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Quasi negli stessi anni – e per un lungo tratto contemporaneamente – furono attivi negli Stati Uniti ottocenteschi due medici appassionati di botanica: Jacob Bigelow e John Milton Bigelow. Stessi anni, stessa professione, stessa passione, stesso cognome. Che talvolta siano stati confusi non stupisce. Eppure diversissimi furono il loro campo d’azione e il modo in cui la botanica li ha ricordati: con il genere Bigelowia il primo, con una costellazione di specie del Sud‑Ovest il secondo. Gemelli diversi: Jacob Bigelow l'accademico Nel corso dell’Ottocento, negli Stati Uniti operarono due medici omonimi, entrambi attivi anche in botanica: Jacob Bigelow (1787–1879) e John Milton Bigelow (1804–1878). Il primo, più anziano, era una figura di spicco della Boston accademica, professore universitario e autore di un’opera che divenne un classico. Il secondo viveva in provincia, nell’Ohio; si interessò alla flora locale e, quando era ormai maturo, partecipò a due grandi spedizioni di esplorazione del Nord America: quella del confine con il Messico e la spedizione Whipple. Stesso cognome, percorsi diversi, due modi diversi di essere botanici in un paese che stava cercando una propria autonomia scientifica dall’Europa. Iniziamo, dunque, in ordine di apparizione, da Jacob Bigelow. Nato nel Massachusetts, nell’area di Boston, dove poi avrebbe trascorso tutta la vita, nel 1810 si laureò in medicina presso l’Università della Pennsylvania, seguendo le lezioni di botanica di Benjamin Smith Barton. Tornato a Boston, aprì uno studio medico che, per sessant’anni, ne avrebbe fatto uno dei più stimati professionisti della città. Teneva anche conferenze di botanica e studiava sistematicamente la flora locale; le sue raccolte confluirono nel 1814 nella prima edizione di Florula bostoniensis. Allargò poi le sue indagini al New Hampshire e al Vermont, pubblicando nel 1824 una seconda edizione che rimase per un quarto di secolo il testo di riferimento per la flora del New England. Segue ancora la classificazione linneana, forse l'ultimo testo a farlo, e per questo motivo è ricercata dai bibliofili come curiosità. Intanto era decollata anche la sua carriera accademica. Nel 1815 fu nominato professore di materia medica alla Harvard Medical School (cattedra che avrebbe mantenuto per quarant’anni), cui dal 1816 al 1827 si aggiunse l’insegnamento di scienze applicate all’Harvard College. Uomo di molteplici interessi, oltre che di medicina e botanica si occupò anche di tecnologia e meccanica, alle quali dedicò un trattato. La sua opera principale tuttavia congiunge medicina e botanica: American Medical Botany, in tre volumi pubblicati tra il 1817 e il 1820 e illustrati da lui stesso, utilizzando una tecnica di acquaforte migliorata di sua invenzione. Nel 1820 fu inoltre coinvolto nella revisione della farmacopea statunitense. Per Jacob Bigelow, al di là dell’interesse per la flora locale, la botanica rimaneva sostanzialmente un’ancella della medicina e rientrava nella sua preoccupazione principale: la salute pubblica e l’igiene. Come medico denunciò trattamenti e farmaci poco efficaci, quando non controproducenti, e si batté contro le poco igieniche sepolture nelle chiese, facendosi promotore del Mount Auburn Cemetery, concepito come un giardino, un cimitero rurale. Né gli mancarono i riconoscimenti: nel 1818 fu ammesso all’American Philosophical Society e per 67 anni fu membro della American Academy of Arts and Sciences, di cui fu presidente dal 1847 al 1863. Gemelli diversi: John Milton Bigelow, botanico della frontiera Lasciando per ora le dediche botaniche, sulle quali tornerò più avanti, passiamo a John Milton Bigelow. Il più giovane dei due Bigelow nacque nel Vermont, ma la sua infanzia si svolse interamente in Ohio, dove la famiglia si trasferì poco dopo la sua nascita e dove egli avrebbe trascorso quasi tutta la vita. Nel 1832 si laureò in medicina al Medical College di Cincinnati; subito dopo si sposò e si stabilì a Lancaster, dove avrebbe esercitato per trent’anni come medico molto stimato. Proprio negli anni universitari si era avvicinato alla botanica, forse grazie alle lezioni di John Riddell; ma l’incontro decisivo avvenne più tardi, quando conobbe William Starling Sullivant, il medico e botanico di Columbus che lo coinvolse nelle sue ricerche sulla flora locale e lo mise in contatto con Torrey. Nel 1840 Sullivant pubblicò una florula dell’area di Columbus; l’anno successivo Bigelow lo seguì con Florula lancastriensis, il cui titolo riecheggia Florula bostoniensis dell’altro Bigelow, opera che con ogni probabilità conosceva, essendo presente nella biblioteca di Sullivant. In quegli anni il suo modo di intendere la botanica non era molto diverso da quello dell'omonimo: in un territorio ancora di frontiera, la conoscenza delle proprietà medicinali delle piante locali era centrale, e John Milton Bigelow ne era un convinto sostenitore. Nel 1841, intervenendo alla Convenzione dei medici dell’Ohio, definì la botanica “la più importante scienza collaterale della medicina”, lamentando la disattenzione di molti colleghi; nel 1849 pubblicò una lista delle piante officinali dell’Ohio. Nel 1850, a quarantacinque anni, con una famiglia numerosa – otto figli, l’ultima una bambina di meno di due anni – accettò un incarico che avrebbe cambiato la sua vita: medico, chirurgo e botanico nella Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico. La scelta, probabilmente sostenuta da Sullivant e Torrey, fu dettata in primo luogo dalla sua lunga esperienza clinica: ogni distaccamento della spedizione contava centinaia di persone da assistere in condizioni difficili, spesso in aree desertiche e lontane da qualsiasi insediamento. Ma si rivelò felice anche dal punto di vista botanico. La relazione dei risultati, redatta da Torrey, documenta circa 140 specie raccolte da Bigelow, cui si aggiungono una quarantina di Cactaceae trattate da Engelmann in Cactaceae of the Boundary. Bigelow operò nel settore centro-orientale della spedizione: le raccolte si concentrano soprattutto nel Texas centrale e occidentale, tra El Paso, il bacino del Rio Grande e Eagle Pass, per poi spostarsi nel New Mexico, attorno a Santa Rita del Cobre, sede del quartier generale dal 1852. Ma il suo raggio d’azione fu più ampio, includendo non solo le pianure e la linea di frontiera, ma anche le montagne del Texas occidentale e del New Mexico. Tra le scoperte più notevoli figurano Parthenium argentatum, il guayale – una composita da cui si ricava una gomma naturale – raccolto nel settembre 1852 presso l’Escondido Creek, e Quercus sinuata var. breviloba, la “quercia di Bigelow”, raccolta nel 1851 in una gola montana presso Howard Springs. Nel 1853, concluso l’incarico con la Spedizione del confine, John Milton Bigelow non tornò alla vita di medico di provincia. Al contrario, aderì immediatamente a una nuova impresa: la spedizione di rilevamento ferroviario del 35° parallelo, guidata dal luogotenente Amiel Weeks Whipple, sotto il quale Bigelow aveva già servito in alcune sezioni della precedente missione. Delle vicende generali della spedizione ho già scritto in questo post; qui mi concentro sul contributo botanico di Bigelow, documentato da numerose testimonianze dirette che lo descrivono come medico abile e sempre disponibile, naturalista curioso e appassionato, capace di affrontare con entusiasmo anche le fasi più dure del viaggio. Uno dei compagni di spedizione, il pittore Baldwin Möllhausen, ne ha lasciato un vivido ritratto: “Anche se era il più vecchio della compagnia, era il favorito di tutti, un modello di dolcezza e pazienza, non solo un botanico zelante, ma anche uno sportivo entusiasta. Con i suoi pazienti era gentile e premuroso, e il suo mulo, Billy, era come un bambino viziato.” A differenza della Spedizione del confine, Bigelow non era più un semplice raccoglitore: era il responsabile delle ricerche botaniche. La parte botanica della relazione finale della spedizione, pubblicata nel 1856, documenta ampiamente il suo lavoro. Egli redasse la descrizione generale della flora delle regioni attraversate, con osservazioni su suolo, formazioni vegetali, specie caratteristiche e potenzialità economiche; un capitolo sugli alberi forestali, sia osservati lungo il percorso sia studiati in California; un contributo sulle Cactaceae, scritto insieme a George Engelmann, che proprio in quegli anni stava definendo la tassonomia della famiglia. La trattazione sistematica delle piante raccolte fu affidata a John Torrey, con l’eccezione di Composite e Scrophulariaceae, curate da Asa Gray; il capitolo finale, dedicato a muschi ed epatiche, fu redatto da William S. Sullivant, allora in ascesa come padre della briologia statunitense. Le aree più interessanti si rivelarono, da una parte, il territorio indiano, dove Bigelow raccolse diverse specie delle grandi pianure; il Llano Estacado, con la sua abbondanza di Cactaceae tra cui la formidabile Opuntia arborescens; e, ancora per le Cactaceaee, le valli del Tucumcari, del Pecos, del Rio Grande; nell'ultima parte della spedizione, il Bill William's Fork, ricco di una flora peculiare ma visitato nella stagione meno favorevole. Gli ultimi mesi, trascorsi nel cuore dell’inverno tra passi e canyon labirintici, furono i più difficili e i meno generosi di novità botaniche. Forse anche per questo, quando alla fine di marzo la spedizione raggiunse Los Angeles, Bigelow decise di trattenersi in California. Stava iniziando la primavera, la stagione delle fioriture: un’occasione imperdibile. Tra aprile e inizio giugno egli esplorò intensamente la flora californiana, dalla Valle Centrale alla Sierra Nevada, concentrandosi soprattutto sulle valli del San Sacramento, del San Joaquin e dei loro tributari. Una parte significativa delle nuove specie scoperte durante la spedizione – circa una sessantina – proviene proprio da questa fase californiana. Lo troviamo poi a Washington per occuparsi della redazione della sua sezione della relazione finale. Nel 1856 tornò a Lancaster e riprese l'attività medica, ma per breve tempo. Tra il 1860 e il 1867 partecipò alla ricognizione idrografica dei Grandi laghi, come membro della divisione meteorologica, quindi si trasferì a Detroit, come chirurgo del Marine Hospital. A questi anni risalgono alcuni articoli di botanica medica pubblicati sulla Detroit Review of Medicine and Pharmacy. Dopo il pensionamento, nel 1873, si ritirò in una fattoria nei dintorni di Detroit, dove morì nel 1878. Dediche ed equivoci Era inevitabile che la presenza – e per molti anni la contemporanea attività – di due medici‑botanici di cognome Bigelow generasse qualche confusione. Anche studiosi autorevoli vi sono inciampati. La pur informata Lotte Burchard, nella voce dedicata a Engelmann, indica come coautore di alcuni dei suoi scritti sulle Cactaceae Jacob Bigelow, mentre come abbiamo visto egli collaborò unicamente con John Milton Bigelow per la trattazione delle Cactaceae della spedizione Whipple. In direzione opposta, con un errore speculare, la versione italiana di Wikipedia, alla voce Bigelowia, afferma che il genere sarebbe stato dedicato al “dottore John M. Bigelow, farmacista e botanico”. È dunque opportuno fare un po’ di chiarezza. I due Bigelow erano separati da diciassette anni di età, quasi una generazione. Jacob (1787–1879) ebbe una vita lunghissima e morì solo pochi mesi dopo John Milton (1817–1878), ma quando il maggiore pubblicò la prima edizione della Florula bostoniensis (1814) e iniziò la carriera universitaria, il più giovane era ancora un bambino. Le loro traiettorie scientifiche non si sovrapposero mai: Jacob fu figura di spicco della botanica e della medicina bostoniana, professore ad Harvard, autore di opere di grande risonanza; John Milton fu medico di frontiera, esploratore e raccoglitore instancabile nelle grandi spedizioni dell’Ottocento americano. Sono dunque quasi gli esponenti di due fasi - vicine nel tempo, ma profondamente differenti - della botanica americana. Le dediche botaniche più antiche riguardano ovviamente Jacob. Già nel 1817, proprio in qualità di autore della Florula bostoniensis, Rafinesque gli dedicò un primo Bigelowia (oggi sinonimo di Stellaria). Seguirono altre dediche – da parte di James Edward Smith, Sprengel, de Candolle – nessuna delle quali è oggi accettata, ma tutte testimoniano la risonanza europea della sua attività. La dedica definitiva arrivò nel 1836, ancora una volta per mano di de Candolle, con parole che non lasciano dubbi sull’identità del dedicatario: “L’ho dedicato al celebre Jacob Bigelow, che aggiunse alla flora americana l’aurea corona della sua flora di Boston e medica.” L’immagine dell’“aurea corona” è quasi certamente suggerita dai fiori dorati di queste Asteraceae. Oggi il genere Bigelowia DC. comprende tre specie di suffrutici endemici degli Stati Uniti sud‑orientali, dal Texas alla Florida, caratterizzati da capolini gialli molto piccoli ma estremamente numerosi. Sono piante cespitose, talvolta provviste di caudice, capaci di formare colonie più o meno dense. Crescono in ambienti diversi, con una preferenza marcata per i suoli sabbiosi, spesso poveri e ben drenati. Altre informazioni nella scheda, Come abbiamo visto, il genere fu creato nel 1836, preceduto da altri generi omonimi non validi. Quando John Milton Bigelow iniziò la sua attività di botanico – con la Florula lancastriensis del 1841 – la casella era dunque già occupata. Era abitudine di Torrey e Gray dedicare generi ai botanici e ai raccoglitori che più stimavano, e il secondo Bigelow rientrava certamente tra questi. Ma la dedica di un genere – a meno di ricorrere a qualche escamotage a cui evidentemente non pensarono – era ormai esclusa. Arrivarono però, sia da parte loro sia da altri botanici americani come Sereno Watson, numerosissime dediche di taxa con l’eponimo bigelovii (o, meno frequentemente, bigelowii), che testimoniano meglio di un genere, e con maggiore aderenza alla sua figura, l’ampiezza e la qualità delle raccolte di Bigelow, botanico della frontiera. Secondo POWO, sono circa 140 denominazioni, una quarantina delle quali accettate. Si tratta spesso di piante emblematiche delle zone e degli habitat da lui esplorati: tra le altre, per le raccolte della spedizione del confine, Salicornia bigelovii, proveniente dalle aree costiere umide e salmastre del Texas orientale; Bidens bigelovii, un’annuale che cresce lungo i corsi d’acqua di mezza montagna, raccolta lungo il Rio Limpia nel Texas centrale; la rara Abronia bigelovii, un endemismo del New Mexico; quindi, a rappresentare le specie delle grandi pianure e del Sud‑Ovest, Artemisia bigelovii, di casa negli habitat aridi; per le Cactaceae, l’iconica Cylindropuntia bigelovii, tipica delle aree desertiche del Colorado e della California; e ancora le rare specie montane dell’Arizona e del New Mexico, come Allium bigelovii e Clematis bigelovii; o le numerose specie californiane, dallo spettacolare Helenium bigelovii al raro Scoliopus bigelovii. Così, se Jacob Bigelow ha ottenuto la gloria di un genere valido, John Milton Bigelow ha lasciato un’eredità più vasta e concreta, disseminata nelle numerose specie che portano il suo nome e che raccontano, a chiunque ami le piante, la sua presenza nella flora dell’Ovest americano.
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La botanica franco‑argentina Alicia Lourteig, nata a Buenos Aires da padre francese e madre argentina, dopo la formazione e i primi anni di carriera in patria approdò in Europa per lavorare nei grandi erbari storici, depositari di oltre tre secoli di raccolte sudamericane. Dal 1955 fu ricercatrice del laboratorio delle fanerogame del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi, dove visse e lavorò fino alla morte. Il suo contributo alla tassonomia di famiglie come Malpighiaceae, Lythraceae, Ranunculaceae e Oxalidaceae fu enorme; altrettanto decisive la competenza e la disponibilità con cui accompagnò e facilitò le ricerche dei molti colleghi che bussavano alla sua porta. Onore probabilmente unico per una botanica, la ricordano tre generi validi: Lourteigia, Lourtella, Alicia. Anni di formazione: da Buenos Aires a Tucumán Per quasi quarant’anni, Alicia Lourteig (1913–2003) lavorò al Laboratorio delle Fanerogame del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, diventando una delle figure più autorevoli della botanica del XX secolo e un punto di riferimento imprescindibile per gli studi sulla flora sudamericana. Non era però nata a Parigi, ma a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Il padre proveniva dalla Francia, più precisamente da Beuste, nei Pirenei Atlantici, mentre la madre era argentina di origini castigliane. Crebbe così tra due lingue e due culture. Dopo il baccalaureato nel 1932, nel 1937 si diplomò in farmacia e biochimica all’Università di Buenos Aires. L’incontro decisivo avvenne nelle aule universitarie, nel luglio 1933, quando la ventenne Alicia, insieme ai compagni del corso di farmacia, si trovò ad affrontare un compito arduo per ragazzi cresciuti tra asfalto e cemento: creare un erbario. A insegnare come farlo non furono né il capo del dipartimento né lo studente diplomato – neppure loro sapevano davvero come procedere – ma un ragazzo di poco più grande, Carlos Alberto O’Donnell (1912–1954), che durante le vacanze invernali ed estive si prodigava come “studente ad honorem”. Sotto la sua guida, nei giorni festivi, gruppi di studenti che quasi mai erano usciti dalla città esplorarono le rive del Río de la Plata e il bosco di Palermo, ai margini di Buenos Aires, imparando la botanica sul campo. E, in laboratorio, appresero a preparare sezioni istologiche e a usare quelle sostanze misteriose – balsamo del Canada, coloranti, alcool assoluto – che davano forma a un mondo nuovo. Dopo il diploma, Lourteig era ormai decisa: non sarebbe diventata farmacista, ma botanica. E fu nuovamente O’Donnell, diplomatosi anch’egli nel 1937, a indicarle la strada. Iscrittosi al primo anno del dottorato in biochimica, accettò un incarico temporaneo come ricercatore alla Fondazione Miguel Lillo di Tucumán. Dopo qualche mese ne tornò entusiasta: la flora misteriosa e lussureggiante della selva, e un erbario ricchissimo ancora tutto da investigare! Nel 1938 il suo incarico divenne definitivo; il suo entusiasmo contagiò Alicia, che nello stesso anno entrò come ricercatrice alla Fondazione. La Fondazione Miguel Lillo era nata dal lascito di Miguel Lillo (1861–1931), un’eccezionale figura di naturalista, collezionista e docente. Interessato a tutti i campi della natura e del sapere scientifico, nel corso della sua vita aveva creato una vasta biblioteca e imponenti collezioni naturalistiche, tra cui un erbario di più di 20.000 esemplari appartenenti a oltre 6.000 specie. Prima di morire donò tutte le sue proprietà – incluso un esteso terreno e una cospicua somma di denaro – all’Università di Tucumán che, per portare avanti le sue ricerche, nel 1933 istituì la fondazione che porta il suo nome, strettamente collegata al Museo di Scienze Naturali di cui Lillo era stato prima direttore e poi direttore onorario. Ma quando O’Donnell e Lourteig arrivarono a Tucumán, la Fondazione era poco più di un nome su documenti burocratici. A darle forma e forza fu un terzo arrivo contemporaneo: quello del farmacista, biochimico e botanico Horacio Raúl Descole (1910–1984), nominato nel 1937 professore di botanica generale alla Facoltà di Farmacia e Biochimica dell’Università di Tucumán e direttore della sezione botanica del Museo di Historia Natural. Energico e politicamente vicino al peronismo, Descole si impegnò attivamente nello svecchiamento e nella rifondazione dell’Università, avviando la realizzazione della città universitaria. Come animatore e guida della sezione botanica della Fondazione, creò la rivista "Lilloa" e concepì l'ambizioso progetto di una flora dell’intera Argentina (Genera et species plantarum Argentinarum). È un lavoro titanico ma entusiasmante quello in cui si getta a capofitto un gruppo di giovani ricercatori – sono tutti quasi coetanei –, senza paura di confrontarsi con la difficoltà del compito e con “l’opposizione decisa e occulta di antichi elementi che si opponevano a ogni cambiamento”. Ma, come scriverà Lourteig anni dopo commemorando O’Donnell, “c’era molto da fare, tutto andava fatto, ma che gioia fare tutto il necessario, soprattutto quando ogni cosa procede”. L’erbario viene riorganizzato in modo sistematico, si allacciano contatti con ricercatori negli Stati Uniti e in Europa, la rivista "Lilloa" viene lanciata e diventa rapidamente un punto di riferimento, e iniziano i lavori preparatori per la Flora. Lourteig è coinvolta immediatamente. Nel 1939, accanto a Descole e O’Donnell, firma il suo primo articolo, Plantae novae Lilloanae, dedicato ad alcune specie inedite dell’erbario di Lillo. Poi lavora a due famiglie di grande peso nella flora argentina: le Zygophyllaceae, ancora con entrambi, e le Euphorbiaceae, con O’Donnell. La trattazione di entrambe, preceduta da una serie di articoli su "Lilloa", compare nel 1943 nel primo volume di Genera et species plantarum Argentinarum. Intanto la ricerca si allarga ad altre famiglie e il ritmo di lavoro si fa frenetico: nel 1942, con O’Donnell, oltre all’esame di diverse tribù di Euphorbiaceae, Lourteig pubblica su "Lilloa" la revisioni delle Primulaceae argentine; nel 1943, con Descole, quella delle Malpighiaceae e, da sola, quella delle Lythraceae, seguita da un Addenda nel 1944. Poi il silenzio: per tre anni, fino al 1948, Lourteig non pubblicherà più nulla; e non scriverà più su "Lilloa", tranne un necrologio dell’amico‑maestro O’Donnell, nel 1959. Non abbiamo risposte precise, solo indizi. Non sappiamo neppure con esattezza quando Lourteig lasciò Tucumán. Molte fonti collocano la fine della collaborazione con la Fondazione al 1946, altre al 1947; lei – sempre pudica nel raccontare di sé – lo archivia come qualcosa che è avvenuto, e basta. Ma forse era tornata a Buenos Aires già da tempo, nel 1946 o addirittura nel 1945. Sappiamo per certo che nel 1946 era nella città natale per completare il dottorato, conseguito proprio quell’anno. Forse pesarono la situazione familiare – la malattia o la morte dei genitori? – e la situazione generale dell’Argentina: Lourteig parla di “uno dei periodi più neri della storia argentina”. Il piccolo miracolo economico favorito dalla seconda guerra mondiale, quando il paese sudamericano, rimasto neutrale, si trovò a fornire materie prime ai belligeranti, era finito. Iniziavano gli scontri sociali, culminati prima nella nascita e nell’ascesa del peronismo, poi nel golpe del 1955 e nella dittatura militare. Erano tempi difficili per la scienza: finanziamenti sempre più scarsi, carriere bloccate, ricercatori costretti a cercare sbocchi altrove. A partire non fu solo Lourteig: il gruppo si disperse: “La ricerca scientifica si ridusse al minimo […]. Con grande dolore, vedemmo partire i ricercatori stranieri demoralizzati da una situazione economica e morale che peggiorava ogni giorno”. La dispersione del gruppo originario del Lillo sarebbe culminata nel 1955 con il licenziamento e l’esilio del troppo peronista Descole. Ma a quel punto Lourteig era già da tempo in Europa. Parigi: un erbario, una vita Nel 1948 Lourteig entrò come ricercatrice al Darwinion di San Isidro e riprese il filo interrotto, pubblicando su "Darwiniana", la rivista dell’Istituto, gli Addenda sulle Primulaceae e sulle Lythraceae. Ma il Darwinion fu solo un punto di passaggio verso la carriera internazionale: nel 1949, ancora su "Darwiniana", uscì un terzo Addenda alle Lythraceae argentine, una breve nota su un campione raccolto da Tweedie che Lourteig aveva rintracciato nell’erbario di Kew. Aveva infatti ottenuto una borsa di ricerca del British Council e dal 1948 si trovava già in Europa. Anche il suo campo di ricerca cambiò rispetto agli anni di Tucumán: forse per marcare il distacco dalla “lussureggiante e misteriosa flora tropicale” scelse ora una famiglia botanica di casa sia in Europa sia nell’America temperata, le Ranuncolaceae. Da Kew, dove lavorò dal 1948 al 1950, le sue ricerche si irradiarono in numerosi erbari storici del continente, e la portarono anche negli Stati Uniti (New York e Harvard), in altri erbari britannici (Kew, British Museum, Cambridge, Edimburgo, Oxford), e poi a Ginevra, Losanna, Bruxelles, Parigi, Copenhagen, Stoccolma. Il risultato fu un lavoro imponente che nel luglio 1950 Lourteig presentò a una seduta del Congresso internazionale di botanica, il primo dei molti cui avrebbe partecipato. Pur tornando periodicamente in Argentina per seguire la pubblicazione dei suoi lavori, da questo momento il centro della sua ricerca era ormai altrove: dal 1950 al 1951 lavorò a Stoccolma, nel 1951 a Copenhagen, dal 1952 al 1953 a Boston, nel 1953 a Washington. Accanto alle Ranuncolaceae, il suo campo di studi privilegiato tornarono a essere le Lythraceae, con numerosi contributi pubblicati in riviste argentine e internazionali a partire dal 1954. La sua competenza e la profonda conoscenza degli erbari storici — dove per più di tre secoli era confluita gran parte delle raccolte della flora latinoamericana — furono notate da Jean-Henri Humbert, capo del dipartimento di Fanerogamia del Muséum national d’histoire naturelle di Parigi e responsabile dell’erbario, che ne caldeggiò l’assunzione. Così, nel 1955, Lourteig lasciò definitivamente Buenos Aires e approdò a Parigi, che sarebbe diventata la sua casa fino alla morte. Il Muséum e il dipartimento di Fanerogamia furono la sua casa scientifica per quasi quarant’anni: prima come ricercatrice, poi dal 1976 come Maître de Recherche e dal 1980, dopo il pensionamento, come ricercatrice onoraria. Negli anni parigini il lavoro tassonomico di Lourteig si amplia e si approfondisce. Accanto alle famiglie e ai generi studiati in gioventù — in particolare le Lythraceae, che non abbandonerà mai — apre nuovi fronti