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Tra gli oltre novanta morti del naufragio del battello a vapore "Home", nell’ottobre del 1837, c’era, insieme all’intera famiglia, il botanico dilettante Hardy Bryan Croom. Nella sua breve vita aveva esplorato la flora della Florida, scoprendo tra l’altro la rarissima Torreya taxifolia. John Torrey, oltre che con accorate parole di cordoglio, volle ricordarlo dedicandogli un’altra delle sue scoperte, Croomia pauciflora, specie tipo di questo piccolo genere della famiglia Stemonaceae. Un naufragio che fece epoca Nel primo pomeriggio del 7 ottobre 1837, a una banchina del porto di New York il battello a vapore "Home", diretto a Charleston nella Carolina del Sud, si preparava alla partenza. Era una nave di lusso, con spazi comuni eleganti e cabine spaziose. Tra i novanta passeggeri, tutti appartenenti a famiglie agiate - il biglietto era notevolmente costoso - c'era grande eccitazione: la nave aveva già percorso quella rotta due volte, e nell’ultima aveva segnato il miglior tempo di collegamento tra New York e Charleston. Il viaggio si annunciava rapido, confortevole e senza rischi. Tra i passeggeri che si apprestavano a salire a bordo, c'era la famiglia Croom al completo: il padre, Hardy Bryan Croom (1797-1837), la madre Frances Henrietta Smith, i figli Henrietta Mary di quindici anni, William Henry di dieci e Justina Rose di sette. Avevano trascorso l'estate a New York e ora si accingevano a raggiungere Charleston, dove avevano deciso di trasferirsi. Nessuno di quei ricchi passeggeri sapeva che in quelle stesse ore un uragano tropicale, originatosi forse nei Caraibi nordoccidentali negli ultimi giorni di settembre, dopo aver disalberato la nave di sua maestà britannica 'Racer' al largo della Giamaica, aver devastato le coste prima del Messico poi del Texas, fatto esondare il lago Pontchartain allagando le zone basse di New Orleans, aveva ripiegato verso est e ora stava dirigendosi verso nord est, in direzione della Florida. Alle quattro del pomeriggio la nave lasciò gli ormeggi. Subito dopo, una piccola delusione: poco dopo la partenza la "Home" si incagliò su un basso fondale e ci vollero cinque ore per disincagliarla. La speranza di un nuovo record sfumava, ma il viaggio proseguì nel massimo confort, anche se nel tardo pomeriggio della domenica - i Croom quel giorno festeggiavano il quarantesimo compleanno del capo famiglia - i venti incominciarono a rafforzarsi. Nelle primissime ore di lunedì 9 si erano intensificati fino a raggiungere la forza d'uragano e il comandante ordinò di ridurre le vele. La nave però non teneva bene il mare e all'alba la situazione era così preoccupante che sia i membri dell'equipaggio sia i passeggeri, tra cui c'erano due ex capitani di marina, chiesero al capitano White di raggiungere la costa per far arenare la nave. Egli, convinto della solidità del battello e preoccupato per un’imbarcazione non assicurata, ignorò le richieste. Poco dopo, la falla fu scoperta e una delle caldaie si spense. White virò verso la costa, ma appena la macchina riprese a funzionare, puntò di nuovo al largo. Intanto il mare era sempre più agitato e le onde battevano la nave, rompendo le finestre della sala da pranzo e strappando le strutture in legno. La nave imbarcava sempre più acqua. Nel pomeriggio fu chiaro che le pompe di bordo non erano sufficienti e i passeggeri, donne e bambini compresi, unirono i loro sforzi a quelli dell'equipaggio per gettare l'acqua fuori bordo, usando ogni tipo di contenitori: secchi, bacinelle, pentole, persino i propri cappelli. Tutto fu inutile. La nave era ormai allagata e alle 20 le caldaie si spensero definitivamente. A parte poche vele stracciate, ora la "Home" era totalmente in preda alla tempesta. L'unica speranza era raggiungere la non lontana isola di Ocracoke, di cui alla luce della luna si intravvedeva il faro. La nave arrancò lentamente verso la costa, mentre i passeggeri si ammassavano sul ponte in trepidante attesa. A qualche centinaio di metri dalla spiaggia, il vascello colpì la barriera esterna, girò su se stesso e si inclinò a dritta, mentre decine di persone venivano sbalzate fuori bordo. Con difficoltà venne varato un battello di salvataggio, ma, sovraccarico, si capovolse immediatamente, scaraventando gli occupanti in mare. Quasi contemporaneamente l'albero maestro crollò, seguito dai fumaioli e in pochi minuti la "Home" si disintegrò. A bordo c'era un solo giubbotto di salvataggio, di proprietà di un passeggero, che se lo era procurato prima della partenza. Lo indossò quasi automaticamente e fu tra i pochi che raggiunsero a nuoto la riva. Tra passeggeri ed equipaggio, i salvati furono quaranta, i sommersi più di novanta. Tra di essi, l'intera famiglia Croom. Venne poi il tempo del lutto, delle polemiche e delle inchieste giudiziarie. Non mancarono neppure le liti tra gli eredi: celebre fu la causa intentata dalla suocera di Hardy Bryan Croom al fratello di lui, una disputa che si trascinò per quasi vent’anni. Da quel groviglio di dolore e responsabilità nacque almeno un risultato concreto: il legislatore impose finalmente alle navi l’obbligo di adeguati giubbotti di salvataggio. Un pioniere delle ricerche botaniche in Florida Tra coloro che sentirono più da vicino la perdita dei Croom ci fu il botanico John Torrey, probabilmente uno degli ultimi a salutarli prima della partenza per Charleston. Durante l'estate Croom aveva lavorato alla seconda edizione del suo Catalogue of Plants Observed in the Neighborhood of New Bern, North Carolina, e lo aveva affidato a Torrey perché ne curasse la pubblicazione. Per lui, però, Croom non era soltanto un amico e un promettente raccoglitore di piante rare dalla Florida e dalla Carolina: era anche colui a cui doveva la scoperta di Torreya taxifolia e, indirettamente, la dedica del genere che aveva consacrato il suo nome nella tassonomia botanica. Hardy Bryan Croom apparteneva a una ricca famiglia di piantatori della Carolina del Nord, con interessi anche in Florida. Trascorse l’infanzia tra la piantagione paterna nella Lenor County e gli studi. Studente brillante, frequentò l’Università del North Carolina, distinguendosi per il talento nelle lingue e i vasti interessi scientifici, soprattutto in geologia, mineralogia e botanica. Iniziò anche gli studi di legge, che però non esercitò mai, preferendo dedicarsi all’amministrazione delle proprietà di famiglia. Per un breve periodo fu anche membro del senato statale. Dopo la morte del padre, nel 1829, si recò in Florida per ispezionare una tenuta recentemente acquistata dal defunto. Ne rimase così affascinato da decidere di trasferire lì il centro delle sue attività. La piantagione in Carolina fu venduta e gli schiavi neri — dispiace dirlo, ma come tutti i piantatori del Sud Croom doveva la sua ricchezza al loro lavoro — furono trasferiti in Florida. Già appassionato di botanica, aveva iniziato a raccogliere e catalogare le piante dei dintorni di New Bern, dove si era stabilito dopo il matrimonio con Frances, figlia di un piantatore locale, ma la flora della Florida settentrionale lo colpì profondamente. Come proprietario terriero era abile ed energico, e si lanciò in una serie di investimenti: nel 1832 acquistò una piantagione sulla riva destra dell’Apalachicola e un’altra nei pressi di Quincy, nella Gadsden County. Nel 1834 si aggiunse la Goodwood Plantation, nella contea di Leon, ricavata da una parte della tenuta donata dal Congresso al generale Lafayette. La residenza della famiglia rimaneva New Bern, ma spesso le estati erano trascorse a Saratoga o a New York, dove Frances amava frequentare la buona società. Hardy Bryan, invece, visitava la Florida almeno una volta all’anno, dedicando alla regione i mesi primaverili, quando la vegetazione è più rigogliosa. La flora quasi inesplorata del territorio gli offriva un campo di studio molto più promettente rispetto alla Carolina. Una parte consistente dei suoi soggiorni a sud era dunque dedicata alle esplorazioni botaniche, talvolta in compagnia del più giovane Alvan Chapman. Nel 1833 pubblicò, per un editore locale, una relazione su uno di questi viaggi e la prima edizione di Catalogue of Plants Observed in the Neighborhood of New Bern, North Carolina, preparata con l’aiuto del dottor H. Loomis. Si considerava un semplice dilettante e preferiva comunicare le sue scoperte a botanici più esperti, in particolare Thomas Nuttall e John Torrey, con il quale iniziò a corrispondere proprio nel 1833. A quell’anno risale la sua scoperta più importante: una conifera inedita, simile al tasso, che cresceva lungo l’Apalachicola. Come ho raccontato in questo post, ne inviò campioni prima a Nuttall e poi a Torrey, che, sospettando si trattasse di una specie nuova, li trasmise al botanico scozzese George Arnott. Questi la descrisse come Torreya taxifolia, dedicando il nuovo genere allo stesso Torrey. Fu sempre Torrey a incoraggiare Croom a pubblicare almeno alcune delle sue scoperte sull’American Journal of Science and Arts. Il suo studio più importante, dedicato al genere Sarracenia, uscì postumo negli Annals of the Lyceum of Natural History of New York, di cui era diventato socio, così come della Philosophical Society of South Carolina e dell'Accademia delle scienze di Filadelfia, in qualità di membro corrispondente. Al momento della morte, Croom aveva grandi progetti. Avrebbe voluto trasferirsi con la famiglia alla Goodwood Plantation, facendone il quartier generale di una ricognizione più ampia e sistematica della flora della Florida, in compagnia di Chapman. Frances era contraria, per l’isolamento della tenuta e la distanza da ogni vita sociale. Così, mentre Croom rivedeva il suo catalogo — disponendo le piante in famiglie naturali secondo l’insegnamento di Torrey — e preparava libri e attrezzature per la spedizione, in famiglia si raggiunse un compromesso: i Croom si sarebbero trasferiti a Charleston, comunque più vicina alla Florida di New Bern. Come sappiamo, non ci sarebbero mai arrivati. Una presenza discreta nel sottobosco La notizia della morte dell'amico devastò Torrey. Non gli rimaneva che pagare il suo debito da una parte curando come promesso la pubblicazione della seconda edizione del catalogo, con un'accorata prefazione; dall'altra con la dedica di una delle piante scoperte dallo scomparso in Florida. La dedica del nuovo genere Croomia, già annunciata in precedenza in una seduta del Lyceum, fu ufficializzata in A flora of North America con queste parole: "Nominata in onore e ora, ahimé, in memoria del suo scopritore, il fu Henry [sic] B. Croom, autore di una monografia su Sarracenia e altri articoli sulle piante della Florida e degli Stati del Sud". Croomia condivide con Torreya non solo la regione d’origine e lo sguardo che le scoprì entrambe, ma anche la rarità delle rispettive specie americane e la distribuzione disgiunta, quasi a suggerire un gemellaggio botanico tra i due dedicatari. È uno dei quattro generi della famiglia Stemonaceae, un gruppo di angiosperme monocotiledoni considerato relativamente primitivo. Comprende sei specie: una sola, C. pauciflora, la specie scoperta da Croom, è nativa degli Stati Uniti; tutte le altre sono originarie dall’Estremo Oriente, quattro endemiche del Giappone meridionale e una, C. japonica, presente anche in Cina. Proprio come nel caso di Torreya, questa distribuzione disgiunta riflette i cambiamenti climatici del tardo Terziario, che frammentarono un areale un tempo continuo. Le Croomia sono erbacee perenni rizomatose, con fusti sottili che emergono dal sottobosco in primavera. Mentre le specie asiatiche vivono nelle foreste decidue calde, C. pauciflora ha trovato rifugio in un ambiente più fresco e temperato. La morfologia è relativamente varia, ma con alcune caratteristiche ricorrenti: tre o quattro foglie riunite in pseudo verticilli, di consistenza sottile, con lamina cordata, ovata o lanceolata e nervature marcate; infiorescenze terminali, portate da un peduncolo gracile, che riuniscono pochi fiori (da cui il nome pauciflora della specie americana), piccoli e discreti, con quattro tepali verdastri con margini spesso retroflessi, in mezzo ai quali spiccano i robusti stami da bruni a aranciati. L’impollinazione è poco documentata, ma si ritiene avvenga tramite piccoli insetti del sottobosco. Il frutto è una bacca ovoidale, di colore rosso o aranciato a maturità, che spicca sul fondo scuro delle foglie semi decomposte e probabilmente attira piccoli vertebrati o uccelli. La specie americana è la più sobria e minuta, mentre quelle asiatiche mostrano una maggiore diversità nelle dimensioni, nella forma delle foglie e nel numero dei fiori. Unico membro americano non solo del suo genere ma dell’intera famiglia, C. pauciflora è una specie rara, nota in appena quattordici popolazioni in Florida e una quindicina in Georgia, mentre è più frequente in Alabama; in passato è stata segnalata in Louisiana, dove ora non è più presente. Oltre che dalla restrizione dell'ambiente naturale, i boschi mesofili dal suolo ricco, è minacciata da piante aliene invasive che prediligono lo stesso habitat, come Lonicera japonica. Croomia è una presenza discreta, che preserva il nome di Croom là dove diede il suo piccolo contributo alla storia della botanica, prima che la sua vicenda si interrompesse troppo presto.
