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La minuscola famiglia Columelliaceae comprende due soli generi, entrambi sudamericani: Columellia e Desfontainia, sorprendentemente dissimili benché condividano quasi gli stessi habitat. Ai rossi fiori tubolari di Desfontainia, impollinati da colibrì, si contrappongono infatti i fiori gialli e più aperti di Columellia, impollinati da insetti. Il genere è un omaggio a Columella, scrittore latino di agronomia e autore del De re rustica, oggi la fonte più importante per studiare le pratiche agronomiche romane, dopo essere stato per almeno tre secoli un testo di riferimento. Il solito "dilavato manoscritto" Tra il 1414 e il 1418 si tenne a Costanza il concilio che doveva porre fine all’incresciosa situazione creatasi con la compresenza di ben tre papi, in seguito al cosiddetto scisma d’Occidente. Riconciliare le parti – chi riconosceva il papa di Roma, chi quello di Avignone, chi quello eletto dal concilio di Pisa – non fu facile: i lavori si incepparono più volte e furono interrotti da lunghe pause. Ne approfittò l’umanista fiorentino Poggio Bracciolini, che si trovava a Costanza come secretarius domesticus dell’antipapa Giovanni XXIII, quello eletto a Pisa. Grande appassionato di antichità, sapendo che i monasteri dell’Impero custodivano manoscritti rari, negli intervalli dei lavori si trasformò in un vero e proprio cacciatore di codici. Grazie alle sue ricerche tornarono alla luce numerosi classici dimenticati: il ritrovamento più clamoroso fu il De rerum natura di Lucrezio, di cui rinvenne l’unico testimone superstite nell’abbazia di San Gallo nel 1417. Oltre alle opere letterarie, Poggio non disdegnava quelle tecniche: gli si deve il recupero del De architectura di Vitruvio, del De medicina di Celso e del De re rustica di Columella. Quest’ultimo fu probabilmente rinvenuto nello stesso 1417, in una copia medievale assai malconcia, conservata nella biblioteca di un monastero o di una cattedrale dell’area germanica. Il luogo preciso è oggi impossibile da determinare, poiché Poggio non ne ha lasciato testimonianza diretta, e il manoscritto stesso è perduto. Il De re rustica di Lucio Giunio Moderato Columella è per noi la fonte più importante per conoscere l’agricoltura romana, insieme al De agri cultura di Catone il Vecchio. Il testo, ancora noto all’epoca di Cassiodoro e Isidoro di Siviglia, dovette circolare fino all’età carolingia: risalgono infatti al IX–X secolo gli unici manoscritti superstiti, uno oggi all’Ambrosiana di Milano, l’altro a San Pietroburgo. In seguito fu dimenticato, a favore del più maneggevole Opus agriculturae di Palladio, strutturato sotto forma di calendario. La riscoperta del codice da parte di Poggio ebbe il merito di rimettere in circolo l’opera di Columella, che venne ricopiata più volte. Al Quattrocento risalgono una ventina di codici, tutti derivati dal manoscritto ritrovato da Poggio; il più lussuoso è il Codice aragonese, realizzato attorno al 1488 da Francesco di Antonio del Chierico e riccamente miniato. Nel 1472 apparve la prima edizione a stampa e nel 1491 la prima traduzione tedesca, che è anche la prima in una lingua moderna. Columella tornava così a circolare e a influenzare la pratica agraria del Rinascimento. Il più importante trattato agronomico dell'antichità Di Lucio Giunio Moderato Columella (4-70) ci sono rimaste poche notizia biografiche, per lo più ricavabili dalla sua stessa opera. Appartenente a una ricca famiglia di proprietari terrieri stabilita nella penisola iberica, nacque presumibilmente a Gades, l'odierna Cadice. Visse sotto gli imperatori Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Un ruolo importante nella sua formazione dovette avere uno zio, Marco Columella, che egli avrebbe poi lodato per l'intelligenza, la vasta cultura e la somma abilità con cui faceva coltivare le sue terre. Secondo l'uso della sua classe, Columella entrò nell'esercito, servendo come tribuno militare in Siria nel 35. Si stabilì poi in Italia, dove possedeva un latifondo nella zona di Ardea, a una trentina di chilometri da Roma. Per gestirlo al meglio, viaggiò a lungo, studiando le pratiche agricole non solo nella patria spagnola e in Italia, ma anche in Asia e in Africa. Da queste esperienze nacque l'idea di mettere per iscritto ciò che aveva da una parte osservato, dall'altro sperimentato direttamente come grande proprietario terriero. Il risultato fu De re rustica, composto presumibilmente tra il 40 e il 60. Il trattato è dedicato a un certo Publio Silvino, proprietario a Cere e vicino di Columella. Nell’introduzione, egli rifiuta l’idea – assai diffusa alla sua epoca – che la perdita di fertilità delle terre sia irreversibile e dovuta alla natura stessa, mostrando invece fiducia nell’azione umana. De re rustica si articola in dodici libri: il primo tratta l'utilità e i vantaggi dell'economia rurale; il secondo i campi, dalla semina al raccolto; il terzo i vigneti e i frutteti; il quarto approfondisce ulteriormente la viticoltura; il quinto tratta gli alberi, con particolare attenzione agli olivi, e il modo di misurare il tempo; il settimo il grande bestiame e le sue malattie; il settimo il piccolo bestiame e i cani; l'ottavo il pollame; il nono l'apicoltura; il decimo, scritto in esametri, i giardini; l'undicesimo, i doveri dei contadini; il dodicesimo il ruolo dell'intendente (villica) e le ricette per trasformare e conservare gli alimenti. Si tratta dunque di un trattato organico, che illustra le pratiche agricole più avanzate nel momento storico in cui, dalle piccole fattorie coltivate direttamente dai proprietari, si era passati alle grandi proprietà lavorate da manodopera schiavile, specializzate in produzioni destinate al mercato delle grandi città. Di conseguenza, i settori più importanti per l'economia romana - la cerealicoltura, il vigneto, l'oliveto, l'allevamento del bestiame - occupano ampio spazio nel trattato, sempre esposti con competenza, dovizia di informazioni tecniche e attenzione alle pratiche più aggiornate. Chiaro, ricco di informazioni, molto preciso nelle scelte lessicali, lo stile di Columella mira a un'elegante semplicità. Egli non scrive per compiacere, tanto meno per compiacersi, ma per istruire: da ciò l'attenzione all'accessibilità e alla chiarezza delle informazioni. Da questo stile "di servizio" si stacca il libro sui giardini, in chiaro omaggio a Virgilio, che nelle Georgiche rimpiangeva di non aver potuto trattare egli stesso il tema. Il giardino di Columella è un hortus conclusus, ben protetto da un muro o da siepi di piante spinose, con terra fertile, un pozzo o una sorgente di acqua corrente. Non manca poi un vero e proprio "calendario del giardiniere", con le attività e le piante da privilegiare mese per mese. Ricco di fiori e di colori, è un giardino-orto, dove alle rose, ai gigli e alle viole si affiancano carciofi, bietole e piante aromatiche. A concludere, i consigli per combattere le malattie e tenere a bada i parassiti. L'ampia lista delle piante citate è di notevole interesse per ricostruire quali specie si coltivassero nei giardini del primo secolo, anche se la loro identificazione non è sempre semplice. Columellia, un genere andino per una gloria iberica In epoca latina, il trattato di Columella era ben conosciuto e apprezzato; è citato da tutti gli autori successivi che si occuparono di agricoltura, incluso Plinio, ed è una delle fonti principali di Palladio. Nel Medioevo è citato da Pietro de' Crescenzi, che però probabilmente lo conosceva di seconda mano attraverso Palladio. Dopo la riscoperta di Poggio, divenne un punto di riferimento dell'agronomia europea per oltre tre secoli. Le edizioni a stampa del tardo Quattrocento e del Cinquecento lo resero accessibile agli agronomi umanisti, che lo considerarono il più autorevole interprete dell'agricoltura romana. Nel Seicento, autori come Olivier de Serres in Francia e Johann Coler in Germania ne ripresero metodi e osservazioni, riconoscendogli una sorprendente modernità. Nel Settecento, con la nascita dell'agronomia scientifica e le riforme agrarie, Columella fu ancora utilizzato come fonte di confronto storico: i trattatisti del secolo del Lumi continuarono a citarlo per la gestione del suolo, la viticoltura, l'olivicoltura e l'allevamento. Non si deve però a nessuno di loro l'ingresso di Columella tra i dedicatari di un genere botanico. L'idea di omaggiarlo con il genere Columellia viene infatti da Ruiz e Pavón che più che l'illustre agronomo intesero celebrare un genio iberico, visto come scrittore elegante e padre nobile; scrivono infatti: "Il genere è dedicato a Giunio Moderato Columella, antico spagnolo, che è citato da Linneo tra i padri della botanica, e scrisse elegantemente in prosa di agronomia e orticoltura". Terzo genere di Florae chilensis et peruvianae prodoromus dopo Acosta e Jarava, dedicati rispettivamente José de Acosta e Juan de Jarava, Columellia si inserisce perfettamente nel progetto di delineare un pantheon iberico, con Columella a rappresentare l'antichità. Con Desfontainia, Columellia è uno dei due generi della minuscola famiglia Columelliaceae, alla quale dà il nome. È rappresentato da cinque specie di arbusti o piccoli alberi andini, distribuiti tra Colombia, Bolivia, Ecuador e Perù. Sempreverdi, hanno ramoscelli da cilindrici a quadrangolari, più o meno pelosi, con brevi internodi. Le foglie, opposte, con margini interi o dentati, hanno consistenza pergamenacea o coriacea. I fiori, solitari o raccolti in piccole cime, presentano un tubo calicino da obconico a quasi piramidale e una corolla gialla con cinque lobi lievemente asimmetrici. Il frutto è una capsula con quattro loculi che si aprono in due valve bifide, rilasciando numerosi semi minuti. Sono piante d’altura, che vivono ad altitudini comprese tra 1600 e 3600 metri. La specie più nota è C. oblonga, le cui foglie, estremamente amare, sono usate in decozione o infusione contro la febbre terzana.
