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La botanica franco‑argentina Alicia Lourteig, nata a Buenos Aires da padre francese e madre argentina, dopo la formazione e i primi anni di carriera in patria approdò in Europa per lavorare nei grandi erbari storici, depositari di oltre tre secoli di raccolte sudamericane. Dal 1955 fu ricercatrice del laboratorio delle fanerogame del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi, dove visse e lavorò fino alla morte. Il suo contributo alla tassonomia di famiglie come Malpighiaceae, Lythraceae, Ranunculaceae e Oxalidaceae fu enorme; altrettanto decisive la competenza e la disponibilità con cui accompagnò e facilitò le ricerche dei molti colleghi che bussavano alla sua porta. Onore probabilmente unico per una botanica, la ricordano tre generi validi: Lourteigia, Lourtella, Alicia. Anni di formazione: da Buenos Aires a Tucumán Per quasi quarant’anni, Alicia Lourteig (1913–2003) lavorò al Laboratorio delle Fanerogame del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, diventando una delle figure più autorevoli della botanica del XX secolo e un punto di riferimento imprescindibile per gli studi sulla flora sudamericana. Non era però nata a Parigi, ma a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Il padre proveniva dalla Francia, più precisamente da Beuste, nei Pirenei Atlantici, mentre la madre era argentina di origini castigliane. Crebbe così tra due lingue e due culture. Dopo il baccalaureato nel 1932, nel 1937 si diplomò in farmacia e biochimica all’Università di Buenos Aires. L’incontro decisivo avvenne nelle aule universitarie, nel luglio 1933, quando la ventenne Alicia, insieme ai compagni del corso di farmacia, si trovò ad affrontare un compito arduo per ragazzi cresciuti tra asfalto e cemento: creare un erbario. A insegnare come farlo non furono né il capo del dipartimento né lo studente diplomato – neppure loro sapevano davvero come procedere – ma un ragazzo di poco più grande, Carlos Alberto O’Donnell (1912–1954), che durante le vacanze invernali ed estive si prodigava come “studente ad honorem”. Sotto la sua guida, nei giorni festivi, gruppi di studenti che quasi mai erano usciti dalla città esplorarono le rive del Río de la Plata e il bosco di Palermo, ai margini di Buenos Aires, imparando la botanica sul campo. E, in laboratorio, appresero a preparare sezioni istologiche e a usare quelle sostanze misteriose – balsamo del Canada, coloranti, alcool assoluto – che davano forma a un mondo nuovo. Dopo il diploma, Lourteig era ormai decisa: non sarebbe diventata farmacista, ma botanica. E fu nuovamente O’Donnell, diplomatosi anch’egli nel 1937, a indicarle la strada. Iscrittosi al primo anno del dottorato in biochimica, accettò un incarico temporaneo come ricercatore alla Fondazione Miguel Lillo di Tucumán. Dopo qualche mese ne tornò entusiasta: la flora misteriosa e lussureggiante della selva, e un erbario ricchissimo ancora tutto da investigare! Nel 1938 il suo incarico divenne definitivo; il suo entusiasmo contagiò Alicia, che nello stesso anno entrò come ricercatrice alla Fondazione. La Fondazione Miguel Lillo era nata dal lascito di Miguel Lillo (1861–1931), un’eccezionale figura di naturalista, collezionista e docente. Interessato a tutti i campi della natura e del sapere scientifico, nel corso della sua vita aveva creato una vasta biblioteca e imponenti collezioni naturalistiche, tra cui un erbario di più di 20.000 esemplari appartenenti a oltre 6.000 specie. Prima di morire donò tutte le sue proprietà – incluso un esteso terreno e una cospicua somma di denaro – all’Università di Tucumán che, per portare avanti le sue ricerche, nel 1933 istituì la fondazione che porta il suo nome, strettamente collegata al Museo di Scienze Naturali di cui Lillo era stato prima direttore e poi direttore onorario. Ma quando O’Donnell e Lourteig arrivarono a Tucumán, la Fondazione era poco più di un nome su documenti burocratici. A darle forma e forza fu un terzo arrivo contemporaneo: quello del farmacista, biochimico e botanico Horacio Raúl Descole (1910–1984), nominato nel 1937 professore di botanica generale alla Facoltà di Farmacia e Biochimica dell’Università di Tucumán e direttore della sezione botanica del Museo di Historia Natural. Energico e politicamente vicino al peronismo, Descole si impegnò attivamente nello svecchiamento e nella rifondazione dell’Università, avviando la realizzazione della città universitaria. Come animatore e guida della sezione botanica della Fondazione, creò la rivista "Lilloa" e concepì l'ambizioso progetto di una flora dell’intera Argentina (Genera et species plantarum Argentinarum). È un lavoro titanico ma entusiasmante quello in cui si getta a capofitto un gruppo di giovani ricercatori – sono tutti quasi coetanei –, senza paura di confrontarsi con la difficoltà del compito e con “l’opposizione decisa e occulta di antichi elementi che si opponevano a ogni cambiamento”. Ma, come scriverà Lourteig anni dopo commemorando O’Donnell, “c’era molto da fare, tutto andava fatto, ma che gioia fare tutto il necessario, soprattutto quando ogni cosa procede”. L’erbario viene riorganizzato in modo sistematico, si allacciano contatti con ricercatori negli Stati Uniti e in Europa, la rivista "Lilloa" viene lanciata e diventa rapidamente un punto di riferimento, e iniziano i lavori preparatori per la Flora. Lourteig è coinvolta immediatamente. Nel 1939, accanto a Descole e O’Donnell, firma il suo primo articolo, Plantae novae Lilloanae, dedicato ad alcune specie inedite dell’erbario di Lillo. Poi lavora a due famiglie di grande peso nella flora argentina: le Zygophyllaceae, ancora con entrambi, e le Euphorbiaceae, con O’Donnell. La trattazione di entrambe, preceduta da una serie di articoli su "Lilloa", compare nel 1943 nel primo volume di Genera et species plantarum Argentinarum. Intanto la ricerca si allarga ad altre famiglie e il ritmo di lavoro si fa frenetico: nel 1942, con O’Donnell, oltre all’esame di diverse tribù di Euphorbiaceae, Lourteig pubblica su "Lilloa" la revisioni delle Primulaceae argentine; nel 1943, con Descole, quella delle Malpighiaceae e, da sola, quella delle Lythraceae, seguita da un Addenda nel 1944. Poi il silenzio: per tre anni, fino al 1948, Lourteig non pubblicherà più nulla; e non scriverà più su "Lilloa", tranne un necrologio dell’amico‑maestro O’Donnell, nel 1959. Non abbiamo risposte precise, solo indizi. Non sappiamo neppure con esattezza quando Lourteig lasciò Tucumán. Molte fonti collocano la fine della collaborazione con la Fondazione al 1946, altre al 1947; lei – sempre pudica nel raccontare di sé – lo archivia come qualcosa che è avvenuto, e basta. Ma forse era tornata a Buenos Aires già da tempo, nel 1946 o addirittura nel 1945. Sappiamo per certo che nel 1946 era nella città natale per completare il dottorato, conseguito proprio quell’anno. Forse pesarono la situazione familiare – la malattia o la morte dei genitori? – e la situazione generale dell’Argentina: Lourteig parla di “uno dei periodi più neri della storia argentina”. Il piccolo miracolo economico favorito dalla seconda guerra mondiale, quando il paese sudamericano, rimasto neutrale, si trovò a fornire materie prime ai belligeranti, era finito. Iniziavano gli scontri sociali, culminati prima nella nascita e nell’ascesa del peronismo, poi nel golpe del 1955 e nella dittatura militare. Erano tempi difficili per la scienza: finanziamenti sempre più scarsi, carriere bloccate, ricercatori costretti a cercare sbocchi altrove. A partire non fu solo Lourteig: il gruppo si disperse: “La ricerca scientifica si ridusse al minimo […]. Con grande dolore, vedemmo partire i ricercatori stranieri demoralizzati da una situazione economica e morale che peggiorava ogni giorno”. La dispersione del gruppo originario del Lillo sarebbe culminata nel 1955 con il licenziamento e l’esilio del troppo peronista Descole. Ma a quel punto Lourteig era già da tempo in Europa. Parigi: un erbario, una vita Nel 1948 Lourteig entrò come ricercatrice al Darwinion di San Isidro e riprese il filo interrotto, pubblicando su "Darwiniana", la rivista dell’Istituto, gli Addenda sulle Primulaceae e sulle Lythraceae. Ma il Darwinion fu solo un punto di passaggio verso la carriera internazionale: nel 1949, ancora su "Darwiniana", uscì un terzo Addenda alle Lythraceae argentine, una breve nota su un campione raccolto da Tweedie che Lourteig aveva rintracciato nell’erbario di Kew. Aveva infatti ottenuto una borsa di ricerca del British Council e dal 1948 si trovava già in Europa. Anche il suo campo di ricerca cambiò rispetto agli anni di Tucumán: forse per marcare il distacco dalla “lussureggiante e misteriosa flora tropicale” scelse ora una famiglia botanica di casa sia in Europa sia nell’America temperata, le Ranuncolaceae. Da Kew, dove lavorò dal 1948 al 1950, le sue ricerche si irradiarono in numerosi erbari storici del continente, e la portarono anche negli Stati Uniti (New York e Harvard), in altri erbari britannici (Kew, British Museum, Cambridge, Edimburgo, Oxford), e poi a Ginevra, Losanna, Bruxelles, Parigi, Copenhagen, Stoccolma. Il risultato fu un lavoro imponente che nel luglio 1950 Lourteig presentò a una seduta del Congresso internazionale di botanica, il primo dei molti cui avrebbe partecipato. Pur tornando periodicamente in Argentina per seguire la pubblicazione dei suoi lavori, da questo momento il centro della sua ricerca era ormai altrove: dal 1950 al 1951 lavorò a Stoccolma, nel 1951 a Copenhagen, dal 1952 al 1953 a Boston, nel 1953 a Washington. Accanto alle Ranuncolaceae, il suo campo di studi privilegiato tornarono a essere le Lythraceae, con numerosi contributi pubblicati in riviste argentine e internazionali a partire dal 1954. La sua competenza e la profonda conoscenza degli erbari storici — dove per più di tre secoli era confluita gran parte delle raccolte della flora latinoamericana — furono notate da Jean-Henri Humbert, capo del dipartimento di Fanerogamia del Muséum national d’histoire naturelle di Parigi e responsabile dell’erbario, che ne caldeggiò l’assunzione. Così, nel 1955, Lourteig lasciò definitivamente Buenos Aires e approdò a Parigi, che sarebbe diventata la sua casa fino alla morte. Il Muséum e il dipartimento di Fanerogamia furono la sua casa scientifica per quasi quarant’anni: prima come ricercatrice, poi dal 1976 come Maître de Recherche e dal 1980, dopo il pensionamento, come ricercatrice onoraria. Negli anni parigini il lavoro tassonomico di Lourteig si amplia e si approfondisce. Accanto alle famiglie e ai generi studiati in gioventù — in particolare le Lythraceae, che non abbandonerà mai — apre nuovi fronti di ricerca: le Mayacaceae e, a partire dagli anni Settanta, le Oxalidaceae, di cui diventerà una delle massime esperte mondiali. La sua produzione scientifica si diversifica e si inserisce, come specialista riconosciuta, in grandi progetti internazionali: Flora del Uruguay, Flora Ilustrada Catarinense, Flora de Venezuela, Flora of Panama, Flora Patagonica, Flora of Ecuador, Flora of Venezuelan Guayana, cui si aggiungerà - pubblicata postuma - la trattazione di Lythraceae e Ranuncolaceae per la Flora della Real Expedición Botánica del Nuevo Reino de Granada. Non trascura la flora francese, collaborando ai supplementi della revisione della Flore de France. Numerose sono le revisioni monografiche, e costante l’attenzione alla correttezza nomenclaturale: partecipa assiduamente alle sessioni dedicate al Codice internazionale di nomenclatura botanica nell’ambito dei congressi internazionali, un impegno che dal 1982 si traduce nella vasta serie Nomenclatura Plantarum Americanarum. È inoltre molto attiva nelle istituzioni internazionali, tra cui Flora Neotropica e la Société de Biogéographie, di cui per molti anni fu tesoriera e segretaria. Grande esperta di erbari, Lourteig non era una botanica da scrivania. All’assidua attività in erbario unì infatti numerose spedizioni sul campo, una pratica inaugurata negli anni fondativi di Tucumán e coltivata per tutta la vita. Visitò gran parte dei paesi dell’America tropicale e, alla ricerca di Ranuncolaceae e Oxalidaceae di montagna, esplorò le valli andine di Colombia, Perù ed Ecuador. Tra il 1963 e il 1964, e nuovamente nel 1969, partecipò come membro della Commission Française de Recherches Antarctiques a due spedizioni botaniche nella cosiddetta “Francia antartica”. Era un territorio — e una flora — del tutto diversi sia dall’Europa temperata sia dall’America tropicale. Qui studiò in particolare la distribuzione della flora vascolare delle Kerguélen, confrontando un ambiente subantartico estremo con i paesaggi botanici che aveva conosciuto fino ad allora. Nel corso degli anni Lourteig divenne una figura di riferimento per generazioni di giovani botanici. Non era soltanto una specialista autorevole, ma una mediatrice capace di mettere in relazione studiosi, istituzioni e collezioni. Seguiva tesi, orientava ricerche, apriva porte. Non diceva mai di no ai colleghi che le chiedevano aiuto per ritrovare un tipo nomenclaturale o per interpretare la scrittura indecifrabile di un manoscritto o di un’etichetta d’erbario. Da ogni parte del Sudamerica le arrivavano esemplari da identificare, e il suo sostegno non mancava ai giovani ricercatori che venivano a Parigi per completare le loro tesi: li aiutava a portare a termine il lavoro e, dopo, a inserirsi in un laboratorio nei loro paesi d’origine per iniziare la carriera scientifica. Di questa disponibilità, unita ad autorevolezza e rigore, ci resta un’affettuosa testimonianza diretta di un’altra grande tassonomista argentina, Carmen Lelia Cristóbal. Come racconta nel necrologio scritto dopo la morte di Lourteig, entrò in contatto con lei negli anni Cinquanta, quando era una studentessa dell’Università di Tucumán alle prese con la sua tesi sul genere Ayenia. Lourteig non solo le rispose con cortesia, ma si sobbarcò il compito di riprodurre gli esemplari tipo necessari calcandoli su carta di seta — all’epoca non esistevano metodi affidabili di riproduzione fotografica. Nella lettera allegata le scrisse di non preoccuparsi della spesa: un giorno avrebbe restituito il favore comportandosi allo stesso modo con gli studenti che si sarebbero rivolti a lei. Quando poi Cristóbal e suo marito Antonio Krapovickas arrivarono a Parigi con una borsa di studio di nove mesi, Lourteig moltiplicò le attenzioni, fino a sobbarcarsi una lunga coda per procurare loro i biglietti per una matinée all’Opéra. Era certamente il lascito del suo apprendistato a Tucumán: la ricerca concepita come un’opera collettiva, non individuale, in cui chi sa di più ha il dovere di condividere il proprio sapere. Lavorando sugli erbari storici, Lourteig incontrò indirettamente anche coloro che li avevano raccolti e creati, e iniziò così a interessarsi alla storia della botanica. Nel 1966 pubblicò un articolo sull’erbario di Paul Hermann, seguito nel 1971 da osservazioni sulle raccolte brasiliane di Casaretto. Ma l’incontro più importante fu quello con Aimé Bonpland, il cui percorso di vita fu opposto e complementare al suo: anziché da Buenos Aires a Parigi, da Parigi all’Argentina. A Bonpland dedicò profili biografici, pubblicò i suoi diari e i manoscritti conservati al Muséum, e ne visitò persino la casa, in una sorta di pellegrinaggio intellettuale. Sugli erbari storici tornò poi con quello che è forse il suo ultimo scritto — altri uscirono successivamente, ma presumibilmente risalivano a ricerche precedenti — la descrizione di cinquantatré erbari conservati nel laboratorio di fanerogamia del Muséum. Il lavoro, iniziato da Paul Jovet, morto nel 1991, fu completato e pubblicato da Lourteig nel 1997, quando aveva ottantaquattro anni. Su uno di essi, l’erbario raccolto da Surian nelle Antille, annunciava l’intenzione di pubblicare uno studio approfondito. Ma l’età avanzava e la salute si faceva sempre più fragile, e il progetto rimase incompiuto. Morì nella sua casa dal simbolico indirizzo 17, rue Linné — a due passi dall’ingresso del Muséum — nel 2003, all’età di ottantanove anni, e volle essere sepolta a Beuze, la cittadina dei Pirenei Atlantici da cui suo padre era partito alla volta dell’Argentina. Una vita scientifica in tre generi Cristóbal ha definito l’opera di Alicia Lourteig “ciclopica”. La sua produzione scientifica conta 203 pubblicazioni tra articoli, monografie e contributi a grandi opere collettive, con la descrizione di circa 290 taxa. Partecipò a una cinquantina di congressi e simposi, che sfruttava per consultare erbari e svolgere ricognizioni sul campo, accumulando non meno di una trentina di missioni botaniche. Straordinaria poi la sua attività di facilitatrice e mediatrice del lavoro altrui, grazie all'ineguagliabile conoscenza degli erbari storici, come testimoniano i ringraziamenti che costellano le revisioni tassonomiche dei tanti colleghi che si avvalsero del suo aiuto, tra cui spicca l’elogio collettivo firmato da R.S. Cowan, F.R. Fosberg, L.B. Smith, F.A. Stafleu e J.J. Wurdack e pubblicato su "Taxon" 25 (1975). La sua presenza ha lasciato tracce anche fuori dalla botanica: le sono dedicati il Lac Alicia nell’arcipelago delle Kerguelen e il sentiero “Mademoiselle Alicia Lourteig” nella Reserva Biológica de Sapitandura (Serra do Mar, Paraná). Una ventina di specie vegetali portano gli eponimi lourteigiae — come la spettacolare Heliconia lourteigiae — o più raramente aliciae, tra cui Peruviasclepias aliciae, da lei scoperta in Perù. Caso rarissimo nella botanica del Novecento, e probabilmente unico per una botanica, le furono dedicati tre generi validi: Lourteigia (1971), Lourtella (1987) e Alicia (2006). È una testimonianza eloquente della profondità dell'impronta lasciata nella comunità scientifica. Quando nel 1971 Robert Merrill King e Harold Ernest Robinson istituirono il genere Lourteigia, sottolinearono il suo ruolo centrale nella tassonomia della flora latinoamericana: «È con grande piacere che nominiamo questo genere in onore della dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi. Il suo lavoro ha dato un grande contributo alla tassonomia delle piante americane». Ascritto alla tribù Eupatorieae (Asteraceae), il genere comprende una dozzina di erbacee perenni distribuite tra Colombia e Venezuela, soprattutto nelle valli andine. Alcune specie — in particolare L. ballatifolia e L. stoechadifolia, la specie tipo — trovano impiego nella medicina tradizionale; studi recenti ne confermano attività antiossidanti, antinfiammatorie e antimicrobiche, grazie ai composti fenolici e ai metaboliti secondari tipici della tribù. Anche Lourtella, istituito nel 1987 da Shirley A. Graham, Pieter Baas e Hiroshi Tobe, celebra Alicia Lourteig soprattutto nel suo ruolo di tassonomista e specialista delle Lythraceae. Nel protologo gli autori scrivono: «Questo genere monotipico è appropriatamente dedicato alla dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi, che, con il suo interesse di lunga durata per le Lythraceae, ha dato un contributo fondamentale alla moderna conoscenza tassonomica della famiglia». Il genere comprende un’unica specie, Lourtella resinosa, un raro arbusto andino raccolto originariamente in Perù da Graham e presente anche in Bolivia. All’interno delle Lythraceae è morfologicamente distintivo per la presenza di tricomi globosi e soprattutto per la copiosa secrezione resinosa che ricopre i giovani getti e le foglie, carattere che lo rende immediatamente riconoscibile. Con Alicia, istituito dopo la sua morte da William R. Anderson, si chiude idealmente il percorso degli omaggi dedicati a questa grande botanica. Pur ricordando il suo contributo alla tassonomia delle Malpighiaceae — in particolare come coautrice della prima trattazione argentina della famiglia (O’Donnell, Lourteig 1943) — Anderson rende soprattutto omaggio alla sua figura umana di facilitatrice e mediatrice della conoscenza. Nel protologo scrive: «Sono felice di nominare questo genere in onore della mia amica Alicia Lourteig (1913–2003), coautrice della prima trattazione delle Malpighiaceae dell’Argentina. Nel 1981, durante la mia visita di studio al grande patrimonio di Malpighiaceae dell’erbario del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, la dottoressa Lourteig fu incessantemente utile e amichevole, rendendo il mio soggiorno parigino allo stesso tempo piacevole e fruttuoso». Il genere, istituito per distinguere un piccolo gruppo di Malpighiaceae sudamericane precedentemente incluse in Mascagnia, comprende oggi due specie, Alicia anisopetala e A. macrodisca, rampicanti legnose ampiamente diffuse nelle foreste sudamericane: dalla foresta amazzonica alla Mata Atlântica brasiliana, fino alle foreste decidue e più aride dell’Argentina settentrionale. Questa distribuzione, insieme al tono affettuoso e riconoscente della dedica, chiude idealmente il cerchio della ciclopica attività di Lourteig: iniziata esplorando i boschi planiziali di Tucumán e conclusa tra i fogli delle grandi raccolte sudamericane dell’erbario di Parigi. Lourteigia, Lourtella, Alicia: tre dediche, tre ritratti complementari di Alicia Lourteig, che, nella tradizione linneana - la dedica come sola gloria che spetta a un botanico (e a una botanica!) - ci consegnano la sua memoria come tassonomista, specialista di grandi famiglie, figura scientifica e umana.