di ricerca: le Mayacaceae e, a partire dagli anni Settanta, le Oxalidaceae, di cui diventerà una delle massime esperte mondiali. La sua produzione scientifica si diversifica e si inserisce, come specialista riconosciuta, in grandi progetti internazionali: Flora del Uruguay, Flora Ilustrada Catarinense, Flora de Venezuela, Flora of Panama, Flora Patagonica, Flora of Ecuador, Flora of Venezuelan Guayana, cui si aggiungerà - pubblicata postuma - la trattazione di Lythraceae e Ranuncolaceae per la Flora della Real Expedición Botánica del Nuevo Reino de Granada. Non trascura la flora francese, collaborando ai supplementi della revisione della Flore de France. Numerose sono le revisioni monografiche, e costante l’attenzione alla correttezza nomenclaturale: partecipa assiduamente alle sessioni dedicate al Codice internazionale di nomenclatura botanica nell’ambito dei congressi internazionali, un impegno che dal 1982 si traduce nella vasta serie Nomenclatura Plantarum Americanarum. È inoltre molto attiva nelle istituzioni internazionali, tra cui Flora Neotropica e la Société de Biogéographie, di cui per molti anni fu tesoriera e segretaria. Grande esperta di erbari, Lourteig non era una botanica da scrivania. All’assidua attività in erbario unì infatti numerose spedizioni sul campo, una pratica inaugurata negli anni fondativi di Tucumán e coltivata per tutta la vita. Visitò gran parte dei paesi dell’America tropicale e, alla ricerca di Ranuncolaceae e Oxalidaceae di montagna, esplorò le valli andine di Colombia, Perù ed Ecuador. Tra il 1963 e il 1964, e nuovamente nel 1969, partecipò come membro della Commission Française de Recherches Antarctiques a due spedizioni botaniche nella cosiddetta “Francia antartica”. Era un territorio — e una flora — del tutto diversi sia dall’Europa temperata sia dall’America tropicale. Qui studiò in particolare la distribuzione della flora vascolare delle Kerguélen, confrontando un ambiente subantartico estremo con i paesaggi botanici che aveva conosciuto fino ad allora. Nel corso degli anni Lourteig divenne una figura di riferimento per generazioni di giovani botanici. Non era soltanto una specialista autorevole, ma una mediatrice capace di mettere in relazione studiosi, istituzioni e collezioni. Seguiva tesi, orientava ricerche, apriva porte. Non diceva mai di no ai colleghi che le chiedevano aiuto per ritrovare un tipo nomenclaturale o per interpretare la scrittura indecifrabile di un manoscritto o di un’etichetta d’erbario. Da ogni parte del Sudamerica le arrivavano esemplari da identificare, e il suo sostegno non mancava ai giovani ricercatori che venivano a Parigi per completare le loro tesi: li aiutava a portare a termine il lavoro e, dopo, a inserirsi in un laboratorio nei loro paesi d’origine per iniziare la carriera scientifica. Di questa disponibilità, unita ad autorevolezza e rigore, ci resta un’affettuosa testimonianza diretta di un’altra grande tassonomista argentina, Carmen Lelia Cristóbal. Come racconta nel necrologio scritto dopo la morte di Lourteig, entrò in contatto con lei negli anni Cinquanta, quando era una studentessa dell’Università di Tucumán alle prese con la sua tesi sul genere Ayenia. Lourteig non solo le rispose con cortesia, ma si sobbarcò il compito di riprodurre gli esemplari tipo necessari calcandoli su carta di seta — all’epoca non esistevano metodi affidabili di riproduzione fotografica. Nella lettera allegata le scrisse di non preoccuparsi della spesa: un giorno avrebbe restituito il favore comportandosi allo stesso modo con gli studenti che si sarebbero rivolti a lei. Quando poi Cristóbal e suo marito Antonio Krapovickas arrivarono a Parigi con una borsa di studio di nove mesi, Lourteig moltiplicò le attenzioni, fino a sobbarcarsi una lunga coda per procurare loro i biglietti per una matinée all’Opéra. Era certamente il lascito del suo apprendistato a Tucumán: la ricerca concepita come un’opera collettiva, non individuale, in cui chi sa di più ha il dovere di condividere il proprio sapere. Lavorando sugli erbari storici, Lourteig incontrò indirettamente anche coloro che li avevano raccolti e creati, e iniziò così a interessarsi alla storia della botanica. Nel 1966 pubblicò un articolo sull’erbario di Paul Hermann, seguito nel 1971 da osservazioni sulle raccolte brasiliane di Casaretto. Ma l’incontro più importante fu quello con Aimé Bonpland, il cui percorso di vita fu opposto e complementare al suo: anziché da Buenos Aires a Parigi, da Parigi all’Argentina. A Bonpland dedicò profili biografici, pubblicò i suoi diari e i manoscritti conservati al Muséum, e ne visitò persino la casa, in una sorta di pellegrinaggio intellettuale. Sugli erbari storici tornò poi con quello che è forse il suo ultimo scritto — altri uscirono successivamente, ma presumibilmente risalivano a ricerche precedenti — la descrizione di cinquantatré erbari conservati nel laboratorio di fanerogamia del Muséum. Il lavoro, iniziato da Paul Jovet, morto nel 1991, fu completato e pubblicato da Lourteig nel 1997, quando aveva ottantaquattro anni. Su uno di essi, l’erbario raccolto da Surian nelle Antille, annunciava l’intenzione di pubblicare uno studio approfondito. Ma l’età avanzava e la salute si faceva sempre più fragile, e il progetto rimase incompiuto. Morì nella sua casa dal simbolico indirizzo 17, rue Linné — a due passi dall’ingresso del Muséum — nel 2003, all’età di ottantanove anni, e volle essere sepolta a Beuze, la cittadina dei Pirenei Atlantici da cui suo padre era partito alla volta dell’Argentina. Una vita scientifica in tre generi Cristóbal ha definito l’opera di Alicia Lourteig “ciclopica”. La sua produzione scientifica conta 203 pubblicazioni tra articoli, monografie e contributi a grandi opere collettive, con la descrizione di circa 290 taxa. Partecipò a una cinquantina di congressi e simposi, che sfruttava per consultare erbari e svolgere ricognizioni sul campo, accumulando non meno di una trentina di missioni botaniche. Straordinaria poi la sua attività di facilitatrice e mediatrice del lavoro altrui, grazie all'ineguagliabile conoscenza degli erbari storici, come testimoniano i ringraziamenti che costellano le revisioni tassonomiche dei tanti colleghi che si avvalsero del suo aiuto, tra cui spicca l’elogio collettivo firmato da R.S. Cowan, F.R. Fosberg, L.B. Smith, F.A. Stafleu e J.J. Wurdack e pubblicato su "Taxon" 25 (1975). La sua presenza ha lasciato tracce anche fuori dalla botanica: le sono dedicati il Lac Alicia nell’arcipelago delle Kerguelen e il sentiero “Mademoiselle Alicia Lourteig” nella Reserva Biológica de Sapitandura (Serra do Mar, Paraná). Una ventina di specie vegetali portano gli eponimi lourteigiae — come la spettacolare Heliconia lourteigiae — o più raramente aliciae, tra cui Peruviasclepias aliciae, da lei scoperta in Perù. Caso rarissimo nella botanica del Novecento, e probabilmente unico per una botanica, le furono dedicati tre generi validi: Lourteigia (1971), Lourtella (1987) e Alicia (2006). È una testimonianza eloquente della profondità dell'impronta lasciata nella comunità scientifica. Quando nel 1971 Robert Merrill King e Harold Ernest Robinson istituirono il genere Lourteigia, sottolinearono il suo ruolo centrale nella tassonomia della flora latinoamericana: «È con grande piacere che nominiamo questo genere in onore della dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi. Il suo lavoro ha dato un grande contributo alla tassonomia delle piante americane». Ascritto alla tribù Eupatorieae (Asteraceae), il genere comprende una dozzina di erbacee perenni distribuite tra Colombia e Venezuela, soprattutto nelle valli andine. Alcune specie — in particolare L. ballatifolia e L. stoechadifolia, la specie tipo — trovano impiego nella medicina tradizionale; studi recenti ne confermano attività antiossidanti, antinfiammatorie e antimicrobiche, grazie ai composti fenolici e ai metaboliti secondari tipici della tribù. Anche Lourtella, istituito nel 1987 da Shirley A. Graham, Pieter Baas e Hiroshi Tobe, celebra Alicia Lourteig soprattutto nel suo ruolo di tassonomista e specialista delle Lythraceae. Nel protologo gli autori scrivono: «Questo genere monotipico è appropriatamente dedicato alla dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi, che, con il suo interesse di lunga durata per le Lythraceae, ha dato un contributo fondamentale alla moderna conoscenza tassonomica della famiglia». Il genere comprende un’unica specie, Lourtella resinosa, un raro arbusto andino raccolto originariamente in Perù da Graham e presente anche in Bolivia. All’interno delle Lythraceae è morfologicamente distintivo per la presenza di tricomi globosi e soprattutto per la copiosa secrezione resinosa che ricopre i giovani getti e le foglie, carattere che lo rende immediatamente riconoscibile. Con Alicia, istituito dopo la sua morte da William R. Anderson, si chiude idealmente il percorso degli omaggi dedicati a questa grande botanica. Pur ricordando il suo contributo alla tassonomia delle Malpighiaceae — in particolare come coautrice della prima trattazione argentina della famiglia (O’Donnell, Lourteig 1943) — Anderson rende soprattutto omaggio alla sua figura umana di facilitatrice e mediatrice della conoscenza. Nel protologo scrive: «Sono felice di nominare questo genere in onore della mia amica Alicia Lourteig (1913–2003), coautrice della prima trattazione delle Malpighiaceae dell’Argentina. Nel 1981, durante la mia visita di studio al grande patrimonio di Malpighiaceae dell’erbario del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, la dottoressa Lourteig fu incessantemente utile e amichevole, rendendo il mio soggiorno parigino allo stesso tempo piacevole e fruttuoso». Il genere, istituito per distinguere un piccolo gruppo di Malpighiaceae sudamericane precedentemente incluse in Mascagnia, comprende oggi due specie, Alicia anisopetala e A. macrodisca, rampicanti legnose ampiamente diffuse nelle foreste sudamericane: dalla foresta amazzonica alla Mata Atlântica brasiliana, fino alle foreste decidue e più aride dell’Argentina settentrionale. Questa distribuzione, insieme al tono affettuoso e riconoscente della dedica, chiude idealmente il cerchio della ciclopica attività di Lourteig: iniziata esplorando i boschi planiziali di Tucumán e conclusa tra i fogli delle grandi raccolte sudamericane dell’erbario di Parigi. Lourteigia, Lourtella, Alicia: tre dediche, tre ritratti complementari di Alicia Lourteig, che, nella tradizione linneana - la dedica come sola gloria che spetta a un botanico (e a una botanica!) - ci consegnano la sua memoria come tassonomista, specialista di grandi famiglie, figura scientifica e umana. Nella botanica statunitense dell’Ottocento, Charles Christopher Parry fu allo stesso tempo uno dei maggiori protagonisti — per la quantità e la qualità delle sue raccolte — e una figura di transizione. Allievo di Torrey, non appartiene più alla stagione dei gentiluomini raccoglitori o dei medici di provincia per i quali la botanica era un hobby; ma non si riconosce neppure nel modello del raccoglitore indipendente alla Fendler, e l’unica volta che tentò quella strada quasi se ne schermì. Né volle diventare pienamente un botanico professionista al servizio dello Stato: fu esploratore federale e, per pochi anni, il primo botanico ufficiale dello Smithsonian, ma ogni volta che sembrava avviarsi verso un ruolo istituzionale si ritraeva. Scelse invece una forma di autonomia personale, sostenuta solo dalla piccola Davenport Academy of Sciences e da una produzione scientifica affidata a saggi, studi mirati e articoli, non a un’opera sistematica. In questo percorso discreto, ma decisivo per la conoscenza della flora nordamericana, una presenza costante fu la moglie Emily. A ricordarlo, almeno un centinaio di specie con l’epiteto parryi e due minuscoli generi dei suoi ambienti preferiti: le montagne e i deserti. Primo tempo: esploratore federale Nell'agosto 1872, c'era un'atmosfera di gioiosa attesa nella modesta cabin, la casetta di legno non lontana dal Mad Creek dove da qualche anno il medico e botanico Charles Christopher Parry (1823-1890) amava trascorrere le estati. Insieme a un giovane amico, l’entomologo Joseph Duncan Putnam, attendeva un ospite davvero speciale: il grande botanico di Harvard Asa Gray. Anni prima, visitando per la prima volta quell’area montana del Colorado, già da lontano Parry era stato colpito da due cime quasi gemelle, che a distanza apparivano di uguale altezza e separate appena da un dolce declivio. Aveva così deciso di dedicarle a coloro che considerava i suoi maestri e i fari della botanica americana: Asa Gray e John Torrey. Ora avrebbe avuto la gioia di guidare Gray in persona a scalare la “sua” cima, il Gray Peak, in una sorta di consacrazione ufficiale. Gray e sua moglie arrivarono, e il 14 agosto Parry e Putnam, accompagnati da un folto gruppo di autorità locali, condussero il dottor Gray e sua moglie fino alla cima. Ci furono discorsi, canti patriottici e certo commozione. Parry, che aveva orchestrato la cerimonia ma a quanto pare non fu uno degli oratori, ebbe il piacere di “aver pilotato su quelle ripide montagne uno dei pionieri che anni prima erano stati le nostre guide sulle vette della scienza”. Per Parry, la cabin era un rifugio e i Torrey e Gray Peak luoghi dell’anima, scoperti in un momento particolare della sua vita, dopo un percorso tortuoso. Era nato in Inghilterra, in un villaggio del Gloucestershire, ma quando aveva nove anni la famiglia era emigrata in America, stabilendosi in una fattoria della Washington County, nello stato di New York. Dopo gli studi all’Union College di Schenectady, si iscrisse alla Columbia di New York, dove nel 1846 conseguì la laurea in medicina. L’atmosfera rurale dell’adolescenza aveva certo alimentato il suo interesse per la natura, ma secondo i suoi stessi ricordi la vera passione per la botanica nacque negli anni universitari. Risalgono al 1842 le prime escursioni sul campo nello stato di New York, con una puntata alle cascate del Niagara. Decisiva fu poi l’influenza di John Torrey, suo professore di chimica e botanica al College of Physicians and Surgeons a partire dal 1845. Appena laureato, nell’autunno del 1846 Parry si stabilì a Davenport (Iowa), sul fiume Mississippi. Oggi è una grande città, ma quando egli vi arrivò era un insediamento in tumultuosa crescita, fondato da appena otto anni. Aprì uno studio medico, ma scoprì presto che la sua vocazione lo portava piuttosto allo studio della natura. La prima occasione si presentò l’anno successivo: nell’estate del 1847 partecipò al rilievo dell’Iowa centrale diretto dal luogotenente Morehead, durante il quale studiò la flora dell’area di Des Moines. Questa esperienza gli aprì la strada a un incarico più impegnativo e ufficiale, come botanico della Spedizione geologica del Wisconsin e del Minnesota, diretta da David Dale Owen. Per prepararsi adeguatamente, si recò a St. Louis per incontrare George Engelmann, i cui consigli e la cui esperienza sarebbero diventati da quel momento una guida costante. La spedizione geologica, tra il 1848 e il 1849, esplorò e mappò un territorio vastissimo — 750 miglia da nord a sud e 350 da est a ovest — coinvolgendo un’ampia équipe scientifica. Oltre a raccogliere esemplari lungo il Peters River e dalla contea di St. Croix al Lago Superiore, Parry raccolse informazioni sui nomi locali delle piante e sui loro usi nella “dieta indiana”. Nel 1852, nell’ambito della relazione ufficiale della spedizione, comparve il suo primo scritto: un catalogo delle piante raccolte, classificate basandosi sulla Flora of the Northern and Middle Sections of the United States di Torrey e sulla Flora of North America di Torrey e Gray. Vi emerge, oltre alla grande precisione nell’indicare i luoghi di raccolta, l’attenzione all’ambiente, alle associazioni vegetali e alle tradizioni etnobotaniche. Parry era ormai un botanico esperto e particolarmente votato al lavoro sul campo; su suggerimento di Torrey fu scelto come botanico principale della maggiore spedizione scientifica federale dell’epoca, la Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico, che nell’arco di tre anni avrebbe percorso l’intera frontiera sud‑occidentale, dal Golfo del Messico alla California. Gli inizi furono tumultuosi. Nel luglio del 1849 Parry raggiunse San Diego, in California; a settembre accompagnò un team astronomico alla confluenza dei fiumi Gila e Colorado, ritornando a San Diego nel mese di dicembre. Tuttavia tutte le raccolte di questa prima fase andarono perdute: in parte in un incendio scoppiato a Panama, dove erano state immagazzinate in attesa dell’imbarco, in parte durante l’attraversamento dell’istmo. Nel 1850 dovette dunque ricostruire le raccolte, con estese esplorazioni lungo la frontiera meridionale e un’ulteriore escursione dalla costa all’area di Monterey. All’inizio del 1851, da Washington gli giunse l’ordine di redigere un rapporto sulle sue raccolte, ma un successivo contrordine gli ingiunse di raggiungere il nuovo quartier generale della spedizione, trasferito dalla California a El Paso, sul Rio Grande. Vi arrivò nell’autunno, dopo un faticoso viaggio via San Antonio, in Texas. Nel gennaio del 1852 si unì a un piccolo team incaricato di esplorare l’area a ovest di El Paso, raggiungendo i villaggi Pima lungo il fiume Gila e rientrando a El Paso in aprile. In seguito fece parte di diversi gruppi che esplorarono vari tratti della frontiera lungo il Rio Grande, inclusa una successione di imponenti canyon, fino ad allora del tutto inesplorati. Nell’inverno 1852‑53 Parry si trovava a Washington per lavorare alla stesura della relazione finale: avrebbe redatto l’introduzione al volume botanico del Report on the United States and Mexican Boundary Survey. Si tratta di un lucidissimo saggio sulla distribuzione geografica della flora e sulle comunità vegetali, che anticipa già i modi della moderna fitogeografia. La parte tassonomica fu invece affidata a John Torrey, che cita Parry come principale raccoglitore praticamente a ogni pagina, mentre George Engelmann scrisse la sezione dedicata alle Cactaceae, così ampia da costituire un volume a sé, per la quale si avvalse anche di contributi dello stesso Parry. Sul piano qualitativo e quantitativo i risultati botanici furono imponenti. La spedizione raggiunse aree in precedenza mai esplorate, con la raccolta di centinaia di esemplari e decine di specie nuove per la scienza. Alcune portano il nome del loro tenace scopritore: Calycoseris parryi, Flyriella parryi, Phacelia parryi, Homalocephala parryi. Secondo tempo: re della botanica del Colorado Torrey, nella prefazione della sua parte, parla di Parry come di un botanico “instancabile, accurato, dotato di un occhio straordinario per le piante rare”. Potremmo dunque attenderci per lui il coinvolgimento in altre spedizioni o una carriera accademica. Invece non fu così. Dopo la grande spedizione venne il tempo del ritorno a casa — a Davenport, che in tutti gli spostamenti della sua vita rimase sempre il centro —, della vita familiare, del silenzio. E anche del dolore. Come scrive lui stesso nel suo memoriale, “l’intervallo tra il 1854 e il 1860 trascorse soprattutto a Davenport, non attivamente impegnato nella botanica”. Rientrato nel 1853, Parry tornò a esercitare la medicina, si sposò con Sarah M. Dalzell e nel 1855 nacque una bambina. Poi, la tragedia: nel 1858 la moglie morì di parto. Un nuovo equilibrio — potremmo dire una nuova vita — stava però per delinearsi. Nel 1859 si risposò con Emily R. Preston, che per trent’anni sarebbe stata non solo sposa, ma assistente, segretaria, compagna di spedizioni, co‑raccoglitrice. Con lei rinacque anche l'interesse per le piante, dapprima nei dintorni di casa, poi di nuovo nell’Ovest. Ora la sua attenzione si rivolse alla flora alpina, allora quasi sconosciuta. Come scrive nell’articolo dedicato alla prima spedizione nelle Rocky Mountains, i precedenti esploratori — da Nuttall a Douglas, e più recentemente Drummond e Fremont — avevano attraversato in fretta quelle regioni inospitali, concentrandosi su coordinate geografiche, altitudini, corsi d’acqua, e solo raramente avevano fatto raccolte botaniche. Era dunque una nuova frontiera, resa ora meno inaccessibile da un evento esterno. Nel 1858 un cercatore d’oro, lasciata la California dove la febbre dell’oro andava spegnendosi, scoprì un ricco filone presso il Little Dry Creek. Fu l’inizio della Pike’s Peak gold rush, che per un breve periodo attirò in Colorado frotte di cercatori: si aprirono nuove strade, nacquero insediamenti effimeri, persino una linea ferroviaria. Quella regione remota non era più inaccessibile. Il cuore dell’area aurifera era il Pikes Peak, forse l’unica montagna della zona esplorata con metodo da un botanico professionista: Edwin James, che nel 1820 ne aveva conquistato la cima, lasciando estese raccolte. Fu sulle sue orme che, nella primavera del 1861, Parry decise di partire per il Colorado. Non come membro di una spedizione governativa, ma a proprie spese e di propria iniziativa. Stabilì la base ai piedi delle montagne, nel bacino del South Clear Creek, da cui partivano le sue escursioni solitarie; per tutta l’estate scalò montagne “risalendo ruscelli alpini, arrampicandosi sulle rocce, affondando in cumuli di neve”. In montagna Parry ritrovò se stesso e scoprì due vocazioni che non lo avrebbero più lasciato: l’alpinismo e la flora alpina. Rimase sulle Rocky fino ad agosto. Al ritorno a Davenport inviò set di piante perfettamente preparate a Torrey e Gray, e certamente anche a Engelmann. Nel 1862 pubblicò su "The American Journal of Science and Arts" i risultati della spedizione: un dettagliato saggio fitogeografico, Physiographical Sketch of that portion of the Rocky Mountain range, at the head waters of South Clear Creek, and east of Middle Park, seguito da un catalogo dei taxa raccolti, redatto da Gray con l’aiuto di note di Torrey ed Engelmann e, per gli habitat, di Parry stesso. Il catalogo uscì in tre puntate tra il 1862 e il 1863. È una raccolta straordinaria: quasi quattrocento specie, spesso rare, talvolta note sulle montagne europee ma segnalate per la prima volta negli Stati Uniti; quindici sono del tutto nuove, e molte portano il nome dello scopritore, da Haplopappus parryi (oggi Oreochrysum parryi) a Primula parryi, da Gentiana parryi ad Astragalus parryi. Gli eclatanti risultati della spedizione ebbero vasta eco scientifica, suscitando l’interesse anche di Hooker, egli stesso eminente studioso della flora alpina. L’anno dopo Parry tornò sulle Rocky, spinto dal desiderio di approfondire le ricerche, ma forse anche irretito — per la prima e unica volta nella sua vita — dalle potenzialità economiche del plant‑hunting. Questa volta non era solo: lo accompagnavano Elihu Hall, un agricoltore dell’Illinois che, proprio come i Bartram un secolo prima, affiancava alla conduzione della propria fattoria un’intensa attività di raccoglitore di piante, e J. P. Harbour, anch’egli dell’Illinois, presumibilmente reclutato da Hall. Con la partecipazione dei due, da qualitativa, la raccolta si fece quantitativa: il trio mise insieme una dozzina di set completi di quasi settecento taxa, la più ampia raccolta mai realizzata in una singola stagione. Il 1° giugno 1862 il gruppo scalò il Pikes Peak, per la prima volta dai tempi di Edwin James; ma poi, forse, ci fu una divisione dei compiti che rispecchiava anche motivazioni diverse. Hall e Harbour si concentrarono soprattutto sulla flora delle pianure del Nebraska, mentre Parry proseguiva l’esplorazione della sua prediletta vegetazione delle alte quote, trattenendosi in Colorado fino all’autunno per raccogliere semi di conifere, tra cui l'azzurrissima Picea pungens. Le raccolte furono poi pubblicate da Gray, non però sotto il nome di Parry, ma di Hall & Harbour: ben preparate e di grande interesse, erano essenzialmente un prodotto commerciale, venduto a otto dollari ogni cento esemplari. La collezione privata di Parry — forse cinquanta o cento specie alpine — non era in vendita e non fu pubblicata come tale né da Gray né da Parry stesso. Quest’ultimo visse probabilmente in modo conflittuale questa spedizione così diversa dalle sue abitudini; non ne scrisse mai, tranne un resoconto della scalata al Pikes Peak, sotto forma di lettera a Torrey, pubblicata nelle Transactions dell’Accademia di St. Louis, certo su invito di Engelmann, che ne era l’animatore. Fu sicuramente più nelle sue corde la terza spedizione, da maggio ad agosto del 1864, in compagnia dello zoologo Jacobus W. Velie, durante la quale estese le sue ricerche ai distretti di Middle Park e del Longs Peak — scalato in agosto, quando le nevi di un’estate spesso inclemente si erano sciolte, ma senza riuscire a raggiungere la cima. Diede notizia di questa spedizione nuovamente sulle Transactions dell’Accademia di St. Louis (Notice of Some Additional Observations on the Physiography of the Rocky Mountains, Made During the Summer of 1864). Terzo tempo: dalle piante alpine alla flora desertica Come sommo conoscitore delle piante alpine, Parry era ormai un’autorità; nel 1867 fu nuovamente coinvolto in una spedizione governativa, la Ricognizione ferroviaria dall’Arkansas alla California, che si mosse lungo il 35° parallelo nord. La spedizione partì a giugno da Salina, nel Kansas, raggiunta in treno. Secondo Parry, le raccolte di maggiore interesse furono quelle effettuate nel Kansas occidentale e nel Colorado sud‑orientale, e poi dal Sangre de Cristo Pass al New Mexico settentrionale; alla fine della stagione fu la volta dell’Arizona, dove Parry visitò anche i distretti minerari. La Sierra Nevada fu valicata al Tehachapi Pass e, attraverso le valli di Tulare e di San Joaquin, la spedizione terminò a San Francisco. Parry ritrovava così la California della giovinezza; da quel momento, insieme alla flora del Colorado, quella californiana sarebbe diventata per lui una vera ossessione. I risultati botanici furono pubblicati