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Da qualche mese gli amatissimi ibischi erbacei dai fiori enormi, per i botanici non appartengono più al genere Hibiscus, ma al piccolo genere Muenchhusia. Quel nome un po’ cacofonico rimanda a un nobiluomo tedesco appassionato di agronomia e giardinaggio, il barone Otto II von Münchhausen che, invece di cavalcare palle di cannone come il suo più celebre cugino, progettò il primo giardino paesaggistico dell’Europa continentale. In questa storia, però, quello sopra le righe non è lui: sono gli ibischi, con i loro fiori grandi come piatti. E a esagerare, più che madre natura, sono stati gli ibridatori. Perché cambiano nome alle piante? Ogni volta che i botanici “cambiano il nome” a una pianta, per coltivatori professionali e amatori è un piccolo choc. E più la pianta è nota, coltivata, amata, più lo choc diventa grande: perché non riguarda un astratto nome del database di Kew, ma qualcosa che vive nei giardini, nelle aiuole, nelle mani di chi la cura. E ancora più nella memoria: il cambiamento ti costringe a dare un nome diverso a qualcosa che avevi già etichettato, riconosciuto, fatto tuo. Uno dei più recenti sassi nello stagno della botanica è arrivato dal Journal of the Botanical Research Institute of Texas, con l'articolo di Margaret M. Hanes e Russell L. Barrett "The hardy Hibiscus — still hardy, but no longer Hibiscus: Reinstatement of Muenchhusia (Malvaceae: Hibisceae)". In quelle pagine accade qualcosa di apparentemente semplice, ma di grande portata: Muenchhusia, da sezione del genere Hibiscus, viene elevato a genere. Il risultato è che cinque specie di ibischi nordamericani "cambiano nome", cessando di essere Hibiscus per diventare Muenchhusia. Non cinque specie qualunque, ma alcune delle più amate perenni da giardino: gli ex Hibiscus coccineus, H. dasycalix, H. grandiflorus, H. laevis e H. moscheutos. Il cambiamento non è una bizzarria né lo scherzo di cattivo gusto di botanici che si divertono a sostituire un nome storico con una denominazione che, appena la senti, ricorda più uno starnuto che le setose corolle degli ibischi dai fiori giganti. È la conseguenza diretta di un fatto ormai chiaro e sostenuto da robuste evidenze scientifiche: il genere Hibiscus non è un gruppo omogeneo, ma un insieme polifiletico di specie con storie evolutive diverse. Per ridurre questa anomalia, negli ultimi decenni ne sono stati separati gruppi importanti, come Abelmoschus (cui appartiene tra l'altro il gombo, A. esculentus), e più recentemente Sabdariffa (cui appartiene la pianta del carcadè, Sabdariffa gossypiifolia). Ma nessuna delle due, o delle tante altre specie che hanno cessato di chiamarsi Hibiscus, sono così universalmente coltivate come Muenchhusia moscheutos, M. coccinea o M. laevis, e il cambiamento non ha suscitato il medesimo choc. Come spesso accade, quel nuovo nome non è nuovo affatto: è antico, anzi antichissimo. La regola della priorità stabilisce infatti che, quando avviene un cambiamento di genere, bisogna verificare nella letteratura botanica se a quel taxon, o al gruppo di taxa coinvolti, era già stato assegnato un nome di genere validamente pubblicato. Se esiste, quel nome viene ristabilito e, sia bello o sia brutto, diventa quello ufficialmente riconosciuto. Da Muenchhusia al barone di Münchhausen È esattamente il caso di Muenchhusia. Nel 1763 Philipp Konrad Fabricius, nel catalogo dell’orto botanico di Helmstedt, basandosi su una suggestione del suo predecessore Lorenz Heister — che aveva proposto quel nome una ventina d’anni prima — pubblicò sotto il nome Münchhusia una specie americana che fioriva nel giardino, senza assegnarle un nome specifico. È tuttavia evidente che si trattava di Hibiscus moscheutos, così battezzato da Linneo nel 1753 in Species plantarum. Heister e Fabricius vi riconoscevano peculiarità tali da non considerarlo un Hibiscus, anzi da meritare un genere a sé. La loro opinione, però, non trovò seguaci. Il nome rimase dormiente fino al 1903, quando Kuntze lo recuperò per un’ampia sottosezione di Hibiscus. Nel 1985 Blanchard lo restrinse a due sole specie (nessuna delle quali, peraltro, appartiene all’attuale Muenchhusia) e lo elevò a sezione, poi successivamente circoscritta a cinque specie di Hibiscus degli ambienti umidi nordamericani. Infine, nel 2025, come ho anticipato, la svolta definitiva: il ristabilimento di Muenchhusia come genere autonomo con il conseguente cambiamento del nome generico. Una disperazione per tanti, un regalo per me: posso così raccontare la storia di un personaggio forse minore, ma di un certo interesse. Dietro quel nome un po’ barbaro si nasconde infatti la dedica a Otto II von Münchhausen (1716–1774), che era sì un barone di Münchhausen, ma non quello a cui pensiamo tutti, il protagonista fanfarone di storie immaginifiche. I due, in effetti, appartenevano alla stessa famiglia, una delle maggiori della nobiltà dell’Hannover. Al contrario del più noto parente, Otto II non fu mai militare: fu funzionario civile, possidente terriero, scienziato dilettante e, ciò che più ci interessa, autore di un notevole trattato di economia domestica e creatore del primo giardino paesaggistico all’inglese nell'Europa continentale. Otto II von Münchhausen nacque a Schwöbber, la tenuta di famiglia nei pressi di Hameln. Qui i suoi antenati — e in particolare il padre, Johann Friedrich von Münchhausen, morto quando lui era bambino — avevano creato uno dei più notevoli giardini del paese, visitato persino da Pietro il Grande quando passò dalla Germania nel 1715. A destare ammirazione era soprattutto l’orangerie, con la sua collezione di piante rare ed esotiche, tra cui gli ananas. Fu dunque naturale, per il piccolo Otto, appassionarsi di piante e giardini, e mettere le mani nella terra per piantare, seminare, potare e moltiplicare. I doveri di proprietario terriero — come primogenito ereditò tre vaste tenute — e la tradizione di famiglia, che forniva regolarmente alti funzionari civili al regno di Hannover, segnarono poi la sua formazione, completata all’Università di Gottinga, fondata nel 1734 da un altro membro della famiglia, il ministro Gerlach Adolph von Münchhausen. Qui, oltre ai corsi di scienze camerali, cioè le discipline che formavano i funzionari dello Stato, Otto si accostò a tutte le scienze naturali: sappiamo che possedeva una vasta collezione di insetti e raccolte di minerali; per tutta la vita avrebbe poi coltivato tanto la fisica quanto la chimica. L’incontro più decisivo fu però quello con Albrecht von Haller, da cui ricevette una rigorosa formazione botanica. Un giardino e un trattato enciclopedico Intorno al 1740, per occuparsi dell’amministrazione delle sue terre, Otto von Münchhausen ritornò a Schwöbber; qui, forse a partire dal 1750, diede mano alla trasformazione del parco nel primo giardino paesaggistico dell'Europa continentale. Guardava ai modelli britannici — non dimentichiamo che dal 1727 gli elettori di Hannover erano anche re di Gran Bretagna — ma era ben consapevole che dovevano essere adattati non solo alle differenti condizioni climatiche dei due paesi, ma anche a un contesto socioeconomico ben diverso. Le piante nordamericane, le più desiderate anche per lui, in Germania non arrivavano direttamente dalle colonie, ma dovevano forzatamente passare attraverso la mediazione britannica, con un notevole aumento dei costi. Quel ruolo di mediatore, tuttavia, Münchhausen lo prese anche su di sé, creando vasti vivai a Schwöbber, dove fu il primo a introdurre e coltivare molte specie nordamericane, soprattutto arboree. Nelle serre si continuavano peraltro a coltivare specie delicate provenienti “dalle Indie occidentali e orientali”, come riferisce una testimonianza del 1743, che parla di ananas, alberi di caffè, palme da datteri, mastice e di duecento tipi di agrumi. Contemporaneamente Münchhausen percorreva con passo sicuro la carriera di alto funzionario: nel 1741 drost a Steyerberg, nel 1756 consigliere territoriale e delle finanze a Calenberg, nel 1763 landdrost titolare e nel 1765 landdrost effettivo a Harburg. Fu in questo contesto — un grande possedimento da amministrare, un giardino in trasformazione, una carriera pubblica sempre più impegnativa — che Münchhausen iniziò a seguire quelle che oggi chiameremmo le “buone pratiche” agronomiche, a sperimentarle lui stesso, a partecipare ai circoli che le promuovevano. Dal 1753 cominciò a pubblicare brevi contributi sull’Hannoversches Magazin. Nel 1765 divenne membro della Celler Landwirtschaftsgesellschaft, fondata l’anno precedente. Anche se da tempo nel territorio tedesco circolavano manuali di economia domestica che andavano sotto il nome di Hausvater (“il padre di famiglia”), Münchhausen ne era insoddisfatto; né lo convincevano le traduzioni dei testi economici e agronomici britannici che iniziavano a diffondersi, a suo parere inutili se non fuorvianti nel contesto tedesco. Nacque così l’idea di un periodico, intitolato anch’esso "Der Hausvater", che