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Karl Sigismund Kunth non mise mai piede in Sud America, eppure fu lui a dare la prima forma sistematica alla sua flora, pubblicando con rigore e rara efficacia le raccolte di Humboldt e Bonpland. Nei decenni successivi proseguì con un’opera tassonomica monumentale in cui descrisse e classificò migliaia di specie, consolidando il suo ruolo di pioniere della sistematica moderna. Il suo nome è oggi ricordato da Kuntheria pedunculata, una rara pianta delle foreste australiane. Parigi: alle prese con le raccolte di Humboldt e Bonpland Come ho anticipato in questo post, alla fine a pubblicare le raccolte botaniche della spedizione di Humboldt e Bonpland e a dar loro l’ordine definitivo fu Karl Sigismund Kunth (1788-1850). Tra i numerosi giovani scienziati che Humboldt sostenne e incoraggiò, egli occupa una posizione particolare, non solo per il lungo periodo trascorso come suo assistente e collaboratore più stretto, ma anche per i legami familiari e scientifici che lo univano a lui. Era infatti nipote di Gottlob Johann Christian Kunth, il pedagogo che aveva contribuito all’educazione dei fratelli Humboldt, e allievo di Carl Ludwig Willdenow, maestro di Alexander e figura di riferimento della botanica berlinese. Sempre più insoddisfatto della lentezza e della dispersione di Bonpland, aggravate dal suo incarico alla Malmaison, Humboldt cercava un botanico dotato di precisione metodica ed efficienza operativa, capace di trasformare le raccolte americane in un corpus scientifico coerente. Fu proprio grazie a Willdenow e allo zio Gottlob Johann Christian Kunth che incontrò il giovane Karl Sigismund, allora venticinquenne. Trasferitosi a Berlino nel 1806 per difficoltà familiari, aveva dovuto interrompere gli studi a Lipsia e lavorava alla Banca di Stato, ma approfittava di ogni occasione per colmare le lacune della sua formazione. Sotto la guida di Willdenow si avvicinò alla botanica e nel 1813 pubblicò la sua prima opera, una flora di Berlino. Quello stesso anno accettò la proposta di Humboldt di trasferirsi a Parigi come suo assistente, con l’incarico di occuparsi della pubblicazione sistematica delle raccolte americane. Come ha osservato Hans Walter Lack, “solo ora – nove anni dopo il ritorno di Humboldt e Bonpland a Parigi – iniziò la registrazione metodica dei risultati della spedizione, e il lavoro svolto da Kunth è ancora oggi considerato ammirevole e di straordinaria importanza.” Per procedere, tuttavia, erano indispensabili i diari di campo (Journal de botanique), in cui Humboldt e Bonpland avevano annotato le descrizioni dal vivo delle piante (numerate da 1 a 4528). Uno dei primi, sgradevoli, compiti di Kunth fu dunque recarsi a Le Havre per convincere Bonpland a consegnargli i diari, evitando che li portasse con sé in Sud America. Parigi, all’epoca una delle capitali della botanica, offriva a Kunth un ambiente ideale: condivideva l’appartamento con Humboldt, aveva accesso alle collezioni del Jardin des Plantes e del Muséum d’Histoire naturelle, arricchite dalle raccolte donate dallo stesso Humboldt, e alla grande collezione provata del barone Delessert; poté giovarsi dei contatti con botanici come Antoine Laurent de Jussieu e Louis Claude Marie Richard. Un viaggio a Londra lo mise in contatto con Robert Brown e gli aprì le porte delle collezioni prima di Banks poi del British Museum. Nei nove anni dal 1816 al 1825 riuscì a completare i sette volumi di Nova Genera et Species Plantarum, curandone la regolare pubblicazione e realizzando persino i disegni analiti delle parti florali su cui Pierre Jean François Turpin basò le 700 incisioni. L'opera comprende 4500 specie, circa 3600 delle quali descritte per la prima volta, organizzate in famiglie naturali: un risultato straordinario ottenuto in tempi eccezionalmente rapidi, che segna non solo uno dei primi grandi traguardi della sistematica, ma anche la vera fondazione dello studio della flora sudamericana. Kunth è stato descritto come il classico botanico da scrivania: utilizzava una lente montata su supporto per mantenere le mani libere, selezionava i campioni con rigore quasi ossessivo e mostrava una capacità di lavoro inesauribile. Oltre a portare a termine la sua opera principale, avviò anche Mimoses et autres plantes Légumineuses du Nouveau Continent e Synopsis plantarum. Era ormai un membro riconosciuto della botanica internazionale: nel 1818 divenne membro corrispondente dell'Accademia delle scienze di Parigi, dal 1822 fu accolta nella Leopoldina, dal 1826 nell'Accademia di Gottinga. Per i suoi meriti botanici, gli venne anche conferita la legion d'onore. Berlino: il tassonomista che ordinò la natura Nel 1827 Humboldt tornò a Berlino e Kunth lo seguì due anni dopo. Fu nominato professore ordinario di botanica all'Università di Berlino e vicedirettore dell'orto botanico, nonché membro dell'Accademia delle scienze di Berlino. All'epoca, Humboldt sognava di esplorare la flora dell'Himalaya ed era in trattative con la Compagnia inglese delle Indie per ottenere i necessari permessi; in quel viaggio, pensava, Kunth avrebbe potuto essere il suo compagno. Così lo mandò Svizzera a studiare la flora delle Alpi. I permessi non arrivarono e il viaggio non avvenne mai, ma la puntata in Svizzera - l'unica ampia esplorazione sul campo del nostro botanico da scrivania - fu utile a Kunth per una migliore comprensione degli ecosistemi alpini. La sua vita si divideva tra le lezioni, le conferenze, lo studio e la preparazione di numerose pubblicazioni. Nel 1831 per i suoi studenti pubblicò un manuale di botanica, nel 1833 completò una monografia sulle graminacee sudamericane, iniziata a Parigi, e avviò la pubblicazione di Enumeratio plantarum omnium hucusque cognitarum, secundum familias naturales disposita, che lo avrebbe impegnato fino alla fine dei suoi giorni. L’opera fu concepita come una grande sintesi delle piante conosciute, ordinate secondo famiglie naturali. Si trattava di un progetto ambizioso, portato avanti in solitudine e rimasto incompiuto a causa della sua morte. Comprende anche centinaia di descrizioni di nuove piante, frutto delle sue esplorazioni personali, dei materiali inviati da corrispondenti e amici, e soprattutto delle osservazioni condotte nell’orto botanico di Berlino. Il valore dell’opera è confermato dal fatto che numerosi generi e specie da lui istituiti sono tuttora considerati validi. Purtroppo gli ultimi anni di questo instancabile botanico furono segnati da sofferenze crescenti. Intorno ai cinquant’anni cominciò a patire dolori reumatici sempre più tormentosi, che finirono per limitarne i movimenti. Nel 1845 pensò di recarsi a Salisburgo per tentare una cura termale, ma la malattia lo costrinse a fermarsi a Monaco di Baviera. Alle difficoltà fisiche si aggiunsero quelle interiori: una depressione sempre più profonda che nel 1850 pose tragicamente fine alla sua vita. Nel suo epitaffio, Humboldt espresse il dolore e il rimpianto per la perdita dell’amico di “35 anni di comunanza di ideali e di aspirazioni” e riconobbe pienamente l’importanza del suo contributo: “gli devo gran parte del favore e dell’attenzione che il pubblico ha dedicato così abbondantemente e costantemente alle ricerche botaniche nella zona equinoziale mie e di Bonpland”. I viaggi e le avventure sono la parte della botanica che più ci affascina, ma sono i botanici da scrivania come Kunth a dare ordine ai risultati e a far progredire le conoscenze. Un ultimo lascito alla scienza fu l'erbario - con circa 60.000 esemplari di 44.500 specie era uno dei maggiori posseduti da un privato - che alla sua morte passò al Museo botanico di Berlino, di cui all'epoca andò a costituire il fondo più ricco. Kuntheria: una dedica tardiva venuta da lontano Qualche cifra ci dà un'idea della vastità del lavoro di Kunth: l'International Plant Names Index gli assegna la pubblicazione di 7047 nomi di specie o generi; secondo Plants of the World on line, il data base di Kew, i generi da lui istituiti sono 244, 121 dei quali accettati: una notevole percentuale, a un secolo e mezzo di distanza, che ce ne conferma la qualità. Non gli spiaceva dedicare i suoi generi a colleghi, come modo per esprimere la sua stima e il riconoscimento per il loro contributo scientifico; tra gli altri, Chamissoa, per il "collega" berlinese Adalbert von Chamisso oppure Guilleminea, Perrottetia, Gaylussacia, Brongniartia e molti altri per i vecchi amici del Jardin des Plantes. Fu ricambiato con la dedica di due generi Kunthia. Il primo omaggio, quasi obbligato, venne da Bompland (e indirettamente da Humboldt) che nel 1813 nel secondo volume di Plantes équinoxiales istituì Kunthia, Arecaceae (oggi sinonimo di Camaedorea). Fu invece un altro botanico tedesco che condivideva i suoi interessi tassonomici, August Wilhelm Dennstedt, a dedicargli nel 1818 il secondo Kunthia, Burseraceae, oggi sinonimo di Gariga. Anche Kunth, dunque, rischiava di unirsi alla lunga schiera di botanici rimasti privi di un genere valido. A rimediare, quasi due secoli dopo, pensarono nel 1987 i botanici australiani J. G. Conran e H. T. Clifford con la dedica di Kuntheria. All'epoca era attribuito alla famiglia Liliaceae, e proprio a ciò fa riferimento la laconica dedica: "Nominato in onore del botanico tedesco Carl Sigismund Kunth (1788–1850) che lavorò su molte Liliaceae". Oggi trasferito alla famiglia Colchicaceae, Kuntheria è un genere monotipico rappresentato unicamente da K. pedunculata, una specie endemica delle foreste pluviali del Queensland nord‑orientale, dove cresce nel sottobosco in poche località. Si tratta di un arbusto rizomatoso alto fino a due metri, con molti tronchi glabri ed eretti e rami che crescono a zig zig. Ha foglie distiche percorse da nervature parallele e reticolate, piccoli fiori a stella giallo-aranciato raccolti in ombrelle e frutti capsulari trilobati. E' affine al genere Schelhammera; infatti fu inizialmente descritta nel 1891 da Ferdinand von Müller come Schelhammera pedunculata. Anche se al momento è ancora poco coltivata, ha un grande potenziale come pianta ornamentale, sia per contenitori sia in giardini dal clima mite in posizione ombrosa e protetta. 1841 Un padre e un figlio insieme descrivono e disegnano piante. Stanno lavorando a un'iconografia della flora mitteleuropea. Il padre, Ludwig Reichenbach (Rchb.) è professore universitario, medico, ornitologo, botanico, direttore del Museo di scienze naturali, dell'orto botanico e dello zoo di Dresda; il figlio Heinrich Gustav Reichenbach (Rchb. f.) è uno studente di 18 anni. Proprio da quell'esperienza nascerà il suo amore di tutta la vita, le orchidee, di cui diventerà il massimo esperto della seconda metà dell'Ottocento. Questa volta, la sindrome di Crono è rotta: non ci sono un padre prorompente e un figlio sua pallida ombra, ma due grandissimi botanici. Le strane vicende della tassonomia fanno sì che solo il padre sia ricordato da un genere valido, Reichenbachia, perché quelli dedicati al figlio sono stati ridotti a sinonimi. Ma a ricordare entrambi sono le loro opere e l'enorme contributo alla botanica, di cui rappresentarono due generazioni successive: il padre ancora naturalista a tutto tondo, il figlio iperspecializzato in un campo specifico. Ludwig Reichenbach e la flora mitteuropea Il padre, botanico, ma anche zoologo, direttore di un museo, fondatore di un orto botanico, autore di oltre 200 opere, aveva certo tutte le caratteristiche di una figura ingombrante. Heinrich Gottlieb Ludwig Reichenbach (1793 – 1879) nacque a Lipsia, la città di Bach e Wagner. Suo padre Johann Friedrich Jakob, autore del primo dizionario tedesco-greco, era il preside della Thomasschule. Ludwig crebbe in un ambiente intellettualmente stimolante; tra gli amici di famiglia c'era il botanico e briologo Johann Hedwig che risvegliò in lui l'interesse per le scienze naturali; dallo zio Friedrich Barthel apprese invece le tecniche del disegno dal vero. Dopo aver completato gli studi liceali presso la Thomasschule, si iscrisse alla facoltà di medica nella città natale. Nel 1813 fu tra i sanitari chiamati in soccorso dei numerosissimi feriti della "battaglia delle nazioni"; le condizioni sanitarie erano pessime e contrasse il tifo, ma, al contrario di molti, ne guarì. Nel 1815 conseguì il dottorato in filosofia e nel 1817 la laurea in medicina, con una tesi sull'importanza delle piante per la farmacologia, pubblicata come Florae lipsiensis pharmaceuticae specimen. Oltre a lavorare come medico, conseguì l'abilitazione all'insegnamento e tenne, come libero docente, lezioni sulla flora della Sassonia, accompagnate da seguitissime erborizzazioni, che gli valsero la nomina a professore associato della facoltà di medicina. Il 1820 segnò una svolta nella sua vita. Si sposò e, nominato professore di storia naturale all'Accademia di medicina e chirurgia e Ispettore del Gabinetto Imperiale di Storia Naturale, si trasferì a Dresda. Il Gabinetto di Storia Naturale, ospitato nel palazzo dello Zwinger, riuniva le ricchissime collezioni accumulate dai sovrani sassoni fin dal Cinquecento e aveva ancora le caratteristiche di un gabinetto di curiosità; Reichenbach lo trasformò in un vero Museo di storia naturale, accentuandone la funzione didattica. A Dresda mancava ancora un orto botanico. Per ospitarlo, nel 1815 il re cedette all'Accademia di medicina e chirurgia un terreno presso il bastone Mars della fortezza cittadina, ma i lavori di allestimento non erano ancora iniziati. Reichenbach presentò un proprio progetto al re Federico Augusto I che lo approvò e lo sostenne. Con l'aiuto dei giardinieri di corte Carl Adolph e Johann Gottfried Terscheck, Reichenbach fondò e creò il giardino in tempi rapidissimi. Dopo la posa della prima pietra nello stesso 1820, già l'anno dopo poté pubblicare il primo Index seminum per gli scambi con altri orti botanici; nel 1822, grazie ad essi e alle ricche collezioni dei giardini e dei parchi reali, il giardino ospitava già 7800 specie o varietà; Reichenbach lo avrebbe diretto per quasi sessant'anni, fino alla sua morte nel 1879. Nelle adiacenze venne anche creato uno zoo. L'orto botanico divenne per Reichenbach un laboratorio all'aperto dove approfondire gli studi di sistematica. Fin dal suo primo anno a Dresda si dedicò a un'intensa attività pubblicistica, inaugurata da una monografia sul genere Aconitum, con 19 tavole disegnate da lui stesso. Ancora nel 1820 fu ammesso alla Leopoldina. Le sue lezioni di botanica erano seguite non solo dagli studenti dell'Accademia medico-chirurgica, ma anche da molte persone di ogni classe ed età, che partecipavano volentieri anche alle escursioni botaniche. Non c'erano però testi divulgativi accessibili che aiutassero ad identificare le piante coloro che mancavano di una formazione specifica. Nacque così l'idea di Iconographia botanica. Tra il 1823 e il 1836 Reichenbach ne pubblicò undici volumi (centurie), per un totale di più di 1700 specie o varietà e oltre 1100 tavole calcografiche. I testi, su due colonne colonne, in latino e tedesco, sono molto sintetici, ma non mancano osservazioni sull'habitat e sulle differenze con specie simili; una legenda rimanda ai particolari distintivi, che solitamente nelle tavole sono disegnati al piede, ingranditi. Per le incisioni Reichenbach si affidò a diversi artisti, ma i disegni, di mirabile precisione e accuratezza, sono di sua mano; le specie "critiche", ovvero difficili da distinguere e identificare, per evidenziare meglio le differenze e i caratteri distintivi, sono in vari casi raffigurate una accanto all'altra nella stessa tavola. Lo scopo era presentare, e aiutare a distinguere, specie rare o "critiche" in genere già pubblicate da altri autori, in particolare da Willdenow, Schkuhr, Persoon, Roemer e Schultes; si distacca l'ultimo volume, interamente dedicato a graminacee e ciperacee, da cui il titolo alternativo Agrostographia germanica. Come vedremo meglio tra poco, esso costituisce anche il primo volume di Icones florae Germanicae et Helveticae, in cui le piante sono raggruppate in modo sistematico. Non però il sistema di Linneo o uno dei sistemi naturali elaborati dai botanici del suo tempo, ma un sistema creato da Reichenbach stesso, partendo dalle premesse teoriche di Metamorphose der Pflanzen di Goethe e della filosofia naturale di Lorenz Oken. Al contrario del convincimento dell'autore, che lo considerava dettato dalla natura stessa, ne risultò un sistema del tutto artificiale, che suscitò molte polemiche, ma ebbe anche un certo seguito; infatti, grazie alla sua profonda conoscenza delle piante, Reichenbach individuò correttamente la posizione di molte famiglie. Egli espose il proprio sistema in Conspectus regni vegetabilis per gradus naturales evoluti (1828) e lo illustrò in Handbuch des natürlichen pflanzensystems (1837), dove lo mise anche a confronto con altri sistemi. Ne fece uso in Flora germanica excursoria (1830-32), dove per fortuna abbandonò le denominazioni ostiche di sua invenzione per tornare ai più abituali nomi di famiglia, e appunto in Icones florae Germanicae et Helveticae, il suo capolavoro. Ancor più che in Iconographia botanica, i testi sono brevissimi e il valore dell'opera sta tutto nelle splendide tavole, che ora sono parzialmente a colori. Tra il 1834 e il 1850, ne pubblicò 12 volumi, per un totale di 731 tavole, disegnate da lui o da suo figlio Heinrich Gustav, che incominciò ad affiancarlo nel 1841, quando aveva appena 18 anni. A partire dai volumi 13 e 14 (1851), dedicati alle orchidee, il figlio lo sostituì, continuando la pubblicazione fino al 1867 (voll. 13-21). Nei primi anni del Novecento l'opera fu infine completata dal botanico Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau, curatore dei volumi 22-25. Complessivamente, contiene 3000 calcografie e litografie colorate a mano. L'area toccata non è solo la Germania e la Svizzera, ma l'intera Europa centrale. Ludwig Reichenbach si occupò anche di flora esotica, pubblicando Iconographia botanica exotica (1827–1830) e Flora exotica (1834-1836), con le medesime caratteristiche. Era un attivo divulgatore della botanica; tra il 1821 e il 1826 pubblicò una rivista dedicata alle piante da giardino e nel 1826 fondò la Società sassone per la botanica e l'orticoltura "Flora", di cui fu presidente fino al 1843. Per un trentennio, dal 1836 al 1866 fu anche presidente di "Isis", la più importante società scientifica della Sassonia. Nel 1842 pubblicò ancora Flora Saxonica, ma dalla seconda metà degli anni '30 i suoi interessi avevano cominciato a spostarsi verso il regno animale, anche in questo caso con una messe di opere, da Regnum animale (1834-37) a Deutschlands Fauna (1842) al vastoVollständigste Naturgeschichte des In- und Auslandes in 9 volumi con circa 1000 tavole (1845-54); è stato notato che le tavole zoologiche sono meno impeccabili di quelle botaniche e spesso troppo piccole. Il suo soggetto preferito erano gli uccelli, e in particolare i colibrì, ai quali dedicò Trochilinarum enumeratio (1855): è una semplice lista, per una volta senza illustrazioni. Nell'arco della sua vita, per le sue diverse opere, Reichenbach ne disegnò circa 6000. Nel maggio 1849, in seguito ai disordini politici, lo Zwinger con il Museo di Storia Naturale e la stessa casa in cui viveva Reichenbach furono incendiati e le collezioni a cui aveva dedicato trent'anni di vita andarono in fumo. Con grande energia e facendo appello alla solidarietà di tutti i musei d'Europa, di società scientifiche e collezionisti, in poco tempo riuscì a ricostruire le collezioni, anche se rimase profondamente scosso da quell'evento che ne fece un nemico della democrazia parlamentare. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da dispute e contrasti. Nel 1869, in seguito al morte del Presidente Carl Gustav Carus, nella Leopoldina si aprì una crisi; molti membri auspicavano una profonda riforma dell'Accademia e si accordarono per nominare presidente Wilhelm Friedrich Behn, favorevole alla riforma, anziché Reichenbach, che era contrario. Egli si considerava il naturale successore di Carus e cercò di ostacolare l'elezione di Behn in ogni modo, giungendo persino a fomentare una specie di scissione. Rifiutò infatti di riconoscere la nomina del rivale e si fece eleggere presidente da un gruppo di membri. Tuttavia l'elezione di Behn fu confermata dall'assemblea generale e il vecchio botanico dovette accettare la sconfitta. A inasprire il suo carattere, forse aveva contribuito la solitudine; era rimasto vedovo, e, a parte una figlia che lo accudiva, i figli vivevano lontani. Nel 1864 l'Accademia medico-chirurgica venne soppressa ed egli perdette la cattedra; continuò a dirigere il museo, fino al pensionamento nel 1874, e l'orto botanico fino alla morte. Dopo il 1874, la sua salute cominciò a declinare, soprattutto dopo una caduta da cui non si rimise mai completamente. Morì nel 1879, all'età di 86 anni. Fu uno degli ultimi naturalisti ad essere allo stesso tempo un eminente botanico e zoologo, all'epoca in cui le due discipline si stavano dividendo e acquistavano una propria autonomia disciplinare. Heinrich Gustav Reichenbach e le orchidee Ed eccoci arrivati al figlio, Heinrich Gustav Reichenbach (1824-1889), Rchb. f. come si firmava. Nato a Dresda dopo il trasferimento del padre, vi frequentò gli studi liceali. Già in quegli anni era un esperto della flora locale e un ottimo disegnatore, tanto che assistette il padre per Iconographia botanica e per la redazione delle località di Flora saxonica. Dopo la maturità conseguita nel 1843, una lunga escursione botanica lo impegnò per diversi mesi, portandolo tra l'altro nel Vaud. In Svizzera strinse amicizia con molti botanici, tra cui De Candolle e Boissier. Iniziò poi gli studi di medicina, prima a Dresda, poi a Lipsia, dove fu allievo di Kuntze. Intanto, cominciava a scrivere e pubblicare. Nel 1844 collaborò a Histoire naturelle des Canaries di Webb e Berthelot per le Solanaceae e le Orchidaceae e pubblicò su "Linnaea" Orchideae Leiboldianae, dedicato alle raccolte di Friedrich Ernst Leibold a Cuba e in Messico; nel 1845 fu la volta delle orchidee delle raccolte giapponesi di Philip Friedrich Wilhelm Goering e tra il 1846 e il 1847 di Orchidographische Beiträge su "Linnaea", Insomma, non solo era esclusivamente un botanico, ma fin da subito si era specializzato in orchidee, di cui si era innamorato diciottenne mentre lavorava al fianco del padre. Nel 1848 il professor Emil Adolf Roßmäßler, che aveva idee politiche opposte a quelle Reichenbach padre, fu eletto all'Assemblea nazionale; il Ministero nominò Heinrich Gustav Reichenbach suo supplente presso l'Accademia di Silvicoltura e Agricoltura di Tharand; qui per cinque semestri egli tenne lezioni di botanica generale, botanica applicata per la silvicoltura e l'agricoltura, fisiologia vegetale, zoologia ed entomologia, e guidò anche escursioni. Continuava per altro a pubblicare articoli sulle orchidee su "Botanische Zeitung", "Linnaea" e "Annalen" di Walpers. Deciso a intraprendere la carriera accademica, tra il 1850 e il 1851 si concentro sulla sua tesi di dottorato, ma riuscì comunque a pubbicare Orchidographia europaea, come volume 13-14 delle Icones paterne; comprende 170 tavole disegnate e colorate da lui ed è il frutto di dieci anni di lavoro. Nel 1852 ottenne il dottorato con una tesi sul polline delle orchidee dal contenuto molto innovativo. Teneva lezioni come libero docente e continuava a pubblicare su diverse riviste articoli sulle amate orchidee; erano gli anni in cui venivano introdotte sempre nuove specie dai cacciatori di piante che lavoravano per orti botanici ma sempre più spesso anche per vivai commerciali. Oltre a numerosi altri articoli, Reichenbach pubblicò le raccolte di Regnell, Warscewicz, Schlim e incominciò a collaborare a "Flore des serres", la rivista di Van Houtte. Continuava a pubblicare, con la cadenza di un volume all'anno, le Icones iniziate dal padre, con disegni suoi: nel 1855 nel volume dedicato alle Gentianaceae ne pubblicò 460. L'anno primo era entrato nella redazione di Pescatorea, la straordinaria pubblicazione sulla collezione di orchidee di Pescatore diretta di Linden e Lindley, e aveva iniziato a pubblicare i primi fascicoli di Xenia Orchidacea, l'opera in cui avrebbe riunito le nuove orchidee che andava pubblicando. Ora cominciava ad essere riconosciuto a livello internazionale. Nel 1855 fu nominato professore straordinario dell'Università di Lipsia e subito dopo custode dell'erbario. Era comunque una situazione non del tutto soddisfacente, perché la cattedra di botanica (e con essa la direzione dell'orto botanico) era ricoperta da Georg Heinrich Mettenius, che aveva appena due anni più di lui. Così Reichenbach cercò una posizione più solida al di fuori di Lipsia, o anche della Germania. La possibilità più ovvia era candidarsi a sostituire permanentemente a Tharand Roßmäßler (dopo la sconfitta dei moti del '48-'49, questi fu addirittura processato per alto tradimento), ma doveva rassegnarsi a rimanere a Lipsia almeno cinque anni, il periodo di insegnamento universitario previsto per i candidati. Nel 1859 suo padre Ludwig cercò goffamente di usare tutta la sua influenza a corte - era molto vicino al re di Sassonia che lo aveva nominato consigliere - per risparmiargli il quinto, con l'unico risultato di provocare le proteste dei professori di Tharand. Così Heinrich Gustav non presentò nemmeno la candidatura. Altri tre fallimenti lo amareggiarono profondamente. Dopo la partenza di Carl Nägeli da Friburgo (1857), Heinrich Gustav Reichenbach fu considerato come possibile successore. La sua candidatura però non ebbe seguito: egli era soprattutto un sistematista e uno specialista di orchidee, mentre in quegli anni le università tedesche cercavano sempre più botanici orientati alla fisiologia sperimentale. Tentò invano di ottenere una cattedra a Liegi, dove incontrò l’opposizione del cardinale di Mechelen (verosimilmente per motivi religiosi, essendo protestante). Subito dopo, fu respinto anche a Copenaghen, perché straniero. La svolta arrivò solo con la morte di Johann Georg Christian Lehmann, nel 1860, che lasciò vacante la direzione dell’Orto Botanico e la cattedra al Ginnasio Accademico di Amburgo. Calorosamente raccomandato da amici e mecenati, Reichenbach si impose su numerosi candidati, ma solo dopo una lunga e penosa attesa di oltre tre anni: l'incarico gli fu affidato ufficialmente solo nel luglio 1863. Gli otto anni come professore straordinario a Lipsia furono per altro estremamente produttivi, Pubblicò numerosi articoli su "Bonplandia", "Gartenflora", "Allgemeine Gartenzeitung", "Hamburger Garten- und Blumenzeitung", sugli annali dell'Accademia di Amsterdam e altre riviste, numerosi contributi su Pescatorea, tre volumi di Icones (vol. 18. Labiatae - Convulaceae; vol. 19 Cicoriaceae - Cucurbitacee, vol. 20 Solanaceae - Lentibularieae, con 630 tavole complessive). Curò la pubblicazione postuma degli ultimi fascicoli di Die Farnkräuter di Kuntze e completò il primo volume di Xenia Orchidacea (1858), con 100 tavole. Accanto all'insegnamento a Lipsia, insegnava botanica e zoologia presso la scuola agraria di Lützschena. Con numerosi viaggi in Germania, Inghilterra, Belgio, Olanda, e con relazioni epistolari strinse solidi rapporti scientifici con i più eminenti botanici e naturalisti europei e statunitensi, da Grisebach a Göppert nell'area tedesca, Anderson a Stoccolma, E. Fries a Uppsala, gli Hooker e Lindley in Inghilterra, Edmond Boissier e Alphonse de Candolle a Ginevra, Asa Gray a Boston, Moris a Torino e Parlatore a Firenze. Reichenbach assunse l'incarico ad Amburgo nell'autunno 1863. La sua attività come direttore dell'orto botanico non fu meno incisiva di quella del padre a Dresda. Il giardino, che era stato fondato da Lehmann nel 1821, era già uno dei più importanti del territorio tedesco. Grazie ai suoi contatti internazionali, Reichenbach ne arricchì grandemente le collezoni; furono costruite nuove serre, in particolare per ospitare la crescente collezione di orchidee, ancora oggi ricchissima; lo aprì inoltre al mondo del giardinaggio, cui trasmise le sue conoscenze sulla coltivazione delle esotiche e delle amate orchidee. Il Ginnasio Accademico era una curiosa istituzione, a metà tra scuola accademica e università; Reichenbach vi teneva regolari lezioni di botanica, anatomia e fisiologia vegetale e formò numerosi studenti. Il centro della sua attività rimanevano le orchidee, cui dedicò una messe enorme di lavori. Dopo la morte di Lindley nel 1865, ne divenne il massimo esperto mondiale ed era naturale rivolgersi a lui per catalogare le nuove specie che affluivano copiose dal Messico, dal Sud America, dall'Asia orientale. Egli parlava perfettamente diverse lingue ed era di casa nelle serre dei Kew Gardens, ma anche di vivaisti specializzati nell'introduzione di orchidee tropicali come Veitch e Sander. Riunì un erbario enorme, con oltre 30.000 esemplari solo per le orchidee. Amava erborizzare e approfittava di viaggi, congressi e ogni occasione per incrementare le sue raccolte. E continuva a scrivere e pubblicare una prodigiosa quantità di opere. Tra il 1865 e il 1889 quasi ogni settimana su "Gardeners' Chronicle" compariva un suo articolo per illustrare questa o quella novità introdotta da uno dei suoi amici inglesi; scriveva poi per molte altre riviste. I suoi scritti di questi anni sono troppo numerosi per essere citati. Tra i più significativi, Contributions to the Orchidology of Central America (1869), in cui descrisse le raccolte di Endres e altri raccoglitori; Otia botanica Hamburgensia, in due parti (1871-1881), Refugium botanicum, con Saunders e Baker (5 voll., 1869-1873). Qualche parola a parte merita Reichenbachia: Orchids Illustrated and Described. Intorno al 1886, il vivaista di origini tedesche Frederick Sander che aveva fondato a St Albans un vivaio specializzato in orchidee, divenuto un'azienda leader, come forma di raffinata pubblicità decise di pubblicare un'opera prestigiosa e lussuosa sul meglio delle proprie collezioni. Egli aveva finanziato le spedizioni di diversi cacciatori di piante e molte delle sue introduzioni erano state descritte da Reichenbach che visitava regolarmente il vivaio durante i suoi soggiorni in Inghilterra. In suo onore, la intitolò Reichenbachia; affidò le illustrazioni, a grandezza naturale, principalmente al pittore Henry George Moon e i testi allo stesso Reichenbach. Pubblicata inizialmente in fascicoli mensili di 4 tavole poi riuniti in volume, l'opera comprende due serie di due volumi ciascuna, pubblicate rispettivamente nel 1888 e nel 1890, in due formati: in folio e "imperiale", ancora più grande, di cui furono stampate solo 100 copie. Ogni volume conteneva 48 illustrazioni con testi in tedesco, francese, inglese. I quattro volumi furono dedicati rispettivamente alla Regina Vittoria, all'imperatrice di Germania, alla zarina e alla regina del Belgio. L'insegnamento, la direzione dell'orto botanico, ma soprattutto la massa di pubblicazioni minori e la cura dell'erbario, che - dopo quello di Boissier, è considerato il più vasto mai appartenuto a un privato - ogni giorno doveva essere aggiornato con le piante che affluivano da tutto il mondo, rallentarono il lavoro di Reichenbach per le opere maggiori, Icones e Xenia. Nel 1867 pubblicò il vol. 21 di Icones florae Germanicae et Helveticae, dedicato alle Umbelliferae, con 210 tavole, ma al momento della sua morte, quasi trent'anni dopo il 22 volume, sulle Leguminosae, non era ancora finito, anche se erano pronte 220 tavole. Il botanico austriaco Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau ne aggiunse una trentina e lo pubblicò postumo nel 1901, e, come ho anticipato, in seguito curò i volumi 23-25. Quanto a Xenia orchidacea, nel 1874 fu completato il secondo volume, ma del terzo vennero finite solo le prime tre decadi; a completarlo fu Fritz Kraenzlin. Verso la metà degli anni '80, anche se aveva poco più di 60 anni, la salute di Reichenbach cominciò a declinare. Era sua intenzione andare in pensione o dimettersi, per tornare a Lipsia e dedicarsi unicamente alle due opere maggiori, ma la morte, sopraggiunta nel 1889, glielo impedì. E' stato descritto come una personalità piuttosto eccentrica; era molto orgoglioso del gran numero di orchidee pubblicate (più di 4500) e ciò a volte lo spinse a descrizioni poco accurate, causando non poche confusioni tassonomiche. Ma forse il danno maggiore venne dopo la sua morte. Tutti si aspettavano che lasciasse la biblioteca, le sue carte e l'immenso erbario (comprendeva anche quello del padre) a Kew dove, come abbiamo visto, era di casa. Invece all'apertura del testamento, si scoprì che li aveva destinati al Museo imperiale di Vienna. Per farlo arrivare a destinazione, occorsero quattro vagoni ferroviari. Si ritiene avesse cambiato idea, contrariato dalla nomina di Robert Allen Rolfe a responsabile dell'erbario delle orchidee di Kew. Rolfe era un autodidatta e Reichenbach non lo stimava. Detestava l'idea che, dopo la sua morte, egli potesse approfittare del suo erbario e pubblicare le "sue" orchidee; così, oltre a destinarlo a Vienna, pose la condizione che non potesse essere consultato per 25 anni, dando luogo a molte descrizioni e denominazioni doppie o multiple. Forse aveva ereditato qualcosa del carattere orgoglioso e talvolta permaloso del padre. Certamente ne aveva ereditato l'abilità nel disegno: contando solo le tavole preparate per Icones e Xenia ammontano a 2180, sempre di ammirevole precisione e accuratezza. Quanto al suo contributo alla classificazione delle orchidee, nonostante le pecche segnalate, è incalcolabile per quantità e qualità. A chi è toccato Reichenbachia? Padre e figlio furono membri di numerose società scientifiche, ben inseriti e rispettati nell'establishment botanico; soprattutto il figlio era una figura di respiro internazionale, presenza costante in congressi e simposi, con una rete di corrispondenti estesissima. Entrambi ovviamente ebbero molti riconoscimenti in termini di dediche di specie. Tra quelle dedicate al padre le più note sono probabilmente Iris reichenbachii, una bella specie balcanica, e Viola reichenbachiana, comunemente detta viola silvestre, di ampia diffusione in Europa, Nord Africa e Asia occidentale: appartiene a un genere tanto facile da identificare, quanto difficile da classificare a livello di specie, cui egli portò chiarezza con le accuratissime e puntuali tavole del primo volume di Icones; nell'orto botanico di Dresda creò una vasta collezione di Cactaceae, che gli guadagnò la dedica di Echinocactus reichenbachii; inoltre gli vennero dedicati diversi animali, tra cui il colibrì Anabathmis reichenbachii. A ricordare il figlio sono ovviamente numerosi nomi di orchidee: Masdevallia reichenbachiana, Ida reichenbachii, Bulbophyllum reichenbachianum, Phalaenopsis reichenbachiana e molti altri. L'unico genere tuttora valido dedicato a uno dei Reichenbach venne già nel 1823, quando Ludwig era un botanico alle prime armi; nel creare Reichenbachia, Curt Sprengel lo ricorda come studioso della flora della Sassonia e autore di due monografie su Myosotis e Aconitum. Appartenente alla famiglia Nyctaginaceae, esso comprende una sola specie, R. hirsuta, un arbusto o piccolo albero con foglie ovate pelose, fiori tubolari con calice irsuto, seguiti da frutti da verdi a neri o rossi a maturazione; vive nei biomi stagionalmente aridi sul Sudamerica meridionale, dalla Bolivia al Brasile e all'Argentina. Al figlio sono stati dedicati due generi di orchidee, ma, la tassonomia di questa famiglia, per altro vastissima, è complicata e spesso soggetta a revisioni. Nel 1882 il botanico brasiliano João Barbosa Rodrigues creò Reichenbachanthus "in omaggio al sapiente botanico tedesco, il mio amico dr. Heinrich Gustav Reichenbach figlio, il grande orchidologo europeo". Oggi è sinonimo di Scaphyglottis. Nel 1962 Garay e Sweet crearono il genere di ibridi orticoli ×Reichenbachara, per le orchidee ottenute dall'incrocio tra Euanthe, Vanda e Vandopsis. Ma poiché più tardi Euanthe è stato assorbito da Vanda, rientrano negli ibridi Vanda × Vandopsis, conosciuti con il nome orticolo Vavanda. Tra le coppie padre-figlio della botanica, forse quella che collaborò in modo più stretto fu quella formata dai botanici austriaci Josef August e Julius Hermann Schultes, che firmarono a quattro mani il settimo volume della sedicesima edizione di Systema vegetabilium, la continuazione della sezione botanica del linneano Systema naturae. In questo caso, pur trattandosi di una figura gigantesca e per molti versi scomoda, il padre forse non avrebbe fatto ombra al figlio se la morte precoce non avesse impedito a quest'ultimo di portarne avanti l'eredità scientifica. A ricordare Schultes padre, Schultesia (famiglia Gentianaceae). Confusioni bibliografiche Nel corso della sua vita, Linneo pubblicò dodici edizioni di Systema naturae, dalla prima di undici pagine (1735) all'ultima di 2000 (1766-68). Nel 1774 il suo allievo Murray pubblicò separatamente una nuova edizione della sezione botanica sotto il titolo Systema vegetabilium, seguita nel 1784 da un ulteriore aggiornamento. Gettando le basi di una certa confusione, nel sottotitolo egli le indicò rispettivamente come "editio decima tertia" e "editio decima quarta", ovvero tredicesima e quattordicesima edizione di Systema naturae: confusione perché esiste davvero una tredicesima edizione dell'intera