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Darlingtonia californica è una pianta singolare che erge le sue trappole, affascinanti ma mortali, simili a teste di cobra all’attacco. Eppure si deve solo a lei, alla sua bellezza e al suo fascino, se il dedicatario di questa specie, il medico William Darlington, dopo tante vicissitudini, dediche revocate e resurrezioni, gaffe e rivalità botaniche, rimane nel pantheon dei dedicatari di un genere valido. E lo meritava davvero, il “buon vecchio Darlington”, figura di transizione tra la vecchia botanica americana delle flore locali e la nuova botanica scientifica di Torrey e Gray. Una dedica e una piccola flora Nel 1825, il medico statunitense William Darlington (1782-1863) ricevette una graditissima notizia dall'Europa: il celebre botanico elvetico de Candolle, al quale aveva inviato alcuni esemplari di piante americane, per dimostrare la sua riconoscenza gli aveva dedicato un nuovo genere, Darlingtonia, nel quale aveva riunito due specie di leguminose erbacee, in precedenza classificate come Mimosa. Darlington era al settimo cielo: quella dedica, venuta da un botanico tanto autorevole, era il miglior riconoscimento e incoraggiava i suoi sforzi di "gentiluomo naturalista". Si affrettò a piantare entrambe le specie nel suo giardino e a aggiungerne esemplari essiccati nel suo erbario, con quella etichetta che lo riempiva d'orgoglio. All'epoca Darlington era sulla quarantina ed era un medico molto affermato, nonché una personalità in vista della sua comunità, la contea di Chester, in Pennsylvania: dopo aver combattuto come ufficiale in un reggimento volontario nella guerra del 1812, era stato membro del Congresso per tre mandati (1816-1823), più tardi avrebbe fondato e diretto una banca e avrebbe ricevuto molti altri incarichi amministrativi anche come avvocato. Questa era la sua veste ufficiale, ma Darlington si considerava soprattutto un naturalista, in primo luogo un botanico. L'incontro con la botanica era avvenuto negli anni universitari, quando studiava medicina alla University of Pennsylvania come allievo di Benjamin Smith Barton. Nel 1804 si laureò e si ingaggiò come chirurgo di una nave mercantile diretta in India. La tappa più eccitante fu l'orto botanico di Calcutta, dove poté osservare specie tropicali allora quasi sconosciute in America e ottenere piante e semi da riportare in patria. Da quel momento, la raccolta di piante native e la cura dell’erbario divennero una presenza costante nella sua vita, sempre più attiva e piena come medico, padre di famiglia, uomo politico e amministratore. Iniziò a corrispondere con altri botanici, sia in patria sia all'estero; la dedica di de Candolle gli diede una prima legittimazione internazionale e lo incoraggiò a dare una dimensione più collettiva alla sua passione. Nel 1826, insieme a un gruppo di amici, fondò una società naturalistica, il Chester County Cabinet of Natural Science, che riuniva collezioni di minerali, piante e animali e organizzava conferenze e pubbliche letture. Nel discorso introduttivo, Darlington - che sarebbe stato eletto presidente, conservando l'incarico fino alla morte - insistette tra l'altro sulla necessità di creare un erbario della flora americana, attraverso scambi con studiosi e appassionati di altre parti del paese. Lo stesso anno diede l'esempio, pubblicando Florula Chestrica, dedicata all'amico e compagno di studi William Baldwin, scomparso nel 1819. Preceduto da un glossario dei termini botanici, è il catalogo delle fanerogame raccolte nei dintorni di West Chester, in inglese e organizzato in base al sistema linneano; a concludere, un'appendice sulle piante utili coltivate nella stessa area. Come leggiamo nella prefazione, era il frutto di un progetto iniziato fin dagli anni universitari; ispirato a Flora Philadelphica di Barton, Darlington concepiva questa e altre flore locali, con l'esplorazione in profondità di un territorio minimo, come "il modo più facile per ottenere i materiali per quel grande desideratum, una completa Flora americana". È un’intuizione chiarissima del momento che si stava vivendo. La botanica degli Stati Uniti era ancora un arcipelago di iniziative individuali, di gentiluomini naturalisti e di società locali. Ma proprio in quegli anni, grazie in primo luogo al lavoro di John Torrey e anche allo stimolo – e alla rivalità – dei botanici europei (i primi fascicoli della Flora boreali‑americana di William Jackson Hooker usciranno nel 1829), le cose stavano per cambiare. Dediche cassate, risorte, rinnovate Negli anni successivi Darlington divenne una figura di riferimento: fu accolto nell’American Philosophical Society, nell’Accademia delle Scienze di Filadelfia e nel Lyceum di New York, e si trovò al centro di una rete di contatti sempre più ampia. All’estero corrispondeva con de Candolle e con William Jackson Hooker; in patria con David Townsend, suo amico fraterno, socio del Chester County Cabinet e cassiere della banca di cui Darlington sarebbe diventato presidente nel 1830; con Lewis David de Schweinitz, padre della micologia nordamericana, al quale inviò Florula Cestrica come biglietto da visita; con Charles Wilkins Short, autore di una flora del Kentucky; e, in una relazione via via più stretta, con John Torrey che più tardi lo avrebbe messo in contatto anche con Asa Gray e George Engelmann. Nel 1837 Darlington pubblicò Flora Cestrica, una revisione molto ampliata della vecchia Florula, dedicata non più a un singolo, ma “ai cultori della scienza botanica”. L’opera si fondava sugli invii di numerosi corrispondenti, tra cui Abigail Kimber, insegnante di chimica e botanica in una scuola femminile — una delle prime donne a ricoprire questo ruolo. Nella prefazione Darlington si scusava per aver continuato ad adottare il sistema di Linneo: era ben consapevole che la botanica ormai si orientava verso il sistema naturale, ma poiché quest’ultimo era ancora “in uno stato continuo di fermentazione”, preferiva attenersi a quello linneano, pur con qualche aggiustamento. Tuttavia, in appendice, invece della precedente trattazione delle piante coltivate utili, inserì una lista dei generi organizzati secondo il sistema naturale di Lindley. Nel 1842, dall’Inghilterra, arrivò la doccia fredda. George Bentham, nella sua revisione delle Mimoseae pubblicata sul "Journal of Botany", decise che Darlingtonia non meritava più un genere a sé: la ridusse a semplice sezione di Desmanthus. Per Darlington fu un colpo durissimo. Non si rassegnò facilmente: ancora nel 1847, alla morte della moglie, piantò sulla sua tomba una di quelle piante che sentiva così profondamente sue, e ne prelevò un esemplare per l’erbario, etichettandolo con ostinata tenerezza Darlingtonia brachyloba. Nel frattempo continuava a pubblicare e a sentirsi un po’ il custode della memoria dei “gentiluomini naturalisti”. Nel 1843 diede alle stampe Reliquiæ Baldwinianæ, dedicata all’amico William Baldwin; nel 1849 Memorials of John Bartram and Humphry Marshall, un omaggio ai padri fondatori della botanica americana. La ferita della sua Darlingtonia perduta continuava tuttavia a bruciare. E, naturalmente, ne parlò con Torrey. Il 14 settembre 1849, mentre lavorava sugli esemplari della spedizione Wilkes, Torrey ne scrisse a Gray: "Come chiamare i nuovi generi? Il buon vecchio Darlington dovrebbe averne un altro, visto che il primo è stato cancellato". Quando, dalla terza spedizione Fremont, gli arrivò un frammento di una pianta apparentemente nuova, Torrey colse l’occasione: la battezzò Darlingtonia rediviva — “la Darlingtonia risorta” — e nell’ottobre 1851 annunciò trionfante la notizia a un Darlington felicissimo. La gioia durò molto poco. Pochi giorni dopo, il dottor George Washington Hulse, ex ufficiale diventato raccoglitore di piante, bussò alla porta di Torrey con alcuni esemplari raccolti in California. Tra questi, Torrey riconobbe la sua Darlingtonia rediviva: era semplicemente Styrax officinalis, una specie nota fin dai tempi di Linneo. Una catastrofe botanica in piena regola. Come fare a comunicare la notizia a Darlington? Una settimana dopo, esaminando alcuni esemplari raccolti da William Brackenridge durante la spedizione Wilkes, gli capitò tra le mani una pianta che anni prima aveva pensato di battezzare Oreamphora, per l'habitat montano e le foglie simili a un'anfora. Era la soluzione al suo problema. Era diversa da tutto ciò che conosceva: apparteneva alla famiglia delle Sarraceniaceae, ma con caratteristiche così peculiari da non lasciare dubbi. Questa volta era certo di non sbagliare. Nel 1853 la descrisse come Darlingtonia californica, la terza e definitiva Darlingtonia, quella che ancora oggi porta il nome del botanico di West Chester. Perché Torrey fu così precipitoso nel nominare la seconda Darlingtonia sulla base di un frammento imperfetto? La risposta sta nella rivalità — sotterranea ma potentissima — con i botanici europei. Torrey e Gray vivevano in un clima di competizione costante: ogni nuova specie americana doveva essere pubblicata subito, prima che Hooker, Bentham o altri botanici del Vecchio Mondo potessero precederli. Era una questione di prestigio nazionale, quasi un motto non scritto: "piante americane per gli americani". Grato per sempre all'amico Torrey, nello stesso 1853 Darlington pubblicò la seconda edizione di Flora cestrica, e questa volta seguire "il sistema naturale come illustrato da de Candolle, Hooker e Gray" fu una scelta ormai obbligata. Il vecchio dottore pensava già ai posteri e alla sua dimora eterna; aveva preparato un epitaffio latino, Plantae Castrenses quas dilexit et illustravit super tumulum ejus semper floreant, "le piante di Chester che amò e descrisse fioriscano per sempre sulla sua tomba", e lo sottopose a Gray per controllarne la correttezza grammaticale. Per la lapide della tomba fece poi scolpire una Darlingtonia — quella giusta, ovviamente — che ancora oggi veglia sulla sua sepoltura nell’Oaklands Cemetery. Tra le eredità più solide lasciate da Darlington c’è anche il suo erbario, oggi conservato all’Academy of Natural Sciences di Filadelfia; contiene circa 15.000 esemplari ed è una testimonianza storica importante delle sue relazioni con botanici europei del calibro di Hooker e con donatori americani come Elliott, Rafinesque, Torrey e Gray. Particolarmente significativi gli esemplari provenienti dalle raccolte di Bartram e Marshall. Le trappole del cobra vegetale Sul capo del "buon vecchio Darlington" si addensavano tuttavia minacce postume. Nel 1867, quattro anni dopo la sua morte, a Parigi si tenne il Congresso internazionale di botanica, che adottò il primo codice di nomenclatura, sotto il nome Lois de la nomenclature botanique, redatte da Alphonse de Candolle, il figlio di Augustin Pyramus. Uno degli articoli stabiliva che un nome già usato, ma poi scartato, non poteva essere "riciclato" per un'altra pianta. Uno dei più rigidi seguaci delle nuove norme era proprio un botanico statunitense, Edward Lee Greene. Darlingtonia, prima di essere applicato alla Sarraceniacea californiana, era già stato usato non una, ma due volte; così nel 1891 — Darlington si sarà rivoltato nella tomba — Greene decretò che Darlingtonia californica era un nome illegittimo e propose di sostituirlo con Chrysamphora, “anfora dorata”, in allusione al colore e alla forma. Tuttavia, nel frattempo D. californica aveva cominciato a farsi conoscere e a imporsi all’attenzione degli appassionati (vedremo presto che non è una pianta qualunque) e il nome, benché illegittimo secondo le leggi della botanica, continuava a essere quello preferito. A porre rimedio pensò un altro congresso internazionale, nel 1954, che con una strettissima maggioranza (sei voti contro cinque) decretò Darlingtonia nomen conservandum, nome da conservare. D. californica, l’unica specie di questo genere dalla storia tanto travagliata, è — come tutte le Sarraceniaceae — una pianta carnivora. Benché relativamente simile a Sarracenia, a darle un aspetto unico sono i suoi ascidi (foglie modificate), che suggeriscono l’idea di una testa di cobra eretta, con tanto di “lingua” biforcuta, da cui il nome comune cobra lily. Scoperta per la prima volta nel 1841 in prati umidi a sud del Monte Shasta da William Brackenridge, è un endemismo delle montagne costiere della California settentrionale e dell’Oregon. Qui trova un clima oceanico fresco e umido, ma poiché queste zone sono soggette a variazioni stagionali della piovosità, con periodi più aridi, rispetto ad altri membri della famiglia può adattarsi a un minore grado di umidità. Come pianta di montagna, è relativamente rustica. Cresce preferenzialmente su serpentino, in terreni poveri di nutrienti e acidi, dove l’acqua scorre costantemente: lungo corsi d’acqua, in torbiere e in particolari wetland terraces che possono estendersi anche per molti acri. Le radici vengono mantenute più fresche del resto della pianta, e l’apparato radicale — un rizoma con molte radici sottili — è in grado di rigenerarsi dopo gli incendi. Come le altre Sarraceniaceae, D. californica è dotata di ascidi a forma di tubo espanso, ma è caratterizzata da una cupola e un’appendice a V rovesciata (la “lingua”). Solitamente colorata di rosso e ricca di nettare, attira gli insetti con un profumo dolce e inebriante. Dietro la lingua si trova una piccola apertura che secerne ulteriore nettare. Una volta entrata nell’ascidio, la preda tenta di fuggire verso l’alto, attirata dalle zone traslucide della cupola — vere e proprie “finestre” prive di clorofilla che lasciano filtrare la luce. Nel tentativo di raggiungerle, sbatte contro la cupola e precipita nel fondo dell’ascidio, dove viene digerito. Questa specie cresce molto