cominciò a uscire nel 1764 con periodicità irregolare. Di quel filone conservava il carattere miscellaneo: gli argomenti spaziavano dalla vera e propria agronomia — una disciplina che in Germania non aveva ancora uno status definito e non era insegnata in nessuna università — all’economia domestica, dall’amministrazione di una tenuta alla progettazione di un giardino; così, un vero e proprio trattato sul perfezionamento degli aratri poteva affiancarsi a consigli su come mantenere impermeabile la tela cerata. A partire dal 1771, gli articoli confluirono nei sei volumi di Der Hausvater, che ormai aveva assunto l’aspetto di un trattato enciclopedico. L’ultimo, pubblicato nel 1773 e rimasto incompleto per la morte dell’autore, fu dedicato da Münchhausen alle sue esperienze trentennali nei campi della fisica e della chimica; vi si mescolano ingenuità, residui del passato, teorie poi rivelatesi infondate e sorprendenti anticipazioni. Per gli agronomi, il volume più importante è certamente il primo, prevalentemente dedicato alle pratiche agronomiche. Münchhausen pretende di aver sperimentato di persona l’efficacia di ciò che propone; benché sia solitamente considerato il fondatore dell’agricoltura scientifica in terra tedesca, è un riformatore cauto, che non mette in discussione pratiche tradizionali come la rotazione delle colture; gli sfugge la portata dell’introduzione delle macchine e delle nuove colture che stanno rivoluzionando l’agricoltura britannica; tanto meno mette in discussione le basi sociali dell’agricoltura tedesca, ancora largamente dipendente dalla servitù della gleba. Per i botanici e gli storici del giardinaggio, il volume di maggiore interesse è invece il quinto, in cui Münchhausen, a partire dalle sue esperienze a Schwöbber, da una parte impartisce istruzioni su come creare alberate e boschetti ornamentali, dall’altra fornisce un elenco degli alberi e degli arbusti adatti al clima tedesco; molte erano piante nordamericane che fu tra i primi a coltivare nell’Europa continentale e alle quali diede per primo il nome. Si devono a Münchhausen 59 nomi botanici: solo cinque sono oggi validi, ma si tratta di nomi importanti: da una parte il genere Hirschfeldia (una brassicacea mediterranea usata come succedaneo della senape); dall'altro un gruppo di alberi americani: Crataegus uniflora e tre specie di querce, Quercus coccinea, Q. marilandica e Q. palustris. Münchhausen era uno specialista di querce, e sappiamo che a Schwöbber creò un lecceto che esisteva ancora all’inizio del Novecento. L’interesse per le piante forestali ne fa sicuramente un precursore — se non dell’agronomia — della dendrologia applicata. Cinque "ibischi" nordamericani Non sappiamo perché Fabricius, e prima di lui Heister, abbiano deciso di denominare Muenchhusia la futura M. moscheutos. Poiché la dedica di Heister risale al 1748, quando il nobiluomo non aveva ancora pubblicato nulla, è molto probabile che quella pianta fosse arrivata all’orto botanico di Helmstedt grazie a lui, che sappiamo generoso nel fornire piante ad altre istituzioni, come l’Oekonomischer Garten e l’orto botanico di Gottinga. Siamo molto più informati sulle circostanze di una seconda dedica, quella di Muenchhausia L., pubblicata nella prima edizione di Systema vegetabilium nel 1774, ma anticipata da Murray nel suo Prodromus designationis stirpium gottingensium. In questo caso sappiamo che si trattò proprio di un dono: negli anni Quaranta Münchhausen regalò all’orto botanico di Gottinga uno splendido arbusto proveniente “dalle Indie”, che prosperò per qualche tempo prima di soccombere all’inclemenza del clima sassone. Non così la pianta madre, che — grazie al prudente ricovero invernale — era ancora viva e vegeta a Schwöbber quando Münchhausen ne parlò orgoglioso nel quinto volume di Der Hausvater. Ma stia tranquillo chi teme la confusione tra Muenchhusia e Muenchhausia: Muenchhausia è un nome inutile, mai entrato nella terminologia botanica, perché Muenchhausia speciosa non è altro che Lagerstroemia indica, creata dallo stesso Linneo fin dal 1759. Forse se n’era dimenticato; più probabilmente, lavorando spesso su esemplari imperfetti o addirittura su materiale iconografico o su descrizioni altrui, non aveva riconosciuto che si trattava della stessa pianta. Ma finalmente è venuto il momento di parlare dei coloratissimi protagonisti vegetali di questa storia: i cinque ibischi nordamericani, da qualche mese Muenchhusia moscheutos, M. laevis, M. coccinea, M. grandiflora, M. dasycalyx. Il gruppo è ben caratterizzato da alcuni tratti comuni: in primo luogo l’ambiente, le aree umide e paludose del Nord America; sono piante erbacee erette, di grandi dimensioni e di crescita veloce, rustiche e dotate di grandi fiori solitari a cinque petali, in colori che vanno dal bianco — spesso con una macchia scura alla gola — al rosso. Vediamoli ora più da vicino, in ordine di apparizione, o meglio di scoperta da parte dei botanici. Muenchhusia moscheutos è di gran lunga la specie di più ampia diffusione: il suo areale orientale va dal Canada meridionale al Messico nord‑orientale; inoltre, con la sottospecie lasiocarpos, è l’unica ad essere presente anche sul versante pacifico del Nord America, con popolazioni in California. A una distribuzione così vasta corrisponde un’estrema variabilità: nelle dimensioni, nella larghezza e nella forma delle foglie, nella morfologia e nelle dimensioni delle capsule. Il colore delle corolle è generalmente rosa a Nord e bianco con gola rossa a Sud; nell’area centrale convivono tutte le variazioni cromatiche. I fiori sono solitari, orizzontali o lievemente inclinati, con corolle del diametro di circa 7–8 cm. A causa dell'estrema variabilità, M. moscheutos è stato variamente interpretata dai botanici: per un certo periodo ne fu distinto Hibiscus palustris, che corrisponde alle forme più meridionali del complesso, più tardi ricondotto a moscheutos. Tanto diffusa e vistosa, questa specie non poteva certo sfuggire né ai coloni né ai primi esploratori della flora nordamericana; e tuttavia la storia della sua scoperta e introduzione in Europa è straordinariamente confusa. La prima menzione e la prima immagine (1635) si devono a Jacques‑Philippe Cornut, che testimonia che la pianta era coltivata nell’orto botanico di Parigi, ma ignora come vi fosse arrivata e la ritiene di origine africana. La chiama Althea rosea peregrina e ipotizza che possa essere identificata con la Rosa moscheutos citata da Plinio. Più informato di lui è Plukenet, che in Almagestum Botanicum (1696) la chiama Alcea indica ulmi foliis e attesta che era stata inviata in Inghilterra da Banister. Il testo di riferimento rimaneva però quello di Cornut: ripreso da Tournefort in Institutiones rei herbariae, da Boerhaave nel catalogo dell’orto botanico di Leida e dallo stesso Linneo che, in Hortus Cliffortianus, afferma che questa specie “cresce in Africa”. Solo dopo il ritorno a Uppsala, grazie a una comunicazione di Gronovius — che per Flora Virginica si basò sulle descrizioni di Clayton — Linneo capì che si trattava di una pianta nordamericana, come scrive nel catalogo dell’orto botanico di Uppsala (1748). Nel 1753, in Species Plantarum, la battezzò Hibiscus moscheutos, riprendendo il nome specifico dall’ipotesi, evidentemente infondata, di Cornut. Benché coltivata in diversi orti botanici, continuava ad essere una rarità: il motivo lo spiega chiaramente Philip Miller, osservando che nelle estati dell’Inghilterra — e più in generale del Nord Europa — la pianta difficilmente riusciva a fiorire. Il successo sarebbe arrivato solo nel Novecento, e più avanti scopriremo come e perché. Poco conosciamo della prima raccolta di Muenchhusia laevis, una specie di relativamente ampia diffusione tra il Canada meridionale e gli Stati Uniti centrali e orientali. È un’erbacea perenne che può superare i due metri d’altezza, con fusti e foglie glabre (è questo il significato del nome specifico laevis), lobate, con tre–cinque lobi acuti, di cui quello centrale più lungo, tanto da ricordare la lama di una picca. I grandi fiori orizzontali hanno corolla imbutiforme, con petali lievemente sovrapposti, da bianchi a rosa pallido, e un diametro di 8–15 cm. Nella seconda metà del Settecento dovette raggiungere diversi orti botanici europei, tra cui quello di Torino, nel cui catalogo del 1773 fu pubblicata da Allioni come Hibiscus laevis. Era arrivata anche a Madrid: nel 1787 Cavanilles la pubblicò come Hibiscus militaris, alludendo alla forma “militaresca” delle foglie. Più documentata e meno intricata è la storia della scoperta e dell’introduzione di Muenchhusia coccinea. Più meridionale, è nativa delle paludi e dei bordi dei corsi d’acqua degli Stati Uniti sud‑orientali, in particolare Virginia, Florida meridionale e Louisiana occidentale. Anche se il suo nome comune americano è Texas star, “stella del Texas”, non è nativa di questo stato. È un’erbacea perenne alta ed esile, con un fusto che tende a lignificare alla base, foglie palmate che ricordano quelle della canapa, grandi fiori dal diametro di 7–8 cm con cinque petali scarlatti, da ovati a spatolati, che non si sovrappongono; ne esistono anche forme rosa e bianche. Il rosso vivo delle corolle indica chiaramente l’impollinazione da parte dei colibrì. Secondo il catalogo dell’orto botanico di Kew, fu coltivata per la prima volta in Europa nel 1778 da Fothergill; con grande probabilità si trattava di uno degli invii di William Bartram, attivo in