opera, pubblicata da Gmelin a Lipsia tra il 1788 e il 1783 con la medesima etichetta. In seguito la confusione rimase, anzi si moltiplicò. Nel 1797 uscì una terza edizione di Systema vegetabilium a cura di Persoon che nel frontespizio la indicò sia come terza, sia come quindicesima. Tra il 1817 e il 1830 Johann Jacob Roemer, Josef August Schultes e Julius Hermann Schultes pubblicarono una quarta edizione, presentata però come "nuova edizione aumentata e arricchita delle specie scoperte dopo la quindicesima edizione". Ad usare l'etichetta sedicesima edizione fu invece Sprengel per la sua, uscita tra il 1825 e il 1828, che dunque a rigori dovrebbe essere considerata la quinta e diciassettesima. Mentre le edizioni di Murray e Persoon sono in un solo volume e presentano un numero relativamente limitato di specie, quelle di Roemer e Schultes e di Sprengel sono in più volumi e trattano migliaia di nuove specie; corrispondono infatti alla vera esplosione delle scoperte botaniche avvenuta tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento; costituiscono anche un ponte tra la tradizione linneana e i nuovi sviluppi della botanica, rappresentati in particolare dal Prodromus di de Candolle, che incominciò ad uscire nel 1824. La più significativa, per numero di specie e impatto sulla storia della botanica, è l'edizione di Roemer e Schultes, anche se non fu mai terminata; benché conti sette volumi e otto tomi, gli autori riuscirono a trattare solo le prime sei classi del sistema linneano (che ne conta 24). L'opera fu pubblicata a Stoccarda presso l'editore Cotta e iniziò ad uscire nel 1817; entro il 1820, in rapida successione, uscirono i volumi 1-6, i primi quattro curati insieme da Roemer e Josef August Schultes, il quinto completato da quest'ultimo dopo la morte del collega, il sesto scritto solo da lui. Poi ci fu un intervallo di quasi dieci anni, durante il quale egli, mentre andava preparando il settimo volume, pubblicò tre tomi di Mantissae, ovvero di supplementi, con nuove piante delle classi linneane già pubblicate scoperte o riclassificate nel frattempo. La terza Mantissa, uscita nel 1827, reca la firma congiunta di Joseph August Schultes e di suo figlio Julius Hermann, che sono anche gli autori del settimo volume di Systema vegetabilium, in due tomi, usciti tra il 1829 e il 1830. Si tratta di uno dei casi di più stretta collaborazione tra padre e figlio nella storia della botanica, Certamente completare l'opera era intenzione dei due Schultes, ma le circostanze della vita (e della morte), come vedremo meglio tra poco, lo resero impossibile. Un professore contro Dopo questa permessa bibliografica, noiosa ma credo utile, è ora di conoscere meglio Schultes padre (Schult.) e figlio (Schult.f.). Joseph August Schultes (1773-1831) nacque a Vienna; il padre era un fabbro e non aveva alcuna intenzione di far studiare il figlio, che per altro fin da piccolo, oltre ad essere un avidissimo lettore, aveva dimostrato notevole abilità manuale. Per sua fortuna a incoraggiarlo a studiare era invece la madre. Entrambi i genitori erano molto religiosi e il ragazzino frequentava assiduamente la parrocchia, serviva messa e inizialmente pensò di diventare prete. Anche a Vienna però si facevano sentire le istanze dell'Illuminismo e presto egli cambiò completamente idea. Ora il suo interesse andava alle scienze naturali. Si iscrisse al liceo contro la volontà del padre e dovette pagarsi gli studi da sé, lavorando di giorno come miniatore per un mercante d'arte e studiando di notte. Si iscrisse poi università, seguendo il corso propedeutico di filosofia. Un aneddoto dà la misura del suo carattere e della sua libertà di pensiero; spesso si era scontrato con un professore che non tollerava dubbi e contraddizioni. Durante l'esame finale ebbe il coraggio di contestarne un errore grossolano. Il barone von Swieten che assisteva a tutti gli esami riconobbe la fondatezza della sua argomentazione, si schierò dalla sua parte e gli assegnò la borsa di studio che gli permise di studiare medicina. Appassionato di botanica, nel tempo libero dalle lezioni frequentava l'orto botanico e, grande camminatore, faceva spesso escursioni nelle campagne che in parte confluirono nella sua prima opera a stampa, Flora austriaca (1794). Modesto tascabile privo di figure, veniva incontro alle esigenze di chi non poteva permettersi la costosissima opera omonima illustrata di von Jacquin. Nel 1796 completò il dottorato sotto la guida di Frank e aprì uno studio medico. Nel 1797 fu nominato professore di botanica e scienze naturali al Teresianum. Lo stesso anno si sposò. Per arrotondare le entrate, pubblicò anche traduzioni, apprezzati resoconti di viaggio, un almanacco per le famiglie e la rivista "Annals of Austrian Literature and Art". In questi anni viaggiò in Svizzera e in Germania, per lo più a piedi, raccogliendo piante e dati di altra natura e stringendo numerosi contatti con altri studiosi, tra cui Roemer, che insegnava botanica a Zurigo. Potrebbe essere nato fin da quel momento il progetto che sarebbe diventato la sedicesima edizione di Systema Vegetabilium. Schultes era un buon alpinista, scalò lo Schneeberg in Stiria e nel 1802, poco dopo la prima ascensione, il Grossglockner. Apprezzato come medico e docente, avrebbe potuto considerarsi arrivato, ma guardava con simpatia alla rivoluzione francese e a Napoleone e sopportava sempre meno l'atmosfera retriva di Vienna. Nel 1806 si trasferì così come professore di botanica e chimica all'Università di Cracovia, sperando di trovare un'atmosfera più libera e materiali per le sue ricerche botaniche. Trovò l'orto botanico quasi abbandonato, ma grazie agli invii dei molti colleghi con cui era in contatto riuscì a farlo risorgere e ne pubblicò il primo catalogo. Nel 1807, come commissario governativo, visitò la Galizia e ne studiò le sorgenti minerali e le miniere, non senza denunciare le ruberie e mettersi in urto con gli appaltatori. Ora anche a Cracovia si sentiva soffocare. Nel 1803 il Tirolo era entrato a far parte del Regno di Baviera, alleato di Napoleone, Sperando di trovarvi un'atmosfera più aperta e più vicina alle sue idee politiche, nel 1808 Schultes decise di lasciare Cracovia e di accettare una cattedra all'Università di Innsbruck, anche se sarebbe stato pagato molto meno. Aveva scelto il momento peggiore; nel paese dilagava la rivolta contro la coscrizione obbligatoria e le misure modernizzatrici dell'amministrazione bavarese (compresa la vaccinazione contro il vaiolo, che i montanari tirolesi temevano inoculasse... il protestantesimo) e nel 1809, quando per un breve periodo il Tirolo fu riconquistato dall'Austria, fu arrestato, separato dalla famiglia e deportato a Pecs in condizioni durissime. Dopo qualche mese fu rilasciato e nominato dal re di Baviera consigliere di corte e professore di storia naturale e botanica all'università di Landshut, e poi professore di terapia clinica. Il suo carattere fiero e le sue idee politiche anche qui non mancarono di attirargli l'ostilità dei conservatori e dei clericali. Come esempio, basti la vicenda dell'orto botanico. Quando Schultes assunse la cattedra, era poco più di un orto, regolarmente allagato dalle piene dell'Isar. Egli ne chiese lo spostamento in un luogo più idoneo, ma gli furono negati i fondi con l'argomentazione per insegnare materia medica a futuri medici e farmacisti le piante medicinali erano più che sufficienti. Nonostante le contrarietà, questi furono i suoi anni più produttivi. Nel 1811 visitò la Francia meridionale e Parigi con un gruppo di studenti; pubblicò una Flora della Baviera, osservazioni mineralogiche, botaniche, mediche e scritti politici, e, come abbiamo visto, tra il 1817 e il 1820, i primi sei volumi di Systema vegetabilium e le Mantissae, che gli assicurarono una posizione di rilievo nel mondo botanico. Nel 1824 Thunberg gli affidò la cura della pubblicazione di Flora capensis. Era anche membro di numerose società scientifiche. Aveva però una famiglia numerosa (ben otto figli) e l'impegno come medico divenne via via più pressante. Nel 1824 fu nominato direttore dell'Ospedale universitario di Landshut e nel 1826, quando l'università fu trasferita a Monaco, direttore della Scuola di Chirurgia di Landshut. Benché ora fosse assistito dal figlio, i tempi si dilatarono e come ho anticipato riuscì a pubblicare l'ultimo volume di Systema vegetabilium solo tra il 1829 e il 1830. La perdita della moglie e di tre delle sue figlie lo fece entrare nel tunnel della depressione; così, dopo sei mesi di penosa malattia, si spense nell'aprile 1831. Per concludere, una piccola curiosità. Dotato di eccellente manualità e capacità tecniche, dopo aver studiato le proprietà dell'ossigeno e il consumo dell'aria durante la respirazione, nel 1792 inventò e pubblicò su una rivista un dispositivo per comprimere l'aria e un casco per immersioni da collegare a una riserva di aria compressa. Egli però non aveva i soldi per costruirli e non trovò finanziatori. Pochi anni dopo in Inghilterra furono brevettati due dispositivi subacquei analoghi. Convinto di essere vittima di un plagio, cercò di rivendicare legalmente i suoi diritti, ma senza esito. Un figlio devoto (anzi due) Ed eccoci al figlio Julius Hermann Schultes (1804 – 1840), nato quando ancora i genitori vivevano a Vienna. Fin dall'infanzia era stato educato dal padre alle scienze naturali, specialmente alla botanica, e aveva creato un piccolo erbario, Eppure Joseph August, immemore della lotta sostenuta con il proprio padre o forse deluso dalla propria carriera accademica, non voleva che egli percorrere la stessa strada. Lo destinò al commercio e lo inviò a Vienna presso una casa commerciale perché imparasse il mestiere. L'esilio però durò poco; nel 1818, quattordicenne, riprese gli studi liceali, per poi laurearsi in scienze naturali e conseguire il dottorato di medicina all'università di Landshut nel 1825. Da quel momento divenne il braccio destro del padre: frequentava le sue lezioni alla scuola di chirurgia, lo assisteva nella cura dei pazienti ospedalieri, lo accompagnava nei suoi viaggi, e lo affiancò nella stesura di Mantissa III e del settimo volume Systema vegetabilium. Le nuove specie da loro introdotte in queste opere sono contraddistinte dalla sigla d'autore Schult. & Schult.f.. Era un botanico brillante e certo pensava di dedicarsi interamente alla ricerca e all'insegnamento. La morte del padre sconvolse questi progetti. All'epoca aveva ventisette anni, ma molti dei suoi fratelli erano ancora bambini (il più giovane aveva appena undici anni). Bisognava pensare a crescerli ed educarli. Così Julius Hermann decise di sostenere l'esame di abilitazione alla professione e di trasferirsi a Monaco come medico. La ricerca scientifica non fu abbandonata, ma passò in secondo piano. Scrisse un certo numero di articoli di botanica e medicina e collaborò regolarmente alla rivista "Polytechnical Journal" con articoli e traduzioni. Considerava la continuazione di Systema vegetabilium un'eredità sacra e certo contava di riprenderla in mano non appena possibile, ma, dopo una breve malattia, morì ad appena 36 anni. Gli amici erano convinti che la vera causa fosse stato il superlavoro. Resta ancora da dire qualche parola sul terzo botanico di famiglia, ovvero sul più giovane dei figli di Joseph August, che si curiosamente si chiamava anche lui Julius Hermann (1820-1887). Forse, tra tante capacità, l'illustre genitore mancava di fantasia. Come autore botanico è contraddistinto dalla sigla J.H.Schult.bis. Nato a Landshut, fu allevato dal fratello e si laureò in medicina a Monaco nel 1843. Subito dopo lo troviamo a Leida, dove fu assistente di Blume all'erbario nazionale fino al 1852. Poi tornò a Monaco dove assunse lo stesso incarico, lavorando su Flora Brasiliensis a fianco di von Martius. Una Gentianacea pantropicale L'importanza di Joseph August Schultes come tassonomista è evidenziata dall'enorme numero di taxa di cui fu autore, da solo, con Roemer o con il figlio: più di 4000, secondo l'International Plant Names Index (IPNI). Per limitarci ai generi validi, troviamo con Roemer Adenium, Angostura, Tridens, Tripogon, con il figlio Arcytophyllum, Brocchinia, Cottendorfia, Dyckia, Hohenbergia, Navia, da solo Aegalina e Tina. I colleghi lo onorarono con ben quattro generi omonimi Schultesia. Quello considerato valido (nomen conservadum) gli fu dedicato da Martius nel 1827, quelli per una ragione o per l'altra non validi o da respingere giunsero da parte di Sprengel, Schrader e Roth. Schultesia Martius è un genere di circa quindici specie di erbacee annuali o perenni della famiglia Gentianaceae, prevalentemente sudamericano con centro di diversità in Brasile. Prive di foglie basali, sono caratterizzate da steli sottili, foglie cauline lanceolate, ellittiche o ovate e fiori solitari o raccolti in infiorescenze cimose. Questi ultimi possono avere calice verde o viola, tuboloso o campanulato, alato o carenato, corolla imbutiforme con quattro-cinque lobi più brevi del tubo, bianca, rosata, rossa o lilla. I frutti sono capsule. Il genere tuttavia presenta una certa variabilità, come adattamento a diversi ambienti, dalla foresta tropicale alle praterie. Tra le specie più comuni le brasiliane S. angustifolia, S. aptera e S. bahiensis e l'ampiamente diffusa S. guianensis (dal Messico all'Argentina, ma anche Africa occidentale tropicale per alcune varietà). Nel 1915 venne nominato Professor Bergianus Robert Elias Fries, esponente della terza generazione della più illustre famiglia di botanici svedesi tra Ottocento e Novecento; fondata da suo nonno, il celebre micologo Elias Fries, fu proseguita dal padre, Theodor Magnus, lichenologo, esploratore della flora artica e influente accademico. Di questa tradizione familiare non fu un epigono, ma un validissimo erede, anche se dai funghi e dai licheni artici il suo interesse si spostò alle fanerogame tropicali. Importante tassonomista, egli resse l'istituzione per trent'anni, dalla vigilia della prima guerra mondiale fin quasi alla fine della seconda, contribendo in modo significativo alla reputazione dell'Hortus Bergianus come centro di ricerca scientifica. Lo onorano i generi Friesodielsia e Klarobelia, entrambi appartenenti alla famiglia della Annonaceae, alla cui tassonomia diede un significativo contributo. Quattro generazioni di botanici Prendendo il termine dal celebre romanzo di Thomas Mann, gli storici dell'economia definiscono "sindrome di Buddenbrook" il processo che, nell'arco di tre o a volte quattro generazioni, porta alla decadenza e alla fine inevitabile di un'impresa familiare. All'inizio c'è un padre fondatore, un pioniere energico e non di rado geniale, che crea l'azienda quasi dal nulla con tenacia e abilità imprenditoriale; la seconda generazione è quella del pieno successo e del riconoscimento sociale, ma già mostra le prime crepe; la terza è quella della crisi e del crollo. Lo schema trova riscontro nelle vicende di numerose aziende, dai Fiorio ai Lancia ai Mondadori agli stessi Agnelli. Ma forse non vale al di fuori del mondo imprenditoriale, o almeno non nel caso della famiglia Fries, la più illustre dinastia di botanici svedesi. Il padre fondatore è indubbiamente una figura formidabile, per non dire mitica. Elias Magnus Fries (1794-1878), figlio di un modesto pastore di campagna, nato però nello Småland, la regione che aveva dato i natali a Linneo, fu affascinato dalle piante fin dall'infanzia. Ma il suo campo di elezione divenne quello, allora ancora poco studiato, dei funghi, cui diede un contributo senza pari, tanto da guadagnarsi il soprannome di "Linneo dei funghi". Creò un nuovo metodo di classificazione e durante la sua lunga vita, in diversi testi tra cui spiccano Systema Mycologicum, Elenchus Fungorum, Epicrisis Systematis Mycologici, ne descrisse e classificò 3210 nuove specie, divenendo l'autore più prolifico per questo gruppo di organismi; come abbiamo visto in questo post, è uno dei quattro autori botanici la cui sigla è costituita da soli tre caratteri, ovvero Fr. Professore prima a Lund e poi a Uppsala, fu un insegnante carismatico che creò una vera e propria scuola con esponenti non solo in Svezia. Tutti e tre i suoi figli maschi furono botanici. Il secondogenito Elias Petrus (1834-1858) morì purtroppo in giovane età, ma unì allo studio della filosofia quello dei funghi; il terzogenito Oscar Robert (1840-1908) fu un medico molto apprezzato, ma anche botanico e micologo. A portare avanti l'eredità paterna fu però soprattutto il primogenito Theodor Magnus (1832-1913), detto Thore. Studente estremamente brillante, iniziò a pubblicare i primi lavori appena diciassettenne; anche se non trascurò la botanica, si dedicò soprattutto allo studio dei licheni, con opere come Lichenographia Scandinavica, in cui diede un contributo non inferiore a quello dei padre per i funghi. Riconosciuto come padre della lichenologia artica, partecipò a diverse spedizioni, tra cui quella all'Isola degli orsi e alle Spitsbergen diretta da Nordenskiöld (1868) e quella in Groenlandia del 1871. Come il padre, fu professore a Uppsala; fece rivivere l'orto botanico e rinnovò i metodi di insegnamento, influenzando generazioni di studenti. Sul piano personale, fu un vero e proprio patriarca, che dalla moglie Cathrina Gustava Anjou ebbe ben nove figli, sei dei quali raggiunsero l'età adulta. Nessuna decadenza neppure nella terza generazione. Diversi dei figli di Thore Fries furono medici e accademici, tutti in un modo o nell'altro si interessarono di botanica, e due ne fecero la loro professione: Robert Elias Fries (1876-1966) e Thore Christian Elias (1886-1930). Il primo fu il quinto Professor Bergianus e un influente tassonomista (è il vero protagonista di questo post); il secondo fu professore di botanica sistematica a Lund e si specializzò in licheni e fitogeografia. Troviamo accademici e professori di botanica anche nella generazione successiva, con Magnus (1917-1987), figlio di Robert Elias, professore presso la sezione di botanica delle fanerogame del Museo di Storia Naturale e presidente della sezione svedese della Linnean Society, e suo cugino Niels (1912-1994), figlio di Thore Christian Elias, professore di fisiologia e anatomia vegetale presso l'Università di Uppsala, studioso della riproduzione dei funghi. L'altro figlio di Robert Elias, Sigurd Fries, fu invece un linguista, ma non abbandonò del tutto la traduzione di famiglia: il suo campo di studi fu infatti la nomenclatura botanica svedese. Ulla Fries, figlia di Niels, è invece una rinomata artista, specializzata in soggetti naturalistici. La spedizione svedese Chaco-Cordillera Dopo questo excursus sulla famiglia Fries, è ora di conoscere più da vicino (Klas) Robert Elias Fries. Nato a Uppsala, dove il padre insegnava botanica e economia agraria, si formò presso quell'università, laureandosi in filosofia nel 1901. Forse anche grazie alle conoscenze paterne, che come abbiamo visto aveva partecipato alla spedizione artica di Adolf Erik Nordenskiöld, fu scelto come compagno dal figlio di questi, l'archeologo Erland Nordenskiöld, per una spedizione in Sudamerica. In gran parte finanziata dal conte Eric von Rosen con il sostegno dell'Accademia delle scienze e dell'Università di Göteborg, aveva scopi prevalentemente archeologici ed etnografici; si mosse nella zona di confine tra Argentina e Bolivia, all'epoca ancora relativamente inesplorata, ed è nota come "spedizione Chaco-Cordillera". Il 25 marzo 1901 Fries partì da Stoccolma insieme a Nordenskiöld e al preparatore e tassidermista Oscar Landberg; il gruppo raggiunse Buenos Aires alla