lentamente: assume la sua forma tipica dopo due o tre anni e fiorisce per la prima volta tra i sei e i dieci anni. I fiori, portati all’apice di uno scapo che può raggiungere il metro di altezza, hanno una struttura insolita: cinque sepali giallo‑verdi, leggermente più lunghi dei petali viola che non si aprono, ma formano una sorta di capsula accessibile solo a particolari impollinatori (forse minuscoli ragni e imenotteri). I fiori sono comunque autofertili. Sebbene possa formare localmente popolazioni anche estese, la specie è nel complesso rara: è presente in circa 200–250 siti, equamente divisi tra Oregon e California. Il Darlingtonia State Natural Site, nella catena delle Cascate in Oregon, è un parco statale di 18 acri interamente dedicato alla conservazione di questa pianta singolare. E così, dopo dediche, cancellazioni, resurrezioni, rivalità tra botanici e congressi internazionali, rimane lei: la pianta. La sola che non ha mai avuto dubbi sul proprio nome. La sola che continua a crescere, lenta e ostinata, nei suoi ruscelli freddi. Il resto — gli uomini, le loro regole e piccole rivalità — è passato. Lei è ancora lì. In un momento in cui la botanica americana è ancora un mosaico di raccolte sparse e descrizioni isolate, il botanico newyorkese John Torrey comincia a vederla come un insieme unitario, elaborando un metodo che affonda le radici nella scienza europea ma che, nelle sue mani, assume un carattere autenticamente americano. Dalla sua alleanza e amicizia con il più giovane Asa Gray nasce la moderna botanica scientifica degli Stati Uniti. Il genere Torreya, che porta il suo nome, è un piccolo gruppo di conifere antiche e sorprendenti: rare, frammentate, sopravvissute in pochi rifugi d’ombra in America e custodi di una ricca storia culturale in Asia. La scoperta di una vocazione Per oltre un secolo, dalle prime esplorazioni del reverendo Banister a fine Seicento ai viaggi di Michaux e Fraser alla fine del Settecento, la flora americana fu osservata soprattutto con occhio europeo ed esplorata da botanici e cacciatori di piante venuti dall’altra parte dell’Atlantico. Nella seconda metà del Settecento cominciarono però ad emergere naturalisti radicati nel territorio e presero forma le prime esplorazioni delle flore locali, una tendenza rafforzata dall’indipendenza. Il primo a immaginare una “flora degli Stati Uniti”, sorta non dal genio di un singolo, ma dalla collaborazione di “connazionali istruiti” fu Henry Muhlenberg; il suo progetto, tuttavia, non ebbe seguito immediato, mentre si moltiplicavano le flore redatte dagli europei Michaux, Pursh e Nuttall, spesso in aperta rivalità tra loro. Intanto anche i confini geografici si dilatavano. “Flora degli Stati Uniti” aveva significato, all’inizio, le piante delle colonie affacciate sull’Atlantico: prima Virginia e Carolina, poi Pennsylvania, Georgia, Florida, Louisiana. I botanici delle grandi spedizioni navali promosse dalle monarchie europee — come Menzies della spedizione Vancouver — aggiunsero al quadro i primi assaggi della flora del Pacifico. La spedizione di Lewis e Clark (1804–1806) aveva infine rotto il muro dell’ignoto, congiungendo idealmente le due coste e aprendo all’esplorazione botanica i territori dell’interno. È in questo contesto che entra in scena John Torrey: un botanico newyorkese che, pur muovendo i primi passi nella flora locale del Nordest, possiede la rara capacità di guardare all’intero continente. Egli non esplora nuove terre: raccoglie, ordina e mette in relazione flore ancora frammentarie, trattandole non come isole separate, ma come parti di un’unica possibile flora americana. John Torrey (1796–1873) nacque e visse tutta la vita a New York; ma la città della sua infanzia non era la metropoli che immaginiamo oggi. Era una cittadina portuale di circa sessantamila abitanti, con case basse, strade in parte sterrate e, appena oltre le ultime abitazioni, orti, campi e frutteti. Greenwich Village, dove trascorse l’adolescenza, era ancora un’area semi rurale, affacciata su un tratto di fiume animato dalle attività del porto. La sua prima educazione avvenne in qualche scuola pubblica cittadina; ma poiché New York non disponeva ancora di un sistema scolastico solido, per un anno fu mandato a studiare a Boston. Da adolescente era appassionato di meccanica e sognava di diventare “macchinista”, nel senso che aveva allora: un costruttore e riparatore di strumenti, un artigiano della precisione. L’incontro con la botanica avvenne intorno ai sedici anni, in circostanze curiose e inattese. Il padre, un mercante relativamente prospero che in gioventù aveva combattuto nella guerra d’indipendenza, nel 1809 entrò a far parte del consiglio municipale e divenne responsabile della prigione statale di Greenwich. Visitava regolarmente la struttura, spesso accompagnato dal figlio John. Durante queste visite il ragazzo conobbe Amos Eaton, naturalista ed educatore autodidatta, detenuto tra il 1811 e il 1815 per una controversa accusa di frode. John gli procurava libri; Eaton, in cambio, gli insegnava le basi della botanica e il sistema di Linneo; per il giovane Torrey fu una figura di riferimento, un consigliere ascoltato, quasi un secondo padre. Importante fu anche l’amicizia con i fratelli Lewis e John Eatton Le Conte, giovani naturalisti che frequentavano il circolo di studiosi e dilettanti colti che si riunivano attorno a David Hosack — fondatore dell’effimero Elgin Botanical Garden, il primo orto botanico pubblico degli Stati Uniti; egli sognava una flora illustrata del Nord America e incoraggiò il più giovane dei Le Conte a scrivere un catalogo della flora di Manhattan, pubblicato nel 1811. In questo intreccio di incontri maturò la vocazione naturalistica di John Torrey, il quale nel 1814 entrò come studente nel College of Physicians and Surgeons di New York. Qui ebbe tra i suoi insegnanti David Hosack per la medicina clinica, William MacNaven per la chimica, per le scienze naturali Samuel L. Mitchill che lo guido nelle prime ricognizioni sul campo. Nel 1817 fu quest'ultimo a coinvolgerlo nella fondazione del New York Lyceum of Natural History, futura New York Academy of Sciences. Così, ancora studente, fu tra i soci fondatori di un'istituzione destinata a diventare prestigiosa. Nel 1818 Torrey conseguì la laurea in medicina e aprì un proprio studio, continuando però a dedicare il suo tempo libero alle scienze naturali e in particolare alla botanica. Come socio del Lyceum, si concentrò sulla flora dei dintorni di New York e nel 1819 pubblicò il suo primo lavoro, Catalogue of Plants growing spontaneously within Thirty Miles of the City of New York, che lo fece conoscere nel piccolo mondo botanico americano e favorì i primi contatti in Europa. Nel 1820 gli furono inviate, perché le determinasse, le piante raccolte attorno ai Grandi Laghi e lungo il corso superiore del Mississippi dall'ingegnere militare e docente di West Point David B. Douglass e quelle raccolte sulle Montagne Rocciose da Edwin P. Jones nel corso di due spedizioni organizzate dall'esercito. I riconoscimenti lo incoraggiarono a un’opera più ambiziosa, la Flora of the Northern and Middle Sections of the United States (1824), per la quale si avvalse degli invii di numerosi corrispondenti. Come chiarisce la prefazione, pur riconoscendo il suo debito verso Smith Barton, Pursh, Nuttall (cui l'opera è dedicata) e A Sketch of the Botany of South Carolina and Georgia di Stephen Elliott, suo esplicito modello, gli è chiaro che per gli Stati Uniti a nord del Potomac manca ancora un'opera complessiva che raccolga i contributi degli studiosi locali e li unisca in un quadro unitario. Raccogliere le tessere di un mosaico, unificare: qui si delinea la sua vocazione scientifica. La Flora è in inglese, e Torrey pensa persino a un compendio economico per chi non può acquistare l’opera completa: un gesto che dice molto della sua idea di botanica come sapere condiviso. Anche sul piano personale, il 1824 segna una svolta: Torrey si sposò, abbandonò la pratica medica ed entrò nell'esercito come assistente chirurgo, ottenendo l’incarico di docente di chimica e geologia all’accademia militare di West Point. Nel 1828 lasciò l’esercito per divenire professore di botanica e di chimica al College of Physicians and Surgeons, già parte della Columbia University, incarico che mantenne per trent’anni. Verso una botanica nuova: una rete, una scelta metodologica e un incontro decisivo Torrey ha finalmente trovato una posizione personale solida, perfettamente adatta al suo carattere riflessivo e pacato. Nel 1830 alla cattedra di New York si aggiunge l’insegnamento della chimica a Princeton. Il doppio incarico è possibile grazie alla diversa scansione dei due anni accademici: a New York le lezioni si tengono da novembre a marzo, mentre la sessione estiva di Princeton va da aprile a ottobre. Così prende forma una routine destinata a ripetersi per molti anni: l’inverno a New York, l’estate a Princeton, dove in quei mesi Torrey si trasferisce con la famiglia. Intanto continua a crescere la rete di contatti che ha iniziato a costruire già nei primi anni Venti. Ci sono i vecchi amici di New York, come i Le Conte; i numerosi corrispondenti ereditati da Eaton; i compagni di studi come Lewis Beck; i soci del Lyceum, tra cui Rafinesque, che Torrey ammira pur cogliendone subito la mancanza di misura. A questi si aggiungono nuovi interlocutori, sempre più numerosi mano a mano che Torrey diventa un’autorità riconosciuta per la flora del Nord America. Tra le nuove amicizie nate a Princeton, la più importante — e la più vicina anche sul piano umano — è probabilmente quella con il fisico Joseph Henry, che dal 1832 occupa la cattedra di scienze naturali. Henry influenzerà profondamente anche il modo in cui Torrey insegna chimica, e diventerà in seguito, come segretario dello Smithsonian, una figura decisiva nella vita del Torrey maturo. Nel 1826 Torrey dà alle stampe Some Account of a Collection of Plants Collected by Edwin James, seguito nel 1828 da un catalogo delle specie raccolte in Kentucky, Tennessee e Virginia da William Cooper. In questi lavori le piante non sono organizzate secondo il sistema di Linneo, ma per famiglie naturali. È una scelta difficile, perché negli Stati Uniti il sistema naturale è ancora poco noto, mentre quello linneano è familiare ai suoi corrispondenti. Ma è necessaria: ancora nel 1835 scriverà a uno di loro che “il sistema linneano sparirà e non vorrei essere io l’ultimo a sostenerlo; in Francia il sistema naturale è normale materia di insegnamento”. Nel 1830 John Lindley pubblica An Introduction to the Natural System of Botany; Torrey si affretta a curarne l'edizione statunitense, che uscirà nel 1831. Concepisce questo lavoro come propedeutico alla pubblicazione della seconda parte di Flora of the Northern and Middle Sections of the United States, che però non scriverà mai; a sostituirla è arrivato un nuovo, più ambizioso progetto: una Flora degli Stati Uniti. E' uno dei frutti di un incontro che segnerà non solo la vita dei due protagonisti, ma la storia della botanica americana. John Torrey e Asa Gray si incontrano per la prima volta nel settembre 1832, ma avevano già iniziato a corrispondere da qualche tempo. Nel 1831 Gray, a poco più di vent’anni, si è laureato in medicina; già appassionatissimo di botanica, di passaggio a New York desidera mostrare a Torrey alcuni esemplari del suo erbario da identificare. È sicuro di sé, pieno di energia, “rapido d’azione e impaziente della lentezza degli altri”. Un carattere, dunque, opposto al suo. Torrey lo invita ad accompagnarlo a esplorare uno dei suoi terreni di caccia botanica preferiti, i Pine Barrens del New Jersey, relativamente prossimi a New York — non è l’uomo né delle grandi spedizioni né delle grandi distanze — ma ricchi di numerose specie solitamente più meridionali. È un test, per verificare come Gray si comporti sul campo e quanto i loro caratteri siano compatibili, e Gray lo supera a pieni voti. Da quel momento le loro vite scientifiche si intrecceranno, e dalla loro collaborazione nasceranno non solo i volumi della Flora of North America, ma anche un progetto di esplorazione della flora statunitense che darà alla botanica americana una struttura nuova e un futuro che, da New York, si irradierà fino a Harvard. Flora of North America: l’età dell’ambizione Quasi contemporaneamente all’arrivo di Gray, Torrey aveva ricevuto un incarico in cui credeva molto: l’insegnamento della botanica presso la neonata Università della città di New York. Tra mancanza di fondi e problemi burocratici, lo avrebbe mantenuto per appena un anno; ma proprio grazie a quell’incarico compì il suo primo (e unico) viaggio all’estero. L’università lo inviò infatti in Europa ad acquistare attrezzature di laboratorio e libri per la biblioteca; Torrey ne approfittò soprattutto per visitare i grandi erbari europei, dove erano confluiti due secoli di raccolte americane, mentre negli Stati Uniti non esisteva ancora alcun erbario pubblico di pari importanza. Trascorse così in Europa gran parte del 1833. La prima tappa fu Dublino, dove visitò brevemente l’erbario del Trinity College, poi la Scozia. A Glasgow fu accolto quasi come un membro della famiglia dagli Hooker: per un mese lavorò fianco a fianco con William, ammirandone i modi signorili, la conversazione colta e l’incredibile capacità di lavoro. Lo conquistarono la signora Hooker, perfetta padrona di casa, e persino i bambini; uno dei maschi “è un ragazzo splendido