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Usteria guineensis è una specie poco studiata dell’Africa tropicale: una liana discreta, quasi invisibile nella letteratura scientifica, che porta però un nome pesante. Ricorda infatti lo svizzero Paul Usteri, oggi quasi dimenticato, ma al suo tempo figura di primo piano della botanica europea, non come teorico, bensì come instancabile pubblicista ed editore di due riviste innovative e prestigiose. Il suo fervore botanico fu però tanto intenso quanto breve: dopo pochi anni, abbandonò completamente la scienza per dedicarsi alla politica, divenendo un protagonista della vita pubblica elvetica. Dalle riviste botaniche ai pamphlet rivoluzionari Nel 1787 due ragazzi zurighesi, Paul Usteri e Jakob Römer, arrivano a Gottinga per completare gli studi di medicina. Zurigo ha una lunga tradizione medica e botanica, illustrata tra l’altro da figure come i fratelli Scheuchzer, ma è meno dinamica e più provinciale della città tedesca: un vivacissimo centro intellettuale dove, tra aule universitarie e salotti letterari, giovani venuti da tutta la Germania si incontrano, discutono, progettano il futuro. Del resto, Paul Usteri (1768–1831) ha tutte le credenziali per immergersi in quell’ambiente e assorbirne le idee. Suo padre è il teologo e pedagogista Leonhard Usteri, promotore della riforma delle scuole cittadine e della loro apertura alle donne, corrispondente e ammiratore di Rousseau, amico personale di Winckelmann, figura attiva nella vita sociale e intellettuale zurighese. Il suo padrino, colui che lo ha indirizzato alla medicina e lo ha educato allo spirito illuminista, è Johannes Gessner, amico e compagno di viaggio di von Haller, fondatore della Società di scienze naturali e dell’istituto medico, corrispondente tra gli altri di Lavater, Rahn e Waser. A Gottinga, presto si forma un piccolo circolo svizzero: oltre a Usteri e Römer, lo animano due giovani destinati a lasciare un segno nella scienza e nella vita politica elvetica, Albrecht Rengger e Hans Conrad Escher; il più vecchio, Rengger, ha ventitré anni, gli altri, quasi coetanei, appena venti. Sono curiosi di tutti, e di tutto discutono: di scienza, di medicina, di letteratura, e molto, moltissimo, di politica. Ma ci sono altri incontri: con il botanico olandese Christiaan Hendrik Persoon e con Alexander von Humboldt, anche lui studente all'università Georg-August. È in questo contesto che i ventenni Usteri e Römer decidono di pubblicare il Magazin für die Botanik, la prima rivista di botanica in lingua tedesca. Il primo numero, stampato a Zurigo presso l’editore Füssli, esce nel 1787. Si apre con una lunga prefazione firmata Die Herausgeber, i curatori, in cui viene rivendicato un approccio dichiaratamente multidisciplinare, aperto non solo alla botanica descrittiva ma anche all’anatomia, alla fisiologia, alla fisica e alla coltivazione delle piante. La struttura della rivista è quadripartita: una prima sezione riservata ai contributi personali dei curatori; una seconda dedicata ad articoli tradotti o ripresi da prestigiose pubblicazioni straniere; le recensioni, che occupano oltre metà delle pagine; infine una sezione di notizie e scambi, pensata per favorire la circolazione delle informazioni all’interno della comunità botanica. L’interesse per la sistematica emerge già dal lungo saggio di apertura, un esame degli sviluppi più recenti della tassonomia, con particolare attenzione al sistema di Allioni. Le traduzioni provengono da saggi già pubblicati altrove: è evidente che la rivista è stata integralmente pensata, scritta e curata dai due amici, che non firmando mai individualmente i loro contributi non permettono di distinguere il lavoro dell’uno da quello dell’altro. Tra il 1787 e il 1790 usciranno quattro volumi del Magazin für die Botanik, articolati in dodici fascicoli. La struttura rimane invariata, ma i due giovani svizzeri riescono ora a coinvolgere altri collaboratori: la rivista cresce, con nomi del calibro di Roth e Willdenow, e una rete europea nella quale spiccano Scopoli e Cavanilles. Poi, nel 1790, Römer si dimette e la rivista cessa le pubblicazioni. Ma, come una duplice fenice, rinascerà dalle sue ceneri in due nuove riviste, una diretta da Usteri e l’altra da Römer. Nel frattempo anche le loro vite avevano iniziato a prendere strade diverse. Entrambi si laureano: Römer dopo pochi mesi, Usteri nel 1788. Il primo torna a Zurigo, diventa medico cittadino e rimane fedele a una carriera di botanico e naturalista, che approfondirò in un altro post. Usteri, invece, dopo la laurea compie un lungo viaggio che lo porta in molte città tedesche, visitando ospedali e istituzioni scientifiche. Nel 1789 rientra anche lui a Zurigo, dove la morte precoce del padre segna la fine della sua giovinezza e lo getta nella vita adulta. Una vita impegnatissima, di cui la botanica sarà solo una parte. Lavora come medico generico, insegna all’Istituto di medicina, cura l’orto botanico della Società di scienze naturali. E si fa un nome non come ricercatore, ma come pubblicista. Tra il 1789 e il 1791 pubblica una bibliografia delle opere mediche uscite tra il 1745 e il 1774 in due volumi; tra il 1790 e il 1793, sotto il titolo Delectus opusculorum botanicorum, una raccolta di trattati botanici rari; nel 1791 un saggio sulla sanità pubblica; nel 1792 una biografia del padre, apparsa in Famous Men of Helvetia di Leonhard Meister. Nel 1791 riprende anche il filo interrotto del Magazin für die Botanik con una nuova rivista, intitolata Annalen der Botanik. Ne usciranno ventiquattro numeri, fino al 1800, dapprima sempre presso Füssli a Zurigo, poi, dal 1795, a Lipsia. La struttura del periodico rimane immutata, ma ora lo spazio che era dei due autori‑curatori è occupato da articoli di prestigiosi collaboratori internazionali: moltissimi tedeschi (Roth, Schrank, Willdenow, Hedwig, Hoffmann, Humboldt), un nutrito gruppo di italiani (Nocca, Olivi, Morozzo, Savi), ma anche francesi, olandesi e naturalmente svizzeri. Pur non scrivendo più saggi originali, Usteri è attentissimo alle novità: nel 1791 (a soli due anni dall’uscita) pubblica un’edizione tedesca annotata di Genera plantarum di Antoine‑Laurent de Jussieu; sulla rivista compaiono, tra l’altro, uno dei primi studi innovativi sui funghi di Persoon (1794) e una disamina degli sviluppi della tassonomia post‑linneana di Steven Jan van Geuns. Poi c’è la politica, sempre più coinvolgente man mano che gli echi della Rivoluzione francese raggiungono l’apparente tranquillità svizzera. Nel 1794 Usteri pubblica anonimi alcuni numeri di un Diario del Tribunale rivoluzionario; quindi, nel 1795, per sfuggire alla censura fonda a Lipsia una casa editrice specializzata in riviste ispirate alla Rivoluzione francese, tra cui Klio, ufficialmente diretta da Ferdinand Huber. Oltre a pubblicarle, comincia a collezionare opuscoli e giornali del periodo rivoluzionario, creando un’imponente raccolta oggi conservata nella Biblioteca comunale di Zurigo. Nel 1797 è eletto al Gran Consiglio della città di Zurigo; nel 1798, quando l’esercito francese invade il Vaud e scoppia la Rivoluzione elvetica, si trova in prima fila insieme al vecchio amico Escher: prima come redattore di un giornale rivoluzionario, poi come membro dell’assemblea cantonale, infine come rappresentante di Zurigo al Senato elvetico incaricato di elaborare la nuova costituzione. Da quel momento diventa uno degli uomini di punta del movimento liberale, e l’impegno politico cancella la botanica dai suoi interessi. Continua a scrivere e pubblicare riviste, ma per diffondere i suoi ideali politici e combattere la censura e il governo conservatore; è presidente del Consiglio legislativo nel periodo rivoluzionario, per molti anni capo dei liberali nel Piccolo Consiglio di Zurigo, più volte membro del Consiglio federale, Consigliere di Stato e ancora presidente della commissione costituzionale tra il 1830 e il 1831. Nel 1831 è eletto sindaco di Zurigo, ma muore prima di assumere l’incarico. Usteria, chi è costei? Nella breve stagione in cui dirige gli Annalen der Botanik (1791–1800), Paul Usteri si trova, quasi senza volerlo, al centro della botanica europea. Non come autore — pubblica pochissimo di suo — ma come editore, mediatore, diffusore della conoscenza. È membro di numerose società scientifiche; e di anno in anno, mentre i nomi dei collaboratori della rivista si fanno sempre più prestigiosi, crescono anche le affiliazioni che elenca con orgoglio sotto il proprio nome nel frontespizio. Sa curare la sua immagine nella “repubblica delle lettere botanica”, scegliendo con attenzione il dedicatario di ciascun fascicolo — da Medicus, nel primo numero, a Desfontaines, nell’ultimo, passando per Humboldt, Seguier, Hoffmann e Willdenow. Questa centralità, costruita più con la regia che con la produzione scientifica, lascia un’impronta sorprendente: nel giro di pochi anni, quattro botanici gli dedicano un genere. Un riconoscimento che dice molto del prestigio internazionale raggiunto da un giovane svizzero che, per un breve momento, si trovò al crocevia della botanica europea. Due dediche arrivarono contemporaneamente nel 1790, una da parte di Willdenow, l'altra da parte di Medicus; poiché è impossibile stabilire una priorità e il solo nome a circolare è quello di Willdenow, è quello considerato valido. Ci fu poi una terza Usteria, stabilita da Cavanilles nel 1793, e infine da una quarta da Dennstedt nel 1818, quando Usteri non si occupava più da tempo di botanica, ma evidentemente il suo nome non era ancora dimenticato. Usteria Willd. è un genere monotipico della famiglia Loganiaceae, rappresentato dalla sola U. guineensis, un rampicante che cresce ai margini delle foreste, lungo i corsi d'acqua, i bordi delle strade e i coltivi nei paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, nell'Africa tropicale occidentale. Probabilmente non è rara, ma è pochissimo studiata. Scarse informazioni e alcune fotografie recenti sono state pubblicate in una tesi discussa nel 2014 presso l'Università di Lagos in Nigeria, dedicata alle Loganiaceae dell'Africa occidentale. Oltre a evidenziarne la vicinanza tassonomica al genere Strychnos, per altro diversissimo dal punto di vista morfologico, se ne segnalano le potenziali proprietà antimalariche. In base alle descrizioni storiche, risulta un arbusto rampicante alto fino a tre metri, con rami glabri, foglie ovate coriacee e fittamente reticolate, piccoli fiori bianchi densamente aggregati in cime panicolate ascellari o terminali. Le fotografie mostrano frutti carnosi, digitati, di colore verde. Una pianta marginale, quasi invisibile, che però è bastata a conservare il nome di Usteri nella tassonomia botanica.
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Christiaan Hendrik Persoon è una figura singolare nella storia della botanica e della micologia. Nato al Capo di Buona Speranza, formatosi in Germania e vissuto per oltre trent’anni in una stanza modesta del quartiere più povero di Parigi, lavorò quasi sempre ai margini delle istituzioni scientifiche. Eppure il suo contributo in entrambi i campi fu decisivo. È considerato il vero fondatore della sistematica micologica: fu il primo a dare ordine a un ambito ancora frammentario, definendo criteri, strumenti e terminologia, e scrivendo opere di riferimento che avrebbero orientato generazioni di studiosi. Anche in botanica si distinse come valido sistematico della scuola linneana: pur non avendo il peso innovativo dei suoi lavori micologici, la terza edizione di Systema plantarum e la Synopsis plantarum ebbero un ruolo significativo nella transizione dal sistema linneano ai sistemi naturali. Riconosciuto dall’ambiente scientifico nonostante il suo volontario isolamento, già in gioventù meritò la dedica del genere Persoonia, una Proteacea australiana. Dal Sudafrica a Gottinga, alla scoperta di una vocazione Tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento, la botanica di ispirazione linneana — più che una scuola, un metodo che aveva trasformato il modo di guardare la natura — avanzò lungo due direzioni complementari. Da una parte, c’era il compito di completare e aggiornare il catalogo del mondo vivente, mantenendo la fedeltà al sistema del maestro. Dall’altra, la sfida più ardua: portare ordine nei territori che Linneo aveva solo sfiorato, quei regni minori, oscuri, caotici, dove la tassonomia sembrava ancora impossibile. A unire queste due strade in un’unica vita fu Christiaan Hendrik Persoon (1761-1836): celebre come uno dei fondatori della micologia moderna, ma anche instancabile revisore e continuatore del sistema linneano. Un uomo che non scelse tra fedeltà e innovazione, perché per lui erano la stessa cosa: continuare Linneo significava spingersi dove Linneo non era arrivato. Uomo schivo e riservato, Persoon non ha quasi lasciato tracce della propria vita personale. Di lui è stato scritto che la sua biografia coincide con le opere — e in effetti, al di fuori di quelle opere immense, resta poco. Ci è giunta una narrazione frammentaria, sulla quale, fin da subito, sono fiorite invenzioni e leggende. A cominciare dalla sua stessa nascita, collocata talvolta addirittura al 1755. Come chiarisce Valerio Bertolini in un recente studio, egli nacque invece tra la fine del 1761 e l’inizio del 1762. Certo è il luogo: Città del Capo. La sua vita comincia già con un’assenza e con un’identità complessa. La madre, di lingua olandese e discendente da una famiglia stabilita da tempo nella colonia, morì quando lui aveva pochi mesi. Il padre, suddito olandese ma di lingua tedesca, originario dell’isola di Usedom, era arrivato al Capo come sarto della VOC e aveva poi costruito una discreta fortuna come commerciante di merci di ogni genere, compresi gli schiavi. Le fonti — o forse le ricostruzioni successive, perché nel suo caso è difficile distinguerle — parlano di un ragazzo chiuso, poco socievole. Intorno ai quattordici anni, nel 1775, fu mandato a studiare in Europa. Dopo un breve passaggio ad Amsterdam, approdò al Gymnasium luterano di Lingen. Poco dopo gli giunse la notizia della morte del padre, che desiderava per lui una carriera teologica e aveva destinato un lascito per sostenerne gli studi. Come orfano, l’amministrazione dell’eredità — da dividere con due sorelle maggiori — passò alla Camera degli orfani del Capo, che nominò un tutore. Ma durante il lungo percorso di studi europeo, quel patrimonio, mal gestito e forse anche intaccato da ruberie, si rivelò spesso insufficiente a coprire le spese. Alla fine, si dissolse del tutto. Alle difficoltà economiche si aggiunsero le incertezze di un ragazzo — poi di un giovane uomo — solo, senza famiglia e senza nessuno che lo guidasse nelle scelte. Nel 1783, a ventidue anni, iniziò il corso di teologia all’Università di Halle, ma, incerto sul proprio futuro, tornò presto a Lingen. Tre anni dopo lo troviamo a Leida, dove intraprese lo studio della medicina e delle scienze naturali; studi che proseguì poi a Gottinga, dove si trasferì nel 1787. All’epoca, Gottinga era uno dei maggiori centri scientifici tedeschi: un’università prestigiosa, un orto botanico ricchissimo, numerose società erudite. E benché Albrecht von Haller vi fosse ancora venerato come genius loci, la città era ormai diventata uno dei cuori della botanica linneana in terra tedesca, grazie a Johan Andreas Murray, che dal 1769 vi insegnava botanica e dirigeva l’orto botanico. Persoon visse a Gottinga per circa quindici anni: probabilmente il periodo più fecondo della sua vita, ma anche il più oscuro. Sappiamo che seguì i corsi di botanica e di scienze naturali, e forse anche quelli di medicina, ma non si laureò mai (nel 1799 la Leopoldina gli conferì una laurea honoris causa in filosofia). Sappiamo che strinse amicizie — o forse sarebbe più corretto dire contatti — destinati in alcuni casi a durare tutta la vita: tra gli altri, Alexander von Humboldt, che studiò a Gottinga nel 1789. Presto si fece un nome come studioso indipendente, ma non sappiamo come si mantenesse. Sappiamo che viaggiò in Germania, in Olanda, in Francia, in Svizzera, ma non possediamo gli itinerari; solo gli esemplari del suo erbario botanico e micologico testimoniano quei percorsi. Una sola certezza emerge da questi anni: a Gottinga Persoon trovò un metodo e una vocazione. Il metodo era quello linneano, appreso nella sua forma più rigorosa; la vocazione era quella di portare ordine nel caos, di conoscere e trasformare in sistema ciò che appariva informe: la botanica in generale, i funghi in particolare. Alcuni incontri furono decisivi in questo processo. In primo luogo Johann Andreas Murray, che gli trasmise il metodo linneano e la disciplina tassonomica. Poi Paul Usteri e Johann Jacob Römer, che lo misero in contatto con gli ambienti scientifici e pubblicarono i suoi primi lavori sulle loro riviste. Infine — e sopra tutti — Georg Franz Hoffmann, autore di alcuni dei primi studi autorevoli sulle crittogame, professore di botanica e direttore dell’orto botanico di Gottinga dopo la morte di Murray: fu lui a orientarlo, o forse a incoraggiarlo, verso il vasto e ancora sconosciuto mondo dei funghi. I primi lavori pubblicati di Persoon comparvero su riviste come Neues Magazin für die Botanik e Annalen der Botanik; il primo in assoluto è probabilmente la descrizione di dieci specie di funghi da lui rinvenute nell'area di Gottinga, pubblicata nel terzo fascicolo di Abbildungen der Schwämme di Hoffmann. Ai funghi sono poi dedicati numerosi articoli usciti tra il 1793 e il 1795, fino a giungere già nel 1796 alla prima delle opere maggiori, con la prima parte di Observationes mycologicae. Persoon vi delinea già un metodo, getta le basi di un nuovo sistema di classificazione e crea un intero nuovo vocabolario descrittivo, in gran parte in uso ancora oggi. Ma la botanica non è dimenticata: nel 1797, rispondendo alla richiesta di un libraio, dà alle stampe la terza edizione di Systema vegetabilium, nel cui titolo si definisce procurator, ovvero continuatore dell'eredità tanto di Linneo quanto di Murray: Caroli a Linné ... Systema vegetabilium secundum classes ordines genera species cum characteribus et differentiis. Editio decima quinta quae ipsa est recognitionis a b. Io. Andrea Murray institutae tertia procurata a C. H. Persoon. Non si tratta di una semplice ristampa dell'edizione diMurray: Persoon aggiorna differenze specifiche — le brevi formule che distinguono una specie dall’altra — ormai insufficienti, integra osservazioni recenti, corregge i caratteri generici alla luce delle nuove conoscenze e distingue rigorosamente le proprie aggiunte, indicandole tra parentesi. Nel trattare l’ultima classe accenna, con la sua consueta discrezione, alla necessità di una revisione più ampia delle crittogame, anticipando così gli sviluppi del proprio lavoro micologico. Sviluppi che negli anni successivi daranno luogo a una messe di contributi di grande interesse, poi confluiti nelle tre parti delle Observationes mycologicae (1795–1799) e nell’ultimo grande lavoro della stagione di Gottinga, Synopsis methodica fungorum (1801). Anche se la proposta di assumerla come punto di partenza delle denominazioni micologiche — analogamente a Species plantarum per le piante — fu respinta dal Congresso di Sydney del 1981, la Synopsis resta l’opera fondativa della sistematica dei funghi: un sistema di nuova concezione, con la trattazione di 71 generi, molti dei quali nuovi, e 1526 specie distribuite secondo criteri originali. Per quanto riguarda il lavoro editoriale — che non mancò, e che forse gli procurò almeno un piccolo cespite di entrate — non va dimenticata la cura dei tre volumi delle Dissertationes academicae di Thunberg, pubblicati a Gottinga tra il 1799 e il 1801, ulteriore testimonianza del suo legame con la scuola linneana. Parigi: il solitario del faubourg souffrant Nel 1802, con una decisione che ha stupito più di un biografo, Persoon lasciò Gottinga per stabilirsi a Parigi. In Germania era noto, rispettato, membro di prestigiose società scientifiche; a Parigi non aveva nessuno, e doveva ancora una volta cambiare ambiente e lingua. Eppure non fu una scelta impulsiva, ma preparata e meditata. Poté pesare anche la situazione politica: negli anni delle guerre napoleoniche la Germania era un campo di battaglia, mentre Parigi era la capitale scientifica d’Europa. Ma la Parigi in cui approdò Persoon — pur accolto con tutti gli onori e riconosciuto per il suo lavoro — non era quella dei salotti, dove brillava l’ex condiscepolo Humboldt, né quella dei collezionisti come il barone Delessert, né quella delle istituzioni di Jussieu, Lamarck e de Candolle. Fu la Parigi del lavoro metodico e solitario, condotto quasi da asceta della botanica e della micologia in una stanza al sesto piano del quartiere più povero della città, il faubourg souffrant: mal illuminata, poco aerata, difficile da riscaldare, arredata con l’indispensabile — un letto, un tavolo, una sedia, un fornello. C’era però ciò che contava davvero: il suo erbario, i libri, una lente mediocre e pacchi di esemplari che gli arrivavano da tutta Europa e talvolta dall’America. La corrispondenza, e soprattutto gli indirizzi con titoli altisonanti in latino (illustrissimus, clarissimus, Princeps mycologorum), stupivano il portinaio e i vicini, che forse si chiedevano se quell’uomo modesto, sempre chiuso nella sua stanza a lavorare, non fosse un principe in incognito. E in un certo senso lo era davvero: non di un regno degli uomini, ma di quello, immensamente più vasto e ancora in gran parte da esplorare, dei funghi — un continente biologico misterioso e interconnesso, che oggi sappiamo contare centinaia di migliaia di specie descritte e forse milioni ancora ignote. La vita materiale era ridotta all’indispensabile, immensa l’opera scientifica. Persoon divenne, in un certo senso, il centro motore di un intero settore della scienza nel suo nascere: studiava, scriveva, corrispondeva con centinaia di colleghi; era il maestro riconosciuto e il mentore degli studiosi delle generazioni successive, come Magnus Fries. Nel 1803, quasi in coincidenza con il suo arrivo a Parigi, incominciò a pubblicare tra Parigi e Strasburgo le Icones pictae specierum rariorum fungorum: forse una delle ragioni che l’avevano