quegli anni proprio tra Virginia e Florida. Fu poi pubblicata come Hibiscus coccineus da Walter nel 1788. Ci porta più a sud Muenchhusia grandiflora: è infatti nativa degli Stati Uniti sud‑orientali, dal Texas alla Florida meridionale, e si spinge anche a Cuba. È il gigante del gruppo; anche se solitamente raggiunge un’altezza di circa due metri, sono noti esemplari che superano i quattro metri. Tende a lignificare e ad acquisire un portamento arbustivo. Ha grandi foglie cordate e vellutate e fiori da bianchi a rosa, con un occhio porpora, dal diametro fino a 15 cm. Fu pubblicata per la prima volta nel 1803 da André Michaux, che probabilmente fu anche il primo raccoglitore, durante una delle sue spedizioni tra Stati Uniti meridionali e Cuba, tra il 1787 e il 1796. Veniamo infine all’ultima specie, che è anche la più rara: Muenchhusia dasycalyx. È infatti limitata a tre popolazioni che vivono in luoghi stagionalmente inondati lungo il Neches River, l’Angelina River e il Trinity River, nell’Angelina County, nel Texas orientale. Fu scoperta nel 1955 da Sidney Fay Blake e Ivan Shiller, che la pubblicarono nel 1958 come Hibiscus dasycalyx. Gli hardy hibiscus, una storia di ibridazioni Ma c’è ancora una storia da raccontare, forse la più affascinante. Gli ibischi erbacei perenni che coltiviamo nei nostri giardini, gli hardy hibiscus, come li chiamano negli Stati Uniti, con la sola eccezione di M. coccinea, per lo più non sono specie ma ibridi. Tutto iniziò verso la metà degli anni ’50 del Novecento. Fino ad allora le quattro specie note (come abbiamo visto, M. dasycalyx non era ancora stata scoperta) erano sì apprezzate, e talvolta anche coltivate, ma erano essenzialmente considerate adatte a giardini un po' selvaggi, con le giuste condizioni di umidità; sono infatti piante da palude dal portamento un po' disordinato, con fiori grandi, ma non enormi, che durano solo un giorno e sono prodotti in modo discontinuo. Nonostante questi limiti, avevano destato qualche interesse tra i vivaisti nordamericani, che ne avevano selezionate alcune varietà, soprattutto di H. moscheutos (da questo momento userò i nomi d'epoca), che come abbiamo visto è una specie estremamente variabile. Ma il primo a prenderli veramente sul serio fu Robert Darby, un vivaista e ibridatore del Maryland. Il suo obiettivo era ottenere un ibisco con petali rossi, come H. coccineus, ma con fiori a coppa come H. moscheutos. Cominciò così a ibridare tra loro quattro specie: appunto H. coccineus, H. moscheutos, H. palustris (oggi sinonimizzato con H. moscheutos) e H. militaris (oggi sinonimizzato con H. laevis). Il suo primo successo, intorno al 1955, fu ‘Lord Baltimore’, una varietà spettacolare che, a settant'anni di distanza, è tuttora coltivata: una pianta grande e vigorosa, con fiori di dimensioni enormi (25 cm di diametro), setose corolle rosso cremisi, dai petali arricciati; la fioritura è copiosa e continua, capace di protrarsi da metà estate all'autunno. Con ‘Lord Baltimore’ nasce il primo ibisco palustre moderno: non più una curiosità botanica, ma una pianta ornamentale vera e propria. Fu l'inizio di una rivoluzione; anche se questa varietà è semisterile (secondo Darby, produce una proporzione di semi vitali di 1 su 250), fu la base per ulteriori creazioni di Darby, le più note delle quali sono ‘Lady Baltimore’ (1978), con petali arricciati rosa medio e una macchia cremisi alla gola, e ‘Anne Arundel’ (1982), rosa vivo. Se Darby rappresenta la fase artigianale e pionieristica, la seconda tappa ci porta in Giappone. Qui negli anni ’60 gli ibridatori della grande compagnia sementiera Sakata iniziarono a incrociare gli ibischi ibridi americani, producendo varietà come ‘Southern Belle’, con fiori bianchi sfumati di rosa e gola cremisi, e ‘Dixie Belle’, bianco con centro rosso. Il vero successo arrivò negli anni ’70 con la prima vera serie di ibischi rustici, Disco Belle, con fiori quasi piatti, disponibili in molti colori; con essa, gli ibischi ibridi smettono di essere piante da collezionisti e diventano un prodotto vivaistico standardizzato, riproducibile da seme: è la nascita dell’ibrido “industriale”. Tra fine degli anni ’80 e gli anni ’90, la storia degli ibischi ibridi riattraversa l’oceano e ci porta a Lincoln, in Nebraska, nel vivaio dei fratelli Fleming. Specializzati in piante perenni all’insegna del motto bigger, bolder, better, si erano fatti un nome nel vivaismo statunitense come ibridatori di Dianthus, Veronica e Lagerstroemia. Anche se già nei loro cataloghi degli anni ’50 compaiono alcuni ibischi, questi divennero il loro prodotto di punta a partire dagli anni ’90. I Fleming non cercavano solo fiori più grandi: cercavano piante che fossero spettacolo puro, con fogliame decorativo e una presenza scenica che nessun ibisco palustre aveva mai avuto. La più famosa delle loro creazioni è probabilmente ‘Copper King’, con enormi fiori rosa chiaro dalla gola e fogliame bronzeo finemente lobato. Negli anni 2000 gli ibischi dai fiori grandi come un piatto sono ormai un successo internazionale (è anche il periodo in cui cominciano ad essere ampiamente coltivati pure da noi, persino nelle aiuole comunali); la loro storia però non è più quella di vivaisti visionari e sperimentatori, ma dei centri di ricerca universitari, come quello del Texas, dei vivai specializzati in vasti programmi di ibridazione come Walters Gardens e delle major come Proven Winners. È il momento in cui gli ibischi palustri diventano una categoria vivaistica globale, sostenuta da programmi di ibridazione sistematici e da marchi internazionali. Emblema di questa fase è la serie Summerific, creata da Walters Gardens e commercializzata da Proven Winners, caratterizzata da forme compatte, lunga fioritura, adattabilità e facilità di coltivazione, con fogliame spesso scuro e fiori in un’ampia gamma di colori. Dopo settant’anni di incroci, selezioni e rivoluzioni estetiche, non resta che abituarci al nuovo nome botanico ufficiale: Muenchhusia × hybrida. Una storia che parte dalle paludi, passa per gli orti botanici europei, e arriva ai cataloghi internazionali, con centinaia e centinaia di ibridi. Capita che generi di una certa importanza, orticola o economica, portino il nome di un personaggio poco noto o addirittura quasi dimenticato. E' senza dubbio il caso di Kohleria, uno dei più belli e ammirati della famiglia Gesneriaceae, dedicato da Regel, insieme ad altri cinque con ben più illustri dedicatari, all'oscuro Johann Michael Kohler, professore al Seminario di Zurigo e autore di testi di agronomia. Una dedica forse dovuta all'amicizia, o almeno alla frequentazione di ambienti comuni. Kohler, chi era costui? Fin dal 1817, quando Bowie e Cunningham spedirono a Kew i primi esemplari di Sinningia, l'interesse per le Gesneriaceae dell'America tropicale non fece che crescere. Erano bellissime, esotiche, non troppo difficili da moltiplicare e coltivare; così, grazie ai cacciatori di piante inviati in Centro e Sud America, gli arrivi si moltiplicarono, insieme a una certa confusione di nomi. Tra i botanici che si interessarono con una certa continuità alla loro classificazione va annoverato Eduard Regel cui si deve la creazione di diversi nuovi generi; nel 1847, quando era capo giardiniere dell'orto botanico di Zurigo, ne creò in una volta sola ben sei, pubblicandoli succintamente nell'Index seminum del giardino e più ampiamente qualche mese dopo nell'articolo "Über die Gattugen der Gesneerien", pubblicato sul Botanische Zeitung del 1848; si tratta, nell'ordine, di Rechsteineria, Moussonia, Naegelia, Koellikeria, Kohleria, Locheria, tutti, come specifica lo stesso Regel, dedicati "esclusivamente a naturalisti svizzeri, perché anche la famiglia porta il nome di uno di essi". Oggi solo due rimangono validi, Moussonia e Kohleria. Regel, forse memore delle versatile personalità di Gessner, scelse non solo botanici, ma naturalisti impegnati in vari campi delle scienze naturali, alcuni dei quali decisamente illustri. Il nome oggi di maggior rilievo è quello del medico, anatomista e fisiologo Rudolf Albert von Koelliker (1817-1905), patriarca della biologia ottocentesca, fondatore della moderna istologia sistematica, autore di scoperte fondamentali nel campo dell'anatomia e della fisiologia animale e umana; anche se alcune pubblicazioni risalgono già agli anni '40, erano allori al di là da venire; all'epoca insegnava anatomia e fisiologia all'università di Zurigo e Regel lo menziona come autore di una lista delle piante spontanee della regione di Zurigo. Anche Albert Mousson (1805-1890), che Regel ricorda come presidente dell'Unione dei naturalisti, insegnava all'Università di Zurigo, dove era docente di fisica; glaciologo e meteorologo, è noto soprattutto come malacologo, cui si deve la descrizione di 450 nuove specie. Il terzo docente dell'ateneo zurighese, Carl Nägeli (1817-1891), era certo il più vicino a Regel; in primo luogo era un illustre botanico, autore di ricerche di citologia e fisiologia vegetale, sulla struttura del protoplasma, sulla teoria dell'ereditarietà; in secondo luogo, nel 1843, insieme allo stesso Regel e al direttore dell'orto botanico Oswald Heer, aveva fondato l'Associazione svizzera di agricoltura e orticoltura. Grande esperto del genere Hieracium, è anche noto per aver involontariamente scoraggiato le ricerche di Mendel: entrato in corrispondenza con l'abate boemo, di cui fu l'unico ad apprezzare l'opera, gli suggerì di estendere i suoi esperimenti a questo