e già un acuto botanico”: ritratto profetico del futuro Joseph Dalton Hooker. Poi, introdotto da Hooker — con cui stava collaborando alla pubblicazione delle piante raccolte durante il viaggio del capitano Beechey — fece visita a George Arnott; quindi raggiunse Edimburgo e Liverpool, con i loro orti botanici in piena ascesa. La tappa londinese appariva più impegnativa: ad attenderlo c’era Lindley, ormai un amico, ma soprattutto le poderose collezioni del British Museum e il loro temuto custode, Robert Brown. Eppure, l’uomo di ghiaccio si sciolse: Torrey lo trovò molto cortese e “insolitamente comunicativo”. Brown lo ricevette più volte e gli aprì le porte dell'erbario. Dopo Glasgow, Edimburgo e Liverpool, tre orti botanici eccellenti e dinamici, venne il turno di Kew e del sovrintendente William Townsend Aiton. Qui Torrey fu lapidario: “Molto deluso da entrambi”. Era ora di passare a Parigi: da una parte il compito piacevole di visitare i fornitori di strumenti scientifici e i bouquinistes, dall’altra il gravoso ma ricchissimo esame dell’erbario di Michaux. I botanici del Muséum, Adrien de Jussieu, Decaisne e Mirbel, lo aiutarono in ogni modo; e il giovane Jussieu ebbe la cortesia di donargli un foglio scritto per lui dal grande vecchio della botanica francese, suo padre Antoine-Laurent, ormai “piegato dagli anni”, ma ancora lucido e presente alle sedute dell’Institut. Poi, carico di esperienze e nuove amicizie, con i bagagli pieni di strumenti, libri ed esemplari d’erbario in numero quasi insperato, Torrey tornò in Inghilterra per imbarcarsi a Plymouth alla volta di New York. Prima della partenza gli rimasero quattro giorni liberi: li impiegò per visitare l’isola di Wight e i suoi giardini, munito soltanto di “un ombrello e di un paio di scarpe inadatte”. A New York ritrovò Gray, che durante la sua assenza aveva continuato le ricerche nei Pine Barrens. Torrey lo assunse come assistente, sia al College of Physicians sia nelle ricerche botaniche. Gray si trasferì a casa Torrey, diventando quasi uno zio per le piccole Eliza, Jane e Margaret. Nel 1836 Torrey fu nominato botanico dello Stato di New York e incaricato di redigerne la flora; nello stesso anno anche Gray ottenne finalmente una posizione ufficiale. Il Lyceum si era infatti dotato di un museo, e lui ne venne nominato curatore. Dopo appena un anno, tuttavia, avrebbe lasciato l’incarico, essendo stato scelto come botanico della spedizione Wilkes nei mari del Sud. Intanto prendeva corpo l’idea di una flora degli Stati Uniti. La prima parte del primo volume uscì nel giugno 1838. Il frontespizio reca, alla pari, i nomi di entrambi gli autori: prima il più anziano Torrey, poi il più giovane Gray. Entrambi potevano fregiarsi del titolo di professore: Torrey dell’Università dello Stato di New York, Gray di quella del Michigan. All’inizio dell’anno, infatti, quell’ateneo lo aveva scelto come primo professore permanente, assegnandogli la cattedra di botanica, la prima negli Stati Uniti interamente dedicata a questa disciplina. Gray accettò, diede le dimissioni dalla spedizione Wilkes — continuamente rimandata da complicazioni burocratiche — e, come il suo maestro cinque anni prima, partì per l’Europa a spese dell’università, deciso a visitare erbari, conoscere colleghi e costruire quella rete di contatti che sarebbe stata fondamentale per la sua carriera. Della fase iniziale di quella rete — tanto in Europa quanto negli Stati Uniti — offre una testimonianza quasi in presa diretta la prefazione del primo volume di Flora of North America, pubblicato nel 1840, poco dopo il rientro di Gray. Il sottotitolo è allo stesso tempo modesto — “containing ABRIDGED descriptions” — e ambiziosissimo — “of ALL indigenous and naturalized plants growing North of Mexico”. A evidenziare che si tratta dell’atto fondativo di una nuova botanica, le righe seguenti proclamano: “arranged according to THE NATURAL SYSTEM”. Ad aprire l’opera c’è una lunga dedica a sir William Jackson Hooker, “il cui nome si identifica con la botanica del Nord America”. Seguono una lunga serie di ringraziamenti: al di là dell’Atlantico, i botanici, i collezionisti, i curatori di erbari e orti botanici che avevano aperto le porte delle loro case e delle loro istituzioni a Torrey e Gray; al di qua, i comitati botanici, le istituzioni e i “nostri numerosi corrispondenti in varie parti del paese, che hanno fornito collezioni e osservazioni di valore”. Così, Flora of North America nasce al tempo stesso come opera d’autore — di due autori forti — e come opera collettiva, espressione di un’intera comunità botanica. Tra quei nomi non figura ancora George Engelmann, reclutato da Gray nel 1840; presto, per conto di Torrey e Gray, avrebbe trasformato St. Louis nel centro nevralgico dell’esplorazione botanica dei nuovi territori del West. Con il suo arrivo, le spedizioni e gli invii di piante si moltiplicarono: l’obiettivo di una flora del Nord America che registrasse TUTTE le specie si trasformò rapidamente in un bersaglio mobile. Tra il 1840 e il 1843 Torrey e Gray pubblicarono altre parti dell’opera, finché — completata l’immensa famiglia delle Compositae e con essa il secondo volume — decisero di comune accordo di sospendere la pubblicazione. Certo, nel frattempo si erano inseriti nuovi impegni e complicazioni. Nel 1839 era nato l’unico figlio maschio di Torrey, battezzato Herbert Gray in onore dell’amico e collaboratore; poco dopo il bambino fu colpito da gravi problemi alla colonna spinale, che richiesero due operazioni seguite con apprensione dai genitori e dal sollecito “zio”, fortunatamente con esito positivo. Nel 1841 sia Gray sia Torrey furono eletti membri dell’Accademia delle Scienze. Nel 1842 Gray, che aveva dato le dimissioni dalla irrisoluta Università del Michigan — dove i corsi non erano mai iniziati — si trasferì a Harvard come professore di scienze naturali. Nel 1843, dopo sette anni di lavoro, Torrey completò e pubblicò la Flora of the State of New York; nello stesso anno, per ridurre le spese, trasferì la residenza principale a Princeton. Ma a decidere i due botanici a interrompere — nelle loro intenzioni momentaneamente, ma di fatto definitivamente — la pubblicazione di Flora of North America fu lo stesso successo dell’impresa. Le nuove scoperte e la massa di esemplari da determinare e classificare erano ormai così imponenti da rendere impossibile darne conto in un’opera sistematica. A dare la misura di quanto ciò potesse essere rischioso per il loro progetto di rendere la botanica americana finalmente autonoma fu un episodio significativo: nel 1844 uno dei raccoglitori reclutati da Engelmann, Karl Andreas Geyer, invece di consegnargli le raccolte fatte nel territorio dell’Oregon, si imbarcò per l’Inghilterra e le vendette a Hooker, nel frattempo diventato direttore dei Kew Gardens. Torrey e Gray capirono allora che, se volevano conservare la leadership della botanica statunitense, la priorità non era più completare una grande flora sistematica, ma pubblicare il più rapidamente possibile le novità, riservando a sé una parte del lavoro e affidando il resto a una rete di collaboratori. Una lunga via verso la quiete Mentre Gray avrebbe continuato a occuparsi delle Compositae, Torrey riservò a sé quattro famiglie dalla tassonomia complicata: Boraginaceae, Chenopodiaceae, Cyperaceae e Polygonaceae. Dopo il 1843 non avrebbe più pubblicato opere autonome, ma, oltre a numerosi articoli, una serie di relazioni di spedizioni, spesso come coautore con i protagonisti. La prima fu Catalogue of plants collected by the Lieutenant Frémont in his Expedition to the Rocky Mountains (1845); seguirono la parte botanica di Notes of a Military Reconnaissance from Fort Leavenworth to San Diego (1848) di William E. Emory; gli esemplari raccolti da Howard Stansbury in Utah (1852); quelli nuovamente raccolti da Frémont in California e da Randolph B. Marcy in Louisiana (1853); la parte botanica della spedizione Sitgreaves sui fiumi Zuni e Colorado (1854). Come autore delle relazioni di spedizioni ormai finanziate dallo Stato e guidate dall’esercito, Torrey assunse così un ruolo almeno ufficioso “al servizio dello zio Sam”, anche se in genere non ne ricavò alcun compenso. Insieme a Gray fu coinvolto anche nella pubblicazione dei risultati botanici della South Sea Exploring Expedition, guidata dal luogotenente Charles Wilkes, quella alla quale inizialmente avrebbe dovuto partecipare Asa Gray. Partita nel 1838 e rientrata nel 1842 dopo aver esplorato il Pacifico e aver circumnavigato il globo, la spedizione aveva raccolto materiali da tutto il mondo. Il botanico ufficiale William Rich, nominato per appoggi politici, raccolse ben poco e non scrisse la relazione; così anche queste raccolte finirono sulle scrivanie di Gray e Torrey. L'assistente di Rich, Brackenridge, che invece aveva fatto notevoli raccolte, scrisse la descrizione delle felci; Torrey quelle delle piante della California e dell’Oregon; il resto toccò a Gray, che nel 1848 pubblicò un primo volume. Il secondo non uscì mai perché Wilkes non riuscì a procurare i fondi. Attraverso Engelmann, fecero capo a Gray e Torrey anche le piante raccolte durante il Mexican Boundary Survey (1848–1855), e Torrey ebbe la soddisfazione di vedersi dedicare Pinus torreyana dal suo ex allievo Charles Christopher Parry. Altre raccolte ancora giunsero dalla ricognizione Whipple, che mirava a individuare il migliore tracciato ferroviario dal Mississippi al Pacifico. In questi anni anche nella vita personale e professionale di Torrey avvennero importanti cambiamenti. Nel 1846 Henry lasciò Princeton per trasferirsi a Washington come segretario dello Smithsonian. Nel 1851 anche i Torrey vendettero la casa di Princeton e stabilirono nuovamente la residenza principale a New York. Da tempo gli amici sollecitavano Torrey ad accettare una docenza meglio pagata in un’altra università; si presentarono diverse proposte, ma egli le declinò tutte. La vera ragione la scrisse in una lettera a un amico: “Non posso essere felice se non a New York”. Nel 1853 gli venne proposto il ruolo di saggiatore della zecca, il funzionario responsabile di verificare e certificare la purezza dei metalli preziosi destinati alla coniazione. Era un cambiamento radicale, ma anche un riconoscimento della sua reputazione pubblica e della sua affidabilità morale. Avrebbe avuto uno stipendio migliore e più tempo da dedicare allo studio e all’erbario. Così accettò. Nel maggio 1854 diede le dimissioni da Princeton e nel settembre dell’anno successivo lasciò anche il College of Physicians and Surgeons, che nel 1856 lo nominò Professor Emeritus. Nell’estate del 1853, poco dopo aver assunto la nuova mansione, Torrey acquistò una residenza estiva alle Palisades, sperando che l’aria buona giovasse alla salute della moglie, sempre più fragile; e proprio qui, due anni dopo, la donna morì. Ora la maggiore preoccupazione di Torrey era il suo erbario. Ogni sera qualche ora, e talvolta anche il primo mattino, era dedicata a catalogare, montare, etichettare gli esemplari in modo rigoroso; ma negli ultimi anni, con i massicci arrivi da ogni parte degli Stati Uniti, era cresciuto tumultuosamente e in casa mancava lo spazio per ospitarlo. Così nel 1860 (all’epoca contava 40.000 specie e tra 84.000 e 160.000 esemplari) si risolse a donare sia l’erbario sia la biblioteca al Columbia College, in cambio di “cinque anni di affitto di una casa non occupata o non destinata ad altro uso”. Nel novembre seguì con soddisfazione, ma non senza preoccupazione, l’elezione di Abramo Lincoln. La guerra civile — aveva amici, allievi e corrispondenti dall’una e dall’altra parte — fu lacerante ed ebbe anche una conseguenza immediata sul suo lavoro. A partire dal 1848 era stata decretata l’istituzione di un erbario nazionale, destinato a raccogliere gli esemplari provenienti dalle spedizioni finanziate dallo Stato; ad ospitarlo sarebbe stato lo Smithsonian di Washington. Poiché al momento non esistevano ancora spazi adeguati, gli esemplari — circa 50.000 — vennero distribuiti tra Harvard, sotto la supervisione di Gray, e la Columbia University, sotto quella di Torrey. Con lo scoppio della guerra, Henry pregò Torrey di continuare ad occuparsi dell’erbario nazionale, che avrebbe raggiunto Washington solo molti anni dopo la fine del conflitto, nel 1869 o nel 1870. La pace riportò serenità e qualche soddisfazione anche nella sua vita. Ancora nel 1865 ci fu un viaggio in California, con la gioia di vedere dal vivo, in piena fioritura, le piante che conosceva solo da esemplari d’erbario. La raggiunse in battello, passando dall’istmo di Panama; poi ispezionò alcune miniere di quarzite in Nevada, per rientrare infine in treno. Nel 1872 due viaggi lo portarono prima a Charleston, poi in Florida, dove ad Aspalaga si emozionò nel vedere le Torreya taxifolia di cui il suo corrispondente Hardy Brian Croom gli aveva inviato i primi esemplari nel 1834, pensando ai vecchi tempi e a quell’amico perito tanti anni prima in un naufragio con tutta la famiglia. L’ultimo viaggio, nello stesso anno, lo portò nuovamente in California, e questa volta viaggiò in treno sia all’andata sia al ritorno. In Colorado ci fu un momento di intensa, ma più dolce commozione. Molti anni prima, visitando il settore delle Montagne Rocciose del Colorado, Charles Parry era stato colpito, vedendole da lontano, da due montagne gemelle che aveva battezzato “Torrey” e “Gray”, a sottolineare tanto la stima per i due colleghi quanto la loro stretta