in New Tracks in North America di W. A. Bell, ma Parry si rammaricò di non aver potuto rivedere le bozze. In quello stesso 1867 egli fu tra i soci fondatori della Davenport Academy of Natural Sciences, di cui sarebbe diventato uno dei maggiori animatori. All’Accademia avrebbe in seguito donato parte delle sue raccolte e avrebbe pubblicato molti dei suoi lavori scientifici nella sua rivista ufficiale; non disdegnava però articoli divulgativi, spesso ospitati da giornali come il "Davenport Gazette" o il "Chicago Evening Journal". Certo su insistenza di Gray e Torrey, nel 1869 accettò l’incarico di botanico del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti presso lo Smithsonian e con la moglie si trasferì a Washington. Avrebbe dovuto essere una consacrazione, invece si rivelò un errore: Parry era un grande ricercatore sul campo e non era fatto per lavorare dietro una scrivania, a organizzare e sistematizzare le raccolte altrui. Unico momento davvero felice fu un viaggio semi‑istituzionale a Londra, durante il quale visitò i Kew Gardens, calorosamente accolto da Hooker, che lo salutò come “re della botanica del Colorado”. All’inizio del 1871 fu nominato botanico della commissione d’inchiesta inviata a San Domingo, da cui ricavò una relazione ampia e accurata sulle caratteristiche botaniche dell’isola, sui prodotti vegetali e sulle risorse agricole. Nonostante la qualità del lavoro svolto, nell’autunno dello stesso anno i rapporti con lo Smithsonian si incrinarono fino alla rottura e, come egli stesso ammette con franchezza, nell'autunno del 1871 fu rimosso dall’incarico. Fu forse più con sollievo che con rincrescimento che ne approfittò per raggiungere, in quello scampolo di stagione, le Montagne Rocciose e il rifugio della cabin del Mad Creek, dove già da tempo aveva l’abitudine di trascorrere l’estate. Come ho anticipato all'inizio, l'anno successivo vi sarebbe tornato con il giovane entomologo Joseph Duncan Putnam e avrebbe avuto la gioia di guidare Gray sulla "sua" montagna. Da quel momento, le ricognizioni sul campo si sarebbero susseguite con cadenza quasi annuale, talvolta nell'ambito di spedizioni ufficiali, talvolta a proprie spese e per propria iniziativa. Nel 1873 Parry partecipò come botanico ufficiale alla North Western Wyoming Expedition, guidata dal capitano William A. Jones e incaricata di esplorare l’area compresa tra lo Yellowstone e le Montagne Rocciose. Al suo fianco, come assistente meteorologo, c’era Putnam. Le raccolte sistematiche e le osservazioni di Parry sulle specie dell’altopiano e delle vallate subalpine costituirono una delle basi più solide per la conoscenza botanica del Wyoming prima dell’istituzione del Parco di Yellowstone. Nel 1874 intraprese una escursione privata nell’Utah meridionale, dedicata alla singolare flora del distretto desertico della valle della Virgen, presso St. George. L’estate successiva, di nuovo insieme a Putnam, lo vide nell’Utah centrale, impegnato nello studio della flora del Monte Nebo. Nell’autunno si spostò in California, dove si unì a J. G. Lemmon ed Edward Palmer. Con loro trascorse diversi mesi, dall’inverno 1875 al giugno 1876, sui monti del San Bernardino District. E con loro c’era anche Emily. Probabilmente non era la prima volta che Mrs. Parry prendeva parte attiva alle spedizioni del marito, ma le testimonianze del tempo non permettono di ricostruirne il ruolo se non per accenni. La più esplicita è quella di C. H. Preston che, nel necrologio di Parry, scrive: "Negli oltre trent'anni della loro unione, si inserì utilmente in tutti i suoi lavori e nei suoi piani, assistendolo nei suoi studi e spesso accompagnandolo sul campo". Per la spedizione nel San Bernardino District, però, disponiamo di una prova diretta. Su proposta di Lemmon, Asa Gray le dedicò Gilia parryae (oggi Linanthus parryae) con queste parole: "Su suggerimento di Mr. Lemmon questa graziosa pianta è dedicata a Mrs. Dr. Parry, un membro dell'équipe botanica che ha trascorso l'inverno e la primavera nel San Bernardino District - facendo molte interessanti scoperte - e i cui servizi alla botanica meritano questo riconoscimento". Non accompagnatrice o moglie fedele, dunque, ma membro a tutti gli effetti del team. Tra le raccolte più significative di quella campagna, oltre alla pianta dedicata a Emily, va ricordata la spettacolare Nolina parryi. E la stagione si concluse con due ascensioni memorabili: al San Bernardino Peak in maggio e al Ring Brothers in giugno, dove fioriva il Lilium parryi, dedicato da Sereno Watson. Nell’estate di quell’anno di raccolte quasi incessanti, Parry trovò ancora il tempo per tornare una terza volta in Utah, ad esplorare e scalare le Wasatch Mountains. Nel 1878, insieme a Edward Palmer, si spostò in Messico, in particolare nel distretto di San Luis de Potosí; sulla via del ritorno toccò Saltillo e Monterey, e poi i più familiari distretti del Texas occidentale, che aveva visitato ventisei anni prima. Nel 1879, la morte del padre lo richiamò sulla costa orientale, lasciando poco spazio alla botanica. Si rifece nel 1880, quando, nelle vesti di agente speciale del Dipartimento forestale, accompagnò Sargent ed Engelmann nel bacino del Columbia River e nel Nord-Ovest. Quindi tornò nuovamente in California, dedicando alla flora californiana tutto il 1881, con numerose escursioni che lo portarono, tra l’altro, allo Yosemite. Trascorse l’estate a Davenport a riordinare le collezioni, ma in autunno era di nuovo in California, per passare l’inverno a San Diego. Nel gennaio e febbraio 1885 riprese le esplorazioni, rientrando a Davenport in estate. Lo attendeva ora un secondo, più lungo viaggio in Inghilterra, durato oltre un anno, dal giugno 1885 all’agosto 1886. La fine estate del 1886 la divise tra la casa e un soggiorno nel Wyoming con alcuni amici; poi lo richiamò ancora la California, con il suo mite clima invernale, congeniale all’età che avanzava. Al centro delle sue ricerche — ora soprattutto nei dintorni di San Francisco — erano i suoi studi sui generi Arctostaphylus, Alnus e Ceanothus. Nella primavera del 1889 compì il suo ultimo viaggio in California; poi, dopo un breve ritorno a casa, partì per il Canada, il New England, e da lì per New York e Philadelphia. Rientrato a Davenport alla fine dell’anno, un’influenza contratta in gennaio si trasformò in polmonite, portandolo alla morte il 20 febbraio 1890. Nella sua vita attivissima aveva raccolto 30.000 esemplari, descritto o scoperto centinaia di nuove specie (circa un centinaio delle quali porta il suo nome). Non pubblicò mai un libro, ma dozzine di articoli, purtroppo dispersi in numerose riviste. Tra i più importanti, oltre a quelli già citati, un’analisi della flora delle Montagne Rocciose, pubblicata nei Proceedings of the American Association for the Advancement of Science, e uno studio sulla flora desertica tra il 32° e il 42° parallelo nord. Dopo la sua morte, accanto agli amici dell’Accademia di Davenport, fu soprattutto Emily a custodirne l’eredità scientifica. Fu lei a curare la lista delle pubblicazioni del marito, pubblicata in calce al necrologio di Preston, e si adoperò perché lettere, manoscritti e quaderni di campo non andassero dispersi. Oggi sono conservati presso l’Università dell’Iowa. Due generi minucoli dalle sabbie e dalle rocce Parry ha lasciato un’impronta profonda non solo nella conoscenza, ma anche nella nomenclatura delle piante nordamericane. Darne conto sarebbe impossibile; a titolo d’esempio, basti ricordare alcune tra le specie più note che gli si devono. Tra le conifere, Pinus torreyana, scoperto in California durante la Spedizione del confine con il Messico e dedicato al maestro Torrey, Picea engelmannii e P. pungens, entrambe raccolte in Colorado, e il californiano Pinus quadrifolia, noto come Parry pinyon. Tra le succulente, Echinocactus parryi, Agave parryi, Yucca whipplei e la già citata Nolina parryi. Tra le piante alpine, Primula parryi, Penstemon parryi, Phacelia parryi. Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. A Parry stati dedicati due generi, entrambi monotipici, che per una curiosa coincidenza, anche se furono creati a molti anni di distanza, sono fondati su piante da lui raccolte in New Mexico nella spedizione del 1867. Il primo, Parryella, fu istituito da Torrey e Gray nel 1868, "per soddisfare il desiderio che il nome del nostro Dr. Parry venga commemorato in un tipo generico da lui stesso scoperto, che abita una delle vaste regioni che ha fedelmente esplorato per vent'anni". La forma diminutiva fu scelta perché esisteva già Parrya, dedicato da Robert Brown all’esploratore artico William Edward Parry. L'unica specie di questo genere della famiglia Fabaceae, Parryella filifolia, è un arbusto tipico delle dune consolidate e dei terreni sabbiosi, che nell'aspetto generale può vagamente richiamare una ginestra, da cui il nome comune dunebroom. Relativamente raro, cresce in ambienti montani, come margini di canyon, tra 1200 e 2200 metri, in New Mexico, Colorado, Utah e Arizona. Eretto o semidecombente, è molto ramificato, con rami esili e sottili foglie lineari, molto aromatiche. I fiori, raccolti in lunghi racemi laschi, sono alquanto insoliti: privi di petali, sono costituiti da un calice giallo verdastro da cui fuoriescono dieci stami gialli con antere più scure. I frutti sono baccelli allungati, verdastri, ma cosparsi di ghiandole più scure. Le sue ceneri, alcaline, erano utilizzate dagli Hopi per trattare il mais blu nella preparazione del pane piki. Parry la raccolse lungo il Rio Grande, presso Albuquerque. Nel settembre 1867, sulle rocce delle Huefano Mountains, trovò invece una piccola pianta rupicola, che Gray classificò come Seseli nuttallii (oggi Lomatium nuttalii). Solo nel 1929, esaminando l'erbario di Gray, Mildred E. Mathias, una importante specialista di Umbelliferae (Apiaceae), riconobbe che essa apparteneva a un genere distinto e la denominò Neoparrya lithophila: il genere onora lo scopritore, l'epiteto "amante delle rocce" allude all'habitat. Endemica delle Montagne Rocciose del Colorado meridionale e del New Mexico, è una specie rara, legata a suoli vulcanici, colate laviche, affioramenti di tufo o rocce sedimentarie, capace di vivere in fessure delle rocce o pareti rocciose, in habitat estremamente aridi e assolati. Forma cespi erbacei compatti, con foglie rigide e lucide, e infiorescenze ad ombrella dai raggi retroflessi; i frutti, dotati di ghiandole oleifere tubolari, se schiacciati emanano un odore che ricorda quello delle pesche. Colpisce che, tra tante piante maestose o di grande bellezza, a celebrare Parry siano due generi minuscoli. Ma Parry è anche l’uomo che, pur avendone piena autorevolezza, non scrisse mai un libro, affidando la sua eredità scientifica a puntuali saggi fitogeografici, a qualche studio su pochi generi prediletti, a numerosi articoli divulgativi e a due contributi fondamentali dedicati alle flore che più aveva esplorato (e amato): quella delle Montagne Rocciose e quella dei deserti. Proprio gli ambienti rappresentati da Neoparrya e Parryella. Sono piante che non ostentano nulla: vivono, fioriscono, resistono in condizioni difficili, senza spettacolarità. Una cresce nelle dune consolidate, l’altra nelle fessure aride delle rocce vulcaniche. Appartengono ai paesaggi che Parry studiò con maggiore continuità e rappresentano bene il suo modo di lavorare: osservazione attenta, rigore, nessun compiacimento. Che almeno una di esse sia anche legata a una tradizione indigena — le ceneri alcaline di Parryella filifolia usate dagli Hopi per il pane piki — aggiunge un ulteriore elemento di coerenza. Parry non si limitò a raccogliere piante: studiò e rispettò le culture che le conoscevano da secoli. Questa combinazione di discrezione, adattamento e continuità culturale rispecchia con precisione il suo contributo alla conoscenza della flora nordamericana: vasto per profondità e ampiezza, ma sempre sommesso, mai ostentato. Nel 1820, il medico ventiduenne Edwin James partecipa come botanico alla prima spedizione statunitense in cui militari e scienziati civili lavorano fianco a fianco. E' un modello per il momento ancora episodico, ma destinato a un grande futuro nella seconda metà del secolo, con le grandi spedizioni finanziate dallo Stato dopo il conflitto con il Messico. All'epoca, però, gli Stati Uniti non dispongono ancora di strutture capaci di valorizzare i pur notevoli risultati scientifici; così, per James dopo la spedizione non ci sarà una carriera nella botanica, ma un forte impegno civile che lo porterà, tra l'altro, a trasformare la sua casa - con grave rischio personale - in una stazione della "ferrovia sotterranea". Che a ricordarlo sia l'elusiva Jamesia, che fu il primo a raccogliere ma non pubblicò né segnalò, e che per decenni sfuggì alle raccolte, pur non essendo affatto una pianta rara, è un atto di giustizia poetica. Dalla botanica all'impegno civile La mattina del 13 luglio 1820, all’estremità orientale delle Montagne Rocciose, tre giovani si accingevano a scalare la cima più alta di quel tratto della catena, il Pikes Peak. Uno di loro era il medico, botanico e geologo Edwin James (1798–1861): aveva ventidue anni e, in cuor suo, si sentiva un piccolo Humboldt. Quando si era unito alla spedizione Long, nei propri bagagli aveva messo una copia del Personal Narrative of Travels to the Equinoctial Regions of the New Continent dello scienziato tedesco. La scalata si annunciava faticosa e a tratti impervia, ma, a differenza del Chimborazo, la natura non mostrava un volto sublime e terribile, ma ameno e lussureggiante. Niente páramos deserti, ma foreste di conifere e prati smaltati di fiori. Il secondo giorno, quando gli ardimentosi superarono il limite degli alberi, invece di sfidare una nebbia glaciale, il mal di montagna, l’epistassi e una cengia sospesa tra gli abissi, ai loro occhi si offrì un tappeto di piante alpine multicolori e un paesaggio di “stupefacente bellezza”. La vetta sembrava vicina e avevano sperato di raggiungerla in giornata, per poi rientrare entro sera al campo base. Ma presto si accorsero che era impossibile. D’altra parte, come convincersi a tornare indietro? Ovunque c’erano piante sconosciute da raccogliere, e la cima continuava a sembrare lì, a due passi. Così decisero di cogliere l’occasione e di trascorrere la notte nel primo luogo adatto, per continuare l’ascensione il giorno successivo. La natura amica non li abbandonò: l’indomani realizzarono il loro programma, il cammino rallentato solo dalla raccolta continua di esemplari interessanti. Furono i primi uomini bianchi a scalare una montagna statunitense superiore ai quattromila metri. Il Pikes Peak ne misura infatti 4302. I tre giovani alpinisti erano membri della spedizione diretta dal maggiore Stephen Harriman Long, che costituì la seconda parte della fallita Yellowstone Expedition. Decisa dal Congresso nel 1818, fu la prima missione statunitense a combinare obiettivi scientifici con un contesto ancora in gran parte militare. L’intento iniziale era costruire una serie di forti lungo il corso del Missouri fino alla confluenza con lo Yellowstone, per rendere più sicuro il commercio delle pellicce e contrastare la presenza britannica. Ma si voleva anche mappare il territorio e indagarne le risorse: così, accanto agli ingegneri militari e ai tipografi, per la prima volta furono reclutati geologi, botanici e zoologi con una formazione accademica. Faraonica, costosa e mal preparata — si parlò anche di corruzione — l’impresa si trasformò presto in un disastro. Nell’inverno del 1819, duecento dei circa millecento militari coinvolti morirono di scorbuto; le perdite civili, non registrate, furono probabilmente ancora più alte. La missione iniziale venne ridimensionata e, nel maggio 1820, il segretario di Stato ordinò a Long di abbandonare l’esplorazione del Missouri per dedicarsi alla mappatura del Platte River e raggiungerne le sorgenti, accompagnato da una scorta militare ridotta e dagli scienziati che avevano partecipato alla prima fase. Bisognava però reclutare un nuovo giornalista, che avrebbe stilato il resoconto ufficiale (quello precedente aveva dato le dimissioni) e un altro medico e botanico (il promettente botanico William Baldwin, già malato, era morto di tubercolosi e privazioni nei primi mesi della spedizione, nel 1819). Come giornalista venne scelto un militare, il capitano John R. Bell, come botanico il giovanissimo Edwin Jones. Figlio di un diacono, il più giovane di tredici tra fratelli e sorelle, questi era nato nel Vermont ed era cresciuto in una casa di legno tra le colline; dopo il college si era trasferito ad Albany, nello Stato di New York, per studiare medicina con un fratello maggiore. Qui assistette alle conferenze di Amos Eaton, che lo avvicinò alla geologia e alla botanica e lo mise in contatto con il quasi coetaneo John Torrey. Nel 1818, insieme allo stesso Eaton e al fratello, fu tra i soci fondatori del Troy Lyceum of Natural History, di cui l’anno successivo Torrey divenne socio corrispondente. Sotto questa egida pubblicò il suo primo lavoro, uno studio sulla geologia della regione del lago Champlain. Preparò inoltre una lista di circa cinquecento piante del Vermont, che avrebbe pubblicato nel 1821, al ritorno dalla spedizione Long. Non è noto come si sia giunti all’ingaggio di Edwin James, che all’epoca era un civile, non un militare. Un’ipotesi è che sia stato raccomandato dal capitano John Eatton Le Conte Jr. del genio militare, amico d’infanzia di Torrey. In ogni caso, nel febbraio 1820 James accettò l’incarico e alla fine di marzo raggiunse Pittisburg per unirsi al maggiore Long e al capitano Bell. Insieme si spostarono a St. Louis e, alla fine di maggio, raggiunsero il campo base della missione, l’Engineer Cantonment, nell’attuale Nebraska, dove li attendevano gli altri. Erano in tutto ventidue gli uomini che il 6 giugno lasciarono la base militare per dirigersi verso ovest. Long era l’ingegnere topografo e il cartografo, assistito dal luogotenente W. H. Swift; Bell, come già sappiamo, era il giornalista ufficiale. James aveva la duplice funzione di botanico e geologo, mentre gli zoologi erano Thomas Say (destinato a diventare il più celebre di tutti, salutato come "padre dell'entomologia e della concologia americana") e Titian Peale, che era anche illustratore; l’artista ufficiale, tuttavia, era Samuel Seymour. A completare il gruppo, un caporale, sei soldati semplici, cacciatori, guide e interpreti per le lingue native, lo spagnolo e il francese. C’erano cavalli per tutti gli uomini, cavalli da soma e muli per il cibo, le attrezzature, gli strumenti scientifici e gli esemplari raccolti. Piccolo e ben rodato, il gruppo si metteva in marcia ogni mattina alle cinque e percorrevano ogni giorno dalle 20 alle 30 miglia: un ritmo moderato che permetteva i rilievi e le raccolte scientifiche. Il gruppo attraversò le grandi pianure seguendo il corso del Platte River, poi del South Platte River, fino al Front Range delle Montagne rocciose. Era una stagione eccezionalmente calda e arida, e il maggiore ne trasse l'impressione che le grandi pianure non fossero adatte agli insediamenti umani e le definì "Grande deserto americano"; James però raccolse numerose piante ancora sconosciute e gli zoologi registrarono una fauna ricca e variegata. L'incontro più emozionante fu quello con una mandria di 10.000 bisonti. All'inizio di luglio, dopo aver attraversato il tormentato e fantastico paesaggio di guglie di arenaria, in seguito noto come Garden of Gods, gli esploratori si accamparono lungo Fountain Creek, in un'area particolarmente ricca di fauna. Proseguirono quindi verso sud lungo il Front Range, dove James fece ampie raccolte di piante alpine, tra cui Aquilegia coerulea, futuro simbolo vegetale del Colorado. Tra il 13 e il 15 luglio, come ho anticipato, con due compagni scalò il Pikes Peak. Quindi la spedizione si diresse verso sud-ovest, raggiungendo il fiume Arkansas; qui il gruppo si divise: alcuni uomini, tra cui lo zoologo Say, guidati da Bell, continuarono a risalire l'Arkansas, mentre gli altri, tra cui James, guidati da Long si diressero a sud est, lungo il Canadian River, che però identificarono erroneamente con il Red River. Fu la parte più difficile del viaggio; ormai il cibo scarseggiava e per nutrirsi bisognava cacciare cervi e bufali, di cui in quell'anno particolarmente caldo e arido non c'era abbondanza; così spesso bisognava accontentarsi di puzzole e tassi; i corsi d'acqua erano quasi asciutti o con acqua non potabile e si rimaneva senza bere anche per un'intera giornata. Tre uomini del gruppo di Bell disertarono, portando con sé il diario topografico di Swift e parte del diario di campo di Say. I due gruppi si ricongiunsero il 13 settembre a Fort Smith, in Arkansas, termine della spedizione, dopo aver percorso oltre 1500 miglia. Molti degli uomini erano malati o esausti. Tra di loro anche James, che contrasse la malaria e rientrò a Philadelphia solo nell'autunno del 1821. In collaborazione con Long - che aveva tale stima di lui da battezzare Edwin James Long uno dei suoi figli - e Say, James fu incaricato di scrivere il resoconto ufficiale della spedizione, lavoro che completò nel 1822 e fu pubblicato nel 1823 (Account of an Expedition from Pittsburgh to the Rocky Mountains). Subito dopo entrò nell'esercito e per una decina di anni servì come chirurgo militare in vari avamposti di frontiera nella regione dei Grandi laghi. Ebbe così modo di entrare in contatto con i nativi, in particolare con gli Ojibwe di cui imparò la lingua; con l'aiuto di John Tanner, catturato dagli Ojibwe da bambino e cresciuto in mezzo a loro, tradusse il Nuovo testamento in lingua ojibwe e aiutò Tanner a scrivere la sua storia, che divenne un bestseller tradotto in più lingue. A Bellevue in Nebraska fu sottoagente indiano dei Potowatomi e si occupò dell'organizzazione di scuole elementari. Nel 1833 lasciò l'esercito. Lo stesso anno fu ammesso all'American Philosophical Society, sulle cui Transaction già nel 1825 aveva pubblicato un catalogo delle piante raccolte durante la spedizione. Nel 1836 si stabilì come medico a Burlington (Iowa); a quattro miglia dalla città, viveva con la famiglia (si era sposato e aveva un figlio) in una grande casa, con annessa una fattoria, che divenne una stazione della cosiddetta "Ferrovia sotterranea", ovvero uno dei rifugi della rete di percorsi segreti usati dagli schiavi neri per raggiungere il Canada o gli "stati liberi" (quelli in cui la schiavitù era vietata). Per i fuggitivi allestì una stanza segreta nascosta dietro un camino e continuò ad aiutarli per tutta la vita, talvolta con grande rischio personale. James morì nel 1861, in seguito alle ferite riportate per essere stato schiacciato dalle ruote di un carro mentre caricava legna da ardere. Molti anni dopo, la Des Moines County Medical Society gli rese omaggio piantando intorno alla sua tomba nel Rock Spring Cemetery le aquilegie azzurre delle Montagne Rocciose di cui era stato lo scopritore. Un arbusto fiorito tra le rocce Quando Edwin James rientrò dalla spedizione Long, portava con sé non solo il peso dell’esperienza — la fatica, la fame, la sete, la malaria — ma soprattutto un’eredità botanica sorprendente. In pochi mesi aveva raccolto per la prima volta circa settecento specie delle grandi pianure e delle Montagne Rocciose, 140 delle quali nuove per la scienza. Egli ne diede un primo resoconto nel catalogo pubblicato nel 1825 sulle Transactions dell’American Philosophical Society, il primo tentativo sistematico di dare un volto vegetale a una regione ancora quasi sconosciuta. Egli stesso descrisse tredici specie nuove: oltre alla già citata Aquilegia coerulea, rimangono valide Geranium caespitosum, Pinus flexilis, Veronica plantaginea, Populus angustifolia. Altre sulla base dei suoi materiali vennero via via pubblicate da diversi botanici negli anni successivi. Alcune portano il suo nome: Paronychia jamesii, Cleome jamesii, Carex jamesii, Dalea jamesii, Pomaria jamesii, Frankenia jamesii, Oenothera jamesii, Penstemon jamesii, Eriogonum jamesii, Solanum jamesii. Molte di queste dediche vennero dal vecchio amico Torrey e da Asa Gray, che esaminarono le raccolte di James per la loro Flora of North America. Venne da loro l'omaggio più gradito, quello del genere Jamesia. Tra gli exsiccata di James, furono colpiti da un esemplare di un arbusto con foglie opposte e fiori bianchi cerosi; benché alquanto imperfetto, era sufficiente a riconoscervi un genere a sé con affinità con Philadelphus e Hydrangea; purtroppo il luogo di raccolta non era noto. Torrey e Gray scrivono: "Lungo il Platte River o il Canadian River, nei pressi delle Montagne Rocciose? I nostri esemplari furono raccolti dal dr. Edwin James durante la spedizione di Long, ma il luogo non è indicato. Probabilmente è raro o estremamente localizzato, visto che nessun altro botanico sembra averlo incontrato. Sembra appartenere a un genere ben distinto, al quale abbiamo dato questo nome in ricordo dei servizi scientifici del suo degno scopritore, il botanico e storico della spedizione del Maggiore Long alle Montagne Rocciose del 1820, che, durante quel viaggio, fece un'eccellente raccolta di piante nelle condizioni più sfavorevoli". Jamesia americana, in realtà, non è una specie rara; appartiene però a una flora che all’epoca era ancora largamente inesplorata, quella della fascia montana e submontana che dalle Montagne Rocciose si estende fino al Messico settentrionale. Per questo ci vollero ancora diversi anni prima che un altro botanico la incontrasse nuovamente. Nel 1846 Augustus Fendler la raccolse sulle rocce lungo il Santa Fé Creek; l’esemplare che inviò a Gray era perfetto, e grazie ad esso Jamesia poté essere finalmente descritta in modo completo, permettendo di correggere e integrare la diagnosi originaria, fondata sul materiale “estremamente imperfetto” raccolto da Edwin James, come scrive Gray in Plantae Fendlerianae (1849). Dopo un altro lungo