attirato nella capitale era che solo qui — e forse a Londra — era possibile realizzare un’opera con una qualità grafica e tipografica impossibile a Gottinga. E poi a Parigi c'era il Jardin des Plantes, con il suo immenso deposito di fogli d'erbario. Nei primi anni parigini, parallelamente agli studi micologici, Persoon affrontò di petto il problema che aveva incontrato curando la terza edizione di Systema vegetabilium: il numero crescente di specie conosciute e gli avanzamenti della botanica richiedevano un aggiornamento molto più profondo e sistematico. La risposta fu Synopsis Plantarum, seu Enchiridium botanicum, complectens enumerationem systematicam specierum hucusque cognitarum, in due volumi, usciti rispettivamente nel 1805 e nel 1807: 20.000 specie distribuite distribuite in 2300 generi e classificate secondo il sistema linneano, di fatto tutte le fanerogame conosciute all'epoca. E che Persoon non sia stato solo il principe dei micologhi, ma anche un botanico di primo piano, ce lo dicono le oltre 2600 occorrenza della sigla d'autore Pers. in IPNI, con decine di nuovi generi e centinaia di specie. Ovviamente i funghi rimasero il centro del suo lavoro anche negli anni parigini. Continuavano a uscire i fascicoli delle Icones (l’ultimo, il quarto, nel 1808). Scriveva recensioni di opere micologiche per il Journal de Botanique diretto da Desvaux e non trascurava la divulgazione, come mostra il Traité sur les champignons comestibles (1818). La sua competenza nella preparazione degli erbari era riconosciuta ovunque: nel 1825 pubblicò il lungo articolo Sur la manière de recueillir et de préparer les champignons pour les herbiers, che divenne un riferimento tecnico. Tra il 1817 e il 1822, a testimonianza dell’attenzione internazionale, a San Pietroburgo uscì in sei volumi Species plantarum, una versione lievemente corretta di Synopsis plantarum. L’opera più importante degli ultimi anni resta però Mycologia europaea, concepita come descrizione completa dei funghi del continente. Persoon ne pubblicò tre volumi tra il 1822 e il 1829. Poi il lavoro si interruppe, soprattutto perché non poté più servirsi del suo erbario. Con l’età che avanzava e i problemi di salute che cominciavano a farsi sentire, continuare a vivere e lavorare in povertà estrema nel faubourg souffrant divenne sempre più difficile. All’inizio degli anni Venti un gruppo di amici e corrispondenti tentò di sostenerlo con una sottoscrizione, ma egli rifiutò sdegnato. Nel 1825, su invito del medico Joseph Kerckhoffs, il governo olandese decise infine di concedergli una pensione di 800 fiorini l’anno; in cambio, Persoon dovette cedere l’erbario — oltre 14.000 esemplari — e gran parte della biblioteca. Alla prima rata, l’ambasciatore olandese a Parigi fece porre i sigilli all’erbario, che Persoon non poté più consultare, anche se esso partì per Leida, destinato all’erbario nazionale, solo nel 1828. Negli ultimi anni poté vivere più dignitosamente nel quartiere di Val-de-Grâce. Ottenne alcuni riconoscimenti, come l’ammissione alla Société linnéenne de Paris, di cui fu anche vicepresidente per un periodo. Partecipò a grandi opere collettive: la relazione sul viaggio delle corvette Uranie e Physicienne, per la quale curò la parte micologica (1826), e la Flore générale de France (1828). Tuttavia, la stagione creativa si era chiusa con la perdita dell’erbario. Morì a Parigi nel novembre 1836, all’età di 74 anni, e fu sepolto al cimitero di Père Lachaise. Sulla tomba volle una semplice lapide con la scritta: «Chretien Henry Persoon, Botaniste, Né au Cap de Bonne Espérance, décédé le 15 Novembre 1836». Peersonia, una Proteacea diversa dalle altre Nel campo micologico, l’eredità scientifica di Persoon è immensa. Fu il primo a portare ordine nella tassonomia di quel vasto e oscuro gruppo di organismi, lasciando un’impronta imprescindibile per tutti coloro che se ne occuparono contemporaneamente e dopo di lui. Anche la sua opera botanica, come abbiamo visto, è significativa. La terza edizione di Systema plantarum per qualche anno sostituì come opera di riferimento la seconda edizione di Murray e fornì la base per l’edizione francese Système sexuel des végétaux (1798). La monumentale Synopsis plantarum offrì un quadro completo e rigoroso delle conoscenze botaniche del tempo. Anche se entrambe furono presto superate dall’opera di altri botanici, segnarono comunque due tappe importanti della transizione dal sistema linneano ai diversi sistemi naturali. A Persoon, oltre a Persoonia — una delle maggiori riviste internazionali di micologia — sono stati dedicati due generi di funghi, Persooniana e Persooniella, e alcune specie botaniche, come Landolphia persooniana e Myosotis persoonii. Il genere Persoonia fu invece istituito tre volte: da Smith nel 1798, da Willdenow nel 1799 e da Michaux nel 1803. Per la legge della priorità è valido il primo. La dedica di Smith, come si vede, precede le grandi opere di Persoon, ma testimonia che la sua fama aveva già varcato la Manica. Scrive infatti: «In memoria del celeberrimo C. H. Persoon, famoso per varie operine sui funghi». Il genere Persoonia Sm. comprende oggi un centinaio di specie di arbusti o piccoli alberi della famiglia Proteaceae, per lo più endemiche dell’Australia; una specie è presente in Nuova Zelanda e un’altra in Nuova Caledonia. In Australia, con l’eccezione di P. pertinax, endemica del Great Victoria Desert, e di poche altre specie, prediligono le zone non aride, da temperate a subtropicali, dell’Australia sudoccidentale e sudorientale, inclusa la Tasmania. Sono note con il nome comune geebung, derivato da una lingua aborigena. Diffuse in una varietà di habitat — dalle pianure sabbiose dell’Australia sudoccidentale alle pianure costiere e al Great Dividing Range nell’Australia sudorientale, fino alle specie alpine della Tasmania e delle Alpi australiane — le Persoonia sono alquanto varie. Sono prevalentemente arbusti, da prostrati a eretti, più raramente piccoli alberi, con fogliame molto variabile da una specie all’altra. I fiori, ermafroditi, sono talvolta solitari, ma più spesso raccolti in racemi più o meno allungati che in alcune specie continuano a crescere terminando in una foglia. I tepali, liberi o più spesso saldati alla base, hanno apici retroflessi e sono solitamente di colore giallo. I frutti, drupe contenenti uno o due semi, in diverse specie sono eduli. Tra le specie più note si ricordano P. pinifolia, un grande arbusto dal fogliame aghiforme e dai lunghi racemi penduli, endemico dell’area di Sydney e particolarmente apprezzato come pianta da giardino per il suo valore ornamentale; P. levis, comune nelle foreste del sud‑est australiano, con foglie asimmetriche a forma di sciabola e racemi eretti, seguiti da drupe molto apprezzate da uccelli, canguri e opossum; P. chamaepeuce, un arbusto nano prostrato adattato agli ambienti alpini della Tasmania e delle Alpi australiane, con foglie lineari e fiori solitari caratterizzati da quattro tepali pelosi, fusi alla base e retroflessi all’apice. All’interno della vasta famiglia delle Proteaceae, Persoonia si distingue per alcune peculiarità. In primo luogo, manca del caratteristico apparato radicale (le radici proteoidi), formato da brevi radichette molto ravvicinate che facilitano l’assorbimento dei nutrienti inorganici: per questo motivo predilige suoli ben drenati, acidi e poveri di nutrienti. In secondo luogo, non presenta le grandi infiorescenze ricche di nettare tipiche di molte specie di questa famiglia, ma fiori molto più piccoli. Si ritiene che siano impollinate non da uccelli o piccoli mammiferi, come altre Proteaceae, ma da insetti come api e vespe. I frutti di molte specie costituiscono poi un’importante risorsa alimentare per la fauna. La dedica di Smith, forse nata con una certa libertà, fu comunque molto gradita a Persoon. Nel 1805, nel primo volume della Synopsis plantarum, egli poté ricambiare l’onore delineando uno dei primi profili del genere e attribuendogli cinque specie, tre delle quali di sua determinazione. Due di queste, P. hirsuta e P. laurina, sono tuttora valide, a testimonianza dell’acume di Persoon come tassonomista anche in campo botanico. Lavorò su esemplari d’erbario, senza aver mai visto una Persoonia viva, e su un genere allora quasi sconosciuto, prima che le grandi novità portate da Robert Brown e dai suoi studi sulle Proteaceae ne definissero i contorni. In questo senso, la dedica di Smith appare oggi meno casuale di quanto sembri: fu il riconoscimento precoce di un sistematico rigoroso, capace di orientarsi anche in territori inesplorati. Quasi negli stessi anni – e per un lungo tratto contemporaneamente – furono attivi negli Stati Uniti ottocenteschi due medici appassionati di botanica: Jacob Bigelow e John Milton Bigelow. Stessi anni, stessa professione, stessa passione, stesso cognome. Che talvolta siano stati confusi non stupisce. Eppure diversissimi furono il loro campo d’azione e il modo in cui la botanica li ha ricordati: con il genere Bigelowia il primo, con una costellazione di specie del Sud‑Ovest il secondo. Gemelli diversi: Jacob Bigelow l'accademico Nel corso dell’Ottocento, negli Stati Uniti operarono due medici omonimi, entrambi attivi anche in botanica: Jacob Bigelow (1787–1879) e John Milton Bigelow (1804–1878). Il primo, più anziano, era una figura di spicco della Boston accademica, professore universitario e autore di un’opera che divenne un classico. Il secondo viveva in provincia, nell’Ohio; si interessò alla flora locale e, quando era ormai maturo, partecipò a due grandi spedizioni di esplorazione del Nord America: quella del confine con il Messico e la spedizione Whipple. Stesso cognome, percorsi diversi, due modi diversi di essere botanici in un paese che stava cercando una propria autonomia scientifica dall’Europa. Iniziamo, dunque, in ordine di apparizione, da Jacob Bigelow. Nato nel Massachusetts, nell’area di Boston, dove poi avrebbe trascorso tutta la vita, nel 1810 si laureò in medicina presso l’Università della Pennsylvania, seguendo le lezioni di botanica di Benjamin Smith Barton. Tornato a Boston, aprì uno studio medico che, per sessant’anni, ne avrebbe fatto uno dei più stimati professionisti della città. Teneva anche conferenze di botanica e studiava sistematicamente la flora locale; le sue raccolte confluirono nel 1814 nella prima edizione di Florula bostoniensis. Allargò poi le sue indagini al New Hampshire e al Vermont, pubblicando nel 1824 una seconda edizione che rimase per un quarto di secolo il testo di riferimento per la flora del New England. Segue ancora la classificazione linneana, forse l'ultimo testo a farlo, e per questo motivo è ricercata dai bibliofili come curiosità. Intanto era decollata anche la sua carriera accademica. Nel 1815 fu nominato professore di materia medica alla Harvard Medical School (cattedra che avrebbe mantenuto per quarant’anni), cui dal 1816 al 1827 si aggiunse l’insegnamento di scienze applicate all’Harvard College. Uomo di molteplici interessi, oltre che di medicina e botanica si occupò anche di tecnologia e meccanica, alle quali dedicò un trattato. La sua opera principale tuttavia congiunge medicina e botanica: American Medical Botany, in tre volumi pubblicati tra il 1817 e il 1820 e illustrati da lui stesso, utilizzando una tecnica di acquaforte migliorata di sua invenzione. Nel 1820 fu inoltre coinvolto nella revisione della farmacopea statunitense. Per Jacob Bigelow, al di là dell’interesse per la flora locale, la botanica rimaneva sostanzialmente un’ancella della medicina e rientrava nella sua preoccupazione principale: la salute pubblica e l’igiene. Come medico denunciò trattamenti e farmaci poco efficaci, quando non controproducenti, e si batté contro le poco igieniche sepolture nelle chiese, facendosi promotore del Mount Auburn Cemetery, concepito come un giardino, un cimitero rurale. Né gli mancarono i riconoscimenti: nel 1818 fu ammesso all’American Philosophical Society e per 67 anni fu membro della American Academy of Arts and Sciences, di cui fu presidente dal 1847 al 1863. Gemelli diversi: John Milton Bigelow, botanico della frontiera Lasciando per ora le dediche botaniche, sulle quali tornerò più avanti, passiamo a John Milton Bigelow. Il più giovane dei due Bigelow nacque nel Vermont, ma la sua infanzia si svolse interamente in Ohio, dove la famiglia si trasferì poco dopo la sua nascita e dove egli avrebbe trascorso quasi tutta la vita. Nel 1832 si laureò in medicina al Medical College di Cincinnati; subito dopo si sposò e si stabilì a Lancaster, dove avrebbe esercitato per trent’anni come medico molto stimato. Proprio negli anni universitari si era avvicinato alla botanica, forse grazie alle lezioni di John Riddell; ma l’incontro decisivo avvenne più tardi, quando conobbe William Starling Sullivant, il medico e botanico di Columbus che lo coinvolse nelle sue ricerche sulla flora locale e lo mise in contatto con Torrey. Nel 1840 Sullivant pubblicò una florula dell’area di Columbus; l’anno successivo Bigelow lo seguì con Florula lancastriensis, il cui titolo riecheggia Florula bostoniensis dell’altro Bigelow, opera che con ogni probabilità conosceva, essendo presente nella biblioteca di Sullivant. In quegli anni il suo modo di intendere la botanica non era molto diverso da quello dell'omonimo: in un territorio ancora di frontiera, la conoscenza delle proprietà medicinali delle piante locali era centrale, e John Milton Bigelow ne era un convinto sostenitore. Nel 1841, intervenendo alla Convenzione dei medici dell’Ohio, definì la botanica “la più importante scienza collaterale della medicina”, lamentando la disattenzione di molti colleghi; nel 1849 pubblicò una lista delle piante officinali dell’Ohio. Nel 1850, a quarantacinque anni, con una famiglia numerosa – otto figli, l’ultima una bambina di meno di due anni – accettò un incarico che avrebbe cambiato la sua vita: medico, chirurgo e botanico nella Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico. La scelta, probabilmente sostenuta da Sullivant e Torrey, fu dettata in primo luogo dalla sua lunga esperienza clinica: ogni distaccamento della spedizione contava centinaia di persone da assistere in condizioni difficili, spesso in aree desertiche e lontane da qualsiasi insediamento. Ma si rivelò felice anche dal punto di vista botanico. La relazione dei risultati, redatta da Torrey, documenta circa 140 specie raccolte da Bigelow, cui si aggiungono una quarantina di Cactaceae trattate da Engelmann in Cactaceae of the Boundary. Bigelow operò nel settore centro-orientale della spedizione: le raccolte si concentrano soprattutto nel Texas centrale e occidentale, tra El Paso, il bacino del Rio Grande e Eagle Pass, per poi spostarsi nel New Mexico, attorno a Santa Rita del Cobre, sede del quartier generale dal 1852. Ma il suo raggio d’azione fu più ampio, includendo non solo le pianure e la linea di frontiera, ma anche le montagne del Texas occidentale e del New Mexico. Tra le scoperte più notevoli figurano Parthenium argentatum, il guayale – una composita da cui si ricava una gomma naturale – raccolto nel settembre 1852 presso l’Escondido Creek, e Quercus sinuata var. breviloba, la “quercia di Bigelow”, raccolta nel 1851 in una gola montana presso Howard Springs. Nel 1853, concluso l’incarico con la Spedizione del confine, John Milton Bigelow non tornò alla vita di medico di provincia. Al contrario, aderì immediatamente a una nuova impresa: la spedizione di rilevamento ferroviario del 35° parallelo, guidata dal luogotenente Amiel Weeks Whipple, sotto il quale Bigelow aveva già servito in alcune sezioni della precedente missione. Delle vicende generali della spedizione ho già scritto in questo post; qui mi concentro sul contributo botanico di Bigelow, documentato da numerose testimonianze dirette che lo descrivono come medico abile e sempre disponibile, naturalista curioso e appassionato, capace di affrontare con entusiasmo anche le fasi più dure del viaggio. Uno dei compagni di spedizione, il pittore Baldwin Möllhausen, ne ha lasciato un vivido ritratto: “Anche se era il più vecchio della compagnia, era il favorito di tutti, un modello di dolcezza e pazienza, non solo un botanico zelante, ma anche uno sportivo entusiasta. Con i suoi pazienti era gentile e premuroso, e il suo mulo, Billy, era come un bambino viziato.” A differenza della Spedizione del confine, Bigelow non era più un semplice raccoglitore: era il responsabile delle ricerche botaniche. La parte botanica della relazione finale della spedizione, pubblicata nel 1856, documenta ampiamente il suo lavoro. Egli redasse la descrizione generale della flora delle regioni attraversate, con osservazioni su suolo, formazioni vegetali, specie caratteristiche e potenzialità economiche; un capitolo sugli alberi forestali, sia osservati lungo il percorso sia studiati in California; un contributo sulle Cactaceae, scritto insieme a George Engelmann, che proprio in quegli anni stava definendo la tassonomia della famiglia. La trattazione sistematica delle piante raccolte fu affidata a John Torrey, con l’eccezione di Composite e Scrophulariaceae, curate da Asa Gray; il capitolo finale, dedicato a muschi ed epatiche, fu redatto da William S. Sullivant, allora in ascesa come padre della briologia statunitense. Le aree più interessanti si rivelarono, da una parte, il territorio indiano, dove Bigelow raccolse diverse specie delle grandi pianure; il Llano Estacado, con la sua abbondanza di Cactaceae tra cui la formidabile Opuntia arborescens; e, ancora per le Cactaceaee, le valli del Tucumcari, del Pecos, del Rio Grande; nell'ultima parte della spedizione, il Bill William's Fork, ricco di una flora peculiare ma visitato nella stagione meno favorevole. Gli ultimi mesi, trascorsi nel cuore dell’inverno tra passi e canyon labirintici, furono i più difficili e i meno generosi di novità botaniche. Forse anche per questo, quando alla fine di marzo la spedizione raggiunse Los Angeles, Bigelow decise di trattenersi in California. Stava iniziando la primavera, la stagione delle fioriture: un’occasione imperdibile. Tra aprile e inizio giugno egli esplorò intensamente la flora californiana, dalla Valle Centrale alla Sierra Nevada, concentrandosi soprattutto sulle valli del San Sacramento, del San Joaquin e dei loro tributari. Una parte significativa delle nuove specie scoperte durante la spedizione – circa una sessantina – proviene proprio da questa fase californiana. Lo troviamo poi a Washington per occuparsi della redazione della sua sezione della relazione finale. Nel 1856 tornò a Lancaster e riprese l'attività medica, ma per breve tempo. Tra il 1860 e il 1867 partecipò alla ricognizione idrografica dei Grandi laghi, come membro della divisione meteorologica, quindi si trasferì a Detroit, come chirurgo del Marine Hospital. A questi anni risalgono alcuni articoli di botanica medica pubblicati sulla Detroit Review of Medicine and Pharmacy. Dopo il pensionamento, nel 1873, si ritirò in una fattoria nei dintorni di Detroit, dove morì nel 1878. Dediche ed equivoci Era inevitabile che la presenza – e per molti anni la contemporanea attività – di due medici‑botanici di cognome Bigelow generasse qualche confusione. Anche studiosi autorevoli vi sono inciampati. La pur informata Lotte Burchard, nella voce dedicata a Engelmann, indica come coautore di alcuni dei suoi scritti sulle Cactaceae Jacob Bigelow, mentre come abbiamo visto egli collaborò unicamente con John Milton Bigelow per la trattazione delle Cactaceae della spedizione Whipple. In direzione opposta, con un errore speculare, la versione italiana di Wikipedia, alla voce Bigelowia, afferma che il genere sarebbe stato dedicato al “dottore John M. Bigelow, farmacista e botanico”. È dunque opportuno fare un po’ di chiarezza. I due Bigelow erano separati da diciassette anni di età, quasi una generazione. Jacob (1787–1879) ebbe una vita lunghissima e morì solo pochi mesi dopo John Milton (1817–1878), ma quando il maggiore pubblicò la prima edizione della Florula bostoniensis (1814) e iniziò la carriera universitaria, il più giovane era ancora un bambino. Le loro traiettorie scientifiche non si sovrapposero mai: Jacob fu figura di spicco della botanica e della medicina bostoniana, professore ad Harvard, autore di opere di grande risonanza; John Milton fu medico di frontiera, esploratore e raccoglitore instancabile nelle grandi spedizioni dell’Ottocento americano. Sono dunque quasi gli esponenti di due fasi - vicine nel tempo, ma profondamente differenti - della botanica americana. Le dediche botaniche più antiche riguardano ovviamente Jacob. Già nel 1817, proprio in qualità di autore della Florula bostoniensis, Rafinesque gli dedicò un primo Bigelowia (oggi sinonimo di Stellaria). Seguirono altre dediche – da parte di James Edward Smith, Sprengel, de Candolle – nessuna delle quali è oggi accettata, ma tutte testimoniano la risonanza europea della sua attività. La dedica definitiva arrivò nel 1836, ancora una volta per mano di de Candolle, con parole che non lasciano dubbi sull’identità del dedicatario: “L’ho dedicato al celebre Jacob Bigelow, che aggiunse alla flora americana l’aurea corona della sua flora di Boston e medica.” L’immagine dell’“aurea corona” è quasi certamente suggerita dai fiori dorati di queste Asteraceae. Oggi il genere Bigelowia DC. comprende tre specie di suffrutici endemici degli Stati Uniti sud‑orientali, dal Texas alla Florida, caratterizzati da capolini gialli molto piccoli ma estremamente numerosi. Sono piante cespitose, talvolta provviste di caudice, capaci di formare colonie più o meno dense. Crescono in ambienti diversi, con una preferenza marcata per i suoli sabbiosi, spesso poveri e ben drenati. Altre informazioni nella scheda, Come abbiamo visto, il genere fu creato nel 1836, preceduto da altri generi omonimi non validi. Quando John Milton Bigelow iniziò la sua attività di botanico – con la Florula lancastriensis del 1841 – la casella era dunque già occupata. Era abitudine di Torrey e Gray dedicare generi ai botanici e ai raccoglitori che più stimavano, e il secondo Bigelow rientrava certamente tra questi. Ma la dedica di un genere – a meno di ricorrere a qualche escamotage a cui evidentemente non pensarono – era ormai