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Nella botanica tedesca tra Settecento e inizio Ottocento ci sono due Sprengel: Christian Konrad e Kurt Polycarp Joachim. Erano zio e nipote, ma non avrebbero potuto essere più diversi. Lo zio visse un’oscura vita di insegnante di provincia; scrisse un libro che quasi nessuno lesse, ma che, riscoperto da Darwin cinquant’anni dopo, cambiò la percezione scientifica della funzione dei fiori e dell’impollinazione entomofila. Il nipote, a ventinove anni, era già professore universitario: pubblicò una moltitudine di opere enciclopediche, descrisse più di seimila taxa, divenne un’autorità. Entrambi, in modi diversi, hanno lasciato un segno nella storia della botanica. Iniziamo dallo zio e dal suo genere Sprengelia, dedica niente meno che di James Edward Smith. Da una crisi professionale alla scoperta del segreto dei fiori Forse la radice di tanta diversità tra i due Sprengel sta nella intricata situazione familiare. Tutto iniziò con il patriarca, Ernst Victor Sprengel, arcidiacono della chiesa di St. Gotthard a Brandenburg. Applicando alla lettera il dettato biblico “crescete e moltiplicatevi”, ebbe quindici figli: sette dalla prima moglie, otto dalla seconda. Joachim Friedrich (futuro padre di Kurt) era il quarto, e presumibilmente il secondo sopravvissuto, della prima nidiata; Christian Konrad Sprengel (1750–1816) era l’ultimo della seconda. Tra i due correvano ventiquattro anni, di fatto una generazione. Nato quando il padre aveva sessantaquattro anni, a cinque era già orfano. Non sappiamo nulla della sua infanzia, né chi gli abbia fatto da padre. Sulla carta, però, ebbe le stesse opportunità dei fratelli maggiori. Veniva da una famiglia che da generazioni serviva la chiesa luterana come musicisti, maestri del coro, insegnanti, pastori. Come i suoi fratelli fu preparato alla stessa carriera e nel 1770, ventenne, intraprese gli studi teologici all’università di Halle. Poi divenne insegnante: prima all’orfanotrofio, poi alla scuola militare di Berlino, infine nel 1780 rettore della Große Schule di Spandau, dove insegnava tedesco, lingue classiche, francese, religione, matematica elementare e storia naturale. Come per i suoi fratelli — tre seguirono esattamente questo percorso — quella posizione doveva essere un trampolino verso una carriera ecclesiastica. Invece non fu così. Nel 1782 si produsse una crisi, di cui siamo informati da una fonte né neutra né amichevole: i rapporti di uno dei supervisori ecclesiastici (l’istituto dipendeva dalla chiesa luterana), che parlano di tensioni con colleghi, genitori, studenti; di dure punizioni corporali; poi, dopo i rimproveri, di un lassismo totale. Oggi, forse, leggeremmo tutto questo come un burnout in piena regola. Certo il supervisore poteva esagerare, e Sprengel non fu licenziato, ma il quadro resta inquietante. A salvarlo fu il medico Ernst Ludwig Heim (1747–1834), che forse egli aveva conosciuto già a Halle e che, oltre a essere un clinico stimato, era un esperto di licheni. Fu lui a consigliargli di cercare un nuovo equilibrio nelle passeggiate e nello studio della natura. E così, pur continuando a insegnare (cessarono soltanto le lezioni private), Sprengel incominciò a percorrere le campagne. E a osservare. Certo aveva un’infarinatura di botanica — tra le tante materie che insegnava c’era anche storia naturale, e suo fratello Joachim Friedrich aveva pubblicato un testo didattico di erboristeria — ma il suo approccio alla materia non era quello che si insegnava nelle università. Dapprima ci fu la scoperta di qualche specie nuova per il territorio berlinese, come Silene chlorantha, prontamente comunicata a Willdenow. Poi arrivò la prima osservazione originale: nell’estate del 1787, osservando i fiori di Geranium pratense, notò che la parte inferiore dei petali è munita di morbidi peli; convinto che nulla nella creazione fosse lasciato al caso, si chiese quale ne fosse la funzione. E ipotizzò che servissero a proteggere dalla pioggia il nettare, proprio come le ciglia proteggono l’occhio. All’epoca si sapeva ben poco della funzione del nettare. Alcuni lo consideravano una sorta di escremento delle piante, altri un nutrimento per la pianta stessa. Sprengel capì che era un’attrazione e una ricompensa per gli insetti che visitano i fiori. Anche il ruolo degli insetti come impollinatori era quasi sconosciuto: si pensava che quasi tutte le piante si impollinassero da sé, e gli insetti erano visti quasi come ladri di nettare. A quella prima osservazione ne seguirono molte altre. Negli anni Sprengel avrebbe osservato 461 specie, tanto selvatiche quanto coltivate. Ai suoi occhi i fiori si rivelarono non un ornamento per “fare bella la natura”, come erano stati sentiti per secoli, ma una struttura funzionale per attirare gli insetti. Osservò le marcature colorate che fanno da pista di atterraggio e li guidano verso il polline. Fu il primo a capire che in molte piante la parte femminile (gineceo) matura prima di quella maschile (androceo), o viceversa, per impedire l’autoimpollinazione. Vide anche che c’era una stretta affinità tra fiori e insetti: alcuni ne visitavano molti tipi, altri uno solo, che era strutturato proprio nel modo giusto per accogliere la sua visita. Anche se non faceva parte dell’ambiente accademico, Sprengel non era del tutto isolato. Era in contatto con Willdenow e notizie sulle sue ricerche incominciarono a circolare, destando qualche interesse. Nel 1788 i lettori del Magazin für die Botanik potevano leggere che Christian Konrad Sprengel, rettore della scuola di Spandau presso Berlino, si accingeva a pubblicare uno studio sui nettàri; la notizia fu confermata l’anno dopo da altre riviste, come la Gothaische Gelehrte Zeitung e l’Intelligenzblatt der Jenaer Allgemeinen Literaturzeitung. Nel 1790 egli stesso annunciò, ancora nel Magazin für die Botanik, l’imminente pubblicazione del suo libro sulla struttura dei fiori, che — ne era convinto — avrebbe aperto un intero nuovo campo di studio alla biologia. Invece ci vollero ancora tre anni. Nel 1793 uscì finalmente Das entdeckte Geheimniss der Natur im Bau und in der Befruchtung der Blumen (Il segreto della natura scoperto nella forma e nella fecondazione dei fiori). Il libro ottenne una recensione molto favorevole del direttore dell’orto botanico di Gottinga, Georg Friedrich Hoffmann, un’ampia analisi di Moritz Balthasar Borkhausen e due menzioni — non solo dovute alla parentela — di suo nipote Kurt. Ma fu sostanzialmente ignorato. Per mezzo secolo nessun studioso percorse la strada aperta da Christian Konrad Sprengel, finché Robert Brown mise il suo libro nelle mani di Charles Darwin, che lo lesse ammirato: Sprengel aveva capito tutto. E ora la prospettiva evolutiva permetteva finalmente di comprendere la portata delle sue scoperte. Per Sprengel, tuttavia, era troppo tardi. La tiepida accoglienza del suo libro rivoluzionario dovette deluderlo profondamente. Nel 1794 diede precocemente le dimissioni dalla scuola di Spandau e si stabilì a Berlino, dove visse modestamente, dividendo il suo tempo tra le lezioni private che gli permettevano di vivere, gli studi e le passeggiate domenicali. Ma non scrisse più di botanica: ci fu un piccolo libro sulle api — i più noti tra gli impollinatori che, nel bellissimo frontespizio del Geheimniss, si alternano ai fiori formando una corona che sembra quasi una danza — e poi un più ponderoso studio sui poeti latini Tibullo, Virgilio e Ovidio. Morì a Berlino nel 1816. Ericaceae australiane Molti anni prima di Darwin, almeno una persona aveva capito il grande valore del libro di Christian Konrad Sprengel: James Edward Smith. Lesse il volume appena uscito con tale entusiasmo che già nel 1794, quasi a caldo, volle dedicare un genere all’autore. Ecco cosa scrive, con una motivazione insolitamente sentita, distinguendo il genere Sprengelia da Ardisia e Stiphelia: «Ma la pianta che ora è oggetto della nostra indagine è del tutto distinta da entrambe le precedenti, benché appartenga al medesimo ordine naturale. In onore duraturo, ho voluto darle il nome del signor Christian Conrad Sprengel, rettore della scuola di Spandau nel Brandeburgo, che merita grandemente di essere ricordato come botanico per la sua eccellente opera sul modo in cui gli insetti favoriscono la fecondazione delle piante, stampata a Berlino nel 1793; e se un genere dovesse più di un altro essere adatto a portare il suo nome, dovrebbe distinguersi per qualche particolarità nelle parti della fecondazione. In conformità a ciò, il genere che ho scelto è separato da tutti gli altri del suo ordine naturale per le sue antere unite in un unico tubo». Smith si basò su Sprengelia incarnata, una specie appena giunta dal Nuovo Galles del Sud. Il genere Sprengelia (famiglia Ericaceae) è infatti endemico dell’Australia orientale, eccetto proprio S. incarnata, presente anche in Nuova Zelanda. Oggi comprende sette specie di arbusti, da piccoli a medi, talvolta eretti, talvolta procombenti, talvolta a pulvino, caratterizzati da piccole foglie imbricate che tendono a coprire interamente i rami. I fiori, raccolti per lo più in infiorescenze terminali, hanno cinque sepali acuminati, bianchi o colorati, più brevi o più lunghi della corolla, che si alternano ai cinque petali dello stesso colore formando una sorta di stella. Le specie del genere abitano ambienti diversi, dalle foreste temperate alle aree alpine. I fiori sono privi di nettàri, ma sarebbero comunque piaciuti a Sprengel: sono infatti impollinati da alcune specie di api. S. incarnata, la specie tipo, è anche quella di maggiore diffusione, la più "visibile" e facilmente riconoscibile. È un arbusto slanciato, alto fino a due metri (le dimensioni sono tuttavia molto variabili) con sottili rami da bruno rossiccio a rossi, foglie strettamente imbricate da lanceolate a ovate e fiori bianchi o rosati con sepali e lobi dei petali triangolari, raccolti in infiorescenze terminali. Vive in brughiere umide e torbiere dell’Australia sud‑orientale e in limitate aree della Nuova Zelanda. E' invece ampiamente diffusa in Tasmania, dove è presente in una grande varietà di habitat umidi, dal livello del mare alle zone subalpine. Della flora dell'isola, il maggiore centro di diversità del genere, fanno parte cinque delle sette specie, con quattro endemismi: S. disitichophylla, S. minima, S. montana e S. propinqua. Quest'ultima vive dal livello del mare fino a circa 1000 metri di altitudine in zone ad alta piovosità in ambienti come brughiere e comunità di Ciperaceae, spesso su suoli poveri. E' invece endemica di un'area ristretta delle Blue Mountains (Nuovo Galles del Sud) S. monticola, un piccolo e grazioso arbusto con portamento basso e denso, quasi a cuscino, tipico delle brughiere alpine. Le foglie, minuscole e strettamente imbricate, formano rosette ordinate da cui emergono fiori bianchi o rosati, spesso solitari o in piccoli gruppi.
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Usteria guineensis è una specie poco studiata dell’Africa tropicale: una liana discreta, quasi invisibile nella letteratura scientifica, che porta però un nome pesante. Ricorda infatti lo svizzero Paul Usteri, oggi quasi dimenticato, ma al suo tempo figura di primo piano della botanica europea, non come teorico, bensì come instancabile pubblicista ed editore di due riviste innovative e prestigiose. Il suo fervore botanico fu però tanto intenso quanto breve: dopo pochi anni, abbandonò completamente la scienza per dedicarsi alla politica, divenendo un protagonista della vita pubblica elvetica. Dalle riviste botaniche ai pamphlet rivoluzionari Nel 1787 due ragazzi zurighesi, Paul Usteri e Jakob Römer, arrivano a Gottinga per completare gli studi di medicina. Zurigo ha una lunga tradizione medica e botanica, illustrata tra l’altro da figure come i fratelli Scheuchzer, ma è meno dinamica e più provinciale della città tedesca: un vivacissimo centro intellettuale dove, tra aule universitarie e salotti letterari, giovani venuti da tutta la Germania si incontrano, discutono, progettano il futuro. Del resto, Paul Usteri (1768–1831) ha tutte le credenziali per immergersi in quell’ambiente e assorbirne le idee. Suo padre è il teologo e pedagogista Leonhard Usteri, promotore della riforma delle scuole cittadine e della loro apertura alle donne, corrispondente e ammiratore di Rousseau, amico personale di Winckelmann, figura attiva nella vita sociale e intellettuale zurighese. Il suo padrino, colui che lo ha indirizzato alla medicina e lo ha educato allo spirito illuminista, è Johannes Gessner, amico e compagno di viaggio di von Haller, fondatore della Società di scienze naturali e dell’istituto medico, corrispondente tra gli altri di Lavater, Rahn e Waser. A Gottinga, presto si forma un piccolo circolo svizzero: oltre a Usteri e Römer, lo animano due giovani destinati a lasciare un segno nella scienza e nella vita politica elvetica, Albrecht Rengger e Hans Conrad Escher; il più vecchio, Rengger, ha ventitré anni, gli altri, quasi coetanei, appena venti. Sono curiosi di tutti, e di tutto discutono: di scienza, di medicina, di letteratura, e molto, moltissimo, di politica. Ma ci sono altri incontri: con il botanico olandese Christiaan Hendrik Persoon e con Alexander von Humboldt, anche lui studente all'università Georg-August. È in questo contesto che i ventenni Usteri e Römer decidono di pubblicare il Magazin für die Botanik, la prima rivista di botanica in lingua tedesca. Il primo numero, stampato a Zurigo presso l’editore Füssli, esce nel 1787. Si apre con una lunga prefazione firmata Die Herausgeber, i curatori, in cui viene rivendicato un approccio dichiaratamente multidisciplinare, aperto non solo alla botanica descrittiva ma anche all’anatomia, alla fisiologia, alla fisica e alla coltivazione delle piante. La struttura della rivista è quadripartita: una prima sezione riservata ai contributi personali dei curatori; una seconda dedicata ad articoli tradotti o ripresi da prestigiose pubblicazioni straniere; le recensioni, che occupano oltre metà delle pagine; infine una sezione di notizie e scambi, pensata per favorire la circolazione delle informazioni all’interno della comunità botanica. L’interesse per la sistematica emerge già dal lungo saggio di apertura, un esame degli sviluppi più recenti della tassonomia, con particolare attenzione al sistema di Allioni. Le traduzioni provengono da saggi già pubblicati altrove: è evidente che la rivista è stata integralmente pensata, scritta e curata dai due amici, che non firmando mai individualmente i loro contributi non permettono di distinguere il lavoro dell’uno da quello dell’altro. Tra il 1787 e il 1790 usciranno quattro volumi del Magazin für die Botanik, articolati in dodici fascicoli. La struttura rimane invariata, ma i due giovani svizzeri riescono ora a coinvolgere altri collaboratori: la rivista cresce, con nomi del calibro di Roth e Willdenow, e una rete europea nella quale spiccano Scopoli e Cavanilles. Poi, nel 1790, Römer si dimette e la rivista cessa le pubblicazioni. Ma, come una duplice fenice, rinascerà dalle sue ceneri in due nuove riviste, una diretta da Usteri e l’altra da Römer. Nel frattempo anche le loro vite avevano iniziato a prendere strade diverse. Entrambi si laureano: Römer dopo pochi mesi, Usteri nel 1788. Il primo torna a Zurigo, diventa medico cittadino e rimane fedele a una carriera di botanico e naturalista, che approfondirò in un altro post. Usteri, invece, dopo la laurea compie un lungo viaggio che lo porta in molte città tedesche, visitando ospedali e istituzioni scientifiche. Nel 1789 rientra anche lui a Zurigo, dove la morte precoce del padre segna la fine della sua giovinezza e lo getta nella vita adulta. Una vita impegnatissima, di cui la botanica sarà solo una parte. Lavora come medico generico, insegna all’Istituto di medicina, cura l’orto botanico della Società di scienze naturali. E si fa un nome non come ricercatore, ma come pubblicista. Tra il 1789 e il 1791 pubblica una bibliografia delle opere mediche uscite tra il 1745 e il 1774 in due volumi; tra il 1790 e il 1793, sotto il titolo Delectus opusculorum botanicorum, una raccolta di trattati botanici rari; nel 1791 un saggio sulla sanità pubblica; nel 1792 una biografia del padre, apparsa in Famous Men of Helvetia