intervallo, J. americana venne raccolta nuovamente da Parry nel 1861 lungo il Clear Creek in Colorado. Ancora nel 1875, scrivendone sul Curtis's, Joseph Dalton Hooker la riteneva "una pianta molto rara o assai locale". Come ho anticipato, non è esattamente così. Jamesia è uno dei cinque generi della famiglia Hydrangeaceae endemici del Nord America (gli altri sono Carpenteria, Fendlera, Fendlerella e Whipplea). È endemico dell’Ovest nordamericano e limitato alle regioni montane e submontane delle Montagne Rocciose meridionali e degli altipiani del Nuovo Messico; è rappresentato da due specie: Jamesia americana, con un areale relativamente ampio (Montagne rocciose meridionali, Sierra Nevada meridionale, California, New Mexico, Messico settentrionale) e J. tetrapetala, con un areale più ristretto (ambienti subalpini di Utah e Nevada). Sono arbusti eretti o espansi, spesso ramificati alla base, con corteccia brunastra che tende a sfaldarsi; foglie opposte, ovate o subcordate con superficie fortemente rugosa; fiori bianchi o rosa, con quattro o cinque petali cerosi arrotondati e numerosi stami, raccolti da tre a oltre trenta in corimbi terminali; frutti capsulari, legnosi, persistenti, che si aprono in più valve liberando piccoli semi. Le Jamesia prediligono ambienti freschi e ombrosi, come gole rocciose, pareti di arenaria, canyon, pendii montani tra 1.800 e 3.000 metri, con suoli ben drenati e esposizione a nord o est, dove l'umidità permane più a lungo. J. americana è relativamente diffusa, ma localizzata, legata a microhabitat freschi e riparati che le permettono di sopravvivere in un contesto climatico altrimenti arido. Se ne conoscono quattro varietà: var. americana, la più diffusa, ha foglie più fortemente dentate e fiori più piccoli, ma raccolti molto numerosi nelle infiorescenze; var. rosea, presente in California e Navada, è l'unica con fiori rosati; var. macrocalyx e var. zionis sono presenti sono in Utah e si distinguono la prima per i sepali da lanceolati a triangolari-ovati, la seconda per le dimensioni maggiori delle foglie. Jamesia tetrapetala, come dice anche il nome, si distingue dalla precedente perché ha fiori con quattro sepali e quattro petali anziché cinque, raccolti in infiorescenze pauciflore di uno-tre fiori. Oggi Jamesia americana rimane un elemento caratteristico delle gole e dei pendii ombrosi delle Montagne Rocciose meridionali, dove forma popolazioni localizzate ma stabili. La sua presenza discreta, confinata a microambienti freschi in un contesto arido, spiega perché per decenni sia sfuggita agli esploratori. È un arbusto interessante anche in coltivazione, purché se ne rispettino le esigenze ecologiche, che ne limitano la diffusione al di fuori del suo ambiente naturale. Dato che in natura vive nelle fessure delle rocce, vuole un terreno molto ben drenato, e la condizione ideale è "testa al sole e piedi all'ombra", ovvero una posizione luminosa, ma con le radici al fresco. Come mai Torrey dedicò Carpenteria californica, una degli endemismi più belli e rari della flora degli Stati Uniti, al medico della Louisiana William Marbury Carpenter, morto in giovane età prima di aver pubblicato una sola riga di botanica? La risposta è nascosta negli erbari che conservano le sue raccolte. La scarna biografia di un medico morto troppo presto Nel corso di una delle sue spedizioni in California, nella Sierra Nevada, presumibilmente nei pressi delle sorgenti del fiume San Joaquin, il colonnello Fremont raccolse un esemplare di un arbusto dalle strette foglie tomentose, con capsule di semi e fiori già appassiti. Anche se non dispiegava più i suoi fiori in tutta la loro bellezza bastò perché John Torrey ne riconoscesse la stretta parentela con il genere Philadelphus, e al tempo stesso peculiarità tali da assegnarlo a un genere proprio. Lo battezzò Carpenteria californica, segnando l’ingresso ufficiale di una delle piante più belle e rare degli Stati Uniti nella storia della botanica. Come amava fare, ne fece un omaggio postumo a uno dei suoi corrispondenti, il medico William Marbury Carpenter (1811‑1848), morto troppo presto, prima di poter portare a compimento una carriera scientifica che si annunciava promettente. Morto prima di compiere 37 anni, il dr. Carpenter ha lasciato deboli tracce nei repertori e nella letteratura scientifica. Nato in una famiglia eminente della West Feliciana Parish in Louisiana, dopo aver studiato con precettori privati, a diciotto anni si iscrisse all'accademia di West Point, che dovette lasciare primo di completare gli studi quadriennali per problemi cardiaci, conseguenza di febbri reumatiche. Subito dopo (presumibilmente nel 1832) tornò in Louisiana e si stabilì a Jackson (East Feliciana Parish) dove, oltre a esercitare la medicina, accettò l’incarico di professore di scienze naturali al Centenary College. Risalgono allo stesso anno le prime raccolte botaniche documentate, nelle Opelousas. Contemporaneamente proseguiva gli studi presso il Medical College of Louisiana (New Orleans), dove nel 1836 si laureò dottore in medicina. La sua prima pubblicazione, un articolo su una foresta sommersa da lui stesso scoperta a Port Hudson (1838), documenta interessi naturalistici ampi, che oltre la botanica toccavano la geologia e la paleontologia. Certamente cominciò a farsi un nome nella comunità scientifica della Louisiana, come dimostra una rapida carriera accademica: nel 1842 fu nominato professore di Materia medica all’Università della Louisiana, di cui nel 1845 divenne preside. Fu anche professore di botanica e geologia presso il Medical College e, dal 1846, curatore del New Orleans Medical and Surgical Journal. Risalgono a questi anni diversi articoli di paleontologia (su alcuni fossili), di igiene (sull’alimentazione degli schiavi neri), ma soprattutto di medicina, con studi molto influenti sulla trasmissione delle malattie infettive, in particolare la febbre gialla. Nel 1846 incontrò il geologo britannico Charles Lyell e gli fece da guida nell’area del delta del Mississippi, presso La Balize. Lyell lo ricorda come un ospite gentile e amabile, con una profonda conoscenza tanto della geologia quanto della botanica. Poi, nel 1848, una duplice tragedia. Per prima morì, forse di parto, la moglie Matilda King, lasciandolo con quattro bambini, per provvedere ai quali il dr. Carpenter, forse già gravemente malato, sposò la cognata Eliza King. Poi, a ottobre, morì anche lui. Di botanica non aveva pubblicato nulla, e la sua unica traccia nella storia della flora della Louisiana è affidata, da una parte, al Catalogus florae Ludovicianae, pubblicato nel 1852 da John Leonard Riddell, e dall’altra agli esemplari d’erbario raccolti da Carpenter e dispersi in vari erbari, nonché a una manciata di lettere inviate a Torrey. Ritrovare il dr. Carpenter: una ricerca negli erbari Un necrologio apparso nel 1849 sul New Orleans Medical and Surgical Journal, probabilmente firmato da Alexander Hester, ne traccia un ritratto sobrio e un po’ deludente. Vi si legge che, nonostante la salute fragile, «continuò ad applicare la sua mente ai vari studi che avevano attratto la sua attenzione», e che i suoi contributi al periodico testimoniano «una mente ben fornita di conoscenze utili e scientifiche». È il ritratto convenzionale di un medico colto e laborioso, che si interessava anche di botanica e geologia, come molti medici statunitensi del tempo. La traccia successiva, sempre sul New Orleans Medical and Surgical Journal, ci porta al 1852, quando John Leonard Riddell (1807–1865), anch’egli medico e collega di Carpenter all’Università della Louisiana, dove insegnava chimica, pubblica un Catalogus florae ludovicianae. Nel brevissimo cappello introduttivo scrive: «La seguente lista sistematica, che ingloba i risultati di molti anni di osservazioni del dr. Josiah Hale, del defunto prof. W. M. Carpenter e dell’autore, riassume un manoscritto inviato dall’autore nel 1851 allo Smithsonian». Quanto a quest’ultimo, informa che era intitolato Plants of Louisiana e comprendeva i nomi botanici e volgari delle angiosperme e delle felci comprese nei limiti dello stato, «rappresentati da esemplari dell’erbario dell’autore, con le località speciali, i tempi di fioritura e la descrizione completa delle nuove specie». Riddell precisa inoltre che la sintesi non comprende le Cyperaceae e le Graminaceae, fornite soprattutto dal dottor Hale. Il Catalogus è una semplice lista di piante, con i nomi latini suddivisi in famiglie naturali. Sono però indicati come nuovi (sulla base del nome d’autore) 19 taxa attribuiti a Riddell e 9 a Carpenter (2 specie e 7 varietà). L’anno successivo, ancora sul New Orleans Medical and Surgical Journal, Riddell colmò la lacuna con New and hitherto unpublished Plants of the South West, mostly indigenous in Louisiana, in cui descrisse 35 nuovi taxa. Aggiunse inoltre che al manoscritto depositato allo Smithsonian erano stati allegati anche gli esemplari e i disegni relativi. Carpenter è citato, oltre che come autore di due specie, come raccoglitore di altre sei, tre delle quali gli vennero dedicate da Riddell: Lysimachia carpenteri, Physalis carpenteri (oggi Calliphysalis carpenteri) e Quercus carpenteri (sinonimo di Q. pagoda). Ce n’è abbastanza per dedurre che la figura leader di questo nucleo di pionieri dello studio della flora della Louisiana fosse Riddell, mentre Hale (che tra l’altro non pubblicò mai le Cyperaceae e le Graminaceae) e Carpenter fossero figure di contorno: l’uno come specialista di quel gruppo di piante, l’altro soprattutto come raccoglitore. È esattamente la conclusione a cui arriva Joseph E. Ewan in Notes on Louisiana botany and botanists, 1718–1975 (2005). Dopo aver sintetizzato le ricerche di Hale e le poche notizie note su Carpenter, si chiede: «Chi era il botanico leader della Louisiana del diciannovesimo secolo che coinvolse gli importanti raccoglitori Josiah Hale e William Carpenter a collaborare con lui in quella che sarebbe potuta diventare la prima sinossi della flora dello stato?». Anche se per lui, con facile gioco di parole, Riddell is a riddle, Riddell è un enigma, non ha dubbi che il leader fosse lui e che da lui fosse venuta l’idea di unire le forze per giungere alla prima flora della Louisiana. Ma è proprio così? Riddell è certamente la figura più nota del trio; ecclettico, oltre che di chimica, si occupò di geologia e numismatica, scrisse un romanzo di fantascienza, fu un pioniere dell'uso del microscopio che applicò a studi all'avanguardia sul colera. Formatosi alla scuola di Eaton, che fu anche il primo maestro di Torrey, prima di trasferirsi in Louisiana, fece raccolte botaniche in Ohio e pubblicò A Flora of the Western States, che Bailey, nella breve profilo che gli dedicò, giudica un lavoro sostanzialmente compilatorio, per lo più basato su opere precedenti. Dopo il Catalogus florae ludovicianae e l'articolo citato, non scrisse più di botanica, assumendo piuttosto un ruolo istituzionale, come socio fondatore della New Orleans Academy of Science, fondata nel 1853 insieme a Hale, che di quella istituzione fu il primo presidente. Ad essa donò numerosi esemplari del proprio erbario che, sempre secondo Bailey, era notevolissimo. Ed è proprio negli erbari che possiamo cercare una risposta sul ruolo rispettivo di Riddell e di Carpenter come promotori e leader della prima esplorazione sistematica della flora della Louisiana. Il più prossimo a entrambi (e anche a Hale) è quello della Tulane University, nel quale è confluito l’erbario della New Orleans Academy of Sciences. Non digitalizzato, non è accessibile, ma la pagina iniziale ricorda tra i raccoglitori più importanti, nell’ordine, Hale, con un centinaio di esemplari; Riddell, che anche qui fa la parte del leone, con 125 esemplari; e infine Carpenter. Alle poche informazioni già note si aggiunge che l’erbario di Carpenter, «eccetto esemplari spediti a Torrey e altri», passò a Riddell, che ne donò «alcune dozzine» all’Accademia delle Scienze. Come mai l’erbario di Carpenter finì nelle mani di Riddell? Due ipotesi, che potrebbero anche non escludersi. Se Carpenter collaborava con Riddell a una ricerca comune sulla flora della Louisiana, potrebbe avergli lasciato l’erbario, nonché le proprie note di campo, per preservare la propria eredità scientifica oltre la morte. La seconda ipotesi è forse più probabile: alla morte di Carpenter, la vedova-cognata si trovava in una situazione difficile, con quattro bambini da allevare, ed è verosimile che abbia venduto a Riddell un erbario che, soprattutto se ricco e con molte specie rare, aveva anche un discreto valore monetario. Dobbiamo dunque seguire le vicende dell’erbario di Riddell. Anche se un certo numero di esemplari è oggi disperso tra diversi erbari statunitensi ed europei, dopo la sua morte nel 1865 il grosso fu venduto dagli eredi al grande botanico Charles T. Mohr, che nel 1901 lo lasciò in eredità all’erbario nazionale, oggi custodito presso lo Smithsonian di Washington. Quest’ultimo, con un lavoro encomiabile e titanico, è stato completamente digitalizzato e reso disponibile ai ricercatori. La ricerca dei raccoglitori può essere effettuata solo per cognome, e il nome Carpenter compare oltre cinquecento volte. Non si tratta, naturalmente, di altrettanti esemplari raccolti da William Marbury Carpenter: molte occorrenze si riferiscono ad altri raccoglitori omonimi, o a etichette abbreviate e ambigue. Ma già dalle prime schermate emergono alcune occorrenze significative: “Carpenter, Louisiana”, “Carpenter, Feliciana”. Esaminando gli esemplari, l’occhio impara presto a distinguere, sulla sinistra, l’etichetta originale con il nome della pianta, spesso il luogo e la data di raccolta, e la firma: WMCarpenter, talvolta WmCarpenter o la sigla WMC; e sulla destra l’etichetta di Mohr, con l’origine: dr. Carpenter, prof. Carpenter o WCarpenter. Si scopre così che anche numerosi esemplari etichettati come M. Carpenter (e persino qualche D., C., F. Carpenter o altri) risalgono in realtà alle raccolte del nostro William Marbury Carpenter. In tutto sono 157. La lettura delle date non è sempre agevole, ma si delinea con chiarezza una geografia delle raccolte: un nucleo centrale nella Feliciana County (64 risultati, circa il 40%, più 6 da Jackson), che poi si irradia quasi a ventaglio verso est fino a Opelousas (16 risultati), al Calcasieu River (5 risultati), a St. Martinsville; verso ovest fino a Madisonville e Ouachita; ma soprattutto verso sud, lungo il Mississippi fino alla costa, certamente il principale teatro delle esplorazioni di Carpenter dopo il trasferimento da Jackson a New Orleans. Le sue ricerche non si limitarono alla Louisiana: toccarono anche il Mississippi (Pascagoula è tra i luoghi più rappresentati, con 5 risultati), l’Alabama fino a Mobile, e l’area di Pensacola in Florida. Pur avendo esplorato anche altri habitat, come le pinete di Feliciana, emerge un ambito di ricerca privilegiato: la flora degli ambienti umidi, con particolare attenzione a Cyperaceae, Poaceae e piante acquatiche. Carpenter non era dunque un raccoglitore occasionale: non solo i numeri, ma le località e le specie raccolte indicano uno studioso impegnato in una ricerca originale. Per cercare una conferma, dobbiamo spostarci a New York. Ci portano lì alcune lettere a Torrey, recentemente digitalizzate, in cui Carpenter finalmente si rivela ai nostri occhi: non solo un deferente corrispondente del professore newyorkese, attento a far arrivare campioni pregevoli nelle migliori condizioni, ma un collezionista che chiede esemplari del New Jersey e dell'East per arricchire il proprio erbario, e soprattutto un botanico esperto, sensibile agli aspetti ambientali ed ecologici. Anche l’erbario del New York Botanical Garden, che ha accolto la collezione di Torrey, è stato digitalizzato; e poiché consente la ricerca per nome e cognome, basta digitare W. M. Carpenter per vedere comparire una settantina di risultati: ancora Louisiana, Feliciana, Mississippi, Opelousas, Calcasieu, Florida (Escambia County). La data più antica è il 1836. Dalla ricognizione negli erbari e nelle lettere, Carpenter acquista finalmente la fisionomia di un botanico di notevole competenza, attivo su un territorio vasto e complesso, con un’attenzione particolare agli ambienti umidi e alle famiglie più difficili. Le sue raccolte, numerose e geograficamente coerenti, suggeriscono un progetto di studio sistematico, forse una flora del bayou. È un profilo che la letteratura non aveva ancora messo a fuoco, e che meriterebbe ulteriori approfondimenti da parte di chi ha accesso diretto ai materiali. Se la mia ricerca "da scrivania" potrà contribuire a riportare Carpenter nel posto che gli spetta nella storia della botanica della Louisiana, avrà raggiunto il suo scopo. Più che un omaggio postumo: un riconoscimento Rimane ancora un piccolo mistero, anzi due: perché lo Smithsonian non pubblicò il manoscritto? E il manoscritto potrebbe fornirci ulteriori informazioni per chiarire quali furono in quel progetto i ruoli reali di Carpenter e Riddell? Sappiamo che Henry, il direttore dello Smithsonian, inviò in visione il manoscritto a Gray e fu certamente lui a sconsigliare la pubblicazione, nonostante offrisse un quadro senza precedenti di quell'area ricchissima di specie: era scientificamente insoddisfacente? oppure a indurlo a una risposta negativa furono perplessità sulla paternità delle ricerche (di cui poteva essere informato direttamente da Torrey, corrispondente tanto di Riddell quanto di Carpenter)? Non lo sapremo mai: come ci informa proprio una lettera dello Smithsonian allegata a uno degli esemplari dell'erbario di New York, già a fine Ottocento il prezioso documento risultava perduto. Ma nel frattempo la risposta più bella, più luminosa era arrivata da Torrey in persona con la dedica di Carpenteria californica. Con parole che non lasciano dubbi: «Questo genere è dedicato alla memoria del mio eccellente amico scomparso, il compianto professor Carpenter della Louisiana, che per molti anni investigò con impegno e successo la botanica del suo Stato natale, ma la cui carriera fu bruscamente interrotta mentre stava preparando un resoconto delle sue ricerche.» Unica specie del suo genere, la carpenteria è un vero gioiello che in primo luogo si impone con la bellezza dei suoi fiori candidi e profumati dai petali arrotondati lievemente sovrapposti che circondano una corona di stami dorati, così simili a quelli degli anemoni. E poi c'è la rarità: in natura è presente solo in sette località nelle contee di Fresno e Madera, nei bacini dei fiumi San Joaquim e Kings, nel chaparrall e nel sottobosco delle pinete tra 300 e 1340 metri. Così rara, che oggi è molto più frequente nei giardini. E ancora: pianta di un angolo della California ai piedi della Serra Nevada, è forse la più emblematica delle undici specie dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America; oltre a Carpenteria, Fendlera, Fendlerella, Jamesia e Whipplea. La loro storia evolutiva è quella di antichi relitti botanici rimasti isolati mentre il clima e le montagne cambiavano intorno a loro: piccole linee evolutive sopravvissute in rifugi naturali, ciascuna modellata dal proprio ambiente e dalle proprie specializzazioni. Carpenteria, pianta pedemontana capace di resistere agli incendi e alla siccità; Jamesia, che vive aggrappata alle rocce delle montagne; Fendlera e Fendlerella, figlie dei deserti e dei canyon; Whipplea, che preferisce i sottoboschi umidi della costa pacifica. Cinque strategie diverse, cinque modi di restare, mentre tutto il resto si muoveva. Carpenteria californica si è anche conquistata un posto di primo piano nei giardini. E' bellissima, ma anche resistente alla siccità, di fioriture generose e abbastanza rustica da sopportare qualche grado sottozero, soprattutto se in posizione protetta o con qualche accorgimento. E' adattissima al clima mediterraneo, in particolare dove le estati non sono troppo bollenti. Dalle forme aggraziate e di dimensioni contenute, può essere coltivata anche in vaso. A imporla come pianta ornamentale sono stati soprattutto i giardinieri britannici, prima fra tutte la celebre progettista di giardini Gertrude Jekyll. E proprio in Gran Bretagna sono state selezionate cultivar come 'Ladham's' o 'Bodnant', nata nell'omonimo giardino gallese. Dimenticato nelle pagine della storia della botanica, grazie alla dedica di Torrey il nome di Carpenter continua a vivere - e fiorire - nei nostri giardini. Dopo un breve passaggio in Messico, il tedesco Ferdinand Lindheimer arriva in Texas nel 1836. È uno dei Dreißiger, i rifugiati politici che negli anni Trenta dell’Ottocento lasciano la Germania alla volta dell’America. Il Texas diventerà la sua nuova casa e per trent’anni ne esplorerà instancabilmente la flora: prima come cacciatore di piante professionista nella rete di Engelmann e Gray, poi per il semplice piacere di contribuire al progresso della scienza. Dalle sue raccolte nascerà la botanica texana. A ricordarlo è la stella del Texas, Lindheimera texana. Un rifugiato tedesco tra Messico e Texas Il 27 luglio 1830, in risposta alla stretta assolutistica voluta da Carlo X e dal ministro Polignac, Parigi insorge. Nell’arco di tre giorni la sommossa diventa rivoluzione, il re è costretto all’esilio e la Francia si trasforma in monarchia costituzionale. L’evento scuote l’Europa: la Restaurazione, che da quindici anni stringe il continente nella sua morsa, sembra vacillare. Nei giovani liberali, che sognano spazi di libertà, si riaccende la speranza. In Italia, con i moti del ’31, in Polonia, in Belgio, dove la rivoluzione vittoriosa staccherà il paese dall’Olanda, e anche in Germania. Qui i protagonisti sono soprattutto intellettuali e studenti, spesso organizzati nelle Burschenschaften, le confraternite che nel maggio del 1832 danno vita al grande festival democratico di Hambach, invocando libertà di parola e di stampa. Sono ancora studenti — affiancati da qualche insegnante — quelli che il 3 aprile 1833 si scontrano con soldati e polizia nel goffo tentativo di insurrezione passato alla storia come Frankfurter Wachensturm. La repressione non si fa attendere: arresti, delazioni, sospetti, chiusura di ogni spazio di libertà. Per molti intellettuali non resta che una strada: l’emigrazione. Molti prendono la via dell’America. Li chiameranno Die Dreißiger, “quelli degli anni ’30”, per distinguerli dalla seconda grande ondata che seguirà le rivoluzioni fallite del 1848–49. Non si trattò quasi mai di scelte individuali. Questa prima ondata di emigrati politici tedeschi si mosse spesso in forma organizzata, attraverso società di emigrazione che promettevano una nuova vita oltreoceano. La più nota fu la Gießener Auswanderungsgesellschaft, fondata nel 1833 da un gruppo di intellettuali dell’Assia con un progetto ambizioso: creare in Texas una colonia tedesca autonoma, libera e democratica, una sorta di “Germania rigenerata” in terra americana. Le rotte migratorie che ne derivarono non furono lineari: molti dei suoi membri, prima di raggiungere il Texas, passarono dal Messico, da cui allora dipendeva quella regione. È in questo contesto che si inserisce anche la vicenda di Ferdinand Lindheimer (1801-1879). Nativo di Francoforte, ultratrentenne all'epoca dei fatti, tra i membri del movimento liberale era uno dei "vecchi", non più studente, ma insegnante. Era un umanista, un filologo, formatosi alle università di Wiesbaden, Jena e Berlino; dal 1827 insegnava all'Istituto Bunsen della città natale e ai suoi studenti parlava di libertà. Coinvolto direttamente nel Frankfurter Wachensturm, sapeva di essere nel mirino della polizia; la sua stessa famiglia, di tendenze conservatrici, gli aveva voltato le spalle; l'emigrazione fu inevitabile. Lasciò la Germania nella primavera del 1834 e la sua prima meta fu Belleville nell'Illinois, dove si unì a un gruppo di immigrati tedeschi, diversi dei quali erano stati suoi colleghi all'Istituto Bunsen. Tuttavia pensava già al Texas, che all'epoca, pur in una situazione di forte instabilità, era sotto la sovranità messicana. Così nell'autunno del 1834, insieme a cinque compagni, percorse a piedi il Mississippi per dirigersi verso il Texas; ma a New Orleans con due compagni si imbarcò per Veracruz e entrò a fare parte della comunità creata al Mirador da un altro immigrato tedesco, Carl Sartorius. Anch'egli un intellettuale e un rifugiato politico, nel 1830 aveva acquistato una fazenda ai piedi del monte Orizaba, dove coltivava canna da zucchero e distillava alcoolici con buona fortuna. Botanico più che dilettante, amava esplorare la flora dei dintorni e raccogliere piante; ospite generoso e accogliente, trasformò il Mirador in un polo di ricerca che, nel corso degli anni, accolse molti dei botanici e cacciatori di piante attivi in Messico, da Galeotti, Linden e Ghiesbreght a Karl Hartweg. Lindheimer rimase al Mirador per sedici mesi e imparò dal suo ospite come raccogliere, conservare e montare piante e insetti. Fu la sua iniziazione alla botanica. Le notizie della rivolta scoppiata in Texas contro il governo centralista messicano lo spinsero a ripartire per arruolarsi come volontario. Alla fine del 1835 lasciò il Messico e, dopo un naufragio sulla costa di Mobile, in Alabama, giunse in Texas il giorno dopo la battaglia di San Jacinto, l'evento che di fatto ne sancì l'indipendenza. Per qualche tempo combatté nelle file dell'esercito della Repubblica del Texas. E' probabile che già allora sia stato colpito dalla flora texana, all'epoca ancora quasi sconosciuta, e abbia continuato ad arricchire l'erbario inaugurato al Mirador. Quando fu smobilitato, dopo aver lavorato per qualche tempo in una fattoria, su invito di Georg Engelmann - anch'egli era nativo di Francoforte e si erano già conosciuti in Germania - si trasferì a St Louis; vi trascorse l'inverno del 1839-40, ma il clima troppo freddo non giovava ai suoi polmoni, così decise di tornare in Texas. Engelmann gli chiese di raccogliere piante per lui e per Gray. Per Lindheimer