genere, singolare per il gran numero di varietà e forme; purtroppo tanto lui quanto Mendel ignoravano che la maggior parte di esse si riproducono senza fecondazione; così il suggerimento si rivelò controproducente. Anche il medico Hans Locher-Balber (1797-1873), che Regel cita semplicemente come Dr. Locher, veniva dalle file dell'ateneo zurighese, dove insegnava medicina e di cui fu anche decano; inoltre era il direttore dell'ospedale universitario. Era invece una celebrità locale Johann Konrad Rechsteiner (1797-1858), che Regel ricorda solamente come "parroco di Eichberg"; pastore riformato, oltre che occuparsi attivamente del miglioramento del sistema scolastico, era un attento studioso della flora locale nonché collezionista di minerali, fossili e conchiglie; corrispondeva e scambiava piante con molti botanici e il suo erbario di 12.000 esemplari era considerato uno dei più completi del paese. Oggi le sue collezioni sono custodite al Museo di storia naturale di San Gallo. Rimane uno solo nome e, guarda caso, è il carneade del gruppo: Johann Michael Kohler (1812-1884) non era professore universitario, ma, come ci informa lo stesso Regel, lettore di scienze naturali alla scuola cantonale, nota anche come seminario; solo molti anni dopo sarebbe diventato professore titolare. Né, all'epoca, aveva ancora pubblicato nulla. Quali meriti l'avranno fatto inserire in questo parterre de rois? Forse era amico di Regel, certo lo frequentava; anche lui era tra i soci fondatori dell'Associazione svizzera di agricoltura e orticoltura e forse collaborò come redattore alla rivista dell'associazione, Schweizerische Zeitschrift für Land- und Gartenbau (1843-1845), anche se non vi compaiono articoli a sua firma. Tutte le sue pubblicazioni sono successive; è del 1851, per incarico dell'Unione agricola cantonale di Zurigo, Landwirthschaftliche Beschreibung der Gemeinden Dettenriedt, Höngg, Thalweil-Oberrieden, Uitikon, Wangen, Weyach ("Descrizione agricola dei comuni Dettenriedt, Höngg, Thalweil-Oberrieden, Uitikon, Wangen, Weyach"), un'inchiesta sulla situazione dell'agricoltura e delle proprietà agricole, in cui, tra l'altro, mettendo a confronto la situazione svizzera con quella statunitense, lamenta l'estremo frazionamento delle proprietà, che si suddividevano sempre più ad ogni generazione. Dal 1850 al 1856 fu redattore della rivista dell'associazione agricola svizzera, nata da una scissione della vecchia associazione fondata con Regel. Solo nel 1873 divenne professore titolare con incarico di insegnamento di orticoltura, frutticoltura e viticoltura, mantenendolo fino alla morte nel 1884; era soprattutto un esperto dei due ultimi settori, come possiamo vedere dalle due opere pubblicate nella maturità, Die wichtigsten Kernobstsorten des Kantons Zürich (Zürich 1864), ovvero "Le più importanti varietà di pomacee del cantone di Zurigo", interessante soprattutto per la descrizione di una varietà locale di pero, detta Kalchbühler o Chalchbüeler, molto fruttifera ma con frutti piccoli utilizzati soprattutto per il sidro, e Der Weinbau und die Weinbehandlung (Aarau 1878), ovvero "Viticoltura e trattamento del vino". Kohleria, spettacolo tropicale Com'è, come non è, il buon agronomo svizzero Kohler si è trovato a fare da padrino a uno dei più amati generi della famiglia Gesneriaceae, dove le bellezze certo non mancano. Kohleria Regel comprende 22-24 specie, distribuite lungo la Cordigliera occidentale, dal Messico meridionale al Perù, in Venezuela, Trinidad e le Guyane, con centro di diversità in Colombia, in ambienti che vanno dalle foreste tropicali a bassa quota alle foreste nubilose d'altura, tanto in zone aperte in pieno sole, quanto nel sottobosco con luce filtrata. Di conseguenza, presenta una grande varietà morfologica, comprendendo erbacee perenni, suffrutici, arbusti, di portamento ora eretto, ora prostrato. Hanno radici rizomatose e scagliose e diverse specie vanno in dormienza in inverno; gli steli e il fogliame sono in genere vellutati e i fiori brillantemente colorati, soprattutto rossi, con macchie o marcature in colori contrastanti. Solitamente sono di piccole dimensioni, con strette corolle tubolari e lobi da appena accennati a ampi e arrotondati, e sono impollinati dai colibrì; fanno eccezione K. allenii e K. tigiridia (una delle specie trasferite da Capanea) che hanno fiori a coppa aperta impollinati da pipistrelli. La prima specie a essere descritta fu K. tubiflora, raccolta a Panama e descritta nel 1801 da Cavanilles come Gesneria tubiflora; all'epoca, infatti, erano stati determinati solo pochi generi della famiglia, in cui venivano inserite via via le nuove specie. Nel 1818, Kunth descrisse altre sei specie, sempre come Gesneria, tra cui K. hirsuta, la specie su cui si basò Regel per creare il nuovo genere nel 1847. Nel frattempo gli arrivi si erano moltiplicati, e, con il loro aspetto indubbiamente esotico, la grande variazione di colori, divennero piuttosto popolari nelle serre vittoriane, frequentemente ritratte nelle riviste di giardinaggio come il Curtis's Botanical Magazine, con un gran guazzabuglio di nomi; infatti, non solo furono assegnate a vari generi della famiglia (oltre a Gesneria, Achimenes, Isoloma, Sciadocalyx eTydaea), ma non di rado la stessa specie fu descritta più volte con nomi diversi, a causa della grande variabilità e della facilità di produrre ibridi naturali. Varietà e ibridi facevano la gioia di appassionati e giardinieri, e le riviste dell'epoca facevano a gara a riprodurli, ma purtroppo di essi quasi sempre rimangono solo le immagini; uno dei pochi vecchi ibridi sopravvissuti potrebbe essere 'Longwood', riscoperto in un orto botanico e reintrodotto dai Longwood Gardens; alto e molto fiorifero, con fiori rosso fragola, è a sua volta uno dei genitori di molti ibridi moderni. Come molti generi di questa famiglia, anche Kohleria ha avuto una vita tassonomica travagliata, giungendo ad annoverare anche una ottantina di specie, molte delle quali sono state ridotte a sinonimi o varietà o anche trasferite ad altri generi; recentemente ha invece assorbito il genere Capanea, che pure è morfologicamente assai diverso: non si tratta infatti di erbacee terrestri, ma di epifite, prive di rizomi e con radici avventizie. Tra le specie più coltivate, troviamo la colombiana K. amabilis, piuttosto variabile e molto usata nelle ibridazioni; la varietà nominale ha fiori rosa scuro macchiati di rosso alla gola, mentre la varietà bogotensis è bicolore, con lobi superiori arancio e lobi inferiori e gola gialli picchettati di rosso. Proviene da un'area che va dall'Ecuador a Trinidad K. hirsuta, con foglie vellutate verde medio e fiori tubolari rosso aranciato; la varietà nominale, anche nota con il sinonimo K. eriantha, ha foglie verde intenso con margini rossi. Proviene invece dalle foreste pluviali della Colombia K. warszewiczii (sin. K. digitaliflora), con fiori raggruppati a grappolo, tubo molto peloso rosa confetto e lobi gialli macchiettati di viola. L'interesse degli ibridatori si è riacceso nella seconda metà del Novecento. Uno dei primi nuovi ibridi è stato 'Connecticut Bell' (K. amabilis x K. eriantha), introdotto nel 1971, con grappoli di media altezza e fiori con stretto tubo rosso, lobi superiori rosa fucsia, lobi inferiori e gola da rosa chiaro a bianco, con linee di puntinature rosse. Da allora gli ibridi si sono moltiplicati; ne potete ammirare un'ampia selezione in questa pagina. Il missionario William Carey è una personalità molto nota della storia indiana. Prodigioso poliglotta, tradusse e pubblicò il Vangelo e la Bibbia in molte lingue del subcontinente, creò una tipografia, una rete di scuole, la prima università indiana. Forse è meno noto che era un appassionato botanico e un agronomo sperimentatore, e come tale fu tra i soci fondatori della Società agricola indiana, di cui dettò gli obiettivi. Il suo giardino botanico privato era il più ricco dell'India, secondo solo a quello della Compagnia delle Indie diretto dal suo amico William Roxburgh, a cui Carey donò per altro molte piante. Roxburgh ricambiò con la dedica di Careya, ma Carey lo contraccambio con un inestimabile servizio postumo: la pubblicazione di Flora indica. Una missione rivoluzionaria Nel 1755, la Compagnia danese delle Indie Orientali, in cambio di cinquemila rupie e vari doni, ottenne dal Nawab del Bengala il permesso di commerciare e di stabilire un emporio e un porto. Poté così installarsi a Serampore sulla riva dell'Hoogly, uno dei bracci del delta del Gange, un piccolo centro circondato da villaggi agricoli che già da secoli ospitava un mercato frequentato da portoghesi, olandesi e francesi. Con l'impegno di versare una tassa annuale e di far rispettare la legge e l'ordine, vi creò una minuscola stazione commerciale battezzata Frederiksnagore in onore del re di Danimarca Federico V (anche se è per lo più nota come Serampore). Rispetto a altre città dell'area controllate dalle compagnie francesi e inglesi, era insignificante ma i danesi furono abili a sviluppare attività artigianali e mercantili, attraendo mercanti europei e migliaia di indiani, impiegati soprattutto come tessitori. Nel 1777 l'amministrazione di Serampore passò alla corona danese. Grazie all'abile governatore Ole Bie (1776-1805) la cittadina conobbe un eccezionale sviluppo urbanistico, tanto da essere descritta dai contemporanei come la città più elegante e meglio amministrata dell'India europea. Gli affari andavano a gonfie vele, la