuscoli e le sue opere più importanti: Abhandlungen von Insekten (Trattati sugli insetti, 1764), Elementa entomologica (1766), Icones insectorum circa Ratisbonam indigenorum (1777), con oltre 3000 illustrazioni raccolte in 280 tavole a colori. Desiderava che i colori riproducessero fedelmente quelli naturali; ciò lo spinse a fare molti esperimenti e a scrivere il già citato testo sui colori. Si dedicò con entusiasmo anche ad altri animali: i pesci, al cui riconoscimento dedicò un manuale, e soprattutto gli uccelli, con due notevoli opere, Elementa ornithologica (1774), e Museum ornithologicum, in cui descrisse gli uccelli del suo museo; entrambe sono illustrati, con rispettivamente 70 e 72 tavole di eccellente fattura. Per preparare gli esemplari del suo museo perfezionò i metodi di conservazione, con tecniche di sua invenzione che, come vedremo, attirarono l'attenzione di Linneo. Fu l'interesse per gli insetti ad accostarlo alla botanica: riteneva infatti che per studiarli correttamente fosse necessario approfondire la conoscenza delle piante di cui si cibano. Alle piante tuttavia dedicò solo una della sue numerosissime opere, Erleichterte Arzneykräuterwissenschaft (Scienza erboristica facilitata, 1770), un manuale pratico sulle erbe medicinali dedicato a farmacisti e dilettanti. Più importante il suo contributo alla micologia, alla quale tra il 1762 e il 1764 dedicò quattro volumi riccamente illustrati,Natürlich ausgemahlten Abbildungen baierischer und pfälzischer Schwämme (Immagini dipinte naturalmente di spugnole bavaresi e palatine), considerati assai avanzati per il suo tempo, L'instacabile pastore scrisse dedicine di articoli e opuscoli su altri argomenti, da un parassitadel fegato delle pecore alla confutazione della credenza allora diffusa che la carie fosse provocata da minuscoli vermi. Oltre che sui colori, condusse esperimenti sui prismi ottici e l'elettricità. Dotato di notevole manualità, molava da sè stesso le lenti, costruiva prismi e miscroscopi che ottennero un buon successo commerciale e creò con le proprie mani le teche e gli stipi del suo gabinetto Gli si devono numerose invenzioni: una segatrice, una caldaia a risparmio energetico e una macchina elettrostatica, ma soprattutto la primissima lavatrice, che nacque indirettamente dalle sue ricerche sulla fabbricazione della carta, di cui parleremo meglio tra poco. Nel 1766, mentre cercava informazioni sulle vasche per la pasta di carta, si imbattè nella descrizione della cosiddetta Yorkshire Maiden, un mastello di legno con coperchio riempita di acqua calda e lisciva, dove il bucato veniva mescolato e strizzato a mano. Schäffer perfezionò l'aggeggio inserendo un meccanismo, da lui detto agitatore, che tramite una manovella poteva essere ruotato in senso orario o antiorario. Ne pubblicò il progetto nel 1767, ma non sappiamo se venne mai effettivamente realizzato. Nel 2018, in occasione del bicentenario della sua nascita, nella sua città natale ne è stato costuiro ed esposto un esemplare. I suoi esperimenti sulla fabbricazione della carta furono molto più articolati ed altrettanto pionieristici. La crescente produzione di libri a stampa rendeva urgente il problema di trovare materiali cartari diversi dagli stracci. Schäffer, dopo aver appreso i rudimenti del mestiere da un apprendista cartaio, creò una piccola cartiera e sperimentò i materiali più diversi, iniziando dai piumini degli eriofori e dei pioppi; provò steli di ortica, cardo, bardana, mais, canne, e altre piante, foglie di fagiolo, tulipano, castagno, tiglio e noce, pula di salice, viticci di vite, luppolo e fagiolo, senza dimenticare muschi, licheni e alghe. A intrigarlo più di ogni altra cosa erano i nidi che le vespe cartonaie (Polistes) creano a partire dal legname; provò così a creare carta partendo da segatura e trucioli di varie essenze legnose; riuscì a creare fogli di carta, ma erano troppo fragili. L'intiuzione però era corretta; il problema venne risolto solo nel 1841 quando Keller inventò la macchina per spappolare il legno che aprì la strada alla fabbricazione della pasta di legno, oggi il materale cartario di gran lunga più usato. Al poliedrico parroco di Ratisbona non mancarono i riconoscimenti. Il suo museo, come abbiamo visto all'inizio, era notissimo e attirava visitatori da tutta l'Europa; diversi sovrani, tra cui il re di Danimarca che lo nominò suo consigliere, il re di Svezia Gustavo III, l'imperatrice Maria Teresa e suo figlio Giuseppe II, la zarina Caterina II, lo onorarono con doni preziosi e sostennero la pubblicazione delle sue opere. Fu membro di innumerevoli società scientifiche, inclusa la Royal Society che lo accolse nel 1764. Corrispondeva con Réaumur, cui inviò esemplari della rara mosca Clitellaria ephippium, e con Linneo, con il quale scambiò numerose lettere tra il 1753 e il 1768. Ce ne rimangono 27 da parte di Schäffer e una sola da parte di Linneo, in cui si scusa di non aver risposto prima a causa di una malattia e gli annuncia l'elezione all'Accademia delle Scienze di Uppsala. Oltre as alcuni dei suoi libri, Schäffer inviò a Linneo esemplari di pesci e uccelli, che egli aveva preparato secondo un procedimento di sua invenzione con l'impiego di calce che intrigò moltissimo lo svedese. Schäffer morì nel 1790; dopo la sua morte il suo museo forse passò ai canonici agostiniani e venne trasferito a Passau, ma dopo il 1800 se ne perdono le tracce. Arbusti americani Fu von Jacquin a dedicare a Schäffer il genere Schaefferia, a partire da una specie da lui raccolta nelle Antille, purtroppo senza esplicitare la motivazione. Appartenente alla famiglia Celastraceae, oggi comprende una quindicina di specie diffuse nell'America tropicale e subtropicale, dal Texas all'Argentina. Sono arbusti o occasionalmente piccoli alberi, solitamente assai cespugliosi; hanno foglie coriacee, alternate o fascicolate, fiori unisessuli per aborto (sono dunque dioici) raccolti all'ascella fogliare; quelli femminili sono seguiti da drupe con due loculi, ciascuno dei quali contiene un seme privo di arillo. La specie di maggiore diffusione è Schaefferia frutescens, presente dalla Florida meridionale al Venezuela attraverso i Caraibi. E' soltamente un arbusto con molti fusti, più raramente un piccolo albero alto fino a 4 metri, sempreverde, con piccole foglie coriacee verde-giallastro, corteccia grigia, piccoli fiori da biancastri a verde chiaro, frutti da arancio a rossi. Il legname, giallo e di grana fine, è stato usato in passato come sostituto del bosso, da cui il nome comune Florida-boxwood, "bosso della Florida". Negli Stati Uniti è presente anche un'altra specie, S. cuneifolia, diffusa in ambienti aridi (chaparral e pendici collinari rocciose) dal Texas al Messico settentrionale. Alquanto spinescente, ha rami con corteccia chiara e piccole foglie sempreverdi con lamina da obovata-cuneata a oblanceolata; i minuscoli fiori sono seguiti da drupe da arancio a rosso brillante. Ha radici profonde che le permettono di vivere in condizioni di aridità estrema; per questa ragione viene talvolta utilizzata per progetti di stabilizzazone del suolo. Allievo preferito del celebre botanico sistematico Adolf Engler, Ludwig Diels ne divenne assistente e successore. Resse il Museo e l'orto botanico di Berlino in anni difficili, dall'inizio degli anni '20, quando ancora si facevano sentire le conseguenze della Prima guerra mondiale, alla fine del secondo conflitto, passando per gli anni del nazismo. Con il regime ebbe una relazione ambigua, forse l'unica possibile per chi non volesse prendere la strada dell'esilio, magari nell'intento di salvare il salvabile dell'istituto. Intento inutile: tra le vittime della guerra, va infatti annoverata anche la gloriosa istituzione, totalmente distrutta prima dalle bombe poi dai combattimenti della battaglia di Berlino. Prostrato dal dolore, Diels morì pochi mesi dopo. L'importanza del suo contributo alla sistematica e alla fitogeografia è sottolineata dai ben 12 generi che gli furono dedicati, sei dei quali accettati. Due li condivide con altri botanici e li abbiamo già incontrati. E' ora di conoscere gli altri quattro. La carriera di un botanico: la formazione Nella notte del 1 marzo 1943 il quartiere Dahlem di Berlino fu pesantemente bombardato dagli alleati. Una bomba al fosforo colpì il Museo botanico, collocato nelle adiacenze dell'orto botanico; al mattino lo spettacolo era devastante: l'intera ala orientale era bruciata, e con essa erano andati in fumo la biblioteca e gran parte dell'erbario. L'incendio si era propagato alla parte centrale, distruggendo uffici e laboratori; si erano salvati solo i sotterranei e l'ala occidentale. Per capire la portata del disastro, bisogna ricordare che il Museo botanico di Berlino-Dahlem era una delle istituzioni botaniche più importanti del mondo, con circa 4 milioni di esemplari d'erbario. All'inizio della guerra erano stati spostati in luoghi sicuri l'erbario di Willdenow e la collezione di crittogame, ma il resto era ancora nell'edificio. Solo gli esemplari collocati nelle zone non toccate dall'incendio si salvarono, forse circa un dieci per cento del totale. La portata del disastro fu così espressa dal botanico statunitense Merrill: "La perdita dell'erbario di Berlino è una catastrofe di dimensioni maggiori nel mondo della botanica [...]. Questo erbario, uno dei più grandi e più importanti del mondo, conteneva le collezioni storiche di base della Germania, eccetto quelle di Monaco. Migliaia e migliaia di esemplari tipo provenienti da tutte le parti del mondo sono andati distrutti". Nei mesi successivi, frammenti di bombe danneggiarone le serre (anch'esse tra le più grandi e importanti del mondo), dove già molte delle piante più delicate erano perite per l'impossibilità di provvedere al riscaldamento. Durante la battaglia di Berlino (16 aprile - 2 maggio 1945), una batteria di obici fu collocata proprio di fronte all'orto botanico che durante gli ultimi giorni della disperata resistenza della Wehrmacht si trasformò letteralmente in un campo di battaglia con le aiuole sventrate dalle trincee e dai carrarmati. Dopo la resa, della gloriosa istituzione non rimaneva quasi nulla. Il giardino stesso passò sotto amministrazione alleata e nelle sue aiuole invece di fiori si coltivarono patate e altri verdure. Al direttore del Museo e dell'orto botanico, (Friedrich) Ludwig (Emil) Diels (1874-1945) toccò di assistere impotente a tanta distruzione. Tra gli esemplari bruciati nel raid, c'erano anche quelli che aveva raccolto lui stesso in Sudafrica, in Australia, in Ecuador. Non resse al colpo: sarebbe morto poco dopo la fine della guerra, nel novembre 1945. Aveva diretto l'istituzione per un ventennio, in tempi difficili, e in un certo senso era egli stesso un'istituzione. Ludwig Diels proveniva da una famiglia di intellettuali; il padre Hermann Alexander Diels era un illustre filologo classico, celebre per aver pubblicato i frammenti dei filosofi presocratici; uno dei suoi fratelli, Otto Diels, nel 1950 avrebbe vinto il Nobel per la chimica. Ludwig nacque ad Amburgo, ma la famiglia si trasferì a Berlino nel 1882 quando il padre ottenne la cattedra all'università Humboldt, e nella capitale compì tutti i suoi studi. Interessato alle scienze naturali fin dall'infanzia, si iscrisse alla facoltà di scienze naturali dell'università Humboldt dove studiò geografia con von Richthofen e botanica con Adolf Engler, e affinò le sue capacità di ricerca sul campo con spedizioni in Germania, soprattutto nelle Alpi. Determinante fu l'influsso di Engler che, oltre ad insegnare botanica, era il direttore del Museo e dell'orto botanico. Pioniere della fitogeografia e creatore di un influente sistema di classificazione naturale, egli indirizzò Diels verso questi campi di ricerca e gli aprì l'accesso alle collezioni del Museo. Basandosi su di esse e sulla corrispondenza con botanici neozelandesi, nel 1897 Diels si laureò con una tesi sulla flora della Nuova Zelanda (Vegetations-Biologie von Neu‑Seeland). Allo stesso anno risalgono i suoi primi articoli su "Botanische Jahrbücher für Systematik", la rivista diretta da Engler, dedicati principalmente alle flore africana e cinese. Negli anni successivi, Diels collaborò strettamente con il suo maestro, con il quale scrisse la trattazione delle Combretaceae e delle Annonaceae della monumentale serie Monographien Afrikanischer Pflanzen-Familien und -Gattungen. Inoltre scrisse la trattazione delle felci Eufilicineae di Die natürlichen Pflanzenfamilien, diretta da Engler e Prantl. Nel 1900 ottenne l'abilitazione e fu assunto al Museo come assistente. Egli desiderava studiare la flora della Nuova Zelanda sul campo e sottopose un progetto di spedidizone alla fondazione Humboldt, che decise di finanziarlo. Così, come ho raccontato in questo post, al quale rimando per la spedizione, tra il 1900 e il 1902 visitò insieme all'amico Ernst Pritzel il Sudafrica e l'Australia, raccogliendo un numero impressionante di campioni d'erbario. La carriera di un botanico: dai successi alla catastrofe Dopo il ritorno dall'Australia, la carriera di Diels proseguì in modo brillante. Il primo compito fu pubblicare insieme a Pritzel le raccolte australiane in Fragmenta Phytographiae Australiae Occidentalis (1904-05). Risale al 1906 la pubblicazione di Die Pflanzenwelt von West-Australien südlich des Wendekreises, considerato il suo capolavoro, in cui descrisse in dettaglio la vegetazione, le formazioni ecologiche e la distribuzione geografica delle piante dell’Australia occidentale. Si tratta della prima descrizione scientifica completa della vegetazione di quell'area. Lo stesso anno pubblicò la trattazione delle Droseracae in Das Pflanzenreich di Engler, seguita nel 1910 da quella delle Menispermaceae. Nel 1906 divenne professore associato dell'Università di Marburg, dove si trasferì con la moglie Gertrud Biesenthal. Gli otto anni successivi furono di felicità familiare (la giovane coppia ebbe tre figli, un bimbo e due bimbe) e di intenso lavoro, dedicato sia alla sistematica sia allo studio dell'interessante flora dell'Hangelstein, un rilievo non lontano da Gießen. Diels pubblicò inoltre diversi articoli sulle piante raccolte in Cina da Forrest (Plantae Forrestianae, 1911-1913). Ma già nel 1914 tornò a Berlino, per prendere il posto di Urban come assistente direttore del Museo e dell'orto botanico. Una ferita riportata durante un'escursione sulle Alpi gli risparmiò la partecipazione alla Prima guerra mondiale. Nel 1921, in seguito al pensionamento di Engler, gli succedette come professiore di botanica sistematica e direttore del Museo e del giardino; nel 1928 ottenne il titolo di direttore generale che avrebbe conservato fino alla morte. Raccolse l'eredità di Engler anche come direttore di "Botanische Jahrbücher für Systematik", Syllabus der Pflanzenfamilien e Das Pflanzenreich. Non era un periodo facile. In seguito alla sconfitta nella guerra, la Germania aveva perso tutte le colonie, mettendo di fatto fine alle spedizioni botaniche organizzate dal Museo di Dahlem; la crisi economica aveva ridotto anche i finanziamento per l'orto botanico, portando a un'importante riduzione del personale. I fondi erano però ricchissimi e fornirono abbondanti materiali a Diels per i suoi studi sulla flore dell'Africa, della Nuova Guinea e delle isole del Pacifico. Come direttore del Museo, promosse la riorganizzazione dell'erbario secondo criteri più moderni e sotto la sua guida l'istituzione mantenne il suo ruolo centrale per la sistematica e la fitogeografia. Diels era certamente il botanico tedesco più noto all'estero; membro o membro corrispondente di molte società scientifiche in Europa, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, nel 1930, in occasione del congresso internazionale di botanica, svoltosi a Cambridge, ricevette la laurea honoris causa. Nel 1933, combinandolo con un tour di conferenze negli Stati Uniti, intraprese una spedizione in Ecuador, dove esplorò in particolare la zona amazzonica e la regione vulcanica del Mera. I risultati furono pubblicati in Beiträge zur Kenntnis der Vegetation und Flora von Ecuador (1937). Fu forse la sua ultima gioia. Alla perdita del figlio in un incidente aereo si sommò l'angoscia per la situazione politica. Diels non simpatizzava con il nazismo; molte fonti lo descrivono come distaccato e critico. Non prese mai la tessera del partito, né mai si espresse a favore del regime. Allo stesso tempo, come funzionario di un'istituzione che dipendeva dallo Stato, mantenne il suo posto, forse grazie al suo enorme prestigio internazionale. Probabilmente, come molti accademici del tempo, adottò una posizione di conformismo passivo, senza esporsi né a favore né contro. Quando dal museo e dall'orto botanico furono allontanati botanici e collaboratori di sinistra o ebrei, non prese le loro difese e non si oppose. Nel settembre 1944, ricevette dal Führer la medaglia Goethe per le arti e la scienza; tuttavia il riconoscimento non era necessariamente segno di adesione al regime: spesso era conferito per meriti scientifici anche a figure non allineate che davano prestitigio al Reich. Potrebbe essere proprio il caso di Diels, che come si è visto era il botanico tedesco più noto e prestigioso. Quell'anno compiva 70 anni, ed era psicologicamente provato dalla distruzione dell'erbario, al quale aveva ampiamente contribuito con le sue raccolte e che aveva studiato per una vita intera. La storia gli avrebbe imposto anche la distruzione totale del giardino, Ora vi riposa, in una tomba sormontata da un semplice cippo in pietra con il nome e le date di nascita e di morte, coronato di edera e circondato da felci e piante verdi. Una costellazione di generi per un grande botanico Durante la sua carriera, Diels pubblicò più di 3000 taxa, diede contributi essenziali alla sistematica di numerose famiglie e alla conoscenza delle flore di varie parti del mondo (dall'Australia alla Cina, dall'Africa alla Papuasia, dalle Alpi all'Amazzonia); si occupò di varie questioni di morfologia vegetale e di geografia delle piante, studiando la distribuzione, i confini dei regni floristici, la formazione e l'ecologia delle comunità vegetali. Accanto a quello fondamentale sulla flora dell'Australia occidentale, i suoi studi più originali e stimolanti sono quelli sull'adattamento di forme filogeneticamente acquisite, sulla relazione tra forme giovanili e mature, sulla distribuzione e la filogenesi delle specie delle foreste decidue. Non stupisce che un lavoro tanto profondo e tanto esteso abbia lasciato ampie tracce nella nomenclatura botanica. Sono quasi 150 i taxa che lo ricordano con l'eponimo dielsii (vorrei ricordare almeno l'australiano Eucalyptus dielsii e l'orchidea ecuadoregna Andinia dielsii) e circa altrettanti con l'eponimo dielsianus (dalla cinese Berberis dielsiana all'australiana Grevillea dielsiana), Quanto ai generi che lo onorano, sono non meno di 12, non un record ma quasi. Ne abbiamo già incontrati due, che condivide con altri botanici: Dielitzia, con l'amico e compagno di viaggio Ernst Pritzel; Friesodielsia con Robert Fries. Ad essi si aggiungono in ordine di apparizione il non valido Dielsina (1903, da Kuntze, famiglia Annonaceae); Dielsia (famiglia Restionaceae), dedicatogli da Gilg nel 1904; Dielsiocharis (famiglia Brassicaceae), dedica di O.E.Schulz, 1924;: un altro Dielsia, ovviamente non valido (è sinonimo di Isodon, Lamiaceae), dedicatogli da Kudo nel 1929; Dielsiochloa Pilg. (Poaceae, 1943), non valido; Dielsantha (Campanulaceae), dedica di Wimm, 1948; Dielsiothamnus (Annonaceae), dedica di Fries, 1955; il non accettaato Dielsiris, dedica di Crespo e altri, 2015. Indirettamente lo ricordano anche Neodielsia Harms e Sinodielsia H.Wolff, nessuno dei due valido. Non accettato anche il genere di funghi Dielsiella. Veniamo ora ai quattro generi accettati che lo celebrano da solo. Tutti piccolissimi (cinque specie in totale) ci faranno fare il giro del mondo, a ricordare l'estensione anche geografica delle ricerche di Diels. Dielsia fu pubblicato da Ernest Friedrich Gilg, all'epoca curatore del Museo botanico e uno dei principali collaboratori di Engler, nell'ambito di Fragmenta Phytographiae Australiae Occidentalis di Diels e Pritzel; costituisce dunque una sorta di riconoscimento del passaggio di testimone alla nuova generazione di botanici del Museo. Appartenente alla famiglia Restionaceae e assai vicino a Restio, comprende una sola specie, D. stenostachya, raccolta da Pritzel lungo lo Swan River. Endemico dell'Australia occidentale, è un'erbacea perenne che cresce nelle pianure stagionalmente allagate ai margini di zone umide. E' caratterizzato da crescita compatta (circa mezzo metro) e da fiori rosa. Ci porta invece nell'Asia centrale e sui monti dell'Iran settentrionale Dielsiocharis (Brassicaceae); di apetto simile al nostro alisso, riunisce due specie di piante rupicole dai bellissimi fiori gialli; la seconda parte del nome si riferisce infatti alle Chàrites, ovvero alle Grazie, dee della bellezza. Otto Eugen Schultz lo pubblicò nel vol. 86 di Das Pflanzenreich (Cruciferae-Sisymbrieae) con la semplice frase "Dedicato in onore del famosissimo botanico berlinese Ludwig Diels". All'epoca comprendeva una sola specie, D. kotschyi, che vive sulle rupi dei monti Elbruz tra Iran settentrionale e Turkemenistan. Raramente coltivata benché bellissima, si dice abbia deluso più di un cacciatore di piante perché è difficilissimo arrampicarsi sulle rupi scoscese che sono il suo habitat naturale. All'inizio del nostro secolo è venuta ad aggiungersi D. bactriana, precedentemente Arabidopsis bactriana; rarissimo, è noto praticamente solo da esemplari di erbario raccoltisui monti Kugifrush in Tagikistan. E' invece africano Dielsantha ("fiore di Diels"), dedica dello specialista di Lobelioidee Franz Elfried Wimmer; si tratta nuovamente di un genere monotipico, costituito unicamente da D. galeopsoides; il giovanissimo Diels l'aveva pubblicata come Lobelia galeopsoides nel lontano 1899. Nativa dell'Africa tropicale occidentale (Nigeria, Camerun, Congo-Brazzaville, Guinea equatoriale, Gabon, isole del golfo di Guinea) è un'erbacea gracile, con fiori tubolari da viola a lilla. Veniamo infine a Dielsiothamnus (famiglia Annonaceae), altro genere africano monotipico. La sua unica specie D. divaricatus anche in questo caso era stata inizialmente pubblicata da Diels, come Uvaria divaricata. Diffuso in Tanzania, Malawi e Mozambico, è un arbusto o un alberello con rami giovanili vellutati, foglie da glabre a pubescenti, fiori con sepali vellutati all'esterno, pelosi e grigiastri all'interno e petali giallo-brunastri. I frutti, cilindrici, dapprima verdi, poi gialli a maturazione, sono oleosi e presumibilmente non commestibili. Dei due giovani botanici dell'Università di Berlino che tra il 1900 e il 1902 esplorano in lungo e in largo l'Australia occidentale, muovendosi soprattutto in ferrovia e raccogliendo migliaia di esemplari, uno era destinato a diventare uno dei maggiori esponenti della sistematica tedesca, professore universitario e direttore dell'orto e museo botanico di Berlino, l'altro a una più modesta e oscura carriera di professore di scuola superiore. Sono Ludwig Diels e Ernst Pritzel, ricordati insieme dal genere monotipico australiano Dielitzia. Una profonda ricognizione della flora dell'Australia occidentale Il 30 ottobre 1900, provenienti dal Sudafrica, due giovani botanici tedeschi sbarcano a Fremantle, sulla costa dell'Australia occidentale, e danno inizio a un'intensa esplorazione botanica che si protrarrà per quattordici mesi. Si chiamano Ludwig Diels (1874-1945) e Ernst Pritzel (1875-1946). Il primo diverrà uno dei grandi nomi della botanica sistematica tedesca, e di lui sappiamo quasi tutto; il secondo, benché fosse indubbiamente un botanico di valore, non ha quasi lasciato traccia di sè al di fuori di poche pubblicazioni. I due, quasi coetanei, dovettero conoscersi all'università di Berlino, dove entrambi erano allievi di Engler. Il brillante Diels nel 1896 si laureò con una tesi sulla flora della Nuova Zelanda e divenne assistente di Engler con il quale pubblicò diverse monografie. Nel 1900, su "Botanische Jahrbücher für Systematik, Pflanzengeschichte und Pflanzengeographie", la rivista fondata e diretta da Engler, compare un suo ampio saggio sulla flora della Cina centrale che è anche la prima testimonianza della collaborazione con Pritzel, che firmò numerosi capitoli e pubblicò diverse nuove specie. Contemporaneamente Engler lo aveva coinvolto in Die Natürlichen Pflanzenfamilien, la grande opera collettiva consistente in una completa revisione delle famiglie di piante basata sul suo sistema tassonomico, affidandogli la trattazione delle Lycopodiaceae e delle Psilotaceae. Al momento della pubblicazione, nel 