si aprì così un periodo di precarietà e di continui spostamenti nel Texas, sostenendosi come raccoglitore indipendente e con una combinazione di lavori manuali e agricoltura di sussistenza presso le comunità di coloni tedeschi. Raccoglitore, giornalista, cittadino in Texas A cambiare la sua vita, e a dargli finalmente stabilità, furono due eventi in rapida successione. Tra il 1843 e il 1844 le raccolte per Engelmann e Gray si trasformarono in un ingaggio formale, facendo di Lindheimer il primo raccoglitore permanente della flora del Texas. Lasciata St Louis, dove aveva nuovamente trascorso l’inverno, nella primavera del 1843 si imbarcò per Galveston e quindi, a bordo di un carro a due ruote carico di risme di carta, provviste, una pressa e altre attrezzature, si mosse verso ovest per la sua prima spedizione. Con l'unica compagnia di due cani da caccia, si addentrò nella natura selvaggia, spesso senza incontrare nessun essere umano e vivendo dei proventi della caccia. Nel 1844, nella contea di Comal, incontrò un gruppo di coloni tedeschi intenti a fondare una città nelle terre acquistate dal principe Carl von Solms‑Braunfels, commissario generale della Mainzer Adelsverein, l’associazione creata da un gruppo di nobili tedeschi per organizzare l’immigrazione di massa in Texas; in suo onore, la nuova città si sarebbe chiamata New Braunfels. Più tardi Lindheimer incontrò lo stesso principe e decise di unirsi alla colonia. I primi anni di New Braunfels furono difficili, anche per la scarsa esperienza amministrativa e finanziaria del principe che, mentre si accingeva a far rientro in Germania, fu addirittura arrestato per debiti. A salvare la situazione fu il suo successore come commissario generale, Otfried Hans von Meusebach — che negli Stati Uniti avrebbe mutato il nome in John. Energico, di orientamento liberale e fortemente interessato alle scienze, aveva deciso di trasferirsi in Texas affascinato dalla sua natura. Più tardi sarebbe diventato per Lindheimer un amico e un compagno di raccolte botaniche. Nella giovane colonia tedesca, un uomo di cultura e con una buona conoscenza del territorio come Lindheimer era benvenuto. Dal 1844 fino alla morte, New Braunfels divenne la sua casa e la sua comunità. Gli fu assegnato un appezzamento lungo il Comal Creek, dove creò anche un piccolo orto botanico, ma fino al 1851 la raccolta di piante rimase la sua attività principale. Le sue copiose raccolte, soprattutto attorno agli insediamenti tedeschi di New Braunfels, Fredericksburg e Bettina, ne fanno il padre della botanica texana. Gli esemplari venivano inoltrati a Engelmann e da questi a Gray, che si incaricava anche di distribuire gli exsiccata tra i sottoscrittori. Una lettera di Gray a Engelmann ne elenca trenta: oltre a collezionisti privati statunitensi ed europei, a Torrey e agli stessi Engelmann e Gray, figurano grandi nomi della botanica europea (Bentham, Harvey, Webb) e istituzioni come lo Smithsonian, l’erbario Boissier, l’orto botanico di Parigi e il British Museum. Tra il 1845 e il 1850 Engelmann e Gray pubblicarono due fascicoli di Plantae lindheimerianae, per un totale di 754 specie; dopo la morte di Engelmann, sulla base degli esemplari conservati nel suo erbario, la pubblicazione delle raccolte di Lindheimer fu completata da J. W. Blankinship nel 1907. Intanto, mentre la comunità dei coloni si espandeva e si stabilizzava — altri insediamenti sorsero a Fredericksburg e a Bettina, chiamata così in onore della scrittrice e musicista progressista Bettina Brentano von Arnim — anche la vita di Lindheimer trovava un assetto stabile. Nel 1846 si sposò con Eleanor Reinartz, da cui ebbe due figlie e due figli. Nel 1852 fu nominato direttore del Neu‑Braunfelser Zeitung, un settimanale in lingua tedesca che diede voce alla comunità di New Braunfels con annunci, notizie locali, politica texana, rubriche di agricoltura e approfondimenti culturali. Per Lindheimer divenne anche una palestra dove scrivere di politica, cultura, botanica e sfogare i suoi sentimenti anticlericali. Da quel momento, la raccolta di piante — nell’arco di trent’anni ne avrebbe raccolto in totale circa 1500 specie — cessò di essere una professione per diventare un piacere e una passione. In alcune spedizioni fu suo compagno John O. Meusebach, con il quale nel 1849 fece raccolte a Comanche Spring. Quando poi Meusebach diede le dimissioni da commissario della Mainzer Adelsverein e si ritirò nella Loyal Valley, Lindheimer lo visitava spesso e scambiava con lui esemplari botanici. Era ormai uno degli animatori della vita culturale della comunità tedesca e una figura di riferimento anche sul piano istituzionale. Oltre a dirigere il giornale, aprì una scuola privata e più volte servì come sovrintendente alla pubblica istruzione. Fu inoltre il primo giudice di pace di New Braunfels. Nel 1872 lasciò il Neu‑Braunfelser Zeitung e dedicò gran parte del suo tempo allo studio delle scienze naturali, corrispondendo attivamente con studiosi della madrepatria come il botanico Adolf Scheele — cui inviò molti esemplari — e il geologo Ferdinand von Roemer, autore di The Cretaceous Formations of Texas and Their Organic Inclusions, che aveva conosciuto anni prima durante una visita di quest’ultimo alle comunità tedesche del Texas. Lindheimer morì nel 1879; lo stesso anno alcuni dei suoi saggi furono pubblicati postumi sotto il titolo Aufsätze und Abhandlungen. La stella del Texas per l'esploratore della flora texana L’impronta di Lindheimer nella conoscenza della flora del Texas è profondissima. Per trent’anni esplorò una porzione del territorio — quella attorno agli insediamenti tedeschi — in modo sistematico e continuo, gettando le basi di una vera flora regionale, fatta non solo di piante curiose, nuove o vendibili ai collezionisti, ma di comunità vegetali. Le circa 1500 specie da lui raccolte rappresentano, se non un catalogo completo, una percentuale estremamente significativa della flora del Texas centrale. Del resto, era il suo proposito fin dall’inizio. Già nel 1842, rivelando quella che oggi chiameremmo una coscienza ecologica, scrisse: “Ho conservato un esemplare di ogni pianta che conosco. Devo trovare un posto più sicuro da qualche parte qui in Texas dove creare un erbario di piante autoctone. E anche avere un giardino botanico dove proteggere le piante perenni rare.” Le sue raccolte, oggi conservate in oltre venti istituzioni in tutto il mondo, furono formidabili anche per numero (sono stimate tra 80.000 e 100.000 esemplari), ma soprattutto per qualità: le sue note di campo e le sue osservazioni sono eccellenti. Quando arrivò in Texas con la sua pressa e le risme di carta, gran parte di quella flora era sconosciuta, e fu il primo raccoglitore di numerose specie, diverse delle quali portano il suo nome. La più nota — quella che forse lo rende familiare, almeno come eco, anche da noi — è certamente la deliziosa gaura (un tempo Gaura lindheimeri, oggi Oenothera lindheimeri), amatissima nei giardini per i suoi fiori da bianchi a rosati simili a leggere farfalle. Ma le dediche sono molte: un centinaio in totale, una quarantina delle quali oggi valide, dalla bellissima felce Hemionitis lindheimeri dalle fronde vellutate a Ipomoea lindheimeri dai profumatissimi fiori blu cielo, dalla minuscola asteracea rupicola Laphamia lindheimeri al “palo blanco”Celtis lindheimeri, un vero e proprio albero. Per volontà di Engelmann e Gray, c’è anche un genere Lindheimera, che essi gli dedicarono con queste parole: “Abbiamo nominato questo genere straordinario, affine a Berlandiera e Engelmannia, in onore del suo tenace e instancabile scopritore e indagatore della flora texana.” Oggi è un genere monotipico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da Lindheimera texana, che unisce nel nome botanico quelli dello scopritore e del territorio che esplorò. È nota anche con il bel nome comune di Texas star, “stella del Texas”. Oltre che in questo stato, è presente in Oklahoma e nel Messico settentrionale, dove cresce in una varietà di habitat tipicamente assolati e aperti, incluse praterie, bordi di strade e aree disturbate. È una robusta annuale, piuttosto variabile (può rimanere bassa o superare il metro di altezza), assai cespitosa, con foglie basali grossolanamente dentate raccolte a rosetta e foglie cauline opposte e intere; fusto e foglie sono fittamente pelosi. Ogni fusto porta una cima di fiori con 3–6 (più comunemente cinque) fiori del raggio giallo brillante. Di facile coltivazione e di lunga fioritura, negli Stati Uniti è talvolta coltivata nei giardini in stile naturale. Questa dedica di una pianta modesta, quasi un’erbaccia, forse nelle intenzioni di Gray e Engelmann — per via delle sue affinità botaniche — collega Lindheimer allo stesso Engelmann, la linea tedesca, e al franco‑svizzero Berlandier, esploratore della flora del confine messicano, dall’altra parte della frontiera. È la linea dei botanici esploratori “tenaci e instancabili”, di cui Lindheimer è uno dei capofila. È un personaggio singolare, il prussiano Augustus Fendler: primo cacciatore di piante professionista reclutato dalla rete di Engelmann e Gray e tra i primi europei a esplorare il Nuovo Messico. Fin dall’adolescenza il suo spirito inquieto lo spinse a cambiare continuamente luogo, occupazione, si potrebbe dire pelle: dalla nativa Prussia orientale agli Stati Uniti, al Venezuela, all’Ecuador; studente, impiegato apprendista, conciatore, fabbricante di lampade, insegnante, distillatore di alcoolici, eremita. E poi cacciatore di piante, curatore di erbari, traduttore di Goethe e filosofo a tempo perso. Sempre gettando in ciascuna di queste attività tutto se stesso, pronto a cambiare di nuovo e a reinventarsi al prossimo fallimento. Lo ricordano i piccoli generi Fendlera e Fendlerella, che fioriscono nei luoghi semidesertici della “frontiera” che fu tra i primi a esplorare. La difficile scoperta di una professione La vita di Augustus Fendler (inizialmente August, 1813-1883), raccoglitore di piante di origine tedesca fattosi americano, è piena di cambi di rotta, di svolte improvvise, di nuove strade imboccate senza esitazione, spesso per essere abbandonate con un guizzo repentino. Inizia già con una perdita: nato a Gumbinnen (oggi Gusev, distretto di Kaliningrad, Russia), nella Prussia orientale, a sei mesi perse il padre, un artigiano tornitore. Due anni dopo la madre si risposò, ricostruì un focolare, gli diede un nuovo padre e un fratello; ma erano poveri e in quell'angolo remoto della Prussia non c'erano scuole degne di questo nome. Fino a dodici anni, quando venne iscritto al ginnasio, ebbe solo un'istruzione rudimentale. Dopo quattro anni, le ristrettezze economiche della famiglia lo costrinsero a lasciare anche quella scuola. Diventò apprendista presso la cancelleria municipale: un lavoro d’ufficio, ripetitivo, che “uccideva lo spirito” di un ragazzo che sognava solo di viaggiare. Così, quando un medico, incaricato di ispezionare le stazioni di quarantena del colera lungo la frontiera con la Russia, gli propose di fargli da segretario, accettò su due piedi. La notte prima della partenza era così eccitato che non chiuse occhio. La realtà si sarebbe rivelata terribile: pochi giorni dopo, il medico fu chiamato in un grande villaggio di confine dove l’epidemia già dilagava; e invece di un viaggio avventuroso, August si trovò nel mezzo di una battaglia impossibile, con morti su morti. Fu rimandato a casa ad affrontare la difficile scelta di una professione che gli desse qualche possibilità di viaggiare. Anni dopo, il suo primo biografo, William Canby, gli strappò una confessione rivelatrice: se avesse saputo che un raccoglitore di piante poteva coprire le proprie spese di viaggio, si sarebbe preparato a quella professione; ma all’epoca non ne sapeva nulla, anzi non aveva mai neppure visto un libro di botanica. Dato che a scuola una delle sue materie preferite era la chimica e gli era stato assicurato che il mestiere di conciatore era molto richiesto sia in Europa sia in America, divenne apprendista in una conceria: un lavoro duro e disgustoso (nella concia, oltre a tannini e sostanze chimiche di vario tipo, all’epoca si impiegavano anche urina e sterco animale), ma vi resistette due anni. Nel frattempo venne a sapere che a Berlino era stata aperta una specie di scuola politecnica, riservata a giovani meritevoli senza mezzi, ai quali garantiva sia una buona istruzione sia una borsa di studio. Erano ammessi solo due o tre candidati per provincia, dopo un esame molto selettivo. August Fendler lo superò e, nell’autunno del 1834 — ora aveva vent’anni — si trasferì a Berlino. La vita sedentaria, l’atmosfera competitiva, il ritmo dello studio vinsero, prima di lui, il suo corpo. Così, terminato il primo anno, sia pure con buoni risultati, dovette desistere. Da studente si trasformò in Handwerksbursche: un artigiano itinerante che si spostava da un villaggio all’altro, perfezionando l’apprendistato presso diversi maestri e lavorando occasionalmente in un luogo o in un altro. Fu la sua vita per sei mesi, dall’autunno del 1835 alla primavera del 1836. Conosciamo qualche tappa, ma non i particolari: partito da Berlino, zaino in spalla, fu in Slesia, Sassonia, Francoforte e Renania, finché il viaggio terminò a Brema. Con il piccolo gruzzolo messo da parte in quella vita vagabonda si pagò la nave per Baltimora. Quando vi arrivò, nel borsellino gli rimanevano due dollari. Si spostò immediatamente a Filadelfia, dove per qualche mese lavorò per un conciatore: non la soglia della libertà che aveva sognato, ma un lavoro duro e insopportabile. Tentò qualche impiego nel distretto minerario, poi si trasferì a New York, dove si impiegò in una fabbrica di lampade. Almeno lì c’era qualcosa di nuovo da imparare; ma poi arrivò la crisi economica, uno dopo l’altro operai e apprendisti furono licenziati e anche lui, ultimo, si trovò disoccupato. Una perdita, ma anche un’occasione: ripartire, alla ricerca di un altrove. L’altrove era il West, e St Louis ne era la porta. Così, “seguendo la via migliore e più breve”, nella primavera del 1838, dopo trenta giorni di viaggio nelle condizioni più economiche possibili, era in quella terra promessa. Trovò subito lavoro in una fabbrica di lampade a gas, forse la prima in quell’area; ma le attrezzature erano scarse, si lavorava in una sala aperta e fredda, e quando arrivò l’inverno il desiderio di calore, di sud, fu più forte di tutto. Il Mississippi era bloccato dal ghiaccio e il servizio dei battelli a vapore era sospeso. Come in Germania, bisognava rimettere lo zaino in spalla e ripartire: attraverso i boschi dell’Illinois, i canneti del Kentucky, le colline del Tennessee; e poi fu New Orleans. Non una meta, ma una semplice tappa verso un altrove ancora più altrove, un West più West: il Texas. Si imbarcò per Galveston e di lì raggiunse Houston. Il governo del Texas offriva a ogni immigrato 320 acri di terre demaniali; ma per ottenerle era necessario entrare a far parte della guardia civica che, armata fino ai denti, presidiava il territorio contro le incursioni Comanche. Fendler fece domanda, ma quella condizione lo bloccò: non poteva ottemperare, perché non aveva un fucile. Almeno, così la racconta Canby. Niente gli avrebbe potuto impedire di procurarselo, se avesse voluto. Ma diventare colono, entrare in un corpo paramilitare, significava integrarsi, mettere radici, rinunciare alla libertà. Meglio rinunciare alla concessione. Rimase ancora un anno in Texas, si ammalò più volte, poi tornò in Illinois, dove per qualche tempo fu insegnante. Nell’autunno del 1841, a fargli cambiare ancora una volta vita fu — letteralmente — il richiamo della foresta. Aveva sempre amato l’autunno americano e quell’anno si risvegliò in lui l’irresistibile desiderio di vivere nella natura, libero da ogni condizionamento umano. Gli mancava solo il posto adatto. Lo trovò in un’isola disabitata sul Missouri, a trecento miglia da St Louis. I bagagli furono presto fatti: sacco a pelo, cucina da campo, un’ascia, un fucile, una canoa, qualche libro — ed era pronto per una nuova vita. Riadattò una vecchia baracca e si immerse nella natura che gli offriva rifugio, cacciagione e pace interiore. Furono sei mesi di felicità perfetta. Finché le acque del fiume crebbero e travolsero tutto. Si salvò a stento. Almeno per il momento, era la sconfitta definitiva del suo sogno americano. Decise di tornare in Europa, dove lo ritroviamo nel 1844. E là, dove meno lo cercava, la sua vita ebbe la svolta definitiva. A Königsberg, la vecchia città di Kant, conobbe Ernst Meyer, professore di botanica e direttore dell’orto botanico che, avendo sentito parlare delle sue avventure americane, gli propose di tornare in America e di raccogliere per lui esemplari botanici, dietro un “ragionevole compenso”. Fendler accettò. Non aveva trovato una vocazione, ma una professione. Il primo raccoglitore professionista del West Di piante non sapeva nulla, non ancora. Eppure portava con sé una dote inconsapevole: la conoscenza dei territori, la capacità di muoversi in ambienti ostili, l’occhio allenato a cogliere dettagli che sfuggono a chi resta fermo. Tornato a St. Louis — probabilmente insieme al fratello, presenza costante e silenziosa di cui non conosciamo neppure il nome — si mise al lavoro, iniziando le prime raccolte. A St. Louis l’autorità in fatto di botanica era il dottor George Engelmann, tedesco come lui; ed è a lui che Fendler si rivolse per l’identificazione delle piante. Engelmann notò lo zelo e la serietà con cui lavorava e lo raccomandò a Asa Gray. Così, da raccoglitore europeo per un botanico europeo, Fendler (adesso preferiva farsi chiamare Augustus) divenne il primo raccoglitore professionista della nuova botanica americana. Nel 1846, all’inizio della guerra messicano‑statunitense, l’esercito degli Stati Uniti occupò parte del Nuovo Messico. Era una regione botanica quasi ignota, e Gray — su suggerimento di Engelmann — pensò di inviarvi Fendler. Per la prima volta veniva messo alla prova il sistema di reclutamento immaginato da Engelmann e subito adottato da Torrey e Gray: in assenza di capitali o di mecenati, il raccoglitore avrebbe finanziato la spedizione vendendo i duplicati a istituzioni e collezionisti, in America e in Europa, raggiunti attraverso le reti scientifiche dei tre botanici. Fendler si gettò nell’impresa con l’entusiasmo che gli era proprio: il Nuovo Messico era un nuovo altrove, e lo era anche la professione nascente di cacciatore di piante. In quella flora inesplorata vedeva insieme una promessa esistenziale e una possibilità economica. Gray scrisse al Segretario di Stato per ottenere il libero trasporto per Fendler, i suoi bagagli e le future collezioni. Così, certo insieme al fratello — spalla quasi invisibile ma indispensabile — il 10 agosto 1846 Fendler partì con un convoglio militare da Fort Leavenworth, sul Missouri, diretto a Santa Fé. Vi arrivò l’11 ottobre, e la prima impressione fu di delusione: la stagione era avanzata e la regione appariva sterile. A parte le Cactaceae, di cui l’area abbondava — ma le succulente sono pessimi esemplari da erbario e andavano spedite a Engelmann in barili o scatole, con enormi problemi logistici e finanziari — per iniziare le raccolte bisognò attendere la primavera. Intanto bisognava vivere, in un avamposto militare dove tutto era precario e più caro. Fendler esaurì presto i suoi scarsi risparmi, poi dovette contrarre prestiti e debiti; il fratello arrivò addirittura ad arruolarsi per qualche mese nell’esercito. Le raccolte iniziarono solo ad aprile e si protrassero fino ad agosto, quando Fendler, in una situazione economica ormai insostenibile, fu costretto a rientrare a St. Louis, dove arrivò all’inizio dell’autunno. Esplorando palmo a palmo le zone più promettenti — le colline a est e nord‑est di Santa Fé e le loro valli, in particolare quella del Rio Chiquito — mise insieme una raccolta di dimensioni sensazionali: 17.000 esemplari di molte centinaia di specie. In Plantae Fendlerianae, che ne è la pubblicazione parziale, Gray ne descrisse 462, circa il 20% delle quali — un centinaio — nuove per la scienza. Gray si affrettò, da una parte, a darne conto in questo importante saggio; dall’altra, a mettere in moto tutte le sue pedine per garantire a Fendler il giusto riconoscimento economico, pubblicando tra l’altro il seguente annuncio su "The American Journal of Science and Arts": "Piante essiccate da Santa Fe, Nuovo Messico. — Il signor Augustus Fendler, che, sotto la direzione del dottor Engelmann, si è recato a Santa Fe nell’autunno del 1846 con lo scopo di esplorare la botanica di quella regione, è ora tornato a St. Louis con le sue ricche raccolte, comprendenti molte specie nuove e interessanti. Gli esemplari sono ben preparati, in buone condizioni, e per lo più molto belli e completi. Un resoconto a stampa, con le descrizioni delle nuove specie, redatto dal professor Gray e dal dottor Engelmann, sarà presto pubblicato; una copia ne sarà inviata a ciascun sottoscrittore. Il prezzo è fissato a 10 dollari per ogni centinaio di esemplari, escluso il trasporto da St. Louis a New York o Boston. Poiché tutti i set non richiesti qui saranno immediatamente inviati all’estero, coloro che li desiderano sono pregati di farne richiesta quanto prima (affrancata) al dottor George Engelmann, St. Louis, o al dottor Asa Gray, Cambridge, Massachusetts". La macchina si era messa in moto, e anche Hooker diede il suo contributo, scrivendo, al termine della sua recensione di Plantae Fendlerianae: "Ci uniamo di tutto cuore al dottor Asa Gray nell’esprimere il suo vivo desiderio che il signor Fendler possa ricevere l’incoraggiamento che così pienamente merita, sotto forma di ulteriori sottoscrizioni per le sue raccolte, che gli permettano di riprendere le sue ardue imprese in circostanze più favorevoli rispetto al passato." Le sottoscrizioni furono molto inferiori alle attese. Tuttavia Fendler non si arrese e intraprese una seconda spedizione. Era deciso a tornare a Santa Fe per esplorare l’area delle montagne; a questo scopo, nel giugno 1849 si unì a un distaccamento militare diretto a Salt Lake City, dove contava di stabilire la propria base per poi raggiungere il Nuovo Messico. Ma mentre guadava il Little Blue River il suo carro fu travolto da un’improvvisa piena: le raccolte fatte fino a quel momento, la carta e tutte le attrezzature andarono perdute. Non gli restò che tornare a St. Louis, solo per scoprire che tutti gli averi che vi aveva lasciato — inclusi oltre mille esemplari montati delle raccolte di Santa Fe — erano andati in cenere durante il Big Fire, che a maggio, dunque poco dopo la sua partenza, aveva distrutto gran parte della città. Di fatto, non possedeva più nulla. Fosse stato una persona diversa, avrebbe rinunciato definitivamente. Invece, via New Orleans, alla fine dell’anno si imbarcò con il fratello per Chagres, sull’Istmo di Panama, dove per quattro mesi fece raccolte da inviare a Engelmann, che lo aveva aiutato a risollevarsi finanziando la spedizione. Ma ai debiti si erano aggiunti altri debiti. Fu l’inizio di una nuova fase di instabilità: per qualche tempo i fratelli si stabilirono a Camden, sul fiume Washita in Arkansas, dove cercarono di sbarcare il lunario unendo alle raccolte la coltivazione di un piccolo orto; poi fu la volta di Memphis, in Tennessee, dove aprirono una fabbrica di lampade a gas. La botanica, però, non era dimenticata; anzi, Fendler aveva migliorato notevolmente le sue competenze, studiando tra l’altro il Manual of Botany of the Northern United States di Gray, felice che gli fosse costato solo 75 centesimi. E quando seppe che Engelmann e Gray gli avevano reso omaggio dedicandogli il genere Fendlera (pubblicato nel 1852), ne provò gioia e orgoglio. Per quattro anni gli affari sembrarono prosperare. La sua vita ora si divideva tra la fabbrica, la coltivazione di un piccolo terreno dove sperimentava la crescita delle piante raccolte a Chagres o inviate da Engelmann, le osservazioni meteorologiche — una nuova passione che lo prendeva sempre più — e la traduzione in inglese del Faust di Goethe, cui dedicava il tempo libero. A congiurare contro di lui, questa volta, fu la Memphis Gas Company, che rendeva obsolete le sue lampade estendendo la fornitura di gas naturale all’intera area. Fendler tentò di riconvertire la produzione distillando alcool, ma presto rinunciò. Forse anche per ragioni di salute, aveva ormai deciso di partire per un nuovo altrove: il Venezuela. Venezuela e oltre Ad attirarlo nel paese latinoamericano fu senza dubbio la presenza di una piccola enclave tedesca, la colonia Tovar, fondata da un gruppo di immigrati provenienti dal Baden tra il 1841 e il 1843. La sua prima meta, all’inizio del 1854, fu però Caracas: pensava che una città avrebbe offerto migliori opportunità per inserirsi e spedire le raccolte che contava di fare sulle montagne non troppo lontane. «Voglio vivere di nuovo vicino a una valle di montagna e nelle vicinanze di una ricca flora montana, senza avere le difficoltà logistiche che c’erano a Santa Fe. E credo anche che le montagne dell’area di Caracas debbano essere ricche di cactus», scrisse a Engelmann. Fu di nuovo una (mezza) delusione. Né il clima né il costo della vita erano quelli sperati, e dopo pochi mesi Fendler e suo fratello si trasferirono nella colonia Tovar. Si trovarono pionieri in mezzo a pionieri, a dissodare terre in un clima spesso ostile, a coltivare frutta e ortaggi per il proprio sostentamento. Ma c’erano anche le osservazioni meteorologiche — ora Fendler le comunicava a Joseph Henry dello Smithsonian — e le escursioni botaniche sulle montagne ricoperte di foresta pluviale, alla scoperta di una vegetazione inedita, del tutto diversa da quella nordamericana: un’esplosione di vita allo stesso tempo affascinante e respingente. In una lettera a Gray scrisse: «In queste foreste, dove i raggi del sole non toccano mai terra, regnano eternamente l’umidità e le basse temperature. Il