fine di aprile e all'inizio di maggio si spostò a Salta, dove venne stabilito un primo campo base e alla spedizione si unì Eric Boman, uno svedese che da qualche anno viveva in Argentina. Dopo diverse escursioni nei dintorni, gli svedesi, accompagnati da personale assunto in loco, si spostarono nella provincia di Jujuy, dove stabilirono un secondo campo base nei pressi dello zuccherificio La Esperanza, punto di partenza per l'esplorazione della catena montuosa della Sierra Santa Barbara, dove Fries e Boman raccolsero campioni di flora montana. Vennero anche scavati ed esplorati diversi luoghi di sepoltura. Nel frattempo dalla Svezia era partito un secondo gruppo, formato dal conte von Rosen, dal suo cameriere Sigfrid Pettersson e da Gustaf von Hofsten. Alla fine di settembre si unirono agli altri a Salta, Il gruppo così allargato si diresse verso gli altopiani della Puna de Jujuy, passando per Quebrada del Toro, dove vennero fatti rilievi archeologici. Il campo base venne posto a El Moreno, a 3600 metri di altitudine, ai piedi del Nevado de Chañi. Rosen diresse scavi archeologici a Casabinda e Ojo de Agua e furono intraprese diverse escursioni, tra cui la scalata del Nevado de Chañi, compiuta da Rosen, Fries e von Hofsten. L'8 gennaio 1902 la spedizione raggiunse Tarja, al centro di un'area ricca di fossili, che infatti vennero raccolti in grande quantità. C'erano già stati diversi incidenti con Boman, finché questi, ubriaco, si ferì con il suo stesso revolver e fu costretto ad abbandonare la spedizione, che, verso la fine di febbraio, si spostò in direzione del Chaco, stabilendo l'accampamento a Tatarenda. Importanti per gli etnologhi gli incontri con chiriguanos di lingua guaraí e indios Chorotes. La flora arida del Chaco offriva però un eccezionale campo di ricerca anche a Fries. Ad aprile, accompagnata da otto soldati e un ufficiale, la spedizione si spinse fino al forte di Crevaux sul Rio Pilcomayo, dove incontrarono altri gruppi di indigeni del Chaco, i wichí e i toba. Alla fine di maggio gli svedesi rientrano a Salta, iniziando il viaggio di ritorno, che si concluse il 27 giugno con l'arrivo in Svezia. Un tassonomista esperto di flora tropicale La spedizione Chaco-Cordillera permise a Fries di raccogliere un gran numero di esemplari di fanerogame, funghi e alghe, il cui studio lo avrebbe impegnato negli anni successivi, gettando le basi della sua carriera professionale e accademica. Alla flora delle montagne dell'Argentina settentrionale dedicò la tesi di dottorato (Zur Kenntnis der Alpinen Flora im nördlichen Argentinien), conseguita a Uppsala nel 1905. Tra il 1902 e il 1907 fu borsista presso il Museo nazionale e nel 1908 fu assunto all'orto botanico di Uppsala come curatore dell'erbario. Nel 1911, Rosen lo coinvolse in una seconda grande spedizione che lo portò in Rhodesia e in Congo. Ora non era più uno studente alle prime armi, ma un affermato botanico, e la spedizione, sostenuta anche dall'Università di Uppsala, ebbe fin da subito scopi tanto etnografici quanto botanici. Fries e Rosen lasciarono la Svezia il 13 giugno 1911 e un mese dopo arrivarono per mare a Cape Town, dove Fries scalò la Table Mountain e approfittò della sosta per raccogliere esemplari di piante sudafricani. Quindi i due si diressero alle Cascate Vittoria dove sostarono una settimana, poi viaggiarono in treno fino a Broken Hill, nella Rhodesia Settentrionale (Zambia), da dove la spedizione proseguì a piedi. Le ricerche botaniche ed etnografiche si concentrarono sulle grandi paludi a sud del lago Bangweolu, nell'attuale Zambia settentrionale. Mentre Rosen approfondiva lo studio del popolo delle paludi, Twa o Batwa, al quale avrebbe poi dedicato due opere fondamentali, Fries scopriva la flora dell'Africa tropicale, che da quel momento non avrebbe mai cessato di studiare. Dopo aver attraversato l'intero continente, il viaggio di Rosen e Fries si concluse ad Alessandria d'Egitto, per poi proseguire alla volta della Svezia. Nel 1912 Fries fu nominato professore supplente all'Università di Uppsala e titolare nel 1913; nel 1914, giunse la nomina a Professor Bergianus, incarico che avrebbe mantenuto per trent'anni, fino al 1944, quando diede le dimissioni, ormai settantenne. Sotto la sua gestione, l'orto botanico si arricchì di un'aranciera, completata nel 1926, e della sede del dipartimento, che attualmente ospita, oltre all'ufficio del Professor Bergianus, numerose collezioni della fondazione, come l'Erbario Bergius e la Biblioteca delle icone creata da Wittrock. Ma soprattutto, Fries rafforzò il ruolo dell'Hortus Bergianus come centro di ricerca sistematica, orientandolo verso le piante tropicali, coerentemente con le sue esperienze in America e in Africa e promosse fortemente le collezioni, arricchendo l'erbario con gli scambi e le spedizioni. Tra il 1921 e il 1922, partecipò a una seconda spedizione in Africa, nella quale fu affiancato dal fratello Thore Christian Elias Fries; durante questa missione, che ebbe per terreno l'Africa orientale britannica e in particolare il Kenya, i fratelli esplorarono soprattutto la flora alpina dei Monti Aberdare e Elgon, Come professor Bergianus, Fries poté concentarsi nello studio delle sue raccolte africane; il primo risultato fu l'importante Botanische Untersuchungen, in tre volumi, pubblicati in lingua tedesca tra il 1914 e il 1921, allo stesso tempo uno studio sistematico, ecologico e agricolo-applicato della flora dell'Africa tropicale. Seguirono numerose pubblicazioni in cui Fries approfondì la tassonomia di famiglie come le Fabaceae, le Annonaceae, le Sapotaceae, le Malvaceae (incluse le Bombacaceae), le Amaranthaceae, e altre, pubblicando numerose nuove specie su riviste svedesi e internazionali. Sebbene in modo meno centrale rispetto al padre e al nonno, si occupò anche di funghi, li raccolse attivamente durante le spedizioni, ma studiò soprattutto quelli svedesi e i Myxomycetes (funghi mucillaginosi). Ammesso all'Accademia svedese delle scienze nel 1926 (ne sarebbe stato presidente dal 1939 al 1940 e vicepresidente dal 1942 al 1951), appartenne a molte altre società scientifiche: l'Accademia svedese delle foreste e dell'agricoltura dal 1927, la Società fisiografica di Lund dal 1938 e la Società svedese delle scienze di Uppsala dal 1950. Tra il 1924 e il 1947 fu presidente della Società linneana svedese. Dopo il pensionamento nel 1944, mantenne stretti legami con l'Hortus Bergianus e con altre istituzioni botaniche internazionali e continuò a pubblicare le sue ricerche; ad esempio, risale al 1947 un importante studio sulle Malvaceae centro e sudamericane e alla seconda metà degli anni '50 una serie di articoli sulle Annonaceae. Morì a Stoccolma quasi novantenne nel 1966. Due generi di Annonaceae Curiosamente, Robert Niels Fries è l'unico esponente dell'illustre famiglia ad essere onorato da un genere valido (anzi due, come vedremo tra poco). Ovviamente al grande nonno Elias Magnus Fries non mancarono i riconoscimenti. Un genere Friesia gli fu dedicato tanto da De Candolle quanto da Sprengel, ma nessuno è accettato, come non lo sono i generi di funghi Friesia, Friesites e Friesula. Stupisce poi che, a quanto mi risulta, nessuno abbia pensato di onorare con un genere, se non altro di licheni, l'altrettanto meritevole figlio Theodor Magnus Fries. Benché meno noto, una dedica è invece toccata al fratello minore Oscar Robert Fries: è il genere di funghi Robertomyces, in compartecipazione con il nipote, ovvero il nostro Robert Niels. Neppure esso è però accettato. Lo sono invece i due generi di fanerogame a lui dedicati, entrambi appartenenti alla famiglia Annonaceae. Robert Elias Fries era considerato uno dei massimi esperti mondiali di questa famiglia, cui contribuì con revisioni sistematiche e con la creazione di numerosi generi, diversi dei quali tuttora validi. Nel 1948 van Steenis, il direttore di Flora Malesiana e sua volta un esperto di piante tropicali, decise di onorarlo con il genere Friesodielsia, assieme a un altro illustre botanico, il tedesco Ludwig Diels (1874-1945), scomparso di recente, in riconoscimento del pari contributo di entrambi alla tassonomia dei questa famiglia. Mentre in precedenza comprendeva un numero maggiore di specie, tanto africane quanto asiatiche, Frisodielsia è stato recentemente ristretto a queste ultime e comprende una cinquantina di specie di rampicanti legnosi distrubuti nelle foreste dell'Asia tropicale, dall'India meridionale alla Nuova Guinea. Caratteristici i fiori ermafroditi solitari o raccolti in cime; hanno 3 sepali valvati e sei petali in due giri, tipicamente molto diseguali, quelli del giro esterno grandi e allungati, quelli interni molto più piccoli, da ovato-lanceolati a oblunghi, che si avviciano fino a sovrapporsi sopra gli stami e l'ovario. Hanno molti stami e carpelli. I frutti sono apocarpici, ovvero costituiti da carpelli individuali (monocarpi) da globosi a elissoidali, indipendenti l'uno dall'altro, ciascuno dei quali in genere contiene un solo seme. A differenza dei frutti di molte specie di questa famiglia (inclusa l'africana Monanthotaxis obovata, in precedenza Friesodielsia obovata) solitamente non sono commestibili. Fa eccezione F. sahyadrica, originaria dei Ghati occidentali in India, i cui frutti, oltre ad essere appetiti da uccelli e altri animali selvatici, sono consumati freschi a livello locale. Molto più recente il secondo genere dedicato a Robert Niels Fries, Klarobelia, creato nel 1998 da Chatrou, separandolo da Malmea, uno dei genere di Annonaceae stabiliti da Fries. La denominazione fonde la prima parte dei due primi nomi di Fries, il cui nome intero suonava Klas Robert Niels Fries, anche se si firmava Robert. Klarobelia comprende una dozzina di specie di alberi e arbusti distribuiti da Panama al Sud America tropicale, tipicamente nelle foreste pluviali, con centro di diversità lungo la catena andina. Hanno foglie sempreverdi, alternate, spesso di consistenza coriacea, aromatiche, piccoli fiori e frutti che in almeno alcune specie, come K. subglobosa, sono eduli. Sono per lo più piante rare, con una distribuzione limitata. Ad esempio K. megalocarpa è un endemismo delle foreste di bassa altitudine dell'Ecuador, minacciata dalla restrizione dell'ambiente naturale; K. subglobosa è un endemismo del Venezuela, noto per un'unica popolazione all'interno del Parco nazionale El Avila nei dintorni di Caracas. Il genere inoltre pone non pochi problemi tassonomici, che fanno prevedere future revisioni. Prima attivissimo esploratore dall'occhio di lince della flora della Giamaica e di altre isole delle Antille, poi autore di testi decisivi sia sulle piante di quell'area, sia di gruppi in precedenza poco studiati (orchidee, felci e licheni), Olof Swartz fu il più importante botanico svedese della generazione post linneana. Il suo apporto alla storia della tassonomia gli ha guadagnato il singolare onore di essere uno dei quattro botanici la cui sigla d'autore è di soli tre caratteri, Sw. A ricordarlo anche il bello e singolare genere neotropicale Swartzia. Dalla flora delle Antille alle orchidee e alle felci Nelle pubbblicazioni scientifiche (ma talvolta anche divulgative, come le schede di questo blog) i nomi botanici, sempre in corsivo, sono seguiti da un sigla in tondo, che indica l'autore di quell'entità. E' un accorgimento necessario per identificare quest'ultima con precisione, visto che le omonimie sono più frequenti di quanto si pensi: ad esempio, il binomio Potentilla adscendens è stato usato quattro volte da altrettanti autori per piante diverse: P. adscendens Waldst. & Kit. ex Willd. (1809), P. adscendens Lapeyr. (1813), P. adscendens Baumg. (1816), P. adscendens Zimmeter (1884); ovviamente, secondo la regola della priorità, solo il primo nome è legittimo, mentre gli altri sono illegittimi, ma non di meno esistenti. Per indicare il nome dell'autore si usano abbreviazioni standard, che possono essere costituite dal cognome intero (come Zimmeter, ovvero il botanico austriaco Albert Zimmeter), ma più spesso da una sigla: ad esempio Waldst. sta sta per Franz de Paula Adam von Waldstein, Kit. per Pál Kitaibel, Willd. per Carl Ludwig Willdenow. Secondo le regole del codice internazionale, nessuna sigla può avere meno di due caratteri. La più corta, e la sola che ne ha effettivamente due, è L., corrispondente al papà del sistema binomiale, Linneo ovvero Carl von Linné. Quattro soli autori, tutti importantissimi, hanno il privilegio di averne tre: Augustin Pyrame de Candolle (DC.), Elias Magnus Fries (Fr.), James Edward Smith (Sm.) e Olof Peter Swartz (Sw.). Tutti gli altri ne hanno quattro o più. Abbiamo già incontrato in questo blog James Edward Smith, che certamente si è guadagnato la curiosa esclusiva sia per i numerosi nomi pubblicati, oltre 1600, sia come fondatore della Linnean Society, dunque in un certo senso come erede diretto di Linneo; de Candolle, con i suoi oltre 17.000 taxa, è l'autore di gran lunga più prolifico; Fries deve il riconoscimento soprattutto al suo ruolo come padre fondatore della micologia (ha pubblicato "appena" 500 nomi di piante); quanto a Swartz, è anch'egli autore di oltre 1600 nomi, e soprattutto ha lasciato un'impronta indelebile nella classificazione di specifici gruppi di piante, come le orchidee e le felci. Nato a Nordkoping in Svezia, Olof Swartz ( 1760-1818 ) per ragioni anagrafiche non fu allievo diretto di Linneo, ma si formò alla sua scuola. Nel 1778, quando arrivò a Uppsala diciottenne per studiare medicina e scienze naturali, il vecchio Linneo era morto da pochi mesi; così il suo primo professore fu il figlio di Linneo Carl junior. Ma il suo vero maestro fu Carl Peter Thunberg, che nel 1779 ritornò dai suoi viaggi in Sudafrica e Giappone e per qualche anno fu dimostratore di botanica a Uppsala, per poi assumere la cattedra alla morte di Carl junior nel 1784. Da lui, con il quale strinse una duratura amicizia, Swartz apprese i metodi del lavoro sul campo con una serie di spedizioni estive in varie province della Svezia, la più impegnativa delle quali nel 1780, insieme ad altri studenti lo portò in Lapponia, ripercorrendo l'itinerario di Olof Rudbeck e Linneo; l'anno successivo fu nell'isola di Åland e visitò anche Gotland. In queste spedizioni per così dire casalinghe dimostrò il suo occhio di lince con una serie di prime segnalazioni per la Svezia e qualche nuova scoperta. Il suo interesse principale andava ai muschi, un gruppo di piante poco studiate; nei pressi di Uppsala scoprì una nuova specie, Jungermannia sertularoides, che fu pubblicata dal figlio di Linneo con l'annotazione "Scoperta da Ol. Swartz, studioso di botanica di ottime speranze". E proprio ai muschi nel 1781 dedicò la sua dissertazione di primo livello, De Methodo Muscorum, di fatto il primo testo svedese sulle briofite. Nel 1783 superò l'esame come candidato di medicina. Era deciso a partire e a fare nuove esperienze. Poteva farlo a spese proprie (anche se non lautamente), avendo ereditato dal padre, un manifatturiere di successo, un piccolo patrimonio. Poco dopo l'esame, lasciò Uppsala per Goteborg; in attesa di un imbarco fece visita a Alströmer a Christinedal e strinse amicizia con i suoi assistenti Fagraeus e Dahl. , anche loro discepoli di Linneo e attivi nel Gabinetto di storia naturale del possidente. Finalmente ad agosto si imbarcò su una nave mercantile diretta a Boston, dove arrivò ad ottobre. Vi si trattenne circa otto settimane, facendo qualche raccolta e visitando l'accademia di Cambridge (ovvero la futura università di Harvard) che lo deluse. La vera meta era la Giamaica. Lasciata Boston alla fine di novembre, vi arrivò il 5 gennaio 1784. La flora dell'isola era già stata esplorata da importanti botanici, a partire da Sloane per arrivare a von Jacquin; ciò nonstante, nell'anno e mezzo in cui la esplorò in quasi ogni angolo, dalla cosiddetta Cickpit Country ad ovest alle Blue Mountains ad est, scoprì centinaia di specie nuove per la scienza; lavorava metodicamente, raccogliendo un numero impressionante di campioni di erbario (oltre 6000) e prendendo note accurate; artista di talento, disegnò inoltre dal vero numerose piante. Visitò anche Haiti, Cuba e alcune isole minori. Oltre alle piante, raccolse anche insetti e uccelli, ma i campioni andarono in gran parte distrutti nel corso di un uragano. Affrontò anche una grave malattia. Infine nell'autunno del 1786 salpò per Londra, dove aveva già spedito due casse di materiali, portando con sé il grosso del suo erbario. Londra, dove si trovavano gli erbari di Sloane, di Patrick Browne e altri botanici che prima di lui avevano esplorato le Antille, era una tappa obbligata nel suo progetto di scrivere una flora sistematica delle isole. Banks gli mise a disposizione la biblioteca e le sue collezioni e rimase fortemente impressionato dalla sua competenza; scrisse a Smith: "Swartz è il miglior botanico che abbia mai visto dai tempi di Solander" e gli propose un posto come "botanico itinerante" (ovvero cacciatore di piante) della Compagnia delle Indie. Swartz desiderava tornare in Svezia e rifiutò; mise a frutto il soggiorno londinese scrivendo Prodromus descriptionum vegetabilium: maximam partem incognitorum quæ sub itinere in Indiam Occidentalem annis 1783-87, che poi fu pubblicato a Stoccolma subito dopo il suo ritorno in Svezia nell'autunno 1787. L'opera contiene la descrizione di 61 generi e 955 specie, molte delle quali nuove per la scienza. Tra i generi di nuova introduzione, la maggior parte è tuttora valida; sono Alchornea, Ardisia, Brosimum, Chloris, Cranichis, Ernodea, Evolvulus, Gymnanthes, Hoffmannia, Labatia, Lacistema, Leersia, Marattia, Marila, Microtea, Ochroma, Picramnia, Rochefortia, Tanaecium, Tetranthus, Trixis, Wallenia. Le specie tuttora accettate sono centinaia. Priva di immagini e con un testo succinto, limitato a una breve diagnosi e, per le specie note, ai rimandi bibliografici, era concepita da Swartz come un semplice Prodromus, preliminare a una pubblicazione più sostanziosa, cui cominciò a lavorare immediatamente. Completata già nel 1788, non poté essere stampata fino al 1791, da un editore tedesco, con il titolo Observationes Botanicae. Presentata come supplemento all'edizione di Murray (1784) del Systema Vegetabilium di Linneo per le Indie occidentali, era caratterizzata da diagnosi molto più dettagliate e comprendeva anche undici incisioni tratte da disegni dello stesso Swartz. Al momento del suo rientro in Svezia, egli non aveva alcuna posizione accademica, anche se durante la sua assenza, grazie a Thunberg, era stato dichiarato dottore in medicina. Poté però dedicarsi interamente alla botanica vivendo, sia pure assai parcamente, dell'eredità paterna. Inoltre nel 1789 il re lo nominò curatore delle collezioni di storia naturale di Drottningholm. Lo stesso anno fu ammesso all'Accademia svedese delle scienze. A mutare drasticamente la sua vita fu il generoso dono dei fratelli Bergius che istituì l'orto botanico Bergianus e la connessa cattedra; nel suo testamento Peter Jonas Bergius raccomandò che a ricoprire l'incarico fosse appunto Swartz, con il quale corrispondeva da molto tempo. La sua volontà fu rispettata dall'Accademia delle scienze e nel 1791 egli divenne il primo professor Bergianus. Da quel momento divise la sua vita tra la casa di città dove trascorreva l'inverno, e la residenza di Bergielund, dove si trasferiva nei mesi estivi. Prese molto sul serio il compito di curatore del giardino, trasformandolo in un giardino modello, tenendo lezioni e pubblicando articoli di orticoltura e giardinaggio; inizialmente l'Accademia delle scienze gli versava l'affitto