presenza danese favoriva lo sviluppo dell'artigianato tessile e incise anche sull'agricoltura: i contadini vennero infatti incoraggiati ad affiancare alla traduzionale coltivazione del riso, quella l'indaco (Indigofera tinctoria), utilizzato nella tintura delle stoffe. Nel 1799 Ole Bie permise a un gruppo di missionari battisti britannici di stabilirsi a Serampore. I primi missionari battisti, John Thomas e William Carey, era arrivati a Calcutta nel 1793, ma avevano dovuto scontrarsi con l'ostilità della Compagnia inglese delle Indie che temeva che la loro attività di proselitismo causasse insanabili attriti con gli indiani; inoltre, come non conformisti con idee sociali avanzate, erano visti come pericolosi sovversivi. Il governatore Bie invece contava su di loro per creare una scuola aperta ai ragazzi tanto indiani quanto europei; per i missionari sarebbe stato un asilo dove iniziare finalmente la sospirata attività di proselitismo. A fondare la missione furono tre energici personaggi, noti come il "trio di Serampore": il maestro Joshua Marsham, il tipografo William Ward e il più famoso di tutti, il reverendo William Carey (1761-1834), una figura così eccezionale che il filantropo William Wilberforce lo definì "una delle principali glorie della nazione britannica", mentre Rabindranath Tagore lo salutò "padre del Bengala moderno". Figlio di un tessitore, nacque in un piccolo villaggio del Northamptonshire dove non esistevano scuole, finché, quando aveva sei anni, suo padre venne assunto dalla parrocchia come funzionario e maestro. Da lui ricevette una sommaria istruzione, rivelando un precoce talento per le lingue (imparò il latino da autodidatta) e un grande interesse per la natura, specialmente per gli insetti e le piante. A quattrodici anni fu collocato come apprendista presso un calzolaio e uno dei suoi compagni lo avvicinò all'ambiente dei dissidenti religiosi. Passò quindi a lavorare per un calzolaio battista; ne abbracciò la fede e ne sposò la cognata, una giovane donna analfabeta. Alla morte del padrone, ne rilevò la bottega; sempre più coinvolto nelle attività della congregazione battista, studiò i testi sacri e imparò da autodidatta altre lingue: il greco, l'ebraico, l'italiano, l'olandese e il francese, sempre con un libro sotto mano mentre fabbricava scarpe. Nel 1785, come maestro si trasferì in un villaggio più grande dove venne invitato a servire come pastore; lo diverrà a pieno tempo nel 1789. Intanto aveva incominciato a interessarsi sempre più alle attività missionarie. Nel 1792 grazie al finanziamento di un amico e correligionario pubblicò An Enquiry into the Obligations of Christians to use Means for the Conversion of the Heathens, un vero e proprio manifesto in cui sostenne che ogni cristiano deve farsi apostolo del messaggio di Cristo. Lo stesso anno fu tra i fondatori della Società battista per la propagazione del Vangelo (poi nota come Baptist Missionary Society) e nel 1793, con la moglie e i figli, partì per l'India insieme al medico John Thomas. Pensava di mantenersi come agricoltore e portò con sé bulbi e semi di piante orticole e alimentari; anche in questo campo era un colto autodidatta: conosceva la classificazione linneana, e aveva una certa esperienza di raccolta sul campo. Giunto in India nel novembre 1793, venne a sapere che in seguito alla morte del colonnello Kyd il posto di intendente del giardino della Compagnia delle Indie era vacante. Si precipitò a Calcutta per presentare la sua candidatura, ma scoprì che era già stato designato William Roxburgh. La cosa non lo amareggiò, anzi andò a fargli visita: fu l'inizio di una grande amicizia. Carey scoprì ben presto che, a causa dell'ostilità della Compagnia delle Indie, gli era impossibile predicare; anche Thomas abbandonò l'impresa. Grazie a un amico, fu assunto come sovrintendente di una piantagione di indaco a Madnabati, dove visse per sei anni. Fu così testimone della miserevole condizione dei contadini indiani e si convinse che fosse compito degli inglesi risollevarla introducendo strumenti migliori e nuove coltivazioni. Vi creò un orto botanico e come l'amico Roxburgh, fece molti esperimenti agricoli. Scriveva agli amici in Inghilterra per ottenere pianticelle di piante da frutto e semi di ortaggi; da Roxburgh ebbe alberi di cannella, noce moscata, teak; a sua volta gli inviava esemplari che raccoglieva in natura. Tra di essi l'albero di sal, che nel 1798 Roxburgh pensò di dedicargli con il nome di Careya saulea. Carey respinse l'omaggio, sia per modestia sia nella convinzione che le piante debbano conservare i nomi indigeni; in effetti, le sue proteste furono accolte e la pianta fu rinominata Shorea robusta (dal nome sanscrito sarja). Furono anni durissimi che gli costarono la perdita di un figlio di cinque anni e l'alienazione mentale della prima moglie. Non aveva certo dimenticato lo scopo per cui era venuto in India; si preparò alla missione imparando il sanscrito e il bengali e tradusse in quest'ultima lingua il nuovo testamento. Dall'Inghilterra giunsero altri confratelli, in particolare Marsham e Ward che nel 1799 lo precedettero a Serampore; acquistarono una grande casa che doveva ospitare sia le loro famiglie sia i locali della scuola. Carey con la moglie e i figli superstiti li raggiunse all'inizio del 1800 portando con sé una macchina da stampa procuratagli dal proprietario della piantagione di Madnabati. Ad occuparsi della scuola furono soprattutto Joshua Marsham e sua moglie Hannah: era aperta a tutti, senza badare alla religione o alla casta: fu l'inizio di una vasta rete di scuole in lingua bengali che nel 1818 ne contava 92 frequentate da 10.000 alunni. Intanto anche la Compagnia delle Indie incominciava a convincersi che i missionari di Serampore non costituivano un pericolo, anzi potevano tornare utili per dare una patina di credibilità alla sua immagine offuscata. Nel 1801 il governatore Wellesley chiamò Carey a insegnare bengali al Fort William College, una scuola dove i funzionari della Compagnia studiavano le lingue, le culture, le tradizioni e la storia dell'India. Continuò a dedicarsi con zelo allo studio del maggior numero possibile di lingue indiane e alle traduzioni e insieme a Ward creò una casa editrice, che iniziò la sua attività con la stampa del Nuovo testamento in bengali da lui tradotto; seguirono il Nuovo testamento in sanscrito, in marathi, in panjabi, e l'intera Bibbia in bengalese. Entro il 1835, l'anno successivo alla morte di Carey, la Bibbia era stata tradotta e stampata in non meno di 42 lingue e dialetti. Ma non si pubblicavano solo testi religiosi: nello stesso arco di tempo, la casa editrice giunse a stampare oltre 200.000 volumi: c'erano classici della tradizione indiana come il Mahabaratha e il Ramayana, grammatiche, lessici e dizionari per l'uso del Fort William College, ma anche - come vedremo meglio tra poco - testi scientifici. A partire dal 1818 venne anche pubblicato un quotidiano bilingue, in inglese e bengali. Anche se nel 1812 un devastante incendio distrusse manoscritti, carta, set di caratteri tipografici, le macchine da stampa si salvarono; la tipografia rimase ufficialmente attiva fino al 1837, ma anche dopo questa data uscì ancora occasionalmente qualche volume. Nel 1818 Carey, Marsham e Ward fondarono il Serampore College, destinato sia ai futuri pastori, sia a studenti di "ogni casta, colore o paese". Posto inizialmente sotto la giurisdizione danese, quindi passato sotto controllo britannico dal 1845, è considerato la prima università indiana, di cui ha costituito un duraturo modello. Carey e Roxburgh: una collaborazione fraterna Per Carey, la coltivazione di un giardino era una passione, un svago salutare per la mente e il corpo, ma lo studio delle scienze naturali aveva anche un risvolto religioso: la lettura del libro della natura avvicina a Dio quanto quella della Bibbia. Al suo arrivo a Serampore, portò con sé le piante che coltivava a Madnabati e creò un orto botanico privato; più tardi, quando in seguito a dissidi con la casa madre in Inghilterra lasciò la Baptist Missionary Society e si trasferì nel College, vi spostò anche il giardino. Misurava cinque acri, vantava una collezione di migliaia di piante (seconda solo a quella del giardino di Calcutta della Compagnia delle Indie), quattro vasche per le piante acquatiche, voliere per gli uccelli. Dopo la sua morte (1834), divenuto giardino del Serampore College, fu posto sotto la direzione di Joachim Otto Voigt, che ne scrisse il catalogo, insieme a quello dell'orto botanico di Calcutta (Hortus suburbanus Calcuttensis, 1845). Alcune piante erano state raccolte dallo stesso Carey, molte le aveva ottenute dai suoi corrispondenti, molto numerosi tanto in India quanto all'estero, grazie alla rete delle missioni e ai suoi contatti con studiosi, proprietari terrieri e filantropi indiani. Collezionava anche acquarelli di piante e insetti dipinti da artisti indiani, di alcuni dei quali fece dono alla Linnean Society di Londra di cui divenne membro nel 1823. Fin dai tempi di Madnabati, era molto interessato ai risvolti pratici della botanica e all'agricoltura; per sostenere la missione, progettò una piantagione di alberi da legname, cui dovette rinunciare perché la Compagnia delle Indie non concesse i terreni. Nel settembre 1820, su sollecitazione di lady Hastings, la moglie del governatore generale dell'India, insieme a Joshua Marsham e altri due europei fondò l'Agricultural and horticultural society