di Leonhard Meister. Nel 1791 riprende anche il filo interrotto del Magazin für die Botanik con una nuova rivista, intitolata Annalen der Botanik. Ne usciranno ventiquattro numeri, fino al 1800, dapprima sempre presso Füssli a Zurigo, poi, dal 1795, a Lipsia. La struttura del periodico rimane immutata, ma ora lo spazio che era dei due autori‑curatori è occupato da articoli di prestigiosi collaboratori internazionali: moltissimi tedeschi (Roth, Schrank, Willdenow, Hedwig, Hoffmann, Humboldt), un nutrito gruppo di italiani (Nocca, Olivi, Morozzo, Savi), ma anche francesi, olandesi e naturalmente svizzeri. Pur non scrivendo più saggi originali, Usteri è attentissimo alle novità: nel 1791 (a soli due anni dall’uscita) pubblica un’edizione tedesca annotata di Genera plantarum di Antoine‑Laurent de Jussieu; sulla rivista compaiono, tra l’altro, uno dei primi studi innovativi sui funghi di Persoon (1794) e una disamina degli sviluppi della tassonomia post‑linneana di Steven Jan van Geuns. Poi c’è la politica, sempre più coinvolgente man mano che gli echi della Rivoluzione francese raggiungono l’apparente tranquillità svizzera. Nel 1794 Usteri pubblica anonimi alcuni numeri di un Diario del Tribunale rivoluzionario; quindi, nel 1795, per sfuggire alla censura fonda a Lipsia una casa editrice specializzata in riviste ispirate alla Rivoluzione francese, tra cui Klio, ufficialmente diretta da Ferdinand Huber. Oltre a pubblicarle, comincia a collezionare opuscoli e giornali del periodo rivoluzionario, creando un’imponente raccolta oggi conservata nella Biblioteca comunale di Zurigo. Nel 1797 è eletto al Gran Consiglio della città di Zurigo; nel 1798, quando l’esercito francese invade il Vaud e scoppia la Rivoluzione elvetica, si trova in prima fila insieme al vecchio amico Escher: prima come redattore di un giornale rivoluzionario, poi come membro dell’assemblea cantonale, infine come rappresentante di Zurigo al Senato elvetico incaricato di elaborare la nuova costituzione. Da quel momento diventa uno degli uomini di punta del movimento liberale, e l’impegno politico cancella la botanica dai suoi interessi. Continua a scrivere e pubblicare riviste, ma per diffondere i suoi ideali politici e combattere la censura e il governo conservatore; è presidente del Consiglio legislativo nel periodo rivoluzionario, per molti anni capo dei liberali nel Piccolo Consiglio di Zurigo, più volte membro del Consiglio federale, Consigliere di Stato e ancora presidente della commissione costituzionale tra il 1830 e il 1831. Nel 1831 è eletto sindaco di Zurigo, ma muore prima di assumere l’incarico. Usteria, chi è costei? Nella breve stagione in cui dirige gli Annalen der Botanik (1791–1800), Paul Usteri si trova, quasi senza volerlo, al centro della botanica europea. Non come autore — pubblica pochissimo di suo — ma come editore, mediatore, diffusore della conoscenza. È membro di numerose società scientifiche; e di anno in anno, mentre i nomi dei collaboratori della rivista si fanno sempre più prestigiosi, crescono anche le affiliazioni che elenca con orgoglio sotto il proprio nome nel frontespizio. Sa curare la sua immagine nella “repubblica delle lettere botanica”, scegliendo con attenzione il dedicatario di ciascun fascicolo — da Medicus, nel primo numero, a Desfontaines, nell’ultimo, passando per Humboldt, Seguier, Hoffmann e Willdenow. Questa centralità, costruita più con la regia che con la produzione scientifica, lascia un’impronta sorprendente: nel giro di pochi anni, quattro botanici gli dedicano un genere. Un riconoscimento che dice molto del prestigio internazionale raggiunto da un giovane svizzero che, per un breve momento, si trovò al crocevia della botanica europea. Due dediche arrivarono contemporaneamente nel 1790, una da parte di Willdenow, l'altra da parte di Medicus; poiché è impossibile stabilire una priorità e il solo nome a circolare è quello di Willdenow, è quello considerato valido. Ci fu poi una terza Usteria, stabilita da Cavanilles nel 1793, e infine da una quarta da Dennstedt nel 1818, quando Usteri non si occupava più da tempo di botanica, ma evidentemente il suo nome non era ancora dimenticato. Usteria Willd. è un genere monotipico della famiglia Loganiaceae, rappresentato dalla sola U. guineensis, un rampicante che cresce ai margini delle foreste, lungo i corsi d'acqua, i bordi delle strade e i coltivi nei paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, nell'Africa tropicale occidentale. Probabilmente non è rara, ma è pochissimo studiata. Scarse informazioni e alcune fotografie recenti sono state pubblicate in una tesi discussa nel 2014 presso l'Università di Lagos in Nigeria, dedicata alle Loganiaceae dell'Africa occidentale. Oltre a evidenziarne la vicinanza tassonomica al genere Strychnos, per altro diversissimo dal punto di vista morfologico, se ne segnalano le potenziali proprietà antimalariche. In base alle descrizioni storiche, risulta un arbusto rampicante alto fino a tre metri, con rami glabri, foglie ovate coriacee e fittamente reticolate, piccoli fiori bianchi densamente aggregati in cime panicolate ascellari o terminali. Le fotografie mostrano frutti carnosi, digitati, di colore verde. Una pianta marginale, quasi invisibile, che però è bastata a conservare il nome di Usteri nella tassonomia botanica. Christiaan Hendrik Persoon è una figura singolare nella storia della botanica e della micologia. Nato al Capo di Buona Speranza, formatosi in Germania e vissuto per oltre trent’anni in una stanza modesta del quartiere più povero di Parigi, lavorò quasi sempre ai margini delle istituzioni scientifiche. Eppure il suo contributo in entrambi i campi fu decisivo. È considerato il vero fondatore della sistematica micologica: fu il primo a dare ordine a un ambito ancora frammentario, definendo criteri, strumenti e terminologia, e scrivendo opere di riferimento che avrebbero orientato generazioni di studiosi. Anche in botanica si distinse come valido sistematico della scuola linneana: pur non avendo il peso innovativo dei suoi lavori micologici, la terza edizione di Systema plantarum e la Synopsis plantarum ebbero un ruolo significativo nella transizione dal sistema linneano ai sistemi naturali. Riconosciuto dall’ambiente scientifico nonostante il suo volontario isolamento, già in gioventù meritò la dedica del genere Persoonia, una Proteacea australiana. Dal Sudafrica a Gottinga, alla scoperta di una vocazione Tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento, la botanica di ispirazione linneana — più che una scuola, un metodo che aveva trasformato il modo di guardare la natura — avanzò lungo due direzioni complementari. Da una parte, c’era il compito di completare e aggiornare il catalogo del mondo vivente, mantenendo la fedeltà al sistema del maestro. Dall’altra, la sfida più ardua: portare ordine nei territori che Linneo aveva solo sfiorato, quei regni minori, oscuri, caotici, dove la tassonomia sembrava ancora impossibile. A unire queste due strade in un’unica vita fu Christiaan Hendrik Persoon (1761-1836): celebre come uno dei fondatori della micologia moderna, ma anche instancabile revisore e continuatore del sistema linneano. Un uomo che non scelse tra fedeltà e innovazione, perché per lui erano la stessa cosa: continuare Linneo significava spingersi dove Linneo non era arrivato. Uomo schivo e riservato, Persoon non ha quasi lasciato tracce della propria vita personale. Di lui è stato scritto che la sua biografia coincide con le opere — e in effetti, al di fuori di quelle opere immense, resta poco. Ci è giunta una narrazione frammentaria, sulla quale, fin da subito, sono fiorite invenzioni e leggende. A cominciare dalla sua stessa nascita, collocata talvolta addirittura al 1755. Come chiarisce Valerio Bertolini in un recente studio, egli nacque invece tra la fine del 1761 e l’inizio del 1762. Certo è il luogo: Città del Capo. La sua vita comincia già con un’assenza e con un’identità complessa. La madre, di lingua olandese e discendente da una famiglia stabilita da tempo nella colonia, morì quando lui aveva pochi mesi. Il padre, suddito olandese ma di lingua tedesca, originario dell’isola di Usedom, era arrivato al Capo come sarto della VOC e aveva poi costruito una discreta fortuna come commerciante di merci di ogni genere, compresi gli schiavi. Le fonti — o forse le ricostruzioni successive, perché nel suo caso è difficile distinguerle — parlano di un ragazzo chiuso, poco socievole. Intorno ai quattordici anni, nel 1775, fu mandato a studiare in Europa. Dopo un breve passaggio ad Amsterdam, approdò al Gymnasium luterano di Lingen. Poco dopo gli giunse la notizia della morte del padre, che desiderava per lui una carriera teologica e aveva destinato un lascito per sostenerne gli studi. Come orfano, l’amministrazione dell’eredità — da dividere con due sorelle maggiori — passò alla Camera degli orfani del Capo, che nominò un tutore. Ma durante il lungo percorso di studi europeo, quel patrimonio, mal gestito e forse anche intaccato da ruberie, si rivelò spesso insufficiente a coprire le spese. Alla fine, si dissolse del tutto. Alle difficoltà economiche si aggiunsero le incertezze di un ragazzo — poi di un giovane uomo — solo, senza famiglia e senza nessuno che lo guidasse nelle scelte. Nel 1783, a ventidue anni, iniziò il corso di teologia all’Università di Halle, ma, incerto sul proprio futuro, tornò presto a Lingen. Tre anni dopo lo troviamo a Leida, dove intraprese lo studio della medicina e delle scienze naturali; studi che proseguì poi a Gottinga, dove si trasferì nel 1787. All’epoca, Gottinga era uno dei maggiori centri scientifici tedeschi: un’università prestigiosa, un orto botanico ricchissimo, numerose società erudite. E benché Albrecht von Haller vi fosse ancora venerato come genius loci, la città era ormai diventata uno dei cuori della botanica linneana in terra tedesca, grazie a Johan Andreas Murray, che dal 1769 vi insegnava botanica e dirigeva l’orto botanico. Persoon visse a Gottinga per circa quindici anni: probabilmente il periodo più fecondo della sua vita, ma anche il più oscuro. Sappiamo che seguì i corsi di botanica e di scienze naturali, e forse anche quelli di medicina, ma non si laureò mai (nel 1799 la Leopoldina gli conferì una laurea honoris causa in filosofia). Sappiamo che strinse amicizie — o forse sarebbe più corretto dire contatti — destinati in alcuni casi a durare tutta la vita: tra gli altri, Alexander von Humboldt, che studiò a Gottinga nel 1789. Presto si fece un nome come studioso indipendente, ma non sappiamo come si mantenesse. Sappiamo che viaggiò in Germania, in Olanda, in Francia, in Svizzera, ma non possediamo gli itinerari; solo gli esemplari del suo erbario botanico e micologico testimoniano quei percorsi. Una sola certezza emerge da questi anni: a Gottinga Persoon trovò un metodo e una vocazione. Il metodo era quello linneano, appreso nella sua forma più rigorosa; la vocazione era quella di portare ordine nel caos, di conoscere e trasformare in sistema ciò che appariva informe: la botanica in generale, i funghi in particolare. Alcuni incontri furono decisivi in questo processo. In primo luogo Johann Andreas Murray, che gli trasmise il metodo linneano e la disciplina tassonomica. Poi Paul Usteri e Johann Jacob Römer, che lo misero in contatto con gli ambienti scientifici e pubblicarono i suoi primi lavori sulle loro riviste. Infine — e sopra tutti — Georg Franz Hoffmann, autore di alcuni dei primi studi autorevoli sulle crittogame, professore di botanica e direttore dell’orto botanico di Gottinga dopo la morte di Murray: fu lui a orientarlo, o forse a incoraggiarlo, verso il vasto e ancora sconosciuto mondo dei funghi. I primi lavori pubblicati di Persoon comparvero su riviste come Neues Magazin für die Botanik e Annalen der Botanik; il primo in assoluto è probabilmente la descrizione di dieci specie di funghi da lui rinvenute nell'area di Gottinga, pubblicata nel terzo fascicolo di Abbildungen der Schwämme di Hoffmann. Ai funghi sono poi dedicati numerosi articoli usciti tra il 1793 e il 1795, fino a giungere già nel 1796 alla prima delle opere maggiori, con la prima parte di Observationes mycologicae. Persoon vi delinea già un metodo, getta le basi di un nuovo sistema di classificazione e crea un intero nuovo vocabolario descrittivo, in gran parte in uso ancora oggi. Ma la botanica non è dimenticata: nel 1797, rispondendo alla richiesta di un libraio, dà alle stampe la terza edizione di Systema vegetabilium, nel cui titolo si definisce procurator, ovvero continuatore dell'eredità tanto di Linneo quanto di Murray: Caroli a Linné ... Systema vegetabilium secundum classes ordines genera species cum characteribus et differentiis. Editio decima quinta quae ipsa est recognitionis a b. Io. Andrea Murray institutae tertia procurata a C. H. Persoon. Non si tratta di una semplice ristampa dell'edizione diMurray: Persoon aggiorna differenze specifiche — le brevi formule che distinguono una specie dall’altra — ormai insufficienti, integra osservazioni recenti, corregge i caratteri generici alla luce delle nuove conoscenze e distingue rigorosamente le proprie aggiunte, indicandole tra parentesi. Nel trattare l’ultima classe accenna, con la sua consueta discrezione, alla necessità di una revisione più ampia delle crittogame, anticipando così gli sviluppi del proprio lavoro micologico. Sviluppi che negli anni successivi daranno luogo a una messe di contributi di grande interesse, poi confluiti nelle tre parti delle Observationes mycologicae (1795–1799) e nell’ultimo grande lavoro della stagione di Gottinga, Synopsis methodica fungorum (1801). Anche se la proposta di assumerla come punto di partenza delle denominazioni micologiche — analogamente a Species plantarum per le piante — fu respinta dal Congresso di Sydney del 1981, la Synopsis resta l’opera fondativa della sistematica dei funghi: un sistema di nuova concezione, con la trattazione di 71 generi, molti dei quali nuovi, e 1526 specie distribuite secondo criteri originali. Per quanto riguarda il lavoro editoriale — che non mancò, e che forse gli procurò almeno un piccolo cespite di entrate — non va dimenticata la cura dei tre volumi delle Dissertationes academicae di Thunberg, pubblicati a Gottinga tra il 1799 e il 1801, ulteriore testimonianza del suo legame con la scuola linneana. Parigi: il solitario del faubourg souffrant Nel 1802, con una decisione che ha stupito più di un biografo, Persoon lasciò Gottinga per stabilirsi a Parigi. In Germania era noto, rispettato, membro di prestigiose società scientifiche; a Parigi non aveva nessuno, e doveva ancora una volta cambiare ambiente e lingua. Eppure non fu una scelta impulsiva, ma preparata e meditata. Poté pesare anche la situazione politica: negli anni delle guerre napoleoniche la Germania era un campo di battaglia, mentre Parigi era la capitale scientifica d’Europa. Ma la Parigi in cui approdò Persoon — pur accolto con tutti gli onori e riconosciuto per il suo lavoro — non era quella dei salotti, dove brillava l’ex condiscepolo Humboldt, né quella dei collezionisti come il barone Delessert, né quella delle istituzioni di Jussieu, Lamarck e de Candolle. Fu la Parigi del lavoro metodico e solitario, condotto quasi da asceta della botanica e della micologia in una stanza al sesto piano del quartiere più povero della città, il faubourg souffrant: mal illuminata, poco aerata, difficile da riscaldare, arredata con l’indispensabile — un letto, un tavolo, una sedia, un fornello. C’era però ciò che contava davvero: il suo erbario, i libri, una lente mediocre e pacchi di esemplari che gli arrivavano da tutta Europa e talvolta dall’America. La corrispondenza, e soprattutto gli indirizzi con titoli altisonanti in latino (illustrissimus, clarissimus, Princeps mycologorum), stupivano il portinaio e i vicini, che forse si chiedevano se quell’uomo modesto, sempre chiuso nella sua stanza a lavorare, non fosse un principe in incognito. E in un certo senso lo era davvero: non di un regno degli uomini, ma di quello, immensamente più vasto e ancora in gran parte da esplorare, dei funghi — un continente biologico misterioso e interconnesso, che oggi sappiamo contare centinaia di migliaia di specie descritte e forse milioni ancora ignote. La vita