del giardino, ma ciò comportava obblighi onerosi, che sottraevano tempo al lavoro scientifico. A partire dal 1796 rinunciò all'affitto e si trasferì permanentemente a Bergielund, mantenendo però lo stipendio come professor Bergianus. Come botanico era attivissimo. Tra il 1788 e il 1807 fece numerose spedizioni in Svezia, spesso coronate da nuove scoperte. Ma soprattutto scrisse e pubblicò moltissimo. Il primo progetto cui diede mano fu una flora complessiva delle Indie occidentali, che avrebbe dovuto essere illustrata da tavole a colori tratte dai suoi disegni; si rivolse ancora una volta all'editore di Erlangen che aveva pubblicato l'opera precedente, ma la guerra dilatò i tempi. Molti disegni andarono perduti in mare e i 200 che egli spedì nel 1796 non furono mai pubblicati. Alla fine, Flora Indiae Occidentalis venne pubblicata in tre volumi tra il 1797 e il 1806, ma senza illustrazioni; solo 13 furono pubblicate nei due fascicoli di Icones plantarum incognitarum (1794 e 1800). Rispetto alle due opere giovanili, è un ulteriore ampliamento che, oltre a tenere conto delle ricerche di altri botanici, include un gran numero di specie nuove; particolarmente significativa la trattazione delle orchidee, che passano dai sette generi del Prodromus a 13, con 37 specie. Insieme ad esso, è considerato una pietra miliare delle studio delle orchidee tropicali. A partire dal 1802, fu coinvolto nella grande flora svedese illustrata Svensk botanik diretta da Johan Wilhelm Palmstruch, per la quale scrisse alcuni testi; dopo la morte di Conrad Quensel, ne divenne il principale redattore; collaborò inoltre all'opera gemella Svensk Zoologi. Scrisse infatti anche di zoologia, sebbene il suo interesse principale sia rimasto sempre la botanica. Oltre alla flora delle Antille, i suoi contributi più incisivi riguardano le orchidee e le felci. Tra il 1799 e il 1800 sulla rivista dell'Accademia delle scienze pubblicò una serie di articoli sulla classificazione delle orchidee, probabilmente i primi esclusivamente dedicati a questa famiglia, con un'analisi dettagliata della struttura dei fiori e la distinzione in due gruppi, orchidee con due antere (24 generi) e con due antere (un genere, Cypripedium). Fu anche l'atto di fondazione di generi come Cymbidum, Dendrobium, Disperis, Oncidium, Stelis. Scritti in svedese e poi tradotti in inglese e latino, guadagnarono a Swartz il titolo di "padre dell'orchidologia". Nel 1805 gli articoli furono ripubblicati in latino con il titolo Genera et species Orchidearum systematice coordinatarum. Nel 1806 pubblicò Synopsis filicum, un manuale sulle felci, in cui, basandosi sui criteri di classificazione elaborati da James Edward Smith, ovvero la forma e la caratteristiche dei sori e dell'indusio, trattò 33 generi e circa 700 specie; anche se diversi generi erano molto ampi e innaturali, la sua trattazione fu quella più seguita per almeno una trentina di anni, fino alla profonda revisione operata dal boemo Presl. Un altro campo in precedenza poco battuto cui Swartz diede un notevole contributo fu lo studio dei licheni. Nel 1811 pubblicò Lichenes americani, con la descrizione sia dei licheni raccolti durante la spedizione nelle Antille, sia provenienti da altre aree dell'America; le pregevoli illustrazioni sono di sua mano. L'opera ispirò le ricerche di Erik Acharius; Swartz gli mise a disposizione le sue collezioni e lo sostenne nello sviluppo di un nuovo sistema di classificazione. Un altro giovane scienziato profondamente influenzato da lui fu Elias Fries, che incoraggiò nello studio delle crittogame e dei funghi. Nel 1811 divenne segretario permanente dell'accademia delle scienze, incarico che andava a sommarsi a quelli di curatore delle collezioni reali e di Professor bergianus. Il carico di lavoro divenne molto pesante, ma egli lo svolse con la consueta dedizione e serietà, da una parte rafforzando la reputazione della scienza svedese all'estero (egli stesso era membro di 22 società scientifiche), dall'altro sostenendo giovani ricercatori come il già citato Fries, Wahlenberg e Hartman. Già Cavaliere dell'Ordine di Vasa dal 1808, nel 1814 fu nominato Commendatore dell'Ordine della Stella Polare. Morì nel 1818, ad appena 58 anni, in seguito ad un'infreddatura contratta durante un'escursione. Oltre che per la sua incredibile capacità di lavoro, era riconosciuto per il carattere aperto e la generosità con cui cedeva i doppioni delle sue raccolte e metteva a disposizione di altri studiosi le sue collezioni, in base alla profonda convinzione che il progresso scientifico nasca dalla collaborazione e non dal genio del singolo. Alberi tropicali per un esploratore della flora americana Come esploratore della flora delle Antille e studioso di orchidee, Swartz è ricordato dall'eponimo di numerose specie, come Dendropanax swartzii o Dendrobium swartzii. Nel 1791, due botanici tedeschi, Johann Christian Daniel von Schreber e Johann Friedrich Gmelin, gli dedicarono due generi Swartzia, Quello è accettato è quello di Schreber, il quale non aggiunse alcuna motivazione, ma vi inserì alcune specie descritte da Swartz nel Prodromus. Swartzia Schreb., famiglia Fabaceae, comprende poco meno di 200 specie esclusive dell'America tropicale, diffuse principalmente nelle foreste pluviali di bassa quota, ma presenti anche in altri ambienti, come le savane, le foreste premontane e le foreste stagionalmente aride. E' distribuito dal Messico e dai Caraibi alla Bolivia e al Brasile meridionale, con il centro di diversità in Amazzonia dove nella stessa area possono convivere anche una decina di specie. Per la presenza in ambienti così vari e la differenziazione in così tante specie spesso di limitata diffusione è considerato un esempio di "evoluzione esplosiva". Sono principalmente alberi, da quelli di piccole dimensioni che vivono nel sottobosco ai giganti le cui chiome emergono nello strato superiore o canopia. Le specie della savana sono invece per lo più arbustive. A caratterizzare questo genere è soprattutto la peculiare morfologia dei fiori; nella maggior parte delle specie presentano un singolo petalo di grandi dimensioni, eretto in funzione vessillifera, bianco o giallo; nelle specie della sezione Terminales, i petali mancano. Gli stami sono numerosissimi e si presentano in due forme: la maggior parte sono brevi e si appressano nel centro del fiore; pochi altri, in numero variabile secondo la specie, sono molto più lunghi, ricurvi e protrusi all'esterno. I fori sono riuniti in infiorescenze che possono nascere direttamente dal tronco. I frutti sono follicoli o legumi, per lo più deiscenti che contengono da uno a più semi avvolti in un arillo. Tra le specie più notevoli, S. panacoco, nota con il nome comune di ebano brasiliano, un albero della Guiana il cui legame duro e durevole, di un colore dal bruno oliva scuro al nero, è usato in ebanisteria; purtroppo, come spesso accade in questi casi, è a rischio per l'eccessivo sfruttamento. S. simplex è invece una specie di ampia diffusione (dal Messico al Brasile) delle foreste pluviali, di altezza media (da 5 a 15 metri), con una chioma di forma irregolare quando cresce nel sottobosco, di forma regolare e più ricca di foglie quando cresce in aree dove riceve più luce; oltre che per il legname è utilizzata localmente per i frutti che contengono semi circondati da una polpa edule. La specie più bella è considerata S. macrosema (sin. S. auresosericea), endemica delle foreste montane amazzoniche tra Ecuador, Perù e Colombia; i suoi fiori sono caratterizzati da un grande vessillo giallo-oro, che ricorda quasi un ventaglio plissettato, da numerosissimi piccoli stami raggruppati al centro e da quattro stami protrusi, uno dei quali lunghissimo. I fiori di Swartzia sono impollinati da imenotteri, in particolare appartenenti ai generi Xylocopa e Trigona. La dedica del genere Klattia, il terzo dei tre arbustivi della famiglia Iridaceae, è senza sorprese: ad aggiudicarsela è stato un tassonomista tedesco, specialista appunto di queste piante, nonché di Asteraceae. Operosissimo, pubblicò una quarantina tra articoli e contributi, collaborando anche ad alcune tra le maggiori opere del tempo, come la Flora brasiliensis di von Martius o il Conspectus floræ Africæ di Durand e Schintz. Eppure non era un botanico di professione, e quando gli venne offerta una cattedra universitaria la rifiutò. Per qualche anno gestì una scuola privata, poi insegnò scienze naturali in varie scuole della sua città natale, Amburgo, fin quasi all'ultimo istante della sua vita. Insegnante per necessità, botanico per passione Se il destino non avesse giocato con lui in modo crudele, forse Friedrich Wilhelm Klatt (1825-1897), anziché insegnante e botanico, sarebbe diventato pittore. Nato in una famiglia povera di Amburgo e presto orfano del padre, fin da studente mostrò un notevole talento artistico; incoraggiato dai suoi insegnanti, nel 1842 inviò i suoi migliori disegni ad una mostra che metteva in palio borse di studio per i giovani artisti più promettenti. Ma, prima dell'inaugurazione, nella notte tra il 4 e il 5 maggio scoppiò il grande incendio che imperversò fino al giorno 9 e distrusse un terzo della città, inclusi i locali che ospitavano la mostra e le opere di Klatt. Anche le sue speranze andarono in fumo: il diciassettenne Klatt così abbandonò i sogni artistici, completò gli studi liceali e si volse all'insegnamento. Nel 1854 insieme a un fratello assunse la gestione di una scuola per ragazzi, che fu chiusa in seguito alla guerra franco-prussiana del 1870; egli però continuò ad insegnare scienze naturali in varie scuole femminili e maschili della sua città. Nel frattempo aveva incominciato a farsi conoscere come botanico dilettante. Fece le sue prime raccolte nei dintorni di Amburgo e lungo la costa del mare del Nord, ma era anche interessato alle piante esotiche e incominciò a frequentare l'orto botanico di Amburgo e il suo erbario. Nel 1854 il suo fondatore, Georg Christian Lehmann, gliene affidò la cura e lo incoraggiò ad approfondire lo studio della tassonomia. Nel 1856 Klatt pubblicò su "Linnaea" il suo primo lavoro scientifico, la trattazione della famiglia Pittosporeae (oggi Pittosporaceae) nell'ambito di Plantae muellerianae, ovvero la pubblicazione delle raccolte australiane di Ferdinand von Mueller. Nel 1860, come esecutore testamentario del suo mentore Lehmann, si occupò della vendita dell'erbario del professore, che fruttò una notevole cifra ma comportò anche la dispersione della collezione. A Klatt rimasero solo gli esemplari di Primulaceae, una delle famiglie su cui aveva concentrato i suoi studi tassonomici, insieme a Asteraceae e Iridaceae. E proprio a queste ultime dedicò il suo lavoro forse più noto, l'importante Revisio Iridearum, uscito su "Linnaea" tra il 1863 e il 1866. La pubblicazione della prima parte gli guadagnò la laurea honoris causa dall'Università di Rostock, che qualche anno dopo gli offrì una cattedra universitaria; egli però la rifiutò, non desiderando allontanarsi da Amburgo, dalla famiglia e dalla moglie cui era affezionatissimo. In questi anni il suo interesse si divideva ancora tra la flora locale e quella esotica che poteva studiare nei ricchi erbari delle università tedesche. Tra il 1860 e il 1865 pubblicò sia una flora della Germania settentrionale sia una flora del Granducato di Lauenburg e nel 1868 una flora crittogama di Amburgo. Tuttavia, in seguito divenne sempre più uno specialista di flora esotica; dei suoi oltre 40 scritti, gran parte si concentrano sulle già citate famiglie Iridaceae e Asteraceae, Oltre a pubblicare varie monografie su particolari generi (tra gli altri, Sisyrinchium, Androsace, Lysimachia, Freesia, Iris, Bellis), scrisse la sezione Iridaceae di Flora Brasiliens di von Martius (1871), di Conspectus floræ Africæ di Durand e Schintz (1895) e di Symbolae ad floram Brasiliae centralis cognoscendam di Warming (1872-73), quella delle Iridaceae e delle Compositae di Botanik von Ostafrika aus von der Decken's Reisen (1879). Tra i suoi principali contributi sulle Iridaceae, vanno ricordate anche le aggiunte e le correzioni al sistema di Baker (Ergänzungen und Berichtigungen zu Baker's Systema Iridacearum, 1882) e Determination and description of Cape Irideae (1885), dedicato alle Iridaceae raccolte in Sudafrica da Templeton e conservate nell'erbario MacOwan. Anche se non divenne mai esclusivo, a partire dagli anni '80 il suo interesse si spostò sempre più verso le Asteraceae, cui complessivamente dedicò una quindicina di scritti, che, a partire dell'esame di numerosi erbari, spaziano dall'Africa orientale tedesca e al Madagascar all'Australia, ma soprattutto si concentrano sul centro e sud America (Brasile, Messico, Guatemala, Colombia, Costa Rica); proprio alle composite americane dedicò il suo ultimo scritto (Amerikanische Kompositen aus dem Herbarium der Universität Zürich, 1896). Klatt scambiava esemplari e corrispondeva con molti botanici tedeschi, con Kew (che visitò in uno dei suoi rari viaggi all'estero) e con Asa Gray. Estremamente preciso e scrupoloso, quando gli veniva inviato un esemplare da determinare, gli tornava utile l'antico talento del disegno; soprattutto se si trattava di esemplari tipo, li disegnava in dettaglio, eventualmente inviando copia del disegno e delle proprie osservazioni ai colleghi che consultava per giungere a un'identificazione corretta. Illustrò di propria mano la sua monografia del genere Lysimachia, In quarant'anni di instancabile attività, Klatt pubblicò 21 generi, 6 dei quali tuttora validi, e quasi 1300 specie, circa 300 delle quali attualmente accettate. Membro di moltissime società scientifiche, egli rimase fino alla fine un professore di liceo. E proprio mentre si accingeva a fare lezione in una delle sue classi fu colpito dall'infarto che in breve lo portò alla morte, nel marzo 1897. Il suo notevole erbario venne posto in vendita e successivamente donato, parte all'Erbario Gray di Harvard, parte all'Istituto botanico dell'Università di Amburgo. Rare Iridaceae sudafricane In Revisio Iridearum, Klatt si era anche occupato delle singolari Iridaceae arbustive del Capo all'epoca note; ne descrisse cinque specie, e le assegnò tutte al genere Witsenia; tra di esse una specie raccolta da Ecklon e Zeyher e conservata nell'erbario di Berlino, che egli presentò come propria, ma che in realtà era già stata pubblicata in modo illegittimo all'inizio del secolo da Ker Gawler come Witsenia partita. Nel 1877 Baker, nell'ambito del suo Systema Iridacearum, come avviene ancora oggi, le distribuì invece nei tre generi Witsenia, Nivenia e Klattia, creato appunto in onore del professore tedesco, con K. partita come unico rappresentante. Anche se il dedicatario e la motivazione della dedica sono evidenti, purtroppo Baker non li esplicitò. Oggi al genere Klattia sono assegnate tre specie; a K. partita si sono infatti aggiunte K. stokoei e K. flava, in precedenza considerata una varietà di K. partita. Tutte sono endemiche della Provincia del Capo occidentale, dove crescono in siti umidi sui pendii rocciosi delle montagne di arenaria. Tutte sono estremamente rare. K. partita è limitata ai pendii più freschi esposti a sud, ai margini delle paludi, intorno a 600 metri di altitudine della penisola del Capo, delle Hottentot Holland Mountains e delle Lagenberg mountains; vive per lo più in habitat protetti, ma le sue popolazioni sono in diminuzione. Molto rara K. flava, ristretta a piccole popolazioni con forse meno di 1000 individui, dalle Hottentots Holland Mountains a Bain's Kloof, in gole e lungo corso d'acqua dove le nubi e le precipitazioni estive sono frequenti; rarissima K. stokoei, un endemismo del Kogelberg, di cui si conoscono appena una decina di popolazioni con un totale di circa 250 individui. Poiché la loro sopravvivenza dipende dalla disponibilità di acque sotterranee, sono a rischio a causa dell'estrazione di queste ultime. Piuttosto simili tra di loro, tutte sono arbusti sempreverdi con caudice legnoso sotterraneo, fusti semplici o irregolarmente ramificati, lunghe foglie lanceolate raccolte a ventaglio. I fiori, riuniti in dense infiorescenze e protetti da grandi brattee, sono tubolari e ricordano un po' un pennello; quelli di K. partita sono blu, quello di K. lutea gialli e quelli di K. stokoei rosso aranciato. Producono nettare con una bassa concentrazione di zucchero, appetito dai loro tipici impollinatori, gli uccelli nettarinidi come la nettarinia ventrearancio Anthobaphes violacea. Come Wistenia, hanno fama di essere di difficile coltivazione. Quando il suo professore gli propose una tesi sul genere Solanum, Michel Félix Dunal probabilmente non immaginava che la famiglia delle patate e dei pomodori avrebbe segnato la sua carriera scientifica. Invece è proprio per i suoi contributi allo studio delle Solanaceae, culminato con la loro trattazione nel Prodromus di de Candolle (era lui il suo maestro), che egli è ancora noto nella storia della botanica. A celebrarlo non poteva che essere un genere di quella famiglia, Dunalia. Dalle Solanacee alle Solanacee Nel sostenere l'utilità anche pratica del suo sistema naturale, Antoine-Laurent de Jussieu aveva osservato che piante che si assomigliano devono condividere anche le proprietà medicinali; a partire da questa osservazione, Augustin Pyrame de Candolle, che nel 1807 era stato nominato professore di botanica e direttore dell'Orto botanico di Montpellier, suggerì alla facoltà di medicina di assegnare come tesi monografie su gruppi di piante. A fare da apripista fu il suo allievo più promettente, Michel Félix Dunal (1789-1856), con la tesi Histoire naturelle, médicale et économique des Solanum, et des genres qui ont été confondues avec eux, discussa e pubblicata nel 1813. Così, nel doppio segno di Solanum e di de Candolle, iniziò la carriera scientifica di Dunal; e così sarebbe terminata, con la trattazione della famiglia Solanaceae del Prodromus di de Candolle nel 1852. Michel Félix Dunal apparteneva a una ricca famiglia della borghesia calvinista di Montpellier. Il padre era un banchiere e lo costrinse ancora adolescente a lasciare gli studi per lavorare con lui in banca; il ragazzo obbedì, ma sognava altro: di carattere ardente e romantico, si era innamorato della botanica leggendo le Lettres sur la botanique di Rousseau. Alla fine riuscì a convincere il padre a permettergli almeno di seguire come uditore qualche lezione di botanica e anatomia. Le gite nelle Cevenne con il suo primo maestro Guillaume-Joséph Roubieu gli confermarono che quella era la sua strada. L'arrivo a Montpellier di de Candolle segnò la svolta definitiva; finalmente libero di seguire la sua vocazione, Dunal si iscrisse a medicina e divenne l'allievo preferito del professore ginevrino. Nel 1811, fu uno dei suoi compagni in una lunga escursione che toccò le Cevenne, il Vivarais, il Velais, l'Alvernia, il Périgord, il Médoc, il Bourbonnais e la Sologne. Quindi accompagnò il maestro a Parigi, dove, grazie a lui poté frequentare i circoli scientifici e stringere amicizie, soprattutto con Augustin de St. Hilaire e Carl Sigismund Kunth. Tornò quindi a Montpellier per preparare la tesi da cui ho preso le mosse, per la quale poté avvalersi, oltre che delle piante vive dell'orto botanico, dei disegni della spedizione di Sessé e Mociño, fortunosamente approdati nella città occitana come ho raccontato in questo post, il che gli permise di pubblicare numerose specie ancora ignote in Europa. La monografia si divide in due parti: la prima è dedicata alla storia e agli usi economici e medici del genere, con approfondimenti per la patata (trattata a proposito delle radici), la dulcamara e le morelle (trattate a proposito di fusti e foglie), la melanzana (trattata a proposito dei frutti); la seconda contiene la descrizione botanica di 2 specie del genere Witheringia, 6 del genere Lycopersicon, 199 del genere Solanum (che salgono a 235 aggiungendo le specie "non sufficientemente note"). A conclusione una breve lista di specie erroneamente assegnate al genere Solanum, tra cui Atropa belladonna. Numerose le specie descritte per la prima volta; ma soprattutto, Dunal tenta una classificazione del genere, dividendolo nei due gruppi Inermia (senza spine) e Aculeata (spinose) e in 12 "serie naturali" sulla base di caratteristiche morfologiche quali le foglie, le infiorescenze, il calice; alcuni dei gruppi individuati corrispondono a sezioni attualmente accettate. Ne risulta una voluminosa opera di oltre 300 pagine, che egli poté permettersi di far stampare in una curata veste tipografica e di corredare di 26 tavole disegnate da François Toussaint Node-Véran, l'artista dell'orto botanico di Montpellier. Conseguita la laurea, Dunal tornò a Parigi, dove si trattenne per circa un anno, finché nel 1814 l'invasione della Francia lo costrinse a tornare a Montpellier, dove come medico fu impegnato a contrastare l'epidemia di tifo. Contrasse la malattia, e dedicò la lunga convalescenza a una monografia sulle Annonaceae; anche in questo caso si tratta della prima trattazione sistematica di questa famiglia, cui Dunal assegnò nove generi, incluso Monodora, da lui istituito e tuttora riconosciuto; pubblicata nel 1817, anch'essa illustrata da Node-Véran, contribuì a consolidare la reputazione del giovane botanico. L'anno prima aveva dato alle stampe un'edizione rivista della tesi, Solanorum generumque affinium synopsis, in cui le specie di Solanum salgono a 320, ma senza grandi novità sistematiche. Intanto la politica aveva provocato un terremoto anche nella vita universitaria di Montpellier. De Candolle, considerato troppo allineato al regime napoleonico e inviso agli ambienti cattolici, nel 1816 diede le dimissioni e tornò a Ginevra, dove l'Accademia creò immediatamente una cattedra per lui. Delle due cattedre di botanica che teneva a Montpellier, quella della facoltà di scienze fu soppressa, mentre quella della facoltà di medicina rimase vacante fino al 1819. La facoltà di medicina nominò Dunal direttore ad interim della Scuola di botanica e dell'orto botanico. Certo egli si aspettava che gli fosse assegnata la cattedra, invece fu nominato Alire Raffeneau Delile (per ironia, ben più legato a Napoleone di de Candolle e tanto più di Dunal, visto che era stato il botanico della spedizione in Egitto). Dunal, che in quel momento si trovava in Inghilterra a consultare erbari, accettò il fatto compiuto con grande signorilità. Contemporaneamente, la sua famiglia conobbe un rovescio di fortuna. Dunal si ritirò in campagna, affiancando al lavoro come medico la gestione di due aziende agricole; in questa veste inventò uno strumento che chiamò eno-alcolometro, utile per misurare la gradazione alcoolica del vino. Non aveva per altro lasciato la botanica: de Candolle gli affidò la trattazione delle Cistineae (oggi Cistaceae) nel primo volume del Prodromus (1824). Questa parentesi durò fino al 1829, quando la facoltà di scienze decise di ristabilire la cattedra di botanica e di assegnarla a Dunal. Per poterla assumere, egli provvide a laurearsi in scienze naturali, discutendo la tesi Considérations sur la nature et les rapports de quelques-uns des organes de la fleur, che si basa sulla teoria della metamorfosi degli organi vegetali e incontrò seguito limitato (come dimostra il fatto che il termine "lepali" che egli coniò per le appendici del ricettacolo non è entrato nella terminologia botanica). Dunal fu un professore molto amato dai suoi studenti, il più famoso dei quali è Jules Émile Planchon. Dal 1830, ai doveri didattici, si aggiunse l'incarico di decano della Facoltà, con tutta una serie di compiti amministrativi. Tra i suoi successi, l'acquisizione all'università di una serie di erbari, incluso quello del botanico dilettante e collezionista Bouché-Doumenq, prezioso perché contiene gli erbari di Magnol e Broussonet. Insieme a un altro botanico, Frédéric de Girard (1810-1850), progettò una Flora di Montpellier che però si arenò presto. L'ultimo lavoro che lo attendeva era un ritorno alle origini: Alphonse de Candolle gli affidò la trattazione delle Solanaceae per il Prodromus, di cui forma quasi interamente il 13° volume (1852), per un totale di poco meno di 700 pagine. A sentire Planchon, questo enorme lavoro ha pesato su di lui "come un fardello di cui solo il suo rispetto per de Candolle poteva alleggerire il peso". Con la salute ormai da tempo deteriorata, lontano dalle grandi biblioteche e dai grandi erbari, certo non fu facile per Dunal portare a termine il compito "ingrato", "spaventevole" (a definirlo così è ancora Planchon), se consideriamo che per il solo genere Solanum trattò oltre 850 specie (oggi sono oltre 1200). Ne risultò comunque una trattazione che rimase un punto di riferimento per oltre un secolo, se pensiamo che nessuno tentò più una sistematizzazione complessiva della famiglia prima di Solanaceae Biology and Systematics di William D'Arcy (1986). Oltre ad ampliare enormemente le specie trattate e a estendere il lavoro a tutti i generi della famiglia, Dunal approfondisce il tentativo di suddividere in sezioni il genere Solanum. I giudizi sui risultati sono quanto meno vari. Planchon sorvola, definendo la monografia "opera del declino"; altri, compreso lo stesso D'Arcy, ne riconoscono il ruolo pionieristico per essere stato il primo a presentare divisioni e suddivisioni come categorie gerarchiche formali; piuttosto duro il giustizio di C. V. Morton che in Taxonomic studies of tropical american plants scrive senza troppi peli sulla lingua: "Dunal era un lavoratore attento e le sue descrizioni sono un modello di accuratezza. Tuttavia il suo modo di concepire le relazioni non è affidabile, tanto che spesso nella sua trattazione specie correlate sono ampiamente separate. In effetti, la stessa specie è talvolta descritta sotto nomi diversi in sezioni differenti, La monografia è di difficile uso perché manca una chiave e le descrizioni non sono contrastive e non fanno emergere chiaramente i caratteri differenziali. Chiunque tenti di identificare un esemplare sconosciuto di Solanum per mezzo della monografia di Dunal si sente come se fosse perso in un labirinto di parole". Forse, come sostiene Planchon, l'immane lavoro logorò davvero Dunal, che un anno dopo averla terminato fu costretto a rinunciare alle lezioni e cedette appunto a lui la direzione del dipartimento di botanica. Come ricorda nel commosso elogio funebre lo stesso Planchon, cercò con le poche forze che gli rimanevano di seguire quanto possibile la vita della facoltà e mai rinunciò a partecipare alle escursioni botaniche, nonostante le difficoltà crescenti. Morì il 29 luglio 1856, due giorni dopo aver presieduto a una sessione d'esami. Una Solanacea andina Non poteva che appartenere alla famiglia Solanaceae il genere che lo celebra; a dedicarglielo fu Kunth, con un tributo insieme all'amico e al botanico: "L'ho denominato in onore di Michel Félix Dunal, dottore in medicina di Montpellier, per la soavità dei costumi a tutti caro e a me amicissimo, e per i lucidissimi scritti sui Solanum e le Annonaceae finora non trattati da nessun botanico". La fama di cui godette in quegli anni il giovane botanico occitano è dimostrata da altre due Dunalia, ovviamente non valide che gli furono tributate quasi contemporaneamente da Robert Brown e Curt Sprengel, cui dopo la morte si aggiunse un quarto genere omonimo, omaggio di Montrouzier. Gli è stata dedicata anche l'alga Dunaniella, che egli scoprì per primo negli stagni nei pressi della sua città. Dunalia Kunth è un piccolo genere di cinque specie di arbusti o piccoli alberi che vivono in ambienti aridi d'altura nel Sud America centro orientale, con centro di diversità in Perù e qualche specie che si spinge in Argentina e in Cile; è affine al più noto genere Iochroma, il maggiore della sotto tribù Iochrominae. Come adattamento all'aridità, in genere sono piante spinose con foglie più o meno coriacee per lo più riunite in verticilli; i fiori tubolari sono viola, molto stretti (presumibilmente sono impollinati da colibrì), mentre i frutti sono bacche carnose rosso aranciato. Purtroppo non sono disponibili studi recenti e in rete si trovano poche informazioni sulle singole specie, ad eccezione di D. spinosa, un arbusto estremamente spinoso e intricato che vive in biomi desertici dal Perù al Cile e all'Argentina settentrionale tra 500 e 2000 metri. I fiori, viola scurissimo quasi bruno, hanno corolla stretta con dieci brevi lobi dentati e sono seguite da bacche aranciate simili a pomodorini. E' una pianta medicinale, usata nella medicina tradizionale per curare varie affezioni; le analisi di laboratorio le hanno riconosciuto proprietà antimicrobiche. Inoltre c'è una certa confusione, perché in passato il genere era molto più ampio, comprendendo specie che poi sono state trasferite a generi affini; come capita in questi casi, i vecchi nomi sono ancora diffusi, quando non prevalenti. E' il caso di Iochroma arborescens, in passato Dunalia arborescens, e soprattutto di Saracha ferruginea, precedentemente Dunalia solanacea e di Eriolarnyx australis, in precedenza Dunalia australis. Il genere Eriolarnyx è affine a Dunalia, me se ne distingue per le corolle campanulate. La bella Choisya ternata, o arancio del Messico, piuttosto coltivata anche da noi, ricorda il pastore evangelico, filosofo e botanico Jacques-Denis Choisy, che senza quella dedica sarebbe del tutto dimenticato. Eppure ai suoi tempi fu una figura molto attiva nella vita intellettuale e religiosa della sua città, Ginevra, nonché uno dei più produttivi collaboratori del Prodromus dei de Candolle. Pastore, filosofo, tassonomista Il Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis di Augustin Pyramus de Candolle è una delle grandi opere della botanica ottocentesca, una pietra miliare della classificazione naturale, con le piante disposte in famiglie (all'epoca si chiamavano ancora ordines), secondo il sistema elaborato dallo stesso de Candolle. Egli ne aveva esposto i criteri fin dal 1813 in Théorie élémentaire de la botanique, ou Exposition des Principes de la classification naturelle et de l'art de décrire et d’etudier les végétaux. Ne diede una prima applicazione in Regni vegetabilis systema naturale, di cui pubblicò i primi due volumi tra il 1818 e il 1821. A questo punto si rese conto che l'impresa era temeraria e ripiegò su una presentazione più sintetica, convinto di riuscire a completare la classificazione descrittiva di tutte le spermatofite conosciute in pochi anni. Il ridimensionamento non fu sufficiente: alla sua morte, nel 1841, aveva completato sette volumi, ma moltissimo rimaneva da fare. A farsi carico della prosecuzione fu il figlio Alphonse, che già da tempo collaborava con il padre; egli curò la pubblicazione di ulteriori dieci volumi, l'ultimo dei quali uscì nel 1873, seguito l'anno successivo dal quarto e ultimo volume degli indici. Il progetto concepito da Augustin Pyramus era comunque incompleto: la trattazione aveva dovuto fermarsi alle dicotiledoni. De Candolle padre aveva scritto da solo circa due terzi della grandiosa opera, per un totale di 4300 pagine e 28,234 specie, il resto fu scritto da 34 botanici di otto paesi, tra cui, accanto al figlio Alphonse e al nipote Casimir, troviamo grandi nomi della botanica di quegli anni: tra di essi l'inglese George Bentham, il secondo contributore con 5044 specie, i tedeschi C.G. Nees von Esenbeck e Grisebach, l'italiano Parlatore. Il gruppo più consistente, con una decina di contributori, era ovviamente quello degli svizzeri, allievi, amici e colleghi dei de Candolle; a parte de Candolle figlio (5044 specie), i più prolifici tra di loro furono Carl Meissner (3043 specie) e Johann Müller d'Argovia (2729); in posizione intermedia si colloca Jacques-Denis Choisy, con 234 pagine e 1226 specie. Figura eminente della Ginevra ottocentesca, Choisy (1799-1859) è oggi piuttosto dimenticato, tanto da essere ignorato dal Dizionario storico della Svizzera, che pure dedica due voci ai nipoti Eugène e Albert. A preservarne la memoria sono la dedica del bel genere Choisya e una sintetica e commossa biografia commemorativa, scritta poco dopo la sua morte da Alphonse de Candolle. Choisy apparteneva a una famiglia di pastori protestanti ginevrini ed si mantenne fedele a questa tradizione; ma era un giovane di ingegno versatile, e contemporaneamente agli studi teologici, seguì corsi di filosofia, scienze umane, matematica e scienze naturali all'Accademia di Ginevra. Come uditore seguì anche i corsi di botanica di Augustin de Candolle, che lo affascinarono al punto che incominciò ad assisterlo con l'erbario e ad occuparsi seriamente di tassonomia. Nel 1821 fu ordinato pastore e pubblicò la sua prima opera di botanica Prodromus d'une Monographie de la famille des Hypérecinées (ovvero le attuali Hypericacae). L'anno dopo si trasferì a Parigi per completare gli studi di matematica e fisica, seguendo tra l'altro le lezioni di Cauchy e Biot. La raccomandazione di de Candolle e la monografia sulle Hypericaceae gli aprirono le porte dell'ambiente botanico; così poté frequentare l'erbario del barone Delessert e stringere amicizia con le giovani leve della botanica francese, da Adolphe Théodore Brongniart a Achille Richard; nelle lettere al padre, descrive con entusiasmo un'escursione botanica nel bosco di Fointainebleau insieme ad altri 15 botanici, e racconta con emozione di aver erborizzato con Antoine Laurent de Jussieu, che all'epoca aveva 79 anni. Ammesso alla Societé d'histoire naturelle, pubblicò sul bollettino della società la sua seconda monografia sistematica, dedicata alle Guttiferae (oggi Clusiaceae). Nel 1823 l'Accademia di Ginevra mise contemporaneamente a concorso tre cattedre: matematica, fisica e filosofia razionale. Choisy, rientrato a Ginevra, presentò la candidatura a tutte, presentando tra l'altro una memoria sui massimi e i minimi, e a soli 24 anni fu nominato professore di filosofia razionale, un insegnamento che escludeva la metafisica, era soprattutto incentrato sulla logica e aveva molte relazioni con la matematica. Mantenne la cattedra fino al 1848, quando i rivolgimenti politici toccarono anche Ginevra, con la conseguente ristrutturazione dell'insegnamento universitario e l'allontanamento per ragioni esclusivamente politiche di diversi professori, in particolare quelli legati alla chiesa evangelica, come Choisy, In quegli anni, egli era in effetti divenuto anche una figura centrale della chiesa ginevrina; secondo le regole vigenti all'epoca, il titolare della cattedra di filosofia doveva essere un pastore, membro di diritto del Consiglio dei pastori; per una decina di anni ne fu segretario, principale redattore del suo organo di stampa, Le Pasteur; più tardi fu uno dei pastori della città, per qualche tempo vicepresidente del Consiglio e per due volte moderatore. Come segretario, nel 1835 gli fu affidata l'organizzazione del tricentenario dell'introduzione della Riforma a Ginevra. Nel ventennio di insegnamento universitario, fu membro attivo di comitati su vari argomenti, dall'organizzazione scolastica alla regolazione delle acque, nonché rettore dell'Università per un biennio. Continuò ad occuparsi intensamente di botanica: nel 1833 pubblicò Description des Hydroleacés, tra il 1834 e il 1842 tre memorie sulle Convolvulaceae orientali (a proposito delle quali corrispose con Torrey), nel 1844 note sulle Convolvulaceae brasiliane, nel 1848 sulle Nyctaginaceae, infine, dopo il pensionamento, sulle Guttiferae, le Ternostroemiaceae e le Theaceae (1858). Parte di queste memorie, a partire dal 1824, confluirono nel Prodromus, in cui curò sette famiglie: Hypericineae, Guttiferae, Marcgraviaceae, Selaginaceae, Convolvulaceae, Hydroleaceae, Nyctaginaceae. Fu anche membro del consiglio di amministrazione dell'orto botanico ginevrino. Dopo l'allontanamento dall'insegnamento con una modesta pensione, intensifico l'attività pastorale; pubblicò alcune delle sue conferenze o sermoni in Conférences, ou Discours sur les influences sociales du christianisme (1848). Alphonse de Candolle ricorda anche alcuni viaggi, in Germania e in Inghilterra (uno dei suoi figli era pastore della Chiesa svizzera a Londra) dove visitò i giardini di Kew e incontrò Hooker. Gli ultimi anni furono funestati da una serie di malattie, da cui cercò di trovare sollievo con un soggiorno nel clima più favorevole di Pau; ma qui lo colse una congestione cerebrale che lo portò alla morte non molto tempo dopo il suo rientro a Ginevra, nel 1859, ad appena sessant'anni. Il profumatissimo arancio messicano Furono il lavoro giovanile sulle Hypericaceae e l'amicizia con Kunth a guadagnare a Choisy la dedica del genere Choisya (voi come lo pronunciate? com'è scritto, come se fosse una parola latina, o alla francese, tenendo conto del cognome del dedicatario?), con una sinteticissima motivazione: "Genere consacrato a J. D. Choisy, ginevrino, autore di una lucidissima monografia sulle Hypericaceae". L'aggettivo ci ricorda una qualità di Choisy sottolineata anche da Alphonse de Candolle: la chiarezza di parola e la lucidità di pensiero in tutte le sue attività, come predicatore, professore, botanico. Choisya Kunth è un piccolo genere della famiglia Rutaceae che comprende sei specie di arbusti sempreverdi diffusi tra gli Stati Uniti meridionali e il Messico, noti con il nome comune "arancio messicano" (i fiori in effetti ricordano da vicino quelli dell'arancio sia per la forma sia per il profumo). Hanno foglie aromatiche, palmato-composte, coriacee e lucide; i fiori, solitari e ascellari o raccolti in racemi terminali, hanno quattro-cinque petali bianchi a stella, numerosi stami gialli e un unico stimma verde. Non aspettatevi però arance: i frutti coriacei, divisi in due-sei capsule, non sono commestibili. In giardino la specie più nota è senza dubbio C. ternata. Originaria del Messico, è un piccolo arbusto dal portamento naturalmente arrotondato e dalle dimensioni contenute; fiorisce a fine aprile-maggio e talvolta ripete la fioritura in estate, ma è gradevole tutto l'anno per il fogliame lucido verde chiaro, I fiori dolcemente profumati sono graditissimi alle api e agli altri impollinatori. Nonostante sia coltivato nei giardini europei da circa duecento anni, è molto stabile; se ne conosce una sola varietà, 'Sundance', uno sport con fogliame giallo oro scoperto in un vivaio inglese nel 1979. Le novità sono arrivate piuttosto dalle ibridazioni. A partire dalla fine degli anni '80 del Novecento, il vivaista inglese Peter Moon ha incominciato a incrociare C. ternata con la più rustica C. arizonica (spesso indicata con il sinonimo C. dumosa var. arizonica), caratterizzata da foglie palmate con sette foglioline molto strette ed allungate, forte resistenza al caldo e all'aridità, nonché alle basse temperature. Il primo risultato fu 'Aztec Pearl', commercializzata a partire dal 1989, estremamente fiorifera e dal portamento allargato e compatto. A questi ibridi è stato assegnato il nome botanico C. x dewitteana; altre creazioni di Moon sono 'White Dazzler' (Moon la commercializza con lo slogan 'Aztec Pearl è buona, White Dazzler anche meglio'), 'Goldfingers', con strette foglie giallo oro, 'Royal Lace', simile ma con portamento più compatto, 