of India, che entro un mese, posta sotto il patronato di lord e lady Hastings, che concessero anche un terreno sperimentale a Barrackpore, contava già cinquanta soci, metà europei e metà indiani. Gli obiettivi della società, fissati dallo stesso Carey, includevano il miglioramento dei terreni, tramite metodi di coltivazione più avanzati, incluse le più efficienti tecniche di rotazione delle culture; l'introduzione di nuove piante utili; il miglioramento delle attrezzature; il miglioramento degli animali agricoli; la bonifica e la coltivazione dei terreni abbandonati. Fin da quando si conobbero nel 1793, la collaborazione tra Carey e William Roxburgh fu strettissima. Il missionario considerava il suo stesso giardino quasi una succursale dell'orto botanico di Calcutta cui donò non meno di ottanta esemplari. Tra di essi, forse il più notevole è l'himalayana Rosa clinophylla (che Roxburgh chiamava R. involucrata) da lui spedita al giardino di Calcutta nel 1797; negli anni venti, ne inviò un esemplare anche a Hooker, all'epoca direttore dell'orto botanico di Glasgow. Nel 1813, quando Roxburgh, lasciò l'India nella speranza di recuperare la salute (sarebbe purtroppo morto poco più di un anno dopo) affidò a Carey due manoscritti: il catalogo dell'orto botanico di Calcutta Hortus Bengalensis e la sua monumentale Flora indica. Il primo fu pubblicato dalla tipografia di Serampore già nel 1814, con una prefazione dello stesso Carey. Durante il suo servizio in India (dal 1773 al 1813, interrotti solo da due brevi soggiorni in patria) Roxburgh descrisse circa 2600 specie, e di circa 2500 fece preparare i disegni. Nel 1795, quando da poco si era trasferito a Calcutta, una selezione di cento piante da lui raccolte in Cormandel fu pubblicata a spese della Compagnia delle Indie nel primo volume di Plants of the Coast of Coromandel, sotto la direzione di Joseph Banks e con la prefazione di Patrick Russell. Seguirono, a lunghi intervalli di tempo, altri due volumi, in tutto trecento piante; l'ultimo uscì nel 1819, dopo la morte di Roxburgh. Negli anni di Calcutta, quest'ultimo aveva continuato a lavorare alla sua Flora indica, un grosso manoscritto con 2542 descrizioni botaniche di cui preparò due copie. Per prudenza, tornando in patria una la portò con sé, con l'intenzione di completarla e prepararla per la stampa, l'altra la affidò a Carey. Durante il viaggio, aggiunse ancora alcune descrizioni, e inviò copia anche di queste a Carey. Le gravi condizioni di salute e la morte però gli impedirono di attuare il suo proposito. Non trovandosi in Inghilterra nessuno disposto a pubblicarlo (Plants of the Coast of Coromandel, tre volumi in folio con illustrazioni a piena pagina, si era rivelato costosissimo), Carey decise di stamparlo nella tipografia di Serampore. Con l'aiuto di Nathaniel Wallich (assistente di Roxburgh e suo successore alla testa dell'orto botanico di Calcutta dal 1817) che aggiunse le sue note, ne pubblicò una parte in due volumi, usciti rispettivamente nel 1820 e nel 1824. Nel 1832, su richiesta dei figli di Roxburgh, visto che ancora mancava un'edizione inglese, pubblicò l'intera opera in tre volumi, questa volta senza le note di Wallich. Tanto la prima edizione parziale, quanto la seconda edizione integrale per ragioni di costi furono stampate senza illustrazioni. Anche così, è un'opera fondamentale, fondativa della botanica indiana, di cui Roxburgh è considerato il padre. Un albero dai molti usi Se Carey aveva rifiutato la dedica dell'albero di sal, dovette accettare un secondo omaggio di Roxburgh che nel 1811 nel secondo volume di Plants of the Coast of Coromandel gli intitolò il genere Careya sulla base di un esemplare di C. erbacea, raccolto dal missionario in Bengala e da lui inviato all'orto botanico di Calcutta; Roxburgh ricorda queste circostanze e aggiunge "nominata per il suo scopritore, un buon botanico, e un promotore della storia naturale in generale". Se avesse dovuto far propria la propensione di Carey per le denominazioni indigene, avrebbe dovuto chiamarla Kumbhaadu-lataa. Il genere Careya (famiglia Lecythidaceae) comprende tre specie, distribuite tra Afghanistan, isole Andamane, subcontinente indiano, Indocina e Malaysia. C. herbacea è un'erbacea perenne diffusa dalle pendici himalayane al Bengala; C. valida, un albero endemico delle isole Andamane. La specie più nota è però C. arborea, anch'essa descritta da Roxburgh. E' un bell'albero da medio a grande, deciduo, con le foglie che diventano rosse prime della caduta. Produce vistosi fiori a coppa crema o bianco verdastro con lunghissimi stami e filamenti sterili, porpora o soffusi di rosso alla base. All'epoca del Raj, la sua corteccia fibrosa veniva usata per gli stoppini dei fucili. Nella medicina tradizionale indiana, la corteccia e i fiori, ricchi di mucillaggini, trovano impiego per le loro proprietà astringenti. In Myanmar le grandi foglie vengono usate per fabbricare i tradizionali sigari detti cheroot, ma fermentate entrano in alcune specialità culinarie. In Tailandia invece le foglie giovani e i boccioli si consumano freschi in insalata. Il frutto è edule (tanto che l'albero è noto come guaiava selvatica) ma si ritiene che i semi siano lievemente tossici. Più o meno negli stessi anni in cui Dante Alighieri dà inizio al "poema sacro cui ha posto mano e cielo e terra", più modestamente un giurista bolognese in pensione, Pietro de' Crescenzi, scrive un trattato di agricoltura in cui la lettura dei testi classici è arricchita da ciò che ha visto e appreso nei suoi viaggi nell'Italia settentrionale o ha ricavato dall'esperienza diretta di proprietario terriero. Elaborato tra il 1304 e il 1309, nasce così Liber ruralium commodorum, il primo e l'unico trattato di agricoltura del Medioevo. L'opera gode di immediata popolarità: ce ne sono giunti circa 120 manoscritti; è quasi subito tradotta in toscano e nel 1373 il re di Francia Carlo V la fa tradurre in francese; fin dal 1471 è stampata e entro il 1500 se ne contano 12 incunaboli, seguiti il secolo successivo da numerosissime edizioni in latino e nelle principali lingue europee. Oggi gli studiosi sono divisi sul reale valore del trattato di Crescenzi; Linneo invece lo apprezzò abbastanza da dedicargli il genere Crescentia, i cui frutti sorprendenti hanno dato il nome alle chicchere, le tazzine in cui le dame del Settecento sorbivano il caffè o la cioccolata. Un giudice in pensione rilancia l'agronomia Nei turbolenti anni a cavallo tra Duecento e Trecento, un giurista formatosi nella prestigiosa università di Bologna aveva una carriera assicurata. Se era nobile o proveniva da una famiglia di magnati, e magari alla competenza giuridica univa il mestiere delle armi, era richiestissimo dai comuni del Nord Italia come podestà; se proveniva dalle classi medie, poteva far parte dello staff podestarile come aiutante, consigliere ed esperto di diritto. Per quasi trent'anni, fu questo il lavoro di Pietro de' Crescenzi. Nato proprio a Bologna, ebbe una formazione ampia e variegata, che comprendeva logica, filosofia, medicina, scienze naturali ma soprattutto diritto. Anche se non conseguì la laurea, poté fregiarsi del titolo di "iudex" e a partire dal 1268 lo troviamo al fianco di vari podestà nei ruoli di assessore e giudice. Quell'anno è a Ravenna, l'anno dopo a Senigallia, nel 1271 a Asti, nel 1283 a Imola, nel 1286 a Ferrara, nel 1287 a Pisa, nel 1293 nuovamente a Imola, nel 1298 a Piacenza. Non furono però le sole località dove soggiornò e lavorò: secondo quanto egli stesso dichiara, fu anche ad Ancona, Bergamo, Chioggia, Cortona, Cremona, Cesena, Forlì, Mantova, Milano, Modena, Padova, Pistoia e Verona. Insomma, in trent'anni di carriera fu un po' dappertutto nell'Italia centro-settentrionale, e dappertutto osservò le coltivazioni e le pratiche agricole. Investì oculatamente ciò che riuscì a mettere da parte in case a Bologna e in terreni attorno a una residenza rurale, Villa dell'Olmo, situata nel territorio di Urbizzano (oggi Rubizzano, frazione di San Pietro in Casale, a circa 25 km da Bologna). Quando si ritirò, divise la sua vecchiaia tra la residenza di Bologna e la villa di campagna. Su sollecitazione degli amici, nacque il desiderio di mettere per iscritto ciò che aveva osservato nella sua carriera itinerante, ciò che egli stesso aveva messo in pratica come proprietario terriero e soprattutto ciò che aveva ricavato da ampie letture degli antichi e dei contemporanei; ormai settuagenario (le date della stesura sono comprese tra il 1304 e il 1309), Pietro de' Crescenzi scrisse così Ruralium Commodorum libri XII , detto anche Liber ruralium commodorum, ovvero "Libro dei benefici agricoli". Prima (e unica) opera complessiva sull'agricoltura dell'Occidente medievale, il trattato di Crescenzi colma una lacuna secolare. Mentre nel mondo islamico (compresa la Spagna, con Il libro di agricoltura del sivigliano Ibn al-Awwan, XII secolo) al progresso delle pratiche agricole si era unita la riflessione teorica, nell'Europa cristiana per trovare un antecedente bisogna risalire addirittura al IV secolo d.C., con il De re rustica di Palladio (una delle fonti principali di Crescenzi). Crescenzi scrive in latino, la lingua dei dotti, e infarcisce il suo trattato di citazioni classiche; ma il suo pubblico di riferimento sono le persone come lui: quei ricchi cittadini del ceto medio che investono nella campagna i guadagni di attività cittadine; desiderano far fruttare le loro terre nel modo