relazione. Aveva poi scalato entrambe le montagne, e nel 1872 era tornato sul Grays Peak insieme allo stesso Asa Gray, sua moglie e un gruppo di amici. Torrey, invece, non aveva mai visto la montagna che portava il suo nome. Così, di ritorno dalla California, i suoi figli lo condussero a vedere il Torreys Peak; ormai gli mancavano le forze per raggiungere la cima — aveva compiuto settantacinque anni — e dovette fermarsi in un rifugio, mentre i suoi compagni proseguivano l’ascensione e raccoglievano per lui fiori di montagna. Si sarebbe spento serenamente pochi mesi dopo, nella sua casa di New York, il 10 marzo 1873. Oltre ai suoi scritti, al suo erbario, al suo magistero di botanico, lasciava un’ulteriore eredità. Non sappiamo esattamente quando, nelle stanze della casa liberate dalla presenza ingombrante dell’erbario, prese a riunirsi informalmente attorno a lui un gruppo di colleghi, studenti e amatori interessati alla botanica. Da quel nucleo — la data ufficiale è il 1867 — sarebbe sorto il Torrey Botanical Club, la prima società botanica delle Americhe, con l’obiettivo di “promuovere l’interesse per la botanica e raccogliere e disseminare informazioni su tutte le fasi di questa scienza”. Torrey ne sarebbe stato il primo presidente. Nel 1871 il Club si sarebbe anche dato un organo, il Bulletin of the Torrey Botanical Club. Da quel momento l’associazione, oggi Torrey Botanical Society, divenne una presenza costante nella società americana, con conferenze, escursioni, spedizioni sul campo, borse di studio e pubblicazioni. Torreya, un genere antico e sorprendente A questo grande botanico, a questa figura centrale per lo sviluppo della botanica scientifica negli Stati Uniti, non mancarono i riconoscimenti, anche nella tassonomia. Diverse specie gli vennero dedicate già in vita, altre si aggiunsero successivamente: in totale sono circa duecento denominazioni, quasi cinquanta delle quali accettate. Tra tutte spicca l'omaggio di Parry Pinus torreyana, una rara specie endemica della San Diego County e dell’isola di Santa Rosa in California. Poi ci sono presenze più discrete, come la margherita gialla Tetraneuris torreyana, originaria delle zone aride degli Stati Uniti occidentali, dal Montana al Wyoming, che gli fu dedicata — con un altro nome — all’inizio degli anni Quaranta da Thomas Nuttall; oppure Eupatorium torreyanum, un endemismo del Kentucky, omaggio negli anni Trenta di due suoi corrispondenti, Charles Short e Robert Peter; o ancora Funastrum torreyi, un rampicante delle aree semidesertiche del Texas e del New Mexico, uno dei numerosi omaggi di Asa Gray. Per ben sei volte gli è stato dedicato un genere Torreya: due volte da Rafinesque, poi da Eaton, Sprengel, Croom, e infine arrivò quello valido, Torreya Arn. Non è il più antico — lo è uno di quelli di Rafinesque — secondo la regola della priorità, ma è quello che si è imposto nella comunità botanica, che ha deciso di conservarne il nome su tutti gli altri (nomen conservandum). A dedicarglielo fu George Arnott, uno degli incontri più significativi del memorabile viaggio europeo del 1833. La storia della dedica e della scoperta è curiosa. Nell’inverno del 1837 Torrey scrisse ad Arnott per chiedergli la corretta identificazione di Torreya paniculata, la specie che gli era stata dedicata nel 1821 da Sprengel, allegandone un frammento. Arnott concluse che si trattava indubbiamente di un Clerodendrum, molto simile a una specie africana che aveva osservato nell’erbario di Hooker. Più o meno nello stesso periodo, Torrey gli scrisse nuovamente per raccontargli che tre anni prima il suo amico e corrispondente Hardy Brian Croom aveva individuato nell’area di Aspalaga, in Florida, una specie di Taxacea non ancora descritta; ne aveva inviato un ramo a Nuttall, che l’aveva identificato con un Taxus o un Podocarpus; ne aveva inviato un esemplare anche a lui, che però, non avendo visto gli organi della fruttificazione, si era astenuto dall’identificazione. L’anno dopo Croom gli aveva inviato un ramo con strobili maschili e più tardi i frutti sotto spirito. Certamente si trattava di una Taxaceae, ma non corrispondeva a nessuna specie nota. Forse Arnott, che poteva consultare gli erbari europei, avrebbe potuto giungere a conclusioni diverse. Basandosi sui campioni trasmessigli da Torrey e sulla sua descrizione, Arnott concluse che si trattava di un nuovo genere, e scrisse: «Poiché prima ho segnalato che il genere Torreya di Sprengel deve essere rifiutato, credo di esprimere la volontà di tutti i botanici che questo nome sia appropriato per l’albero della Florida, di cui ora darò la descrizione». Secondo le regole attuali, questo “riciclaggio” sarebbe vietato, ma all’epoca le norme non erano ancora state fissate — per fortuna di Torrey e di Torreya. Oggi Torreya Arn., famiglia Taxaceae, comprende sette specie, con un’interessante distribuzione disgiunta: due sono nordamericane, ma vivono ai due capi opposti degli Stati Uniti — una, T. taxifolia, in Florida, l’altra T. californica in California — mentre le altre sono originarie dell’Asia orientale, tra Cina, Corea e Giappone. Sono le ultime sopravvissute di un genere che un tempo, durante la fase più calda del Terziario, occupava gran parte dell’emisfero boreale: resti di antiche specie sono stati trovati in Francia e nella Repubblica Ceca. Poi le glaciazioni spezzarono la continuità e il genere si ridusse all’Asia orientale e ai rifugi della California e della Florida. Le Torreya vivono tipicamente nel sottobosco delle foreste. Amanti dell’ombra, crescono molto lentamente; anche se con l’età possono diventare alberi di medie dimensioni (fino a circa 20 metri), per lo più si presentano come arbusti. Hanno foglie lineari, piatte, rigide e con apice pungente, simili a quelle del tasso, disposte a spirale, ma rotate alla base in modo di disporsi ai due lati del ramo. Possono essere monoiche, dioiche o subdioiche. Il frutto è un arillo carnoso che avvolge completamente un unico grande seme, il quale in modo inusuale per questa famiglia, in alcune specie — T. grandis e T. nucifera — è commestibile. T. taxifolia, la specie tipo scoperta da Croom e descritta da Arnott, vive in un’area ristretta della Florida, al confine con la Georgia, lungo l’Apalachicola River, in una zona di circa 200 km². Già molto rara, è oggi in forte declino: dai circa 700.000 esemplari stimati nell’Ottocento si è scesi a non più di 700, per cause che comprendono la riduzione dell’habitat forestale, il cambiamento climatico e la diffusione di patogeni fungini. Considerata la “conifera più rara d’America” e inclusa fin dal 1984 tra le specie a rischio di estinzione, è al centro di programmi di conservazione e di reintroduzione che negli Stati Uniti hanno anche scatenato un vivace dibattito, soprattutto attorno alla proposta di una “migrazione assistita” in North Carolina. È invece in migliore salute, anche se classificata come “vulnerabile”, l’altra specie americana, T. californica. Fu pubblicata e descritta nel 1854 proprio da Torrey, che — sotto il nome di “California Nutmeg”, la noce moscata della California — ne aveva ricevuto un esemplare da un certo Mr. Shelton; la riconobbe come appartenente allo stesso genere di T. taxifolia. Endemica della California, presenta una distribuzione discontinua: dal livello del mare lungo la catena costiera fino a circa 2500 metri nelle Cascades e nella Sierra Nevada. Rara ma localmente abbondante, ha trovato rifugio in habitat montani freschi, con microclimi che variano con l’altitudine e da un versante all’altro, importanti per la dispersione dei semi, effettuata a breve distanza da scoiattoli e altri roditori. Le cinque specie asiatiche sono le cinesi T. grandis, T. fargesii — da alcuni considerata una varietà della precedente — T. jackii e T. dapanshanica, descritta solo nel 2022, e T. nucifera, diffusa nel Giappone centro‑meridionale e nell’isola coreana di Jeju. Fu proprio quest’ultima specie ad attirare per prima l’interesse dei botanici: venne descritta nel 1712 da Kaempfer sotto il nome Taxus nucifera, poi adottato da Linneo. Nella cultura giapponese ha un ruolo importante: i semi sono una fonte di olio ricco di vitamina E e di grassi Omega‑6 e, tostati, costituiscono un cibo apprezzato. Il legname di esemplari vetusti, dal colore giallo‑oro, è tradizionalmente utilizzato per le scacchiere del Go. Nella foresta primitiva di Kasugayama, a est di Nara, si trovano individui plurisecolari, forse anche millenari, poiché l’area è protetta fin dall'841. T. grandis è la più diffusa delle specie cinesi, tutte originarie della Cina sud‑orientale; nella cultura cinese occupa un ruolo analogo a quello di T. nucifera in Giappone. Originaria delle vallate montane tra i 400 e i 1400 metri, già citata nel primo dizionario cinese (II secolo a.C.), è apprezzata e coltivata da due millenni. In un villaggio della provincia dello Zhejiang è presente un esemplare coltivata la cui età è stimata in circa 1400 anni. I semi, di elevato valore nutritivo, erano immancabili sulle tavole più raffinate e, fin dalla dinastia Song (960–1279), se ne ricavavano prodotti come sali aromatici, paste e confetti. Le proprietà medicinali dell’olio, già riconosciute nei più antichi testi erboristici, hanno trovato conferma nelle ricerche più recenti. Dopo un periodo di decadenza, da circa cinquant’anni la sua coltivazione è stata rilanciata su larga scala per usi alimentari e medici. Altre informazioni e approfondimenti nella scheda. Nel 1949, un secondo genere è venuto ad aggiungersi a Torreya per onorare John Torrey. E' Torreyochloa ("erba in onore di Torrey"), un piccolo genere della famiglia Poaceae, istituito da George Lyle Church sulla base di esami citologici, separandolo da Glyceria e Puccinellia. Sono erbe perenni rizomatose che vivono in habitat freschi, umidi, ma non salini; due specie, T. erecta e T. pallida, sono nordamericane, mentre altre due, T. natans e T. viridis, sono originarie dell'Asia nord orientale (Siberia orientale, Curili, Corea, Giappone). Hanno colmi eretti, guaine aperte alla base, lamina piatta, infiorescenza a pannocchia con spighette compresse lateralmente. La specie più diffusa è T. pallida, relativamente comune da Sakalin al Messico settentrionale, attraverso Alsaka, Canada e Stati Uniti, in habitat umidi, come fiumi, rive di laghi, torbiere e paludi. Alta fino a un metro, porta infiorescenze ramificate lunghe fino a 25 cm. Non fu un tassonomista “puro” a rivoluzionare la classificazione delle conifere, ma un giardiniere che scrisse un trattato proprio per offrire a chi le coltivava — come lui — uno strumento chiaro per riconoscerle. Così nacque il Traité général des conifères di Élie‑Abel Carrière, capo giardiniere del Jardin des Plantes di Parigi, l’opera in cui per la prima volta i pini vennero definitivamente separati da abeti, pecci, larici, cedri e tsughe. A ricordarlo non è una conifera, ma una salicacea dell’Estremo Oriente: Carrierea, omaggio di Franchet, che seppe vedere l’uomo saggio e generoso nascosto dietro la scorza quasi misantropa che Carrière amava esibire. Una rivoluzione tassonomica nata tra le aiuole Il rinnovato interesse per le conifere, inaugurato dall’opera monumentale di Lambert (A Description of the Genus Pinus) e alimentato dall’arrivo continuo di nuove specie dal Nord e Sud America, dall’Himalaya, dalla Cina, dal Giappone e dall’Australia, rese evidente la necessità di mettere ordine in un gruppo di piante che appariva insieme sempre più ricco e sempre più eterogeneo. Il primo tentativo organico in questa direzione fu Synopsis coniferarum di Stephan Endlicher (1847), in cui le conifere, sulla base di caratteri morfologici quali la struttura del seme, del cono e del fogliame, vennero classificate in cinque ordines (corrispondenti alle famiglie nella terminologia attuale): Cupressineae, Abetineae, Podocarpeae, Taxineae, Gnetaceae. Inoltre egli introdusse numerosi nuovi generi, tra cui Libocedrus, Sequoia, Widdringtonia, e trattò anche conifere fossili. L’opera di Endlicher fu il punto di partenza da cui mosse il francese Élie-Abel Carrière (1818–1896) per il suo Traité Général des Conifères; eppure, pur attenendosi rigorosamente agli ordines endlicheriani, rispettandone l’ordine di esposizione e spesso anche la struttura interna, le due opere non potrebbero essere più diverse. La sinossi di Endlicher è un repertorio conciso, in latino, destinato agli specialisti; il trattato di Carrière, scritto in francese, si rivolge invece a un pubblico ampio — orticoltori, giardinieri, amministratori di parchi, amatori e collezionisti — e tratta le conifere non come entità da classificare, ma come piante vive da osservare, distinguere e coltivare. L’occhio di Carrière non è quello del tassonomista, benché la correttezza della classificazione gli stia a cuore, ma quello dell’orticoltore. Per comprendere questa differenza di sguardo, è necessario conoscere meglio il personaggio e il percorso che lo condusse a concepire e scrivere il trattato che lo consacrò come massimo conoscitore delle conifere del suo tempo. Carrière nacque in un villaggio della Seine‑et‑Marne, in una famiglia contadina. Ricevette un’educazione rudimentale alla scuola comunale e, dopo aver lavorato fin dall'infanzia nei campi con i suoi familiare, a quattordici anni divenne ortolano. Trasferitosi a Parigi, dopo un periodo presso alcuni fiorai fu assunto al Muséum d’histoire naturelle come semplice operaio. Abile, curioso e instancabile, avanzò rapidamente fino a diventare giardiniere