materiale era ridotta all’indispensabile, immensa l’opera scientifica. Persoon divenne, in un certo senso, il centro motore di un intero settore della scienza nel suo nascere: studiava, scriveva, corrispondeva con centinaia di colleghi; era il maestro riconosciuto e il mentore degli studiosi delle generazioni successive, come Magnus Fries. Nel 1803, quasi in coincidenza con il suo arrivo a Parigi, incominciò a pubblicare tra Parigi e Strasburgo le Icones pictae specierum rariorum fungorum: forse una delle ragioni che l’avevano attirato nella capitale era che solo qui — e forse a Londra — era possibile realizzare un’opera con una qualità grafica e tipografica impossibile a Gottinga. E poi a Parigi c'era il Jardin des Plantes, con il suo immenso deposito di fogli d'erbario. Nei primi anni parigini, parallelamente agli studi micologici, Persoon affrontò di petto il problema che aveva incontrato curando la terza edizione di Systema vegetabilium: il numero crescente di specie conosciute e gli avanzamenti della botanica richiedevano un aggiornamento molto più profondo e sistematico. La risposta fu Synopsis Plantarum, seu Enchiridium botanicum, complectens enumerationem systematicam specierum hucusque cognitarum, in due volumi, usciti rispettivamente nel 1805 e nel 1807: 20.000 specie distribuite distribuite in 2300 generi e classificate secondo il sistema linneano, di fatto tutte le fanerogame conosciute all'epoca. E che Persoon non sia stato solo il principe dei micologhi, ma anche un botanico di primo piano, ce lo dicono le oltre 2600 occorrenza della sigla d'autore Pers. in IPNI, con decine di nuovi generi e centinaia di specie. Ovviamente i funghi rimasero il centro del suo lavoro anche negli anni parigini. Continuavano a uscire i fascicoli delle Icones (l’ultimo, il quarto, nel 1808). Scriveva recensioni di opere micologiche per il Journal de Botanique diretto da Desvaux e non trascurava la divulgazione, come mostra il Traité sur les champignons comestibles (1818). La sua competenza nella preparazione degli erbari era riconosciuta ovunque: nel 1825 pubblicò il lungo articolo Sur la manière de recueillir et de préparer les champignons pour les herbiers, che divenne un riferimento tecnico. Tra il 1817 e il 1822, a testimonianza dell’attenzione internazionale, a San Pietroburgo uscì in sei volumi Species plantarum, una versione lievemente corretta di Synopsis plantarum. L’opera più importante degli ultimi anni resta però Mycologia europaea, concepita come descrizione completa dei funghi del continente. Persoon ne pubblicò tre volumi tra il 1822 e il 1829. Poi il lavoro si interruppe, soprattutto perché non poté più servirsi del suo erbario. Con l’età che avanzava e i problemi di salute che cominciavano a farsi sentire, continuare a vivere e lavorare in povertà estrema nel faubourg souffrant divenne sempre più difficile. All’inizio degli anni Venti un gruppo di amici e corrispondenti tentò di sostenerlo con una sottoscrizione, ma egli rifiutò sdegnato. Nel 1825, su invito del medico Joseph Kerckhoffs, il governo olandese decise infine di concedergli una pensione di 800 fiorini l’anno; in cambio, Persoon dovette cedere l’erbario — oltre 14.000 esemplari — e gran parte della biblioteca. Alla prima rata, l’ambasciatore olandese a Parigi fece porre i sigilli all’erbario, che Persoon non poté più consultare, anche se esso partì per Leida, destinato all’erbario nazionale, solo nel 1828. Negli ultimi anni poté vivere più dignitosamente nel quartiere di Val-de-Grâce. Ottenne alcuni riconoscimenti, come l’ammissione alla Société linnéenne de Paris, di cui fu anche vicepresidente per un periodo. Partecipò a grandi opere collettive: la relazione sul viaggio delle corvette Uranie e Physicienne, per la quale curò la parte micologica (1826), e la Flore générale de France (1828). Tuttavia, la stagione creativa si era chiusa con la perdita dell’erbario. Morì a Parigi nel novembre 1836, all’età di 74 anni, e fu sepolto al cimitero di Père Lachaise. Sulla tomba volle una semplice lapide con la scritta: «Chretien Henry Persoon, Botaniste, Né au Cap de Bonne Espérance, décédé le 15 Novembre 1836». Peersonia, una Proteacea diversa dalle altre Nel campo micologico, l’eredità scientifica di Persoon è immensa. Fu il primo a portare ordine nella tassonomia di quel vasto e oscuro gruppo di organismi, lasciando un’impronta imprescindibile per tutti coloro che se ne occuparono contemporaneamente e dopo di lui. Anche la sua opera botanica, come abbiamo visto, è significativa. La terza edizione di Systema plantarum per qualche anno sostituì come opera di riferimento la seconda edizione di Murray e fornì la base per l’edizione francese Système sexuel des végétaux (1798). La monumentale Synopsis plantarum offrì un quadro completo e rigoroso delle conoscenze botaniche del tempo. Anche se entrambe furono presto superate dall’opera di altri botanici, segnarono comunque due tappe importanti della transizione dal sistema linneano ai diversi sistemi naturali. A Persoon, oltre a Persoonia — una delle maggiori riviste internazionali di micologia — sono stati dedicati due generi di funghi, Persooniana e Persooniella, e alcune specie botaniche, come Landolphia persooniana e Myosotis persoonii. Il genere Persoonia fu invece istituito tre volte: da Smith nel 1798, da Willdenow nel 1799 e da Michaux nel 1803. Per la legge della priorità è valido il primo. La dedica di Smith, come si vede, precede le grandi opere di Persoon, ma testimonia che la sua fama aveva già varcato la Manica. Scrive infatti: «In memoria del celeberrimo C. H. Persoon, famoso per varie operine sui funghi». Il genere Persoonia Sm. comprende oggi un centinaio di specie di arbusti o piccoli alberi della famiglia Proteaceae, per lo più endemiche dell’Australia; una specie è presente in Nuova Zelanda e un’altra in Nuova Caledonia. In Australia, con l’eccezione di P. pertinax, endemica del Great Victoria Desert, e di poche altre specie, prediligono le zone non aride, da temperate a subtropicali, dell’Australia sudoccidentale e sudorientale, inclusa la Tasmania. Sono note con il nome comune geebung, derivato da una lingua aborigena. Diffuse in una varietà di habitat — dalle pianure sabbiose dell’Australia sudoccidentale alle pianure costiere e al Great Dividing Range nell’Australia sudorientale, fino alle specie alpine della Tasmania e delle Alpi australiane — le Persoonia sono alquanto varie. Sono prevalentemente arbusti, da prostrati a eretti, più raramente piccoli alberi, con fogliame molto variabile da una specie all’altra. I fiori, ermafroditi, sono talvolta solitari, ma più spesso raccolti in racemi più o meno allungati che in alcune specie continuano a crescere terminando in una foglia. I tepali, liberi o più spesso saldati alla base, hanno apici retroflessi e sono solitamente di colore giallo. I frutti, drupe contenenti uno o due semi, in diverse specie sono eduli. Tra le specie più note si ricordano P. pinifolia, un grande arbusto dal fogliame aghiforme e dai lunghi racemi penduli, endemico dell’area di Sydney e particolarmente apprezzato come pianta da giardino per il suo valore ornamentale; P. levis, comune nelle foreste del sud‑est australiano, con foglie asimmetriche a forma di sciabola e racemi eretti, seguiti da drupe molto apprezzate da uccelli, canguri e opossum; P. chamaepeuce, un arbusto nano prostrato adattato agli ambienti alpini della Tasmania e delle Alpi australiane, con foglie lineari e fiori solitari caratterizzati da quattro tepali pelosi, fusi alla base e retroflessi all’apice. All’interno della vasta famiglia delle Proteaceae, Persoonia si distingue per alcune peculiarità. In primo luogo, manca del caratteristico apparato radicale (le radici proteoidi), formato da brevi radichette molto ravvicinate che facilitano l’assorbimento dei nutrienti inorganici: per questo motivo predilige suoli ben drenati, acidi e poveri di nutrienti. In secondo luogo, non presenta le grandi infiorescenze ricche di nettare tipiche di molte specie di questa famiglia, ma fiori molto più piccoli. Si ritiene che siano impollinate non da uccelli o piccoli mammiferi, come altre Proteaceae, ma da insetti come api e vespe. I frutti di molte specie costituiscono poi un’importante risorsa alimentare per la fauna. La dedica di Smith, forse nata con una certa libertà, fu comunque molto gradita a Persoon. Nel 1805, nel primo volume della Synopsis plantarum, egli poté ricambiare l’onore delineando uno dei primi profili del genere e attribuendogli cinque specie, tre delle quali di sua determinazione. Due di queste, P. hirsuta e P. laurina, sono tuttora valide, a testimonianza dell’acume di Persoon come tassonomista anche in campo botanico. Lavorò su esemplari d’erbario, senza aver mai visto una Persoonia viva, e su un genere allora quasi sconosciuto, prima che le grandi novità portate da Robert Brown e dai suoi studi sulle Proteaceae ne definissero i contorni. In questo senso, la dedica di Smith appare oggi meno casuale di quanto sembri: fu il riconoscimento precoce di un sistematico rigoroso, capace di orientarsi anche in territori inesplorati. Nel 1738, uno studente di teologia ventenne e povero in canna giunse a Ratisbona in Baviera. Si chiamava Jacob Christian Schäffer. Si rivelò un eccellente predicatore e presto fece carriera: divenne dottore in teologia e decano della chiesa luterana della città. Non solo: benché non avesse una formazione scientifica, divenne entomologo, ornitologo, micologo, botanico, un vero genio universale che alla ricerca sperimentale univa una spiccata attitudine alla tecnica. Così fu anche inventore. Tra le sue diverse invenzioni, gli si deve la prima lavatrice. La botanica lo ricorda con il genere neotropicale Schaefferia. Un parroco naturalista... e inventore Il 5 settembre 1786 un viaggiatore visitò il Schäfferianum Museum di Ratisbona e ne incontrò il creatore, il teologo Jacob Christian Schäffer; sul libro degli ospiti si firmò "Johann Philip Moeller di Lipsia". In realtà era Johann Wolfgang von Goethe che, sulla strada per l'Italia, preferiva viaggiare in incognito. Che avesse deciso di dedicare qualche ora a quel gabinetto di curiosità ci dice molto, da una parte, sui variegati interessi scientifici del poeta tedesco, dall'altro sulla rinomanza del museo di Schäffer, nel quale egli avrà forse trovato un animo affine. Tanto Goethe quanto Schäffer erano umanisti con una forte propensione per le scienze naturali, o meglio geniali naturalisti dilettanti interessati ad ogni aspetto della natura. Ebbero almeno un terreno di ricerca in comune: entrambi si occuparono di teoria dei colori, Schäffer con il più pratico Entwurf einer allgemeinen Farbenverein (Abbozzo di un'associazione generale dei colori, 1769), Goethe con il più teorico Zur Farbenlehre (Sulla teoria dei colori, 1810). Jacob Christian Schäffer (1718-1790) era nato a Querfurt in Sassonia, figlio di un arcidiacono locale. Nel 1728 la morte del padre lasciò la vedova e sei figli in gravi difficoltà; il ragazzo poté tuttavia continuare gli studi e quindicenne si iscrisse alla facoltà di teologia dell'università di Halle. Doveva però stringere la cinghia e accontentarsi di ciò che passava la mensa dell'orfanatrofio. Più tardi il suo zelo e la sua intelligenza furono notati da uno dei docenti che lo accolse in casa sua e gli permise di tenere alcune lezioni; infine gli trovò un posto come precettore presso la famiglia di un mercante di Ratisbona, dove Schäffer arrivò ventenne nel 1738 "vestito in modo misero, magro e miserabile d'aspetto". Vi avrebbe trascorso tutta la vita, percorrendo una fortuna carriera di insegnante, teologo ed ecclesiastico. Dapprima pastore di una parrocchia, abile predicatore, nel 1760 ottenne un dottorato dall'Università di Wittenberg, seguito nel 1763 dal dottorato in teologia all'università di Tubinga. Nel 1779 divenne decano dei pastori luterani di Ratisbona. Contemporaneamente, iniziò a interessarsi di scienze naturali e a creare un gabinetto di curiosità. La spinta iniziale forse venne del fratello minore Johan Gottlieb, che divenne farmacista e si trasferì ugualmente a Ratisbona, e fu incoraggiata dal cognato Emanuel Theophilus Harrer, che a sua volta aveva accumulato un vasto gabinetto di curiosità. Schäffer si accostò dapprima allo studio degli insetti, stimolato, come spesso gli sarebbe successo anche in futuro, da un problema concreto: essendo tornato per una visita a Querfurt, fu colpito dalla devastazione dei giardini locali provocata da un'invasione di Lymantria dispar. Ne nacque così il suo primo scritto, pubblicato nel 1752, in cui descrisse gli effetti del flagello e suggerì metodi per eradicarlo. Incominciò a raccogliere insetti e a studiarne la muta; per farlo, imparò ad utilizzare il microscopio, che applicò allo studio anche di altri animali, come i polipi d'acqua dolce, i granchi e le lumache. Agli insetti dedicò numerosi articoli o opuscoli e le sue opere più importanti: Abhandlungen von Insekten (Trattati sugli insetti, 1764), Elementa entomologica (1766), Icones insectorum circa Ratisbonam indigenorum (1777), con oltre 3000 illustrazioni raccolte in 280 tavole a colori. Desiderava che i colori riproducessero fedelmente quelli naturali; ciò lo spinse a fare molti esperimenti e a scrivere il già citato testo sui colori. Si dedicò con entusiasmo anche ad altri animali: i pesci, al cui riconoscimento dedicò un manuale, e soprattutto gli uccelli, con due notevoli opere, Elementa ornithologica (1774), e Museum ornithologicum, in cui descrisse gli uccelli del suo museo; entrambe sono illustrati, con rispettivamente 70 e 72 tavole di eccellente fattura. Per preparare gli esemplari del suo museo perfezionò i metodi di conservazione, con tecniche di sua invenzione che, come vedremo, attirarono l'attenzione di Linneo. Fu l'interesse per gli insetti ad accostarlo alla botanica: riteneva infatti che per studiarli correttamente fosse necessario approfondire la conoscenza delle piante di cui si cibano. Alle piante tuttavia dedicò solo una della sue numerosissime opere, Erleichterte Arzneykräuterwissenschaft (Scienza erboristica facilitata, 1770), un manuale pratico sulle erbe medicinali dedicato a farmacisti e dilettanti. Più importante il suo contributo alla micologia, alla quale tra il 1762 e il 1764 dedicò quattro volumi riccamente illustrati, Natürlich ausgemahlten Abbildungen baierischer und pfälzischer Schwämme (Immagini dipinte naturalmente di spugnole bavaresi e palatine), considerati assai avanzati per il suo tempo, L'instancabile pastore scrisse decine di articoli e opuscoli su altri argomenti, da un parassita del fegato delle pecore alla confutazione della credenza allora diffusa che la carie fosse provocata da minuscoli vermi. Oltre che sui colori, condusse esperimenti sui prismi ottici e l'elettricità. Dotato di notevole manualità, molava da sé stesso le lenti, costruiva prismi e microscopi che ottennero un buon successo commerciale e creò con le proprie mani le teche e gli stipi del suo gabinetto. Gli si devono numerose invenzioni: una segatrice, una caldaia a risparmio energetico e una macchina elettrostatica, ma soprattutto la primissima lavatrice, che nacque indirettamente dalle sue ricerche sulla fabbricazione della carta, di cui parleremo meglio tra poco. Nel 1766, mentre cercava informazioni sulle vasche per la pasta di carta, si imbatté nella descrizione della cosiddetta Yorkshire Maiden, un mastello di legno con coperchio riempito di acqua calda e lisciva, dove il bucato veniva mescolato e strizzato a mano. Schäffer perfezionò l'aggeggio inserendo un meccanismo, da lui detto agitatore, che tramite una manovella poteva essere ruotato in senso orario o antiorario. Ne pubblicò il progetto nel 1767, ma non sappiamo se venne mai effettivamente realizzato. Nel 2018, in occasione del bicentenario della sua nascita, nella sua città natale ne è stato costuito ed esposto un esemplare. I suoi esperimenti sulla fabbricazione della carta furono molto più articolati ed altrettanto pionieristici. La crescente produzione di libri a stampa rendeva urgente il problema di trovare materiali cartari diversi dagli stracci. Schäffer, dopo aver appreso i rudimenti del mestiere da un apprendista cartaio, creò una piccola cartiera e sperimentò i materiali più