esclusa. Arrivarono però, sia da parte loro sia da altri botanici americani come Sereno Watson, numerosissime dediche di taxa con l’eponimo bigelovii (o, meno frequentemente, bigelowii), che testimoniano meglio di un genere, e con maggiore aderenza alla sua figura, l’ampiezza e la qualità delle raccolte di Bigelow, botanico della frontiera. Secondo POWO, sono circa 140 denominazioni, una quarantina delle quali accettate. Si tratta spesso di piante emblematiche delle zone e degli habitat da lui esplorati: tra le altre, Bidens bigelovii, un’annuale che cresce lungo i corsi d’acqua di mezza montagna, raccolta lungo il Rio Limpia nel Texas centrale; la rara Abronia bigelovii, un endemismo del New Mexico; quindi, a rappresentare le specie delle grandi pianure e del Sud‑Ovest, Artemisia bigelovii, di casa negli habitat aridi; per le Cactaceae, l’iconica Cylindropuntia bigelovii, tipica delle aree desertiche del Colorado e della California; e ancora le rare specie montane dell’Arizona e del New Mexico, come Allium bigelovii e Clematis bigelovii; o le numerose specie californiane, dallo spettacolare Helenium bigelovii al raro Scoliopus bigelovii. Così, se Jacob Bigelow ha ottenuto la gloria di un genere valido, John Milton Bigelow ha lasciato un’eredità più vasta e concreta, disseminata nelle numerose specie che portano il suo nome e che raccontano, a chiunque ami le piante, la sua presenza nella flora dell’Ovest americano. Dopo la grande spedizione del confine con il Messico, negli anni '50 dell'Ottocento il governo degli Stati Uniti investì uomini e risorse finanziarie in una serie di estese ricognizioni delle vaste aree del proprio territorio ancora inesplorate; all'interno di esse, spiccano i Railroad Surveys, finalizzati a individuare il tracciato migliore della ferrovia che avrebbe finalmente congiunto l'est con l'ovest, l'Atlantico con il Pacifico. Per i risultati scientifici forse il più notevole fu quello guidato dal capitano Whipple, ricordato tra l'altro dal genere endemico Whipplea. Una ricognizione ferroviaria lungo il 35° parallelo Dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America, Whipplea è forse il meno appariscente, come suggeriscono sia l’eponimo dell’unica specie, W. modesta, sia il nome comune modesty. È infatti un piccolo arbusto del sottobosco delle foreste montane di conifere della costa pacifica degli Stati Uniti, dove può formare un tappeto di foglie verdi persistenti, da cui alla fine della primavera emergono dense infiorescenze di minuscoli fiori bianchi. Non porta il nome di un botanico, ma di un militare: l’ingegnere topografo Amiel Weeks Whipple (1817–1863), che tra il 1853 e il 1854 comandò una delle ricognizioni ferroviarie decise dal Congresso, quella lungo il 35° parallelo, meglio nota come spedizione Whipple. Lo fece con abilità e competenza, come ricorda Torrey dedicando questo nuovo genere al “valente comandante della spedizione”. Whipple era nato nel Massachusetts e aveva trascorso l'infanzia a Concord, dove il padre gestiva una locanda. Ventenne, entrò all'accademia di West Point, dove si diplomò a pieni voti nel 1841. Entrò immediatamente nel servizio topografico, partecipando al rilevamento del Patapasco River, alla mappatura degli accessi a New Orleans e al rilevamento della baia di Portsmouth. Dal 1844 al 1849, fu la volta del rilievo del confine nordorientale, diretto da James Duncan Graham. Queste esperienze e le ottime capacità tecniche, che includevano anche l'astronomia e uno spiccato interesse etnografico, gli guadagnarono un ruolo direttivo nella Spedizione del confine con il Messico, all'inizio della quale servì come capo topografo ad interim, in attesa che William H. Emory assumesse il comando. La lunga e impegnativa spedizione ebbe per teatro uno dei territori più ignoti e difficili del paese, e Whipple, oltre che con un terreno vario e accidentato, dovette fare i conti con i problemi logistici, le temperature estreme dell'ambiente desertico, l'ostilità latente degli Apaches. Superò brillantemente queste sfide e nel 1851 fu promosso luogotenente. Era ovvio pensare a lui quando il Congresso decretò un vasto programma di ricognizioni topografiche per decidere il migliore percorso della ferrovia che avrebbe finalmente collegato la costa atlantica a quella pacifica, una necessità sempre più urgente dopo l’annessione della California e l’improvvisa pressione migratoria innescata dalla corsa all’oro. A Whipple fu affidato il comando di una delle due spedizioni meridionali, quella che si sarebbe mossa lungo il 35° parallelo nord. Al tempo stesso rilievo topografico, spedizione militare e ricognizione delle risorse naturali dei territori attraversati, essa comprendeva, oltre ai militari e alle guide, un nutrito gruppo di scienziati e artisti, scelti in accordo con lo Smithsonian, destinatario delle future raccolte. La presenza del noto geologo svizzero Jules Marcou, che aveva già partecipato a importanti rilievi geologici sia in Europa sia negli Stati Uniti, e dell’artista tedesco Balduin Möllhausen, raccomandato da Humboldt in persona, conferiva al team una portata internazionale. C’erano poi il medico e botanico John Milton Bigelow, il “vecchio” della spedizione con i suoi quarantanove anni, anche lui reduce dalla Spedizione del confine; l’ingegnere civile e artista Albert H. Campbell; lo zoologo Caleb Kennerly; e, come assistente, il giovane John Pitts Sherburne, il cui diario, scritto con l’entusiasmo dei vent’anni, è una delle testimonianze più vive della spedizione. Tra i militari figurava anche il secondo topografo Joseph Ives, futuro comandante di altri importanti rilievi. Il compito era molto preciso: valutare l’idoneità del territorio per una ferrovia, misurando distanze e pendenze, individuando i passi montani più percorribili e, allo stesso tempo, rilevando la disponibilità di risorse come acqua, legname e combustibile. Dalle precedenti esperienze attraverso il “grande deserto americano” si era imparato molto, migliorando logistica ed equipaggiamento. Fu così un’imponente carovana quella che si mise in moto il 14 luglio 1853 da Fort Smith, in Arkansas: una settantina di uomini, duecento mule, un grosso gregge di pecore, un convoglio di carri con provviste e attrezzature. Si procedeva con lentezza, poche decine di miglia al giorno, in direzione ovest, grosso modo lungo la riva sud del Canadian River, seguendo per quanto possibile strade già battute. Si entrò così nel Territorio Indiano (l’attuale Oklahoma), scarsamente abitato dopo il trasferimento forzato delle popolazioni native. Long, che l’aveva percorso trent’anni prima in un’estate eccezionalmente calda, l’aveva descritto come un deserto; Whipple e i suoi, invece, osservarono terreni adatti all’agricoltura, praterie ben fornite di acqua, alberi e persino qualche giacimento di carbone. Ci furono numerosi incontri con nativi — un mosaico di diverse tribù — che si mostrarono ospitali e persino aperti alle opportunità offerte da una ferrovia. Whipple era molto interessato alle loro lingue e ai loro costumi e, insieme ai suoi colleghi, annotò vocaboli e usanze. Nella tarda estate la spedizione raggiunse il Texas Panhandle (la “maniglia” nordoccidentale del Texas): ora i sentieri erano meno battuti, la temperatura più cocente, le fonti d’acqua più scarse. A settembre si giunse nel Llano Estacado, l’area di confine con il New Mexico. Era un territorio pianeggiante, con scarsi dislivelli, e nonostante l’estrema aridità appariva perfetto per la posa di futuri binari. All’inizio di ottobre Whipple e i suoi giunsero ad Albuquerque, il principale stanziamento militare dopo l’occupazione del New Mexico, dove furono raggiunti dal gruppo guidato dal luogotenente Ives, che aveva seguito una strada più meridionale attraverso il Texas, e da Antoine Leroux, una guida molto esperta ingaggiata per la sua conoscenza delle vie verso la California. L’esplorazione vera e propria iniziava ora, in territori in gran parte ignoti e mai cartografati. Nell’attuale Arizona la spedizione attraversò i villaggi Pueblo, le cui architetture e la cui cultura affascinarono sia Whipple sia Möllhausen. Attraversando il Painted Desert e seguendo antichi sentieri nativi raggiunsero il Little Colorado River. L’inverno si avvicinava: l’acqua e l’erba si facevano sempre più scarse e, salendo di quota, gli esploratori incontrarono le prime chiazze di neve. Si stavano ora avvicinando alle San Francisco Peaks. Guidati da Leroux, alla fine dell’anno trovarono un valico che li portò nel bacino del Colorado, un arido labirinto di altopiani e canyon. Il filo di Arianna per uscirne lo offrirono due guide Mohave, unitesi alla spedizione nel momento più opportuno. Per raggiungere il fiume Colorado bisognava seguire il corso di un tributario che Leroux, anni prima, aveva battezzato Bill Williams Fork in onore di un montanaro; ma per due settimane cercò inutilmente l’imboccatura tra canyon e gole che sembravano tutte uguali. A indicare la strada giusta furono infine gli scout Mohave. I guai non erano finiti. Ora bisognava attraversare il grande fiume, con le sue correnti gelide e impetuose. Approntare zattere per tutte quelle persone e quei bagagli non era semplice: una zattera improvvisata si rovesciò, alcuni carri vennero travolti e una parte delle raccolte scientifiche andò perduta, ma tutti gli uomini raggiunsero sani e salvi l’altra riva. Restava da attraversare il deserto Mojave, e anche qui le guide Mohave si rivelarono indispensabili, conducendo il gruppo lungo antichi sentieri che collegavano i pozzi d’acqua fino al fiume Mojave, dove poterono trovare acqua ed erba per il bestiame. Seguendo il fiume, raggiunsero l’antica via commerciale spagnola. L’ultimo ostacolo furono le montagne di San Bernardino: ma si trattava ormai di strade note, e attraverso il Cajon Pass, già molto frequentato da viaggiatori e carovane, poterono raggiungere la valle di San Bernardino e, da qui, Los Angeles, termine della spedizione, dove giunsero il 4 marzo 1854. In otto mesi avevano percorso e mappato 1800 miglia. Lasciti e omaggi I risultati della spedizione furono imponenti e andarono molto al di là del compito di base, pur perseguito da Whipple e compagni con competenza e determinazione. Bigelow (ma su di lui tornerò in un altro post) raccolse centinaia di esemplari, tra cui molte specie ignote alla scienza; Marcou studiò le formazioni rocciose, ipotizzò l’origine vulcanica di rilievi come le San Francisco Peaks, individuò filoni di carbone e giacimenti minerari, producendo il primo transetto geologico del Sud‑Ovest; Möllhausen, oltre a collaborare ai rilievi topografici, dipinse splendide vedute paesaggistiche e realistiche rappresentazioni dei nativi e dei loro costumi; lo stesso Whipple raccolse e documentò una massa di informazioni sulla loro vita, le strutture sociali, le pratiche agricole e compilò liste di parole: dati preziosi che altrimenti sarebbero andati perduti. I resoconti ufficiali delle spedizioni ferroviarie — in tutto cinque principali — furono pubblicati tra il 1853 e il 1860 in una serie monumentale intitolata Reports of explorations and surveys, to ascertain the most practicable and economical route for a railroad from the Mississippi River to the Pacific Ocean, in dodici volumi. Quello della spedizione del 35° parallelo, contenuto nel terzo volume (1856), comprende il rapporto preliminare e la relazione finale di Whipple, l’itinerario dettagliato, l’illustrazione del percorso — da lui caldamente raccomandato —, un approfondimento sulle tribù indiane, anch’esso di suo pugno, e la relazione geologica di Marcou. Sono raccolti invece nel quarto volume i risultati botanici, zoologici e astronomici. Nonostante l’enorme investimento finanziario e umano, nell’immediato le spedizioni ferroviarie non portarono a una decisione, a causa delle profonde divisioni politiche; poi la guerra civile, iniziata nel 1861, impose uno stop. Fu dunque solo nella seconda metà degli anni Sessanta che la ferrovia transcontinentale venne effettivamente realizzata, scegliendo però un itinerario molto più settentrionale rispetto a quello della spedizione Whipple. Che, tuttavia, fu tutt’altro che inutile: individuando i migliori passaggi, dimostrò che una ferrovia nel Sud‑Ovest era possibile, e il corridoio del 35° parallelo venne più tardi utilizzato per la Pacific and Atlantic Railroad. Whipple stesso, però, non poté godere di questo riconoscimento tardivo. Fu infatti una delle vittime della guerra civile. Nominato capitano al termine della spedizione, fu incaricato di supervisionare l’apertura della navigazione sui Grandi Laghi a navi di maggiori dimensioni, approfondendo alcuni canali, e fu anche comandante del distretto dei fari dal Lago Superiore al fiume San Lorenzo. Allo scoppio della guerra civile assunse il comando di un’avveniristica unità di ricognizione aerea, effettuando egli stesso un volo in mongolfiera oltre le linee confederate. Servì poi come capo topografo dell’Armata del Potomac e, come brigadiere generale dei volontari, partecipò a diverse battaglie. Ferito a morte a Chancellorsville il 4 maggio 1863, fu trasportato a Washington, dove morì pochi giorni dopo. Al suo funerale partecipò anche Lincoln, che ne aveva grande stima. A ricordarlo restano alcune località: due forti militari, Fort Whipple in Arizona e Fort Whipple in Virginia (oggi però ribattezzato Fort Myer) e soprattutto, per volontà del suo secondo, il luogotenente Joseph Ives, le Whipple Mountains e il Whipple Peak, ovvero la porzione più orientale delle montagne di San Bernardino, tra il deserto di Mojave e il fiume Colorado, teatro della parte più ardua della spedizione. Il suo contributo alla scienza come efficace e resoluto comandante di una spedizione che lasciò una profonda impronta nella conoscenza dell'Ovest è ricordato dalla dedica di due pesci, Etheostoma whipplei e Cyprinella whipplei, entrambi istituiti dall'ittiologo francese Charles Frédéric Girard che per qualche tempo lavorò allo Smithsonian e poté esaminare le raccolte di Kennerly, lo zoologo della spedizione (morto in giovane età nel 1861). Più numerose le dediche botaniche: Torrey, che redasse la descrizione delle nuove specie raccolte, gli dedicò la statuaria Yucca whipplei (oggi Hesperoyucca whipplei) e Bigelow e Engelmann, che pubblicarono insieme le Cactaceae, Opuntia whipplei (oggi Cylindropuntia whipplei) e Echinocactus whipplei (oggi Sclerocactus whipplei). Tra queste dediche merita qualche parola in più Hesperoyucca whipplei, una delle piante più iconiche del Sud‑Ovest: un ciuffo di foglie rigide da cui si innalza, una sola volta nella vita, un’infiorescenza alta fino a tre metri, quasi una torcia nel deserto. Torrey, che amava scegliere piante capaci di “ritrarre” il dedicatario, qui colse nel segno: robusta, resistente, endemica dei paesaggi attraversati dalla spedizione, strettamente connessa alle culture dei nativi, è un omaggio che sembra raccontare Whipple meglio di molte parole. Ma sempre, grazie a Torrey, come ho anticipato all’inizio, c’è anche il genere Whipplea, con la sua unica specie W. modesta. Non una pianta imponente, un monumento vegetale, ma una presenza discreta del sottobosco dei boschi di conifere, in particolare di Sequoia sempervirens, dove tende a formare un denso tappeto grazie ai fusticini che radicano ai nodi. Alta pochi centimetri, ha foglie ovate, verde scuro e lucide, rette da brevi piccioli, persistenti a meno che vengano bruciate dalle nevicate; alla fine della primavera o all’inizio dell’estate ne emergono infiorescenze di piccoli fiori bianchi, con 5–6 petali ovati, candidi e profumatissimi. Presumibilmente fu raccolta al termine della spedizione in qualche località della California da Bigelow; infatti Torrey, nell’istituire il genere, si limita a precisare: “aprile, California”. Non era però la prima raccolta in assoluto. Un anno prima, nell’aprile 1853, era già stata individuata dal cacciatore di piante scozzese John Jeffrey nell’Umpqua Valley, sempre in California. Egli ne aveva inviato almeno un esemplare all’orto botanico di Edimburgo, ma senza attribuirgli un nome; così la sua scoperta non lasciò traccia, finché anni dopo quell’esemplare anonimo non venne riconosciuto come Whipplea modesta. Piuttosto comune nelle foreste del Nord America occidentale, dal British Columbia alla California, questa specie è talvolta coltivata nei giardini, dove è apprezzata per la sua capacità di adattarsi all’ombra e a suoli difficili, formando un eccellente coprisuolo, magari alternato a piante dalle fioriture più vistose come Heuchera. Anche se preferisce suoli umidi e gradisce qualche annaffiatura estiva, una volta stabilita è sorprendentemente resistente alla siccità. I popoli indigeni le riconoscevano anche virtù medicinali, e in passato è stata usata per trattare una varietà di affezioni. A modo suo, è anche lei un omaggio giusto per Whipple, che per tutta la vita, in vesti diverse, non smise mai di servire. Nella botanica statunitense dell’Ottocento, Charles Christopher Parry fu allo stesso tempo uno dei maggiori protagonisti — per la quantità e la qualità delle sue raccolte — e una figura di transizione. Allievo di Torrey, non appartiene più alla stagione dei gentiluomini raccoglitori o dei medici di provincia per i quali la botanica era un hobby; ma non si riconosce neppure nel modello del raccoglitore indipendente alla Fendler, e l’unica volta che tentò quella strada quasi se ne schermì. Né volle diventare pienamente un botanico professionista al servizio dello Stato: fu esploratore federale e, per pochi anni, il primo botanico ufficiale dello Smithsonian, ma ogni volta che sembrava avviarsi verso un ruolo istituzionale si ritraeva. Scelse invece una forma di autonomia personale, sostenuta solo dalla piccola Davenport Academy of Sciences e da una produzione scientifica affidata a saggi, studi mirati e articoli, non a un’opera sistematica. In questo percorso discreto, ma decisivo per la conoscenza della flora nordamericana, una presenza costante fu la moglie Emily. A ricordarlo, almeno un centinaio di specie con l’epiteto parryi e due minuscoli generi dei suoi ambienti preferiti: le montagne e i deserti. Primo tempo: esploratore federale Nell'agosto 1872, c'era un'atmosfera di gioiosa attesa nella modesta cabin, la casetta di legno non lontana dal Mad Creek dove da qualche anno il medico e botanico Charles Christopher Parry (1823-1890) amava trascorrere le estati. Insieme a un giovane amico, l’entomologo Joseph Duncan Putnam, attendeva un ospite davvero speciale: il grande botanico di Harvard Asa Gray. Anni prima, visitando per la prima volta quell’area montana del Colorado, già da lontano Parry era stato colpito da due cime quasi gemelle, che a distanza apparivano di uguale altezza e separate appena da un dolce declivio. Aveva così deciso di dedicarle a coloro che considerava i suoi maestri e i fari della botanica americana: Asa Gray e John Torrey. Ora avrebbe avuto la gioia di guidare Gray in persona a scalare la “sua” cima, il Gray Peak, in una sorta di consacrazione ufficiale. Gray e sua moglie arrivarono, e il 14 agosto Parry e Putnam, accompagnati da un folto gruppo di autorità locali, condussero il dottor Gray e sua moglie fino alla cima. Ci furono discorsi, canti patriottici e certo commozione. Parry, che aveva orchestrato la cerimonia ma a quanto pare non fu uno degli oratori, ebbe il piacere di “aver pilotato su quelle ripide montagne uno dei pionieri che anni prima erano stati le nostre guide sulle vette della scienza”. Per Parry, la cabin era un rifugio e i Torrey e Gray Peak luoghi dell’anima, scoperti in un momento particolare della sua vita, dopo un percorso tortuoso. Era nato in Inghilterra, in un villaggio del Gloucestershire, ma quando aveva nove anni la famiglia era emigrata in America, stabilendosi in una fattoria della Washington County, nello stato di New York. Dopo gli studi all’Union College di Schenectady, si iscrisse alla Columbia di New York, dove nel 1846 conseguì la laurea in medicina. L’atmosfera rurale dell’adolescenza aveva certo alimentato il suo interesse per la natura, ma secondo i suoi stessi ricordi la vera passione per la botanica nacque negli anni universitari. Risalgono al 1842 le prime escursioni sul campo nello stato di New York, con una puntata alle cascate del Niagara. Decisiva fu poi l’influenza di John Torrey, suo professore di chimica e botanica al College of Physicians and Surgeons a partire dal 1845. Appena laureato, nell’autunno del 1846 Parry si stabilì a Davenport (Iowa), sul fiume Mississippi. Oggi è una grande città, ma quando egli vi arrivò era un insediamento in tumultuosa crescita, fondato da appena otto anni. Aprì uno studio medico, ma scoprì presto che la sua vocazione lo portava piuttosto allo studio della natura. La prima occasione si presentò l’anno successivo: nell’estate del 1847 partecipò al rilievo dell’Iowa centrale diretto dal luogotenente Morehead, durante il quale studiò la flora dell’area di Des Moines. Questa esperienza gli aprì la strada a un incarico più impegnativo e ufficiale, come botanico della Spedizione geologica del Wisconsin e del Minnesota, diretta da David Dale Owen. Per prepararsi adeguatamente, si recò a St. Louis per incontrare George Engelmann, i cui consigli e la cui esperienza sarebbero diventati da quel momento una guida costante. La spedizione geologica, tra il 1848 e il 1849, esplorò e mappò un territorio vastissimo — 750 miglia da nord a sud e 350 da est a ovest — coinvolgendo un’ampia équipe scientifica. Oltre a raccogliere esemplari lungo il Peters River e dalla contea di St. Croix al Lago Superiore, Parry raccolse informazioni sui nomi locali delle piante e sui loro usi nella “dieta indiana”. Nel 1852, nell’ambito della relazione ufficiale della spedizione, comparve il suo primo scritto: un catalogo delle piante raccolte, classificate basandosi sulla Flora of the Northern and Middle Sections of the United States di Torrey e sulla Flora of North America di Torrey e Gray. Vi emerge, oltre alla grande precisione nell’indicare i luoghi di raccolta, l’attenzione all’ambiente, alle associazioni vegetali e alle tradizioni etnobotaniche. Parry era ormai un botanico esperto e particolarmente votato al lavoro sul campo; su suggerimento di Torrey