capo delle coltivazioni. Consapevole dei limiti della propria formazione, studiò da autodidatta scienze, latino e inglese. Dopo un breve incarico all’orto botanico di Saragozza, tornò al Muséum, dove il direttore dell’orto botanico, Joseph Decaisne, lo scelse come responsabile dei servizi di vivaio. Questo ruolo lo spinse, da un lato, a perfezionare le tecniche di moltiplicazione e ibridazione di piante spesso difficili e di recente introduzione; dall’altro, a studiare gruppi ancora poco noti. A una di queste novità dedicò il suo primo articolo, Greffe sur racines de pivoines en arbre, pubblicato sulla "Revue horticole", rivista di cui sarebbe diventato uno dei principali collaboratori e, dal 1866, redattore capo. Negli anni successivi scrisse di piante da aiuola, rose rifiorenti, tecniche colturali. Tra le piante di nuova introduzione che spesso era chiamato a moltiplicare e innestare c’erano le conifere: un gruppo al tempo stesso poco conosciuto e cruciale per il ripopolamento forestale, tema che gli stava particolarmente a cuore. Si accorse però presto che non solo mancavano testi francesi affidabili, ma anche le opere in latino, inglese o tedesco raramente rispondevano alle esigenze pratiche di chi le coltivava. Da questa constatazione nacque il progetto che sarebbe diventato il Traité Général des Conifères. Per prepararlo, Carrière lesse tutte le pubblicazioni disponibili, visitò collezioni ed erbari, e si spinse fino in Inghilterra — «il paese per eccellenza delle conifere» — per osservare dal vivo le specie descritte nei libri o segnalare quelle di cui «non trovavo traccia in alcun libro». Per mettere ordine nel caos, gli serviva un punto di partenza: lo trovò nella sinossi di Endlicher, non perché la ritenesse perfetta, ma perché era la più completa disponibile. Tuttavia, quell’opera poteva offrirgli solo una direzione, poiché — come scrisse — «il sapiente professore troppo spesso si limita ad elencare i sinonimi della specie che sta trattando senza aggiungere una descrizione, la sola che può permettere a chi coltiva le conifere di distinguere una specie dall’altra». Le descrizioni accurate, non solo delle specie ma anche delle varietà note, sono infatti uno dei punti di forza del trattato di Carrière, scritto da un giardiniere per giardinieri e arboricoltori come lui. Ma il Traité segnò anche una svolta nella tassonomia delle conifere, discostandosi dal sistema di Endlicher in due punti decisivi. Anzitutto, Carrière trasferì correttamente nelle Cupressaceae diversi generi che Endlicher aveva collocato nelle Abetineae (oggi Pinaceae). In secondo luogo — ed è la sua scelta più rivoluzionaria — ruppe la tradizione risalente a Linneo di raggruppare tutte le Abetineae nel genere Pinus, riconoscendo finalmente come generi autonomi e ben distinti Abies, Picea, Larix, Cedrus e Tsuga. Per separare Pinus dagli altri, adottò un criterio tanto semplice quanto fondato morfologicamente: da una parte le specie con aghi singoli, dall’altra i veri pini, caratterizzati da foglie riunite in fascetti di almeno due. Il Traité Général des Conifères, pubblicato in prima edizione nel 1855, segnò una svolta nello studio delle conifere e rese noto a tutti il nome del fino ad allora oscuro capo del vivaio del Jardin des Plantes. Carrière, da parte sua, continuò a essere attivissimo: pubblicò una guida alle tecniche di riproduzione (Guide pratique du jardinier multiplicateur, 1856), articoli sulla germinazione del grano e sugli innesti, revisioni dei generi Diervilla e Yucca, oltre a contributi più teorici sul concetto stesso di specie. In quegli anni, Decaisne stava preparando una pubblicazione sulle piante da frutto coltivate all’orto botanico parigino e chiese a Carrière di studiare i peschi. Si aprì così per il giardiniere‑botanico un capitolo nuovo, che lo portò a occuparsi anche di altri alberi da frutto e a esplorare temi come il dimorfismo sessuale e la variabilità dei colori dei fiori. Fu in questo contesto che avvenne un episodio che ai nostri occhi può sembrare marginale, ma che per Carrière ebbe la forza di un cataclisma. La sua relazione con Decaisne, improntata alla stima reciproca, era cordiale, se non amichevole. Tra le piante di nuova introduzione coltivate al Jardin des Plantes c’erano alcuni kaki appena giunti dal Giappone: Carrière riteneva si trattasse di una specie non ancora descritta, mentre Decaisne propendeva per identificarla con Diospyros schi‑tse di Bunge. Quando Decaisne pubblicò le sue conclusioni sul "Gardener’s Chronicle", criticando il suo capo giardiniere, Carrière lo visse come un affronto personale e rispose sulla "Revue horticole", difendendo il proprio punto di vista, pubblicando la specie come D. costata e denunciando i modi scorretti del suo superiore verso i sottoposti. L’atmosfera al Muséum divenne presto irrespirabile, finché Carrière scelse il pensionamento. Proprio a ridosso dell’increscioso incidente uscì la seconda edizione del Traité (1867); un segnale eloquente del mutato clima è l’assenza di qualsiasi dedica, laddove la prima edizione era stata offerta proprio a Decaisne. Non si tratta di una semplice ristampa, ma di un'edizione ampliata, resa necessaria da una parte dai nuovi arrivi avvenuti nel frattempo, dall'altra dalla pubblicazione di varie opere sulle conifere, stimolata dal trattato stesso. Nella prefazione, egli lo spiega lucidamente, in termini quasi filosofici: "Niente, in natura, è assolutamente stabile; al contrario, tutto si muove e si modifica costantemente. Conseguenza fatale, nessun lavoro può essere perfetto e quando è finito, dopo pochi giorni, anzi addirittura quando ha appena iniziato, l'autore si accorge che dovrebbe già fare qualche modifica. Dunque la nuova edizione di un libro non può mai essere simile a quella precedente. Nelle scienze non andare avanti è tornare indietro." E nella chiusa, pur sicuro della serietà del proprio metodo di lavoro e della completezza dei risultati, lo ribadirà: "Questo significa che questo libro è perfetto e va considerato come l'ultima parola della scienza? Certamente no, e da questo punto di vista mi faccio meno illusioni di molti altri. Tuttavia osa dire che è completo nella misura in cui lo permettono le conoscenze che possediamo oggi sull'argomento; domani forse potrò esprimermi in modo diverso". Tra le due edizioni l’impianto rimane invariato, ma numerose sono le aggiunte: nuovi generi, nuove specie e varietà di nuova introduzione. L’incremento più significativo riguarda le molte specie di Pinus scoperte in Messico da Roezl, a proposito delle quali Carrière non manca di polemizzare con il botanico inglese George Gordon, autore di The Pinetum, mostrando una sicurezza di sé e una vis polemica del tutto assenti dodici anni prima. Il pensionamento non mise fine alla sua attività: al contrario, Carrière moltiplicò il suo impegno come capo redattore della "Revue horticole". Come giornalista era onnipresente in esposizioni, concorsi, giurie; continuava a scrivere con prodigiosa regolarità, affrontando anche temi per lui nuovi — i vitigni, l’origine delle specie coltivate, e ancora le piante da frutto, in particolare i meli ornamentali. Scrisse persino di filosofia, forse per trovare un contrappeso interiore a una vita che non lo aveva risparmiato. Già vedovo di una prima moglie morta in giovane età, si era risposato e dalla seconda ebbe due gemelle: una la perse subito, l’altra, che era la sua gioia e la sua consolazione, morì a otto anni. A funestare la sua vecchiaia sopraggiunse una malattia dolorosissima che per sette anni lo relegò nella stanza da letto. Infine, la morte della seconda moglie, che precedette di poco la sua, nell’agosto del 1896. Édouard François André, suo più stretto collaboratore alla "Revue horticole" e autore del necrologio, lo ricordò come un uomo che visse “cercando ardentemente la verità e facendo il bene”. E, accostandolo a Pierre‑Antoine Poiteau per le origini familiari, il dispiegarsi dell’intelligenza, il lavoro incessante, i servizi resi alla scienza, la dirittura di carattere e il disprezzo per le vanità mondane, concluse: “Uomini siffatti onorano l’umanità e la scienza che hanno scelto”. Una delicata dedica commemorativa Il lascito più importante di Carrière resta naturalmente il suo Traité général des conifères, che rimase l’opera di riferimento per quasi mezzo secolo. La tassonomia botanica, invece, fu piuttosto avara nei suoi confronti: meno di una decina le specie che portano l’eponimo carrierei, solo due delle quali oggi considerate valide, Cinnamomum carrierei e Tillandsia carrierei, quest’ultima un omaggio dello stesso André. Ma a restituirci davvero il posto che Carrière occupò nel cuore di coloro che lo conobbero, lavorarono al suo fianco e lo stimarono come giardiniere, botanico e soprattutto essere umano, valgono più di tutto le parole di Adrien René Franchet. I due avevano condiviso gli stessi anni al Muséum: l’uno nel suo ufficio a classificare piante, l’altro nel vivaio, in giardino e nelle serre a moltiplicarle e coltivarle; entrambi, ciascuno a suo modo, a studiarle, conoscerle e amarle. Nel dedicargli il genere Carrierea, egli infatti scrisse: "Da Linneo in poi è uso costante dei botanici attribuire a un vegetale il nome di un uomo che, poco o tanto, ha contribuito all'avanzamento della conoscenza delle piante. Se è una persona ancora viva, spesso si tratta di una testimonianza speciale per viaggi pericolosi, ricerche laboriose, scoperte che segnano la scienza; se è morto, è la suprema consacrazione che deve conservare nella botanica il ricordo di un'intera vita di lavoro. Questo il pensiero di Linneo. Ed è proprio il caso di Carrière [...]. E' stato un orticoltore abile tra tutti, uno sperimentatore di profonda sagacia, un introduttore convinto di tutto ciò che poteva veramente contribuire all'utilità e all'ornamento dei giardini e al futuro delle foreste. E' stato anche, e questo può sorprende chi lo conosceva solo dai suoi libri, un profondo pensatore, oserei dire un filosofo, che seppe dare al suo pensiero una forma forse bizzarra ma senza dubbio sorprendente, che molti scrittori avrebbero potuto invidiargli. Sono titoli sufficienti, io credo, a meritargli il modesto onore di avere il suo nome conservato nell'immenso repertorio in cui sono registrati i nomi delle piante". Viene ovviamente dall’Estremo Oriente il genere Carrierea Franch., famiglia Salicaceae. I semi della specie tipo, C. calycina, furono inviati al Jardin des Plantes da padre Farges, che li raccolse nel Sichuan, nei boschi d’altura intorno ai 1400 metri; il primo esemplare fiorì nell'orto botanico parigino nel 1894. Oggi il genere comprende quattro specie di alberi, distribuite tra Cina e Vietnam. La maggior parte sono decidue, mentre C. leyensis, di recentissima scoperta, è sempreverde. Piuttosto rare, vivono nelle foreste montane umide, tra 1.000 e 2.500 metri, spesso in zone ombrose e ricche d’acqua. Piante di media grandezza, hanno portamento slanciato ed elegante, con rami sottili e una chioma leggera. Le foglie, rette da un lungo picciolo, sono semplici, alterne, ovate o ellittiche, con margine intero o appena dentellato, e tre evidenti nervature che partono dalla base. Dioiche, hanno fiori unisessuali riuniti in infiorescenze che, pur non essendo vistose, hanno una grazia sottile: molto profumati, sono privi di petali, ma hanno cinque grandi sepali bianchi o verdastri di consistenza papiracea con una plica laterale. I fiori maschili, ricchi di stami, sono più appariscenti; quelli femminili, con ovario allungato e molti staminoidi, più discreti. La fioritura avviene in primavera, spesso prima della completa espansione delle foglie. Il frutto è una capsula allungata che in C. calycina ricorda un corno; da qui il nome cinese mandarino shan yang jiao shu shu, "albero del corno di capra". I semi sono muniti di una cospicua ala papiracea che ne facilita la dispersione a opera del vento. Sono piante dal fascino discreto, legate agli ambienti montani umidi — la loro presenza è spesso indicatrice di foreste ben conservate. Benché almeno C. calycina e C. dunniana siano state introdotte in Europa e siano presenti in qualche orto botanico, non si sono mai affermate nei circuiti commerciali. Ma forse proprio questa presenza quasi inavvertibile ne fa un omaggio perfetto per Carrière, che spesso nascondeva la sua vera personalità dietro modi arcigni, quasi da misantropo. George Engelmann fu l’uomo degli incontri, il ponte discreto ma decisivo tra mondi e persone. Arrivò negli Stati Uniti dalla Germania con una missione affidatagli dalla famiglia, già nelle vesti di mediatore tra due continenti. Fu medico e botanico, figura chiave per la scoperta della flora dell’Ovest grazie alla rete di raccoglitori costruita con Gray e Torrey. Discreto, ma essenziale, anche il suo contributo alla nascita dell’orto botanico del Missouri e alla soluzione della crisi della filossera. Prediligeva le piante tassonomicamente difficili o ancora poco studiate: soprattutto i cactus, ma anche conifere, viti, giunchi e yucche. Lo ricordano oggi cactacee e conifere, e la “margherita di Engelmann”, Engelmannia peristenia, omaggio dell'amico Gray. Dalla Germania all'America Tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, un numero crescente di giovani tedeschi lascia la Germania per cercare nuove opportunità negli Stati Uniti; non è ancora l’emigrazione di massa che seguirà il fallimento della rivoluzione del ’48, ma il flusso è già cospicuo. Sono soprattutto contadini, spinti