1902 nella quarta parte del I volume dell'opera, Diels e Pritzel si trovavano già in Australia. Infatti Diels, che come abbiamo visto aveva dedicato la tesi alla flora della Nuova Zelanda e aveva anche scritto diversi saggi su piante sudafricane basandosi su materiali del ricco erbario dell'orto botanico di Berlino, desiderava esplorare quelle flore dal vivo. Nel gennaio 1900 presentò il suo progetto alla Fondazione Humboldt che gli assegnò una borsa di studio che avrebbe coperto le spese del viaggio. Egli propose all'amico Pritzel di accompagnarlo e questi accettò: avrebbe pagato le proprie spese di tasca propria e si sarebbe rifatto vendendo a orti botanici e collezionisti i doppioni degli esemplari d'erbario. Alla fine dell'anno accademico Diels conseguì l'ablitazione e poche settimane dopo lasciò Berlino insieme a Pritzel. I due amici arrivarono al Capo nell'agosto 1900 e si trattenero in Sudafrica fino ad ottobre. Incontrarono il botanico di origine tedesca Rudolf Marloth e il famoso raccoglitore Harry Bolus, fodatore dell'omonimo erbario; grazie alle loro indicazioni, individuarono come zona di particolare ricchezza di endemismi le Hantam Mountains, che furono la loro prima meta. Quell'anno era stato ricco di piogge e poterono fare notevoli raccolte. Botanizzarono poi nei distretti di Clanwilliam, Vanrhynsdorp e Calvinia, esplorando la flora del Karoo, quindi si imbarcarono per l'Australia. Inizialmente l'obiettivo principale di Diels era la Nuova Zelanda, ma la flora estremamente ricca e diversificata dell'Australia occidentale lo spinse ai modificare i suoi piani. Il suo intento era giungere a una conoscenza profonda della distribuzione e dei diversi ambienti vegetazionali; anni dopo, inizierà il suo libro sulla flora australiana Die Pflanzenwelt von West-Australien südlich des Wendekreise con questa frase: “Nella nostra conoscenza del mondo vegetale dell'Australia occidentale c'è da tempo una strana incongruenza. Gli elementi floristici erano ben noti: d'altra parte non si sapeva nulla di come si inserissero nel quadro generale come vegetazione.” Di conseguenza i due amici viaggiarono il più possibile, dividendosi anche i compiti; Diels prendeva note accurate, Pritzel fotografava. Entrambi fecero raccolte imponenti: Diels raccolse 4700 esemplari, Pritzel 1200. Subito dopo l'arrivo, ottennero il permesso di erborizzare e un abbonamento ferroviario, che avrebbe permesso loro di coprire rapidamente lunghe distanze, e anche di tornare più volte nei luoghi di massimo interesse; ad esempio, fecero raccolte a cadenza quasi mensile attorno allo Swan River e al King Sound. E' stato osservato che i loro itinerari coincidono in gran parte con le linee ferroviarie esistenti all'epoca. Tuttavia si mossero anche su strada: nel marzo 1901 viaggiarono in tal modo dal Blackwood River alla costa sud via Lake Muir, quindi da Albany fino al Phillips River attraverso la Stirling Range e dai campi auriferi fino a Esperance. Nel marzo-aprile 1901 navigarono dal Pilbara a Roebourne e ad agosto fino a Carnarvon. Nei quattrodici mesi di permanenza nell'Australia occidentale, coprirono così gran parte del territorio, raccogliendo in media cento esemplari la settimana (cosa che dovette comportare non pochi problemi nell'essiccare correttamente gli esemplari, tanto più essendo costantemente in viaggio). Nel dicembre 1901, sempre in treno, si spostarono nell'Australia orientale e da qui in Nuova Zelanda, ma questa parte del loro viaggio non è documentata. Sulla via del ritorno, toccarono anche Giava, rientrando a Berlino nell'ottobre 1902. I destini si dividono Il primo resoconto sulle raccolte australiane fu scritto a quattro mani da Diels e Pritzel e pubblicato su "Botanische Jahrbücher Für Systematik, Pflanzengeschichte und Pflanzengeographie" nel 1904, sotto il titolo Fragmenta Phytographiae Australiae occidentalis. Beiträge zur Kenntnis der Pflanzen Westaustraliens, ihrer Verbreitung und ihrer Lebens- Verhältnisse. Nonostante la modestia del titolo latino, è un lavoro imponente di circa 600 pagine, con l'elenco e la descrizione di tutte le piante raccolte, accompagnate da molti dati ecologici. Le nuove specie sono 235. Alla fine del testo compare l'elenco delle oltre 1000 specie di cui Pritzel pone in venditi i duplicati, I due amici sarebbero poi tornati sulla flora australiana separatamente. Nel 1906 Diels pubblicò la fondamentale monografia Die Pflanzenwelt von West-Australien südlich des Wendekreise, in cui avrebbe classificato la flora dell'Australia sud-occidentale in due province floristiche, South-West e Eremaean, presentando di entrambe una dettagliata descrizione fioristica e ecologica e un'ampia classificazione delle formazioni vegetali. Invece Pritzel, più modestamente, avrebbe pubblicato in Repertorium Specierum Novarum Regni Vegetabilis di Fedde tre nuove specie dell'Australia occidentale nel 1911 e sedici specie dell'Austrlia centrale nel 1918. I destini dei due botanici avevano ormai preso strade diverse. Nel 1906 Diels ottenne una cattedra universitaria a Marburg, ma già nel 1914 tornò a Berlino come assistente direttore dell'orto botanico e del museo di Dahlem, e nel 1921, al pensionamento di Engler, gli succedette come direttore e professore all'università di Berlino. Anche Pritzel continuava ad essere un botanico militante, ma su un piano evidentemente ben più modesto, Insegnava in una scuola superiore (negli atti dell'unione botanica della provincia del Brandeburgo del 1921 figura come uno dei segretari dell'associazione ed è registrato come Studienrat, ovvero docente di scuola superioe, a Berlin-Lichterfelde-West) e pubblicò ancora qualcosa di tanto in tanto: oltre a due articoli già citati, una nuova specie di Pittosporum nel 1929 in "Botanische Jahrbücher fur Systematik, Pflanzengeschichte und Pflanzengeographie" e soprattuto la trattazione della famiglia Pittosporaceae nella seconda edizione di Natürlichen Pflanzenfamilien (1930). Sappiamo che morì settantenne presumibilemente a Berlino nel 1946, ma poiché, a quanto risulta, non vennero pubblicati necrologi o articoli in suo onore, non conosciamo altro sulla sua vita personale e professionale. Una dedica per due Congiunti nell'avventura australiana, Diels e Pritzel lo sono anche nella dedica del genere Dielitzia, creato nel 1989 dal botanico australiano Philip Sydney Short; il nome è una crasi dei loro cognomi. Appartenente alla famiglia Asteraceae, comprende una sola specie, D. tysonii, un'erbacea annuale endemica di alcune aree dell'Australia occidentale. Presenta una rosetta di foglie strette ed allungate, fittamente ricoperte da un tomento biancastro. L'infiorescenza complessa, formata da 4-15 capolini giallastri densamente raccolti, si forma al centro della rosetta ed è protetta da un involucro di 8-12 brattee e dalle foglie stesse. Si tratta di adattamenti all'ambiente alquanto arido. Cresce prevalentemente negli arbusteti aperti di Acacia, su suolo argilloso e sabbioso. E' localmente abbondante. E' una pianta poco appariscente, ma assai caratteristica di un ambiente che Diels e Pritzel contribuirono a far conoscere. E' dunque un omaggio perfetto per ricordare il loro viaggio australiano. Nello stesso ambiente vive anche Podotheca pritzelii, un'altra dedica di Short; altre specie che ricordano Ernst Pritzel nell'eponimo sono la Lycopodiacea Lycopodium pritzelii, la cinese Impatiens pritzelii, da lui in precedenza descritta nel suo lavoro sulla flora cinese in collaborazione con Diels, le sudafricane Gladiolus pritzelii e Moraea pritzeliana, le australiane Acacia pritzeliana, Choretrum pritzelii, Goodenia pritzelii, Hemigenia pritzelii, Melaleuca pritzelii, Sida pritzeliana, Verticordia pritzelii, Grevillea pritzelii, Hakea pritzelii, Stylidium pritzelianum. Molte gli furono dedicate dal compagno di viaggio Diels. Inoltre nel 1903 Hennings gli dedicò il genere di funghi Pritzeliella. Quanto a Diels, Dielitzia è solo uno della decina di generi, cinque dei quali accettati, che lo commemorano, da solo o con altri, a testimoniare l'importanza di questo gigante della sistematica e della fitogeografia. Lo avevamo già incontrato come co-dedicatario di Friesodielsia, insieme a Robert Niels Fries. Inevitabilmente, prima o poi, sarà il protagonista di un post tutto per sè. A inizio Ottocento, la crescente richiesta di esemplari naturalistici da parte di istituzioni e privati apre nuovi spazi ai raccoglitori indipendenti, diversi dalla tradizionale dipendenza da un patrono. Così, quando non sopporta più lo sponsor iniziale, il tedesco Ferdinand Deppe decide di mettersi in proprio. Convince poi a unirsi a lui un amico, il botanico Christian Julius Wilhelm Schiede. All'inizio con un certo successo, ma poi l'avventura finirà piuttosto male per Deppe, malissimo per Schiede. I due amici sono ricordati dai generi Deppea, Schiedea, Schiedeella. A caccia di animali e piante in Messico Nel 1821, il Messico divenne ufficialmente indipendente. Ciò apriva nuove possibilità per la ricerca naturalistica. Fino ad allora, la corona spagnola era stata gelosissima delle sue colonie americane e solo a pochissimi naturalisti, tra cui spicca il nome di Humboldt, era stato concesso di varcare la frontiera messicana. Quasi immediatamente, il conte Albert von Sack, ciambellano del re di Prussia e Secondo maestro della caccia reale, inziò a progettare una spedizione che, iniziata in Messico, proseguisse in Guatemala e poi ancora in Sudamerica. Era un personaggio piuttosto eccentrico, con precedenti esperienze di viaggio in contrade lontane: tra il 1805 e il 1807, poi di nuovo tra il 1810 e il 1812 era stato in Suriname raccogliendo "ogni genere di rarità naturali" per la recentemente fondata università di Berlino; tra il 1818 e il 1820 aveva viaggiato in Grecia, Cipro, Egitto, raccogliendo oggetti naturali e archeologici per varie istituzioni berlinesi. Egli avrebbe finanziato la spedizione a beneficio del Museo di storia naturale di Berlino; oltre a lui, vi avrebbero preso parte un suo servitore, uno zoologo del museo e il giardiniere Ferdinand Deppe (1795-1861), da lui scelto e imposto. Nato a Berlino in una famiglia di origini francesi, quest'ultimo si era formato presso i giardini di Graz, Vienna, Kassel e Monaco e al momento lavorava come giardiniere a Charlottenburg. Attivo e serio, si preparò con cura, leggendo ogni opera disponibile sulla flora, la fauna e la geografia del Sudamerica e imparando a preparare le pelli degli animali. La preparazione della spedizione tuttavia si trascinò per le lunghe e fu pronta a partire solo nell'ottobre 1824, previa una lunga tappa a Londra per visitare le collezioni del British Museum e l'esibizione messicana di William Bullock, un avventuriero inglese che aveva fatto qualche fortuna nel settore minerario. Lasciata Londra all'inizio di ottobre, via Barbabados e Giamaica il gruppo raggiunse Alvarado nello stato di Veracruz a metà di dicembre, ma durante il viaggio il servitore del conte morì di febbre gialla. Dopo un'escursione alla laguna di Tlaticalpán, proseguirono poi per Città del Messico via Xalapa. Ad aprile un'escursione portò Deppe a Temascaltepec, dove egli conobbe William Bullock jr., figlio del citato Mr. Bullock, che era tornato in Messico con la famiglia sperando. Fu forse questo incontro o la crescente insofferenza per i modi del conte che spinsero Deppe a lasciare la spedizione e a proseguire da solo a proprie spese. A giugno e a luglio visitò diverse località dello Stato del Messico, ad agosto raggiunse Bullock a Tehuantepec, quindi i due intrapresero una lunga spedizione che a settembre li portò a Oaxaca via Puebla, quindi nuovamente a Tehuantepec e alla costa del Pacifico. Tornati a Oaxaca, i due amici si separarono; per raggiungere Bullock la famiglia a Città del Messico, Deppe Alvarado dove averebbe spedito le ingenti raccolte. Per venderle contava sul fratello minore Wilhelm, contabile del Museo di storia naturale, e su Hinrich Lichtenstein, direttore del Museo zoologico di Berlino, che infatti acquistò e pubblicò le raccolte zoologiche. L'anno successivo fu dedicato a ampie escursioni negli stati di Veracruz, Messico e Oaxaca, intervallati da visite alla famiglia Bullock. William Bullock senior aveva fondato una compagnia mineraria e tornando a Londra nel settembre 1826 prese con sè le pelli di molti uccelli preparate da Deppe; furono in parte vendute all'ornitologo