diversi, iniziando dai piumini degli eriofori e dei pioppi; provò steli di ortica, cardo, bardana, mais, canne, e altre piante, foglie di fagiolo, tulipano, castagno, tiglio e noce, pula di salice, viticci di vite, luppolo e fagiolo, senza dimenticare muschi, licheni e alghe. A intrigarlo più di ogni altra cosa erano i nidi che le vespe cartonaie (Polistes) creano a partire dal legname; provò così a creare carta partendo da segatura e trucioli di varie essenze legnose; riuscì a creare fogli di carta, ma erano troppo fragili. L'intuizione però era corretta; il problema venne risolto solo nel 1841 quando Keller inventò la macchina per spappolare il legno che aprì la strada alla fabbricazione della pasta di legno, oggi il materiale cartario di gran lunga più usato. Al poliedrico parroco di Ratisbona non mancarono i riconoscimenti. Il suo museo, come abbiamo visto all'inizio, era notissimo e attirava visitatori da tutta l'Europa; diversi sovrani, tra cui il re di Danimarca che lo nominò suo consigliere, il re di Svezia Gustavo III, l'imperatrice Maria Teresa e suo figlio Giuseppe II, la zarina Caterina II, lo onorarono con doni preziosi e sostennero la pubblicazione delle sue opere. Fu membro di innumerevoli società scientifiche, inclusa la Royal Society che lo accolse nel 1764. Corrispondeva con Réaumur, cui inviò esemplari della rara mosca Clitellaria ephippium, e con Linneo, con il quale scambiò numerose lettere tra il 1753 e il 1768. Ce ne rimangono 27 da parte di Schäffer e una sola da parte di Linneo, in cui si scusa di non aver risposto prima a causa di una malattia e gli annuncia l'elezione all'Accademia delle Scienze di Uppsala. Oltre ad alcuni dei suoi libri, Schäffer inviò a Linneo esemplari di pesci e uccelli, che egli aveva preparato secondo un procedimento di sua invenzione con l'impiego di calce che intrigò moltissimo lo svedese. Schäffer morì nel 1790; dopo la sua morte il suo museo forse passò ai canonici agostiniani e venne trasferito a Passau, ma dopo il 1800 se ne perdono le tracce. Arbusti americani Fu von Jacquin a dedicare a Schäffer il genere Schaefferia, a partire da una specie da lui raccolta nelle Antille, purtroppo senza esplicitare la motivazione. Appartenente alla famiglia Celastraceae, oggi comprende una quindicina di specie diffuse nell'America tropicale e subtropicale, dal Texas all'Argentina. Sono arbusti o occasionalmente piccoli alberi, solitamente assai cespugliosi; hanno foglie coriacee, alternate o fascicolate, fiori unisessuali per aborto (sono dunque dioici) raccolti all'ascella fogliare; quelli femminili sono seguiti da drupe con due loculi, ciascuno dei quali contiene un seme privo di arillo. La specie di maggiore diffusione è Schaefferia frutescens, presente dalla Florida meridionale al Venezuela attraverso i Caraibi. E' solitamente un arbusto con molti fusti, più raramente un piccolo albero alto fino a 4 metri, sempreverde, con piccole foglie coriacee verde-giallastro, corteccia grigia, piccoli fiori da biancastri a verde chiaro, frutti da arancio a rossi. Il legname, giallo e di grana fine, è stato usato in passato come sostituto del bosso, da cui il nome comune Florida-boxwood, "bosso della Florida". Negli Stati Uniti è presente anche un'altra specie, S. cuneifolia, diffusa in ambienti aridi (chaparral e pendici collinari rocciose) dal Texas al Messico settentrionale. Alquanto spinescente, ha rami con corteccia chiara e piccole foglie sempreverdi con lamina da obovata-cuneata a oblanceolata; i minuscoli fiori sono seguiti da drupe da arancio a rosso brillante. Ha radici profonde che le permettono di vivere in condizioni di aridità estrema; per questa ragione viene talvolta utilizzata per progetti di stabilizzazione del suolo. Prima attivissimo esploratore dall'occhio di lince della flora della Giamaica e di altre isole delle Antille, poi autore di testi decisivi sia sulle piante di quell'area, sia di gruppi in precedenza poco studiati (orchidee, felci e licheni), Olof Swartz fu il più importante botanico svedese della generazione post linneana. Il suo apporto alla storia della tassonomia gli ha guadagnato il singolare onore di essere uno dei quattro botanici la cui sigla d'autore è di soli tre caratteri, Sw. A ricordarlo anche il bello e singolare genere neotropicale Swartzia. Dalla flora delle Antille alle orchidee e alle felci Nelle pubbblicazioni scientifiche (ma talvolta anche divulgative, come le schede di questo blog) i nomi botanici, sempre in corsivo, sono seguiti da un sigla in tondo, che indica l'autore di quell'entità. E' un accorgimento necessario per identificare quest'ultima con precisione, visto che le omonimie sono più frequenti di quanto si pensi: ad esempio, il binomio Potentilla adscendens è stato usato quattro volte da altrettanti autori per piante diverse: P. adscendens Waldst. & Kit. ex Willd. (1809), P. adscendens Lapeyr. (1813), P. adscendens Baumg. (1816), P. adscendens Zimmeter (1884); ovviamente, secondo la regola della priorità, solo il primo nome è legittimo, mentre gli altri sono illegittimi, ma non di meno esistenti. Per indicare il nome dell'autore si usano abbreviazioni standard, che possono essere costituite dal cognome intero (come Zimmeter, ovvero il botanico austriaco Albert Zimmeter), ma più spesso da una sigla: ad esempio Waldst. sta sta per Franz de Paula Adam von Waldstein, Kit. per Pál Kitaibel, Willd. per Carl Ludwig Willdenow. Secondo le regole del codice internazionale, nessuna sigla può avere meno di due caratteri. La più corta, e la sola che ne ha effettivamente due, è L., corrispondente al papà del sistema binomiale, Linneo ovvero Carl von Linné. Quattro soli autori, tutti importantissimi, hanno il privilegio di averne tre: Augustin Pyrame de Candolle (DC.), Elias Magnus Fries (Fr.), James Edward Smith (Sm.) e Olof Peter Swartz (Sw.). Tutti gli altri ne hanno quattro o più. Abbiamo già incontrato in questo blog James Edward Smith, che certamente si è guadagnato la curiosa esclusiva sia per i numerosi nomi pubblicati, oltre 1600, sia come fondatore della Linnean Society, dunque in un certo senso come erede diretto di Linneo; de Candolle, con i suoi oltre 17.000 taxa, è l'autore di gran lunga più prolifico; Fries deve il riconoscimento soprattutto al suo ruolo come padre fondatore della micologia (ha pubblicato "appena" 500 nomi di piante); quanto a Swartz, è anch'egli autore di oltre 1600 nomi, e soprattutto ha lasciato un'impronta indelebile nella classificazione di specifici gruppi di piante, come le orchidee e le felci. Nato a Nordkoping in Svezia, Olof Swartz ( 1760-1818 ) per ragioni anagrafiche non fu allievo diretto di Linneo, ma si formò alla sua scuola. Nel 1778, quando arrivò a Uppsala diciottenne per studiare medicina e scienze naturali, il vecchio Linneo era morto da pochi mesi; così il suo primo professore fu il figlio di Linneo Carl junior. Ma il suo vero maestro fu Carl Peter Thunberg, che nel 1779 ritornò dai suoi viaggi in Sudafrica e Giappone e per qualche anno fu dimostratore di botanica a Uppsala, per poi assumere la cattedra alla morte di Carl junior nel 1784. Da lui, con il quale strinse una duratura amicizia, Swartz apprese i metodi del lavoro sul campo con una serie di spedizioni estive in varie province della Svezia, la più impegnativa delle quali nel 1780, insieme ad altri studenti lo portò in Lapponia, ripercorrendo l'itinerario di Olof Rudbeck e Linneo; l'anno successivo fu nell'isola di Åland e visitò anche Gotland. In queste spedizioni per così dire casalinghe dimostrò il suo occhio di lince con una serie di prime segnalazioni per la Svezia e qualche nuova scoperta. Il suo interesse principale andava ai muschi, un gruppo di piante poco studiate; nei pressi di Uppsala scoprì una nuova specie, Jungermannia sertularoides, che fu pubblicata dal figlio di Linneo con l'annotazione "Scoperta da Ol. Swartz, studioso di botanica di ottime speranze". E proprio ai muschi nel 1781 dedicò la sua dissertazione di primo livello, De Methodo Muscorum, di fatto il primo testo svedese sulle briofite. Nel 1783 superò l'esame come candidato di medicina. Era deciso a partire e a fare nuove esperienze. Poteva farlo a spese proprie (anche se non lautamente), avendo ereditato dal padre, un manifatturiere di successo, un piccolo patrimonio. Poco dopo l'esame, lasciò Uppsala per Goteborg; in attesa di un imbarco fece visita a Alströmer a Christinedal e strinse amicizia con i suoi assistenti Fagraeus e Dahl. , anche loro discepoli di Linneo e attivi nel Gabinetto di storia naturale del possidente. Finalmente ad agosto si imbarcò su una nave mercantile diretta a Boston, dove arrivò ad ottobre. Vi si trattenne circa otto settimane, facendo qualche raccolta e visitando l'accademia di Cambridge (ovvero la futura università di Harvard) che lo deluse. La vera meta era la Giamaica. Lasciata Boston alla fine di novembre, vi arrivò il 5 gennaio 1784. La flora dell'isola era già stata esplorata da importanti botanici, a partire da Sloane per arrivare a von Jacquin; ciò nonstante, nell'anno e mezzo in cui la esplorò in quasi ogni angolo, dalla cosiddetta Cickpit Country ad ovest alle Blue Mountains ad est, scoprì centinaia di specie nuove per la scienza; lavorava metodicamente, raccogliendo un numero impressionante di campioni di erbario (oltre 6000) e prendendo note accurate; artista di talento, disegnò inoltre dal vero numerose piante. Visitò anche Haiti, Cuba e alcune isole minori. Oltre alle piante, raccolse anche insetti e uccelli, ma i campioni andarono in gran parte distrutti nel corso di un uragano. Affrontò anche una grave malattia. Infine nell'autunno del 1786 salpò per Londra, dove aveva già spedito due casse di materiali, portando con sé il grosso del suo erbario. Londra, dove si trovavano gli erbari di Sloane, di Patrick Browne e altri botanici che prima di lui avevano esplorato le Antille, era una tappa obbligata nel suo progetto di scrivere una flora sistematica delle isole. Banks gli mise a disposizione la biblioteca e le sue collezioni e rimase fortemente impressionato dalla sua competenza; scrisse a Smith: "Swartz è il miglior botanico che abbia mai visto dai tempi di Solander" e gli propose un posto come "botanico itinerante" (ovvero cacciatore di piante) della Compagnia delle Indie. Swartz desiderava tornare in Svezia e rifiutò; mise a frutto il soggiorno londinese scrivendo Prodromus descriptionum vegetabilium: maximam partem incognitorum quæ sub itinere in Indiam Occidentalem annis 1783-87, che poi fu pubblicato a Stoccolma subito dopo il suo ritorno in Svezia nell'autunno 1787. L'opera contiene la descrizione di 61 generi e 955 specie, molte delle quali nuove per la scienza. Tra i generi di nuova introduzione, la maggior parte è tuttora valida; sono Alchornea, Ardisia, Brosimum, Chloris, Cranichis, Ernodea, Evolvulus, Gymnanthes, Hoffmannia, Labatia, Lacistema, Leersia, Marattia, Marila, Microtea, Ochroma, Picramnia, Rochefortia, Tanaecium, Tetranthus, Trixis, Wallenia. Le specie tuttora accettate sono centinaia. Priva di immagini e con un testo succinto, limitato a una breve diagnosi e, per le specie note, ai rimandi bibliografici, era concepita da Swartz come un semplice Prodromus, preliminare a una pubblicazione più sostanziosa, cui cominciò a lavorare immediatamente. Completata già nel 1788, non poté essere stampata fino al 1791, da un editore tedesco, con il titolo Observationes Botanicae. Presentata come supplemento all'edizione di Murray (1784) del Systema Vegetabilium di Linneo per le Indie occidentali, era caratterizzata da diagnosi molto più dettagliate e comprendeva anche undici incisioni tratte da disegni dello stesso Swartz. Al momento del suo rientro in Svezia, egli non aveva alcuna posizione accademica, anche se durante la sua assenza, grazie a Thunberg, era stato dichiarato dottore in medicina. Poté però dedicarsi interamente alla botanica vivendo, sia pure assai parcamente, dell'eredità paterna. Inoltre nel 1789 il re lo nominò curatore delle collezioni di storia naturale di Drottningholm. Lo stesso anno fu ammesso all'Accademia svedese delle scienze. A mutare drasticamente la sua vita fu il generoso dono dei fratelli Bergius che istituì l'orto botanico Bergianus e la connessa cattedra; nel suo testamento Peter Jonas Bergius raccomandò che a ricoprire l'incarico fosse appunto Swartz, con il quale corrispondeva da molto tempo. La sua volontà fu rispettata dall'Accademia delle scienze e nel 1791 egli divenne il primo professor Bergianus. Da quel momento divise la sua vita tra la casa di città dove trascorreva l'inverno, e la residenza di Bergielund, dove si trasferiva nei mesi estivi. Prese molto sul serio il compito di curatore del giardino, trasformandolo in un giardino modello, tenendo lezioni e pubblicando articoli di orticoltura e giardinaggio; inizialmente l'Accademia delle scienze gli versava l'affitto del giardino, ma ciò comportava obblighi onerosi, che sottraevano tempo al lavoro scientifico. A partire dal 1796 rinunciò all'affitto e si trasferì permanentemente a Bergielund, mantenendo però lo stipendio come professor Bergianus. Come botanico era attivissimo. Tra il 1788 e il 1807 fece numerose spedizioni in Svezia, spesso coronate da nuove scoperte. Ma soprattutto scrisse e pubblicò moltissimo. Il primo progetto cui diede mano fu una flora complessiva delle Indie occidentali, che avrebbe dovuto essere illustrata da tavole a colori tratte dai suoi disegni; si rivolse ancora una volta all'editore di Erlangen che aveva pubblicato l'opera precedente, ma la guerra dilatò i tempi. Molti disegni andarono perduti in mare e i 200 che egli spedì nel 1796 non furono mai pubblicati. Alla fine, Flora Indiae Occidentalis venne pubblicata in tre volumi tra il 1797 e il 1806, ma senza illustrazioni; solo 13 furono pubblicate nei due fascicoli di Icones plantarum incognitarum (1794 e 1800). Rispetto alle due opere giovanili, è un ulteriore ampliamento che, oltre a tenere conto delle ricerche di altri botanici, include un gran numero di specie nuove; particolarmente significativa la trattazione delle orchidee, che passano dai sette generi del Prodromus a 13, con 37 specie. Insieme ad esso, è considerato una pietra miliare delle studio delle orchidee tropicali. A partire dal 1802, fu coinvolto nella grande flora svedese illustrata Svensk botanik diretta da Johan Wilhelm Palmstruch, per la quale scrisse alcuni testi; dopo la morte di Conrad Quensel, ne divenne il principale redattore; collaborò inoltre all'opera gemella Svensk Zoologi. Scrisse infatti anche di zoologia, sebbene il suo interesse principale sia rimasto sempre la botanica. Oltre alla flora delle Antille, i suoi contributi più incisivi riguardano le orchidee e le felci. Tra il 1799 e il 1800 sulla rivista dell'Accademia delle scienze pubblicò una serie di articoli sulla classificazione delle orchidee, probabilmente i primi esclusivamente dedicati a questa famiglia, con un'analisi dettagliata della struttura dei fiori e la distinzione in due gruppi, orchidee con due antere (24 generi) e con due antere (un genere, Cypripedium). Fu anche l'atto di fondazione di generi come Cymbidum, Dendrobium, Disperis, Oncidium, Stelis. Scritti in svedese e poi tradotti in inglese e latino, guadagnarono a Swartz il titolo di "padre dell'orchidologia". Nel 1805 gli articoli furono ripubblicati in latino con il titolo Genera et species Orchidearum systematice coordinatarum. Nel 1806 pubblicò Synopsis filicum, un manuale sulle felci, in cui, basandosi sui criteri di classificazione elaborati da James Edward Smith, ovvero la forma e la caratteristiche dei sori e dell'indusio, trattò 33 generi e circa 700 specie; anche se diversi generi erano molto ampi e innaturali, la sua trattazione fu quella più seguita per almeno una trentina di anni, fino alla profonda revisione operata dal boemo Presl. Un altro campo in precedenza poco battuto cui Swartz diede un notevole contributo fu lo studio dei licheni. Nel 1811 pubblicò Lichenes americani, con la descrizione sia dei licheni raccolti durante la spedizione nelle Antille, sia provenienti da altre aree dell'America; le pregevoli illustrazioni sono di sua mano. L'opera ispirò le ricerche di Erik Acharius; Swartz gli mise a disposizione le sue collezioni e lo sostenne nello sviluppo di un nuovo sistema di