tronco e i rami di ogni albero sono ricoperti di felci, Lycopodiaceae, muschi, epatiche, licheni, orchidee, bromeliacee, Araceae e ancora Piperaceae e molte altre che è impossibile nominare». Era il paradiso del cacciatore di piante, ma la vita continuava a essere difficile: i prodotti coltivati con il fratello e i proventi degli esemplari venduti negli Stati Uniti non bastavano a vivere, e Fendler fu costretto a tornare a distillare alcool, producendo birra e brandy. Nel 1856 tornò brevemente negli Stati Uniti, anche per cercare nuovi clienti per le sue raccolte: i muschi, oltre ad acquirenti europei tra cui il briologo tedesco Karl Müller, furono acquistati da William Starling Sullivant, e i licheni da Edward Tuckerman. Propose la sua raccolta di insetti a John Lawrence LeConte, figlio di uno dei vecchi amici di Torrey, che però declinò: a lui interessavano solo specie nordamericane. Fendler e suo fratello vissero ancora due anni in Venezuela; alla ricerca di esemplari più rari — quelli più comuni li lasciava volentieri a un altro raccoglitore, Karl Moritz — dovette estendere i suoi viaggi lontano dalla colonia Tovar. Le escursioni più lunghe li portarono da Maracay a Puerto Colombia, e ancora da Valencia a San Estéban, e poi lungo la costa atlantica a partire da Petaquire. Anche in Venezuela, Fendler dimostrò una grande capacità di osservazione e la solita dedizione al lavoro; in quattro anni raccolse oltre 2600 specie di piante, in alta percentuale nuove per la scienza; ben 223 dei suoi esemplari (l'8,5%) sono stati designati come tipi. Tuttavia non si arricchì mai, e nel 1864 anche questa esperienza era esaurita. Fendler e il fratello tornarono a St. Louis, quindi si trasferirono ad Allerton, nel Missouri, dove gestirono una piccola fattoria per sette anni, interrotti da un breve periodo in cui Gray cercò di “addomesticare” Fendler offrendogli un lavoro all’erbario di Harvard. Seguire una routine di orari rigidi, farsi la barba e vestirsi bene per non spiacere alle signore, persino mangiare in società, non erano fatti per quell’uomo silenzioso e schivo. Dopo pochi mesi Fendler tornò ad Allerton, dove il fratello aveva continuato a vivere e lavorare da solo; scoprì che nel frattempo quest’ultimo aveva sviluppato una forma di cecità notturna che lo rendeva parzialmente invalido. Nel 1871 si risolsero a vendere la fattoria e, dopo un breve soggiorno a St. Louis — rumorosa, affollata, popolata solo da «adoratori di Mammona» — Fendler decise di tornare in Germania. Il cerchio si sarebbe chiuso a Gumbinnen, dove era cominciato? Per nulla: anche la vita in quel remoto angolo della Prussia, con la sua mentalità chiusa e militaresca, gli risultò insopportabile. Così, dopo appena undici mesi — in cui non mancarono le visite agli orti botanici di Königsberg e Berlino — Fendler e suo fratello tornarono negli Stati Uniti e nel 1873 si stabilirono a Wilmington, nel Delaware, dove acquistarono una casa e un piccolo giardino. Determinante nella scelta fu l’incontro con William Marriott Canby, ricco industriale e filantropo che dedicava parte delle sue fortune a incoraggiare le ricerche botaniche e gli chiese di aiutarlo a riordinare il suo erbario. Sarebbe diventato amico di Fendler e il suo primo biografo. In quegli anni, con sgomento dello stesso Canby, Torrey e Gray, l’ultima impresa di Fendler era la stesura di un’opera filosofica in cui intendeva spiegare nientemeno che i meccanismi dell’universo. I loro gentili tentativi di dissuasione fallirono, e l’opera vide infine la luce nel 1874 con il titolo The Mechanismes of Universe. Talvolta erborizzava con Canby e continuava a corrispondere con Engelmann e Gray. Nell’aprile del 1875 entrambi gli fecero visita con Parry, in procinto di partire per il Messico con Palmer. Fendler, che non vedeva Gray da dieci anni, si stupì nel trovarlo tanto invecchiato. Neppure il tranquillo giardino di Wilmington fu l’ultimo rifugio di Fendler: ad attenderlo c’era ancora un ultimo, definitivo altrove, Trinidad. Nel 1877 a spingerlo a trasferirsi ancora una volta furono i crescenti problemi di salute, forse di natura reumatica. Trinidad era un terreno botanicamente vergine non meno del Nuovo Messico o del Venezuela, e in Fendler si riaccese più che mai la passione del raccoglitore: non c’erano cactacee da inviare a Engelmann, ma moltissime felci e altre piante interessanti. Continuava a raccogliere dati meteorologici e ogni tanto dava una mano a Henry Prestoe, il sovrintendente dell’orto botanico di Port of Spain. Ma la salute, minata da una vita tanto difficile, cominciava a declinare; nell’estate del 1881 ci fu un primo attacco di cuore, o forse un ictus. Nel novembre 1883, a settant’anni, la morte. Arbusti in fiore tre le rocce La vicenda di Augustus Fendler si colloca in quel breve, irripetibile momento in cui la botanica americana sta ancora costruendo le proprie istituzioni, e la figura del cacciatore di piante free lance — capace di vivere vendendo le proprie raccolte sul mercato interno, ancora fragile, oltre che su quello europeo — appare non solo possibile, ma quasi necessaria. È tuttavia una scelta di vita segnata da una precarietà strutturale: la risposta del mercato è incostante, e basta una delle molte avversità possibili (nella vita di Fendler ne abbiamo incontrata un’intera antologia) per trasformare un’impresa promettente in catastrofe, soprattutto quando, come nel suo caso, non si può contare su risorse alternative né sul sostegno di una comunità o di un gruppo familiare. Fendler ha attraversato le condizioni più difficili e, più ancora che per passione, ha resistito grazie a una ricerca ostinata di un altrove che gli sfuggiva continuamente, ma che non ha mai smesso di inseguire. Che questo irregolare dai modi quasi selvatici abbia toccato il cuore di personalità tra loro diversissime come Engelmann, Gray e Canby dice molto delle sue qualità umane prima ancora che professionali. Il riconoscimento più ambito arrivò proprio da Engelmann e Gray, con la dedica del genere Fendlera. Non si tratta di una pianta raccolta da lui stesso — i primi esemplari della specie tipo, Fendlera rupicola, risalgono alle raccolte di Lindheimer e Wright — è tuttavia caratteristica delle regioni da lui esplorate, come sottolinea Gray nella dedica: "Il dr. Engelmann e io stesso ci rallegriamo dell'opportunità di dedicare un genere così interessante e ben marcato della regione del Texas e del New Mexico a Augustus Fendler che, insieme a Wislizenus, fu il primo a esplorare il New Mexico dove tra grandi difficoltà fece le eccellenti raccolte oggi così ben note ai botanici". F. rupicola sembra quasi un suo ritratto vegetale: un piccolo arbusto dai delicati fiori bianchi, appartenente alle Hydrangeaceae, che ricorda il filadelfo (non a caso il nome comune è false mockorange). Vive abbarbicato alle rocce delle mesa e dei deserti, simbolo di resilienza e di capacità di durare nelle condizioni più ostili. Diffuso nelle aree montuose di Texas, New Mexico, Arizona, Colorado e Utah, prospera nelle comunità dominate da Pinus monophylla e da varie specie di ginepri. Bellissimo al momento della fioritura, ma mai appariscente, mostra adattamenti all’aridità — rami duri e sottili, foglie piccole riunite in gruppi di tre — e nelle culture native aveva un ruolo significativo, sia pratico sia cerimoniale. Al genere sono state aggiunte successivamente altre due specie: F. linearis, diffusa tra il Messico centro-settentrionale e gli Stati Uniti limitrofi, con rami intricati e spinescenti e foglie lineari minute; F. tamaulipana, endemica del Tamaulipas, un arbusto più grande e più sparsamente ramificato, fino a quattro metri. Alla fine dell’Ottocento a celebrare indirettamente Fendler si aggiunse Fendlerella, "piccola Fendlera", istituito da Heller nel 1898 per accogliere Fendlerella utahensis, in precedenza assegnata a Whipplea. All’interno delle Hydrangeaceae, Fendlera, Whipplea e Fendlerella formano una triade di generi affini ma ben distinti, come confermano sia la morfologia sia gli studi molecolari. A Fendlerella utahensis si sono poi aggiunte tre specie messicane: F. lasiopetala, F. mexicana, F. queretarana. Il genere, oltre che per le dimensione in genere molto minori, si distingue da Fendlera soprattutto per alcuni caratteri fiorali: cinque petali anziché quattro, antere prive di appendici apicali. Comune è invece l'habitat: i luoghi aridi e sassosi, tanto che F. utahensis è nota con il nome spagnolo hierba desierto. In un momento in cui la botanica americana è ancora un mosaico di raccolte sparse e descrizioni isolate, il botanico newyorkese John Torrey comincia a vederla come un insieme unitario, elaborando un metodo che affonda le radici nella scienza europea ma che, nelle sue mani, assume un carattere autenticamente americano. Dalla sua alleanza e amicizia con il più giovane Asa Gray nasce la moderna botanica scientifica degli Stati Uniti. Il genere Torreya, che porta il suo nome, è un piccolo gruppo di conifere antiche e sorprendenti: rare, frammentate, sopravvissute in pochi rifugi d’ombra in America e custodi di una ricca storia culturale in Asia. La scoperta di una vocazione Per oltre un secolo, dalle prime esplorazioni del reverendo Banister a fine Seicento ai viaggi di Michaux e Fraser alla fine del Settecento, la flora americana fu osservata soprattutto con occhio europeo ed esplorata da botanici e cacciatori di piante venuti dall’altra parte dell’Atlantico. Nella seconda metà del Settecento cominciarono però ad emergere naturalisti radicati nel territorio e presero forma le prime esplorazioni delle flore locali, una tendenza rafforzata dall’indipendenza. Il primo a immaginare una “flora degli Stati Uniti”, sorta non dal genio di un singolo, ma dalla collaborazione di “connazionali istruiti” fu Henry Muhlenberg; il suo progetto, tuttavia, non ebbe seguito immediato, mentre si moltiplicavano le flore redatte dagli europei Michaux, Pursh e Nuttall, spesso in aperta rivalità tra loro. Intanto anche i confini geografici si dilatavano. “Flora degli Stati Uniti” aveva significato, all’inizio, le piante delle colonie affacciate sull’Atlantico: prima Virginia e Carolina, poi Pennsylvania, Georgia, Florida, Louisiana. I botanici delle grandi spedizioni navali promosse dalle monarchie europee — come Menzies della spedizione Vancouver — aggiunsero al quadro i primi assaggi della flora del Pacifico. La spedizione di Lewis e Clark (1804–1806) aveva infine rotto il muro dell’ignoto, congiungendo idealmente le due coste e aprendo all’esplorazione botanica i territori dell’interno. È in questo contesto che entra in scena John Torrey: un botanico newyorkese che, pur muovendo i primi passi nella flora locale del Nordest, possiede la rara capacità di guardare all’intero continente. Egli non esplora nuove terre: raccoglie, ordina e mette in relazione flore ancora frammentarie, trattandole non come isole separate, ma come parti di un’unica possibile flora americana. John Torrey (1796–1873) nacque e visse tutta la vita a New York; ma la città della sua infanzia non era la metropoli che immaginiamo oggi. Era una cittadina portuale di circa sessantamila abitanti, con case basse, strade in parte sterrate e, appena oltre le ultime abitazioni, orti, campi e frutteti. Greenwich Village, dove trascorse l’adolescenza, era ancora un’area semi rurale, affacciata su un tratto di fiume animato dalle attività del porto. La sua prima educazione avvenne in qualche scuola pubblica cittadina; ma poiché New York non disponeva ancora di un sistema scolastico solido, per un anno fu mandato a studiare a Boston. Da adolescente era appassionato di meccanica e sognava di diventare “macchinista”, nel senso che aveva allora: un costruttore e riparatore di strumenti, un artigiano della precisione. L’incontro con la botanica avvenne intorno ai sedici anni, in circostanze curiose e inattese. Il padre, un mercante relativamente prospero che in gioventù aveva combattuto nella guerra d’indipendenza, nel 1809 entrò a far parte del consiglio municipale e divenne responsabile della prigione statale di Greenwich. Visitava regolarmente la struttura, spesso accompagnato dal figlio John. Durante queste visite il ragazzo conobbe Amos Eaton, naturalista ed educatore autodidatta, detenuto tra il 1811 e il 1815 per una controversa accusa di frode. John gli procurava libri; Eaton, in cambio, gli insegnava le basi della botanica e il sistema di Linneo; per il giovane Torrey fu una figura di riferimento, un consigliere ascoltato, quasi un secondo padre. Importante fu anche l’amicizia con i fratelli Lewis e John Eatton Le Conte, giovani naturalisti che frequentavano il circolo di studiosi e dilettanti colti che si riunivano attorno a David Hosack — fondatore dell’effimero Elgin Botanical Garden, il primo orto botanico pubblico degli Stati Uniti; egli sognava una flora illustrata del Nord America e incoraggiò il più giovane dei Le Conte a scrivere un catalogo della flora di Manhattan, pubblicato nel 1811. In questo intreccio di incontri maturò la vocazione naturalistica di John Torrey, il quale nel 1814 entrò come studente nel College of Physicians and Surgeons di New York. Qui ebbe tra i suoi insegnanti David Hosack per la medicina clinica, William MacNaven per la chimica, per le scienze naturali Samuel L. Mitchill che lo guido nelle prime ricognizioni sul campo. Nel 1817 fu quest'ultimo a coinvolgerlo nella fondazione del New York Lyceum of Natural History, futura New York Academy of Sciences. Così, ancora studente, fu tra i soci fondatori di un'istituzione destinata a diventare prestigiosa. Nel 1818 Torrey conseguì la laurea in medicina e aprì un proprio studio, continuando però a dedicare il suo tempo libero alle scienze naturali e in particolare alla botanica. Come socio del Lyceum, si concentrò sulla flora dei dintorni di New York e nel 1819 pubblicò il suo primo lavoro, Catalogue of Plants growing spontaneously within Thirty Miles of the City of New York, che lo fece conoscere nel piccolo mondo botanico americano e favorì i primi contatti in Europa. Nel 1820 gli furono inviate, perché le determinasse, le piante raccolte attorno ai Grandi Laghi e lungo il corso superiore del Mississippi dall'ingegnere militare e docente di West Point David B. Douglass e quelle raccolte sulle Montagne Rocciose da Edwin P. Jones nel corso di due spedizioni organizzate dall'esercito. I riconoscimenti lo incoraggiarono a un’opera più ambiziosa, la Flora of the Northern and Middle Sections of the United States (1824), per la quale si avvalse degli invii di numerosi corrispondenti. Come chiarisce la prefazione, pur riconoscendo il suo debito verso Smith Barton, Pursh, Nuttall (cui l'opera è dedicata) e A Sketch of the Botany of South Carolina and Georgia di Stephen Elliott, suo esplicito modello, gli è chiaro che per gli Stati Uniti a nord del Potomac manca ancora un'opera complessiva che raccolga i contributi degli studiosi locali e li unisca in un quadro unitario. Raccogliere le tessere di un mosaico, unificare: qui si delinea la sua vocazione scientifica. La Flora è in inglese, e Torrey pensa persino a un compendio economico per chi non può acquistare l’opera completa: un gesto che dice molto della sua idea di botanica come sapere condiviso. Anche sul piano personale, il 1824 segna una svolta: Torrey si sposò, abbandonò la pratica medica ed entrò nell'esercito come assistente chirurgo, ottenendo l’incarico di docente di chimica e geologia all’accademia militare di West Point. Nel 1828 lasciò l’esercito per divenire professore di botanica e di chimica al College of Physicians and Surgeons, già parte della Columbia University, incarico che mantenne per trent’anni. Verso una botanica nuova: una rete, una scelta metodologica e un incontro decisivo Torrey ha finalmente trovato una posizione personale solida, perfettamente adatta al suo carattere riflessivo e pacato. Nel 1830 alla cattedra di New York si aggiunge l’insegnamento della chimica a Princeton. Il doppio incarico è possibile grazie alla diversa scansione dei due anni accademici: a New York le lezioni si tengono da novembre a marzo, mentre la sessione estiva di Princeton va da aprile a ottobre. Così prende forma una routine destinata a ripetersi per molti anni: l’inverno a New York, l’estate a Princeton, dove in quei mesi Torrey si trasferisce con la famiglia. Intanto continua a crescere la rete di contatti che ha iniziato a costruire già nei primi anni Venti. Ci sono i vecchi amici di New York, come i Le Conte; i numerosi corrispondenti ereditati da Eaton; i compagni di studi come Lewis Beck; i soci del Lyceum, tra cui Rafinesque, che Torrey ammira pur cogliendone subito la mancanza di misura. A questi si aggiungono nuovi interlocutori, sempre più numerosi mano a mano che Torrey diventa un’autorità riconosciuta per la flora del Nord America. Tra le nuove amicizie nate a Princeton, la più importante — e la più vicina anche sul piano umano — è probabilmente quella con il fisico Joseph Henry, che dal 1832 occupa la cattedra di scienze naturali. Henry influenzerà profondamente anche il modo in cui Torrey insegna chimica, e diventerà in seguito, come segretario dello Smithsonian, una figura decisiva nella vita del Torrey maturo. Nel 1826 Torrey dà alle stampe Some Account of a Collection of Plants Collected by Edwin James, seguito nel 1828 da un catalogo delle specie raccolte in Kentucky, Tennessee e Virginia da William Cooper. In questi lavori le piante non sono organizzate secondo il sistema di Linneo, ma per famiglie naturali. È una scelta difficile, perché negli Stati Uniti il sistema naturale è ancora poco noto, mentre quello linneano è familiare ai suoi corrispondenti. Ma è necessaria: ancora nel 1835 scriverà a uno di loro che “il sistema linneano sparirà e non vorrei essere io l’ultimo a sostenerlo; in Francia il sistema naturale è normale materia di insegnamento”. Nel 1830 John Lindley pubblica An Introduction to the Natural System of Botany; Torrey si affretta a curarne l'edizione statunitense, che uscirà nel 1831. Concepisce questo lavoro come propedeutico alla pubblicazione della seconda parte di Flora of the Northern and Middle Sections of the United States, che però non scriverà mai; a sostituirla è arrivato un nuovo, più ambizioso progetto: una Flora degli Stati Uniti. E' uno dei frutti di un incontro che segnerà non solo la vita dei due protagonisti, ma la storia della botanica americana. John Torrey e Asa Gray si incontrano per la prima volta nel settembre 1832, ma avevano già iniziato a corrispondere da qualche tempo. Nel 1831 Gray, a poco più di vent’anni, si è laureato in medicina; già appassionatissimo di botanica, di passaggio a New York desidera mostrare a Torrey alcuni esemplari del suo erbario da identificare. È sicuro di sé, pieno di energia, “rapido d’azione e impaziente della lentezza degli altri”. Un carattere, dunque, opposto al suo. Torrey lo invita ad accompagnarlo a esplorare uno dei suoi terreni di caccia botanica preferiti, i Pine Barrens del New Jersey, relativamente prossimi a New York — non è l’uomo né delle grandi spedizioni né delle grandi distanze — ma ricchi di numerose specie solitamente più meridionali. È un test, per verificare come Gray si comporti sul campo e quanto i loro caratteri siano compatibili, e Gray lo supera a pieni voti. Da quel momento le loro vite scientifiche si intrecceranno, e dalla loro collaborazione nasceranno non solo i volumi della Flora of North America, ma anche un progetto di esplorazione della flora statunitense che darà alla botanica americana una struttura nuova e un futuro che, da New York, si irradierà fino a Harvard. Flora of North America: l’età dell’ambizione Quasi contemporaneamente all’arrivo di Gray, Torrey aveva ricevuto un incarico in cui credeva molto: l’insegnamento della botanica presso la neonata Università della città di New York. Tra mancanza di fondi e problemi burocratici, lo avrebbe mantenuto per appena un anno; ma proprio grazie a quell’incarico compì il suo primo (e unico) viaggio all’estero. L’università lo inviò infatti in Europa ad acquistare attrezzature di laboratorio e libri per la biblioteca; Torrey ne approfittò soprattutto per visitare i grandi erbari europei, dove erano confluiti due secoli di raccolte americane, mentre negli Stati Uniti non esisteva ancora alcun erbario pubblico di pari importanza. Trascorse così in Europa gran parte del 1833. La prima tappa fu Dublino, dove visitò brevemente l’erbario del Trinity College, poi la Scozia. A Glasgow fu accolto quasi come un membro della famiglia dagli Hooker: per un mese lavorò fianco a fianco con William, ammirandone i modi signorili, la conversazione colta e l’incredibile capacità di lavoro. Lo conquistarono la signora Hooker, perfetta padrona di casa, e persino i bambini; uno dei maschi “è un ragazzo splendido e già un acuto botanico”: ritratto profetico del futuro Joseph Dalton Hooker. Poi, introdotto da Hooker — con cui stava collaborando alla pubblicazione delle piante raccolte durante il viaggio del capitano Beechey — fece visita a George Arnott; quindi raggiunse Edimburgo e Liverpool, con i loro orti botanici in piena ascesa. La tappa londinese appariva più impegnativa: ad attenderlo c’era Lindley, ormai un amico, ma soprattutto le poderose collezioni del British Museum e il loro temuto custode, Robert Brown. Eppure, l’uomo di ghiaccio si sciolse: Torrey lo trovò molto cortese e “insolitamente comunicativo”. Brown lo ricevette più volte e gli aprì le porte dell'erbario. Dopo Glasgow, Edimburgo e Liverpool, tre orti botanici eccellenti e dinamici, venne il turno di Kew e del sovrintendente William Townsend Aiton. Qui Torrey fu lapidario: “Molto deluso da entrambi”. Era ora di passare a Parigi: da una parte il compito piacevole di visitare i fornitori di strumenti scientifici e i bouquinistes, dall’altra il gravoso ma ricchissimo esame dell’erbario di Michaux. I botanici del Muséum, Adrien de Jussieu, Decaisne e Mirbel, lo aiutarono in ogni modo; e il giovane Jussieu ebbe la cortesia di donargli un foglio scritto per lui dal grande vecchio della botanica francese, suo padre Antoine-Laurent, ormai “piegato dagli anni”, ma ancora lucido e presente alle sedute dell’Institut. Poi, carico di esperienze e nuove amicizie, con i bagagli pieni di strumenti, libri ed esemplari d’erbario in numero quasi insperato, Torrey tornò in Inghilterra per imbarcarsi a Plymouth alla volta di New York. Prima della partenza gli rimasero quattro giorni liberi: li impiegò per visitare l’isola di Wight e i suoi giardini, munito soltanto di “un ombrello e di un paio di scarpe inadatte”. A New York ritrovò Gray, che durante la sua assenza aveva continuato le ricerche nei Pine Barrens. Torrey lo assunse come assistente, sia al College of Physicians sia nelle ricerche botaniche. Gray si trasferì a casa Torrey, diventando quasi uno zio per le piccole Eliza, Jane e Margaret. Nel 1836 Torrey fu nominato botanico dello Stato di New York e incaricato di redigerne la flora; nello stesso anno anche Gray ottenne finalmente una posizione ufficiale. Il Lyceum si era infatti dotato di un museo, e lui ne venne nominato curatore. Dopo appena un anno, tuttavia, avrebbe lasciato l’incarico, essendo stato scelto come botanico della spedizione Wilkes nei mari del Sud. Intanto prendeva corpo l’idea di una flora degli Stati Uniti. La prima parte del primo volume uscì nel giugno 1838. Il frontespizio reca, alla pari, i nomi di entrambi gli autori: prima il più anziano Torrey, poi il più giovane Gray. Entrambi potevano fregiarsi del titolo di professore: Torrey dell’Università dello Stato di New York, Gray di quella del Michigan. All’inizio dell’anno, infatti, quell’ateneo lo aveva scelto come primo professore permanente, assegnandogli la cattedra di botanica, la prima negli Stati Uniti interamente dedicata a questa disciplina. Gray accettò, diede le dimissioni dalla spedizione Wilkes — continuamente rimandata da complicazioni burocratiche — e, come il suo maestro cinque anni prima, partì per l’Europa a spese dell’università, deciso a visitare erbari, conoscere colleghi e costruire quella rete di contatti che sarebbe stata fondamentale per la sua carriera. Della fase iniziale di quella rete — tanto in Europa quanto negli Stati Uniti — offre una testimonianza quasi in presa diretta la prefazione del primo volume di Flora of North America, pubblicato nel 1840, poco dopo il rientro di Gray. Il sottotitolo è allo stesso tempo modesto — “containing ABRIDGED descriptions” — e ambiziosissimo — “of ALL indigenous and naturalized plants growing North of Mexico”. A evidenziare che si tratta dell’atto fondativo di una nuova botanica, le righe seguenti proclamano: “arranged according to THE NATURAL SYSTEM”. Ad aprire l’opera c’è una lunga dedica a sir William Jackson Hooker, “il cui nome si identifica con la botanica del Nord America”. Seguono una lunga serie di ringraziamenti: al di là dell’Atlantico, i botanici, i collezionisti, i curatori di erbari e orti botanici che avevano aperto le porte delle loro case e delle loro istituzioni a Torrey e Gray; al di qua, i comitati botanici, le istituzioni e i “nostri numerosi corrispondenti in varie parti del paese, che hanno fornito collezioni e osservazioni di valore”. Così, Flora of North America nasce al tempo stesso come opera d’autore — di due autori forti — e come opera collettiva, espressione di un’intera comunità botanica. Tra quei nomi non figura ancora George Engelmann, reclutato da Gray nel 1840; presto, per conto di Torrey e Gray, avrebbe trasformato St. Louis nel centro nevralgico dell’esplorazione botanica dei nuovi territori del West. Con il suo arrivo, le spedizioni e gli invii di piante si moltiplicarono: l’obiettivo di una flora del Nord America che registrasse TUTTE le specie si trasformò rapidamente in un bersaglio mobile. Tra il 1840 e il 1843 Torrey e Gray pubblicarono altre parti dell’opera, finché — completata l’immensa famiglia delle Compositae e con essa il secondo