William Swainson che ne descrisse diverse. Anche per Deppe era ora di tornare in Europa dopo tre anni di assenza; imbarcatosi a Veracruz nel gennaio 1827, raggiunse Amburgo ad aprile. Le raccolte zoologiche del triennio messicano erano imponenti: 958 pelli di uccelli di 315 specie, molte delle quali ancora ignote alla scienza, migliaia di insetti, e ancora mammiferi, rettili, anfibi, pesci. Gli animali erano il prodotto più richiesto dai clienti, ma Deppe non trascurò le piante; di particolare interesse alcuni cactus raccolti verso la fine della spedizione. A Berlino riuscì a vendere con successo le sue raccolte, ma andò delusa la speranza di un posto una delle istituzioni scientifiche della capitale. Decise così di tornare in Messico come raccoglitore freelance, contando che la vendita di esemplari zoologici e botanici gli avrebbe permesso di vivere. Lo accompagnava il medico e botanico Christian Julius Wilhelm Schiede (1798 – 1836). Quest'ultimo era nativo di Kassel, dove era tornato ad esercitare la professione dopo aver studiato a Berlino ed essersi laureato a Gottinga. E forse proprio a Kassel i due si erano conosciuti, quando vi lavorava anche Deppe. A differenza del "pratico" Deppe, aveva all'attivo almeno due pubblicazione: la tesi di laurea dedicata agli ibridi spontanei e un articolo sullo stesso argomento pubblcato nel 1824 su "Flora". Nel luglio del 1828 i due amici si stabilirono a Xalapa, che divenne la loro base per un'ampia esplorazione dello stato di Veracruz. Tra l'altro scalarono il Pico de Orizaba, raggiungendo quasi la cima. Le loro raccolte, anche botaniche, erano sensazionali, ma i risultati finanziari meno. Il loro principale cliente Hinrich Lichtenstein non poteva più permettersi di acquistare gli esemplari a prezzi ragionevoli e, anche se molto fu venduto ai musei di Vienna e Berlino, non bastava per vivere. Sperando di raggiungere una clientela più vasta, il fratello di Deppe Wilhelm fece stampare un catalogo e un prezzario delle raccolte zoologiche, ma non fu sufficiente. Nel 1830 Deppe e Schiede furono costretti ad abbandonare l'attività di raccoglitori; Schiede lavorò come medico a Città del Messico, dove morì di tifo nel 1836; Deppe trovò lavoro come agente di una compagnia commerciale e si trasferì prima ad Acapulco poi a Monterray in California, che all'epoca faceva ancora parte del Messico. Qui fece ancora qualche raccolta, visitò le missioni dell'interno e almeno una la dipinse in quadro ad olio, collezionò oggetti etnografici. Nel 1836, rovinato finanziariamente da una truffa, decise di tornare in patria. Durante il lungo viaggio di ritorno, toccò le Hawaii, le Filippine, Canton e la Malesia, facendo raccolte di oggetti naturalistici e etnografici. Di ritorno a Berlino nel 1838, si scontrò nuovamente con l'indifferenza degli ambienti scientifici. Non gli restò che tornare agli inizi: nel 1840 acquistò una proprietà sul lago Lietzen, non troppo lontano dal parco di Charlottenburg dove aveva iniziato la sua carriera come giardiniere del re di Prussia, e vi fondò un apprezzato vivaio, famoso per le sue dalie e le sue rose; si sposò ed ebbe dei figli. Vi lavorò fino alla morte nel 1861. Una delle piante più rare del mondo Anche se Deppe si segnalò soprattutto per le raccolte di animali, e in particolare di uccelli, anche le sue raccolte botaniche, soprattutto quando si associò con Schiede, sono di notevole importanza per la conoscenza della flora messicana. A partire dal 1830, le loro raccolte botaniche furono oggetto di numerose pubblicazioni su "Linnea" da parte di Schlechtendal e Chamisso; si tratta di diverse centinaia di specie. Sempre a Schlechtendal e Chamisso si deve la dedica del genere Deppea "in onore dello scopritore, lo stimato Deppe, instancabile nell'esplorazione della fauna e della flora". Sono numerosi anche gli eponimi che gli rendono omaggio, a cominciare dalla più nota delle sue scoperte Oxalis deppei (oggi Oxalis tetraphylla var. tetraphylla). Per limitarci alle denominazioni ancora accettate, aggiungiamo la bellissima orchidee Lycaste deppei, Struthanthus deppeanus, Eryngium deppeanum, Monochaetum deppeanum, Juniperus deppeana, Sinclairia deppeana, Tillandsia deppeana, Euphorbia deppeana, Moussonia deppeana, Aegiphila deppeana, Peperomia deppeana, Arundinella deppeana. Deppea (famiglia Rubiaceae) comprende da 25 a 39 specie di arbusti o piccoli alberi, con distribuzione disgiunta: Messico e America centrale da una parte, con la grande maggioranza delle specie, Brasile e Argentina settentrionale dall'altra con un'unica specie; l'ambiente tipico sono le foreste nebulose di montagna al confine tra Messico e Guatemala. La tassonomia del genere non è ancora del tutto chiara. Alcuni autori lo intendono in senso più largo, includendovi generi più piccoli come Bellizinca, Csapodya ed Edithea, altri in senso più ristretto. Si tratta spesso di endemismi puntiformi con in areale estremamente ridotto, il che ne mette a rischio la sopravvivenza. È il caso della specie più nota, Deppea splendens, chiamata in inglese Golden fuchsia, per suoi fiori penduli a campana, anche se non ha alcuna parentela con le fucsie. La sua diffusione era limitata a una gola del versante merdionale del Cerro Mozotal nel Chapas. dove cresceva nella foresta nubilosa mista di pini e querce. Qui fu raccolta nel 1972 per la prima volta sotto forma di esemplari d'erbario da Dennis Breedlove che stava preparando un lavoro sulla flora del Chapas. Negli anni successivi furono raccolti altri campioni, ma solo nel 1981 Breedlove e Bruce Bartholomew raccolsero dei semi che furono affidati all'orto botanico dell'universtà della California e agli Huntington Botanical Gardens. I semenzali prosperarono e furono distribuiti ad altre istituzioni e vivai; anche se molti perirono per il freddo nel dicembre 1990, almeno alcuni sopravvissero. Fortunamente! Infatti nel frattempo il loro habitat originario era stato disboscato e trasformato in terreno agricolo, causandone l'estinzione in natura. E' una pianta bellissima, considerata una delle più rare al mondo. Piante rare (o che fingono di esserlo) Numerose sono anche le piante dedicate a Schiede, dei due il vero botanico, sebbene raccogliessero insieme e Deppe fosse l'inizatore e l'anima della ditta. Lo ricordano nell'eponimo circa una sessantina di specie, numerose delle quali sono orchidee che Schiede e Deppe contribuirono a far conoscere in Europa agli albori dell'interesse per le orchidee tropicali, e due generi: Schiedea e Schiedeella. Il primo è in un certo senso una dedica di augurio e speranza: Schlechtendal e Chamisso glielo dedicarono nel 1826, dunque prima della partenza per il Messico, come auspicio di raccogliere nei suoi futuri viaggi una messe fecondissima delle piante più rare. Per l'occasione Chamisso scelse una delle piante raccolte da lui stesso alle Hawaii durante il suo giro intorno al mondo, Schiedea ligustrina. Sono infatti endemiche di quell'arcipelago le 35 specie di questo genere della famiglia Dianthaceae. Erbacee o arbustive, sono spesso endemiche di una sola isola, e non di rado presenti in popolazioni limitatissime; non poche rischiano di fare la stessa fine di Deppea splendens ed essendo più modeste e meno vistose, non possono neppure sperare che la loro bellezza venga a salvarle. A minacciarle sono la restrizione dell'ambiente naturale e il cambiamento climatico. Schiedeella (famiglia Orchidaceae) fu dedicata a Schiede molti anni dopo la sua morte da Schlechter, a partire da otto orchidee diffuse nelle steppe aride d'altura in Messico e Guatemala, alcune delle quali furono segnalate proprio da Schiede. Oggi al genere sono assegnate una ventina di specie, diffuse dall'Arizona e dal Texas al centro America passando per i Caraibi. Sono piccole orchidee terrestri erbacee, modeste nelle dimensioni come nella foritura. L'unica specie statunitense Schiedeella arizonica, classificata come vunerabile, è stata considerata rara finché i ricercatori si sono resi conto che in realtà è relativamente abbondante, ma è difficile da osservare perché si confonde nella vegetazione e ogni anno ne fiorisce solo dal 10% al 15%. E la fioritura stessa è tutt'altro che vistosa. Schiller ne fece il protagonista di una novella romantica, Carl Peter Thunberg lo ebbe a compagno delle sue escursioni naturalistiche a Giava, la Società delle Scienze e delle arti di Batavia lo ebbe come primo segretario. E' Friedrich von Wurmb, nobiluomo tedesco e funzionario della VOC a Batavia, promettente naturalista morto troppo presto lasciando una manciata di articoli, uno dei quali dedicato alle palme, con la prima pubblicazione di un nuovo genere e due nuove specie. A ricordarlo provvide Thunberg con l'interessante genere Wurmbea. Eroe romantico o naturalista? Nel 1782 nella rivista Wurtembergisches Repertorium der Literatur comparve un racconto anonimo intitolato Eine großmütige Handlung, aus der neuesten Geschichte (Un gesto magnanimo, da una storia recente). La trama racconta di due fratelli che amano la stessa donna. Quando se ne rendono conto, grande è la costernazione loro e della fanciulla, che rifiuta di scegliere l'uno piuttosto che l'altro. I fratelli fanno allora un patto: il maggiore andrà all'estero e se riuscirà a resistere lontano dall'amata, il minore sarà libero di sposarla. Egli va ad Amsterdam, ma presto si ammala ed è costretto a tornare. Ora è l'altro fratello a partire: va addirittura a Batavia in Indonesia, e da lì scrive che si sente abbastanza forte per superare la separazione e rinunciare al suo amore. Il fratello maggiore e la ragazza si sposano, ma appena un anno dopo lei muore e sul letto di morte rivela che il suo preferito era il fratello minore. Il marito si risposa mentre l'amato promette che rimarrà per sempre celibe. L'autore del racconto era lo scrittore Friedrich Schiller che si era ispirato a una storia vera, quella dei fratelli Ludwig e Friedrich von Wurmb, che gli era stata riferita dall'unica sorella dei due, sua suocera Louise von Lengefeld nata von Wurmb. Anche se la fonte era diretta e il racconto rispettava a grandi linee lo svolgimento dei fatti (i fratelli von Wurmb si erano davvero innamorati della stessa donna, Christiane von Werthern, Friedrich era davvero immigrato a Batavia, Ludwig aveva davvero sposato Christiane, ne era rimasto presto vedovo e si era risposato) ma Schiller si era permesso qualche licenza poetica. A spingere Christoph Carl Friedrich von Wurmb (1742-1781, questo il suo nome completo), a lasciare la Germania ed ad arruolarsi della VOC (la Compagnia olandese delle Indie orientali) forse più che l'amore impossibile, furono gli scarsi mezzi della famiglia, nobile ma impoverita. Non era inconsueto che giovani tedeschi cercassero fortuna nelle file della VOC come militari o come funzionari civili, tanto che, dopo gli olandesi, costituivano il gruppo nazionale più numeroso sia in Sudafrica sia in Indonesia. Dopo il suo arrivo a Batavia, Friedrich mantenne una regolare corrispondenza con Ludwig, a cui spedì anche qualche materiale naturalistico, ricevendone in cambio libri e riviste. In una di queste lettere, che furono pubblicate dal fratello dopo la sua morte, espresse il desiderio di tornare in patria e di sposarsi. Friedrich von Wurmb arrivò a Batavia via Amsterdam nel giugno 1775; all'epoca aveva 33 anni. Inizialmente era sotto mercante, il rango più basso nella gerarchia dei funzionari civili della VOC; poi fece una modestissima carriera: per due anni (1776-1778) fu contabile presso l'ospedale, quindi dal 1779 fino alla morte secondo amministratore del Waterpoort. Era dunque uno dei funzionari più umili tra coloro che prestavano servizio a Batavia e come tale figura all'ultimo posto nella lista dei membri della Società delle scienze e delle arti di Batavia, di cui nell'aprile del 1778 fu uno dei soci fondatori. Le sue competenze come naturalista (botanico ma anche zoologo) dovettero emergere in occasione del secondo soggiorno di Thunberg a Giava (dicembre 1776-giugno 1777); il tedesco gli fu compagno in una serie di escursioni nelle zone montuose dell'interno, muovendo da Batavia e Buitenzorg. Fu forse tramite lo svedese che von Wurmb entrò in contatto con il presidente della futura società Jacobus Cornelis Mattheus Radermacher, che lo volle nel comitato direttivo ristretto; inoltre lo raccomandò come membro corrispondente della Società delle scienze e delle