fu scelto come botanico principale della maggiore spedizione scientifica federale dell’epoca, la Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico, che nell’arco di tre anni avrebbe percorso l’intera frontiera sud‑occidentale, dal Golfo del Messico alla California. Gli inizi furono tumultuosi. Nel luglio del 1849 Parry raggiunse San Diego, in California; a settembre accompagnò un team astronomico alla confluenza dei fiumi Gila e Colorado, ritornando a San Diego nel mese di dicembre. Tuttavia tutte le raccolte di questa prima fase andarono perdute: in parte in un incendio scoppiato a Panama, dove erano state immagazzinate in attesa dell’imbarco, in parte durante l’attraversamento dell’istmo. Nel 1850 dovette dunque ricostruire le raccolte, con estese esplorazioni lungo la frontiera meridionale e un’ulteriore escursione dalla costa all’area di Monterey. All’inizio del 1851, da Washington gli giunse l’ordine di redigere un rapporto sulle sue raccolte, ma un successivo contrordine gli ingiunse di raggiungere il nuovo quartier generale della spedizione, trasferito dalla California a El Paso, sul Rio Grande. Vi arrivò nell’autunno, dopo un faticoso viaggio via San Antonio, in Texas. Nel gennaio del 1852 si unì a un piccolo team incaricato di esplorare l’area a ovest di El Paso, raggiungendo i villaggi Pima lungo il fiume Gila e rientrando a El Paso in aprile. In seguito fece parte di diversi gruppi che esplorarono vari tratti della frontiera lungo il Rio Grande, inclusa una successione di imponenti canyon, fino ad allora del tutto inesplorati. Nell’inverno 1852‑53 Parry si trovava a Washington per lavorare alla stesura della relazione finale: avrebbe redatto l’introduzione al volume botanico del Report on the United States and Mexican Boundary Survey. Si tratta di un lucidissimo saggio sulla distribuzione geografica della flora e sulle comunità vegetali, che anticipa già i modi della moderna fitogeografia. La parte tassonomica fu invece affidata a John Torrey, che cita Parry come principale raccoglitore praticamente a ogni pagina, mentre George Engelmann scrisse la sezione dedicata alle Cactaceae, così ampia da costituire un volume a sé, per la quale si avvalse anche di contributi dello stesso Parry. Sul piano qualitativo e quantitativo i risultati botanici furono imponenti. La spedizione raggiunse aree in precedenza mai esplorate, con la raccolta di centinaia di esemplari e decine di specie nuove per la scienza. Alcune portano il nome del loro tenace scopritore: Calycoseris parryi, Flyriella parryi, Phacelia parryi, Homalocephala parryi. Secondo tempo: re della botanica del Colorado Torrey, nella prefazione della sua parte, parla di Parry come di un botanico “instancabile, accurato, dotato di un occhio straordinario per le piante rare”. Potremmo dunque attenderci per lui il coinvolgimento in altre spedizioni o una carriera accademica. Invece non fu così. Dopo la grande spedizione venne il tempo del ritorno a casa — a Davenport, che in tutti gli spostamenti della sua vita rimase sempre il centro —, della vita familiare, del silenzio. E anche del dolore. Come scrive lui stesso nel suo memoriale, “l’intervallo tra il 1854 e il 1860 trascorse soprattutto a Davenport, non attivamente impegnato nella botanica”. Rientrato nel 1853, Parry tornò a esercitare la medicina, si sposò con Sarah M. Dalzell e nel 1855 nacque una bambina. Poi, la tragedia: nel 1858 la moglie morì di parto. Un nuovo equilibrio — potremmo dire una nuova vita — stava però per delinearsi. Nel 1859 si risposò con Emily R. Preston, che per trent’anni sarebbe stata non solo sposa, ma assistente, segretaria, compagna di spedizioni, co‑raccoglitrice. Con lei rinacque anche l'interesse per le piante, dapprima nei dintorni di casa, poi di nuovo nell’Ovest. Ora la sua attenzione si rivolse alla flora alpina, allora quasi sconosciuta. Come scrive nell’articolo dedicato alla prima spedizione nelle Rocky Mountains, i precedenti esploratori — da Nuttall a Douglas, e più recentemente Drummond e Fremont — avevano attraversato in fretta quelle regioni inospitali, concentrandosi su coordinate geografiche, altitudini, corsi d’acqua, e solo raramente avevano fatto raccolte botaniche. Era dunque una nuova frontiera, resa ora meno inaccessibile da un evento esterno. Nel 1858 un cercatore d’oro, lasciata la California dove la febbre dell’oro andava spegnendosi, scoprì un ricco filone presso il Little Dry Creek. Fu l’inizio della Pike’s Peak gold rush, che per un breve periodo attirò in Colorado frotte di cercatori: si aprirono nuove strade, nacquero insediamenti effimeri, persino una linea ferroviaria. Quella regione remota non era più inaccessibile. Il cuore dell’area aurifera era il Pikes Peak, forse l’unica montagna della zona esplorata con metodo da un botanico professionista: Edwin James, che nel 1820 ne aveva conquistato la cima, lasciando estese raccolte. Fu sulle sue orme che, nella primavera del 1861, Parry decise di partire per il Colorado. Non come membro di una spedizione governativa, ma a proprie spese e di propria iniziativa. Stabilì la base ai piedi delle montagne, nel bacino del South Clear Creek, da cui partivano le sue escursioni solitarie; per tutta l’estate scalò montagne “risalendo ruscelli alpini, arrampicandosi sulle rocce, affondando in cumuli di neve”. In montagna Parry ritrovò se stesso e scoprì due vocazioni che non lo avrebbero più lasciato: l’alpinismo e la flora alpina. Rimase sulle Rocky fino ad agosto. Al ritorno a Davenport inviò set di piante perfettamente preparate a Torrey e Gray, e certamente anche a Engelmann. Nel 1862 pubblicò su "The American Journal of Science and Arts" i risultati della spedizione: un dettagliato saggio fitogeografico, Physiographical Sketch of that portion of the Rocky Mountain range, at the head waters of South Clear Creek, and east of Middle Park, seguito da un catalogo dei taxa raccolti, redatto da Gray con l’aiuto di note di Torrey ed Engelmann e, per gli habitat, di Parry stesso. Il catalogo uscì in tre puntate tra il 1862 e il 1863. È una raccolta straordinaria: quasi quattrocento specie, spesso rare, talvolta note sulle montagne europee ma segnalate per la prima volta negli Stati Uniti; quindici sono del tutto nuove, e molte portano il nome dello scopritore, da Haplopappus parryi (oggi Oreochrysum parryi) a Primula parryi, da Gentiana parryi ad Astragalus parryi. Gli eclatanti risultati della spedizione ebbero vasta eco scientifica, suscitando l’interesse anche di Hooker, egli stesso eminente studioso della flora alpina. L’anno dopo Parry tornò sulle Rocky, spinto dal desiderio di approfondire le ricerche, ma forse anche irretito — per la prima e unica volta nella sua vita — dalle potenzialità economiche del plant‑hunting. Questa volta non era solo: lo accompagnavano Elihu Hall, un agricoltore dell’Illinois che, proprio come i Bartram un secolo prima, affiancava alla conduzione della propria fattoria un’intensa attività di raccoglitore di piante, e J. P. Harbour, anch’egli dell’Illinois, presumibilmente reclutato da Hall. Con la partecipazione dei due, da qualitativa, la raccolta si fece quantitativa: il trio mise insieme una dozzina di set completi di quasi settecento taxa, la più ampia raccolta mai realizzata in una singola stagione. Il 1° giugno 1862 il gruppo scalò il Pikes Peak, per la prima volta dai tempi di Edwin James; ma poi, forse, ci fu una divisione dei compiti che rispecchiava anche motivazioni diverse. Hall e Harbour si concentrarono soprattutto sulla flora delle pianure del Nebraska, mentre Parry proseguiva l’esplorazione della sua prediletta vegetazione delle alte quote, trattenendosi in Colorado fino all’autunno per raccogliere semi di conifere, tra cui l'azzurrissima Picea pungens. Le raccolte furono poi pubblicate da Gray, non però sotto il nome di Parry, ma di Hall & Harbour: ben preparate e di grande interesse, erano essenzialmente un prodotto commerciale, venduto a otto dollari ogni cento esemplari. La collezione privata di Parry — forse cinquanta o cento specie alpine — non era in vendita e non fu pubblicata come tale né da Gray né da Parry stesso. Quest’ultimo visse probabilmente in modo conflittuale questa spedizione così diversa dalle sue abitudini; non ne scrisse mai, tranne un resoconto della scalata al Pikes Peak, sotto forma di lettera a Torrey, pubblicata nelle Transactions dell’Accademia di St. Louis, certo su invito di Engelmann, che ne era l’animatore. Fu sicuramente più nelle sue corde la terza spedizione, da maggio ad agosto del 1864, in compagnia dello zoologo Jacobus W. Velie, durante la quale estese le sue ricerche ai distretti di Middle Park e del Longs Peak — scalato in agosto, quando le nevi di un’estate spesso inclemente si erano sciolte, ma senza riuscire a raggiungere la cima. Diede notizia di questa spedizione nuovamente sulle Transactions dell’Accademia di St. Louis (Notice of Some Additional Observations on the Physiography of the Rocky Mountains, Made During the Summer of 1864). Terzo tempo: dalle piante alpine alla flora desertica Come sommo conoscitore delle piante alpine, Parry era ormai un’autorità; nel 1867 fu nuovamente coinvolto in una spedizione governativa, la Ricognizione ferroviaria dall’Arkansas alla California, che si mosse lungo il 35° parallelo nord. La spedizione partì a giugno da Salina, nel Kansas, raggiunta in treno. Secondo Parry, le raccolte di maggiore interesse furono quelle effettuate nel Kansas occidentale e nel Colorado sud‑orientale, e poi dal Sangre de Cristo Pass al New Mexico settentrionale; alla fine della stagione fu la volta dell’Arizona, dove Parry visitò anche i distretti minerari. La Sierra Nevada fu valicata al Tehachapi Pass e, attraverso le valli di Tulare e di San Joaquin, la spedizione terminò a San Francisco. Parry ritrovava così la California della giovinezza; da quel momento, insieme alla flora del Colorado, quella californiana sarebbe diventata per lui una vera ossessione. I risultati botanici furono pubblicati in New Tracks in North America di W. A. Bell, ma Parry si rammaricò di non aver potuto rivedere le bozze. In quello stesso 1867 egli fu tra i soci fondatori della Davenport Academy of Natural Sciences, di cui sarebbe diventato uno dei maggiori animatori. All’Accademia avrebbe in seguito donato parte delle sue raccolte e avrebbe pubblicato molti dei suoi lavori scientifici nella sua rivista ufficiale; non disdegnava però articoli divulgativi, spesso ospitati da giornali come il "Davenport Gazette" o il "Chicago Evening Journal". Certo su insistenza di Gray e Torrey, nel 1869 accettò l’incarico di botanico del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti presso lo Smithsonian e con la moglie si trasferì a Washington. Avrebbe dovuto essere una consacrazione, invece si rivelò un errore: Parry era un grande ricercatore sul campo e non era fatto per lavorare dietro una scrivania, a organizzare e sistematizzare le raccolte altrui. Unico momento davvero felice fu un viaggio semi‑istituzionale a Londra, durante il quale visitò i Kew Gardens, calorosamente accolto da Hooker, che lo salutò come “re della botanica del Colorado”. All’inizio del 1871 fu nominato botanico della commissione d’inchiesta inviata a San Domingo, da cui ricavò una relazione ampia e accurata sulle caratteristiche botaniche dell’isola, sui prodotti vegetali e sulle risorse agricole. Nonostante la qualità del lavoro svolto, nell’autunno dello stesso anno i rapporti con lo Smithsonian si incrinarono fino alla rottura e, come egli stesso ammette con franchezza, nell'autunno del 1871 fu rimosso dall’incarico. Fu forse più con sollievo che con rincrescimento che ne approfittò per raggiungere, in quello scampolo di stagione, le Montagne Rocciose e il rifugio della cabin del Mad Creek, dove già da tempo aveva l’abitudine di trascorrere l’estate. Come ho anticipato all'inizio, l'anno successivo vi sarebbe tornato con il giovane entomologo Joseph Duncan Putnam e avrebbe avuto la gioia di guidare Gray sulla "sua" montagna. Da quel momento, le ricognizioni sul campo si sarebbero susseguite con cadenza quasi annuale, talvolta nell'ambito di spedizioni ufficiali, talvolta a proprie spese e per propria iniziativa. Nel 1873 Parry partecipò come botanico ufficiale alla North Western Wyoming Expedition, guidata dal capitano William A. Jones e incaricata di esplorare l’area compresa tra lo Yellowstone e le Montagne Rocciose. Al suo fianco, come assistente meteorologo, c’era Putnam. Le raccolte sistematiche e le osservazioni di Parry sulle specie dell’altopiano e delle vallate subalpine costituirono una delle basi più solide per la conoscenza botanica del Wyoming prima dell’istituzione del Parco di Yellowstone. Nel 1874 intraprese una escursione privata nell’Utah meridionale, dedicata alla singolare flora del distretto desertico della valle della Virgen, presso St. George. L’estate successiva, di nuovo insieme a Putnam, lo vide nell’Utah centrale, impegnato nello studio della flora del Monte Nebo. Nell’autunno si spostò in California, dove si unì a J. G. Lemmon ed Edward Palmer. Con loro trascorse diversi mesi, dall’inverno 1875 al giugno 1876, sui monti del San Bernardino District. E con loro c’era anche Emily. Probabilmente non era la prima volta che Mrs. Parry prendeva parte attiva alle spedizioni del marito, ma le testimonianze del tempo non permettono di ricostruirne il ruolo se non per accenni. La più esplicita è quella di C. H. Preston che, nel necrologio di Parry, scrive: "Negli oltre trent'anni della loro unione, si inserì utilmente in tutti i suoi lavori e nei suoi piani, assistendolo nei suoi studi e spesso accompagnandolo sul campo". Per la spedizione nel San Bernardino District, però, disponiamo di una prova diretta. Su proposta di Lemmon, Asa Gray le dedicò Gilia parryae (oggi Linanthus parryae) con queste parole: "Su suggerimento di Mr. Lemmon questa graziosa pianta è dedicata a Mrs. Dr. Parry, un membro dell'équipe botanica che ha trascorso l'inverno e la primavera nel San Bernardino District - facendo molte interessanti scoperte - e i cui servizi alla botanica meritano questo riconoscimento". Non accompagnatrice o moglie fedele, dunque, ma membro a tutti gli effetti del team. Tra le raccolte più significative di quella campagna, oltre alla pianta dedicata a Emily, va ricordata la spettacolare Nolina parryi. E la stagione si concluse con due ascensioni memorabili: al San Bernardino Peak in maggio e al Ring Brothers in giugno, dove fioriva il Lilium parryi, dedicato da Sereno Watson. Nell’estate di quell’anno di raccolte quasi incessanti, Parry trovò ancora il tempo per tornare una terza volta in Utah, ad esplorare e scalare le Wasatch Mountains. Nel 1878, insieme a Edward Palmer, si spostò in Messico, in particolare nel distretto di San Luis de Potosí; sulla via del ritorno toccò Saltillo e Monterey, e poi i più familiari distretti del Texas occidentale, che aveva visitato ventisei anni prima. Nel 1879, la morte del padre lo richiamò sulla costa orientale, lasciando poco spazio alla botanica. Si rifece nel 1880, quando, nelle vesti di agente speciale del Dipartimento forestale, accompagnò Sargent ed Engelmann nel bacino del Columbia River e nel Nord-Ovest. Quindi tornò nuovamente in California, dedicando alla flora californiana tutto il 1881, con numerose escursioni che lo portarono, tra l’altro, allo Yosemite. Trascorse l’estate a Davenport a riordinare le collezioni, ma in autunno era di nuovo in California, per passare l’inverno a San Diego. Nel gennaio e febbraio 1885 riprese le esplorazioni, rientrando a Davenport in estate. Lo attendeva ora un secondo, più lungo viaggio in Inghilterra, durato oltre un anno, dal giugno 1885 all’agosto 1886. La fine estate del 1886 la divise tra la casa e un soggiorno nel Wyoming con alcuni amici; poi lo richiamò ancora la California, con il suo mite clima invernale, congeniale all’età che avanzava. Al centro delle sue ricerche — ora soprattutto nei dintorni di San Francisco — erano i suoi studi sui generi Arctostaphylus, Alnus e Ceanothus. Nella primavera del 1889 compì il suo ultimo viaggio in California; poi, dopo un breve ritorno a casa, partì per il Canada, il New England, e da lì per New York e Philadelphia. Rientrato a Davenport alla fine dell’anno, un’influenza contratta in gennaio si trasformò in polmonite, portandolo alla morte il 20 febbraio 1890. Nella sua vita attivissima aveva raccolto 30.000 esemplari, descritto o scoperto centinaia di nuove specie (circa un centinaio delle quali porta il suo nome). Non pubblicò mai un libro, ma dozzine di articoli, purtroppo dispersi in numerose riviste. Tra i più importanti, oltre a quelli già citati, un’analisi della flora delle Montagne Rocciose, pubblicata nei Proceedings of the American Association for the Advancement of Science, e uno studio sulla flora desertica tra il 32° e il 42° parallelo nord. Dopo la sua morte, accanto agli amici dell’Accademia di Davenport, fu soprattutto Emily a custodirne l’eredità scientifica. Fu lei a curare la lista delle pubblicazioni del marito, pubblicata in calce al necrologio di Preston, e si adoperò perché lettere, manoscritti e quaderni di campo non andassero dispersi. Oggi sono conservati presso l’Università dell’Iowa. Due generi minucoli dalle sabbie e dalle rocce Parry ha lasciato un’impronta profonda non solo nella conoscenza, ma anche nella nomenclatura delle piante nordamericane. Darne conto sarebbe impossibile; a titolo d’esempio, basti ricordare alcune tra le specie più note che gli si devono. Tra le conifere, Pinus torreyana, scoperto in California durante la Spedizione del confine con il Messico e dedicato al maestro Torrey, Picea engelmannii e P. pungens, entrambe raccolte in Colorado, e il californiano Pinus quadrifolia, noto come Parry pinyon. Tra le succulente, Echinocactus parryi, Agave parryi, Yucca whipplei e la già citata Nolina parryi. Tra le piante alpine, Primula parryi, Penstemon parryi, Phacelia parryi. Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. A Parry stati dedicati due generi, entrambi monotipici, che per una curiosa coincidenza, anche se furono creati a molti anni di distanza, sono fondati su piante da lui raccolte in New Mexico nella spedizione del 1867. Il primo, Parryella, fu istituito da Torrey e Gray nel 1868, "per soddisfare il desiderio che il nome del nostro Dr. Parry venga commemorato in un tipo generico da lui stesso scoperto, che abita una delle vaste regioni che ha fedelmente esplorato per vent'anni". La forma diminutiva fu scelta perché esisteva già Parrya, dedicato da Robert Brown all’esploratore artico William Edward Parry. L'unica specie di questo genere della famiglia Fabaceae, Parryella filifolia, è un arbusto tipico delle dune consolidate e dei terreni sabbiosi, che nell'aspetto generale può vagamente richiamare una ginestra, da cui il nome comune dunebroom. Relativamente raro, cresce in ambienti montani, come margini di canyon, tra 1200 e 2200 metri, in New Mexico, Colorado, Utah e Arizona. Eretto o semidecombente, è molto ramificato, con rami esili e sottili foglie lineari, molto aromatiche. I fiori, raccolti in lunghi racemi laschi, sono alquanto insoliti: privi di petali, sono costituiti da un calice giallo verdastro da cui fuoriescono dieci stami gialli con antere più scure. I frutti sono baccelli allungati, verdastri, ma cosparsi di ghiandole più scure. Le sue ceneri, alcaline, erano utilizzate dagli Hopi per trattare il mais blu nella preparazione del pane piki. Parry la raccolse lungo il Rio Grande, presso Albuquerque. Nel settembre 1867, sulle rocce delle Huefano Mountains, trovò invece una piccola pianta rupicola, che Gray classificò come Seseli nuttallii (oggi Lomatium nuttalii). Solo nel 1929, esaminando l'erbario di Gray, Mildred E. Mathias, una importante specialista di Umbelliferae (Apiaceae), riconobbe che essa apparteneva a un genere distinto e la denominò Neoparrya lithophila: il genere onora lo scopritore, l'epiteto "amante delle rocce" allude all'habitat. Endemica delle Montagne Rocciose del Colorado meridionale e del New Mexico, è una specie rara, legata a suoli vulcanici, colate laviche, affioramenti di tufo o rocce sedimentarie, capace di vivere in fessure delle rocce o pareti rocciose, in habitat estremamente aridi e assolati. Forma cespi erbacei compatti, con foglie rigide e lucide, e infiorescenze ad ombrella dai raggi retroflessi; i frutti, dotati di ghiandole oleifere tubolari, se schiacciati emanano un odore che ricorda quello delle pesche. Colpisce che, tra tante piante maestose o di grande bellezza, a celebrare Parry siano due generi minuscoli. Ma Parry è anche l’uomo che, pur avendone piena autorevolezza, non scrisse mai un libro, affidando la sua eredità scientifica a puntuali saggi fitogeografici, a qualche studio su pochi generi prediletti, a numerosi articoli divulgativi e a due contributi fondamentali dedicati alle flore che più aveva esplorato (e amato): quella delle Montagne Rocciose e quella dei deserti. Proprio gli ambienti rappresentati da Neoparrya e Parryella. Sono piante che non ostentano nulla: vivono, fioriscono, resistono in condizioni difficili, senza spettacolarità. Una cresce nelle dune consolidate, l’altra nelle fessure aride delle rocce vulcaniche. Appartengono ai paesaggi che Parry studiò con maggiore continuità e rappresentano bene il suo modo di lavorare: osservazione attenta, rigore, nessun compiacimento. Che almeno una di esse sia anche legata a una tradizione indigena — le ceneri alcaline di Parryella filifolia usate dagli Hopi per il pane piki — aggiunge un ulteriore elemento di coerenza. Parry non si limitò a raccogliere piante: studiò e rispettò le culture che le conoscevano da secoli. Questa combinazione di discrezione, adattamento e continuità culturale rispecchia con precisione il suo contributo alla conoscenza della flora nordamericana: vasto per profondità e ampiezza, ma sempre sommesso, mai ostentato. Nel 1820, il medico ventiduenne Edwin James partecipa come botanico alla prima spedizione statunitense in cui militari e scienziati civili lavorano fianco a fianco. E' un modello per il momento ancora episodico, ma destinato a un grande futuro nella seconda metà del secolo, con le grandi spedizioni finanziate dallo Stato dopo