dalla crisi agraria e dalla sovrappopolazione delle campagne, numerosi artigiani, ma anche intellettuali che vivono con disagio un’atmosfera politica chiusa e soffocante. Il fenomeno mostra già i tratti che lo caratterizzeranno nella seconda metà del secolo: più rurale che cittadino, basato su reti familiari e alimentato da lettere e testimonianze che raccontano l’America come una terra di libertà e di possibilità illimitate. Uno di quei giovani, sbarcato a Baltimora nell’autunno del 1832, è Georg Engelmann, che negli Stati Uniti diventerà George Engelmann (1809–1884). È arrivato con un compito ben preciso: cercare e valutare terre adatte all’insediamento di famiglie tedesche, su proposta di uno zio. Ha ventitré anni e forse non immagina che quella scelta sarà definitiva, ma in essa si intravede già uno dei tratti del suo destino: essere un uomo‑ponte, un connettore tra luoghi, persone e idee. Lo era forse fin dalle origini familiari. Il padre, Julius Engelmann, apparteneva a una famiglia che per generazioni aveva offerto ministri della Chiesa riformata a Bacharach, in Renania, ma si era trasferito a Francoforte dove aveva fondato una scuola femminile – un’iniziativa all’epoca pionieristica – che gestiva con l’aiuto della moglie, Julie Antoinette May, proveniente invece da una famiglia di artisti. Georg era il maggiore di tredici figli (ma solo nove arrivarono all’età adulta); iniziò gli studi al ginnasio di Francoforte. Secondo i suoi stessi ricordi, il suo interesse per la botanica nacque intorno ai quindici anni. Decise così di studiare scienze e medicina e nel 1827 si iscrisse all’Università di Heidelberg, dove strinse amicizia con due studenti di botanica con i quali condivideva l’interesse per la morfologia vegetale, Karl Friedrich Schimper e Alexander Braun; soprattutto con quest’ultimo l’amicizia sarebbe durata per tutta la vita. Ma dopo meno di un anno fu espulso dall’università per aver partecipato a manifestazioni studentesche. Continuò gli studi prima a Berlino, poi a Würzburg, dove si laureò in medicina nel 1831. Allora la botanica era ancora considerata quasi un ramo della medicina, e alla botanica era dedicata la sua tesi: De Antholysi Prodromus, sulla morfologia delle piante, con particolare riguardo alle aberrazioni e mostruosità. Il libretto - illustrato con cinque tavole disegnate e incise da lui stesso - destò l'attenzione di Goethe che vi vide una conferma della sua teoria della metamorfosi delle piante. Nel 1832 Engelmann visse per qualche tempo a Parigi, dove ritrovò Braun e conobbe suo cognato Louis Agassiz. Gli anni di studio gli avevano dato un metodo rigoroso, stimoli intellettuali, amicizie durature; ma gli avevano anche fatto sperimentare di persona l’oppressione poliziesca e i limiti di un ambiente accademico vincolato dal potere. Così, quando uno zio gli propose di partire per l’America, accettò senza esitazioni. In questa scelta la botanica ebbe senza dubbio un ruolo: infatti, uno dei primi incontri appena sbarcato al di là dell’Atlantico sarà con il botanico e cacciatore di piante Thomas Nuttall. Gli Engelmann erano una grande famiglia, vicina ai circoli liberali tedeschi e con legami sempre più stretti con gli Stati Uniti. Non fu solo Georg a emigrare: altri rami della famiglia si stabilirono nel Midwest, e quando lui arrivò nel 1832 trovò già una rete di parenti e connazionali. Per tre anni visse a Belleville, nell’Illinois, accanto a Gustav Körner, figura di spicco dell’emigrazione democratica tedesca e marito di una sua cugina. La sua missione di esplorare e valutare terre per conto dello zio si inseriva dunque in un più ampio movimento familiare verso l’America. Engelmann svolse il compito con scrupolo e competenza, come era nel suo carattere, unendo conoscenze scientifiche e spirito pratico. Per tre anni, da Belleville, si mosse spesso da solo a cavallo, percorrendo Missouri, Arkansas e Illinois, disegnando mappe, conducendo prospezioni geologiche e minerarie, affrontando difficoltà di ogni genere, incluse malattie, ma senza mai venire meno ai suoi doveri e ai suoi programmi. A rendere tutto meno gravoso c’erano le piante, che raccoglieva lungo i suoi spostamenti, annotando con rigore ogni osservazione in un quaderno di campo. Molte le inviò all’Orto botanico di Berlino. Una rete botanica alla scoperta della flora dell'Ovest Nel 1835 il suo incarico di agente della famiglia Engelmann giunse al termine; Georg, ormai definitivamente George, decise di restare negli Stati Uniti e di stabilirsi a St. Louis come medico. Non aveva messo da parte nulla e, per aprire il suo studio, fu persino costretto a vendere il cavallo che per tre anni era stato il suo fedele compagno di viaggio. St. Louis era ancora un piccolo avamposto di frontiera, con un’economia in gran parte legata al commercio delle pellicce. Engelmann, tuttavia, ne intuì le potenzialità. La città era un crogiolo di culture e di popoli — francesi, americani, immigrati tedeschi e irlandesi, neri liberi e schiavizzati — e l’introduzione della navigazione a vapore stava già trasformando il porto in uno snodo di primaria importanza, la vera porta d’accesso al West. Era dunque il luogo ideale per un uomo‑ponte come Engelmann, che della trasformazione della città — tra il 1835 e il 1840 la popolazione raddoppiò, e nel 1850 era già triplicata — non fu solo testimone, ma attivo protagonista. Nel 1836 fondò il giornale in lingua tedesca "Das Westland", che ebbe un ruolo decisivo da un lato nel far conoscere l’America in Germania, dall’altro nel favorire l’integrazione degli immigrati tedeschi nella nuova patria. Medico scrupolosissimo, incominciò a crearsi una reputazione e una clientela e nel 1840 aveva messo da parte abbastanza soldi per ritornare in Germania, dove si sposò con la cugina Dorothea Horstmann, per poi fare ritorno con lei in America. Nello stesso periodo anche Asa Gray si trovava in Germania, dove visitò l’Orto botanico di Berlino; nell’erbario fu colpito dalle numerose piante nordamericane raccolte da Engelmann. Al ritorno di entrambi negli Stati Uniti, Gray e Engelmann si incontrarono per la prima volta a New York, gettando le basi di una collaborazione — e di un’amicizia — che sarebbe durata per tutta la vita. Negli anni seguenti Engelmann diventò un medico di successo, trovando un’ampia clientela non solo nell’ambiente degli immigrati tedeschi, ma anche tra i francofoni che apprezzavano un medico di cultura europea. Ciò gli permise, pur senza abbandonare mai l’attività medica, di concedersi lunghe pause da dedicare a viaggi nella madrepatria, spedizioni e ricerche botaniche. Nel 1842 pubblicò il suo primo lavoro di botanica, una monografia sul complesso genere Cuscuta. Per Gray e Torrey, che stavano scrivendo a quattro mani A Flora of North America, Engelmann divenne il ponte verso la flora dell’Ovest, all’epoca ancora poco nota e studiata. Intere regioni non erano mai state esplorate; Gray chiese a Engelmann di individuare possibili raccoglitori e di istruirli sui loro compiti. Con il suo spirito pratico, Engelmann sottolineò che, non essendoci fondi per pagarli, i raccoglitori avrebbero dovuto ricavare il proprio sostentamento dalle raccolte stesse, e suggerì di offrire i duplicati in vendita. Gray accettò e un annuncio in tal senso venne prontamente pubblicato sull’American Journal of Science. Da quel momento Engelmann divenne un ponte — o, se vogliamo, un mediatore — tra un gruppo di attivi raccoglitori di piante e i loro possibili clienti: non solo Gray e Harvard, ma anche orti botanici europei, in particolare Berlino e San Pietroburgo. I più importanti raccoglitori reclutati da Engelmann sono Ferdinand Lindheimer che esplorò il Texas e August Fendler che fece raccolte nell'area di Santa Fe e nel New Mexico nel corso della guerra tra Stati uniti e Messico. I risultati scientifici furono rilevantissimi, anche se non sempre tutto funzionava come sperato: Engelmann preparò un catalogo delle piante precedentemente raccolte in Missouri e Illinois da Karl Andreas Geyer, poi si accordò con lui perché continuasse le sue ricerche in quello che all'epoca era noto come Territorio dell'Oregon, finanziando gran parte della spedizione di tasca sua. Effettivamente Geyer esplorò quel territorio, ma invece di spedire gli esemplari a Engelmann secondo gli accordi, si imbarcò per l'Inghilterra e li vendette a William Jackson Hooker per i Kew Gardens. Per qualche anno Engelmann gestì lo studio medico in società con Friedrich Adolph Wislizenus, che lo aveva sostituito durante il viaggio in Europa. Nel 1846, poco prima dello scoppio della guerra messico‑statunitense, Wislizenus partecipò a una spedizione scientifica nel Messico settentrionale, ma a causa della situazione di tensione fu detenuto per diversi mesi; al suo ritorno a St. Louis affidò le sue raccolte a Engelmann, che grazie ad esse incominciò a interessarsi alle Cactaceae. La guerra messico‑statunitense cambiò radicalmente anche il mondo della raccolta botanica. I raccoglitori indipendenti come Lindheimer o Fendler lasciarono il posto a vaste spedizioni finanziate dallo Stato, in cui gli obiettivi scientifici si intrecciavano con quelli politici e militari. Ma questo non mise fine al ruolo di mediazione di Engelmann: anzi, lo moltiplicò. Era ormai riconosciuto come il massimo esperto della flora delle aree di confine, soprattutto per i cactus, e i raccoglitori della Boundary Commission — tra cui Charles Christopher Parry, Charles Wright e John Milton Bigelow — gli inviavano regolarmente le loro raccolte. Poiché la pubblicazione dei materiali della Boundary Commission e dei Pacific Railroad Surveys procedeva a rilento, Engelmann pubblicò numerose brevi descrizioni di nuove specie di cactus e nel 1856 diede alle stampe una sinossi delle Cactaceae degli Stati Uniti, suddivise per habitat e distribuite in otto regioni geografiche. Nel 1859, nell’ambito della relazione ufficiale della Boundary Commission, uscì Cactaceae of the Boundary, forse la sua opera più importante. Al momento della pubblicazione Engelmann era da poco rientrato dalla più lunga delle sue pause di lavoro. Nel 1856 aveva lasciato St. Louis per trasferirsi con la famiglia a Harvard, dove trascorse l’intera estate lavorando fianco a fianco con Asa Gray nell’erbario. Seguirono quindici mesi in Europa, in un viaggio che toccò Londra, Parigi, Ginevra, Napoli, Roma, Vienna e varie città tedesche. Incontrò molte personalità, tra cui l’ormai anziano Humboldt e l’esperto di Cactaceae Salm‑Dyck e, ancora una volta, svolse un ruolo di mediatore: voleva far conoscere all’Europa l’Accademia delle Scienze di St. Louis, di cui era stato il primo presidente. Apparentemente defilato, ma in realtà imprescindibile, fu anche il suo contributo alla nascita del precursore dell’attuale orto botanico del Missouri. Tra i più ricchi abitanti di St. Louis c’era l’inglese Henry Shaw, che aveva fatto fortuna con il commercio grazie alla posizione strategica della città come snodo tra l’Est e l’Ovest. Nel 1849, durante un viaggio in Europa, visitò Chatsworth House e i Kew Gardens, rimanendo così impressionato da entrambi da decidere di trasformare parte di una sua proprietà a ovest di St. Louis in un orto botanico. Ne parlò direttamente con Hooker, che gli suggerì il nome più autorevole: Engelmann. Fu lui a convincere Shaw a prevedere non solo un giardino, ma anche un erbario e una biblioteca; e durante il viaggio europeo si occupò direttamente degli acquisti per entrambi. A Lipsia negoziò inoltre con gli eredi l’acquisto dell’erbario di Johann Jacob Bernhardi, ricco di 62.000 esemplari appartenenti a circa 40.000 specie. Nel 1859 venne completato anche il Museo botanico e l’orto botanico Shaw aprì le sue porte al pubblico. Alla morte di Shaw, nel 1889, la proprietà passò alla città di St. Louis, diventando ufficialmente il Missouri Botanical Garden. Dopo il ritorno dall’Europa nel 1859, Engelmann dedicò sempre meno tempo all’attività medica — chiuse lo studio e visitava a domicilio solo i vecchi pazienti, pur senza negare mai il suo aiuto a chi ricorreva a lui — e sempre di più alla botanica. Studiò diversi gruppi di piante, privilegiando quelli con una tassonomia complessa. Pubblicò, tra l’altro, uno studio sulle specie americane del genere Vitis, un interesse che avrebbe avuto conseguenze impreviste. Negli anni Settanta dell’Ottocento la viticoltura francese fu quasi distrutta da un’epidemia misteriosa; le cause erano ignote, finché Émile Planchon, membro della commissione incaricata di indagare, identificò il colpevole: un afide, che battezzò Phylloxera vastatrix, arrivato dall’America come ospite non notato di alcune piante infette. Il governo francese decise allora di inviare a St. Louis un emissario per prendere contatto con l’entomologo statale del Missouri, Charles Riley, che, prima di partire per la Francia per esaminare le aree colpite, coinvolse Engelmann come esperto riconosciuto di viti americane. Quest'ultimo aveva verificato che alcune varietà erano indenni dalla fillossera; inoltre aveva osservato che Vitis riparia, una specie selvatica della valle del Mississippi, non si ibrida facilmente con specie meno resistenti, mantenendo così intatta la tolleranza naturale al parassita. Queste informazioni furono decisive per Planchon e, dopo di lui, per l’agronomo Pierre Viala, nel giungere alla soluzione del problema: innestare le viti europee su portainnesti ibridi americani resistenti, selezionati dopo anni di prove e osservazioni. Da parte sua, Engelmann