arti di Haarlem e lo scelse come secondo segretario, accanto al reverendo Joshua van Iperen; alla morte di questi nel 1780 von Wurmb gli subentrò come primo segretario. In questo ruolo svolgeva compiti amministrativi; seguiva la preparazione e la stampa del bollettino della Società; teneva in ordine e classificava le collezioni; inoltre, quando l'assessore Sirardus Bartlo donò una parte del suo giardino, venne incaricato di allestirvi un piccolo orto botanico. Nei primi tre numeri dei rendiconti della società Verhandelingen van het Bataviaasch Genootschap van Kunsten en Wetenschappen furono pubblicati sette suoi articoli; grazie al fratello Ludwig dopo la sua morte furono ripubblicati in tedesco sulla rivista di Gotha Magazin für das Neueste aus der Physik und Naturgeschichte dove comparvero anche due articoli postumi. Tralasciando un articolo su un minuscolo nano di Bali, domina la zoologia con brevi testi su un esemplare di orango del Borneo ucciso di recente, sul kahau o scimmia dal lungo naso (Nasalis larvatus) che von Wurmb fu probabilmente il primo a descrivere, sul cervo nano di Giava, su alcune specie di uccelli, sui nidi di rondine e altri nidi commestibili. Wurmb scrisse invece un solo articolo di botanica, De orde der palmboomen (L'ordine delle palme), comparso nel 1779 nel primo numero dei rendiconti. Egli vi tratta 17 generi e una ventina di specie di palme; i riferimenti più diretti sono Systema naturae e Species plantarum di Linneo, nonché la trattazione di Houttuyn nel primo volume della seconda parte di Natuurlyke Historie, ma ampi sono i riferimenti a Rumphius, Hortus malabaricus e altre pubblicazioni di autori olandesi. Il merito maggiore è aver introdotto il genere Licuala e due nuove specie Nypa fruticans e Saguerus pinnatus, oggi Arenga pinnata. Come succedeva a una percentuale impressionante di funzionari della VOC, il clima e le pessime condizioni igieniche di Batavia ebbero presto la meglio su Friedrich von Wurmb che morì nel marzo 1781, meno di cinque anni dopo essere arrivato a Giava. Non aveva ancora compiuto 39 anni. La sua morte fu un colpo durissimo per Radermacher, che contava su di lui per studiare sistematicamente la natura di Giava. Si rivolse così a Thunberg chiedendogli di inviare a Batavia uno dei suoi allievi come degno successore. Ciò non avvenne mai e lo stesso Radermacher sarebbe morto tragicamente appena due anni dopo, determinando quasi una paralisi della Società scientifica di Batavia che tanto si era battuto per creare. Bellezze non sempre profumate Qualche mese prima di venire informato della morte di Friedrich von Wurmb Thunberg aveva già provveduto a celebrarlo con la dedica di uno dei nuovi generi da lui scoperti in Sudafrica, Wurmbea, con parole di grande elogio: "Gli ho dato il nome in onore del sig. barone Friedrich von Wurmb, ora mercante della Compagnia delle Indie orientali e segretario della celebre Società delle scienze di Batavia, espertissimo conoscitore della storia naturale e di altre scienze e generoso patrono dei loro cultori". Il genere Wurmbea (famiglia Colchicaceae) con una cinquantina di specie, è caratterizzato da un areale nettamente disgiunto: circa metà delle specie sono distribuite nell'Africa subsahariana, con centro di diversità in Sudafrica, l'altra metà tra Australia e Nuova Zelanda. Sono erbacee perenni geofite dotate di cormi tunicati simili a bulbi, con foglie lineari e fiori a stella riuniti in infiorescenze a spiga. In Sudafrica sono presenti sia nell'area con piogge invernali, sia in quella con piogge estive. La specie probabilmente più diffusa è W. stricta (in precedenza Onixotis stricta), che vive in paludi e stagni stagionalmente allagati del Capo occidentale e del Namaqualand, dove forma comunità molto numerose che fioriscono in massa tra il tardo inverno e la primavera per due o settimane. Poi la pianta perde le foglie e durante la stagione estiva arida va in riposo, per risvegliarsi alle prime piogge autunnali. I fiori, da bianchi a rosati, con due ghiandole nettarifere alla base, sono impollinati da api e piacevolmente profumati, al contrario di quelli di altri rappresentanti del genere che sono impollinati da mosche ed emanano un odore sgradevole. È il caso di W. marginata, una specie dei flats calcarei e limosi del Capo occidentale, che produce impressionanti spighe di fiori viola scuro quasi nero che contrastano con le antere gialle. Poco piacevole anche l'odore di sterco (ma è stato paragonato anche a mischio) dei fiori di W. elatior, che cresce lungo i margini dei corsi d'acqua e nelle paludi di Capo orientale, KwaZulu Nathal e Lesotho intorno ai 1200 metri, dunque nell'area a piogge estive; fiorisce a fine estate va in riposo in inverno. I fiori, bellissimi, hanno tepali bianchi macchiati al centro di rosso o di viola. Per venire alle specie australiane, vorrei segnalare almeno W. dioica, comune in gran parte del paese; che come dice il nome porta fiori maschili e femminili (e occasionalmente bisessuali) su individui diversi. Ha dimensioni molti più contenute delle cugine africane e fiori bianchi con una macchia viola alla base del nettario. Qualche approfondimento nella scheda. Per un periodo brevissimo, dal 1630 al 1654, gli olandesi controllarono la costa nord orientale dell'attuale Brasile, ponendo la loro capitale dove oggi si trova Recife. Ad attirarli era la ricchezza promessa dalle piantagioni di canna da zucchero, ma grazie al governatore Johan Maurits di Nassau Siegen, che aveva portato con sé un'équipe di artisti e scienziati, diedero vita a un'avvincente avventura scientifica, con la creazione del primo osservatorio astronomico, del primo orto botanico e del primo zoo del Sudamerica e la prima esplorazione organizzata della fauna e della flora brasiliane. Protagonista ne fu il poliedrico naturalista tedesco Georg Marcgraf, autore insieme al rivale Willem Piso di Historia naturalis Brasiliae, una pietra miliare dell'etnografia, della botanica e della zoologia, rimasta un testo di riferimento per circa duecento anni. Lo ricordano il genere Marcgravia e, indirettamente, Marcgraviastrum. Un po' di storia: il Brasile olandese Fu lo zucchero ad accendere l'interesse olandese per il Brasile. Fin dal Quattrocento, quando i portoghesi avevano introdotto la coltivazione della canna da zucchero a Madera e nelle Azzorre, i fiamminghi aveva giocato un ruolo importante come finanziatori e mediatori con il mercato europeo, che era continuato e si era intensificato quando, a partire dal 1530, la coltivazione era stata estesa al Brasile. Anversa si era sostituita a Venezia come maggiore centro mondiale di raffinazione dello zucchero, primato che avrebbe mantenuto fino all'assedio del 1579. In seguito a quell'evento traumatico, persone e capitali si trasferirono a nord, nella Repubblica delle Province unite, e Amsterdam ereditò da Anversa il ruolo di capitale della raffinazione della zucchero. A fare da sfondo, la "guerra degli Ottant'anni", come nei Paesi Bassi è chiamata la rivolta contro la Spagna. Per piegare la resistenza delle province ribelli, nel 1579 Filippo II chiuse i porti della Spagna e delle sue colonie ai mercanti dei Paesi Bassi; l'anno successivo il Portogallo passò sotto la corona spagnola e i porti brasiliani furono automaticamente preclusi alle navi olandesi. Una parziale mitigazione si ebbe nel 1594, quando il commercio con il Brasile fu concesso una volta all'anno a una singola flotta olandese di non più di venti navi. La "Tregua dei dodici anni", firmata da Spagna e Repubblica delle Province unite nel 1609, permise nuovamente il libero accesso delle navi olandesi ai porti del Brasile; in cambio, gli olandesi si impegnarono a non commerciare con le altre colonie spagnole e a sospendere la creazione di una Compagnia delle Indie occidentali, analoga alla Compagnia delle Indie Orientali. Allo scadere della tregua, i traffici olandesi si erano enormemente accresciuti; ora le navi olandesi controllavano oltre metà degli scambi tra Brasile ed Europa, e le raffinerie di zucchero dei Paesi Bassi erano passate da tre a 29. Nell'estate del 1621, appena spirata la tregua, fu creata la Compagnia olandese delle Indie occidentali (WIC), che ottenne dagli Stati generali il monopolio dei traffici nell'Atlantico. Nel 1623 la WIC varò il Groot Dessein (grande disegno), che prevedeva di impadronirsi da una parte della capitale del Brasile portoghese, San Salvador de Bahia, e dall'altra del principale forte portoghese in Angola, Luanda. In tal modo, la WIC avrebbe controllato sia le piantagioni brasiliane, sia il traffico degli schiavi neri, e tagliato fortemente le risorse economiche della monarchia spagnola. Nel maggio 1624 una spedizione olandese riuscì effettivamente ad impadronirsi di Salvador, ma poco meno di un anno dopo una flotta di soccorso riconquistò la città. Anche l'attacco a Luanda fallì. Tuttavia, nel 1628 il vice ammiraglio della WIC Piet Hein riuscì a catturare nella baia di Matanzas la flotta spagnola del tesoro, portando l'intero carico con sé in Olanda. Ciò diede alla WIC i capitali per un secondo tentativo in Brasile. Tra l'estate del 1629 e il febbraio 1630, gli olandesi riuscirono a conquistare Olinda e Recife (la capitale del Pernambuco); entro il 1634 controllavano la costa del nordest brasiliano dal Rio Grande do Norte al Cabo de Santo Agostinho. Era così nato il Brasile olandese, anche conosciuto come Nuova Olanda (Nieuw Holland). Il dominio olandese ebbe vita breve - poco più di vent'anni, fino al 1654 - ma fu ricco di conseguenze anche per la storia della scienza. Inizialmente la nuova colonia fu amministrata da commissari della WIC, finché nel 1634 venne nominato governatore il conte Johan Maurits di Nassau-Siegen (1604-1679); nipote di un fratello di Guglielmo il Taciturno, era cugino dello statolder Federico Enrico di Nassau-Orange e fin da giovanissimo aveva militato nell'esercito della Repubblica delle Province unite, dimostrando notevoli qualità militari. Le confermò nel nuovo incarico, sconfiggendo più volte le forze ispano-portoghesi; nel 1637 inviò in Africa una spedizione che riuscì a impadronirsi dell'importante base commerciale di Elmina (gli olandesi l'avrebbero controllata fino al 1872); fallirono invece due tentativi di prendere Salvador. Oltre che un eccellente uomo d'armi, Johan Maurits era un umanista appassionato di scienze ed arti, un politico lungimirante e un ottimo amministratore; fece costruire infrastrutture come strade e ponti, incoraggiò l'immigrazione di coloni olandesi ma allo stesso tempo cercò la collaborazione dei proprietari portoghesi creando consigli municipali cui portoghesi e olandesi partecipavano fianco a fianco. Nel 1638, sull'isola di Antônio Vaz, posta di fronte a Recife, fondò la città di Mauritsstad, che divenne la capitale del Brasile olandese, affidandone la progettazione all'architetto Pieter Post. La residenza del governatore era la sontuosa Vrijburgh (Huis Vrijburgh), nota anche come palazzo delle torri per le due alte torri che ne ornavano la facciata; una era usata come faro, mentre l'altra ospitava un osservatorio astronomico, il primo dell'emisfero sud. Le sale erano ornate di dipinti, tappezzerie, arredi raffinati e collezioni di oggetti artistici e naturali. Il palazzo era circondato da giardini con parterre formali, un'ampia peschiera, un'arboreto dove furono trapiantate 200 piante di palma da cocco e altri alberi da frutto - tanto portati dall'Europa come melograni, limoni, aranci, quanto tropicali. Per la flora e la fauna brasiliane c'era un orto botanico e uno zoo, anch'essi i primi del genere nelle Americhe. Molti degli animali che ne popolavano le gabbie e le voliere era doni di locali che desideravano in tal modo ingraziarsi il governatore, ma erano anche il frutto delle vere e proprie spedizioni scientifiche da lui promosse. Un'opera a quattro mani - anzi sei Egli infatti aveva portato con sè una piccola équipe di pittori e scienziati che mise al lavoro per esplorare e documentare le ricchezze naturali della nuova colonia. Tra i primi, troviamo Frans Post, che si specializzò in paesaggi e scene esotiche e Albert Eckhout, che dipinse scene del Nuovo mondo, ritratti di indigeni e nature morte e presumibilmente gran parte degli oli di animali e piante poi donati al Grande elettore di Brandeburgo e inclusi in Theatrum rerum naturae Brasiliae; tra i secondi il suo medico personale