il conflitto con il Messico. All'epoca, però, gli Stati Uniti non dispongono ancora di strutture capaci di valorizzare i pur notevoli risultati scientifici; così, per James dopo la spedizione non ci sarà una carriera nella botanica, ma un forte impegno civile che lo porterà, tra l'altro, a trasformare la sua casa - con grave rischio personale - in una stazione della "ferrovia sotterranea". Che a ricordarlo sia l'elusiva Jamesia, che fu il primo a raccogliere ma non pubblicò né segnalò, e che per decenni sfuggì alle raccolte, pur non essendo affatto una pianta rara, è un atto di giustizia poetica. Dalla botanica all'impegno civile La mattina del 13 luglio 1820, all’estremità orientale delle Montagne Rocciose, tre giovani si accingevano a scalare la cima più alta di quel tratto della catena, il Pikes Peak. Uno di loro era il medico, botanico e geologo Edwin James (1798–1861): aveva ventidue anni e, in cuor suo, si sentiva un piccolo Humboldt. Quando si era unito alla spedizione Long, nei propri bagagli aveva messo una copia del Personal Narrative of Travels to the Equinoctial Regions of the New Continent dello scienziato tedesco. La scalata si annunciava faticosa e a tratti impervia, ma, a differenza del Chimborazo, la natura non mostrava un volto sublime e terribile, ma ameno e lussureggiante. Niente páramos deserti, ma foreste di conifere e prati smaltati di fiori. Il secondo giorno, quando gli ardimentosi superarono il limite degli alberi, invece di sfidare una nebbia glaciale, il mal di montagna, l’epistassi e una cengia sospesa tra gli abissi, ai loro occhi si offrì un tappeto di piante alpine multicolori e un paesaggio di “stupefacente bellezza”. La vetta sembrava vicina e avevano sperato di raggiungerla in giornata, per poi rientrare entro sera al campo base. Ma presto si accorsero che era impossibile. D’altra parte, come convincersi a tornare indietro? Ovunque c’erano piante sconosciute da raccogliere, e la cima continuava a sembrare lì, a due passi. Così decisero di cogliere l’occasione e di trascorrere la notte nel primo luogo adatto, per continuare l’ascensione il giorno successivo. La natura amica non li abbandonò: l’indomani realizzarono il loro programma, il cammino rallentato solo dalla raccolta continua di esemplari interessanti. Furono i primi uomini bianchi a scalare una montagna statunitense superiore ai quattromila metri. Il Pikes Peak ne misura infatti 4302. I tre giovani alpinisti erano membri della spedizione diretta dal maggiore Stephen Harriman Long, che costituì la seconda parte della fallita Yellowstone Expedition. Decisa dal Congresso nel 1818, fu la prima missione statunitense a combinare obiettivi scientifici con un contesto ancora in gran parte militare. L’intento iniziale era costruire una serie di forti lungo il corso del Missouri fino alla confluenza con lo Yellowstone, per rendere più sicuro il commercio delle pellicce e contrastare la presenza britannica. Ma si voleva anche mappare il territorio e indagarne le risorse: così, accanto agli ingegneri militari e ai tipografi, per la prima volta furono reclutati geologi, botanici e zoologi con una formazione accademica. Faraonica, costosa e mal preparata — si parlò anche di corruzione — l’impresa si trasformò presto in un disastro. Nell’inverno del 1819, duecento dei circa millecento militari coinvolti morirono di scorbuto; le perdite civili, non registrate, furono probabilmente ancora più alte. La missione iniziale venne ridimensionata e, nel maggio 1820, il segretario di Stato ordinò a Long di abbandonare l’esplorazione del Missouri per dedicarsi alla mappatura del Platte River e raggiungerne le sorgenti, accompagnato da una scorta militare ridotta e dagli scienziati che avevano partecipato alla prima fase. Bisognava però reclutare un nuovo giornalista, che avrebbe stilato il resoconto ufficiale (quello precedente aveva dato le dimissioni) e un altro medico e botanico (il promettente botanico William Baldwin, già malato, era morto di tubercolosi e privazioni nei primi mesi della spedizione, nel 1819). Come giornalista venne scelto un militare, il capitano John R. Bell, come botanico il giovanissimo Edwin Jones. Figlio di un diacono, il più giovane di tredici tra fratelli e sorelle, questi era nato nel Vermont ed era cresciuto in una casa di legno tra le colline; dopo il college si era trasferito ad Albany, nello Stato di New York, per studiare medicina con un fratello maggiore. Qui assistette alle conferenze di Amos Eaton, che lo avvicinò alla geologia e alla botanica e lo mise in contatto con il quasi coetaneo John Torrey. Nel 1818, insieme allo stesso Eaton e al fratello, fu tra i soci fondatori del Troy Lyceum of Natural History, di cui l’anno successivo Torrey divenne socio corrispondente. Sotto questa egida pubblicò il suo primo lavoro, uno studio sulla geologia della regione del lago Champlain. Preparò inoltre una lista di circa cinquecento piante del Vermont, che avrebbe pubblicato nel 1821, al ritorno dalla spedizione Long. Non è noto come si sia giunti all’ingaggio di Edwin James, che all’epoca era un civile, non un militare. Un’ipotesi è che sia stato raccomandato dal capitano John Eatton Le Conte Jr. del genio militare, amico d’infanzia di Torrey. In ogni caso, nel febbraio 1820 James accettò l’incarico e alla fine di marzo raggiunse Pittisburg per unirsi al maggiore Long e al capitano Bell. Insieme si spostarono a St. Louis e, alla fine di maggio, raggiunsero il campo base della missione, l’Engineer Cantonment, nell’attuale Nebraska, dove li attendevano gli altri. Erano in tutto ventidue gli uomini che il 6 giugno lasciarono la base militare per dirigersi verso ovest. Long era l’ingegnere topografo e il cartografo, assistito dal luogotenente W. H. Swift; Bell, come già sappiamo, era il giornalista ufficiale. James aveva la duplice funzione di botanico e geologo, mentre gli zoologi erano Thomas Say (destinato a diventare il più celebre di tutti, salutato come "padre dell'entomologia e della concologia americana") e Titian Peale, che era anche illustratore; l’artista ufficiale, tuttavia, era Samuel Seymour. A completare il gruppo, un caporale, sei soldati semplici, cacciatori, guide e interpreti per le lingue native, lo spagnolo e il francese. C’erano cavalli per tutti gli uomini, cavalli da soma e muli per il cibo, le attrezzature, gli strumenti scientifici e gli esemplari raccolti. Piccolo e ben rodato, il gruppo si metteva in marcia ogni mattina alle cinque e percorrevano ogni giorno dalle 20 alle 30 miglia: un ritmo moderato che permetteva i rilievi e le raccolte scientifiche. Il gruppo attraversò le grandi pianure seguendo il corso del Platte River, poi del South Platte River, fino al Front Range delle Montagne rocciose. Era una stagione eccezionalmente calda e arida, e il maggiore ne trasse l'impressione che le grandi pianure non fossero adatte agli insediamenti umani e le definì "Grande deserto americano"; James però raccolse numerose piante ancora sconosciute e gli zoologi registrarono una fauna ricca e variegata. L'incontro più emozionante fu quello con una mandria di 10.000 bisonti. All'inizio di luglio, dopo aver attraversato il tormentato e fantastico paesaggio di guglie di arenaria, in seguito noto come Garden of Gods, gli esploratori si accamparono lungo Fountain Creek, in un'area particolarmente ricca di fauna. Proseguirono quindi verso sud lungo il Front Range, dove James fece ampie raccolte di piante alpine, tra cui Aquilegia coerulea, futuro simbolo vegetale del Colorado. Tra il 13 e il 15 luglio, come ho anticipato, con due compagni scalò il Pikes Peak. Quindi la spedizione si diresse verso sud-ovest, raggiungendo il fiume Arkansas; qui il gruppo si divise: alcuni uomini, tra cui lo zoologo Say, guidati da Bell, continuarono a risalire l'Arkansas, mentre gli altri, tra cui James, guidati da Long si diressero a sud est, lungo il Canadian River, che però identificarono erroneamente con il Red River. Fu la parte più difficile del viaggio; ormai il cibo scarseggiava e per nutrirsi bisognava cacciare cervi e bufali, di cui in quell'anno particolarmente caldo e arido non c'era abbondanza; così spesso bisognava accontentarsi di puzzole e tassi; i corsi d'acqua erano quasi asciutti o con acqua non potabile e si rimaneva senza bere anche per un'intera giornata. Tre uomini del gruppo di Bell disertarono, portando con sé il diario topografico di Swift e parte del diario di campo di Say. I due gruppi si ricongiunsero il 13 settembre a Fort Smith, in Arkansas, termine della spedizione, dopo aver percorso oltre 1500 miglia. Molti degli uomini erano malati o esausti. Tra di loro anche James, che contrasse la malaria e rientrò a Philadelphia solo nell'autunno del 1821. In collaborazione con Long - che aveva tale stima di lui da battezzare Edwin James Long uno dei suoi figli - e Say, James fu incaricato di scrivere il resoconto ufficiale della spedizione, lavoro che completò nel 1822 e fu pubblicato nel 1823 (Account of an Expedition from Pittsburgh to the Rocky Mountains). Subito dopo entrò nell'esercito e per una decina di anni servì come chirurgo militare in vari avamposti di frontiera nella regione dei Grandi laghi. Ebbe così modo di entrare in contatto con i nativi, in particolare con gli Ojibwe di cui imparò la lingua; con l'aiuto di John Tanner, catturato dagli Ojibwe da bambino e cresciuto in mezzo a loro, tradusse il Nuovo testamento in lingua ojibwe e aiutò Tanner a scrivere la sua storia, che divenne un bestseller tradotto in più lingue. A Bellevue in Nebraska fu sottoagente indiano dei Potowatomi e si occupò dell'organizzazione di scuole elementari. Nel 1833 lasciò l'esercito. Lo stesso anno fu ammesso all'American Philosophical Society, sulle cui Transaction già nel 1825 aveva pubblicato un catalogo delle piante raccolte durante la spedizione. Nel 1836 si stabilì come medico a Burlington (Iowa); a quattro miglia dalla città, viveva con la famiglia (si era sposato e aveva un figlio) in una grande casa, con annessa una fattoria, che divenne una stazione della cosiddetta "Ferrovia sotterranea", ovvero uno dei rifugi della rete di percorsi segreti usati dagli schiavi neri per raggiungere il Canada o gli "stati liberi" (quelli in cui la schiavitù era vietata). Per i fuggitivi allestì una stanza segreta nascosta dietro un camino e continuò ad aiutarli per tutta la vita, talvolta con grande rischio personale. James morì nel 1861, in seguito alle ferite riportate per essere stato schiacciato dalle ruote di un carro mentre caricava legna da ardere. Molti anni dopo, la Des Moines County Medical Society gli rese omaggio piantando intorno alla sua tomba nel Rock Spring Cemetery le aquilegie azzurre delle Montagne Rocciose di cui era stato lo scopritore. Un arbusto fiorito tra le rocce Quando Edwin James rientrò dalla spedizione Long, portava con sé non solo il peso dell’esperienza — la fatica, la fame, la sete, la malaria — ma soprattutto un’eredità botanica sorprendente. In pochi mesi aveva raccolto per la prima volta circa settecento specie delle grandi pianure e delle Montagne Rocciose, 140 delle quali nuove per la scienza. Egli ne diede un primo resoconto nel catalogo pubblicato nel 1825 sulle Transactions dell’American Philosophical Society, il primo tentativo sistematico di dare un volto vegetale a una regione ancora quasi sconosciuta. Egli stesso descrisse tredici specie nuove: oltre alla già citata Aquilegia coerulea, rimangono valide Geranium caespitosum, Pinus flexilis, Veronica plantaginea, Populus angustifolia. Altre sulla base dei suoi materiali vennero via via pubblicate da diversi botanici negli anni successivi. Alcune portano il suo nome: Paronychia jamesii, Cleome jamesii, Carex jamesii, Dalea jamesii, Pomaria jamesii, Frankenia jamesii, Oenothera jamesii, Penstemon jamesii, Eriogonum jamesii, Solanum jamesii. Molte di queste dediche vennero dal vecchio amico Torrey e da Asa Gray, che esaminarono le raccolte di James per la loro Flora of North America. Venne da loro l'omaggio più gradito, quello del genere Jamesia. Tra gli exsiccata di James, furono colpiti da un esemplare di un arbusto con foglie opposte e fiori bianchi cerosi; benché alquanto imperfetto, era sufficiente a riconoscervi un genere a sé con affinità con Philadelphus e Hydrangea; purtroppo il luogo di raccolta non era noto. Torrey e Gray scrivono: "Lungo il Platte River o il Canadian River, nei pressi delle Montagne Rocciose? I nostri esemplari furono raccolti dal dr. Edwin James durante la spedizione di Long, ma il luogo non è indicato. Probabilmente è raro o estremamente localizzato, visto che nessun altro botanico sembra averlo incontrato. Sembra appartenere a un genere ben distinto, al quale abbiamo dato questo nome in ricordo dei servizi scientifici del suo degno scopritore, il botanico e storico della spedizione del Maggiore Long alle Montagne Rocciose del 1820, che, durante quel viaggio, fece un'eccellente raccolta di piante nelle condizioni più sfavorevoli". Jamesia americana, in realtà, non è una specie rara; appartiene però a una flora che all’epoca era ancora largamente inesplorata, quella della fascia montana e submontana che dalle Montagne Rocciose si estende fino al Messico settentrionale. Per questo ci vollero ancora diversi anni prima che un altro botanico la incontrasse nuovamente. Nel 1846 Augustus Fendler la raccolse sulle rocce lungo il Santa Fé Creek; l’esemplare che inviò a Gray era perfetto, e grazie ad esso Jamesia poté essere finalmente descritta in modo completo, permettendo di correggere e integrare la diagnosi originaria, fondata sul materiale “estremamente imperfetto” raccolto da Edwin James, come scrive Gray in Plantae Fendlerianae (1849). Dopo un altro lungo intervallo, J. americana venne raccolta nuovamente da Parry nel 1861 lungo il Clear Creek in Colorado. Ancora nel 1875, scrivendone sul Curtis's, Joseph Dalton Hooker la riteneva "una pianta molto rara o assai locale". Come ho anticipato, non è esattamente così. Jamesia è uno dei cinque generi della famiglia Hydrangeaceae endemici del Nord America (gli altri sono Carpenteria, Fendlera, Fendlerella e Whipplea). È endemico dell’Ovest nordamericano e limitato alle regioni montane e submontane delle Montagne Rocciose meridionali e degli altipiani del Nuovo Messico; è rappresentato da due specie: Jamesia americana, con un areale relativamente ampio (Montagne rocciose meridionali, Sierra Nevada meridionale, California, New Mexico, Messico settentrionale) e J. tetrapetala, con un areale più ristretto (ambienti subalpini di Utah e Nevada). Sono arbusti eretti o espansi, spesso ramificati alla base, con corteccia brunastra che tende a sfaldarsi; foglie opposte, ovate o subcordate con superficie fortemente rugosa; fiori bianchi o rosa, con quattro o cinque petali cerosi arrotondati e numerosi stami, raccolti da tre a oltre trenta in corimbi terminali; frutti capsulari, legnosi, persistenti, che si aprono in più valve liberando piccoli semi. Le Jamesia prediligono ambienti freschi e ombrosi, come gole rocciose, pareti di arenaria, canyon, pendii montani tra 1.800 e 3.000 metri, con suoli ben drenati e esposizione a nord o est, dove l'umidità permane più a lungo. J. americana è relativamente diffusa, ma localizzata, legata a microhabitat freschi e riparati che le permettono di sopravvivere in un contesto climatico altrimenti arido. Se ne conoscono quattro varietà: var. americana, la più diffusa, ha foglie più fortemente dentate e fiori più piccoli, ma raccolti molto numerosi nelle infiorescenze; var. rosea, presente in California e Navada, è l'unica con fiori rosati; var. macrocalyx e var. zionis sono presenti sono in Utah e si distinguono la prima per i sepali da lanceolati a triangolari-ovati, la seconda per le dimensioni maggiori delle foglie. Jamesia tetrapetala, come dice anche il nome, si distingue dalla precedente perché ha fiori con quattro sepali e quattro petali anziché cinque, raccolti in infiorescenze pauciflore di uno-tre fiori. Oggi Jamesia americana rimane un elemento caratteristico delle gole e dei pendii ombrosi delle Montagne Rocciose meridionali, dove forma popolazioni localizzate ma stabili. La sua presenza discreta, confinata a microambienti freschi in un contesto arido, spiega perché per decenni sia sfuggita agli esploratori. È un arbusto interessante anche in coltivazione, purché se ne rispettino le esigenze ecologiche, che ne limitano la diffusione al di fuori del suo ambiente naturale. Dato che in natura vive nelle fessure delle rocce, vuole un terreno molto ben drenato, e la condizione ideale è "testa al sole e piedi all'ombra", ovvero una posizione luminosa, ma con le radici al fresco. Come mai Torrey dedicò Carpenteria californica, una degli endemismi più belli e rari della flora degli Stati Uniti, al medico della Louisiana William Marbury Carpenter, morto in giovane età prima di aver pubblicato una sola riga di botanica? La risposta è nascosta negli erbari che conservano le sue raccolte. La scarna biografia di un medico morto troppo presto Nel corso di una delle sue spedizioni in California, nella Sierra Nevada, presumibilmente nei pressi delle sorgenti del fiume San Joaquin, il colonnello Fremont raccolse un esemplare di un arbusto dalle strette foglie tomentose, con capsule di semi e fiori già appassiti. Anche se non dispiegava più i suoi fiori in tutta la loro bellezza bastò perché John Torrey ne riconoscesse la stretta parentela con il genere Philadelphus, e al tempo stesso peculiarità tali da assegnarlo a un genere proprio. Lo battezzò Carpenteria californica, segnando l’ingresso ufficiale di una delle piante più belle e rare degli Stati Uniti nella storia della botanica. Come amava fare, ne fece un omaggio postumo a uno dei suoi corrispondenti, il medico William Marbury Carpenter (1811‑1848), morto troppo presto, prima di poter portare a compimento una carriera scientifica che si annunciava promettente. Morto prima di compiere 37 anni, il dr. Carpenter ha lasciato deboli tracce nei repertori e nella letteratura scientifica. Nato in una famiglia eminente della West Feliciana Parish in Louisiana, dopo aver studiato con precettori privati, a diciotto anni si iscrisse all'accademia di West Point, che dovette lasciare primo di completare gli studi quadriennali per problemi cardiaci, conseguenza di febbri reumatiche. Subito dopo (presumibilmente nel 1832) tornò in Louisiana e si stabilì a Jackson (East Feliciana Parish) dove, oltre a esercitare la medicina, accettò l’incarico di professore di scienze naturali al Centenary College. Risalgono allo stesso anno le prime raccolte botaniche documentate, nelle Opelousas. Contemporaneamente proseguiva gli studi presso il Medical College of Louisiana (New Orleans), dove nel 1836 si laureò dottore in medicina. La sua prima pubblicazione, un articolo su una foresta sommersa da lui stesso scoperta a Port Hudson (1838), documenta interessi naturalistici ampi, che oltre la botanica toccavano la geologia e la paleontologia. Certamente cominciò a farsi un nome nella comunità scientifica della Louisiana, come dimostra una rapida carriera accademica: nel 1842 fu nominato professore di Materia medica all’Università della Louisiana, di cui nel 1845 divenne preside. Fu anche professore di botanica e geologia presso il Medical College e, dal 1846, curatore del New Orleans Medical and Surgical Journal. Risalgono a questi anni diversi articoli di paleontologia (su alcuni fossili), di igiene (sull’alimentazione degli schiavi neri), ma soprattutto di medicina, con studi molto influenti sulla trasmissione delle malattie infettive, in particolare la febbre gialla. Nel 1846 incontrò il geologo britannico Charles Lyell e gli fece da guida nell’area del delta del Mississippi, presso La Balize. Lyell lo ricorda come un ospite gentile e amabile, con una profonda conoscenza tanto della geologia quanto della botanica. Poi, nel 1848, una duplice tragedia. Per prima morì, forse di parto, la moglie Matilda King, lasciandolo con quattro bambini, per provvedere ai quali il dr. Carpenter, forse già gravemente malato, sposò la cognata Eliza King. Poi, a ottobre, morì anche lui. Di botanica non aveva pubblicato nulla, e la sua unica traccia nella storia della flora della Louisiana è affidata, da una parte, al Catalogus florae Ludovicianae, pubblicato nel 1852 da John Leonard Riddell, e dall’altra agli esemplari d’erbario raccolti da Carpenter e dispersi in vari erbari, nonché a una manciata di lettere inviate a Torrey. Ritrovare il dr. Carpenter: una ricerca negli erbari Un necrologio apparso nel 1849 sul New Orleans Medical and Surgical Journal, probabilmente firmato da Alexander Hester, ne traccia un ritratto sobrio e un po’ deludente. Vi si legge che, nonostante la salute fragile, «continuò ad applicare la sua mente ai vari studi che avevano attratto la sua attenzione», e che i suoi contributi al periodico testimoniano «una mente ben fornita di conoscenze utili e scientifiche». È il ritratto convenzionale di un medico colto e laborioso, che si interessava anche di botanica e geologia, come molti medici statunitensi del tempo. La traccia successiva, sempre sul New Orleans Medical and Surgical Journal, ci porta al 1852, quando John Leonard Riddell (1807–1865), anch’egli medico e collega di Carpenter all’Università della Louisiana, dove insegnava chimica, pubblica un Catalogus florae ludovicianae. Nel brevissimo cappello introduttivo scrive: «La seguente lista sistematica, che ingloba i risultati di molti anni di osservazioni del dr. Josiah Hale, del defunto prof. W. M. Carpenter e dell’autore, riassume un manoscritto inviato dall’autore nel 1851 allo Smithsonian». Quanto a quest’ultimo, informa che era intitolato Plants of Louisiana e comprendeva i nomi botanici e volgari delle angiosperme e delle felci comprese nei limiti dello stato, «rappresentati da esemplari dell’erbario dell’autore, con le località speciali, i tempi di fioritura e la descrizione completa delle nuove specie». Riddell precisa inoltre che la sintesi non comprende le Cyperaceae e le Graminaceae, fornite soprattutto dal dottor Hale. Il Catalogus è una semplice lista di piante, con i nomi latini suddivisi in famiglie naturali. Sono però indicati come nuovi (sulla base del nome d’autore) 19 taxa attribuiti