classificazione. Un altro giovane scienziato profondamente influenzato da lui fu Elias Fries, che incoraggiò nello studio delle crittogame e dei funghi. Nel 1811 divenne segretario permanente dell'accademia delle scienze, incarico che andava a sommarsi a quelli di curatore delle collezioni reali e di Professor bergianus. Il carico di lavoro divenne molto pesante, ma egli lo svolse con la consueta dedizione e serietà, da una parte rafforzando la reputazione della scienza svedese all'estero (egli stesso era membro di 22 società scientifiche), dall'altro sostenendo giovani ricercatori come il già citato Fries, Wahlenberg e Hartman. Già Cavaliere dell'Ordine di Vasa dal 1808, nel 1814 fu nominato Commendatore dell'Ordine della Stella Polare. Morì nel 1818, ad appena 58 anni, in seguito ad un'infreddatura contratta durante un'escursione. Oltre che per la sua incredibile capacità di lavoro, era riconosciuto per il carattere aperto e la generosità con cui cedeva i doppioni delle sue raccolte e metteva a disposizione di altri studiosi le sue collezioni, in base alla profonda convinzione che il progresso scientifico nasca dalla collaborazione e non dal genio del singolo. Alberi tropicali per un esploratore della flora americana Come esploratore della flora delle Antille e studioso di orchidee, Swartz è ricordato dall'eponimo di numerose specie, come Dendropanax swartzii o Dendrobium swartzii. Nel 1791, due botanici tedeschi, Johann Christian Daniel von Schreber e Johann Friedrich Gmelin, gli dedicarono due generi Swartzia, Quello è accettato è quello di Schreber, il quale non aggiunse alcuna motivazione, ma vi inserì alcune specie descritte da Swartz nel Prodromus. Swartzia Schreb., famiglia Fabaceae, comprende poco meno di 200 specie esclusive dell'America tropicale, diffuse principalmente nelle foreste pluviali di bassa quota, ma presenti anche in altri ambienti, come le savane, le foreste premontane e le foreste stagionalmente aride. E' distribuito dal Messico e dai Caraibi alla Bolivia e al Brasile meridionale, con il centro di diversità in Amazzonia dove nella stessa area possono convivere anche una decina di specie. Per la presenza in ambienti così vari e la differenziazione in così tante specie spesso di limitata diffusione è considerato un esempio di "evoluzione esplosiva". Sono principalmente alberi, da quelli di piccole dimensioni che vivono nel sottobosco ai giganti le cui chiome emergono nello strato superiore o canopia. Le specie della savana sono invece per lo più arbustive. A caratterizzare questo genere è soprattutto la peculiare morfologia dei fiori; nella maggior parte delle specie presentano un singolo petalo di grandi dimensioni, eretto in funzione vessillifera, bianco o giallo; nelle specie della sezione Terminales, i petali mancano. Gli stami sono numerosissimi e si presentano in due forme: la maggior parte sono brevi e si appressano nel centro del fiore; pochi altri, in numero variabile secondo la specie, sono molto più lunghi, ricurvi e protrusi all'esterno. I fori sono riuniti in infiorescenze che possono nascere direttamente dal tronco. I frutti sono follicoli o legumi, per lo più deiscenti che contengono da uno a più semi avvolti in un arillo. Tra le specie più notevoli, S. panacoco, nota con il nome comune di ebano brasiliano, un albero della Guiana il cui legame duro e durevole, di un colore dal bruno oliva scuro al nero, è usato in ebanisteria; purtroppo, come spesso accade in questi casi, è a rischio per l'eccessivo sfruttamento. S. simplex è invece una specie di ampia diffusione (dal Messico al Brasile) delle foreste pluviali, di altezza media (da 5 a 15 metri), con una chioma di forma irregolare quando cresce nel sottobosco, di forma regolare e più ricca di foglie quando cresce in aree dove riceve più luce; oltre che per il legname è utilizzata localmente per i frutti che contengono semi circondati da una polpa edule. La specie più bella è considerata S. macrosema (sin. S. auresosericea), endemica delle foreste montane amazzoniche tra Ecuador, Perù e Colombia; i suoi fiori sono caratterizzati da un grande vessillo giallo-oro, che ricorda quasi un ventaglio plissettato, da numerosissimi piccoli stami raggruppati al centro e da quattro stami protrusi, uno dei quali lunghissimo. I fiori di Swartzia sono impollinati da imenotteri, in particolare appartenenti ai generi Xylocopa e Trigona. A più riprese, trasportati dalle navi della Compagnia svedese delle Indie orientali che fanno scalo al Capo di Buona Speranza di ritorno dalla Cina, arrivano a Linneo cesti e cassette con il gradito dono di piante, bulbi, insetti sudafricani. Il donatore è il governatore Ryk Tulbagh, abile e solerte funzionario coloniale appassionato di scienza. E Linneo lo ricambierà con la dedica dell'odorosa ma bellissima Tulbaghia. Dalla gavetta a padre della Colonia Il 22 febbraio 1751, la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) nominò governatore della Colonia del Capo il cinquantenne Ryk Tulbagh (1699-1771) che assunse il suo incarico il seguente 15 aprile. Era il culmine di una carriera partita dalla gavetta. Nato in una modesta famiglia di Utrecht, che durante la sua infanzia si era trasferita a Bergen-op-Zoom, vi frequentò le scuole e imparò il suo latino; quindi a sedici anni si imbarcò su una nave della VOC diretta al Capo, con un contratto di cinque anni come apprendista, che poteva comportare di "imbracciare un moschetto o impugnare una penna". Diligente, industrioso e di buone maniere, si fece presto notare dai superiori; a diciannove anni fu nominato assistente segretario del Consiglio di Polizia, e tre anni dopo fu promosso impiegato capo e segretario del Consiglio. Era un compito di responsabilità che comportava una stretta relazione sia con il governatore, che presiedeva quell'organismo, sia con la direzione della VOC (i famosi, o famigerati, 17 signori). Nel 1725 sposò Elizabeth Swellengrebel, sorella di un membro del Consiglio, Hendrik Swellengrebel. Nel 1728 ottenne il rango di mercante junior (al di là del nome, si trattava di un grado gerarchico che non implicava necessariamente compiti di compravendita), un seggio nella corte di giustizia ed entrò a fare parte del Consiglio con diritto di voto. Nel 1732, fu promosso mercante senior. Nel 1737 alla morte del governatore Adriaan van Kervel, il Consiglio dovette affrontare una decisione difficile. La consuetudine voleva che fosse nominato governatore il secunde, ovvero il funzionario di più alto rango dopo il governatore stesso; a rivestire questo ruolo era Hendrik Swellengrebel, il cognato di Tulbagh. Tuttavia il fiscale Daniël van den Henghel rivendicava per sé l'incarico, in quanto mercante senior da un numero maggiore di anni. Quando si passò ai voti, i due candidati risultarono in parità. Si decise perciò di ricorrere al sorteggio, che favorì van den Henghel. La decisione definitiva però spettava ai 17 signori; appena furono informati, censurarono l'operato del Consiglio e stabilirono che van den Henghel tornasse al ruolo precedente, Hendrik Swellengrebel fosse promosso governatore e Ryk Tulbagh secunde, ruolo che ne faceva il presidente dell'Alta corte e gli apriva la strada di futuro governatore. Tulbagh affiancò il cognato per 14 anni e quando questi lasciò l'incarico per stabilirsi in Olanda, gli succedette puntualmente. Fu poi governatore per un ventennio (fino alla morte, avvenuta nel 1771), segnando profondamente la vita della Colonia. Con trent'anni di esperienza amministrativa, conosceva perfettamente tutti i problemi di affrontare. Privo di figli, e rimasto vedovo fin dal 1753, poteva dedicare tutto il suo tempo e le sue energie ai suoi amministrati, che presero a chiamarlo affettuosamente "papà Tulbagh ". La più celebre delle sue iniziative, tuttavia, certo non fu gradita a tutti: sul modello già imposto a Batavia, introdusse una legge suntuaria che vietava gli abiti di velluto, di seta o con strascico, le carrozze ornate con stemmi, le ostentazioni durante i funerali e l'uso di ombrelli parasole retti da schiavetti (erano uno status symbol). Né tutti avranno approvato il Codice Tulbagh emanato nel 1754, che rendeva meno dura la condizione dei neri: quelli nati liberi (Fryswartes) ottenevano la parità legale, mentre agli schiavi era concesso di praticare un mestiere per mantenersi e acquistare la propria libertà; la pena di morte rimaneva solo per chi avesse ucciso il proprio padrone, mentre per reati minori era previsto il lavoro forzato. A conquistare l'affetto degli abitanti della colonia furono invece certamente la costruzione di nuove strade e di nuove aree urbanizzate, l'installazione di prese d'acqua nelle vie cittadine per combattere tempestivamente gli incendi, la creazione di una stazione di polizia, le misure sanitarie contro le ricorrenti epidemie di vaiolo, l'apertura della prima biblioteca pubblica. Durante il suo mandato, riprese anche l'esplorazione del territorio. Nel 1752 ricorreva il centenario della creazione della Colonia, Oltre a celebrarlo con una solenne cerimonia e con un banchetto cui furono invitati i borghesi della città e gli ufficiali delle navi straniere che in quel momento erano all'ancora nella Baia, Tulbagh volle solennizzarlo con una spedizione, la più vasta dai tempi di Simon van der Stel nel 1685. Il primo scopo era comprendere meglio la situazione ai confini orientali della colonia, che non erano mai stati definiti con esattezza. In teoria il confine era il Great Fish River, ma da tempo gruppi di cacciatori e allevatori lo avevano superato e non erano mancati tragici scontri con popolazioni locali, soprattutto con i Bantu, che a loro volta muovevano verso sud e verso occidente alla ricerca di nuovi pascoli. La spedizione si svolse tra il febbraio e il novembre 1752 e coinvolse ben 71 persone e un convoglio di undici carri, sotto il comando dell’insegna August Frederik Beutler; oltre a un cartografo, un diarista ufficiale e un chirurgo, c’era anche un addetto alla raccolta delle piante, il sorvegliante del granaio della compagnia Hendrik Beenke. Muovendosi verso nord est, il gruppo esplorò i territori dei Thembu e degli Xhosa fino al Qora River. Una spedizione anche più imponente avvenne una decina di anni dopo. Nel 1760 il fattore Jakobus Coetse fu autorizzato a una spedizione di caccia agli elefanti; dopo aver attraversato le Copper Mountains, piegò a nordest e dopo dodici giorni giunse al Gariep, o “Grande fiume” (qualche anno dopo sarebbe stato ribattezzato Orange River) e ne seguì il corso per un tratto. Al ritorno, ne parlò con il capitano Hendrik Hop. Questi propose a Tulbagh di inviare una spedizione ad esplorare il territorio scoperto da Coetse. Diretta dallo stesso Hop, essa si svolse tra il luglio 1761 e l’aprile 1762 e vide la partecipazione sia di una trentina di coloni volontari (tra cui Coetse) sia della VOC, che fornì tre carri, armi, materiali e una cinquantina di portatori ottentotti e personale tecnico: un topografo, un esperto di metallurgia e il capo giardiniere Johann Andreas Auge. Il gruppo si mosse lungo l’itinerario già percorso l’anno prima da Coetse e dopo aver attraversato il fiume, si spinse a nord fino all’attuale Warmsbad in Namibia dove giunse in dicembre; l’estrema aridità di questa regione li costrinse a ritornare sui loro passi. In seguito a queste spezioni, nel 1770 Tulbagh fissò i confini della colonia al distretto di Swellendam a est e ai monti Swartberg a nord. Di fatto, non furono mai rispettati né dai coloni né dai Bantu, Veniamo ora alla politica culturale di Tulbagh che, nonostante la sua limitata formazione, era un uomo colto che padroneggiava perfettamente il latino e il francese; di mente aperta, abbandonò il tradizionale atteggiamento di chiusura e di sospetto con il quale la VOC guardava agli stranieri. Poco dopo la sua nomina, arrivò dalla Francia l’abate Louis-Nicolas de Lacaille (o La Caille, 1716-1772), inviato dall’Accademia delle Scienze a fare osservazioni astronomiche e geodetiche. Tulbagh fece costruire per lui un osservatorio, attrezzato con gli strumenti che questi aveva portato dalla Francia. Nell’arco di circa due anni (aprile 1751-marzo 1753), l'abate fece straordinarie osservazioni: catalogò circa 10.000 stelle del cielo australe, determinò la longitudine dell’insediamento, misurò la lunghezza di un grado di latitudine e corresse la carta del territorio fino a St Helena Bay. Durante il suo soggiorno, mandò periodicamente a Parigi esemplari naturali, inclusi semi e bulbi, e al suo ritorno portò con sé un erbario per il Jardin des Plantes. Come abbiamo visto, durante le spedizioni, e certamente anche al di fuori di esse, venne promossa la raccolta di esemplari di piante e animali; gli archivi attestano che membri della Compagnia erano regolarmente inviati alla ricerca di piante, erbe e insetti. Il più attivo di questi raccoglitori era certamente Johann Andreas Auge (1711-ca. 1805) che Tulbagh promosse sovrintendente del giardino della VOC al Capo. Le raccolte erano destinate al giardino stesso, ma anche agli orti botanici di Leida e Amsterdam, nonché a scienziati europei. Il più noto di questi corrispondenti è indubbiamente Linneo, con il quale il governatore probabilmente entrò in contatto intorno al 1760 attraverso il capitano Ekeberg. Nel 1761 gli inviò circa 200 piante, diversi uccelli impagliati, una collezione di bulbi e una cinquantina di tipi di semi, presumibilmente raccolti da Auge. Linneo espresse la sua soddisfazione con una lettera di ringraziamento che purtroppo non ci è pervenuta. Tulbagh replicò con l'invio di una cassa con 63 tipi di bulbi da fiore, un cesto con 82 tipi di semi e una cassetta dei "migliori insetti che offre questo paese" (lettera del 25 aprile 1763). La risposta di Linneo (lo vedremo meglio più avanti) fu la dedica del genere Tulbaghia, annunciata con una lettera datata 30 giugno 1764. La corrispondenza continuò negli anni successivi, ma tutte le lettere sono andate perdute, tranne quella inviata da Tulbagh il 20 marzo 1769 in cui promette l'invio di altri bulbi e di un "libro di piante secche", ovvero un erbario. Forse esso non avvenne mai: Tulbagh sarebbe morto poco più di un anno dopo, e anche la salute di Linneo aveva cominciato a declinare. Poté però approfittare degli invii del governatore per descrivere numerose piante sudafricane in Mantissa plantarum altera (1771), una delle quali è appunto quella dedicata al generoso governatore, Tulbaghia capensis. Bulbose in technicolor Torniamo dunque a quella lettera del 1764 in cui Linneo annuncia la creazione del genere Tulbaghia, accludendo anche un disegno della pianta che, confida, "sarà un monumento duraturo a Vostro Onore finché perdurerà la tribù dei vegetali"; chiede poi di inviargliene qualche bulbo, "affinché possa essere propagata e diffusa in tutti i giardini d'Europa, così da rendere il vostro nome familiare a tutti gli amanti delle piante rare e belle". Quindi si congratula con Tulbagh per abitare (e governare) un vero paradiso terrestere, e conclude: "Se potessi scambiare il mio destino con quello di Alessandro Magno, di Salomone, di Creso o di Tulbagh, senza esitazione preferirei quest'ultimo". Oggi il genere Tulbaghia (famiglia Amaryllidaceae) comprende 28 specie di bubose, distribuite principalmente nella Provincia del Capo orientale. La loro caratteristica più evidente è il pronunciato odore agliaceo delle foglie, da cui il nome comune wild garlic, o anche society garlic, forse perché tendono a formare gruppi fitti e compatti, oppure perché il loro odore, meno pungente di quello dell'aglio, li rende adatti ad essere consumati in società. Sono per altro piante molto belle, spesso con fiori dal colore insolito e con una struttura singolare, data da sei tepali più o meno stretti e da una piccola "corona centrale", a volta in colore contrastante. La specie più rustica e più frequentemente coltivata da noi è T. violacea che nel corso dell'estate produce splendidi fiori viola ametista che, a dispetto dell'odore delle foglie, sono anche piacevolmenti profumati. Vale però la pena di menzionare almeno T. acutiloba, con fiori a tromba con tepali bianco-verdastro e corona aranciata, la candida T. cominsii, la gialla T. dregeana, la rossa T. capensis che profuma di notte. Qualche approfondimento nella scheda. Ad aprire a Linneo