e chirurgo dell'esercito Willem Piso (1611-1668), il geografo e astronomo Georg Marcgraf (1610-1644) e lo studente di medicina e matematica Heinrich Cralitz che sfortunatamente morì di febbri tropicali entro un anno dal suo arrivo. Piso e Marcgraf parteciparono a diverse spedizioni nell'interno, che avevano allo stesso tempo scopi militari, economici e scientifici. Come medico, Piso era soprattutto interessato alle malattie tropicali e alle piante medicinali, la cui conoscenza era essenziale per mantenere in salute il personale della compagnia e i coloni, mentre il compito principale di Marcgraf, come astronomo e cartografo, era disegnare una mappa della colonia il più completa possibile. Oltre ad essere un eccellente disegnatore, era tuttavia uno scienziato a tutto campo, i cui interessi spaziavano dall'astronomia alla meteorologia, dalla zoologia e alla botanica e all'etnografia. Anche se scindere l'opera dei due che, come vedremo, furono coautori di Historia naturalis Brasiliae, è problematico, in questo primo post vorrei concentrarmi su Marcgraf, per poi ritornare su Piso in un secondo post. Georg Marcgraf (ma il cognome viene scritto anche Markgraff, Marggraf, in olandese Marggrafe, in inglese e francese Marcgrave e in latino Marcgravius) era tedesco, essendo nato a Liebstadt nei pressi di Meissen; iniziò gli studi all'università di Wittenberg, ma in seguito alla Guerra dei Trent'anni dovette spostarsi in vari atenei, tra cui Strasburgo e Basilea. Tornato a Wittenberg, nel 1634 ottenne il grado di "candidato in medicina" con una disputa alchemico-medica; si spostò prima a Rostock, dove seguì le lezioni di botanica di Simon Paulli, poi a Stettino, dove collaborò alla compilazione delle tavole astronomiche di Lorenz Eichstaedt. Nel 1636 decise di iscriversi alla facoltà di medicina di Leida, dove avrebbe avuto la possibilità di dedicarsi contemporaneamente alla botanica e all'astronomia (tra il 1633 e il 1634 vi era stato infatti allestito un osservatorio astronomico all'avanguardia). Allievo di Golius per l'astronomia e di Vortius per botanica, vi trascorreva le sere in osservazioni, mentre le giornate erano dedicate principalmente all'orto botanico e alle raccolte sul campo. Nel novembre 1637, dietro raccomandazione di Jan de Laet, uno dei dirigenti della WIC, fu assunto come assistente di Piso, probabilmente in seguito alla morte di Cralitz, e raggiunse Recife all'inizio del 1638. Forse fu lui a convincere Johann Maurits a trasformare in osservatorio una delle torri del Vrijburgh; qui Marcgraf, con il progetto di mappare il cielo australe, fece osservazioni astronomiche e meteorologiche fino al giugno 1643, quando il governatore, che ora lo aveva assunto al proprio servizio, gli affidò il compito di mappare il Brasile olandese. Marcgraf aveva già disegnato una mappa della città e delle sue fortificazioni, e ora mappò la regione dal Rio Saô Francisco al Cearà e al Maranhão. Durante le sue esplorazioni, raccolse esemplari di piante e animali per l'orto botanico e lo zoo del Vrijburgh, creò un erbario e scrisse osservazioni naturalistiche integrate con schizzi ed acquarelli. La precisione e l'accuratezza delle sue descrizioni botaniche e zoologiche saranno lodate da Cuvier, come l'estremo discernimento da lui mostrato nell'assegnare le specie da lui scoperte (in gran parte ignote alla scienza) al genere corretto. All'epoca, i naturalisti non usavano ancora il microscopio, e non si può attendere il successivo livello di accuratezza per particolari minuti come "gli stami e i pistilli dei fiori [...] ma tutto ciò che ha a che fare con le dimensioni, la forma, il colore e, ancor più particolarmente, agli usi domestici e medicinali, è annotato con grande accuratezza e cura". Marcgraf era dunque un eccellente osservatore, inoltre, come ricorda ancora Cuvier, gli era familiare la letteratura zoologica precedente, come dimostrano i riferimenti alle opere di Belon, Aldrovandi, Salviani, Rondolet e Gessner. Nel 1644 il conte lo inviò a Luanda, che nel 1641 era stata conquistata dagli olandesi. Poco dopo l'arrivo in Africa, il naturalista morì di qualche malattia tropicale. Prima di partire, aveva però affidato due ceste con i materiali raccolti in Brasile a Johann Maurits che nel 1644, quando fu richiamato, portò con sé in Olanda. La situazione politica era infatti profondamente mutata. Nel 1640 il Portogallo aveva recuperato l'indipendenza, mettendo fine alle minacce di intervento spagnolo contro il Brasile olandese. Con la cessazione delle ostilità, ai vertici della WIC le spese militari apparivano eccessive, e le iniziative del conte fin troppo indipendenti; pesò anche il fallimento del tentativo di impadronirsi di Valdivia in Cile (1643). Che la scelta di allontanare Nassau-Siegen, di abbandonare la sua politica di conciliazione e di sguarnire le difese fosse frettolosa lo dimostra il fatto che appena un anno dopo la sua partenza scoppiò una rivolta generale dei piantatori portoghesi, innescando il conflitto con il Portogallo che nell'arco di pochi anni avrebbe portato alla perdita della colonia. Il conte di Nassau-Siegen si stabilì all'Aja dove, mentre ancora si trovava in Brasile, aveva fatto costruire una splendida dimora nota come Mauritshuis, oggi uno dei più importanti musei dei Paesi Bassi; all'epoca, però, dato che a finanziarne la costruzione erano stati i proventi del commercio dello zucchero, era chiamata con disprezzo anche "Casa dello zucchero". Johann Maurits vi espose gli oggetti etnografici, gli animali impagliati, i dipinti che aveva fatto eseguire in Brasile. Ma utilizzò anche le sue preziose collezioni come doni diplomatici per garantirsi un futuro politico in Europa. Così, una serie di pezzi scelti finirono nelle "camere delle meraviglie" del re di Danimarca (che ricevette, oltre a oggetti etnografici, 26 splendidi quadri di Eckhout, e si sdebitò decorando Nassau-Siegen con l'Ordine dell'elefante), del re Sole e del Grande elettore, un amico di lunga data che ricompensò il munifico dono di quello che sarebbe diventato il Theatrum rerum naturae Brasiliae (ne ho parlato qui) con il governatorato di Mark e Cleves e probabilmente intercedette presso l'imperatore per fargli ottenere il titolo di principe dell'impero (concesso nel 1653). Johann Maurits non dimenticava però la scienza; donò molti esemplari tassidermici al teatro anatomico dell'Università di Leida e promosse la pubblicazione degli scritti brasiliani di Piso e Marcgraf. Mentre il primo, che era tornato in Olanda insieme al principe, poteva occuparsi di persona dell'edizione della propria opera, non così il secondo che, come abbiamo visto, era morto in Angola. Il suo lascito era complesso e non immediatamente fruibile. I documenti cartografici furono affidati a Joan Bleau, dal 1638 cartografo ufficiale della VOC, che ne trasse quattro splendide mappe pubblicate per la prima volta nel 1647 in Rerum in Brasilia et alibi gestarum del poligrafo Caspar Barlaeus, un libro sul Brasile olandese e sull'amministrazione del conte di Nassau Siegen commissionatogli dallo stesso. Le osservazioni astronomiche furono consegnate al matematico, astronomo e orientalista dell'Università di Leida Jacobus Golius (come abbiamo visto, maestro di Marcgraf) che tuttavia morì senza pubblicarle. Rimanevano i testi e i disegni di zoologia, botanica e meteorologia; era un materiale ricchissimo, ma disorganizzato, un insieme caotico di note, e soprattutto era scritto in codice. Si ritiene che Marcgraf avesse fatto ricorso a un codice segreto per evitare plagi da parte di Piso, con il quale non correva buon sangue. Ad assumersi il compito di decodificare e preparare per la stampa il manoscritto di Marcgraf fu Johannes de Laet (1581-1649) che, oltre ad essere uno dei soci fondatori della WIC, era anche un bibliofilo, un collezionista, un geografo, un cartografo e un esperto di cose americane, avendo pubblicato nel 1625 Nieuwe Wereldt ofte Beschrijvinghe van West-Indien (Storia del Nuovo mondo o descrizione delle Indie occidentali). De Laet, oltre a decifrare il manoscritto, riorganizzò il testo, lo integrò con le proprie note e un'appendice, curò la scelta e l'inserimento delle immagini, allestendo o facendo allestire quelle mancanti; insomma fu il vero e proprio editor di Historia naturalis Brasiliae, che nel 1648 fu pubblicata in edizione congiunta ad Amsterdam e Leida da Hackius e Elzevir. Si tratta di un robusto in folio, alto ben 40 cm, aperto da un sontuoso frontespizio: sullo sfondo di una foresta lussureggiante e ricca di animali, quasi a presidiarne l'accesso a mo' di guardiani, si stagliano un nativo e una nativa; ai loro piedi un vecchio, sdraiato su una conchiglia, offre un vaso da cui fuoriescono pesci e altri animali marini, presumibilmente un'allegoria del fiume Capibaribe. Seguono una dedica allo statolder Guglielmo II, scritta da Piso, e la prefazione Benevolo lectori, scritta da de Laet. Il testo vero e proprio è suddiviso in 14 libri. I primi quattro, intitolati De medicina brasiliensi, si devono a Piso; occupano circa un quarto del volume (132 fogli) e sono illustrati da 104 xilografie; la maggior parte si concentrano nel Libro IV e ritraggono 92 piante; le altre si trovano nel libro III: tre illustrano la preparazione della manioca e dello zucchero, 9 sono di animali velenosi. Dopo aver illustrato nel primo libro le condizioni generali ("l'aria, l'acqua, i luoghi"), nel secondo Piso passa in rassegna le malattie proprie del Brasile (tra di esse la framboesia - per la prima volta distinta dalla sifilide) o importate; il terzo libro, dedicato ai veleni e agli antidoti, presenta tra l'altro la prima descrizione e la prima raffigurazioni di serpenti come la boicininga (presumibilmente Crotalus durissimus) o l'ibiboboca (Macrurus ibiboboca). Propriamente botanico è il quarto libro, in cui Piso esamina 104 semplici e le loro proprietà; accanto alle piante medicinali, come l'ipecacuana Carapichea ipecacuanha, le cui proprietà emetiche sono illustrate per la prima volta, ci sono anche piante alimentari come l'anacardio Anacardium occidentale, il falso pepe Schinus terebinthifolia, la noce del paradiso Lecythis zabucajo. La seconda sezione del volume è costituita dagli otto libri di Marcgraf (Historiae rerum naturalium Brasiliae libri octo), occupa 303 pagine ed è illustrata da 429 xilografie; i primi tre libri trattano le piante, divise in erbe, piante da frutto e arbusti, alberi, per un totale di 301 piante descritte e 200 raffigurate; il quarto i pesci; il quinto gli uccelli; il sesto i quadrupedi e i serpenti; il settimo gli insetti (gli animali trattati sono i totale 367, di cui 222 illustrati); l'ottavo e ultimo libro, di argomento etnografico, è una descrizione delle diverse regioni geografiche e dei loro abitanti. La quasi totalità delle specie descritte erano nuove per la scienza. Grazie soprattutto alla profondità e all'accuratezza del lavoro di Marcgraf, Historia naturalis Brasiliae divenne una pietra miliare, insuperata fino alle opere sulla fauna e la flora brasiliane di Spix e von Martius. Molto del fascino dei capitoli sugli animali si deve alle bellissime xilografie, quasi certamente di mano dello stesso Marcgraf; un certo numero di disegni botanici fu invece presumibilmente disegnato in Olanda. Preparando il volume, de Laet si rese infatti conto che diverse piante non erano illustrate; le disegnò o le fece disegnare sulla base di campioni d'erbario raccolti dallo stesso Marcgraf o inviati da altre persone residenti in Brasile. Aggiunse poi un certo numero di note, tratte per lo più dai Quatro libros de la naturaleza del monaco Francisco Ximenez che egli stesso aveva già citato nella sua Nieuwe Wereldt ofte Beschrijvinghe van West-Indien, e un'appendice sui nativi del Cile, basata sulle relazioni della spedizione olandese a Valdivia. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1649, l'erbario di Marcgraf, che si trovava evidentemente a casa sua, fu acquistato dal danese Willum Worm, e inviato a suo padre Ole, professore di medicina dell'Università di Copenhagen e proprietario di una celebre wunderkammer (Museum Wormianum). Alla morte di Ole Wurm, le sue collezioni, incluso l'erbario di Marcgraf, furono vendute dalla famiglia al re Federico III e più tardi passarono al Museo botanico, dove esso è attualmente conservato. Consta di 173 fogli con 177 campioni; è di enorme importanza storica perché, oltre ad essere la fonte evidente di alcune delle tavole botaniche di Historia naturalis Brasiliae, è probabilmente il più antico erbario dell'America tropicale. Come farsi notare dai pipistrelli Primo studio scientifico sull'etnografia, la medicina, la flora e la fauna di una regione del Sudamerica, Historia naturalis Brasiliae ebbe un'ampia circolazione ed esercitò una profonda influenza. A suscitare ammirazione, senza nulla togliere ai libri di Piso, che ebbero comunque un ruolo pionieristico nel campo della medicina tropicale, furono soprattutto i libri di Marcgraf sulla flora e sulla fauna. Tra i loro estimatori, Linneo, che li utilizzò come testo di riferimento e ne trasse molte denominazioni, e Aublet, che se ne servì per le sue ricerche in Guiana. È di Linneo (che però, come spesso capita, si rifà al precedente di Plumier) la dedica all'astronomo e naturalista tedesco del genere Marcgravia, che è anche il genere tipo e più numeroso della famiglia Marcgraviaceae; esclusiva dell'America tropicale, quest'ultima comprende sette generi e circa 130 specie, per la maggior parte liane o rampicanti. Marcgravia comprende una sessantina di specie, distribuite dal Messico meridionale al Brasile attraverso le Antille e l'America centrale; sono liane e rampicanti terrestri delle foreste tropicali umide, caratterizzate da diverse interessanti particolarità. La prima è l'accentuata eterofillia: le Margravia si arrampicano mediante radici avventizie che si abbarbicano alla corteccia dell'albero ospite, presenti solo nella fase giovanile, durante la quale la pianta ha steli piatti o quadrangolari e piccole foglie sessili alternate distiche; nella fase adulta troviamo lunghi rami eretti, privi di radici avventizie, e foglie completamente sviluppate, molto più grandi, picciolate e disposte a spirale. Alcune specie, dopo aver perso il contatto con il suolo, possono diventare epifite, ma tendono comunque a sviluppare lunghi rami ascendenti, all'apice delle quali si sviluppano le infiorescenze, spesso a decine di metri dal suolo, emergendo dalla canopia della foresta. Un'altra particolarità riguarda appunto le infiorescenze. Come tutte le Margraviaceae, quelle del genere Marcgravia posseggono bratteole modificate in nettari; pendule, sono poste all'apice dei rami e sono rette da un lunghissimo stelo; i fiori, che irradiano da un unico punto, sono disposti in un singolo giro a umbella piatta; quelli centrali sono sterili e dotati di bratteole modificate in nettari - dalla forma simile a quella dei fiori di Nepenthes - che pendono al di sotto dei fiori periferici fertili. In tal modo, gli impollinatori, attirati dal nettare, mentre si cibano si imbrattano il dorso di polline; si tratta di colibrì, opossum e per diverse specie di piccoli chirotteri. Tra le specie impollinate da pipistrelli troviamo la stupefacente M. evenia, una rara liana delle foreste cubane; oltre alle bratteole modificate in nettari, poste al di sotto, al sopra dell'infiorescenza si trovano diverse brattee simili a una foglia concava; i ricercatori hanno dimostrato che riflettono e rimandano gli ultrasuoni emessi dai pipistrelli del genere Monophyllus, aiutandoli a dirigersi velocemente verso i fiori che così vengono impollinati con maggiore frequenza. Varie specie di Marcgravia (tra le altre, M. umbellata, M. sintenisii, M. rectiflora) sono ricercate dai collezionisti come piante da terrario o da serra calda. Vengono coltivate soprattutto per il fogliame, sia in cestini appesi, sia come rampicanti su supporti in legno o sfagno, soprattutto in terrario, dato che richiedono umidità elevata e una temperatura calda e costante. Proprio per le particolarità delle foglie e delle infiorescenze differisce da Marcgravia il genere Marcgraviastrum, che ne è stato separato nel 1997. Distribuito dall'America centrale (Nicaragua e Honduras) al Brasile nelle foreste pluviali o nebulose, comprende una quindicina di specie di arbusti e liane epifite, semiepifite o terrestri; hanno foglie sessili o picciolate disposte a spirale e non differenziate in una fase giovanile e in una fase adulta e fiori raccolti in un'infiorescenza umbelliforme eretta anziché pendula; in alcune specie diventano invece pendule quando maturano i frutti. Inoltre, mentre i fiori di Marcgravia sono tetrameri, quelli di Marcgraviastrum sono pentameri e tutti sviluppano un nettario, non solo quelli centrali sterili. Tra le sue specie, vorrei segnalare almeno M. sodiroi, endemica della Colombia e dell'Ecuador, il cui epiteto ricorda il sacerdote italiano Luigi Sodiro (1836-1909), pioniere dello studio della flora dell'Ecuador. Nel 2022, in occasione dei 400 anni dalla nascita, la città natale e il Land Brandeburgo hanno dedicato un convegno internazionale e una serie di pubblicazioni a Christian Mentzel, medico personale del Grande Elettore Federico Guglielmo. Personaggio poliedrico, come medico ebbe un ruolo centrale nella creazione delle strutture sanitarie dello stato prussiano; come botanico fu autore di una flora locale di Danzica e di uno dei primi dizionari universali dei nomi delle piante; come chimico si occupò della pietra fosforica bolognese; come bibliotecario curò la redazione di alcune magnifiche opere illustrate. Negli ultimi anni della sua vita fu in relazione con vari studiosi che vivevano o avevano vissuto in Asia e divenne uno dei padri fondatori dello studio della lingua e della civiltà cinesi. Plumier gli dedicò il genere Mentzelia, poi ufficializzato da Linneo. Una flora locale e un grande viaggio d'istruzione Il quattrocentesimo compleanno del medico, botanico e sinologo Christian Mentzel (1622-1701) è stato celebrato a Fürstenwalde, la sua città natale, con un simposio internazionale - culmine di una serie di iniziative in ricordo del poliedrico personaggio. La città sorge sul fiume Sprea, quasi a metà strada tra Berlino e Francoforte sull'Oder, e nel Seicento, grazie alla sua posizione sul fiume, era un importante nodo commerciale, rinomato anche come centro scolastico. Mentzel, che era figlio del sindaco, ricevette la prima eduicazione in casa, poi nel 1630 fu ammesso al Ginnasio di Joachimsthal, una scuola d'élite da poco fondata e finanziata dall'elettore di Brandeburgo. Nel frattempo però era scoppiata la guerra dei Trent'anni; nel 1636 studenti e professori furono costretti a mettersi in salvo da un'incursione svedese durante la quale la scuola andò distrutta. Christian dovette interrompere gli studi e nel 1639 perse anche il padre, morto di peste. Si trasferì allora a Berlino per studiare al Köllnisches Gymnasium; studiò quindi medicina prima a Francoforte sull'Oder poi a Königsberg. Nel 1647 accompagnò l'ambasciatore del Brandeburgo a Varsavia e a Cracovia e nel 1648 fu assunto come lettore di anatomia e botanica presso il ginnasio accademico di Danzica. Si trovò così a collaborare ai progetti di riforma scolastica di Johann Raue (Ravius), ammiratore e seguace di Comenio, che davano maggiore spazio a uno studio non libresco della natura. Così le sue lezioni di botanica non si svolgevano solo in aula, ma anche nei prati, nei campi e nei boschi. Proprio come supporto didattico per i suoi studenti Mentzel scrisse il suo primo libro, Centuria plantarum circa nobile Gedanum ad elenchum plantarum gedanensis dom. Nicolai Oelhafii. L'esilissimo libretto (poco più di 20 pagine) elenca in ordine alfabetico 100 piante reperibili nell'area di Danzica; secondo quanto scrive l'autore, è il frutto di cinque mesi di escursioni: "Condussi per campi e foreste la più nobile adolescenza e quanto da ogni lato si offriva fiorente, lo sottoponevo ai loro occhi fedeli". Uno di quei nobili adolescenti era Jakob Breyne che proprio grazie a Mentzel si appassionò alle scienze naturali, Mentzel per lo più si rifà al precedente della prima flora di Danzica, anzi dell'intera area compresa tra Prussia e Polonia, Elenchus plantarum circa nobile Borussorum Dantiscum sua sponte nascentium (1643), del medico (e suo predecessore come insegnante di anatomia e botanica al ginnasio accademico) Nikolaus Oelhafen, estraendone solo le piante che ha effettivamente incontrato e presentandole in modo più sintetico, adatto a un "quaderno di campo" per adolescenti; elimina tra l'altro le indicazioni sugli usi medici. Ogni voce, brevissima, inizia con il nome latino per lo più ripreso dal Pinax di Caspar Bauhin, seguito dal nome tedesco e dai sinonimi in altri autori, dall'epoca di fioritura e dalla localizzazione (generica in latino, specifica in tedesco, ad esempio in littoris maris bei Zoppot). Nel 1650, forse poco dopo aver pubblicato il libro, Mentzel lasciò Danzica per un lungo viaggio di istruzione; imbarcatosi ad Amburgo, visitò l'Olanda, dove fu ad Amsterdam e Leida e forse strinse alcuni dei legami che gli sarebbero stati utili nella sua futura carriera; quindi continuò il suo viaggiò in nave, toccando le coste della Francia, del Portogallo e della Spagna. Proseguì nel Mediterraneo, toccando successivamente Maiorca, la Corsica, la Sardegna, le Isole Eolie, la Sicilia, Malta, Creta e Corfù, dalla quale raggiunse Venezia. Visitò Pisa, Firenze, Roma, Napoli, dove scalò il Vesuvio, quindi riprese gli studi di medicina a Bologna e a Padova, dove nel 1654 ottenne il dottorato in filosofia e medicina. Sulla via del ritorno, visitò ancora Verona, Vicenza, Trento, Innsbruck, Vienna, Augusta e Norimberga, dove incontrò il futuro presidente dell'Academia Naturae Curiosorum, Johann Georg Volkamer. Quindi si stabilì come medico prima a Fürstenwalde, poi a Berlino. Qui attirò l'attenzione del grande elettore Federico Guglielmo che lo nominò aiutante medico di corte e medico di campo. In questa veste partecipò alla campagna contro gli svedesi in Holstein; quindi accompagnò a Cleves e Königsberg l'elettore che nel 1660 lo promosse a proprio medico personale e membro del consiglio di corte. Bibliotecario e... editor Era un compito faticoso che spesso imponeva a Mentzel lunghi viaggi lontano da Berlino per accompagnare l'elettore nelle campagne militari e nelle visite diplomatiche o per assistere lui o i suoi famigliari in caso di malattia, come nel 1667, quando andò nei Paesi Bassi per recuperare la principessa Luise ammalata di tisi e riportarla in patria o nel 1674 quando non poté salvare dalla morte il giovanissimo principe Carl Emil, ammalatosi di febbri perniciose durante una campagna in Alsazia. Dal 1661 fu anche impegnato, con altri medici di corte, tra cui Elsholtz, nella riforma del settore sanitario che sarebbe sfociata nell'editto medico del 1685. Per molti anni a causa di questi impegni pressanti e dei continui spostamenti non poté scrivere né soddisfare la sua passione per la botanica, anche se sappiamo che continuò ad osservare la flora e probabilmente tenne un diario di campo dei propri ritrovamenti. L'elettore gli aveva affidato anche la sua biblioteca e intorno al 1660 gli chiese di occuparsi di una collezione di immagini di animali, piante e persone del Brasile olandese che gli era stata donata da Johan Maurits di Nassau Siegen in cambio della nomina a governatore di Mark e Cleves. Si trattava di due libri rilegati con immagini ad acquarello, noti come Libri principis, e di alcune centinaia di fogli sciolti, dipinti sia ad acquarello sia ad olio, questi ultimi presumibilmente opera di Albert Eckhout, oltre a diversi disegni e schizzi. Su richiesta dell'elettore, Mentzel riorganizzò gli oli in quattro volumi in folio con animali e piante; ciascuno è aperto da un frontespizio, con il titolo manoscritto Theatrum Rerum Naturalium Brasiliae e un sottotitolo specifico, racchiusi in una cornice miniata formata da animali; Mentzel figura come autore. Come dimostrano i numerosi fogli bianchi intercalati ai dipinti, egli progettò una rassegna completa della fauna e della flora del Brasile olandese (o Nuova Olanda); infatti anche i fogli bianchi sono numerati, hanno un titolo vernacolare brasiliano e spesso un rimando alle due principali opere scaturite dalla breve occupazione olandese del Nord est brasiliano: Historia Naturalis Brasiliae di Willem Piso e Georg Marcgraf e De Indiae utriusque re naturali et medica di Piso. Chiaramente, Mentzel aveva intenzioni di completare l'opera con ulteriori immagini, in gran parte copiate da queste opere. ma ciò non si realizzò mai, vuoi per i troppi impegni, vuoi per il costo insostenibile, vuoi per insormontabili problemi