a Riddell e 9 a Carpenter (2 specie e 7 varietà). L’anno successivo, ancora sul New Orleans Medical and Surgical Journal, Riddell colmò la lacuna con New and hitherto unpublished Plants of the South West, mostly indigenous in Louisiana, in cui descrisse 35 nuovi taxa. Aggiunse inoltre che al manoscritto depositato allo Smithsonian erano stati allegati anche gli esemplari e i disegni relativi. Carpenter è citato, oltre che come autore di due specie, come raccoglitore di altre sei, tre delle quali gli vennero dedicate da Riddell: Lysimachia carpenteri, Physalis carpenteri (oggi Calliphysalis carpenteri) e Quercus carpenteri (sinonimo di Q. pagoda). Ce n’è abbastanza per dedurre che la figura leader di questo nucleo di pionieri dello studio della flora della Louisiana fosse Riddell, mentre Hale (che tra l’altro non pubblicò mai le Cyperaceae e le Graminaceae) e Carpenter fossero figure di contorno: l’uno come specialista di quel gruppo di piante, l’altro soprattutto come raccoglitore. È esattamente la conclusione a cui arriva Joseph E. Ewan in Notes on Louisiana botany and botanists, 1718–1975 (2005). Dopo aver sintetizzato le ricerche di Hale e le poche notizie note su Carpenter, si chiede: «Chi era il botanico leader della Louisiana del diciannovesimo secolo che coinvolse gli importanti raccoglitori Josiah Hale e William Carpenter a collaborare con lui in quella che sarebbe potuta diventare la prima sinossi della flora dello stato?». Anche se per lui, con facile gioco di parole, Riddell is a riddle, Riddell è un enigma, non ha dubbi che il leader fosse lui e che da lui fosse venuta l’idea di unire le forze per giungere alla prima flora della Louisiana. Ma è proprio così? Riddell è certamente la figura più nota del trio; ecclettico, oltre che di chimica, si occupò di geologia e numismatica, scrisse un romanzo di fantascienza, fu un pioniere dell'uso del microscopio che applicò a studi all'avanguardia sul colera. Formatosi alla scuola di Eaton, che fu anche il primo maestro di Torrey, prima di trasferirsi in Louisiana, fece raccolte botaniche in Ohio e pubblicò A Flora of the Western States, che Bailey, nella breve profilo che gli dedicò, giudica un lavoro sostanzialmente compilatorio, per lo più basato su opere precedenti. Dopo il Catalogus florae ludovicianae e l'articolo citato, non scrisse più di botanica, assumendo piuttosto un ruolo istituzionale, come socio fondatore della New Orleans Academy of Science, fondata nel 1853 insieme a Hale, che di quella istituzione fu il primo presidente. Ad essa donò numerosi esemplari del proprio erbario che, sempre secondo Bailey, era notevolissimo. Ed è proprio negli erbari che possiamo cercare una risposta sul ruolo rispettivo di Riddell e di Carpenter come promotori e leader della prima esplorazione sistematica della flora della Louisiana. Il più prossimo a entrambi (e anche a Hale) è quello della Tulane University, nel quale è confluito l’erbario della New Orleans Academy of Sciences. Non digitalizzato, non è accessibile, ma la pagina iniziale ricorda tra i raccoglitori più importanti, nell’ordine, Hale, con un centinaio di esemplari; Riddell, che anche qui fa la parte del leone, con 125 esemplari; e infine Carpenter. Alle poche informazioni già note si aggiunge che l’erbario di Carpenter, «eccetto esemplari spediti a Torrey e altri», passò a Riddell, che ne donò «alcune dozzine» all’Accademia delle Scienze. Come mai l’erbario di Carpenter finì nelle mani di Riddell? Due ipotesi, che potrebbero anche non escludersi. Se Carpenter collaborava con Riddell a una ricerca comune sulla flora della Louisiana, potrebbe avergli lasciato l’erbario, nonché le proprie note di campo, per preservare la propria eredità scientifica oltre la morte. La seconda ipotesi è forse più probabile: alla morte di Carpenter, la vedova-cognata si trovava in una situazione difficile, con quattro bambini da allevare, ed è verosimile che abbia venduto a Riddell un erbario che, soprattutto se ricco e con molte specie rare, aveva anche un discreto valore monetario. Dobbiamo dunque seguire le vicende dell’erbario di Riddell. Anche se un certo numero di esemplari è oggi disperso tra diversi erbari statunitensi ed europei, dopo la sua morte nel 1865 il grosso fu venduto dagli eredi al grande botanico Charles T. Mohr, che nel 1901 lo lasciò in eredità all’erbario nazionale, oggi custodito presso lo Smithsonian di Washington. Quest’ultimo, con un lavoro encomiabile e titanico, è stato completamente digitalizzato e reso disponibile ai ricercatori. La ricerca dei raccoglitori può essere effettuata solo per cognome, e il nome Carpenter compare oltre cinquecento volte. Non si tratta, naturalmente, di altrettanti esemplari raccolti da William Marbury Carpenter: molte occorrenze si riferiscono ad altri raccoglitori omonimi, o a etichette abbreviate e ambigue. Ma già dalle prime schermate emergono alcune occorrenze significative: “Carpenter, Louisiana”, “Carpenter, Feliciana”. Esaminando gli esemplari, l’occhio impara presto a distinguere, sulla sinistra, l’etichetta originale con il nome della pianta, spesso il luogo e la data di raccolta, e la firma: WMCarpenter, talvolta WmCarpenter o la sigla WMC; e sulla destra l’etichetta di Mohr, con l’origine: dr. Carpenter, prof. Carpenter o WCarpenter. Si scopre così che anche numerosi esemplari etichettati come M. Carpenter (e persino qualche D., C., F. Carpenter o altri) risalgono in realtà alle raccolte del nostro William Marbury Carpenter. In tutto sono 157. La lettura delle date non è sempre agevole, ma si delinea con chiarezza una geografia delle raccolte: un nucleo centrale nella Feliciana County (64 risultati, circa il 40%, più 6 da Jackson), che poi si irradia quasi a ventaglio verso est fino a Opelousas (16 risultati), al Calcasieu River (5 risultati), a St. Martinsville; verso ovest fino a Madisonville e Ouachita; ma soprattutto verso sud, lungo il Mississippi fino alla costa, certamente il principale teatro delle esplorazioni di Carpenter dopo il trasferimento da Jackson a New Orleans. Le sue ricerche non si limitarono alla Louisiana: toccarono anche il Mississippi (Pascagoula è tra i luoghi più rappresentati, con 5 risultati), l’Alabama fino a Mobile, e l’area di Pensacola in Florida. Pur avendo esplorato anche altri habitat, come le pinete di Feliciana, emerge un ambito di ricerca privilegiato: la flora degli ambienti umidi, con particolare attenzione a Cyperaceae, Poaceae e piante acquatiche. Carpenter non era dunque un raccoglitore occasionale: non solo i numeri, ma le località e le specie raccolte indicano uno studioso impegnato in una ricerca originale. Per cercare una conferma, dobbiamo spostarci a New York. Ci portano lì alcune lettere a Torrey, recentemente digitalizzate, in cui Carpenter finalmente si rivela ai nostri occhi: non solo un deferente corrispondente del professore newyorkese, attento a far arrivare campioni pregevoli nelle migliori condizioni, ma un collezionista che chiede esemplari del New Jersey e dell'East per arricchire il proprio erbario, e soprattutto un botanico esperto, sensibile agli aspetti ambientali ed ecologici. Anche l’erbario del New York Botanical Garden, che ha accolto la collezione di Torrey, è stato digitalizzato; e poiché consente la ricerca per nome e cognome, basta digitare W. M. Carpenter per vedere comparire una settantina di risultati: ancora Louisiana, Feliciana, Mississippi, Opelousas, Calcasieu, Florida (Escambia County). La data più antica è il 1836. Dalla ricognizione negli erbari e nelle lettere, Carpenter acquista finalmente la fisionomia di un botanico di notevole competenza, attivo su un territorio vasto e complesso, con un’attenzione particolare agli ambienti umidi e alle famiglie più difficili. Le sue raccolte, numerose e geograficamente coerenti, suggeriscono un progetto di studio sistematico, forse una flora del bayou. È un profilo che la letteratura non aveva ancora messo a fuoco, e che meriterebbe ulteriori approfondimenti da parte di chi ha accesso diretto ai materiali. Se la mia ricerca "da scrivania" potrà contribuire a riportare Carpenter nel posto che gli spetta nella storia della botanica della Louisiana, avrà raggiunto il suo scopo. Più che un omaggio postumo: un riconoscimento Rimane ancora un piccolo mistero, anzi due: perché lo Smithsonian non pubblicò il manoscritto? E il manoscritto potrebbe fornirci ulteriori informazioni per chiarire quali furono in quel progetto i ruoli reali di Carpenter e Riddell? Sappiamo che Henry, il direttore dello Smithsonian, inviò in visione il manoscritto a Gray e fu certamente lui a sconsigliare la pubblicazione, nonostante offrisse un quadro senza precedenti di quell'area ricchissima di specie: era scientificamente insoddisfacente? oppure a indurlo a una risposta negativa furono perplessità sulla paternità delle ricerche (di cui poteva essere informato direttamente da Torrey, corrispondente tanto di Riddell quanto di Carpenter)? Non lo sapremo mai: come ci informa proprio una lettera dello Smithsonian allegata a uno degli esemplari dell'erbario di New York, già a fine Ottocento il prezioso documento risultava perduto. Ma nel frattempo la risposta più bella, più luminosa era arrivata da Torrey in persona con la dedica di Carpenteria californica. Con parole che non lasciano dubbi: «Questo genere è dedicato alla memoria del mio eccellente amico scomparso, il compianto professor Carpenter della Louisiana, che per molti anni investigò con impegno e successo la botanica del suo Stato natale, ma la cui carriera fu bruscamente interrotta mentre stava preparando un resoconto delle sue ricerche.» Unica specie del suo genere, la carpenteria è un vero gioiello che in primo luogo si impone con la bellezza dei suoi fiori candidi e profumati dai petali arrotondati lievemente sovrapposti che circondano una corona di stami dorati, così simili a quelli degli anemoni. E poi c'è la rarità: in natura è presente solo in sette località nelle contee di Fresno e Madera, nei bacini dei fiumi San Joaquim e Kings, nel chaparrall e nel sottobosco delle pinete tra 300 e 1340 metri. Così rara, che oggi è molto più frequente nei giardini. E ancora: pianta di un angolo della California ai piedi della Serra Nevada, è forse la più emblematica delle undici specie dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America; oltre a Carpenteria, Fendlera, Fendlerella, Jamesia e Whipplea. La loro storia evolutiva è quella di antichi relitti botanici rimasti isolati mentre il clima e le montagne cambiavano intorno a loro: piccole linee evolutive sopravvissute in rifugi naturali, ciascuna modellata dal proprio ambiente e dalle proprie specializzazioni. Carpenteria, pianta pedemontana capace di resistere agli incendi e alla siccità; Jamesia, che vive aggrappata alle rocce delle montagne; Fendlera e Fendlerella, figlie dei deserti e dei canyon; Whipplea, che preferisce i sottoboschi umidi della costa pacifica. Cinque strategie diverse, cinque modi di restare, mentre tutto il resto si muoveva. Carpenteria californica si è anche conquistata un posto di primo piano nei giardini. E' bellissima, ma anche resistente alla siccità, di fioriture generose e abbastanza rustica da sopportare qualche grado sottozero, soprattutto se in posizione protetta o con qualche accorgimento. E' adattissima al clima mediterraneo, in particolare dove le estati non sono troppo bollenti. Dalle forme aggraziate e di dimensioni contenute, può essere coltivata anche in vaso. A imporla come pianta ornamentale sono stati soprattutto i giardinieri britannici, prima fra tutte la celebre progettista di giardini Gertrude Jekyll. E proprio in Gran Bretagna sono state selezionate cultivar come 'Ladham's' o 'Bodnant', nata nell'omonimo giardino gallese. Dimenticato nelle pagine della storia della botanica, grazie alla dedica di Torrey il nome di Carpenter continua a vivere - e fiorire - nei nostri giardini. Dopo un breve passaggio in Messico, il tedesco Ferdinand Lindheimer arriva in Texas nel 1836. È uno dei Dreißiger, i rifugiati politici che negli anni Trenta dell’Ottocento lasciano la Germania alla volta dell’America. Il Texas diventerà la sua nuova casa e per trent’anni ne esplorerà instancabilmente la flora: prima come cacciatore di piante professionista nella rete di Engelmann e Gray, poi per il semplice piacere di contribuire al progresso della scienza. Dalle sue raccolte nascerà la botanica texana. A ricordarlo è la stella del Texas, Lindheimera texana. Un rifugiato tedesco tra Messico e Texas Il 27 luglio 1830, in risposta alla stretta assolutistica voluta da Carlo X e dal ministro Polignac, Parigi insorge. Nell’arco di tre giorni la sommossa diventa rivoluzione, il re è costretto all’esilio e la Francia si trasforma in monarchia costituzionale. L’evento scuote l’Europa: la Restaurazione, che da quindici anni stringe il continente nella sua morsa, sembra vacillare. Nei giovani liberali, che sognano spazi di libertà, si riaccende la speranza. In Italia, con i moti del ’31, in Polonia, in Belgio, dove la rivoluzione vittoriosa staccherà il paese dall’Olanda, e anche in Germania. Qui i protagonisti sono soprattutto intellettuali e studenti, spesso organizzati nelle Burschenschaften, le confraternite che nel maggio del 1832 danno vita al grande festival democratico di Hambach, invocando libertà di parola e di stampa. Sono ancora studenti — affiancati da qualche insegnante — quelli che il 3 aprile 1833 si scontrano con soldati e polizia nel goffo tentativo di insurrezione passato alla storia come Frankfurter Wachensturm. La repressione non si fa attendere: arresti, delazioni, sospetti, chiusura di ogni spazio di libertà. Per molti intellettuali non resta che una strada: l’emigrazione. Molti prendono la via dell’America. Li chiameranno Die Dreißiger, “quelli degli anni ’30”, per distinguerli dalla seconda grande ondata che seguirà le rivoluzioni fallite del 1848–49. Non si trattò quasi mai di scelte individuali. Questa prima ondata di emigrati politici tedeschi si mosse spesso in forma organizzata, attraverso società di emigrazione che promettevano una nuova vita oltreoceano. La più nota fu la Gießener Auswanderungsgesellschaft, fondata nel 1833 da un gruppo di intellettuali dell’Assia con un progetto ambizioso: creare in Texas una colonia tedesca autonoma, libera e democratica, una sorta di “Germania rigenerata” in terra americana. Le rotte migratorie che ne derivarono non furono lineari: molti dei suoi membri, prima di raggiungere il Texas, passarono dal Messico, da cui allora dipendeva quella regione. È in questo contesto che si inserisce anche la vicenda di Ferdinand Lindheimer (1801-1879). Nativo di Francoforte, ultratrentenne all'epoca dei fatti, tra i membri del movimento liberale era uno dei "vecchi", non più studente, ma insegnante. Era un umanista, un filologo, formatosi alle università di Wiesbaden, Jena e Berlino; dal 1827 insegnava all'Istituto Bunsen della città natale e ai suoi studenti parlava di libertà. Coinvolto direttamente nel Frankfurter Wachensturm, sapeva di essere nel mirino della polizia; la sua stessa famiglia, di tendenze conservatrici, gli aveva voltato le spalle; l'emigrazione fu inevitabile. Lasciò la Germania nella primavera del 1834 e la sua prima meta fu Belleville nell'Illinois, dove si unì a un gruppo di immigrati tedeschi, diversi dei quali erano stati suoi colleghi all'Istituto Bunsen. Tuttavia pensava già al Texas, che all'epoca, pur in una situazione di forte instabilità, era sotto la sovranità messicana. Così nell'autunno del 1834, insieme a cinque compagni, percorse a piedi il Mississippi per dirigersi verso il Texas; ma a New Orleans con due compagni si imbarcò per Veracruz e entrò a fare parte della comunità creata al Mirador da un altro immigrato tedesco, Carl Sartorius. Anch'egli un intellettuale e un rifugiato politico, nel 1830 aveva acquistato una fazenda ai piedi del monte Orizaba, dove coltivava canna da zucchero e distillava alcoolici con buona fortuna. Botanico più che dilettante, amava esplorare la flora dei dintorni e raccogliere piante; ospite generoso e accogliente, trasformò il Mirador in un polo di ricerca che, nel corso degli anni, accolse molti dei botanici e cacciatori di piante attivi in Messico, da Galeotti, Linden e Ghiesbreght a Karl Hartweg. Lindheimer rimase al Mirador per sedici mesi e imparò dal suo ospite come raccogliere, conservare e montare piante e insetti. Fu la sua iniziazione alla botanica. Le notizie della rivolta scoppiata in Texas contro il governo centralista messicano lo spinsero a ripartire per arruolarsi come volontario. Alla fine del 1835 lasciò il Messico e, dopo un naufragio sulla costa di Mobile, in Alabama, giunse in Texas il giorno dopo la battaglia di San Jacinto, l'evento che di fatto ne sancì l'indipendenza. Per qualche tempo combatté nelle file dell'esercito della Repubblica del Texas. E' probabile che già allora sia stato colpito dalla flora texana, all'epoca ancora quasi sconosciuta, e abbia continuato ad arricchire l'erbario inaugurato al Mirador. Quando fu smobilitato, dopo aver lavorato per qualche tempo in una fattoria, su invito di Georg Engelmann - anch'egli era nativo di Francoforte e si erano già conosciuti in Germania - si trasferì a St Louis; vi trascorse l'inverno del 1839-40, ma il clima troppo freddo non giovava ai suoi polmoni, così decise di tornare in Texas. Engelmann gli chiese di raccogliere piante per lui e per Gray. Per Lindheimer si aprì così un periodo di precarietà e di continui spostamenti nel Texas, sostenendosi come raccoglitore indipendente e con una combinazione di lavori manuali e agricoltura di sussistenza presso le comunità di coloni tedeschi. Raccoglitore, giornalista, cittadino in Texas A cambiare la sua vita, e a dargli finalmente stabilità, furono due eventi in rapida successione. Tra il 1843 e il 1844 le raccolte per Engelmann e Gray si trasformarono in un ingaggio formale, facendo di Lindheimer il primo raccoglitore permanente della flora del Texas. Lasciata St Louis, dove aveva nuovamente trascorso l’inverno, nella primavera del 1843 si imbarcò per Galveston e quindi, a bordo di un carro a due ruote carico di risme di carta, provviste, una pressa e altre attrezzature, si mosse verso ovest per la sua prima spedizione. Con l'unica compagnia di due cani da caccia, si addentrò nella natura selvaggia, spesso senza incontrare nessun essere umano e vivendo dei proventi della caccia. Nel 1844, nella contea di Comal, incontrò un gruppo di coloni tedeschi intenti a fondare una città nelle terre acquistate dal principe Carl von Solms‑Braunfels, commissario generale della Mainzer Adelsverein, l’associazione creata da un gruppo di nobili tedeschi per organizzare l’immigrazione di massa in Texas; in suo onore, la nuova città si sarebbe chiamata New Braunfels. Più tardi Lindheimer incontrò lo stesso principe e decise di unirsi alla colonia. I primi anni di New Braunfels furono difficili, anche per la scarsa esperienza amministrativa e finanziaria del principe che, mentre si accingeva a far rientro in Germania, fu addirittura arrestato per debiti. A salvare la situazione fu il suo successore come commissario generale, Otfried Hans von Meusebach — che negli Stati Uniti avrebbe mutato il nome in John. Energico, di orientamento liberale e fortemente interessato alle scienze, aveva deciso di trasferirsi in Texas affascinato dalla sua natura. Più tardi sarebbe diventato per Lindheimer un amico e un compagno di raccolte botaniche. Nella giovane colonia tedesca, un uomo di cultura e con una buona conoscenza del territorio come Lindheimer era benvenuto. Dal 1844 fino alla morte, New Braunfels divenne la sua casa e la sua comunità. Gli fu assegnato un appezzamento lungo il Comal Creek, dove creò anche un piccolo orto botanico, ma fino al 1851 la raccolta di piante rimase la sua attività principale. Le sue copiose raccolte, soprattutto attorno agli insediamenti tedeschi di New Braunfels, Fredericksburg e Bettina, ne fanno il padre della botanica texana. Gli esemplari venivano inoltrati a Engelmann e da questi a Gray, che si incaricava anche di distribuire gli exsiccata tra i sottoscrittori. Una lettera di Gray a Engelmann ne elenca trenta: oltre a collezionisti privati statunitensi ed europei, a Torrey e agli stessi Engelmann e Gray, figurano grandi nomi della botanica europea (Bentham, Harvey, Webb) e istituzioni come lo Smithsonian, l’erbario Boissier, l’orto botanico di Parigi e il British Museum. Tra il 1845 e il 1850 Engelmann e Gray pubblicarono due fascicoli di Plantae lindheimerianae, per un totale di 754 specie; dopo la morte di Engelmann, sulla base degli esemplari conservati nel suo erbario, la pubblicazione delle raccolte di Lindheimer fu completata da J. W. Blankinship nel 1907. Intanto, mentre la comunità dei coloni si espandeva e si stabilizzava — altri insediamenti sorsero a Fredericksburg e a Bettina, chiamata così in onore della scrittrice e musicista progressista Bettina Brentano von Arnim — anche la vita di Lindheimer trovava un assetto stabile. Nel 1846 si sposò con Eleanor Reinartz, da cui ebbe due figlie e due figli. Nel 1852 fu nominato direttore del Neu‑Braunfelser Zeitung, un settimanale in lingua tedesca che diede voce alla comunità di New Braunfels con annunci, notizie locali, politica texana, rubriche di agricoltura e approfondimenti culturali. Per Lindheimer divenne anche una palestra dove scrivere di politica, cultura, botanica e sfogare i suoi sentimenti anticlericali. Da quel momento, la raccolta di piante — nell’arco di trent’anni ne avrebbe raccolto in totale circa 1500 specie — cessò di essere una professione per diventare un piacere e una passione. In alcune spedizioni fu suo compagno John O. Meusebach, con il quale nel 1849 fece raccolte a Comanche Spring. Quando poi Meusebach diede le dimissioni da commissario della Mainzer Adelsverein e si ritirò nella Loyal Valley, Lindheimer lo visitava spesso e scambiava con lui esemplari botanici. Era ormai uno degli animatori della vita culturale della comunità tedesca e una figura di riferimento anche sul piano istituzionale. Oltre a dirigere il giornale, aprì una scuola privata e più volte servì come sovrintendente alla pubblica istruzione. Fu inoltre il primo giudice di pace di New