'Apple Blossom' con petali toccati di rosa. Anche 'Harrinora' è una creazione di Moon (il nome è ricorda i suoi genitori Harry e Nora), ma è un ibrido tra C. ternata e C. dumosa var. mollis; ha foglie grigio-verdi e richiede una protezione invernale. Per Robert Brown, la partecipazione alla spedizione Flinders segnò l'inizio di una lunga e operosa carriera scientifica. Dopo il viaggio e le raccolte, venne il momento dello studio e delle pubblicazioni, la più celebre delle quali è Prodromus Florae Novae Hollandiae et Insulae Van-Diemen che ne fa il padre della botanica australiana. Successivamente bibliotecario e curatore delle collezioni della Linnean Society, ultimo bibliotecario di Banks, curatore delle collezioni banksiane del British Museum, capo del Dipartimento di botanica dello stesso, presidente della Linnean Society, fu una figura di spicco della botanica britannica, anche se il suo carattere schivo e la meticolosa lentezza del suo lavoro tesero a isolarlo dalle nuove generazioni. Di grande importanza i suoi contributi alla tassonomia e gli studi sul polline, il nucleo cellulare, la differenza tra gimnosperme e angiosperme. Mentre studiava il polline al microscopi, le sue osservazioni sconfinarono nella fisica, con la scoperta di quello che più tardi verrà chiamato "moto browniano". A ricordarlo, oltre a diverse località, australiane o meno, e moltissimi eponimi, i generi australiani Brunonia e Brunoniella. L'ultimo viaggio: Tasmania Quando accettò la proposta di Banks di unirsi alla spedizione Flinders, anche se il suo nome era già piuttosto noto nei circoli botanici britannici, soprattutto come esperto di crittogame (varie felci e muschi da lui raccolti furono pubblicati in Fasciculi plantarum cryptogamaticarum Britanniae da Dickson, con il suo permesso, ma senza citarlo), come aiuto chirurgo di un reggimento di stanza in Irlanda Robert Brown non aveva molte prospettive. La spedizione in Australia fu la grande occasione che attendeva. In tre anni e mezzo, con l'aiuto del giardiniere Good e del pittore Ferdinand Bauer, raccolse più di 3400 esemplari botanici (cui vanno aggiunti animali e minerali), anche se una parte considerevole di queste raccolte andò perduta durante il naufragio del Purpoise, Già prima di quella sventura, lui e Bauer avevano deciso di accettare l'invito del governatore King di continuare ad esplorare la flora della colonia. Per qualche mese, Brown alternò l'esplorazione dei dintorni di Port Jackson con la sistemazione delle proprie raccolte, descrivendo molte piante, momentaneamente classificate secondo il sistema linneano, nel manoscritto intitolato Descriptorium plantarum Novae Hollandiae que in fasciculis parvis Continentur, finché il 28 novembre 1803 si imbarcò sulla Lady Nelson, inviata a Port Phillipp per trasferire in Tasmania i coloni di quell'insediamento che si era rivelato poco propizio. Non appena la nave raggiunse lo stretto di Bass, incontrò un tempo così ostile che fu costretta a rifugiarsi nelle isole del Kent Group, dove rimase bloccata per quasi un mese. Brown approfittò della sosta forzata per esplorare la flora della Deal Island, soprattutto le piante marine. Verso la fine del mese, sopraggiunse la Francis, diretta a Port Dalrymple sulla costa settentrionale della Tasmania. A bordo c'era un gruppo di esploratori incaricati di verificare se la zona era adatta a ospitare la nuova colonia. Poiché la nave era stata alquanto danneggiata dalla tempesta, fu deciso che sarebbe rientrata a Port Jackson per riparazioni, mentre la Lady Nelson l'avrebbe sostituita nella missione, dirigendosi a sua volta a Port Dalrymple, dove gettò l'ancora il giorno di Capodanno 1804. Sino al 18 gennaio, quando salpò per Port Phillipp, vennero esplorate la baia e il corso del fiume Tamar; Brown partecipò a varie spedizioni, ma la stagione già avanzata limitò le sue raccolte. Gli esploratori si trovarono alle prese con un incendio e ci furono anche diversi incontri non molto amichevoli con gruppi di indigeni. Quando infine la Lady Nelson arrivò a Port Phillipp, il governatore Collins aveva già deciso che il nuovo insediamento sarebbe sorto alla foce del fiume Derwent (si tratta dell'odierna Hobart). Così il 30 gennaio la nave ripartì per trasportarvi il primo contingente di coloni. A bordo c'era anche Robert Brown, che nei successivi sei mesi avrebbe esplorato il monte Wellington (che all'epoca era chiamato Table Mountain per la sua somiglianza con la montagna che domina Città del Capo), il fiume che ora porta il suo nome Brown River, la bassa valle del Derwent e l'estuario dell'Huon. Di ritorno a Port Jackson nell'agosto 1804, riprese a visitarne i dintorni, a volte insieme al botanico ufficiale della colonia George Caley, spingendosi a nord fino al fiume Hunter. Il 23 maggio 1805 si imbarcò alla volta dell'Inghilterra sul rabberciato Investigator insieme a Ferdinand Bauer, rientrato dalle isole Norfolk. Portava con se un erbario di 1200 piante, semi, minerali e collezioni zoologiche. Prime pubblicazioni: uno scandalo e un disastro finanziario Ad ottobre i due amici erano di ritorno in Inghilterra. Per entrambi era giunto il momento di passare per uno dagli schizzi agli acquarelli, per l'altro dalla raccolta allo studio. Il progetto comune era la pubblicazione di una Flora complessiva dell'Australia, con i testi di Brown e le illustrazioni di Bauer. Il botanico poté dedicarsi quasi a tempo pieno al progetto grazie alla Linnean Society, che lo assunse come impiegato e bibliotecario. Era ancora ben lontano dalla meta quando, nel 1808, Dryander (il segretario e bibliotecario di Banks) gli chiese di scrivere una monografia sulle Proteaceae, in modo che egli potesse utilizzare le sue denominazioni nella nuova edizione di Hortus Kewensis che stava allestendo con il capo giardiniere Aiton. Brown accettò, studiando in modo molto accurato non solo le Proteaceae che aveva raccolto personalmente in Australia e in Sud Africa, ma anche le piante vive della collezione del mercante George Hibbert, gli erbari di Banks, Smith, Lambert e altri; poté anche esaminare brevemente le raccolte di Labillardière. Il saggio fu pronto all'inizio del 1809 e Brown lo lesse nel corso di quattro sedute della Linnean Society, tra gennaio e marzo. La pubblicazione però tardò fino al marzo 1810, quando apparve sia nella rivista della società con il titolo On the Proteaceae of Jussieu sia come volume a sé con il titolo On the natural order of plants called Proteaceae. Com'è chiaro da questi titoli, Brown non segue più la classificazione linneana (che già lo aveva lasciato insoddisfatto in Australia, ma che aveva provvisoriamente conservato per comodità) ma quella "naturale" di Antoine Laurent de Jussieu. Egli propone una nuova classificazione della famiglia, servendosi per la prima volta anche dell'analisi del polline; ne discute la distribuzione geografica; stabilisce due sottofamiglie, basandosi sulla contrapposizione tra frutti deiscenti e indeiscenti; descrive 404 specie e 38 generi, 18 dei quali nuovi. Il saggio segnò il riconoscimento scientifico di Brown, ma fu anche seguito da aspre polemiche. Poco dopo le conferenze alla Linnean Society, quindi molti mesi prima della pubblicazione a stampa del saggio di Brown, uscì On the cultivation of the plants belonging to the natural order of Proteeae che, dopo una breve parte iniziale realmente dedicata alla coltivazione di queste piante firmata da Joseph Knigth, il giardiniere di Hibbert, presentava un'ampia revisione tassonomica della famiglia. Non era firmata ma l'autore fu facilmente identificato in Richard Salisbury che già in Paradisus londinensis (1806) aveva trattato diverse Proteaceae. Egli aveva assistito alle conferenze di Brown e, secondo la ricostruzione corrente, aveva memorizzato il nomi dei suoi nuovi generi; ora ne anticipava la pubblicazione, "rubandoli" al vero autore. Accusato di plagio, fu di fatto ostracizzato dalla botanica britannica. Brown stesso fu profondamente scioccato e scrisse di Salisbury in questi termini: "Non so che cosa pensare di lui tranne che sia un briccone e un pazzo". Nel 1810 Brown finalmente terminò quella che riteneva la prima parte della sua flora australiana; la pubblicò a proprie spese, senza illustrazioni, come Prodromus Florae Novae Hollandiae et Insulae Van Diemen, vol. 1; la numerazione del testo iniziava a p. 145, perché egli prevedeva una prefazione da aggiungere in ristampa. Le vendite furono così scarse che il botanico ritirò il volume dal commercio e rinunciò a scrivere sia la prefazione sia i volumi successivi. Solo vent'anni dopo sarebbe uscito un supplemento, dedicato alle Proteaceae scoperte nel frattempo. Anche il volume con le illustrazioni di Bauer (1813) fu un fiasco totale. Nonostante il disastro finanziario, il libro di Brown è una pietra miliare della botanica che segna il vero inizio dello studio sistematico della flora australiana, con la pubblicazione di 2040 specie, oltre metà delle quali nuove, e importanti contributi anche metodologici alla sistematica; vengono stabilite nuove famiglie (all'epoca si chiamavano ordini), molte delle quali tuttora accettate, e definiti in modo più preciso i criteri di classificazione delle famiglie stesse, all'epoca ancora piuttosto fluidi. Brown diventa il Giove della botanica Il 1810 segnò per Brown anche un'importante svolta professionale. In seguito alla morte di Dryander, Banks lo assunse come segretario e bibliotecario, con uno stipendio annuo di 200 sterline e l'uso di un alloggio privato a Soho Square. Occuparsi di quella immensa biblioteca e di quel grandioso erbario, garantendone l'accesso ai numerosi visitatori, era tutt'altro che una sinecura. Per Brown, significò anche allargare i suoi interessi a nuove piante e nuove aree geografiche. Ad esempio, nel 1814 in appendice di A voyage to Abyssinia di Henry Salt pubblicò una lista di 146 piante abissine e nel 1818 l'erbario raccolto da Christen Smith in Congo. Nel 1820, alla morte di Banks, Brown ne ereditò la biblioteca e l'erbario con la clausola che, alla sua stessa morte, fossero trasferiti al British Museum. Nel 1827 egli anticipò la volontà del suo benefattore facendone dono al Museo, garantendosene però il controllo come Curatore delle collezioni banksiane; nel 1837, quando il dipartimento di Storia naturale venne diviso in tre sezioni, egli fu nominato primo curatore del dipartimento di botanica, incarico che mantenne fino alla morte. La sua posizione al British Museum ne faceva una delle figure più importanti della botanica britannica e gli permetteva di continuare a fare ciò che più amava: studiare meticolosamente le piante e le loro strutture microscopiche. Non a caso per ben due volte rifiutò una cattedra universitaria: non solo quella di Edimburgo, che implicava l'insegnamento della medicina, ma anche quella di botanica di Glasgow, per la quale caldeggiò la candidatura di William Jackson Hooker. Brown era un grande osservatore, uno sperimentatore metodico e rigoroso, uno scienziato aperto all'innovazione. Queste qualità emergono pienamente dalle sue scoperte degli anni '20 e '30. Nel 1827, in un saggio dedicato al nuovo genere Kingia, fu il primo a riconoscere le differenze fondamentali tra gimnosperme e angiosperme (anche se lui non le chiamava ancora così): mentre le ultime hanno semi racchiusi in un ovario (solitamente il frutto), le prime non hanno né fiori né frutti e i semi si presentano "nudi" e disposti sulle scaglie di un cono o pigna. E' sempre del 1827 la scoperta più celebre al di fuori della botanica. Mentre studiava al microscopio granuli di polline di Clarkia pulchella in sospensione acquosa, egli notò che essi erano in continuo movimento e che tale movimento avveniva in direzioni casuali. Dapprima pensò che i granuli fossero vivi, ma poi ripeté l'esperimento con moltissimi materiali diversi, organici e inorganici, verificando che il movimento avveniva sempre nello stesso modo. Egli non propose una spiegazione del fenomeno, tranne osservare che doveva essere un riflesso della struttura molecolare della materia. La spiegazione di quello che è noto come "moto browniano" arriverà molti anni dopo: nel 1905, da parte di Albert Einstein. Nel 1831, mentre studiava i meccanismi di impollinazione di piante delle famiglie Orchidaceae e Asclepiadeaceae, Brown notò nella cellule delle orchidee la presenza di un struttura che poi osservò anche in altre piante e la denominò "nucleo" della cellula. Il nucleo era già stato osservato in precedenza, forse fin dal Seicento dal microscopista olandese Leeuwnhoek; lo aveva notato e disegnato anche Franz Bauer a partire dal 1802, ma Brown fu il primo a dargli il nome. Sia lui sia Bauer però pensavano che fosse presente solo nelle monocotiledoni. Brown era altamente apprezzato dai suoi contemporanei; Humboldt lo definì "botanicorum facile princeps" e von Martius "Jupiter Botanicus", certo in riferimento anche al suo ruolo di padre padrone del dipartimento di botanica del British Museum. Come figura anche istituzionale, fu membro di molte società scientifiche come la Reale accademia svedese delle Scienza, la Reale accademia olandese delle Scienze e delle Arti, l'Accademia americana delle Arti e delle Scienze. Aveva un particolare legame con la Linnean Society: nel 1822 si era dimesso da impiegato, era stato immediatamente accolto come membro, poi entrò a far parte del Consiglio e nel 1828 fu nominato vicepresidente, presidente dal 1849 al 1853, quindi nuovamente vicepresidente fino alla morte. Brown era innegabilmente un grande scienziato, che qualcuno considera addirittura il maggiore botanico del suo tempo; ma la sua meticolosità e la sua dedizione al lavoro ebbero anche un risvolto negativo. Non amava delegare, con il risultato che molti esemplari raccolti da botanici e viaggiatori delle generazioni successive finivano di attendere il loro turno nei depositi del British Museum, in attesa che potesse occuparsene. Era il caso in particolare delle piante australiane, che egli tendeva a considerare la sua riserva di caccia. Il risultato fu che molte delle sue stesse raccolte rimasero inedite e che la prima opera importante sulla flora australiana dopo il Prodromus, Flora australiensis di George Bentham, iniziò ad uscire solo dopo la sua morte. Quale fosse l'atteggiamento dei naturalisti più giovani verso questo mostro sacro (anche fisicamente: era alto, imponente, severo, di poche parole e di spirito tagliente) ce lo racconta un aneddoto che ha per protagonista Charles Darwin. Nel corso del famoso viaggio attorno al mondo a bordo del Beagle, visitò anche l'Australia e sapeva che il vecchio botanico era ansioso di aver da lui qualche esemplare stuzzicante. Ma lui, convinto che sarebbero finiti a prendere polvere nei magazzini del British, non aveva nessuna intenzione di accontentarlo. Così, quando alla fine lo incontrò, lo distrasse regalandogli un po' di legno fossile (i fossili erano una passione comune). In una lettera commentò: "Credo che il mio legno silicizzato abbia disselciato il cuore di Mr. Brown". Omaggi floreali e no Robert Brown morì ottantacinquenne nel 1858 nell'alloggio di Soho Square dove abitava dal 1810. A ricordarlo vi è stata posta una targa, ma i luoghi a lui legati sono molti altri: nell'Australia meridionale il monte Brown che scalò durante la spedizione Flinders e oggi ospita un parco nazionale a lui dedicato e in Tasmania il fiume Brown; non mancano località che mai visitò, come il Capo Brown in Groenlandia, così denominato in suo onore da William Scoresby, o il monte Brown in Canada, omaggio di David Douglas. Le piante con eponimo brownii o brownianus si contano a centinaia; ci sono poi due generi, ovviamente australiani. A dedicargli il primo fu James Edward Smith che lo chiamò Brunonia; scopriamo perché grazie alle frasi iniziali del suo An Account of a new Genus of New Holland Plants named Brunonia, letto durante la seduta del 6 febbraio 1810 della Linnean Society, di cui Smith era fondatore e presidente: "Per la conoscenza della pianta che mi accingo a presentare, sono obbligato a Mr. Brown, bibliotecario della Società, che la scoprì nel corso delle sue ricerche botaniche in Nuova Olanda. Una parte assai interessante della sua ricca messe in quel paese occupa un'ampia porzione di questo volume delle nostre Transactions. Con una simile prova del suo genio e della sua abilità davanti ai nostri occhi, qualsiasi testimonianza in tal senso da parte mia sarebbe superflua, ma sono ansioso di cogliere l'opportunità, che egli ha accettato dietro mia ardente sollecitazione, di rendere giustizia ai suoi meriti dedicandogli questo genere nuovo e molto particolare. Poiché esiste già un genere Brownea in memoria dello studioso della storia naturale della Giamaica [Patrick Browne], per evitare ogni ambiguità e mantenere la massima somiglianza possibile con il suo nome, sono obbligato a ricorrere all'espediente, non eccezionale e autorizzato da precedenti, di chiamare il mio genere Brunonia". L'espediente usato da Smith consiste nell'usare l'equivalente latino di Brown, Bruno (gen. Brunonis). Qualche mese più tardi, Brown usò i nomi di Smith nel Prodromus; poiché la conferenza di Smith venne pubblicata solo nel 1811, la priorità di pubblicazione del genere spetta a lui stesso, e non a Smith. In tal modo involontariamente Brown ha violato un tabù della terminologia botanica, dedicando un genere a se stesso. Brunonia R.Br. (oppure Brunonia Smith ex R.Br.) è un genere curioso al di là di questo aneddoto. Smith lo aveva scelto perché costituiva un vero enigma tassonomico. Sembrava infatti in relazione con molte famiglie naturali, ma era difficile attribuirlo con certezza all'una piuttosto che all'altra. L'incertezza non si è sciolta con il passare del tempo. In passato è stato attribuito a una famiglia propria, Brunoniaceae, ma a partire dal 2003 è stato trasferito nelle Goodeniaceae, dalle quali per altro differisce perché è l'unico con fiori a simmetria radiale, ovario supero e semi privi di endosperma. Oggi gli è attribuita un'unica specie, B. australis, un'erbacea annuale o perenne con foglie riunite in una rosetta basale, da cui emergono esili scapi che portano alla sommità una densa infiorescenza a capolino di numerosi piccoli fiori blu cielo o più raramente malva. Piuttosto diffusa, è presente in tutto il paese; predilige suoli sabbiosi o rocciosi e ambienti aridi e aperti, ma non ne è esclusiva. Si trova infatti anche in boscaglie e foreste aperte. Le infiorescenze ricordano quelle delle Scabiosa o della Knautia, da cui il nome comune blue pincushion. Un secondo omaggio è arrivato in tempi molto più recenti. Nel 1964 l'olandese Bremekamp decise di creare un nuovo genere per accogliere le specie australiane del genere soppresso Aporuellia (famiglia Acanthaceae). Poiché tre di queste specie erano state raccolte e descritte per la prima volte da Robert Brown (che le aveva assegnate al genere Ruellia) lo chiamò Brunoniella in suo onore. Comprende sei specie, cinque endemiche dell'Australia e una della Nuova Caledonia. Sono perenni tuberose, prostrate o erette, quasi tutte nane, con rami spesso scanalati longitudinalmente o appiattiti, foglie in coppie opposte ai nodi e fiori con corolla imbutiforme solitari o raccolti in spighe lasche. L'ambiente tipico è il sottobosco delle boscaglie e delle foreste umide dell'Australia settentrionale o nord-orientale. Anche se esistono anche altri colori, anche per questo genere il colore dominante dei fiori è l'azzurro. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
April 2026
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