tecnici. Le immagini sono organizzate secondo un ordine che si vuole "naturale". Nel primo volume troviamo i pesci perché furono i primi ad apparire; nel secondo gli uccelli perché "proprio come i pesci tagliano l'acqua con le pinne, gli uccelli tagliano l'aria con le ali [...] e le somiglianze e le relazioni tra loro indicano chiaramente che Dio onnipotente li ha creati lo stesso giorno"; nel terzo gli indiani e altri abitanti del Brasile olandese perché "l'uomo è il padrone di tutta la creazione e deve essere il primo", seguiti da scimmie, gatti, conigli, volpi, per concludere con insetti e anfibi, la cui natura è considerata intermedia tra animali e piante. Queste ultime occupano il quarto volume, ma Mentzel non diede loro un particolare ordine, anzi sottolineò che ordinarle e classificarle era impossibile. I fogli di piante sono 106, intercalati con 206 fogli bianchi, ma titolati con nomi vernacolari brasiliani e con rimandi alle opere di Piso e Marcgraf; gli studiosi hanno identificato 162 piante vascolari e il fungo Copelandia cyanescens, cui se ne aggiungono altre 196 per i fogli intercalati. Nella maggior parte dei casi, si tratta di piante native del Brasile, ma ci sono anche una trentina di specie introdotte. Le date dei frontespizi dei quattro volumi ci dicono che Mentzel lavorò al Theatrum Rerum Naturalium Brasiliae tra il 1660 e il 1664, poi abbandonò il progetto e i volumi vennero riposti così come si trovavano nella biblioteca dell'elettore. Del resto era iniziato un nuovo ciclo di guerre, conclusosi solo nel 1679 con la pace di Saint Germain. Ora Mentezel non doveva più trascorrere lunghi periodi lontano da Berlino e poteva tornare a studiare e a scrivere. Nel 1675, mentre la seconda moglie dell,'elettore era in travaglio, approfittò dell'attesa per scrivere un saggio sulla cosiddetta pietra di Bologna, ovvero una pietra fosforescente di barite che nel Seicento attirò l'attenzione di molti studiosi, tra cui Fortunio Liceti, che era stato suo professore a Padova. Con questo saggio Mentzel iniziò una regolare collaborazione con l'accademia Leopoldina, cui fu ammesso quello stesso anno. Un lessico botanico e molte opere "cinesi" Tornò anche a occuparsi di piante, con un'opera singolare che fonde l'interesse per la botanica con quella per le lingue: un dizionario universale dei nomi delle piante. Proprio come la piccola flora di Danzica che aveva scritto da giovane, anche quest'opera della vecchiaia nacque da un intento didattico. Mentzel aveva tre figli maschi, ma, come scrisse - metà rassegnato metà sconsolato - all'amico Volkamer, nessuno dei tre aveva voglia di studiare. Infine però Johann Christian si convinse a seguire le orme paterne e a studiare medicina. Per avviarlo alla botanica, che continuava a considerare una competenza di base indispensabile per ogni medico, il padre gli assegnò il compito di leggere tutti i testi di botanica che gli capitassero sotto mano e compilare una lista alfabetica di tutti in nomi delle piante via via citate, in tutte le lingue. Da esercizio scolastico, l'idea si trasformò in un progetto editoriale cui padre e figlio lavorarono insieme a quattro mani; nel 1682 fu pubblicato sotto il titolo Pinax Botanōnymos Polyglōttos Katholikos o Index Nominum Plantarum Universalis. Come ci informa il chilometrico frontespizio, contiene i nomi delle piante in dozzine di lingue e dialetti, a iniziare dal latino e dal greco, per proseguire con le principali lingue europee, ma anche con idiomi più esotici dei quattro continenti: ebraico, caldeo, arabo, siriano, turco, tataro, malabarico, bramino e cinese per l'Asia, egizio, etiopico, mauritano, malgascio ecc. per l'Africa, brasiliano, virginico e messicano per le Americhe. In appendice, Mentzel volle aggiungere una breve selezione di piante rare (Pugillus rariorum plantarum), tanto appartenenti alle collezioni dall'ex allievo Jacob Breyne quanto incontrate nei suoi viaggi, illustrate da tavole calcografiche di buona qualità; aggiunse infine un indice delle piante del manoscritto brasiliano. L'opera era la prima nel suo genere e conobbe un certo successo, venendo ristampata nel 1696. Dal 1685 con la promulgazione dell'editto medico, come medico personale dell'elettore Mentzel entrò a fare parte di diritto del Collegium medicum. Più o meno nello stesso periodo l'elettore gli affidò la cura della sua biblioteca di libri cinesi. In quegli anni, in Europa l'interesse per la Cina, che incominciava ad essere conosciuta soprattutto grazie ai missionari gesuiti, era vivissimo. Molto vi aveva contribuito la recente pubblicazione di China illustrata di padre Athanasius Kircher (1667) che, con l'incoraggiamento dell'elettore, aveva spinto l'orientalista prussiano Andreas Müller a intraprendere lo studio del cinese e la stesura di una serie di opere, tra cui una Clavis sinica che avrebbe dovuto facilitare l'apprendimento degli ideogrammi e della lingua cinese. Federico Guglielmo incaricò Müller di catalogare i manoscritti orientali della biblioteca elettorale ma fu deluso dalla mancata consegna della Clavis sinica che aveva finanziato e l'orientalista prometteva da diversi anni; nel 1685, quando Müller lasciò Berlino, l'elettore passò l'incarico a Mentzel. Quest'ultimo all'epoca era già sulla sessantina e non aveva alcuna conoscenza del cinese, ma ne affrontò lo studio con energia e entusiasmo. Inoltre, attraverso l'Accademia curiosorum leopoldina, era già in contatto con alcuni membri della Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) da cui poté per ottenere informazioni di prima mano, manoscritti e altri materiali, che andarono ad arricchire la biblioteca elettorale. I suoi corrispondenti più importanti furono Georg Eberhardt Rumpf (Rumphius) e Andreas Cleyer. Con il primo, naturalista al servizio della VOC nella remota Ambon nelle Molucche e come lui membro della Leopoldina, cominciò a corrispondere nel 1682 e scambiò numerose lettere, che poi pubblicò in forma di brevi articoli o notizie tra il 1682 e il 1698 nella Miscellanea curiosa sive Ephemerides dell'Accademia. Ancora più fruttuosa la corrispondenza con l'intraprendente Cleyer. Anche lui era membro dell'Accademia curiosorum ed era in contatto con l'orto botanico di Amsterdam. Durante in suoi due mandati come mercante-capo della factory di Dejima (1683-84 e 1685-86) riuscì ad acquistare uno splendido manoscritto con disegni di uccelli e piante e altri li fece eseguire da un pittore europeo; inviò i materiali a Mentzel che riunì le circa 1300 illustrazioni, precedute da un dedica all'elettore Federico III (era succeduto al padre nel 1688) e da una breve introduzione, in una Flora japonica in due tomi rilegati. Mai pubblicati, entrarono a far parte della collezione di illustrazioni naturalistiche della Biblioteca di stato di Berlino nota come Libri picturati con la sigla A41. L'edizione digitale della magnifica opera è consultabile qui. Egli stesso interessato alla farmacopea e alla medicina cinesi, oltre a contribuire di persona alla rivista dell'Accademia curiosorum con numerose osservazioni su questi argomenti, Cleyer fece pervenire a Mentzel testi medici cinesi per la biblioteca elettorale e altri materiali, che furono da lui uniti agli acquarelli e agli schizzi del dono brasiliano del principe di Nassau Siegen nel volume manoscritto noto come Miscellanea Cleyeri (Liber picturatus A38) e probabilmente custoditi nella sua casa. Confluito nella Biblioteca elettorale di Berlino, insieme ai Libri principis e al Theatrum rerum naturalium Braziliae, fa parte dei Libri picturati scomparsi durante la Seconda Guerra mondiale e ritrovati presso la Biblioteca Jagellonska di Cracovia. Ho già racconta questa storia in questo post. Già nel 1685 Mentzel fu in grado di pubblicare un piccolo lessico latino-cinese (Sylloge minutiarum lexici Latino-Sinico-Characteristici), in cui gli ideogrammi cinesi sono accompagnati dalla traslitterazione fonetica in caratteri latini. Entrato poi in contatto con il missionario gesuita belga Philippe Couplet, l'anno successivo pubblicò una cronologia della storia cinese (Kurtze chinesische Chronologia oder Zeit-Register), basata sulla Tabula chronologica dello stesso Couplet e su Sinicæ historiæ decas prima del gesuita italiano Martino Martini. Su consiglio di Couplet, riprese poi il progetto di Müller di una chiave per l'apprendimento del cinese (Müller da parte sua vi aveva rinunciato e prima di morire fece bruciare i propri manoscritti), basandosi per la grammatica su un manoscritto di Martini, per la pronuncia sul Vocabulario de letra China del domenicano spagnolo Francisco Díaz e per l'impostazione generale sul lessico cinese Zihui che organizzava gli ideogrammi in 214 radici. Tuttavia, non andò oltre la prefazione (Clavis Sinica, ad Chinensium scripturam et pronunciotionem Mandarinicam) pubblicata nel 1698. Infatti Mentzel si era già imbarcato in un progetto ancora ambizioso: un dizionario cinese-latino (Chinensium Lexici characteristici inscripti 字彙 Cú-guéi) di cui redasse nove volumi, rimasti però inediti. Per l'intensità e la ricchezza di risultati, l'attività di Metzel come sinologo è tanto più stupefacente se pensiamo che negli ultimi anni della sua vita egli era gravemente malato. Nel 1686 fu colpito da un'emiparesi che gli lasciò un tremore costante degli arti; non poteva più scrivere e poté continuare a studiare e lavorare solo grazie al figlio, che poi gli succedette come medico di corte. Morì a Berlino nel 1701. Mentzelia, fiori notturni dalle Americhe Come botanico, ad assicurare una certa fama postuma a Mentzel fu soprattutto il suo Index Nominum Plantarum Universalis; in Nova plantarum americanarum genera Plumier lo onorò con la dedica del genere Mentzelia proprio ricordando quest'opera; quanto a Linneo, che riprese il genere fin da Hortus cliffortianus, in Bibliotheca botanica elenca il medico dell'elettore sia tra gli autori di flore locali (riferendosi ovviamente alla sua centuria sulla flora di Danzica) sia tra i lessicografi, e utilizzò ampiamente il dizionario di Mentzel come opera di riferimento. Menzelia L. (famiglia Loasaceae) è un genere di un centinaio di specie originarie delle Americhe, con centro di diffusione nell'America nord-occidentale; sono soprattutto erbacee annuali, biennali e perenni di breve vita, con qualche arbusto. La grande maggioranza vive in ambienti aridi o subdesertici, spesso disturbati o poveri. La caratteristica più costante sono le foglie munite di peli uncinati che per la loro capacità di attaccarsi a ogni cosa sono stati paragonati al velcro; presumibilmente hanno funzione difensiva, ma è stato anche ipotizzato che i numerosi insetti che vi vengono intrappolati, cadendo poi ai piedi della pianta, contribuiscano ad arricchire il suolo povero di nutrienti. Per la grande variabilità di forme tanto del genere quanto delle specie e per le affinità tra queste ultime, è considerato un genere tassonomicamente difficile. Tanto la forma delle foglie, in genere caratterizzate da margini ondulati, dentati o serrati, quanto la struttura dei fiori sono alquanto varie. I fiori, singoli o riuniti in infiorescenze terminali, possono avere da 5 a 10 petali, talvolta intervallati da brattee, stretti in alcune specie, ampi in altre, mucronati in altre ancora; le corolle sono bianche, bianco crema, gialle, a volte rosse alla gola. Molto decorativi gli stami, molto numerosi. I fiori si aprono nel tardo pomeriggio o di sera per essere impollinati da falene e altri insetti notturni. Tra i caratteri distintivi più importanti, anche la forma e la superficie dei semi. Ad esempio, quelli di M. affinis, un'annuale distribuita tra California meridionale, Arizona, Nevada e a Baja California, hanno forma prismatica, quello di M. congesta sono angolati con lati concavi ricoperti di minute protuberanze, quelli di M. involucrata sono minuscoli, ruvidi e bianco-cenere. Il genere è particolarmente rappresentato negli Stati Uniti; porta il suo nome la rivista "Mentzelia", organo della Northern Nevada Native Plant Society. Alcune specie, in particolare la californiana M. lindley, sono talvolta coltivate come annuali da giardino. Una scelta di specie nella scheda. |
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Il tema di quest'anno è "Alberi di Natale". CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
January 2026
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