Braunfels. Nel 1872 lasciò il Neu‑Braunfelser Zeitung e dedicò gran parte del suo tempo allo studio delle scienze naturali, corrispondendo attivamente con studiosi della madrepatria come il botanico Adolf Scheele — cui inviò molti esemplari — e il geologo Ferdinand von Roemer, autore di The Cretaceous Formations of Texas and Their Organic Inclusions, che aveva conosciuto anni prima durante una visita di quest’ultimo alle comunità tedesche del Texas. Lindheimer morì nel 1879; lo stesso anno alcuni dei suoi saggi furono pubblicati postumi sotto il titolo Aufsätze und Abhandlungen. La stella del Texas per l'esploratore della flora texana L’impronta di Lindheimer nella conoscenza della flora del Texas è profondissima. Per trent’anni esplorò una porzione del territorio — quella attorno agli insediamenti tedeschi — in modo sistematico e continuo, gettando le basi di una vera flora regionale, fatta non solo di piante curiose, nuove o vendibili ai collezionisti, ma di comunità vegetali. Le circa 1500 specie da lui raccolte rappresentano, se non un catalogo completo, una percentuale estremamente significativa della flora del Texas centrale. Del resto, era il suo proposito fin dall’inizio. Già nel 1842, rivelando quella che oggi chiameremmo una coscienza ecologica, scrisse: “Ho conservato un esemplare di ogni pianta che conosco. Devo trovare un posto più sicuro da qualche parte qui in Texas dove creare un erbario di piante autoctone. E anche avere un giardino botanico dove proteggere le piante perenni rare.” Le sue raccolte, oggi conservate in oltre venti istituzioni in tutto il mondo, furono formidabili anche per numero (sono stimate tra 80.000 e 100.000 esemplari), ma soprattutto per qualità: le sue note di campo e le sue osservazioni sono eccellenti. Quando arrivò in Texas con la sua pressa e le risme di carta, gran parte di quella flora era sconosciuta, e fu il primo raccoglitore di numerose specie, diverse delle quali portano il suo nome. La più nota — quella che forse lo rende familiare, almeno come eco, anche da noi — è certamente la deliziosa gaura (un tempo Gaura lindheimeri, oggi Oenothera lindheimeri), amatissima nei giardini per i suoi fiori da bianchi a rosati simili a leggere farfalle. Ma le dediche sono molte: un centinaio in totale, una quarantina delle quali oggi valide, dalla bellissima felce Hemionitis lindheimeri dalle fronde vellutate a Ipomoea lindheimeri dai profumatissimi fiori blu cielo, dalla minuscola asteracea rupicola Laphamia lindheimeri al “palo blanco”Celtis lindheimeri, un vero e proprio albero. Per volontà di Engelmann e Gray, c’è anche un genere Lindheimera, che essi gli dedicarono con queste parole: “Abbiamo nominato questo genere straordinario, affine a Berlandiera e Engelmannia, in onore del suo tenace e instancabile scopritore e indagatore della flora texana.” Oggi è un genere monotipico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da Lindheimera texana, che unisce nel nome botanico quelli dello scopritore e del territorio che esplorò. È nota anche con il bel nome comune di Texas star, “stella del Texas”. Oltre che in questo stato, è presente in Oklahoma e nel Messico settentrionale, dove cresce in una varietà di habitat tipicamente assolati e aperti, incluse praterie, bordi di strade e aree disturbate. È una robusta annuale, piuttosto variabile (può rimanere bassa o superare il metro di altezza), assai cespitosa, con foglie basali grossolanamente dentate raccolte a rosetta e foglie cauline opposte e intere; fusto e foglie sono fittamente pelosi. Ogni fusto porta una cima di fiori con 3–6 (più comunemente cinque) fiori del raggio giallo brillante. Di facile coltivazione e di lunga fioritura, negli Stati Uniti è talvolta coltivata nei giardini in stile naturale. Questa dedica di una pianta modesta, quasi un’erbaccia, forse nelle intenzioni di Gray e Engelmann — per via delle sue affinità botaniche — collega Lindheimer allo stesso Engelmann, la linea tedesca, e al franco‑svizzero Berlandier, esploratore della flora del confine messicano, dall’altra parte della frontiera. È la linea dei botanici esploratori “tenaci e instancabili”, di cui Lindheimer è uno dei capofila. È un personaggio singolare, il prussiano Augustus Fendler: primo cacciatore di piante professionista reclutato dalla rete di Engelmann e Gray e tra i primi europei a esplorare il Nuovo Messico. Fin dall’adolescenza il suo spirito inquieto lo spinse a cambiare continuamente luogo, occupazione, si potrebbe dire pelle: dalla nativa Prussia orientale agli Stati Uniti, al Venezuela, all’Ecuador; studente, impiegato apprendista, conciatore, fabbricante di lampade, insegnante, distillatore di alcoolici, eremita. E poi cacciatore di piante, curatore di erbari, traduttore di Goethe e filosofo a tempo perso. Sempre gettando in ciascuna di queste attività tutto se stesso, pronto a cambiare di nuovo e a reinventarsi al prossimo fallimento. Lo ricordano i piccoli generi Fendlera e Fendlerella, che fioriscono nei luoghi semidesertici della “frontiera” che fu tra i primi a esplorare. La difficile scoperta di una professione La vita di Augustus Fendler (inizialmente August, 1813-1883), raccoglitore di piante di origine tedesca fattosi americano, è piena di cambi di rotta, di svolte improvvise, di nuove strade imboccate senza esitazione, spesso per essere abbandonate con un guizzo repentino. Inizia già con una perdita: nato a Gumbinnen (oggi Gusev, distretto di Kaliningrad, Russia), nella Prussia orientale, a sei mesi perse il padre, un artigiano tornitore. Due anni dopo la madre si risposò, ricostruì un focolare, gli diede un nuovo padre e un fratello; ma erano poveri e in quell'angolo remoto della Prussia non c'erano scuole degne di questo nome. Fino a dodici anni, quando venne iscritto al ginnasio, ebbe solo un'istruzione rudimentale. Dopo quattro anni, le ristrettezze economiche della famiglia lo costrinsero a lasciare anche quella scuola. Diventò apprendista presso la cancelleria municipale: un lavoro d’ufficio, ripetitivo, che “uccideva lo spirito” di un ragazzo che sognava solo di viaggiare. Così, quando un medico, incaricato di ispezionare le stazioni di quarantena del colera lungo la frontiera con la Russia, gli propose di fargli da segretario, accettò su due piedi. La notte prima della partenza era così eccitato che non chiuse occhio. La realtà si sarebbe rivelata terribile: pochi giorni dopo, il medico fu chiamato in un grande villaggio di confine dove l’epidemia già dilagava; e invece di un viaggio avventuroso, August si trovò nel mezzo di una battaglia impossibile, con morti su morti. Fu rimandato a casa ad affrontare la difficile scelta di una professione che gli desse qualche possibilità di viaggiare. Anni dopo, il suo primo biografo, William Canby, gli strappò una confessione rivelatrice: se avesse saputo che un raccoglitore di piante poteva coprire le proprie spese di viaggio, si sarebbe preparato a quella professione; ma all’epoca non ne sapeva nulla, anzi non aveva mai neppure visto un libro di botanica. Dato che a scuola una delle sue materie preferite era la chimica e gli era stato assicurato che il mestiere di conciatore era molto richiesto sia in Europa sia in America, divenne apprendista in una conceria: un lavoro duro e disgustoso (nella concia, oltre a tannini e sostanze chimiche di vario tipo, all’epoca si impiegavano anche urina e sterco animale), ma vi resistette due anni. Nel frattempo venne a sapere che a Berlino era stata aperta una specie di scuola politecnica, riservata a giovani meritevoli senza mezzi, ai quali garantiva sia una buona istruzione sia una borsa di studio. Erano ammessi solo due o tre candidati per provincia, dopo un esame molto selettivo. August Fendler lo superò e, nell’autunno del 1834 — ora aveva vent’anni — si trasferì a Berlino. La vita sedentaria, l’atmosfera competitiva, il ritmo dello studio vinsero, prima di lui, il suo corpo. Così, terminato il primo anno, sia pure con buoni risultati, dovette desistere. Da studente si trasformò in Handwerksbursche: un artigiano itinerante che si spostava da un villaggio all’altro, perfezionando l’apprendistato presso diversi maestri e lavorando occasionalmente in un luogo o in un altro. Fu la sua vita per sei mesi, dall’autunno del 1835 alla primavera del 1836. Conosciamo qualche tappa, ma non i particolari: partito da Berlino, zaino in spalla, fu in Slesia, Sassonia, Francoforte e Renania, finché il viaggio terminò a Brema. Con il piccolo gruzzolo messo da parte in quella vita vagabonda si pagò la nave per Baltimora. Quando vi arrivò, nel borsellino gli rimanevano due dollari. Si spostò immediatamente a Filadelfia, dove per qualche mese lavorò per un conciatore: non la soglia della libertà che aveva sognato, ma un lavoro duro e insopportabile. Tentò qualche impiego nel distretto minerario, poi si trasferì a New York, dove si impiegò in una fabbrica di lampade. Almeno lì c’era qualcosa di nuovo da imparare; ma poi arrivò la crisi economica, uno dopo l’altro operai e apprendisti furono licenziati e anche lui, ultimo, si trovò disoccupato. Una perdita, ma anche un’occasione: ripartire, alla ricerca di un altrove. L’altrove era il West, e St Louis ne era la porta. Così, “seguendo la via migliore e più breve”, nella primavera del 1838, dopo trenta giorni di viaggio nelle condizioni più economiche possibili, era in quella terra promessa. Trovò subito lavoro in una fabbrica di lampade a gas, forse la prima in quell’area; ma le attrezzature erano scarse, si lavorava in una sala aperta e fredda, e quando arrivò l’inverno il desiderio di calore, di sud, fu più forte di tutto. Il Mississippi era bloccato dal ghiaccio e il servizio dei battelli a vapore era sospeso. Come in Germania, bisognava rimettere lo zaino in spalla e ripartire: attraverso i boschi dell’Illinois, i canneti del Kentucky, le colline del Tennessee; e poi fu New Orleans. Non una meta, ma una semplice tappa verso un altrove ancora più altrove, un West più West: il Texas. Si imbarcò per Galveston e di lì raggiunse Houston. Il governo del Texas offriva a ogni immigrato 320 acri di terre demaniali; ma per ottenerle era necessario entrare a far parte della guardia civica che, armata fino ai denti, presidiava il territorio contro le incursioni Comanche. Fendler fece domanda, ma quella condizione lo bloccò: non poteva ottemperare, perché non aveva un fucile. Almeno, così la racconta Canby. Niente gli avrebbe potuto impedire di procurarselo, se avesse voluto. Ma diventare colono, entrare in un corpo paramilitare, significava integrarsi, mettere radici, rinunciare alla libertà. Meglio rinunciare alla concessione. Rimase ancora un anno in Texas, si ammalò più volte, poi tornò in Illinois, dove per qualche tempo fu insegnante. Nell’autunno del 1841, a fargli cambiare ancora una volta vita fu — letteralmente — il richiamo della foresta. Aveva sempre amato l’autunno americano e quell’anno si risvegliò in lui l’irresistibile desiderio di vivere nella natura, libero da ogni condizionamento umano. Gli mancava solo il posto adatto. Lo trovò in un’isola disabitata sul Missouri, a trecento miglia da St Louis. I bagagli furono presto fatti: sacco a pelo, cucina da campo, un’ascia, un fucile, una canoa, qualche libro — ed era pronto per una nuova vita. Riadattò una vecchia baracca e si immerse nella natura che gli offriva rifugio, cacciagione e pace interiore. Furono sei mesi di felicità perfetta. Finché le acque del fiume crebbero e travolsero tutto. Si salvò a stento. Almeno per il momento, era la sconfitta definitiva del suo sogno americano. Decise di tornare in Europa, dove lo ritroviamo nel 1844. E là, dove meno lo cercava, la sua vita ebbe la svolta definitiva. A Königsberg, la vecchia città di Kant, conobbe Ernst Meyer, professore di botanica e direttore dell’orto botanico che, avendo sentito parlare delle sue avventure americane, gli propose di tornare in America e di raccogliere per lui esemplari botanici, dietro un “ragionevole compenso”. Fendler accettò. Non aveva trovato una vocazione, ma una professione. Il primo raccoglitore professionista del West Di piante non sapeva nulla, non ancora. Eppure portava con sé una dote inconsapevole: la conoscenza dei territori, la capacità di muoversi in ambienti ostili, l’occhio allenato a cogliere dettagli che sfuggono a chi resta fermo. Tornato a St. Louis — probabilmente insieme al fratello, presenza costante e silenziosa di cui non conosciamo neppure il nome — si mise al lavoro, iniziando le prime raccolte. A St. Louis l’autorità in fatto di botanica era il dottor George Engelmann, tedesco come lui; ed è a lui che Fendler si rivolse per l’identificazione delle piante. Engelmann notò lo zelo e la serietà con cui lavorava e lo raccomandò a Asa Gray. Così, da raccoglitore europeo per un botanico europeo, Fendler (adesso preferiva farsi chiamare Augustus) divenne il primo raccoglitore professionista della nuova botanica americana. Nel 1846, all’inizio della guerra messicano‑statunitense, l’esercito degli Stati Uniti occupò parte del Nuovo Messico. Era una regione botanica quasi ignota, e Gray — su suggerimento di Engelmann — pensò di inviarvi Fendler. Per la prima volta veniva messo alla prova il sistema di reclutamento immaginato da Engelmann e subito adottato da Torrey e Gray: in assenza di capitali o di mecenati, il raccoglitore avrebbe finanziato la spedizione vendendo i duplicati a istituzioni e collezionisti, in America e in Europa, raggiunti attraverso le reti scientifiche dei tre botanici. Fendler si gettò nell’impresa con l’entusiasmo che gli era proprio: il Nuovo Messico era un nuovo altrove, e lo era anche la professione nascente di cacciatore di piante. In quella flora inesplorata vedeva insieme una promessa esistenziale e una possibilità economica. Gray scrisse al Segretario di Stato per ottenere il libero trasporto per Fendler, i suoi bagagli e le future collezioni. Così, certo insieme al fratello — spalla quasi invisibile ma indispensabile — il 10 agosto 1846 Fendler partì con un convoglio militare da Fort Leavenworth, sul Missouri, diretto a Santa Fé. Vi arrivò l’11 ottobre, e la prima impressione fu di delusione: la stagione era avanzata e la regione appariva sterile. A parte le Cactaceae, di cui l’area abbondava — ma le succulente sono pessimi esemplari da erbario e andavano spedite a Engelmann in barili o scatole, con enormi problemi logistici e finanziari — per iniziare le raccolte bisognò attendere la primavera. Intanto bisognava vivere, in un avamposto militare dove tutto era precario e più caro. Fendler esaurì presto i suoi scarsi risparmi, poi dovette contrarre prestiti e debiti; il fratello arrivò addirittura ad arruolarsi per qualche mese nell’esercito. Le raccolte iniziarono solo ad aprile e si protrassero fino ad agosto, quando Fendler, in una situazione economica ormai insostenibile, fu costretto a rientrare a St. Louis, dove arrivò all’inizio dell’autunno. Esplorando palmo a palmo le zone più promettenti — le colline a est e nord‑est di Santa Fé e le loro valli, in particolare quella del Rio Chiquito — mise insieme una raccolta di dimensioni sensazionali: 17.000 esemplari di molte centinaia di specie. In Plantae Fendlerianae, che ne è la pubblicazione parziale, Gray ne descrisse 462, circa il 20% delle quali — un centinaio — nuove per la scienza. Gray si affrettò, da una parte, a darne conto in questo importante saggio; dall’altra, a mettere in moto tutte le sue pedine per garantire a Fendler il giusto riconoscimento economico, pubblicando tra l’altro il seguente annuncio su "The American Journal of Science and Arts": "Piante essiccate da Santa Fe, Nuovo Messico. — Il signor Augustus Fendler, che, sotto la direzione del dottor Engelmann, si è recato a Santa Fe nell’autunno del 1846 con lo scopo di esplorare la botanica di quella regione, è ora tornato a St. Louis con le sue ricche raccolte, comprendenti molte specie nuove e interessanti. Gli esemplari sono ben preparati, in buone condizioni, e per lo più molto belli e completi. Un resoconto a stampa, con le descrizioni delle nuove specie, redatto dal professor Gray e dal dottor Engelmann, sarà presto pubblicato; una copia ne sarà inviata a ciascun sottoscrittore. Il prezzo è fissato a 10 dollari per ogni centinaio di esemplari, escluso il trasporto da St. Louis a New York o Boston. Poiché tutti i set non richiesti qui saranno immediatamente inviati all’estero, coloro che li desiderano sono pregati di farne richiesta quanto prima (affrancata) al dottor George Engelmann, St. Louis, o al dottor Asa Gray, Cambridge, Massachusetts". La macchina si era messa in moto, e anche Hooker diede il suo contributo, scrivendo, al termine della sua recensione di Plantae Fendlerianae: "Ci uniamo di tutto cuore al dottor Asa Gray nell’esprimere il suo vivo desiderio che il signor Fendler possa ricevere l’incoraggiamento che così pienamente merita, sotto forma di ulteriori sottoscrizioni per le sue raccolte, che gli permettano di riprendere le sue ardue imprese in circostanze più favorevoli rispetto al passato." Le sottoscrizioni furono molto inferiori alle attese. Tuttavia Fendler non si arrese e intraprese una seconda spedizione. Era deciso a tornare a Santa Fe per esplorare l’area delle montagne; a questo scopo, nel giugno 1849 si unì a un distaccamento militare diretto a Salt Lake City, dove contava di stabilire la propria base per poi raggiungere il Nuovo Messico. Ma mentre guadava il Little Blue River il suo carro fu travolto da un’improvvisa piena: le raccolte fatte fino a quel momento, la carta e tutte le attrezzature andarono perdute. Non gli restò che tornare a St. Louis, solo per scoprire che tutti gli averi che vi aveva lasciato — inclusi oltre mille esemplari montati delle raccolte di Santa Fe — erano andati in cenere durante il Big Fire, che a maggio, dunque poco dopo la sua partenza, aveva distrutto gran parte della città. Di fatto, non possedeva più nulla. Fosse stato una persona diversa, avrebbe rinunciato definitivamente. Invece, via New Orleans, alla fine dell’anno si imbarcò con il fratello per Chagres, sull’Istmo di Panama, dove per quattro mesi fece raccolte da inviare a Engelmann, che lo aveva aiutato a risollevarsi finanziando la spedizione. Ma ai debiti si erano aggiunti altri debiti. Fu l’inizio di una nuova fase di instabilità: per qualche tempo i fratelli si stabilirono a Camden, sul fiume Washita in Arkansas, dove cercarono di sbarcare il lunario unendo alle raccolte la coltivazione di un piccolo orto; poi fu la volta di Memphis, in Tennessee, dove aprirono una fabbrica di lampade a gas. La botanica, però, non era dimenticata; anzi, Fendler aveva migliorato notevolmente le sue competenze, studiando tra l’altro il Manual of Botany of the Northern United States di Gray, felice che gli fosse costato solo 75 centesimi. E quando seppe che Engelmann e Gray gli avevano reso omaggio dedicandogli il genere Fendlera (pubblicato nel 1852), ne provò gioia e orgoglio. Per quattro anni gli affari sembrarono prosperare. La sua vita ora si divideva tra la fabbrica, la coltivazione di un piccolo terreno dove sperimentava la crescita delle piante raccolte a Chagres o inviate da Engelmann, le osservazioni meteorologiche — una nuova passione che lo prendeva sempre più — e la traduzione in inglese del Faust di Goethe, cui dedicava il tempo libero. A congiurare contro di lui, questa volta, fu la Memphis Gas Company, che rendeva obsolete le sue lampade estendendo la fornitura di gas naturale all’intera area. Fendler tentò di riconvertire la produzione distillando alcool, ma presto rinunciò. Forse anche per ragioni di salute, aveva ormai deciso di partire per un nuovo altrove: il Venezuela. Venezuela e oltre Ad attirarlo nel paese latinoamericano fu senza dubbio la presenza di una piccola enclave tedesca, la colonia Tovar, fondata da un gruppo di immigrati provenienti dal Baden tra il 1841 e il 1843. La sua prima meta, all’inizio del 1854, fu però Caracas: pensava che una città avrebbe offerto migliori opportunità per inserirsi e spedire le raccolte che contava di fare sulle montagne non troppo lontane. «Voglio vivere di nuovo vicino a una valle di montagna e nelle vicinanze di una ricca flora montana, senza avere le difficoltà logistiche che c’erano a Santa Fe. E credo anche che le montagne dell’area di Caracas debbano essere ricche di cactus», scrisse a Engelmann. Fu di nuovo una (mezza) delusione. Né il clima né il costo della vita erano quelli sperati, e dopo pochi mesi Fendler e suo fratello si trasferirono nella colonia Tovar. Si trovarono pionieri in mezzo a pionieri, a dissodare terre in un clima spesso ostile, a coltivare frutta e ortaggi per il proprio sostentamento. Ma c’erano anche le osservazioni meteorologiche — ora Fendler le comunicava a Joseph Henry dello Smithsonian — e le escursioni botaniche sulle montagne ricoperte di foresta pluviale, alla scoperta di una vegetazione inedita, del tutto diversa da quella nordamericana: un’esplosione di vita allo stesso tempo affascinante e respingente. In una lettera a Gray scrisse: «In queste foreste, dove i raggi del sole non toccano mai terra, regnano eternamente l’umidità e le basse temperature. Il tronco e i rami di ogni albero sono ricoperti di felci, Lycopodiaceae, muschi, epatiche, licheni, orchidee, bromeliacee, Araceae e ancora Piperaceae e molte altre che è impossibile nominare». Era il paradiso del cacciatore di piante, ma la vita continuava a essere difficile: i prodotti coltivati con il fratello e i proventi degli esemplari venduti negli Stati Uniti non bastavano a vivere, e Fendler fu costretto a tornare a distillare alcool, producendo birra e brandy. Nel 1856 tornò brevemente negli Stati Uniti, anche per cercare nuovi clienti per le sue raccolte: i muschi, oltre ad acquirenti europei tra cui il briologo tedesco Karl Müller, furono acquistati da William Starling Sullivant, e i licheni da Edward Tuckerman. Propose la sua raccolta di insetti a John Lawrence LeConte, figlio di uno dei vecchi amici di Torrey, che però declinò: a lui interessavano solo specie nordamericane. Fendler e suo fratello vissero ancora due anni in Venezuela; alla ricerca di esemplari più rari — quelli più comuni li lasciava volentieri a un altro raccoglitore, Karl Moritz — dovette estendere