volume — decisero di comune accordo di sospendere la pubblicazione. Certo, nel frattempo si erano inseriti nuovi impegni e complicazioni. Nel 1839 era nato l’unico figlio maschio di Torrey, battezzato Herbert Gray in onore dell’amico e collaboratore; poco dopo il bambino fu colpito da gravi problemi alla colonna spinale, che richiesero due operazioni seguite con apprensione dai genitori e dal sollecito “zio”, fortunatamente con esito positivo. Nel 1841 sia Gray sia Torrey furono eletti membri dell’Accademia delle Scienze. Nel 1842 Gray, che aveva dato le dimissioni dalla irrisoluta Università del Michigan — dove i corsi non erano mai iniziati — si trasferì a Harvard come professore di scienze naturali. Nel 1843, dopo sette anni di lavoro, Torrey completò e pubblicò la Flora of the State of New York; nello stesso anno, per ridurre le spese, trasferì la residenza principale a Princeton. Ma a decidere i due botanici a interrompere — nelle loro intenzioni momentaneamente, ma di fatto definitivamente — la pubblicazione di Flora of North America fu lo stesso successo dell’impresa. Le nuove scoperte e la massa di esemplari da determinare e classificare erano ormai così imponenti da rendere impossibile darne conto in un’opera sistematica. A dare la misura di quanto ciò potesse essere rischioso per il loro progetto di rendere la botanica americana finalmente autonoma fu un episodio significativo: nel 1844 uno dei raccoglitori reclutati da Engelmann, Karl Andreas Geyer, invece di consegnargli le raccolte fatte nel territorio dell’Oregon, si imbarcò per l’Inghilterra e le vendette a Hooker, nel frattempo diventato direttore dei Kew Gardens. Torrey e Gray capirono allora che, se volevano conservare la leadership della botanica statunitense, la priorità non era più completare una grande flora sistematica, ma pubblicare il più rapidamente possibile le novità, riservando a sé una parte del lavoro e affidando il resto a una rete di collaboratori. Una lunga via verso la quiete Mentre Gray avrebbe continuato a occuparsi delle Compositae, Torrey riservò a sé quattro famiglie dalla tassonomia complicata: Boraginaceae, Chenopodiaceae, Cyperaceae e Polygonaceae. Dopo il 1843 non avrebbe più pubblicato opere autonome, ma, oltre a numerosi articoli, una serie di relazioni di spedizioni, spesso come coautore con i protagonisti. La prima fu Catalogue of plants collected by the Lieutenant Frémont in his Expedition to the Rocky Mountains (1845); seguirono la parte botanica di Notes of a Military Reconnaissance from Fort Leavenworth to San Diego (1848) di William E. Emory; gli esemplari raccolti da Howard Stansbury in Utah (1852); quelli nuovamente raccolti da Frémont in California e da Randolph B. Marcy in Louisiana (1853); la parte botanica della spedizione Sitgreaves sui fiumi Zuni e Colorado (1854). Come autore delle relazioni di spedizioni ormai finanziate dallo Stato e guidate dall’esercito, Torrey assunse così un ruolo almeno ufficioso “al servizio dello zio Sam”, anche se in genere non ne ricavò alcun compenso. Insieme a Gray fu coinvolto anche nella pubblicazione dei risultati botanici della South Sea Exploring Expedition, guidata dal luogotenente Charles Wilkes, quella alla quale inizialmente avrebbe dovuto partecipare Asa Gray. Partita nel 1838 e rientrata nel 1842 dopo aver esplorato il Pacifico e aver circumnavigato il globo, la spedizione aveva raccolto materiali da tutto il mondo. Il botanico ufficiale William Rich, nominato per appoggi politici, raccolse ben poco e non scrisse la relazione; così anche queste raccolte finirono sulle scrivanie di Gray e Torrey. L'assistente di Rich, Brackenridge, che invece aveva fatto notevoli raccolte, scrisse la descrizione delle felci; Torrey quelle delle piante della California e dell’Oregon; il resto toccò a Gray, che nel 1848 pubblicò un primo volume. Il secondo non uscì mai perché Wilkes non riuscì a procurare i fondi. Attraverso Engelmann, fecero capo a Gray e Torrey anche le piante raccolte durante il Mexican Boundary Survey (1848–1855), e Torrey ebbe la soddisfazione di vedersi dedicare Pinus torreyana dal suo ex allievo Charles Christopher Parry. Altre raccolte ancora giunsero dalla ricognizione Whipple, che mirava a individuare il migliore tracciato ferroviario dal Mississippi al Pacifico. In questi anni anche nella vita personale e professionale di Torrey avvennero importanti cambiamenti. Nel 1846 Henry lasciò Princeton per trasferirsi a Washington come segretario dello Smithsonian. Nel 1851 anche i Torrey vendettero la casa di Princeton e stabilirono nuovamente la residenza principale a New York. Da tempo gli amici sollecitavano Torrey ad accettare una docenza meglio pagata in un’altra università; si presentarono diverse proposte, ma egli le declinò tutte. La vera ragione la scrisse in una lettera a un amico: “Non posso essere felice se non a New York”. Nel 1853 gli venne proposto il ruolo di saggiatore della zecca, il funzionario responsabile di verificare e certificare la purezza dei metalli preziosi destinati alla coniazione. Era un cambiamento radicale, ma anche un riconoscimento della sua reputazione pubblica e della sua affidabilità morale. Avrebbe avuto uno stipendio migliore e più tempo da dedicare allo studio e all’erbario. Così accettò. Nel maggio 1854 diede le dimissioni da Princeton e nel settembre dell’anno successivo lasciò anche il College of Physicians and Surgeons, che nel 1856 lo nominò Professor Emeritus. Nell’estate del 1853, poco dopo aver assunto la nuova mansione, Torrey acquistò una residenza estiva alle Palisades, sperando che l’aria buona giovasse alla salute della moglie, sempre più fragile; e proprio qui, due anni dopo, la donna morì. Ora la maggiore preoccupazione di Torrey era il suo erbario. Ogni sera qualche ora, e talvolta anche il primo mattino, era dedicata a catalogare, montare, etichettare gli esemplari in modo rigoroso; ma negli ultimi anni, con i massicci arrivi da ogni parte degli Stati Uniti, era cresciuto tumultuosamente e in casa mancava lo spazio per ospitarlo. Così nel 1860 (all’epoca contava 40.000 specie e tra 84.000 e 160.000 esemplari) si risolse a donare sia l’erbario sia la biblioteca al Columbia College, in cambio di “cinque anni di affitto di una casa non occupata o non destinata ad altro uso”. Nel novembre seguì con soddisfazione, ma non senza preoccupazione, l’elezione di Abramo Lincoln. La guerra civile — aveva amici, allievi e corrispondenti dall’una e dall’altra parte — fu lacerante ed ebbe anche una conseguenza immediata sul suo lavoro. A partire dal 1848 era stata decretata l’istituzione di un erbario nazionale, destinato a raccogliere gli esemplari provenienti dalle spedizioni finanziate dallo Stato; ad ospitarlo sarebbe stato lo Smithsonian di Washington. Poiché al momento non esistevano ancora spazi adeguati, gli esemplari — circa 50.000 — vennero distribuiti tra Harvard, sotto la supervisione di Gray, e la Columbia University, sotto quella di Torrey. Con lo scoppio della guerra, Henry pregò Torrey di continuare ad occuparsi dell’erbario nazionale, che avrebbe raggiunto Washington solo molti anni dopo la fine del conflitto, nel 1869 o nel 1870. La pace riportò serenità e qualche soddisfazione anche nella sua vita. Ancora nel 1865 ci fu un viaggio in California, con la gioia di vedere dal vivo, in piena fioritura, le piante che conosceva solo da esemplari d’erbario. La raggiunse in battello, passando dall’istmo di Panama; poi ispezionò alcune miniere di quarzite in Nevada, per rientrare infine in treno. Nel 1872 due viaggi lo portarono prima a Charleston, poi in Florida, dove ad Aspalaga si emozionò nel vedere le Torreya taxifolia di cui il suo corrispondente Hardy Brian Croom gli aveva inviato i primi esemplari nel 1834, pensando ai vecchi tempi e a quell’amico perito tanti anni prima in un naufragio con tutta la famiglia. L’ultimo viaggio, nello stesso anno, lo portò nuovamente in California, e questa volta viaggiò in treno sia all’andata sia al ritorno. In Colorado ci fu un momento di intensa, ma più dolce commozione. Molti anni prima, visitando il settore delle Montagne Rocciose del Colorado, Charles Parry era stato colpito, vedendole da lontano, da due montagne gemelle che aveva battezzato “Torrey” e “Gray”, a sottolineare tanto la stima per i due colleghi quanto la loro stretta relazione. Aveva poi scalato entrambe le montagne, e nel 1872 era tornato sul Grays Peak insieme allo stesso Asa Gray, sua moglie e un gruppo di amici. Torrey, invece, non aveva mai visto la montagna che portava il suo nome. Così, di ritorno dalla California, i suoi figli lo condussero a vedere il Torreys Peak; ormai gli mancavano le forze per raggiungere la cima — aveva compiuto settantacinque anni — e dovette fermarsi in un rifugio, mentre i suoi compagni proseguivano l’ascensione e raccoglievano per lui fiori di montagna. Si sarebbe spento serenamente pochi mesi dopo, nella sua casa di New York, il 10 marzo 1873. Oltre ai suoi scritti, al suo erbario, al suo magistero di botanico, lasciava un’ulteriore eredità. Non sappiamo esattamente quando, nelle stanze della casa liberate dalla presenza ingombrante dell’erbario, prese a riunirsi informalmente attorno a lui un gruppo di colleghi, studenti e amatori interessati alla botanica. Da quel nucleo — la data ufficiale è il 1867 — sarebbe sorto il Torrey Botanical Club, la prima società botanica delle Americhe, con l’obiettivo di “promuovere l’interesse per la botanica e raccogliere e disseminare informazioni su tutte le fasi di questa scienza”. Torrey ne sarebbe stato il primo presidente. Nel 1871 il Club si sarebbe anche dato un organo, il Bulletin of the Torrey Botanical Club. Da quel momento l’associazione, oggi Torrey Botanical Society, divenne una presenza costante nella società americana, con conferenze, escursioni, spedizioni sul campo, borse di studio e pubblicazioni. Torreya, un genere antico e sorprendente A questo grande botanico, a questa figura centrale per lo sviluppo della botanica scientifica negli Stati Uniti, non mancarono i riconoscimenti, anche nella tassonomia. Diverse specie gli vennero dedicate già in vita, altre si aggiunsero successivamente: in totale sono circa duecento denominazioni, quasi cinquanta delle quali accettate. Tra tutte spicca l'omaggio di Parry Pinus torreyana, una rara specie endemica della San Diego County e dell’isola di Santa Rosa in California. Poi ci sono presenze più discrete, come la margherita gialla Tetraneuris torreyana, originaria delle zone aride degli Stati Uniti occidentali, dal Montana al Wyoming, che gli fu dedicata — con un altro nome — all’inizio degli anni Quaranta da Thomas Nuttall; oppure Eupatorium torreyanum, un endemismo del Kentucky, omaggio negli anni Trenta di due suoi corrispondenti, Charles Short e Robert Peter; o ancora Funastrum torreyi, un rampicante delle aree semidesertiche del Texas e del New Mexico, uno dei numerosi omaggi di Asa Gray. Per ben sei volte gli è stato dedicato un genere Torreya: due volte da Rafinesque, poi da Eaton, Sprengel, Croom, e infine arrivò quello valido, Torreya Arn. Non è il più antico — lo è uno di quelli di Rafinesque — secondo la regola della priorità, ma è quello che si è imposto nella comunità botanica, che ha deciso di conservarne il nome su tutti gli altri (nomen conservandum). A dedicarglielo fu George Arnott, uno degli incontri più significativi del memorabile viaggio europeo del 1833. La storia della dedica e della scoperta è curiosa. Nell’inverno del 1837 Torrey scrisse ad Arnott per chiedergli la corretta identificazione di Torreya paniculata, la specie che gli era stata dedicata nel 1821 da Sprengel, allegandone un frammento. Arnott concluse che si trattava indubbiamente di un Clerodendrum, molto simile a una specie africana che aveva osservato nell’erbario di Hooker. Più o meno nello stesso periodo, Torrey gli scrisse nuovamente per raccontargli che tre anni prima il suo amico e corrispondente Hardy Brian Croom aveva individuato nell’area di Aspalaga, in Florida, una specie di Taxacea non ancora descritta; ne aveva inviato un ramo a Nuttall, che l’aveva identificato con un Taxus o un Podocarpus; ne aveva inviato un esemplare anche a lui, che però, non avendo visto gli organi della fruttificazione, si era astenuto dall’identificazione. L’anno dopo Croom gli aveva inviato un ramo con strobili maschili e più tardi i frutti sotto spirito. Certamente si trattava di una Taxaceae, ma non corrispondeva a nessuna specie nota. Forse Arnott, che poteva consultare gli erbari europei, avrebbe potuto giungere a conclusioni diverse. Basandosi sui campioni trasmessigli da Torrey e sulla sua descrizione, Arnott concluse che si trattava di un nuovo genere, e scrisse: «Poiché prima ho segnalato che il genere Torreya di Sprengel deve essere rifiutato, credo di esprimere la volontà di tutti i botanici che questo nome sia appropriato per l’albero della Florida, di cui ora darò la descrizione». Secondo le regole attuali, questo “riciclaggio” sarebbe vietato, ma all’epoca le norme non erano ancora state fissate — per fortuna di Torrey e di Torreya. Oggi Torreya Arn., famiglia Taxaceae, comprende sette specie, con un’interessante distribuzione disgiunta: due sono nordamericane, ma vivono ai due capi opposti degli Stati Uniti — una, T. taxifolia, in Florida, l’altra T. californica in California — mentre le altre sono originarie dell’Asia orientale, tra Cina, Corea e Giappone. Sono le ultime sopravvissute di un genere che un tempo, durante la fase più calda del Terziario, occupava gran parte dell’emisfero boreale: resti di antiche specie sono stati trovati in Francia e nella Repubblica Ceca. Poi le glaciazioni spezzarono la continuità e il genere si ridusse all’Asia orientale e ai rifugi della California e della Florida. Le Torreya vivono tipicamente nel sottobosco delle foreste. Amanti dell’ombra, crescono molto lentamente; anche se con l’età possono diventare alberi di medie dimensioni (fino a circa 20 metri), per lo più si presentano come arbusti. Hanno foglie lineari, piatte, rigide e con apice pungente, simili a quelle del tasso, disposte a spirale, ma rotate alla base in modo di disporsi ai due lati del ramo. Possono essere monoiche, dioiche o subdioiche. Il frutto è un arillo carnoso che avvolge completamente un unico grande seme, il quale in modo inusuale per questa famiglia, in alcune specie — T. grandis e T. nucifera — è commestibile. T. taxifolia, la specie tipo scoperta da Croom e descritta da Arnott, vive in un’area ristretta della Florida, al confine con la Georgia, lungo l’Apalachicola River, in una zona di circa 200 km². Già molto rara, è oggi in forte declino: dai circa 700.000 esemplari stimati nell’Ottocento si è scesi a non più di 700, per cause che comprendono la riduzione dell’habitat forestale, il cambiamento climatico e la diffusione di patogeni fungini. Considerata la “conifera più rara d’America” e inclusa fin dal 1984 tra le specie a rischio di estinzione, è al centro di programmi di conservazione e di reintroduzione che negli Stati Uniti hanno anche scatenato un vivace dibattito, soprattutto attorno alla proposta di una “migrazione assistita” in North Carolina. È invece in migliore salute, anche se classificata come “vulnerabile”, l’altra specie americana, T. californica. Fu pubblicata e descritta nel 1854 proprio da Torrey, che — sotto il nome di “California Nutmeg”, la noce moscata della California — ne aveva ricevuto un esemplare da un certo Mr. Shelton; la riconobbe come appartenente allo stesso genere di T. taxifolia. Endemica della California, presenta una distribuzione discontinua: dal livello del mare lungo la catena costiera fino a circa 2500 metri nelle Cascades e nella Sierra Nevada. Rara ma localmente abbondante, ha trovato rifugio in habitat montani freschi, con microclimi che variano con l’altitudine e da un versante all’altro, importanti per la dispersione dei semi, effettuata a breve distanza da scoiattoli e altri roditori. Le cinque specie asiatiche sono le cinesi T. grandis, T. fargesii — da alcuni considerata una varietà della precedente — T. jackii e T. dapanshanica, descritta solo nel 2022, e T. nucifera, diffusa nel Giappone centro‑meridionale e nell’isola coreana di Jeju. Fu proprio quest’ultima specie ad attirare per prima l’interesse dei botanici: venne descritta nel 1712 da Kaempfer sotto il nome Taxus nucifera, poi adottato da Linneo. Nella cultura giapponese ha un ruolo importante: i semi sono una fonte di olio ricco di vitamina E e di grassi Omega‑6 e, tostati, costituiscono un cibo apprezzato. Il legname di esemplari vetusti, dal colore giallo‑oro, è tradizionalmente utilizzato per le scacchiere del Go. Nella foresta primitiva di Kasugayama, a est di Nara, si trovano individui plurisecolari, forse anche millenari, poiché l’area è protetta fin dall'841. T. grandis è la più diffusa delle specie cinesi, tutte originarie della Cina sud‑orientale; nella cultura cinese occupa un ruolo analogo a quello di T. nucifera in Giappone. Originaria delle vallate montane tra i 400 e i 1400 metri, già citata nel primo dizionario cinese (II secolo a.C.), è apprezzata e coltivata da due millenni. In un villaggio della provincia dello Zhejiang è presente un esemplare coltivata la cui età è stimata in circa 1400 anni. I semi, di elevato valore nutritivo, erano immancabili sulle tavole più raffinate e, fin dalla dinastia Song (960–1279), se ne ricavavano prodotti come sali aromatici, paste e confetti. Le proprietà medicinali dell’olio, già riconosciute nei più antichi testi erboristici, hanno trovato conferma nelle ricerche più recenti. Dopo un periodo di decadenza, da circa cinquant’anni la sua coltivazione è stata rilanciata su larga scala per usi alimentari e medici. Altre informazioni e approfondimenti nella scheda. Nel 1949, un secondo genere è venuto ad aggiungersi a Torreya per onorare John Torrey. E' Torreyochloa ("erba in onore di Torrey"), un piccolo genere della famiglia Poaceae, istituito da George Lyle Church sulla base di esami citologici, separandolo da Glyceria e Puccinellia. Sono erbe perenni rizomatose che vivono in habitat freschi, umidi, ma non salini; due specie, T. erecta e T. pallida, sono nordamericane, mentre altre due, T. natans e T. viridis, sono originarie dell'Asia nord orientale (Siberia orientale, Curili, Corea, Giappone). Hanno colmi eretti, guaine aperte alla base, lamina piatta, infiorescenza a pannocchia con spighette compresse lateralmente. La specie più diffusa è T. pallida, relativamente comune da Sakalin al Messico settentrionale, attraverso Alaska, Canada e Stati Uniti, in habitat umidi, come fiumi, rive di laghi, torbiere e paludi. Alta fino a un metro, porta infiorescenze ramificate lunghe fino a 25 cm. George Engelmann fu l’uomo degli incontri, il ponte discreto ma decisivo tra mondi e persone. Arrivò negli Stati Uniti dalla Germania con una missione affidatagli dalla famiglia, già nelle vesti di mediatore tra due continenti. Fu medico e botanico, figura chiave per la scoperta della flora dell’Ovest grazie alla rete di raccoglitori costruita con Gray e Torrey. Discreto, ma essenziale, anche il suo contributo alla nascita dell’orto botanico del Missouri e alla soluzione della crisi della filossera. Prediligeva le piante tassonomicamente difficili o ancora poco studiate: soprattutto i cactus, ma anche conifere, viti, giunchi e yucche. Lo ricordano oggi cactacee e conifere, e la “margherita di Engelmann”, Engelmannia peristenia, omaggio dell'amico Gray. Dalla Germania all'America Tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, un numero crescente di giovani tedeschi lascia la Germania per cercare nuove opportunità negli Stati Uniti; non è ancora l’emigrazione di massa che seguirà il fallimento della rivoluzione del ’48, ma il flusso è già cospicuo. Sono soprattutto contadini, spinti dalla crisi agraria e dalla sovrappopolazione delle campagne, numerosi artigiani, ma anche intellettuali che vivono con disagio un’atmosfera politica chiusa e soffocante. Il fenomeno mostra già i tratti che lo caratterizzeranno nella seconda metà del secolo: più rurale che cittadino, basato su reti familiari e alimentato da lettere e testimonianze che raccontano l’America come una terra di libertà e di possibilità illimitate. Uno di quei giovani, sbarcato a Baltimora nell’autunno del 1832, è Georg Engelmann, che negli Stati Uniti diventerà George Engelmann (1809–1884). È arrivato con un compito ben preciso: cercare e valutare terre adatte all’insediamento di famiglie tedesche, su proposta di uno zio. Ha ventitré anni e forse non immagina che quella scelta sarà definitiva, ma in essa si intravede già uno dei tratti del suo destino: essere un uomo‑ponte, un connettore tra luoghi, persone e idee. Lo era forse fin dalle origini familiari. Il padre, Julius Engelmann, apparteneva a una famiglia che per generazioni aveva offerto ministri della Chiesa riformata a Bacharach, in Renania, ma si era trasferito a Francoforte dove aveva fondato una scuola femminile – un’iniziativa all’epoca pionieristica – che gestiva con l’aiuto della moglie, Julie Antoinette May, proveniente invece da una famiglia di artisti. Georg era il maggiore di tredici figli (ma solo nove arrivarono all’età adulta); iniziò gli studi al ginnasio di Francoforte. Secondo i suoi stessi ricordi, il suo interesse per la botanica nacque intorno ai quindici anni. Decise così di studiare scienze e medicina e nel 1827 si iscrisse all’Università di Heidelberg, dove strinse amicizia con due studenti di botanica con i quali condivideva l’interesse per la morfologia vegetale, Karl Friedrich Schimper e Alexander Braun; soprattutto con quest’ultimo l’amicizia sarebbe durata per tutta la vita. Ma dopo meno di un anno fu espulso dall’università per aver partecipato a manifestazioni studentesche. Continuò gli studi prima a Berlino, poi a Würzburg, dove si laureò in medicina nel 1831. Allora la botanica era ancora considerata quasi un ramo della medicina, e alla botanica era dedicata la sua tesi: De Antholysi Prodromus, sulla morfologia delle piante, con particolare riguardo alle aberrazioni e mostruosità. Il libretto - illustrato con cinque tavole disegnate e incise da lui stesso - destò l'attenzione di Goethe che vi vide una conferma della sua teoria della metamorfosi delle piante. Nel 1832 Engelmann visse per qualche tempo a Parigi, dove ritrovò Braun e conobbe suo cognato Louis Agassiz. Gli anni di studio gli avevano dato un metodo rigoroso, stimoli intellettuali, amicizie durature; ma gli avevano anche fatto sperimentare di persona l’oppressione poliziesca e i limiti di un ambiente accademico vincolato dal potere. Così, quando uno zio gli propose di partire per l’America, accettò senza esitazioni. In questa scelta la botanica ebbe senza dubbio un ruolo: infatti, uno dei primi incontri appena sbarcato al di là dell’Atlantico sarà con il botanico e cacciatore di piante Thomas Nuttall. Gli Engelmann erano una grande famiglia, vicina ai circoli liberali tedeschi e con legami sempre più stretti con gli Stati Uniti. Non fu solo Georg a emigrare: altri rami della famiglia si stabilirono nel Midwest, e quando lui arrivò nel 1832 trovò già una rete di parenti e connazionali. Per tre anni visse a Belleville, nell’Illinois, accanto a Gustav Körner, figura di spicco dell’emigrazione democratica tedesca e marito di una sua cugina. La sua missione di esplorare e valutare terre per conto dello zio si inseriva dunque in un più ampio movimento familiare verso l’America. Engelmann svolse il compito con scrupolo e competenza, come era nel suo carattere, unendo conoscenze scientifiche e spirito pratico. Per tre anni, da Belleville, si mosse spesso da solo a cavallo, percorrendo Missouri, Arkansas e Illinois, disegnando mappe, conducendo prospezioni geologiche e minerarie, affrontando difficoltà di ogni genere, incluse malattie, ma senza mai venire meno ai suoi doveri e ai suoi programmi. A rendere tutto meno gravoso c’erano le piante, che raccoglieva lungo i suoi spostamenti, annotando con rigore ogni osservazione in un quaderno di campo. Molte le inviò all’Orto botanico di Berlino. Una rete botanica alla scoperta della flora dell'Ovest Nel 1835 il suo incarico di agente della famiglia Engelmann giunse al termine; Georg, ormai definitivamente George, decise di restare negli Stati Uniti e di stabilirsi a St. Louis come medico. Non aveva messo da parte nulla e, per aprire il suo studio, fu persino costretto a vendere il cavallo che per tre anni era stato il suo fedele compagno di viaggio. St. Louis era ancora un piccolo avamposto di frontiera, con un’economia in gran parte legata al commercio delle pellicce. Engelmann, tuttavia, ne intuì le potenzialità. La città era un crogiolo di culture e di popoli — francesi, americani, immigrati tedeschi e irlandesi, neri liberi e schiavizzati — e l’introduzione della navigazione a vapore stava già trasformando il porto in uno snodo di primaria importanza, la vera porta d’accesso al West. Era dunque il luogo ideale per un uomo‑ponte come Engelmann, che della trasformazione della città — tra il 1835 e il 1840 la popolazione raddoppiò, e nel 1850 era già triplicata — non fu solo testimone, ma attivo protagonista. Nel 1836 fondò il giornale in lingua tedesca "Das Westland", che ebbe un ruolo decisivo da un lato nel far conoscere l’America in Germania, dall’altro nel favorire l’integrazione degli immigrati tedeschi nella nuova patria. Medico scrupolosissimo, incominciò a crearsi una reputazione e una clientela e nel 1840 aveva messo da parte abbastanza soldi per ritornare in Germania, dove si sposò con la cugina Dorothea Horstmann, per poi fare ritorno con lei in America. Nello stesso periodo anche Asa Gray si trovava in Germania, dove visitò l’Orto botanico di Berlino; nell’erbario fu colpito dalle numerose piante nordamericane raccolte da Engelmann. Al ritorno di entrambi negli Stati Uniti, Gray e Engelmann si incontrarono per la prima volta a New York, gettando le basi di una