e ai suoi allievi il ricco terreno di raccolta della Colonia del Capo, fino ad allora gelosamente riservato ai botanici olandesi, furono l'intraprendenza e l'abilità diplomatica del capitano Carl Gustav Ekeberg, che riuscì a instaurare eccellenti contatti con il governatore Tulbagh. Grazie a lui le navi della Compagnia svedese delle Indie orientali poterono fare scalo a Table Bay e all'apostolo di Linneo Anders Sparrmann fu concesso di stabilirsi per qualche tempo al Capo. Proprio Sparmann volle ringraziarlo con la dedica del genere Ekebergia. Un capitano scienziato e artista La triangolazione Svezia - Cina - Capo di Buona Speranza, che abbiamo incontrato a proposito della raccolta di piante sudafricane donata da Grubb a Bergius fu resa possibile dall'intraprendenza di un capitano della Compagnia svedese delle Indie orientali (SOIC). In precedenza, poiché la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) non ne vedeva di buon occhio la concorrenza, le navi della SOIC in rotta per e dalla Cina, non facevano scalo al Capo, preferendo piuttosto Sant'Elena o il Madagascar. A mutare la situazione, fu in primo luogo nel 1751 la nomina a governatore della colonia del Capo di Rijk Tulbagh (1699-1771), che mise fine all'"autarchia naturalistica", accogliendo volentieri scienziati europei in visita in Sudafrica. Di questa nuova disponibilità poté approfittare appunto il capitano Carl Gustav Ekeberg (1716–1784), accreditandosi agli occhi di Tulbagh come scienziato e cartografo. Ma andiamo con ordine. Ekeberg è celebre come capitano e cartografo, ma ebbe una formazione insolitamente ampia e varia. Tra il 1726 e il 1729 studiò chimica all'università di Uppsala; in questo periodo potrebbe aver conosciuto Linneo, che vi arrivò a come studente nel 1728, ma la loro amicizia probabilmente iniziò qualche anno dopo. Infatti già nel 1730 Ekeberg si trasferì a Västerås per iniziare l'apprendistato di sei anni come farmacista presso G. Wessel; completò poi l'apprendistato a Turku, dove poi fu farmacista per due anni. Contemporaneamente studiò anche medicina all'università di Turku, tanto che nel 1738 lo troviamo nelle vesti di medico di bordo in due viaggi su navi mercantili dirette in Spagna. Avido di assorbire nuove conoscenze, ebbe così modo di imparare le tecniche di navigazione. Nel 1742 passò al servizio della SOIC per la quale avrebbe lavorato per oltre trent'anni, partecipando a non meno di dieci viaggi sulla rotta cinese e divenendone il capitano più celebre. Il suo primo ingaggio fu come quarto ufficiale della Drottningen af Swerige; fu un viaggio difficile che ebbe il sapore di una vera e propria iniziazione. Lasciata Göteborg il 10 gennaio 1742, dopo appena due settimane di navigazione la nave urtò uno scoglio sulla costa norvegese. La falla fu riparata, ma rallentò la navigazione. A Cadice, dove abitualmente le navi svedesi facevano scalo per scambiare il ferro e altre merci con l'oro necessario per gli acquisti in Cina, il secondo ufficiale disertò mentre il primo ufficiale fu arrestato. Tutti questi contrattempi rallentarono il viaggio; solo a novembre, la Drottningen af Swerige raggiunse l'isola di Hainan nel mar cinese meridionale, dove fu costretta a sostare per sei mesi; a marzo ripartì, ma mancò la rotta, finendo nelle isole Marianne. Solo ad aprile raggiunse Macao e da qui Canton. Le disavventure non erano finite: in un incendio, scoppiato nei magazzini della compagnia parte delle merci già scaricate andò perduta; ad agosto il capitano Peter von Utfall morì e il nostro Ekeberg venne promosso sul campo secondo ufficiale, ricoprendo questo ruolo nel viaggio di ritorno, finalmente senza contrattempi. Il 25 luglio 1744 la nave toccava le coste svedesi; nonostante tanti guai, il carico di tè e altre merci cinesi diede agli azionisti un dividendo del 105% sul capitale investito. Fu invece come terzo ufficiale che nel 1745 Ekeberg si imbarcò sulla Stockholm; fu un viaggio brevissimo e sfortunato: partita il 9 gennaio, tre giorni dopo la nave, insieme alla Drottningen af Swerige, naufragò al largo delle isole Shetland. Ekeberg riuscì a raggiungere la riva aggrappandosi a parti del relitto, ma al mattino i suoi capelli erano diventati bianchi; quindi rimase nelle isole per tre mesi e ne approfittò per fare osservazioni naturalistiche e etnologiche. La terribile avventura non era tale da scoraggiare il nostro, che il 27 dicembre 1746 era di partenza per il suo terzo viaggio, nelle vesti di secondo ufficiale della Götha Leijon; la SOIC, per incrementare le entrate, aveva deciso di saggiare le potenzialità del mercato indiano; così, prima di raggiungere Canton, la nave fece un lungo scalo a Surat; anche se non ci furono incidenti, il viaggio si protrasse dunque per quasi tre anni, concludendosi nel giugno 1749. Nel 1750 Ekeberg ebbe finalmente il suo primo comando sulla Freden; il suo compito era però un po' triste: dopo due viaggi in Cina, la nave non teneva più bene il mare e si trattava di portarla a Cadice per essere venduta. Così fu; quindi, conclusa la vendita, Ekeberg e l'equipaggio tornarono a casa a bordo di un'altra nave. Nel dicembre 1751, Ekeberg riparti per il suo terzo viaggio cinese, come primo ufficiale della Hoppet. Nel 1755 fu promosso tenente dell'Ammiragliato. Lo stesso anno lo ritroviamo sulla rotta cinese come primo ufficiale della Princessan Sophia Albertina (gennaio 1755-agosto 1756) e finalmente come comandante della Prins Friedric Adolph (febbraio 1759- agosto 1760). Nel frattempo aveva cominciato a farsi conoscere negli ambienti scientifici; a partire dal 1749, presentò all'Accademia delle scienze il diario del viaggio a Canton del 1746-49, quindi i diari dei viaggi a Cadice del 1750-51 e a Canton del 1751-54 e del 1755-56. Le sue osservazioni furono giudicate utili dall'Accademia delle scienze che nel 1757 lo premiò con una medaglia d'oro. Per cinque volte ancora avrebbe percorso la rotta per la Cina, ormai sempre come comandante, anzi come il più reputato e mitico dei comandanti della SOIC: della Finland dal febbraio 1762 all'agosto 1763 (durante questo viaggio, la nave rimase incagliata in un banco di sabbia nello Stretto di Bangka, ma Ekeberg riuscì a risolvere l'incidente con abilità); della Stockholms Slott dal dicembre 1765 all'agosto 1767; ancora della Finland dal dicembre 1769 al giugno 1771; infine della Drottning Sophia Magdalena dal gennaio 1774 al giugno 1775 e dal gennaio 1777 al giugno 1778. Oltre ad essere un abilissimo marinaio, era reputato per il buon umore, le battute pronte e la capacità di trattare i suoi uomini in modo severo ma umano, evitando le punizioni corporali. Intorno al 1760, Ekeberg investì i proventi dei viaggi in Cina nell'acquisto di una proprietà terriera nell'Uppland; si trovava in questo modo ad essere vicino di Linneo, con cui condivideva anche l'appartenenza all'Accademia delle scienze, alla quale fu ammesso nel 1761. Si rese utile all'amico scienziato, da una parte, portandogli piante e altri oggetti naturali dalla Cina (tra cui le prime desideratissime piante di tè, che purtroppo non superarono i rigori del primo inverno svedese); dall'altra favorendo l'imbarco di allievi di Linneo come pastori o medici di bordo sulle navi della SOIC. Così, a bordo della Stockholms Slott troviamo il giovanissimo Anders Sparmann, come aiuto medico o assistente dello stesso Ekeberg. Ma forse ancora più importante fu aver aperto a Linneo e ai suoi apostoli le porte della Colonia del Capo. Forse fin dal viaggio della Prins Friedric Adolph, Ekeberg cominciò a fare regolarmente scalo a Table Bay, contrariamente alle abitudini degli altri comandanti della SOIC. A renderglielo possibile fu la sua abilità di cartografo, altamente apprezzata da Tulbagh; egli disegnò per lui diverse mappe, inclusa una di False Bay. Inoltre il governatore era un ammiratore di Linneo e Ekeberg si trasformò in una sorta di corriere tra lui e il luminare svedese, suo ottimo amico; in almeno due occasioni, nel 1761 e nel 1763, Tulbagh gli affidò lettere, insetti, piante, bulbi e semi per Linneo, in totale circa 200 specie. Fu sempre grazie alla mediazione di Ekeberg che nel 1772 le autorità olandesi concessero a Anders Sparrman di fermarsi in Sudafrica. Ekeberg era un uomo di vasti interessi scientifici, Probabilmente il suo contributo maggiore è dato dalle misurazioni dell'inclinazione magnetica in mare, effettuate durante il viaggio da e per Canton nel 1766-67 con un inclinatorium per uso marittimo, costruito da J. C. Wilcke. Il risultato fu pubblicato negli Atti dell'Accademia nel 1768; inoltre, grazie alle sue osservazioni, Wilcke poté pubblicare la prima mappa dell'inclinazione magnetica. E' possibile che questi studi siano stati ispirati a Ekeberg dai contatti con Tulbagh; a interessarsi del problema, e a fare analoghe misurazioni durante il suo viaggio per e da Città del Capo era stato prima di lui l'abate Lacaille, che tra il 1750 e il 1754 visse al Capo dove il governatore fece costruire per lui un osservatorio astronomico. Tra un viaggio l'altro, e poi definitivamente dopo il ritiro nel 1778, Ekeberg divise il suo tempo tra la conduzione di una fattoria e la scrittura. Come proprietario terriero era aperto alla sperimentazione ed era in corrispondenza, tra l'altro, con i fratelli Bergius sulla coltivazione di cereali e foraggio. A partire dal 1760, acquistò tre fattorie che riunì in un'unica grande fattoria detta Altomta. L'edificio principale, con quattro ali, esiste ancora; al piano terra, la "Sala Ekeberg" ha conservato l'aspetto che aveva al tempo del capitano, con i colori, i serramenti di legno e la stufa di maiolica originali; incastonati in pannelli murali, ci sono sette dipinti a olio che raffigurano eventi e luoghi dei suoi viaggi. Dato che era un abile pittore, potrebbero essere di mano dello stesso Ekeberg. Non ci sono più le collezioni di carte, oggetti naturali e cineserie che davano un carattere orientale a questa casa dell'Uppland. Come scrittore, la sua opera più importante è il diario di viaggio Ostindisk resa 1770-71 (pubblicato nel 1773), illustrato con incisioni calcografiche di Olof Årre, ricavate da suoi disegni. Il suo dipinto più drammatico raffigura la Finland alle prese con una tempesta. Intorno al 1820 Jacob Hägg ne trasse ispirazione per il suo quadro "La Finland durante la tempesta". L'episodio è stato raccontato in toni altamente emozionanti dal mercante Jacob Wallenberg che era a bordo e riferì il viaggio in Min son på galejan ("Mio figlio in galera"), divenuto un classico dei libri di viaggio svedesi, rendendo popolare la figura del vecchio capitano che, con i suoi capelli d'argento, camminava avanti e indietro sul ponte sfidando gli elementi. Alti alberi africani Fu Sparmann, per riconoscenza verso colui che aveva reso possibile la sua avventura africana, a dedicare al capitano Ekeberg il genere Ekebergia, ricordandone i viaggi dalla Cina e il contributo alla botanica, in particolare come introduttore in Svezia delle prime piante di tè. Appartenente alla famiglia Meliacee, questo genere comprende quattro specie di alberi o arbusti distribuiti nell'Africa tropicale e meridionale. Dioiche, hanno foglie composte imparipennate e piccoli fiori dal dolce profumo raccolti in cime panicolate. La specie di più ampia diffusione è E. capensis (dal Sudan e dall'Etiopia al Capo occidentale in Sudafrica). E' un alto albero che può raggiungere i 30 metri di altezza e un metro di diametro, con corteccia quasi nera, fortemente fessurata, e forti radici a contrafforte; vive in ambienti stagionalmente aridi, per lo più ai margini delle foreste montane, tra 600 e 2600 metri. Trova uso anche come ornamentale in parchi e giardini. Fiorisce in estate, producendo cime pendule di piccoli fiori bianchi o lievemente rosati dolcemente proumati. Le bacche che fanno seguito ai fiori sono apprezzate da uccelli, scimmie e altri mammiferi. Le foglie di diverse specie hanno usi officinali. In una storia di Esopo, si parla di una cornacchia che per farsi bella provò a rivestirsi con penne di pavone, finendo per venire scacciata tanto dai pavoni quanto dalle cornacchie. Almeno per un po', il gioco riuscì invece benissimo al mercante svedese Michael Grubb, che riuscì a gabellare per sua una collezione di piante sudafricane che sia era limitato a comprare. Per questo un botanico sudafricano l'ha soprannominato "il perfido Grubb". Ma, come scopriremo, aveva fatto ben di peggio. Eppure si onora di un genere, Grubbia, l'unico della famiglia Grubbiaceae. Come fare soldi in Cina Come abbiamo visto in questo post, per Descriptiones plantarum ex Capite Bonae Spei Jonas Peter Bergius si basò su una raccolta di piante sudafricane che gli era stata donata dal mercante Michael Grubb (1728-1808). Non solo gli dedicò l'opera, ma lo elogiò con lodi sperticate, e ovviamente gli dedicò uno dei suoi nuovi generi, Grubbia. Era certo convinto che quelle piante Grubb le avesse raccolte di persona, spinto dal suo amore per la scienza. La verità emerse qualche anno dopo, quando, durante il suo soggiorno sudafricano, Carl Peter Thunberg conobbe Johann Andreas Auge, il sovrintendente del giardino della Compagnia olandese delle Indie a Città del Capo, che gli avrebbe fatto da guida nella spedizione del 1772-73. Egli infatti scoprì che a raccogliere le piante era stato lo stesso Auge e che Grubb si era limitato ad acquistarle, senza farne parola né con Bergius né con altri. Per questo inganno, il botanico Peter MacOwan lo avrebbe definito "il perfido Grubb". In realtà, Grubb si era macchiato di perfidie ben peggiori. Egli apparteneva a una famiglia di mercanti e imprenditori (una delle sue sorelle, Catharina Elisabet Grubb, è celebre per aver creato una delle principali miniere di ferro dello Finlandia). La morte del padre, il mercante Nils Grubb, gli lasciò un capitale molto modesto, ma ottimi contatti sia a Stoccolma sia a Turku. Decise così di tentare la fortuna entrando al servizio della SOIC (Compagnia svedese delle Indie orientali) che da una ventina d'anni effettuava uno o due viaggi annuali in Cina. La rotta era ormai collaudata e alla fine degli anni '40, i mercanti di Stoccolma avevano incominciato ad interessarsene. Così Grubb nel 1750 arrivò per la prima volta a Canton a bordo della Adolph Fredrich, probabilmente come semplice passeggero o mercante di basso livello. Negli anni successivi - non tutti i registri sono conservati, e figurano solo gli ufficiali - dovette fare altri viaggi; verso la metà degli anni '50, fu tra i primi svedesi a rimanere in Cina tra un viaggio e l'altro, prolungando il suo soggiorno per oltre un anno. In questa prima fase, che potremmo definire esplorativa, incominciò a stringere relazioni sia a Canton sia a Macao, e a fare carriera nella SOIC. Nel 1758 lo troviamo nelle vesti di supercargo - l'ufficiale responsabile degli aspetti commerciali - della Prins Carl, comandata da Baltzar Grubb, presumibilmente uno dei suoi parenti. Da quel momento fino al 1764, quando sarebbe ritornato definitivamente in Svezia, rimase in Cina, spostandosi tra Canton (dove era possibile rimanere solo quando le navi straniere erano in porto) e Macao e stringendo molteplici contatti: mercanti cinesi in entrambi i porti, protestanti e cattolici, portoghesi, olandesi, britannici, persino armeni. Divenne un intermediario d'affari tra i diversi gruppi e si inserì nel commercio che legava la Cina all'Asia meridionale, a Giava, alle Filippine e al Giappone. Di fatto creò una propria compagnia commerciale privata, cosa all'epoca non ancora vietata - o almeno non espressamente vietata - dal regolamento della SOIC. Le sue giunche - di costruzione e con marinai cinesi - commerciavano seta giapponese, pigmenti, fili d'oro e d'argento, perle, oggetti di lacca. Ma la merce più richiesta e redditizia era l'oppio; l'importazione in Cina era vietata, ma bastava qualche mazzetta per fare chiudere ai funzionari tutti e due gli occhi. Accanto a questi traffici privati, Grubb continuava ad essere il principale agente della SOIC a Canton. Nel 1761, come supercargo della Fredric Adolph, arrivò dalla Svezia il più giovane Jean Abraham Grill (1736–1792); Grubb lo introdusse agli affari cinesi, quindi ne fece il suo socio. Gli affari andavano a gonfie vele, soprattutto grazie all'oppio: è stato calcolato