i suoi viaggi lontano dalla colonia Tovar. Le escursioni più lunghe li portarono da Maracay a Puerto Colombia, e ancora da Valencia a San Estéban, e poi lungo la costa atlantica a partire da Petaquire. Anche in Venezuela, Fendler dimostrò una grande capacità di osservazione e la solita dedizione al lavoro; in quattro anni raccolse oltre 2600 specie di piante, in alta percentuale nuove per la scienza; ben 223 dei suoi esemplari (l'8,5%) sono stati designati come tipi. Tuttavia non si arricchì mai, e nel 1864 anche questa esperienza era esaurita. Fendler e il fratello tornarono a St. Louis, quindi si trasferirono ad Allerton, nel Missouri, dove gestirono una piccola fattoria per sette anni, interrotti da un breve periodo in cui Gray cercò di “addomesticare” Fendler offrendogli un lavoro all’erbario di Harvard. Seguire una routine di orari rigidi, farsi la barba e vestirsi bene per non spiacere alle signore, persino mangiare in società, non erano fatti per quell’uomo silenzioso e schivo. Dopo pochi mesi Fendler tornò ad Allerton, dove il fratello aveva continuato a vivere e lavorare da solo; scoprì che nel frattempo quest’ultimo aveva sviluppato una forma di cecità notturna che lo rendeva parzialmente invalido. Nel 1871 si risolsero a vendere la fattoria e, dopo un breve soggiorno a St. Louis — rumorosa, affollata, popolata solo da «adoratori di Mammona» — Fendler decise di tornare in Germania. Il cerchio si sarebbe chiuso a Gumbinnen, dove era cominciato? Per nulla: anche la vita in quel remoto angolo della Prussia, con la sua mentalità chiusa e militaresca, gli risultò insopportabile. Così, dopo appena undici mesi — in cui non mancarono le visite agli orti botanici di Königsberg e Berlino — Fendler e suo fratello tornarono negli Stati Uniti e nel 1873 si stabilirono a Wilmington, nel Delaware, dove acquistarono una casa e un piccolo giardino. Determinante nella scelta fu l’incontro con William Marriott Canby, ricco industriale e filantropo che dedicava parte delle sue fortune a incoraggiare le ricerche botaniche e gli chiese di aiutarlo a riordinare il suo erbario. Sarebbe diventato amico di Fendler e il suo primo biografo. In quegli anni, con sgomento dello stesso Canby, Torrey e Gray, l’ultima impresa di Fendler era la stesura di un’opera filosofica in cui intendeva spiegare nientemeno che i meccanismi dell’universo. I loro gentili tentativi di dissuasione fallirono, e l’opera vide infine la luce nel 1874 con il titolo The Mechanismes of Universe. Talvolta erborizzava con Canby e continuava a corrispondere con Engelmann e Gray. Nell’aprile del 1875 entrambi gli fecero visita con Parry, in procinto di partire per il Messico con Palmer. Fendler, che non vedeva Gray da dieci anni, si stupì nel trovarlo tanto invecchiato. Neppure il tranquillo giardino di Wilmington fu l’ultimo rifugio di Fendler: ad attenderlo c’era ancora un ultimo, definitivo altrove, Trinidad. Nel 1877 a spingerlo a trasferirsi ancora una volta furono i crescenti problemi di salute, forse di natura reumatica. Trinidad era un terreno botanicamente vergine non meno del Nuovo Messico o del Venezuela, e in Fendler si riaccese più che mai la passione del raccoglitore: non c’erano cactacee da inviare a Engelmann, ma moltissime felci e altre piante interessanti. Continuava a raccogliere dati meteorologici e ogni tanto dava una mano a Henry Prestoe, il sovrintendente dell’orto botanico di Port of Spain. Ma la salute, minata da una vita tanto difficile, cominciava a declinare; nell’estate del 1881 ci fu un primo attacco di cuore, o forse un ictus. Nel novembre 1883, a settant’anni, la morte. Arbusti in fiore tre le rocce La vicenda di Augustus Fendler si colloca in quel breve, irripetibile momento in cui la botanica americana sta ancora costruendo le proprie istituzioni, e la figura del cacciatore di piante free lance — capace di vivere vendendo le proprie raccolte sul mercato interno, ancora fragile, oltre che su quello europeo — appare non solo possibile, ma quasi necessaria. È tuttavia una scelta di vita segnata da una precarietà strutturale: la risposta del mercato è incostante, e basta una delle molte avversità possibili (nella vita di Fendler ne abbiamo incontrata un’intera antologia) per trasformare un’impresa promettente in catastrofe, soprattutto quando, come nel suo caso, non si può contare su risorse alternative né sul sostegno di una comunità o di un gruppo familiare. Fendler ha attraversato le condizioni più difficili e, più ancora che per passione, ha resistito grazie a una ricerca ostinata di un altrove che gli sfuggiva continuamente, ma che non ha mai smesso di inseguire. Che questo irregolare dai modi quasi selvatici abbia toccato il cuore di personalità tra loro diversissime come Engelmann, Gray e Canby dice molto delle sue qualità umane prima ancora che professionali. Il riconoscimento più ambito arrivò proprio da Engelmann e Gray, con la dedica del genere Fendlera. Non si tratta di una pianta raccolta da lui stesso — i primi esemplari della specie tipo, Fendlera rupicola, risalgono alle raccolte di Lindheimer e Wright — è tuttavia caratteristica delle regioni da lui esplorate, come sottolinea Gray nella dedica: "Il dr. Engelmann e io stesso ci rallegriamo dell'opportunità di dedicare un genere così interessante e ben marcato della regione del Texas e del New Mexico a Augustus Fendler che, insieme a Wislizenus, fu il primo a esplorare il New Mexico dove tra grandi difficoltà fece le eccellenti raccolte oggi così ben note ai botanici". F. rupicola sembra quasi un suo ritratto vegetale: un piccolo arbusto dai delicati fiori bianchi, appartenente alle Hydrangeaceae, che ricorda il filadelfo (non a caso il nome comune è false mockorange). Vive abbarbicato alle rocce delle mesa e dei deserti, simbolo di resilienza e di capacità di durare nelle condizioni più ostili. Diffuso nelle aree montuose di Texas, New Mexico, Arizona, Colorado e Utah, prospera nelle comunità dominate da Pinus monophylla e da varie specie di ginepri. Bellissimo al momento della fioritura, ma mai appariscente, mostra adattamenti all’aridità — rami duri e sottili, foglie piccole riunite in gruppi di tre — e nelle culture native aveva un ruolo significativo, sia pratico sia cerimoniale. Al genere sono state aggiunte successivamente altre due specie: F. linearis, diffusa tra il Messico centro-settentrionale e gli Stati Uniti limitrofi, con rami intricati e spinescenti e foglie lineari minute; F. tamaulipana, endemica del Tamaulipas, un arbusto più grande e più sparsamente ramificato, fino a quattro metri. Alla fine dell’Ottocento a celebrare indirettamente Fendler si aggiunse Fendlerella, "piccola Fendlera", istituito da Heller nel 1898 per accogliere Fendlerella utahensis, in precedenza assegnata a Whipplea. All’interno delle Hydrangeaceae, Fendlera, Whipplea e Fendlerella formano una triade di generi affini ma ben distinti, come confermano sia la morfologia sia gli studi molecolari. A Fendlerella utahensis si sono poi aggiunte tre specie messicane: F. lasiopetala, F. mexicana, F. queretarana. Il genere, oltre che per le dimensione in genere molto minori, si distingue da Fendlera soprattutto per alcuni caratteri fiorali: cinque petali anziché quattro, antere prive di appendici apicali. Comune è invece l'habitat: i luoghi aridi e sassosi, tanto che F. utahensis è nota con il nome spagnolo hierba desierto. Darlingtonia californica è una pianta singolare che erge le sue trappole, affascinanti ma mortali, simili a teste di cobra all’attacco. Eppure si deve solo a lei, alla sua bellezza e al suo fascino, se il dedicatario di questa specie, il medico William Darlington, dopo tante vicissitudini, dediche revocate e resurrezioni, gaffe e rivalità botaniche, rimane nel pantheon dei dedicatari di un genere valido. E lo meritava davvero, il “buon vecchio Darlington”, figura di transizione tra la vecchia botanica americana delle flore locali e la nuova botanica scientifica di Torrey e Gray. Una dedica e una piccola flora Nel 1825, il medico statunitense William Darlington (1782-1863) ricevette una graditissima notizia dall'Europa: il celebre botanico elvetico de Candolle, al quale aveva inviato alcuni esemplari di piante americane, per dimostrare la sua riconoscenza gli aveva dedicato un nuovo genere, Darlingtonia, nel quale aveva riunito due specie di leguminose erbacee, in precedenza classificate come Mimosa. Darlington era al settimo cielo: quella dedica, venuta da un botanico tanto autorevole, era il miglior riconoscimento e incoraggiava i suoi sforzi di "gentiluomo naturalista". Si affrettò a piantare entrambe le specie nel suo giardino e a aggiungerne esemplari essiccati nel suo erbario, con quella etichetta che lo riempiva d'orgoglio. All'epoca Darlington era sulla quarantina ed era un medico molto affermato, nonché una personalità in vista della sua comunità, la contea di Chester, in Pennsylvania: dopo aver combattuto come ufficiale in un reggimento volontario nella guerra del 1812, era stato membro del Congresso per tre mandati (1816-1823), più tardi avrebbe fondato e diretto una banca e avrebbe ricevuto molti altri incarichi amministrativi anche come avvocato. Questa era la sua veste ufficiale, ma Darlington si considerava soprattutto un naturalista, in primo luogo un botanico. L'incontro con la botanica era avvenuto negli anni universitari, quando studiava medicina alla University of Pennsylvania come allievo di Benjamin Smith Barton. Nel 1804 si laureò e si ingaggiò come chirurgo di una nave mercantile diretta in India. La tappa più eccitante fu l'orto botanico di Calcutta, dove poté osservare specie tropicali allora quasi sconosciute in America e ottenere piante e semi da riportare in patria. Da quel momento, la raccolta di piante native e la cura dell’erbario divennero una presenza costante nella sua vita, sempre più attiva e piena come medico, padre di famiglia, uomo politico e amministratore. Iniziò a corrispondere con altri botanici, sia in patria sia all'estero; la dedica di de Candolle gli diede una prima legittimazione internazionale e lo incoraggiò a dare una dimensione più collettiva alla sua passione. Nel 1826, insieme a un gruppo di amici, fondò una società naturalistica, il Chester County Cabinet of Natural Science, che riuniva collezioni di minerali, piante e animali e organizzava conferenze e pubbliche letture. Nel discorso introduttivo, Darlington - che sarebbe stato eletto presidente, conservando l'incarico fino alla morte - insistette tra l'altro sulla necessità di creare un erbario della flora americana, attraverso scambi con studiosi e appassionati di altre parti del paese. Lo stesso anno diede l'esempio, pubblicando Florula Chestrica, dedicata all'amico e compagno di studi William Baldwin, scomparso nel 1819. Preceduto da un glossario dei termini botanici, è il catalogo delle fanerogame raccolte nei dintorni di West Chester, in inglese e organizzato in base al sistema linneano; a concludere, un'appendice sulle piante utili coltivate nella stessa area. Come leggiamo nella prefazione, era il frutto di un progetto iniziato fin dagli anni universitari; ispirato a Flora Philadelphica di Barton, Darlington concepiva questa e altre flore locali, con l'esplorazione in profondità di un territorio minimo, come "il modo più facile per ottenere i materiali per quel grande desideratum, una completa Flora americana". È un’intuizione chiarissima del momento che si stava vivendo. La botanica degli Stati Uniti era ancora un arcipelago di iniziative individuali, di gentiluomini naturalisti e di società locali. Ma proprio in quegli anni, grazie in primo luogo al lavoro di John Torrey e anche allo stimolo – e alla rivalità – dei botanici europei (i primi fascicoli della Flora boreali‑americana di William Jackson Hooker usciranno nel 1829), le cose stavano per cambiare. Dediche cassate, risorte, rinnovate Negli anni successivi Darlington divenne una figura di riferimento: fu accolto nell’American Philosophical Society, nell’Accademia delle Scienze di Filadelfia e nel Lyceum di New York, e si trovò al centro di una rete di contatti sempre più ampia. All’estero corrispondeva con de Candolle e con William Jackson Hooker; in patria con David Townsend, suo amico fraterno, socio del Chester County Cabinet e cassiere della banca di cui Darlington sarebbe diventato presidente nel 1830; con Lewis David de Schweinitz, padre della micologia nordamericana, al quale inviò Florula Cestrica come biglietto da visita; con Charles Wilkins Short, autore di una flora del Kentucky; e, in una relazione via via più stretta, con John Torrey che più tardi lo avrebbe messo in contatto anche con Asa Gray e George Engelmann. Nel 1837 Darlington pubblicò Flora Cestrica, una revisione molto ampliata della vecchia Florula, dedicata non più a un singolo, ma “ai cultori della scienza botanica”. L’opera si fondava sugli invii di numerosi corrispondenti, tra cui Abigail Kimber, insegnante di chimica e botanica in una scuola femminile — una delle prime donne a ricoprire questo ruolo. Nella prefazione Darlington si scusava per aver continuato ad adottare il sistema di Linneo: era ben consapevole che la botanica ormai si orientava verso il sistema naturale, ma poiché quest’ultimo era ancora “in uno stato continuo di fermentazione”, preferiva attenersi a quello linneano, pur con qualche aggiustamento. Tuttavia, in appendice, invece della precedente trattazione delle piante coltivate utili, inserì una lista dei generi organizzati secondo il sistema naturale di Lindley. Nel 1842, dall’Inghilterra, arrivò la doccia fredda. George Bentham, nella sua revisione delle Mimoseae pubblicata sul "Journal of Botany", decise che Darlingtonia non meritava più un genere a sé: la ridusse a semplice sezione di Desmanthus. Per Darlington fu un colpo durissimo. Non si rassegnò facilmente: ancora nel 1847, alla morte della moglie, piantò sulla sua tomba una di quelle piante che sentiva così profondamente sue, e ne prelevò un esemplare per l’erbario, etichettandolo con ostinata tenerezza Darlingtonia brachyloba. Nel frattempo continuava a pubblicare e a sentirsi un po’ il custode della memoria dei “gentiluomini naturalisti”. Nel 1843 diede alle stampe Reliquiæ Baldwinianæ, dedicata all’amico William Baldwin; nel 1849 Memorials of John Bartram and Humphry Marshall, un omaggio ai padri fondatori della botanica americana. La ferita della sua Darlingtonia perduta continuava tuttavia a bruciare. E, naturalmente, ne parlò con Torrey. Il 14 settembre 1849, mentre lavorava sugli esemplari della spedizione Wilkes, Torrey ne scrisse a Gray: "Come chiamare i nuovi generi? Il buon vecchio Darlington dovrebbe averne un altro, visto che il primo è stato cancellato". Quando, dalla terza spedizione Fremont, gli arrivò un frammento di una pianta apparentemente nuova, Torrey colse l’occasione: la battezzò Darlingtonia rediviva — “la Darlingtonia risorta” — e nell’ottobre 1851 annunciò trionfante la notizia a un Darlington felicissimo. La gioia durò molto poco. Pochi giorni dopo, il dottor George Washington Hulse, ex ufficiale diventato raccoglitore di piante, bussò alla porta di Torrey con alcuni esemplari raccolti in California. Tra questi, Torrey riconobbe la sua Darlingtonia rediviva: era semplicemente Styrax officinalis, una specie nota fin dai tempi di Linneo. Una catastrofe botanica in piena regola. Come fare a comunicare la notizia a Darlington? Una settimana dopo, esaminando alcuni esemplari raccolti da William Brackenridge durante la spedizione Wilkes, gli capitò tra le mani una pianta che anni prima aveva pensato di battezzare Oreamphora, per l'habitat montano e le foglie simili a un'anfora. Era la soluzione al suo problema. Era diversa da tutto ciò che conosceva: apparteneva alla famiglia delle Sarraceniaceae, ma con caratteristiche così peculiari da non lasciare dubbi. Questa volta era certo di non sbagliare. Nel 1853 la descrisse come Darlingtonia californica, la terza e definitiva Darlingtonia, quella che ancora oggi porta il nome del botanico di West Chester. Perché Torrey fu così precipitoso nel nominare la seconda Darlingtonia sulla base di un frammento imperfetto? La risposta sta nella rivalità — sotterranea ma potentissima — con i botanici europei. Torrey e Gray vivevano in un clima di competizione costante: ogni nuova specie americana doveva essere pubblicata subito, prima che Hooker, Bentham o altri botanici del Vecchio Mondo potessero precederli. Era una questione di prestigio nazionale, quasi un motto non scritto: "piante americane per gli americani". Grato per sempre all'amico Torrey, nello stesso 1853 Darlington pubblicò la seconda edizione di Flora cestrica, e questa volta seguire "il sistema naturale come illustrato da de Candolle, Hooker e Gray" fu una scelta ormai obbligata. Il vecchio dottore pensava già ai posteri e alla sua dimora eterna; aveva preparato un epitaffio latino, Plantae Castrenses quas dilexit et illustravit super tumulum ejus semper floreant, "le piante di Chester che amò e descrisse fioriscano per sempre sulla sua tomba", e lo sottopose a Gray per controllarne la correttezza grammaticale. Per la lapide della tomba fece poi scolpire una Darlingtonia — quella giusta, ovviamente — che ancora oggi veglia sulla sua sepoltura nell’Oaklands Cemetery. Tra le eredità più solide lasciate da Darlington c’è anche il suo erbario, oggi conservato all’Academy of Natural Sciences di Filadelfia; contiene circa 15.000 esemplari ed è una testimonianza storica importante delle sue relazioni con botanici europei del calibro di Hooker e con donatori americani come Elliott, Rafinesque, Torrey e Gray. Particolarmente significativi gli esemplari provenienti dalle raccolte di Bartram e Marshall. Le trappole del cobra vegetale Sul capo del "buon vecchio Darlington" si addensavano tuttavia minacce postume. Nel 1867, quattro anni dopo la sua morte, a Parigi si tenne il Congresso internazionale di botanica, che adottò il primo codice di nomenclatura, sotto il nome Lois de la nomenclature botanique, redatte da Alphonse de Candolle, il figlio di Augustin Pyramus. Uno degli articoli stabiliva che un nome già usato, ma poi scartato, non poteva essere "riciclato" per un'altra pianta. Uno dei più rigidi seguaci delle nuove norme era proprio un botanico statunitense, Edward Lee Greene. Darlingtonia, prima di essere applicato alla Sarraceniacea californiana, era già stato usato non una, ma due volte; così nel 1891 — Darlington si sarà rivoltato nella tomba — Greene decretò che Darlingtonia californica era un nome illegittimo e propose di sostituirlo con Chrysamphora, “anfora dorata”, in allusione al colore e alla forma. Tuttavia, nel frattempo D. californica aveva cominciato a farsi conoscere e a imporsi all’attenzione degli appassionati (vedremo presto che non è una pianta qualunque) e il nome, benché illegittimo secondo le leggi della botanica, continuava a essere quello preferito. A porre rimedio pensò un altro congresso internazionale, nel 1954, che con una strettissima maggioranza (sei voti contro cinque) decretò Darlingtonia nomen conservandum, nome da conservare. D. californica, l’unica specie di questo genere dalla storia tanto travagliata, è — come tutte le Sarraceniaceae — una pianta carnivora. Benché relativamente simile a Sarracenia, a darle un aspetto unico sono i suoi ascidi (foglie modificate), che suggeriscono l’idea di una testa di cobra eretta, con tanto di “lingua” biforcuta, da cui il nome comune cobra lily. Scoperta per la prima volta nel 1841 in prati umidi a sud del Monte Shasta da William Brackenridge, è un endemismo delle montagne costiere della California settentrionale e dell’Oregon. Qui trova un clima oceanico fresco e umido, ma poiché queste zone sono soggette a variazioni stagionali della piovosità, con periodi più aridi, rispetto ad altri membri della famiglia può adattarsi a un minore grado di umidità. Come pianta di montagna, è relativamente rustica. Cresce preferenzialmente su serpentino, in terreni poveri di nutrienti e acidi, dove l’acqua scorre costantemente: lungo corsi d’acqua, in torbiere e in particolari wetland terraces che possono estendersi anche per molti acri. Le radici vengono mantenute più fresche del resto della pianta, e l’apparato radicale — un rizoma con molte radici sottili — è in grado di rigenerarsi dopo gli incendi. Come le altre Sarraceniaceae, D. californica è dotata di ascidi a forma di tubo espanso, ma è caratterizzata da una cupola e un’appendice a V rovesciata (la “lingua”). Solitamente colorata di rosso e ricca di nettare, attira gli insetti con un profumo dolce e inebriante. Dietro la lingua si trova una piccola apertura che secerne ulteriore nettare. Una volta entrata nell’ascidio, la preda tenta di fuggire verso l’alto, attirata dalle zone traslucide della cupola — vere e proprie “finestre” prive di clorofilla che lasciano filtrare la luce. Nel tentativo di raggiungerle, sbatte contro la cupola e precipita nel fondo dell’ascidio, dove viene digerito. Questa specie cresce molto lentamente: assume la sua forma tipica dopo due o tre anni e fiorisce per la prima volta tra i sei e i dieci anni. I fiori, portati all’apice di uno scapo che può raggiungere il metro di altezza, hanno una struttura insolita: cinque sepali giallo‑verdi, leggermente più lunghi dei petali viola che non si aprono, ma formano una sorta di capsula accessibile solo a particolari impollinatori (forse minuscoli ragni e imenotteri). I fiori sono comunque autofertili. Sebbene possa formare localmente popolazioni anche estese, la specie è nel complesso rara: è presente in circa 200–250 siti, equamente divisi tra Oregon e California. Il Darlingtonia State Natural Site, nella catena delle Cascate in Oregon, è un parco statale di 18 acri interamente dedicato alla conservazione di questa pianta singolare. E così, dopo dediche, cancellazioni, resurrezioni, rivalità tra botanici e congressi internazionali, rimane lei: la pianta. La sola che non ha mai avuto dubbi sul proprio nome. La sola che continua a crescere, lenta e ostinata, nei suoi ruscelli freddi. Il resto — gli uomini, le loro regole e piccole rivalità — è passato. Lei è ancora lì. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
May 2026
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