migliore, ma anche trarre dalla "villa" (dal significato antico, latino, di "podere", sta incominciando ad assumere quello moderno di dimora signorile di campagna) tutto il piacere possibile. E dunque i commoda ruralia sono sì i benefici materiali, i proventi, delle terre, ma anche gli agi, i piaceri che vi si possono godere: la caccia, le cavalcate, la bellezza e la serenità dei giardini. Senza contare che possedere una proprietà agricola nel contado è anche il più ricercato degli status symbol di questi nuovi ricchi che aspirano ad entrare nella nobiltà, ma ovviamente non dimenticano la propensione all'utile. Crescenzi concepisce il Liber ruralium commodorum come un trattato organico in cui trova spazio ogni aspetto della gestione di un podere agricolo, dalla scelta del terreno, alla costruzione degli edifici rurali, alla scelta delle colture, alla coltivazione delle produzioni principali, in una concezione filosofica che punta all'equilibro tra le parti e il tutto, l'uomo e i quattro elementi (acqua, aria, terra, fuoco). E' stato sottolineato che la maggiore novità dell'opera sta proprio in questo disegno unitario, anche se i contenuti delle singole parti sono quasi sempre ripresi da altre fonti (tanto che non sono mancate le accuse di plagio). Dopo la lettera dedicatoria a Carlo II d'Angiò, re di Napoli, il primo libro tratta dei requisiti della villa e dei criteri di scelta del sito, tenendo conto del terreno, dei venti, del regime delle piogge. Il secondo libro espone i principi generali dell'agronomia, illustra le principali operazioni agricole e fornisce indicazioni per l'analisi del terreno. Si passa quindi alle colture specifiche, con il terzo libro dedicato alle principali colture dei campi (cereali, leguminose, piante tessili), il quarto al vigneto e alla vinificazione, il quinto al frutteto e agli alberi in generale, il sesto all'orto e alle erbe (inclusi i semplici, ovvero le erbe medicinali), il settimo ai prati e ai boschi, l'ottavo ai giardini. Il nono libro, il più lungo del trattato, è interamente dedicato all'allevamento, dal bestiame grosso fino agli animali da cortile, con un'ampia parte riservata ai cavalli. Il decimo libro è dedicato alla caccia (compresa la falconeria) e alla pesca. L'undicesimo libro è un sommario generale dell'opera, mentre il dodicesimo è un calendario delle operazioni agricole mese per mese. Giardini minimi, mezzani, regali Diamo un'occhiata più da vicino all'ottavo libro, dedicato, come si è detto ai giardini. Già nel sesto libro Crescenzi si era occupato di uno dei tipi di giardino più diffusi nel Medioevo, il giardino d'erbe o verziere, destinato alla coltivazione delle erbe medicinali, ma in questo libro troviamo una trattazione organica dei giardini di piacere. Il primo capitolo (un plagio quasi parola per parola di passi di De vegetabilibus et plantis di Alberto Magno) fornisce indicazioni sulla scelta del sito e la sua accurata preparazione, in modo da poter ospitare con successo una grande varietà di erbe ed alberi. Il giardino deve essere recintato, per proteggerlo dai venti, e deve esserci una fonte d'acqua, se possibile un pozzo o una fontana. Immancabili un prato d'erba fine e dei sedili ricoperti d'erba, alberi o una pergola per donare ombra e frescura, ma badando che l'ombra non sia troppo fitta e lasci circolare l'aria. I vialetti saranno abbastanza ampi da far sì che un ragno non possa tendervi le sue ragnatele. I fiori e le erbe saranno scelti tra quelli odorosi e medicinali, per giovare insieme al corpo e allo spirito. I due capitoli successivi, dedicati ai giardini di dimensioni maggiori, sono invece un contributo originale di Crescenzi. Il giardino mezzano, destinato alla classe media, occuperà da due a quattro iugeri; sarà circondato da fossati o da una siepe di rose o piante spinose; ci saranno alberi da frutto, potati in modo formale e filari di viti; il prato dovrà essere rasato almeno una volta l'anno per conservare la sua bellezza; ci saranno pergole e padiglioni di verzura formati da tralicci rivestiti di rampicanti. Ancora più vasto il giardino regale, che può misurare diversi ettari ed è circondato da muri. E' preferibile che ci sia una sorgente, con canaletti d'irrigazione che alimentano una peschiera; a nord ci sarà un boschetto che dia rifugio ad animali selvatici, inclusi cervi. Per il ristoro e le passeggiate della corte, ci saranno lunghi viali alberati che si dipartono radialmente dal palazzo. Oltre agli alberi da frutto, ci saranno alberi "più nobili" e padiglioni di piante vive, dove il re e la regina possano trovare riparo dal sole o dalla pioggia. E, per destare meraviglia, alberi innestati con diverse varietà di frutta o voliere create sulla chioma degli alberi con rami intrecciati. L'albero delle zucche... e delle chicchere Ruralium commodorum libri XII ottenne immediato successo. Ce ne sono giunti oltre 120 manoscritti, redatti tra Trecento e fine Quattrocento. Verso la metà del XIV secolo, fu reso accessibile anche a chi non leggeva il latino da una versione in toscano, redatta da un anonimo forse fiorentino e in genere nota sotto il titolo Dell'agricoltura. Nel 1373 il re di Francia Carlo V ordinò che fosse tradotto in francese. L'invenzione della stampa giovò ancora di più alla diffusione del libro di Crescenzi, che fu una delle prime opere ad essere stampata: l'editio princeps, stampata da Schlusser ad Augusta, è del 1471. La seconda edizione, del 1474, è anche il primo libro stampato a Lovanio. Le edizioni di soli incunaboli (ovvero, di libri stampati entro l'anno 1500) sono ben 15. Il successo continuò almeno fino metà secolo, con una ventina di edizioni italiane, 15 edizioni francesi, 12 edizioni tedesche e due edizioni polacche. Poi la sua fortuna cominciò a declinare, mano mano che si scoprivano i testi antichi originali, si affermavano scuole agricole nazionali e nuove tecniche agraricole. In tempi più recenti, a partire dall'Ottocento, gli studiosi si sono divisi sul reale valore dell'opera: chi ne sottolinea il pesante debito verso altri autori, tanto da parlare apertamente di Crescenzi come di un plagiario; chi invece indica la vera originalità dell'opera non nelle sue parti, ma nell'impianto complessivo; chi ne mette in rilievo il valore documentario; chi al contrario ne sottolinea il carattere astratto e letterario. Insomma, ce n'è per tutti i gusti. Rimane l'importanza storica del Liber ruralium commodorum, che non sfuggì a Linneo il quale, prima in Hortus Cliffortianus, poi in Species plantarum rinominò Crescentia una pianta già segnalata da Plumier con il nome indigeno Cujete. Il genere Crescentia della famiglia Bignonianceae comprende sei specie di alberi neotropicali, diffusi dal sud degli Stati Uniti al Brasile e al Perù, ma anche introdotti altrove, in particolare nell'Africa occidentale e in Sud Africa. La caratteristica più notevole sono i grandi frutti sferici con la polpa morbida e un guscio sottile ma duro e resistente che è tradizionalmente usato per fabbricare contenitori. La specie più nota e più diffusa è proprio quella tipo, C. cujete, la cui diffusione va dalla Florida meridionale fino al Sud America settentrionale, passando per il Messico, le Antille e l'America centrale. Pianta sacra in molte culture indigene, è stata domesticata da secoli, tanto che è impossibile determinare quale sia la zona d'origine. E' un albero che può superare i dieci metri, spesso con tronchi multipli, chioma leggera irregolare e molto ramificata con foglie semplici ellittiche raccolte su brevi germogli lungo i rami; i fiori nascono direttamente lungo il tronco o i rami principali e sono seguiti da grandi frutti sferici, che possono raggiungere i 25 cm di diametro. Sia per la forma, sia per gli usi del guscio essiccato, questi frutti possono ricordare piccole zucche; da qui i nomi in molte lingue: calabash o gourd tree in inglese, calabasse, calebassier in francese, calabacero in portoghese, cui possiamo aggiungere il nostro "albero delle zucche" (anche se Crescentia, Bignoniaceae, non ha nulla a che fare con le vere zucche, Cucurbitaceae). L'importanza culturale di questo albero è davvero straordinaria: i frutti sono utilizzati per contenitori spesso decorati e con funzioni rituali, ma anche per strumenti musicali. A Haiti se ne ricava il sonaglio sacro emblema del sacerdote vudu; nelle Antille, suppellettili di calabaca sono prescritti nei pasti rituali del movimento rastafariano. In Costa Rica, se ne fanno contenitori spesso coloratissimi utilizzati in feste e balli popolari. In Brasile, oltre che come contenitore, è abitualmente usato come cassa di risonanza del berimbau, uno strumento tradizionale ad arco con funzioni rituali nella capoeira. In Messico, gli Aztechi li tagliavano a metà e li trasformavano in scodelle dette xicalli, usate per sorbire il cioccolato e altre bevande calde; gli spagnoli adattarono il nome nahuatl in jicara, che poi passò alle tazzine in ceramica con la stessa forma e gli stessi usi. E' questa l'etimologia del nostro chicchera, come si spiega in questo articolo. Le altre specie, con un'area di diffusione minore, alcune endemiche di zone limitate, hanno localmente usi analoghi. Di C. alata inoltre la polpa, dal gusto simile a quello della liquirizia, è consumata fresca o in bevande rinfrescanti; inoltre ha usi medicinali. Altre informazioni nella scheda. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
September 2026
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