che negli anni '60 Grubb e Grill siano stati responsabili del 20% delle loro importazioni. Ma c'erano anche altre modalità di guadagno. Durante la stagione morta, quando non c'erano navi e mercanti europei, i prezzi delle merci più richieste, in particolare del tè, crollavano, per poi risalire non appena la prima nave europea gettava l'ancora nel Fiume delle Perle. I due soci - e probabilmente non solo loro - grazie ai loro contatti locali acquistavano le merci durante la bassa stagione, per poi rivenderli attraverso intermediari alla SOIC a prezzi maggiorati. A Göteborg i vertici della compagnia incominciavano a nutrire qualche sospetto sulla fedeltà dei due; forse per stornarli, essi stessi proposero di istituire un fondo permanente per gli acquisti in bassa stagione. La proposta fu approvata dalla SOIC nel 1764, e contemporaneamente vennero formalmente vietati i commerci privati che entrassero in concorrenza con gli interessi della Compagnia. Ciò non impedì a Grill di rimanere in Cina fino al 1768 come supercargo permanente, divenendo ancora più ricco. Invece Grubb si era imbarcato per la Svezia nell'autunno del 1763. Ad aprile la nave su cui viaggiava gettò l'ancora al Capo di Buona Speranza; forse ne approfittò per qualche raccolta, ma soprattutto investì qualche soldo nell'acquisto di una collezione di piante sudafricane raccolte da Auge. Il munifico dono a Bergius, medico notissimo e stimatissimo, membro dell'Accademia delle Scienze nonché allievo di Linneo, faceva parte di una strategia ben pianificata per inserirsi nell'alta società svedese. All'inizio, le cose funzionarono. Nel 1766 Grubb divenne uno dei tre direttori della SOIC. Nel 1767 fu ammesso all'Accademia delle Scienze, che si era ingraziato con la donazione di uccelli del paradiso. Fu nominato consigliere commerciale e nobilitato con il titolo di cavaliere Grubbens. Poi il nostro si lanciò in una serie di investimenti meno abili dei suoi traffici cinesi. Nel 1769 fallì una prima volta, e fu costretto a dimettersi dalla direzione della SOIC. Con l'aiuto di un consorzio formato dalla società commerciale Anthoni Grill & Söner di Amsterdam, investì in una cartiera e una miniera d'allume, ma nel 1774 fece bancarotta per la seconda volta. Seguirono altri affari poco riusciti e una terza bancarotta negli anni '90. Nel 1783 fu cancellato anche dall'Accademia delle Scienze, insieme ad altri membri ritenuti "inutili". Morì nel 1808, ormai in povertà. Meglio che a lui andò al vecchio socio Jean Abraham Grill, che, tornato in patria nel 1776, investì i suoi milioni in modo molto più oculato, come proprietario terriero e industriale del ferro; anche lui fu ammesso all'Accademia delle Scienze, cui contribuì con comunicazioni sulla Cina, venendo eletto anche presidente per un mandato; membro dei più alti circoli sociali, era noto come collezionista di porcellane e fine musicista, tra i fondatori della Reale accademia svedese di musica. Morì però relativamente giovane, "in circostanze misteriose". Endemismi del fynbos Torniamo alle piante che, finora, in questa storia hanno avuto ben poca parte. Bergius nulla sapeva della vera origine della collezione donatagli da Grubb; non poteva che dimostrare la sua riconoscenza dedicando all' "uomo generoso e nobilissimo signore" tanto Descriptiones plantarum ex Capite Bonae Spei quanto uno dei suoi nuovi generi, Grubbia. E Auge? A risarcirlo pensò Thunberg, che ne aveva grande stima, con il genere Augea e la specie A. capensis; purtroppo il genere è stato ridotto a sinonimo di Zygophyllum, ma il ricordo del meritevole capo giardiniere rimane affidato all'eponimo di Z. augea. Dato che non c'è giustizia neppure in botanica, non solo Grubbia è invece validissimo, ma dà anche il nome a una famiglia propria, le Grubbiaceae. A dire il vero piccolissima, visto che ne è l'unico genere e comprende appena tre specie, tutte endemiche del Capo. Sono tipici arbusti del fynbos, la formazione sudafricana analoga alla nostra macchia mediterranea, ovvero arbusti con strette foglie sempreverdi aghiformi; quelle di G. rosmarinifolia, la specie tipo e anche la più diffusa, ricordano quelle del rosmarino; quelle di G. tomentosa, rivestite di un tomento biancastro, richiamano invece piuttosto quelli della lavanda. I piccoli fiori, in vari colori, sono raccolti in infiorescenze a cono. Tutte le specie hanno radici forti e profonde che le rendono adatte a prosperare nel suolo povero e arido del fynbos. G. rourkei è una specie rara, ristretta a cinque siti; si trovano però in un'area protetta e la popolazione è stabile. Non così alcune varietà di G. rosmarinifolia, una specie altamente variabile; in particolare G. rosmarinifolia subsp. gracilis è ristretta a tre siti e minacciata dall'espansione di piante aliene. L'orto botanico di Stoccolma ha una storia molto particolare. E' amministrato congiuntamente dall'Università e dalla Reale Accademia delle Scienze, alla quale nel 1790 fu donato con lascito testamentario dal medico Peter Jonas Bergius, che era stato allievo di Linneo, e l'aveva creato presso la sua casa di campagna insieme al fratello, il bibliofilo e storico Bengt Bergius. Lasciò anche un cospicuo capitale e la raccomandazione che a dirigere il giardino fosse un professore nominato dall'accademia che sarebbe stato allo stesso tempo un ricercatore. Dal 1791 al 2014 l'orto botanico è stato dunque diretto dal Professor Bergianus, a cominciare dal grande tassonomista Olof Swartz. Dato che non viaggiò al di fuori della Svezia, Bergius non è considerato un apostolo di Linneo, ma era molto stimato dal maestro che gli dedicò il genere Bergia. Un medico di successo appassionato di botanica I fratelli Bengt (1723-1784) e Peter Jonas Bergius (1730-1790) erano figli del governatore distrettuale Bengt Bergius e di sua moglie Sara Maria Dryselia. Quando il primo aveva sette anni e il secondo era un neonato, il padre morì, ma l'energica madre riuscì a tenere a galla la numerosa famiglia (c'erano altri cinque figli), fino a quando non morì anch'essa. I ragazzi vennero dispersi e affidati a diversi parenti, ma, grazie ad alcuni di essi, Bengt poté studiare e laurearsi in filosofia all'università di Lund, dove insegnò per qualche tempo. Fin da studente, incominciò a raccogliere documenti sulla storia svedese, che divenne il suo campo di studi; celebre per la sua erudizione, fu autore di cronache su Carlo IX e su Gustavo Adolfo e di una imponente raccolta di documenti originali. Membro dell'Accademia delle scienze, ne fu per due volte presidente. Affidati a parenti diversi, per qualche tempo Bengt e Peter Jonas furono separati, finché si ritrovarono a Lund, dove il primo all'epoca era professore associato di storia e il secondo, sedicenne, si iscrisse all'università, ancora incerto sul proprio futuro. Avrebbe potuto diventare prete o avvocato, ma la balbuzie sconsigliava queste carriere basate sulla parola. Fu così che, su consiglio di Bengt, decise di trasferirsi a Uppsala per studiare medicina. Vi arrivò diciannovenne e scoprì la sua vera vocazione, grazie a un professore carismatico, ovvero il grande Linneo. Seguiva le sue lezioni private e pubbliche e partecipava alle celebri escursioni naturalistiche settimanali. Si appassionò di botanica e nel 1750 discusse la tesi preliminare De seminibus muscorum sulle spore dei muschi, eccezionalmente scritta almeno in parte da lui. Forse Linneo, che ne stimava grandemente l'intelligenza e la dedizione allo studio, pensava di farne uno dei suoi apostoli. Organizzò per lui due brevi spedizioni, la prima nel Dalarna, la seconda nel Gotland, con l'incarico di raccogliere coralli e fossili per il conte Tessin (era anche un modo per assicurare qualche guadagno all'allievo, promettente ma senza mezzi). Nelle sue intenzioni, erano forse il preludio a una spedizione nelle Indie Orientali, finanziata dalla regina Lovisa Ulrika, Il progetto però non si concretizzò. Anche se era interessato alle scienze naturali, Bergius desiderava essere soprattutto un medico e fu profondamente influenzato anche dall'altro professore di Uppsala, Rosén von Rosenstein, che indirizzò il suo interesse verso le malattie infettive. Proprio con lui nel 1755 concluse gli studi di medicina con una tesi sul vaiolo. Si trasferì quindi a Stoccolma dove iniziò una carriera medica di straordinario successo. Entrò a far parte del Collegium medicum e nel 1758 fu ammesso all'accademia delle scienze, di cui fu presidente tre volte. Nel 1761, quando il Collegium medicum istituì una cattedra di storia naturale e farmacologia, fu chiamato a ricoprirla. Come medico, era stimato e richiestissimo, e ciò gli permise di accumulare una discreta fortuna. La investì nell'acquisto di una residenza estiva, detta Bergielund, con un parco che nel 1777 fu ampliato a sette ettari. C'era ampio spazio per la biblioteca e la collezione di documenti di Bengt e per l'erbario di Peter Jonas che trasformò il parco in un vero e proprio orto botanico e in un giardino modello, soprattutto per gli alberi da frutto. Nei loro rispettivi campi, i due fratelli erano eruditi e scrittori prolifici. Si influenzarono anche a vicenda; grazie al fratello minore, Bengt incominciò ad interessarsi di agricoltura (scrisse, tra l'altro una memoria sulla gestione dei prati e delle erbe foraggere), mentre Peter Jonas non rifuggiva dal dare una dimensione storica ai suoi scritti di medicina, come la sua prolusione all'Accademia delle scienze in cui mise a confronto la Stoccolma dei suoi giorni con quella di duecent'anni prima. Peter Jonas Bergius scrisse molto sia di medicina sia di botanica. Come medico fu tra gli iniziatori in Svezia dell'inoculazione del vaiolo, suggerendo anche misure legislative per estenderne la pratica; scrisse anche diverse memorie sull'argomento. Tra le sue opere mediche più importanti, uno studio commissionatogli dal Collegium medicum sulle cause dei decessi tra il 1754 e il 1756, che è considerato l'esordio dell'epidemiologia descrittiva in Svezia. A cavallo tra medicina e botanica si situa Materia medica (1778) in cui descrisse 571 erbe medicinali usate nella farmacologia svedese dell'epoca. Tra le opere di agronomia, la più importante è un "Discorso sui frutteti e la loro promozione nel nostro Regno", che può essere considerato un vero e proprio manuale pratico di frutticoltura, basato anche sulle sue esperienze a Bergielund. Non aveva mai cessato di corrispondere con Linneo (di cui era corrispondente anche il fratello) e, su sua influenza, a interessarsi di piante esotiche. Pubblicò una trentina di lavori di botanica, per lo più dedicati ad esse. Il più importante è Descriptiones plantarum ex Capite Bonæ Spei (1767), basata su una collezione di piante sudafricane ricevuta da Michael Grubb, futuro direttore della Compagnia svedese delle Indie Orientali. Bergius vi istituì 14 nuovi generi (9 dei quali tuttora validi) e descrisse 130 specie inedite, tra le quali potremmo citare almeno Erica verticillata, Dilatris corymbosa, Disa uniflora, Pelargonium crispum. Si tratta di un notevole contributo alla conoscenza delle piante sudafricane, ma soprattutto della prima opera su questa flora pubblicata posteriormente a Species plantarum, che come è noto segna il punto di partenza delle denominazioni botaniche. Nello stesso torno di tempo, Linneo stava scrivendo Mantissa plantarum [prima], che contiene un certo numero di piante sudafricane, alcune delle quali coincidono con quelle pubblicate da Bergius; ma poiché la sua opera uscì un mese dopo quella dell'allievo, in caso di conflitto ad essere valide sono le denominazioni di quest'ultimo. La collezione di Grubb costituì il primo nucleo dell'erbario di Bergius che, costantemente arricchito con acquisti e donazioni, giunse a comprendere 9000 specie. E' di notevole importanza storica perché contiene molti tipi di piante descritte dallo stesso Bergius e dai botanici che si succedettero nella fondazione da lui istituita. Provengono soprattutto dal Sudafrica, dall'America tropicale, dall'Oriente, dalla Cina e dalla Siberia. L'altra grande opera botanica di Bergius è il suo stesso giardino. Su stimolo di Linneo, nel 1753 il Collegium Medicum aveva istituito un giardino presso l'Ospedale Seraphim, dove venivano coltivate soprattutto le piante medicinali destinate all'ospedale stesso; nel 1761, dopo la sua nomina a professore, la direzione venne affidata a Bergius che lo ampliò trasformandolo in un vero orto botanico sul modello di quello di Uppsala. Per motivi finanziari, il giardino fu chiuso nel 1774, ma l'esperienza fu utile a Bergius per l'orto botanico che creò Bergielund. Negli ultimi anni della loro vita, i fratelli, scapoli e senza eredi, incominciarono a preoccuparsi della sorte del giardino e delle collezioni. Stabilirono di comune accordo di lasciarle all'Accademia della scienze, insieme a un cospicuo lascito. Il primo a mancare nel 1784 fu Bengt, lasciando in custodia al fratello superstite la biblioteca e la raccolta di manoscritti, che comprendeva un gran numero di lettere e documenti pubblici e privati. Peter Jonas lo seguì nel 1790. Il suo testamento legava all'Accademia quasi l'intero patrimonio suo e del fratello (che, oltre a un capitale liquido, comprendeva anche una ricca miniera), la biblioteca con i documenti - con la condizione, voluta da Bengt, che non fossero resi disponibili per la ricerca prima di cinquant'anni -, l'erbario, la proprietà di Bergielund. Inoltre espresse la volontà che nel giardino venisse istituita una scuola di orticoltura e che a presiedere l'orto botanico fosse uno studioso a cui l'erbario e la biblioteca avrebbero offerto opportunità di ricerca. Indicò anche il nome della persona ideale in Olof Swartz. Nel 1791 le ultime volontà di Peter Jonas Bergius si tradussero nella creazione di una Fondazione e nella nascita ufficiale dell'Hortus Bergianus (Bergianska trädgården), amministrato congiuntamente dall'Accademia reale svedese delle scienze e dall'Università di Stoccolma. A dirigerlo il Professor Bergianus. Con la sua singolare commistione tra fattoria modello, orto botanico e istituto di ricerca, da allora avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella storia della botanica svedese. Piante anfibie Nel 1771, in Mantissa plantarum altera, Linneo dedicò al suo vecchio allievo il genere Bergia; purtroppo all'epoca non aveva più l'abitudine di indicare le ragioni delle sue dediche, ma è molto probabile che pensasse all'opera di Bergius sulla flora del Capo di Buona Speranza, visto che come unica specie indicò B. capensis, scrivendo "habitat in Capite Bonae Spei". In realtà, l'informazione è errata: questa specie, di ampia diffusione in altre zone dell'Africa, in Sudamerica, nell'Asia occidentale e centrale, in India, in Indocina, proprio in Sudafrica non c'è, al punto che è stato anche suggerito di sostituirla come specie tipo (cosa non possibile secondo le regole vigenti). Bergia è uno dei due soli generi della famiglia Elatinaceae (l'altro è Elatine); comprende circa trenta specie distribuite nel nord America, nelle Antille, in gran parte dell'Africa, l'Asia tropicale e subtropicale e l'Australia, con due centri di diversità, in Africa e in Australia. Sono erbacee annuali o perenni o suffrutici; possono essere sia terrestri sia acquatiche, e alcune si adattano ad entrambi gli ambienti: ad esempio, B. capensis quando cresce in acqua sviluppa radici verdi e fluttuanti che producono fotosintesi; quando cresce in terra, ha radici bianche, forti e ramificate. Sono dunque definite erbe anfibie. L'ambiente tipico sono aree stagionalmente allagate. Sono piante solitamente di piccole dimensioni. I fusti possono essere eretti o prostrati, molto ramificati; hanno foglie opposte, con margini serrulati, e numerosi fiori, raccolti in cime ascellari o raggruppati alle ascelle fogliari, per lo più minuscoli. I frutti sono piccole capsule che contengono semi oblunghi, lievemente ricurvi. Nel febbraio 1787, William Curtis pubblica il primo numero di The Botanical Magazine, una rivista illustrata di botanica e giardinaggio di nuova concezione. Da allora le pubblicazioni non sono mai cessate; strettamente associato con i Kew Gardens che ne sono tuttora l'editore, è il periodico botanico più longevo e, dopo più di due secoli, continua ad essere un luogo d'incontro privilegiato