collaborazione — e di un’amicizia — che sarebbe durata per tutta la vita. Negli anni seguenti Engelmann diventò un medico di successo, trovando un’ampia clientela non solo nell’ambiente degli immigrati tedeschi, ma anche tra i francofoni che apprezzavano un medico di cultura europea. Ciò gli permise, pur senza abbandonare mai l’attività medica, di concedersi lunghe pause da dedicare a viaggi nella madrepatria, spedizioni e ricerche botaniche. Nel 1842 pubblicò il suo primo lavoro di botanica, una monografia sul complesso genere Cuscuta. Per Gray e Torrey, che stavano scrivendo a quattro mani A Flora of North America, Engelmann divenne il ponte verso la flora dell’Ovest, all’epoca ancora poco nota e studiata. Intere regioni non erano mai state esplorate; Gray chiese a Engelmann di individuare possibili raccoglitori e di istruirli sui loro compiti. Con il suo spirito pratico, Engelmann sottolineò che, non essendoci fondi per pagarli, i raccoglitori avrebbero dovuto ricavare il proprio sostentamento dalle raccolte stesse, e suggerì di offrire i duplicati in vendita. Gray accettò e un annuncio in tal senso venne prontamente pubblicato sull’American Journal of Science. Da quel momento Engelmann divenne un ponte — o, se vogliamo, un mediatore — tra un gruppo di attivi raccoglitori di piante e i loro possibili clienti: non solo Gray e Harvard, ma anche orti botanici europei, in particolare Berlino e San Pietroburgo. I più importanti raccoglitori reclutati da Engelmann sono Ferdinand Lindheimer che esplorò il Texas e August Fendler che fece raccolte nell'area di Santa Fe e nel New Mexico nel corso della guerra tra Stati uniti e Messico. I risultati scientifici furono rilevantissimi, anche se non sempre tutto funzionava come sperato: Engelmann preparò un catalogo delle piante precedentemente raccolte in Missouri e Illinois da Karl Andreas Geyer, poi si accordò con lui perché continuasse le sue ricerche in quello che all'epoca era noto come Territorio dell'Oregon, finanziando gran parte della spedizione di tasca sua. Effettivamente Geyer esplorò quel territorio, ma invece di spedire gli esemplari a Engelmann secondo gli accordi, si imbarcò per l'Inghilterra e li vendette a William Jackson Hooker per i Kew Gardens. Per qualche anno Engelmann gestì lo studio medico in società con Friedrich Adolph Wislizenus, che lo aveva sostituito durante il viaggio in Europa. Nel 1846, poco prima dello scoppio della guerra messico‑statunitense, Wislizenus partecipò a una spedizione scientifica nel Messico settentrionale, ma a causa della situazione di tensione fu detenuto per diversi mesi; al suo ritorno a St. Louis affidò le sue raccolte a Engelmann, che grazie ad esse incominciò a interessarsi alle Cactaceae. La guerra messico‑statunitense cambiò radicalmente anche il mondo della raccolta botanica. I raccoglitori indipendenti come Lindheimer o Fendler lasciarono il posto a vaste spedizioni finanziate dallo Stato, in cui gli obiettivi scientifici si intrecciavano con quelli politici e militari. Ma questo non mise fine al ruolo di mediazione di Engelmann: anzi, lo moltiplicò. Era ormai riconosciuto come il massimo esperto della flora delle aree di confine, soprattutto per i cactus, e i raccoglitori della Boundary Commission — tra cui Charles Christopher Parry, Charles Wright e John Milton Bigelow — gli inviavano regolarmente le loro raccolte. Poiché la pubblicazione dei materiali della Boundary Commission e dei Pacific Railroad Surveys procedeva a rilento, Engelmann pubblicò numerose brevi descrizioni di nuove specie di cactus e nel 1856 diede alle stampe una sinossi delle Cactaceae degli Stati Uniti, suddivise per habitat e distribuite in otto regioni geografiche. Nel 1859, nell’ambito della relazione ufficiale della Boundary Commission, uscì Cactaceae of the Boundary, forse la sua opera più importante. Al momento della pubblicazione Engelmann era da poco rientrato dalla più lunga delle sue pause di lavoro. Nel 1856 aveva lasciato St. Louis per trasferirsi con la famiglia a Harvard, dove trascorse l’intera estate lavorando fianco a fianco con Asa Gray nell’erbario. Seguirono quindici mesi in Europa, in un viaggio che toccò Londra, Parigi, Ginevra, Napoli, Roma, Vienna e varie città tedesche. Incontrò molte personalità, tra cui l’ormai anziano Humboldt e l’esperto di Cactaceae Salm‑Dyck e, ancora una volta, svolse un ruolo di mediatore: voleva far conoscere all’Europa l’Accademia delle Scienze di St. Louis, di cui era stato il primo presidente. Apparentemente defilato, ma in realtà imprescindibile, fu anche il suo contributo alla nascita del precursore dell’attuale orto botanico del Missouri. Tra i più ricchi abitanti di St. Louis c’era l’inglese Henry Shaw, che aveva fatto fortuna con il commercio grazie alla posizione strategica della città come snodo tra l’Est e l’Ovest. Nel 1849, durante un viaggio in Europa, visitò Chatsworth House e i Kew Gardens, rimanendo così impressionato da entrambi da decidere di trasformare parte di una sua proprietà a ovest di St. Louis in un orto botanico. Ne parlò direttamente con Hooker, che gli suggerì il nome più autorevole: Engelmann. Fu lui a convincere Shaw a prevedere non solo un giardino, ma anche un erbario e una biblioteca; e durante il viaggio europeo si occupò direttamente degli acquisti per entrambi. A Lipsia negoziò inoltre con gli eredi l’acquisto dell’erbario di Johann Jacob Bernhardi, ricco di 62.000 esemplari appartenenti a circa 40.000 specie. Nel 1859 venne completato anche il Museo botanico e l’orto botanico Shaw aprì le sue porte al pubblico. Alla morte di Shaw, nel 1889, la proprietà passò alla città di St. Louis, diventando ufficialmente il Missouri Botanical Garden. Dopo il ritorno dall’Europa nel 1859, Engelmann dedicò sempre meno tempo all’attività medica — chiuse lo studio e visitava a domicilio solo i vecchi pazienti, pur senza negare mai il suo aiuto a chi ricorreva a lui — e sempre di più alla botanica. Studiò diversi gruppi di piante, privilegiando quelli con una tassonomia complessa. Pubblicò, tra l’altro, uno studio sulle specie americane del genere Vitis, un interesse che avrebbe avuto conseguenze impreviste. Negli anni Settanta dell’Ottocento la viticoltura francese fu quasi distrutta da un’epidemia misteriosa; le cause erano ignote, finché Émile Planchon, membro della commissione incaricata di indagare, identificò il colpevole: un afide, che battezzò Phylloxera vastatrix, arrivato dall’America come ospite non notato di alcune piante infette. Il governo francese decise allora di inviare a St. Louis un emissario per prendere contatto con l’entomologo statale del Missouri, Charles Riley, che, prima di partire per la Francia per esaminare le aree colpite, coinvolse Engelmann come esperto riconosciuto di viti americane. Quest'ultimo aveva verificato che alcune varietà erano indenni dalla fillossera; inoltre aveva osservato che Vitis riparia, una specie selvatica della valle del Mississippi, non si ibrida facilmente con specie meno resistenti, mantenendo così intatta la tolleranza naturale al parassita. Queste informazioni furono decisive per Planchon e, dopo di lui, per l’agronomo Pierre Viala, nel giungere alla soluzione del problema: innestare le viti europee su portainnesti ibridi americani resistenti, selezionati dopo anni di prove e osservazioni. Da parte sua, Engelmann inviò in Francia milioni di semi e di barbatelle, contribuendo in modo concreto al salvataggio della viticoltura europea. Gli ultimi anni furono ancora pieni di viaggi, ricerche e incontri. Negli anni Settanta ci fu un tour nelle regioni montane del Colorado e del New Mexico, dove incontrò tra l’altro le due conifere che portano il suo nome, Picea engelmannii e Pinus engelmannii; seguirono brevi viaggi nell’area del Lago Superiore e nel Territorio Indiano, e uno più lungo, dagli Appalachi del Tennessee e della Carolina del Nord fino al Territorio dello Utah. Nel 1879 la morte dell’amatissima moglie lo prostrò; ma nell’estate del 1880, quando Charles Sprague Sargent — un uomo il cui carattere è stato spesso descritto come difficile — lo invitò ad accompagnarlo nell’esplorazione delle foreste del Pacifico nord‑occidentale, uno dei regni delle conifere che più amava studiare, la sua curiosità si ridestò. Fu una lunga spedizione, che li portò attraverso le Montagne Rocciose fino alla Columbia Britannica e, sulla strada del ritorno, nel deserto di Sonora in Arizona. Nel 1883, l’ultimo viaggio, con suo figlio e la nuora, lo vide nuovamente in Germania. Morì poco dopo il ritorno, il 4 febbraio 1884. Un fiore dell'Ovest per Engelmann Alla scienza lasciava ancora una preziosa eredità: nel 1892 suo figlio, il ginecologo Georg Julius Engelmann, donò all’orto botanico del Missouri l’erbario del padre, che conteneva oltre 97.000 esemplari, insieme ai manoscritti, alle carte e a circa 5000 lettere. Engelmann, un uomo sempre aperto agli altri e alle amicizie, corrispondeva con settanta persone negli Stati Uniti e con novantanove all’estero. Tra di loro figuravano molti dei maggiori botanici del tempo. Anche se non aveva mai voluto essere un protagonista, ma sempre un compagno di viaggio, un facilitatore e un mediatore, gli onori e i riconoscimenti non mancarono. Fu membro, effettivo, corrispondente o onorario, di innumerevoli società scientifiche, tanto negli Stati Uniti quanto in Germania. Anche la Linnean Society lo ammise tra i suoi soci. I riconoscimenti che gli saranno stati senza dubbio più cari furono però le dediche di numerose specie che aveva contribuito a far conoscere con i suoi scritti. Quelle che si fregiano dell’eponimo engelmannii sono più di 180, 44 delle quali oggi accettate; oltre alle due conifere già citate, ricordiamo almeno le cactacee Opuntia engelmannii ed Echinocereus engelmannii. Gli sono stati dedicati anche tre generi Engelmannia, due dei quali ovviamente non validi: Engelmannia Pfeiff., sinonimo di Cuscuta, e Engelmannia Klotzsch, sinonimo di Croton. Quello accettato venne invece dall'amico Gray, che nel 1840 ne propose il nome a Thomas Nuttall per la rivista della American Philosophical Society. Due anni dopo, lo riprese insieme a Torrey in Flora of North America, mantenendo vivo l’omaggio, giusto riconoscimento per una collaborazione tanto fruttuosa. Engelmannia Torr. & A. Gray è un genere monospecifico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da E. peristenia, nativa degli Stati Uniti centro‑meridionali — soprattutto Texas, New Mexico, Oklahoma e Colorado sud‑occidentale — con qualche popolazione isolata negli stati confinanti. È un’alta erbacea perenne che dalla primavera all’inizio dell’estate produce moltissimi fiori simili a margherite, con otto fiori del raggio dorati e 40–50 fiori del disco giallo‑aranciato. Vive in diversi habitat, dalle praterie alle boscaglie di ginepro e alle pinete. Un fiore di semplice bellezza, modesto, ma legato ai luoghi di cui studiò la flora: una dedica che certo fu molto gradita all’ottimo medico e costruttore di ponti George Engelmann. I contemporanei lo soprannominarono "John Fraser l'infaticabile"; per trent'anni, fece la spola tra la Gran Bretagna e l'America settentrionale, visitando per ben sette volte gli Stati Uniti; ma fu anche a Cuba e in Russia. In questi viaggi, che furono assai avventurosi, raccolse non meno di 200 nuove specie. Senza però trarne alcun vantaggio economico: era un cacciatore di piante senza paura, ma non aveva il bernoccolo degli affari, e la sua vita professionale fu costellata di debiti e cause per mancati pagamenti e si concluse con la bancarotta. Più fortunato da questo punto di vista il figlio omonimo, che accompagnò il padre nei suoi ultimi viaggi, ne proseguì l'attività e concluse la sua vita come stimato vivaista. John Fraser senior è giustamente ricordato da un genere nordamericano, Frasera (Gentianaceae). Le prime spedizioni americane Loudon scrisse di lui: "Uno degli uomini più intraprendenti, instancabili e perseveranti che mai si siano dedicati alla causa della botanica e delle scienze naturali". Lo scozzese John Fraser (1750-1811) si innamorò delle piante a trent'anni e da quel momento si dedicò anima e corpo alla loro raccolta. Come molti giovani scozzesi della sua epoca, si era trasferito a Londra in cerca di fortuna e intorno al 1778 aprì a Chelsea un negozio dove vendeva calze. Non era lontano dal giardino dei farmacisti, che prese a frequentare assiduamente, stringendo amicizia con il capo giardiniere Forsyth. A un certo punto, decise di mollare tutto e di diventare cacciatore di piante, forse ispirato dalle avventure di Mark Catesby. Il primo viaggio lo portò a Terranova; sulla datazione c'è qualche discrepanza tra le fonti: per alcuni, esso va collocato nel 1780, per altri nel 1782; in tal caso Fraser si sarebbe unito alla spedizione dell'ammiraglio Campbell diretta a Terranova. Era ancora in corso la guerra d'indipendenza americana e il convoglio britannico fu attaccato da una flotta franco-spagnola che catturò due terzi delle navi. Poiché non risulta che Fraser abbia trascorso un periodo di prigionia, si sarebbe trovato a bordo di una delle poche che riuscirono a sfuggire. E' anche possibile che abbia visitato Terranova due volte, sia nel 1780 sia nel 1782, e vi abbia raccolto piante locali. E' invece certo che nel 1783 era di nuovo in partenza per la sua prima spedizione negli Stati Uniti, che si protrasse fino al 1785 e lo portò nelle due Caroline, con base a Charleston. A sponsorizzare il viaggio era una cordata che comprendeva Forsyth per Chelsea, Aiton per Kew e James Edward Smith per la Linnean Society. Inoltre si accordò con un vivaista di Old Brompton, un certo Frank Thorburn, che si sarebbe occupato di distribuire le piante ai clienti. Tuttavia quando tornò in patria scoprì che quasi tutte le piante che aveva raccolto e spedito di volta in volta da Charleston erano morte; le poche sopravvissute erano specie comuni che non avevano mercato. Fraser fece causa a Thorburn, ma ne risultò solo un lungo contenzioso legale, costoso e insoddisfacente per entrambe le parti. Nonostante il disastro finanziario, l'instancabile cacciatore di piante già nell'autunno del 1785 era nuovamente in partenza per Charleston. Quindi si mosse verso nord attraverso la Berkeley County fino al Santee River; qui fece amicizia con il piantatore e botanico amatoriale Thomas Walter che stava conducendo un'accurata recensione della flora in un raggio di 50 miglia dalla sua piantagione. Continuò poi nella regione pedemontana degli Appalachi e i margini sudorientali delle Blue Ridge Mountains in Georgia dove scoprì Phlox stolonifera. Nel 1787 raggiunse la Pickens County nelle terre abitate dai Cherokee Chickamauga che in quegli anni erano i protagonisti di una serie di scontri noti come Cherokee–American wars. Botanizzare in quell'area era molto rischioso, ma Fraser fu premiato da una delle sue più importanti scoperte, quella di Magnolia fraseri. Ora aveva imparato come preparare e spedire il piante in modo più efficace; secondo Hortus Kewensis, il catalogo dei Kew Gardens, nel 1786 introdusse 16 nuove piante, e altre cinque nel 1787. Nel 1788 ritornò in Inghilterra portando con sè il manoscritto sulla flora della Carolina affidatogli da Walter e lo pubblicò a proprie spese con il titolo Flora caroliniana. Si tratta della prima flora regionale degli Stati Uniti a fare uso del sistema linneano; inoltre contiene diverse specie raccolte per la prima volta da Walter e dallo stesso Fraser. Per proporre le sue piante alla clientela francese, nel 1789 quasi alla vigilia della rivoluzione egli si recò in Francia, dove vendette specie americane tra gli altri al duca d'Orlèans, frequentò botanici come L’Heritier de Brutelle e incontrò Thomas Jefferson, all'epoca rappresentate diplomatico degli States a Parigi. Presto però era di nuovo in America per la sua terza spedizione, durante la quale, in parte insieme ad André Michaux, si mosse lungo gli Allegheny, all'epoca percorsi solo da sentieri tracciati dai nativi, in condizioni spesso difficili e lontano da qualsiasi insediamento dei coloni. Forse durante questo viaggio incontrò per la prima volta Rhododendron catawbiense, che anni dopo, come vedremo più avanti, ebbe il merito di introdurre nei giardini europei. Nella sua quarta spedizione, ancora nella Carolina meridionale, fu accompagnato dal fratello minore James; nel 1791 infatti i due fratelli affittarono per dieci anni un terreno a Charleston per crearvi un vivaio dove acclimatare, moltiplicare e preparare le piante da spedire in patria. E' l'inizio di un'attività commerciale tra Stati Uniti e Inghilterra, che proseguirà per molti anni (ancora nel 1810 gli agenti dei fratelli Fraser spedirono in Inghilterra da Charleston grandi quantità di magnolie, rododendri e altre piante nordamericane), di cui il vivaio di Charleston era il punto di partenza, e quello di arrivo era il vivaio "Curious American Plants", creato da Fraser forse intorno al 1794 a Chelsea; era situato nella centrale Kings Road e aveva una superficie di 12 acri. Nel 1795 ci fu ancora una spedizione negli Stati Uniti, al termine della quale Fraser era pronto a lanciarsi in grande stile nel mercato europeo. Nel 1796 affittò con il fratello un terreno più esteso nella Johns Island e pubblicò il primo catalogo del vivaio londinese (John Fraser's Catalogue of American Plants & Seeds for Sale), con le piante introdotte nel quinto viaggio, quindi partì per la Russia, deciso a vendere le sue piante all'imperatrice Caterina II. Trovò ottima accoglienza, tanto che la zarina gli permise di decidere lui i prezzi. La sovrana morì pochi mesi dopo, ma il successore Paolo I nel 1797 confermò due ordini per quell'anno e la primavera successiva; nel 1798 Fraser tornò in Russia e poté fregiarsi del titolo di "Raccoglitore botanico dell'imperatore". Su questa base, organizzò immediatamente una sesta spedizione per assolvere all'augusta commissione. Ultime spedizioni e disastri finanziari E qui entra finalmente in scena il figlio John Fraser jr. Non ne conosciamo la data di nascita, ma poiché sappiamo che il padre e la madre Frances Shaw si sposarono nel giugno 1778, potrebbe essere nato intorno al 1779 ed avere circa vent'anni nel 1799. Quell'anno padre e figlio partirono insieme per gli Stati Uniti. Fecero visita a Thomas Jefferson a Monticello, quindi proseguirono per un lungo giro nel Kentucky, il Tennessee orientale, la Georgia settentrionale, tornando a Charleston nel dicembre 1800. Quindi si imbarcarono per Cuba, ma naufragarono su una barriera corallina, a circa 40 miglia (64 km) dalla terraferma. Si salvarono a stento e dovettero resistere per sei giorni tra le più gravi difficoltà prima di essere raccolti da una nave di passaggio. Mentre facevano raccolte a Cuba, incontrarono Humboldt e Bonpland. Gli interessi comuni cementarono un'amicizia, e il tedesco fu di grande aiuto ai due Fraser. In cambio, John jr., che rientrò per primo in Inghilterra, accettò di accompagnare una grossa collezione di piante raccolta da Humboldt e Bonpland. Il padre invece tornò a Charleston e fece ancora qualche raccolta, tornando in patria solo alla fine del 1801 o all'inizio del 1802 con un'eccellente "collezione di rarità". Tra le nuove scoperte, Jatropha pandurifolia. Avendo assolto nel modo migliore il suo mandato di raccoglitore dello zar, Fraser pensava di trovare ottima accoglienza in Russia, dove si recò immediatamente. Ma nel frattempo Paolo I era morto e il nuovo sovrano Alessandro I non era minimamente interessato alle piante di Fraser; questi cercò inutilmente di farsi ricevere tanto a Mosca quanto a Pietroburgo e solo dopo due anni, grazie all'assistenza del corpo diplomatico britannico in Russia, riuscì a farsi versare 6000 rubli. La sua unica alleata fu l'imperatrice vedova Maria Fedorovna, che gli donò un prezioso anello e gli commissionò piante per i giardini imperiali. Il magro ricavato dell'affare russo fece precipitare la situazione finanziaria di Fraser. Il vivaio di Chelsea, trascurato per le prolungate assenze del proprietario, era in perdita, e anche la società con il fratello James non andava bene, tanto che nel 1809 gli avrebbe fatto causa presso la Charleston Court of Common Pleas, per debiti superiori a 1042 sterline. L'unica soluzione era rimettersi di nuovo in viaggio. Così nel 1807 padre e figlio si imbarcarono nuovamente per gli Stati Uniti e le Antille. Per John senior era il settimo viaggio e sarebbe stato anche l'ultimo. Mentre si trovava a Cuba, cadde e si ruppe diverse costole e da quel momento non recuperò mai la salute. Fu comunque durante questo viaggio che alle sorgenti del fiume Catawba padre e figlio fecero la raccolta più lucrosa: quella di Rhododendron catawbiense, di cui raccolsero numerosi semi ed esemplari, introducendoli in Inghilterra nel 1809. Era una novità e poterono venderla a cinque ghinee l'esemplare. Ora però a viaggiare ed esplorare, più che il padre, era il figlio. Dopo un'ulteriore visita a Cuba, nel 1810 Fraser sr. tornò a casa; ormai la sua salute era compromessa e morì nell'aprile 1811. Dopo la sua morte, gli eredi dovettero dichiarare bancarotta. John Fraser jr. continuò a gestire il vivaio di Chelsea per tutta la prima metà del XIX secolo e a pubblicarne i cataloghi, presumibilmente con maggior fortuna del padre, visto che era considerato uno stimato vivaista. Era membro della Linnean Society alla quale cedette l'erbario paterno. La lista delle piante introdotte dai due Fraser ammonta a circa 220 specie. Oltre a quelle citate in precedenza, vorrei ricordare almeno Abies fraseri, Ficus fraserii, Cypripedium reginae, Quercus castanea e Q. laurifolia, Juglans amara, Rudbeckia pinnata, Sarracenia adunca e S. rubra, Jeffersonia diphylla, Pachysandra procumbens. Le affascinanti genziane verdi Si deve all'amico Walter la dedica a John Fraser senior del genere Frasera, purtroppo senza esplicitare la motivazione. Possiamo però facilmente supporre che abbiano contato l'amicizia, l'interesse comune per la flora americana e ovviamente il debito di riconoscenza per aver fatto pubblicare Flora caroliniana, l'opera in cui il nuovo genere è descritto per la prima volta. Appartenente alla famiglia Gentianaceae, Frasera comprende una quindicina di specie, distribuite dal Canada orientale ad entrambe le coste degli Stati Uniti; una specie si spinge anche in Messico. E' affine al genere Swertia, al quale infatti è stato a lungo assegnato, finché ricerche molecolari ne hanno dimostrato l'indipendenza. Le Frasera sono note come "genziane verdi", dal colore prevalente dei fiori, da bianco verdastro a verde. Ma non sono certo poco interessanti: sono infatti caratterizzati da macchiettature in colori contrastanti e come vedremo meglio tra poco, sono raccolti in infiorescenze anche molto imponenti, che possono rendere la fioritura di alcune specie altamente spettacolare. Vivono in una varietà di habitat: deserti, arbusteti aridi, pinete, boschi misti, pascoli montani, praterie. Alcune sono alquanto diffuse in un vasto areale, altre sono endemiche di zone ristrette. Sono erbacee perenni, per circa metà delle specie monocarpiche. Queste ultime possono avere un ciclo di vita lunghissimo. Dopo la germinazione, formano una rosetta basale di foglie e possono rimanere in questo stadio anche per decenni, crescendo molto lentamente. Un esempio tipico è la specie tipo, F. carolinensis, che raggiunge la maturità intorno ai trent'anni; al momento della fioritura, sviluppa uno scapo alto anche due metri che culmina con un tirso di 50 o 100 fiori. Dopo la maturazione dei frutti, la pianta madre muore. Di ampia distribuzione in ambienti come le praterie e le savane di gran parte del Nord America centro-orientale, è tuttavia a rischio perché il suo lungo ciclo di vita non le permette di adattarsi ai cambiamenti climatici ed è minacciata sia dalla restrizione dell'habitat sia dalle piante aliene invasive. Ancora più imponente al momento della fioritura è F. speciosa, tanto da esserci guadagnata il soprannome di "monument plant". Anch'essa monocarpica, quando giunge il momento della fioritura sviluppa un scapo alto fino a due metri denso di fiori, anche 600, con corolla verde chiaro o verde argentato con puntinature da viola a verde scuro. E' diffusa nei pascoli montani del Nord America nordoccidentale, dallo stato di Washington al Messico. La fioritura può prodursi ad età diverse, a meno di 10 anni o a più di 40. Per un meccanismo ancora non ben compreso, le piante della stessa area tendono a fiorire tutte insieme, forse per attirare un maggior numero di impollinatori e favorire l'impollinazione incrociata. Altre specie monocarpiche sono F. ackermaniae, F. albomarginata, F. fastigiata, F. paniculata, F. parryi, F. puberulenta eF. umpquaensis. Alcune prima della fioritura producono nuove rosette e si riproducono anche per via vegetativa. Tra le specie perenni che non muoiono dopo la fioritura troviamo la bellissima F. albicaulis, una specie delle montagne degli Stati Uniti nordoccidentali, caratterizzata da lunghe e strette foglie verde glauco con margini bianchi e da una densa pannocchia di fiori da bianco verdastro a lilla pallido, spesso venati o puntinati di viola o blu scuro. In questo genere solitamente dalla rosetta emerge un unico stelo, ma esistono eccezioni. F. neglecta, un endemismo della California meridionale, può emettere uno o più steli, mentre F. gypsicola, endemica del Nevada Great Basin, è munita di un caudice ramificato da cui emergono numerosi sottili steli, che le danno un inconsueto portamento cespuglioso. Peculiare è anche F. coloradensis, un endemismo del Colorado, dove cresce in praterie rocciose e aride; non produce una vera e propria rosetta, ma un ciuffo di sottili foglie lanceolate, da cui al momento della fioritura sviluppa numerosi steli alquanto ramificati e non eretti come le altre specie, ma di portamento divergente. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
April 2026
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