tra scienza, passione per le piante e arte. Innumerevoli le piante che sono state descritte e pubblicate la prima volta nelle sue pagine; le sue illustrazioni costituiscono la più vasta serie di illustrazioni botaniche mai prodotta. Dal 1801 la rivista porta il nome Curtis's Botanical Magazine in ricordo del suo fondatore cui è anche stato dedicato il genere monotipico Curtisia. Come un farmacista diventò botanico In Gran Bretagna, l'ultimo quarto del Settecento fu segnato da un profondo mutamento delle pubblicazioni di scienze naturali. Mentre fino ad allora erano scritte per lo più in latino e si rivolgevano a un pubblico di addetti ai lavori (scienziati, medici, farmacisti) che si era via via allargato a un'élite di gentiluomini amatori, quasi sempre con notevoli disponibilità economiche, ora c'erano molte altre persone interessate a leggere di argomenti scientifici: donne, artigiani, membri della classe media. A colmare le loro attese fu un fiorente mercato di pubblicazioni divulgative accessibili e spesso esteticamente curate. Uno dei protagonisti di questa svolta fu senza dubbio William Curtis (1746-1799). Nato in una famiglia quacchera di Alton (Hampshire), come non conformista era escluso dagli studi universitari. In famiglia c'era però una forte tradizione medica: il nonno, uno zio, due fratelli e un cugino erano chirurghi e farmacisti. William avrebbe dunque seguito le loro orme, inizialmente sotto la guida del nonno, di cui fu apprendista per cinque anni. Già allora però si faceva sentire l'interesse per la natura, grazie a Thomas Legg, oste e naturalista dilettante, in compagnia del quale egli percorreva la campagna alla ricerca di piante e insetti, con disapprovazione del nonno. Fu forse per allontanarlo dalle distrazioni della campagna che questi decise di spedirlo a completare il tirocinio a Londra, per un anno nella bottega di George Vaux e per due in quella di Thomas Talwin; intanto seguiva i corsi di chirurgia al St. Thomas Hospital e continuava a coltivare botanica e entomologia con i nuovi amici londinesi, come John Coakley Lettsom che lo mise anche in contatto con un altro medico quacchero, John Fothergill. Nel dicembre 1771 fu ammesso alla corporazione dei farmacisti e aprì una propria bottega in società con il chirurgo William Wawell. Secondo diverse fonti, sarebbe subentrato a Talwin alla morte di questi, ma poiché Talwin nel 1774 era ancora vivo e risulta tra gli esaminatori per l'ammissione alla corporazione, la notizia è certamente errata. All'epoca, infatti, Curtis aveva già abbandonato la farmacia per seguire la sua vera vocazione. Così descrive la circostanza James Edward Smith: "I doveri di un praticante su e giù per le strade cittadine mal si accordavano con le escursioni di un naturalista; il farmacista fu presto offuscato dal botanico, e la bottega sostituita da un giardino". Infatti nel 1771 Curtis cedette impulsivamente il negozio al socio per fondare il suo primo orto botanico, situato in un terreno di appena un acro a Bermondsey, non lontano dall'attuale Old Vic, e dedicato principalmente alla flora britannica. È dello stesso anno il suo primo libro, Instructions for collecting and preserving insects. Rivolto esplicitamente ai principianti, fornisce istruzioni pratiche per catturare, montare e conservare esemplari di insetti, "in particolare falene e farfalle". L'anno successivo seguì un lavoro più ambizioso, Fundamenta Entomologiae: or, an Introduction to the Knowledge of Insects, ovvero la traduzione della tesi omonima di Andreas Johan Bladh, pubblicata da Linneo nel settimo volume di Amoenitates Academicae. Le tesi, all'epoca, erano per lo più scritte dai professori, e possiamo concordare con la prefazione che "se non si tratta interamente di un'opera di Linneo, ha avuto la sanzione della sua approvazione". Per avvicinare all'entomologia un pubblico più ampio, Curtis mirò a un linguaggio piano e scorrevole e aggiunse due tavole calcografiche. Ormai cominciava ad essere conosciuto negli ambienti dei naturalisti e nel dicembre 1772 fu nominato dimostratore di botanica del giardino dei farmacisti di Chelsea, prendendo servizio all'inizio del 1773. Tra i suoi compiti, coordinare il mantenimento del giardino, supervisionare il lavoro del capo giardiniere William Forsyth, tenere lezioni di botanica agli apprendisti farmacisti, organizzare le escursioni o herborizing, predisporre 50 esemplari d'erbario da consegnare ogni anno alla Royal Society. Dopo un buon inizio, le inadempienze di Curtis e gli ammonimenti del Comitato direttivo incominciarono a moltiplicarsi, fino alle dimissioni presentate nel 1777. In effetti a distogliere l'attenzione di Curtis dai suoi compiti a Chelsea era il progetto, secondo le parole del suo primo biografo R.J. Thornton, di dare al paese "una storia naturale completa delle isole britanniche con tavole illustrate per ciascun oggetto, [...] non in una scala minuscola e inadeguata, ma giusta, nobile e magnifica, come il nostro Impero, davvero degna della nazione britannica". Come primo atto, si trattava di descrivere nel modo più completo possibile le piante indigene che crescevano in un raggio di dieci miglia dalla capitale. Nacque così Flora londinensis; era un'opera in formato in folio con illustrazioni estremamente accurate a grandezza naturale, affidate principalmente a William Kilburn, Sydenham Edwards, James Sowerby, Francis Sansom e forse altri (nessuna tavola è firmata). Per realizzarla, Curtis fece accurate ricerche spingendosi anche oltre le dieci miglia dichiarate, tanto che Flora londinensis è considerato di fatto la prima flora dell'Inghilterra meridionale. Per ogni specie viene indicato il nome latino e quello inglese, seguiti dai sinonimi dei principali autori, da una diagnosi in latino e in inglese, da una nota in inglese sull'habitat, la distribuzione, il mese di fioritura e elementi utili a facilitare l'identificazione. Commercializzata con il metodo della sottoscrizione (il primo volume riporta una lista di 321 sottoscrittori) era venduta in fascicoli, ciascuno dei quali conteneva la trattazione di sei specie e altrettante tavole; dodici fascicoli formavano un volume. Il primo fascicolo (costava 2 scellini e mezzo in bianco e nero, 5 scellini a colori, 7 scellini e mezzo se colorato con maggior accuratezza) uscì nel 1775, il primo volume fu concluso nel 1777, l'ultimo nel 1798, un anno prima della morte dell'autore, per un totale di 72 fascicoli, 6 volumi, 432 incisioni. La nascita di una rivista mitica Era un'opera magnifica, che fu immediatamente lodata per la bellezza e la precisione delle tavole, ma anche per la completezza delle ricerche botaniche. Tuttavia era anche costosissima e non fu un successo commerciale, anche se per arrotondare le entrate le tavole colorate a mano venivano anche vendute separatamente; il numero dei sottoscrittori non si allargò e di ogni fascicolo non furono mai stampate molto più delle 330 copie iniziali. Nonostante l'eredità paterna, il soccorso finanziario di lord Bute cui l'opera è dedicata e di altri amici, Curtis si trovò in ristrettezze finanziarie e dovette rallentare il ritmo di pubblicazione. Abbiamo visto che fin dal 1771 egli aveva creato un piccolo orto botanico a Bermondsey; nel 1778 lanciò una sottoscrizione per creare un orto botanico aperto al pubblico battezzato London Botanic Garden; in effetti, non esisteva nulla di simile. Anche se ammettevano selezionati visitatori, il giardino di Chelsea era riservato ai farmacisti e i Kew Gardens al sovrano; l'orto botanico concepito da Curtis era invece pensato per "l'uso del medico, del farmacista, dello studente di medicina, dell'agricoltore scientifico, del botanico (particolarmente del botanico inglese), dell'amante dei fiori e del pubblico in generale". Sarebbe dunque stato aperto a tutti, dietro pagamento del biglietto d'ingresso, e avrebbe raccolto piante native, piante officinali, piante agricole e alimentari, piante belle per soddisfare un pubblico così vasto e variegato. Grazie a numerosi sottoscrittori (amici, collezionisti, vivaisti, lo stesso giardino di Kew) Curtis ottenne circa 6000 piante che, insieme a quelle trasferite da Bermondsey, vennero piantate in un terreno più vasto situato a Lambeth Marsh in un'area posta tra gli attuali Westminster Bridge e Waterloo Station. Il London Botanic Garden aprì i battenti il 1 gennaio 1779; il biglietto d'ingresso non era modico (una ghinea), ma dava anche accesso alla biblioteca. Le piante era sistemate in aiuole dove, etichettate secondo il sistema di Linneo, erano contrassegnate da bastoni colorati: blu per le piante alimentari e orticole, neri per quelle velenose, rossi per le tintorie, verdi per le agricole e gialli per le officinali. Più che a un orto botanico, assomigliava dunque a un museo all'aria aperta. Era però anche un vivaio dove era possibile acquistare semi e talee delle piante esposte. Curtis vi teneva anche periodicamente lezioni o conferenze di botanica. Fu grazie ai visitatori del giardino che Curtis concepì infine l'idea vincente. Molti appassionati lamentavano che mancassero opere autorevoli che fornissero informazioni aggiornate sulle piante esotiche che da ogni parte affluivano sempre più numerose e che essi coltivavano nelle loro serre e nelle loro aiuole. Spesso seguiva la più grande delusione perché quelle straniere, in mancanza di cure adeguate, morivano. La risposta di Curtis fu la pubblicazione di The Botanical Magazine; il primo numero, rivolto "alle signore, ai signori e ai giardinieri che desiderano acquisire una conoscenza scientifica delle piante che coltivano", uscì il 1 febbraio 1787; secondo il modello sperimentato in Flora londinensis semplificato e adattato al nuovo scopo, di ogni pianta era fornito il nome latino, il nome inglese, la classificazione nel sistema di Linneo, una breve diagnosi in latino (distinta in generica e specifica), qualche referenza bibliografica, un breve testo inglese con provenienza, habitat e dettagliate indicazioni di coltivazione (per lo più ricavata dal Gardeners Dictionary di Miller), un'illustrazione a grandezza naturale, anche se dall'imponente in folio si era passati al più maneggevole ottavo. La rivista sarebbe uscita a cadenza mensile (ogni numero costava uno scellino), presentando ogni volta tre nuove piante; quelle scelte per il numero d'esordio sono Iris persica (una pianta notoriamente di difficile coltivazione), Rudbeckia purpurea (oggi Echinacea purpurea), Helleborus hyemalis (oggi Eranthis hyemalis). Bellissima è soprattutto la delicatissima tavola di Iris persica, disegnata da James Sowerby, che anche in seguito fu uno degli artisti principali, insieme a Sydenham Edwards. Le incisioni si devono invece Francis Sansom. Il successo fu travolgente: le sottoscrizioni arrivarono da appassionati, da persone colte ma anche del tutto digiune di botanica, e moltissime da giardinieri e vivaisti, che vi trovarono uno strumento di lavoro utilissimo. La tiratura di ogni numero presto superò le 2000 copie, garantendo a Curtis quel successo finanziario che era mancato a Flora londinensis; spiritosamente commentò che la rivista gli aveva procurato tanto lodi quanto pudding. Mentre la rivista proseguiva il suo cammino a gonfie vele, Curtis continuava a lavorare a mille progetti. Prendeva note per la progettata Flora britannica (nel 1782 trascorse sei settimane a botanizzare nello Yorkshire), l'invasione di un bruco irritante gli offrì l'occasione per tornare all'entomologia, lanciò (con esiti finanziari disastrosi, tanto che la pubblicazione fu sospesa dopo appena due fascicoli) un'opera illustrata sulle piante e gli animali usati in medicina, cercò di lanciare sul mercato foraggere e ortaggi di cui produceva i semi nel suo orto botanico, accompagnandoli con opuscoli informativi. Il suo vero successo rimaneva dunque la rivista, anche se a partire dal 1789 non mancò qualche critica. I lettori avevano notato con disappunto che delle 72 piante dei primi tre anni, ben 40 erano europee, mentre il loro interesse principale andava alle novità esotiche. Contro le loro preferenze, invece per Curtis le piante native erano state e continuavano ad essere il vero amore. Ne approfittò anche la concorrenza: nel 1797 Henry C. Andrews, botanico e illustratore, lanciò il periodico Botanist's Repository for New and Rare Plant, sottolineando che la maggior parte delle piante presentate dalla rivista di Curtis consisteva in "piante ben note e comuni, da lungo tempo coltivate nei nostri giardini". Furono piuttosto i successori di Curtis a trasformare il periodico nell'araldo delle piante esotiche. Inoltre nel 1790 Sowerby, che fino a quel momento aveva dipinto per The Botanical Magazine 56 tavole, lasciò la rivista per lavorare alla sua immensa English Botany, con testi di James Edward Smith, che in un certo senso è la realizzazione del progetto di una flora britannica concepito ma mai realizzato da Curtis. Nel 1789, allo scadere del contratto d'affitto, anche per sfuggire all'inquinamento urbano, Curtis trasferì il suo orto botanico a Brompton, una zona dove sorgevano diversi vivai. Per qualche tempo, pensò di associarsi con Haworth, riunendo alle sue collezioni e alla sua biblioteca quelle di quest'ultimo, ma il progetto naufragò. Nel 1798 divenne invece suo socio Salisbury, che era stato suo allievo e continuò a gestire il Brompron Botanical Garden anche oltre la morte di Curtis, avvenuta nel 1799, dopo di che trasferì il giardino a Chelsea. Al momento della morte di Curtis erano già usciti 13 volumi della rivista e la tiratura di ciascuna uscita si aggirava sulle 3000 copie. Della pubblicazione del volume 14 si occupò il fratello di Curtis Thomas; a partire dal 15, se ne prese carico il medico John Sims che in onore del fondatore mutò il titolo in Curtis's Botanical Magazine; da allora non ha mai cessato le pubblicazioni, divenendo il più longevo periodico di botanica; fino dall'Ottocento fu strettamente legato ai Royal Botanic Gardens di Kew che ne sono tuttora l'editore. Un albero sudafricano Nonostante la sua predilezione per le piante native, avrà certamente fatto piacere a Curtis la dedica da parte di Aiton, il capo giardiniere dei Kew Gardens, della sudafricana Curtisia faginea (ora C. dentata). E' l'unica specie di questo genere, anzi l'unica rappresentante di un'intera famiglia: inizialmente classificata nelle Cornaceae, è ora sistemata in una famiglia propria, Curtisiaceae. Curtisia dentata è un albero sempreverde di medie dimensioni (solitamente fino a 12 metri, ma può raggiungere 20 metri) che cresce in gran parte delle foreste del Sudafrica e dello Swaziland, dal livello del mare fino a 1200 metri, in diverse condizioni, ma con una predilezione per quelle mediamente umide, dove si trova insieme a Podocarpus latifolius e Olea capensis. Cresce anche nelle foreste aride, ma qui le sue dimensioni rimangono minori. E' un albero elegante che in Sudafrica è ampiamente utilizzato come ornamentale, come esemplare isolato o per formare siepi sempreverdi. Il suo nome afrikaans è assegaai "lancia" perché gli zulu lo capitozzavano alla base per raccoglierne i ricacci diritti e duri usati appunto come lance. Negli esemplari giovani, la corteccia è liscia e grigia o color cannella, ma con l'età diventa ruvida, dal marrone scuro al nero e profondamente fessurata. I giovani germogli e le nuove foglie sono vellutate e color bronzo dorato. Le foglie adulte, sempreverdi, coriacee. ovate con apici acuti, margini profondamente dentati (da cui l'epiteto), disposte lungo i rami in coppie opposte, hanno pagina superiore liscia, verde scuro e lucida, mentre la pagina inferiore è grigio-verde con nervatura cospicua. Mentre i fiori sono insignificanti, oltre al bel fogliame un ulteriore elemento decorativo è costituito dai frutti, grappoli di bacche da arrotondante a ovali, carnose, da bianco crema a rosate, che rimangono a lungo sulla pianta. Sono eduli, ma amare. La corteccia è usata nella medicina tradizionale per curare diarrea e problemi di stomaco. Gli sono anche attribuite proprietà afrodisiache, cosa che ha portato ad un eccessivo sfruttamento e alla sua scomparsa in alcune parti del paese. Oggi è una specie protetta. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
June 2026
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