inviò in Francia milioni di semi e di barbatelle, contribuendo in modo concreto al salvataggio della viticoltura europea. Gli ultimi anni furono ancora pieni di viaggi, ricerche e incontri. Negli anni Settanta ci fu un tour nelle regioni montane del Colorado e del New Mexico, dove incontrò tra l’altro le due conifere che portano il suo nome, Picea engelmannii e Pinus engelmannii; seguirono brevi viaggi nell’area del Lago Superiore e nel Territorio Indiano, e uno più lungo, dagli Appalachi del Tennessee e della Carolina del Nord fino al Territorio dello Utah. Nel 1879 la morte dell’amatissima moglie lo prostrò; ma nell’estate del 1880, quando Charles Sprague Sargent — un uomo il cui carattere è stato spesso descritto come difficile — lo invitò ad accompagnarlo nell’esplorazione delle foreste del Pacifico nord‑occidentale, uno dei regni delle conifere che più amava studiare, la sua curiosità si ridestò. Fu una lunga spedizione, che li portò attraverso le Montagne Rocciose fino alla Columbia Britannica e, sulla strada del ritorno, nel deserto di Sonora in Arizona. Nel 1883, l’ultimo viaggio, con suo figlio e la nuora, lo vide nuovamente in Germania. Morì poco dopo il ritorno, il 4 febbraio 1884. Un fiore dell'Ovest per Engelmann Alla scienza lasciava ancora una preziosa eredità: nel 1892 suo figlio, il ginecologo Georg Julius Engelmann, donò all’orto botanico del Missouri l’erbario del padre, che conteneva oltre 97.000 esemplari, insieme ai manoscritti, alle carte e a circa 5000 lettere. Engelmann, un uomo sempre aperto agli altri e alle amicizie, corrispondeva con settanta persone negli Stati Uniti e con novantanove all’estero. Tra di loro figuravano molti dei maggiori botanici del tempo. Anche se non aveva mai voluto essere un protagonista, ma sempre un compagno di viaggio, un facilitatore e un mediatore, gli onori e i riconoscimenti non mancarono. Fu membro, effettivo, corrispondente o onorario, di innumerevoli società scientifiche, tanto negli Stati Uniti quanto in Germania. Anche la Linnean Society lo ammise tra i suoi soci. I riconoscimenti che gli saranno stati senza dubbio più cari furono però le dediche di numerose specie che aveva contribuito a far conoscere con i suoi scritti. Quelle che si fregiano dell’eponimo engelmannii sono più di 180, 44 delle quali oggi accettate; oltre alle due conifere già citate, ricordiamo almeno le cactacee Opuntia engelmannii ed Echinocereus engelmannii. Gli sono stati dedicati anche tre generi Engelmannia, due dei quali ovviamente non validi: Engelmannia Pfeiff., sinonimo di Cuscuta, e Engelmannia Klotzsch, sinonimo di Croton. Quello accettato venne invece dall'amico Gray, che nel 1840 ne propose il nome a Thomas Nuttall per la rivista della American Philosophical Society. Due anni dopo, lo riprese insieme a Torrey in Flora of North America, mantenendo vivo l’omaggio, giusto riconoscimento per una collaborazione tanto fruttuosa. Engelmannia Torr. & A. Gray è un genere monospecifico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da E. peristenia, nativa degli Stati Uniti centro‑meridionali — soprattutto Texas, New Mexico, Oklahoma e Colorado sud‑occidentale — con qualche popolazione isolata negli stati confinanti. È un’alta erbacea perenne che dalla primavera all’inizio dell’estate produce moltissimi fiori simili a margherite, con otto fiori del raggio dorati e 40–50 fiori del disco giallo‑aranciato. Vive in diversi habitat, dalle praterie alle boscaglie di ginepro e alle pinete. Un fiore di semplice bellezza, modesto, ma legato ai luoghi di cui studiò la flora: una dedica che certo fu molto gradita all’ottimo medico e costruttore di ponti George Engelmann. Lo hanno definito un collezionista nato. Fin da ragazzino, Aylmer Bourke Lambert raccoglieva conchiglie e fiori e, adulto, grazie al patrimonio familiare e alla reputazione scientifica - fu tra i soci fondatori della Linnean Society e ne fu vicepresidente per mezzo secolo - creò un erbario e una biblioteca botanica secondi solo a quelli di Banks, suo amico e modello. La collezione si accrebbe con acquisti prestigiosi e con esemplari inviati da tutto il mondo da una vasta rete di corrispondenti. Non erano solo esemplari secchi da conservare nelle pagine di un erbario, ma anche semi che Lambert faceva germogliare nel giardino e nella serra di Boyton nel Wiltshire. Tra queste piante molti pini, o meglio conifere, che divennero le sue preferite: le descrisse e le fece illustrare dai migliori artisti del tempo nella spettacolare A Description of the Genus Pinus. A ricordarlo non è una conifera, ma la proteacea Lambertia. Aylmer Bourke Lambert il collezionista All'inizio dell'Ottocento, le conifere erano ancora un gruppo mal conosciuto. Anche se molte specie sono native dell'Europa e diverse furono descritte dai botanici europei a partire dal Rinascimento, la pionieristica opera cinquecentesca di Pierre Belon De arboribus coniferis, resiniferis, aliis quoque nonnullis sempiterna fronde virentibus (ne ho parlato in questo post) non aveva trovato seguito. Linneo non le riconobbe come categoria distinta; nella prima edizione di Species plantarum ne descrisse tre generi e quindici specie nella classe Monoecia monadelphia (Pinus con dieci specie, Thuja con due, Cupressus con tre) e due generi con undici specie (Juniperus con nove e Taxus con due) nella classe Dioecia monadelphia. Nel suo Gardener's dictionary Miller aggiunse i generi Abies, Larix e Cedrus. Eppure l'interesse per le conifere era vivo; come piante forestali, apprezzate per le costruzioni navali, e come piante ornamentali, soprattutto dopo l'arrivo dalle colonie americane di nuove specie che avevano incominciato a popolare i parchi paesaggistici all'inglese. A colmare la lacuna, più di 250 anni dopo l'operina di Belon, fu il botanico inglese Aylmer Bourke Lambert (1761-1842) con la spettacolare A description of the Genus Pinus. Egli era figlio di Edmund Lambert, proprietario terriero del Wiltshire, e di Bridget Bourke, figlia dell'ottavo visconte Mayo. Educato dapprima da precettori privati a Boyton Manor, la casa di famiglia, dodicenne fu inviato alla Newcome's School di Hackney, un prestigioso istituto privato londinese dove i ragazzi erano avviati anche al teatro. Già allora si distingueva per la passione collezionistica: raccoglieva conchiglie e fogli d’erbario, incoraggiato dal botanico Richard Pultney e dalla duchessa di Portland, che conobbe nel Dorset durante le vacanze presso un fratellastro della madre. Nel 1779 si iscrisse a Oxford, che frequentò per tre anni senza conseguire la laurea. Qui strinse amicizia con Daniel Lysons, futuro topografo e antiquario, e poco dopo entrò in contatto con Joseph Banks e James Edward Smith. Nel 1788 fu tra i soci fondatori della Linnean Society, di cui nel 1794 divenne vicepresidente, carica che mantenne fino alla morte. Era un membro attivo, con comunicazioni di zoologia e botanica poi pubblicate nelle "Transactions". Nel 1791 fu ammesso alla Royal Society, presieduta da Banks, che divenne il suo modello e amico: frequentava regolarmente la sua casa e la sua biblioteca, e basandosi su esemplari di Banks pubblicò nel 1797 il suo primo lavoro indipendente, A Description of the Genus Cinchona, dedicato proprio a lui e alla Linnean Society. Dalla madre Lambert aveva ereditato proprietà in Irlanda e piantagioni in Giamaica, che gli garantirono indipendenza economica e mezzi per coltivare la passione di collezionista. Probabilmente il primo acquisto importante fu parte della collezione della duchessa di Portland, messa all’asta nel 1786. Nel 1802, alla morte del padre, lasciò Salisbury e tornò a Boyton Manor, dove allestì un gabinetto apposito per l’erbario, con armadi a cassettiera per i 50.000 esemplari organizzati secondo il sistema linneano. Vi erano anche un giardino e una serra per acclimatare piante rare. La sua biblioteca era sterminata, e come Banks Lambert apriva erbario e libri agli studiosi, considerandosi più custode e organizzatore del sapere che semplice collezionista. La collezione si accrebbe con acquisti prestigiosi: gli erbari di William Hudson, di lord Bute (con le raccolte svizzere di Laurent Garcin), di Georg Forster con le piante dei mari del Sud, di Henry de Ponthieu con esemplari delle Antille, di John White e George Caley dal Nuovo Galles del Sud, di Franz Sieber da Creta, Egitto e Palestina. Nel 1808 si aggiudicò all’asta l’erbario di Peter Simon Pallas, che comprendeva anche le raccolte della Spedizione dell’Accademia e l’intero erbario di Johann Reinhold Forster. Nel 1816 acquistò da Pavon migliaia di esemplari raccolti da lui e Ruiz in Perù e Cile, e da Sessé e Mociño in Messico: una collezione che per numero raddoppiava quella di Humboldt e Bonpland. Accanto agli acquisti, Lambert ricevette doni e invii da botanici e raccoglitori come Patrick Browne, Robert Brown, Francis Masson, Alexander Anderson, Broussonet, Labillardière, Cavanilles, William Roxburgh e suo figlio John; e da funzionari coloniali come Lord Seaforth, Sir George Staunton e Philip G. King. Particolarmente rilevanti furono le raccolte di Francis Buchanan Hamilton e Nathaniel Wallich, con circa 1500 esemplari dall’India e dal Nepal, che David Don utilizzò per il Prodromus florae nepalensis (1825). Lambert infatti ebbe anche un ruolo di mecenate: sostenne Don e Pursh, che ospitò per permettergli di completare la Flora Americae Septentrionalis; alla sua morte, ne acquistò gli erbari dalla vedova. Negli ultimi anni, per ragioni di salute, si trasferì vicino ai Kew Gardens, continuando a seguire le sue collezioni. La straordinaria importanza del suo erbario emerge dalla nota scritta da Don per il secondo volume di A description of the Genus Pinus: un patrimonio organizzato e accessibile che trasformava piante vive e exsiccata in memoria scientifica condivisa. Un magnifico repertorio di conifere Accanto agli erbari e ai libri, Lambert riceveva anche semi da ogni parte del mondo. Li faceva germogliare nel giardino e nella serra di Boyton Manor, sperimentando l’acclimatazione di specie rare. Tra queste, le conifere divennero presto le sue predilette. Ne piantò molte attorno alla casa, le osservò nel suo e in altri giardini, confrontando le caratteristiche delle diverse specie. Nacque così l’idea di raccogliere in un’opera organica le conoscenze disponibili: non un trattato accademico, ma un libro che unisse descrizione botanica, consigli di coltivazione e attenzione all'importanza economica ed ecologica, corredato da spettacolari tavole illustrate dei migliori artisti del tempo. Così vide la luce A Description of the Genus Pinus, il primo grande repertorio dedicato alle conifere: non inganni infatti il titolo. Lambert seguiva la classificazione di Linneo, che aveva incluso in Pinus specie oggi assegnate ad altri generi della famiglia Pinaceae come Abies, Picea, Cedrus; inoltre vengono trattate anche specie, soprattutto di nuova introduzione, appartenenti ad altri generi e famiglie. Il primo volume, pubblicato in tre parti tra il 1803 e il 1807 e dedicato a Banks, comprende la descrizione dettagliata, la distribuzione geografica e le note di coltivazione di 32 specie di Pinus. A concludere il volume, contributi sugli usi medici e industriali dei prodotti ricavati da questo genere, come le resine, e un’appendice con due nuovi generi (Dombeya, oggi Araucaria, e Dacridion) e due specie di Cupressus. Le 43 tavole, accuratissime, disegnate con precisione scientifica e gusto artistico da Ferdinand Bauer, Dyonisius Ehret e James Sowerby, con i particolari distintivi di rami, aghi, organi florali e coni, sono parte integrante del progetto. Il secondo volume, dedicato a sir R. C. Hoare, uscì nel 1824, con l’aggiunta di diverse specie, quindici tavole e la già citata analisi dell’erbario di Lambert scritta da Don. Erano però gli anni in cui le spedizioni di David Douglas (1824–1834) negli Stati Uniti occidentali stavano rivoluzionando le conoscenze, con la scoperta di numerose nuove specie di conifere. Fu così necessario predisporre una seconda edizione, che incominciò ad uscire nel 1828. Tra le nuove specie qui descritte e introdotte da Douglas, il peccio di Sitka (Picea sitchensis), l’abete nobile (Abies procera), il pino di Ponderosa (Pinus ponderosa), e la specie che volle dedicare a Lambert, il gigante del genere, Pinus lambertiana. Le descrizioni si devono per lo più a David Don, che pubblicò anche Sequoia sempervirens (come Taxodium sempervirens) e Cryptomeria japonica. Stampati in bianco e nero e poi acquerellati a mano, i volumi erano sontuosi in folio dal prezzo proibitivo di 40 ghinee l’uno. Lambert ebbe scarso controllo sull’acquerellatura, affidata dall’editore a vari coloristi: non esistono due copie esattamente uguali, e anche il numero di tavole varia da una tiratura all’altra. Nel 1832 venne così pubblicata una più maneggevole ed economica edizione litografata in quarto, con alcune immagini ridotte, un’appendice sulle conifere della Nuova Zelanda di G. Bennett e una tavola sinottica delle specie, che costituiva anche una prima organizzazione sistematica. Aylmer Bourke Lambert morì ottantenne nel 1842. Lasciava al mondo due preziose eredità: la prima trattazione sistematica delle conifere, che grazie a lui acquisirono definitivamente lo status di gruppo a sé, e un altrettanto favoloso erbario, raccolto con grande spesa e dedizione per impedirne la dispersione. Ma dispersione ci fu dopo la sua morte: messo all’asta e suddiviso in 317 lotti, finì nelle mani di molti acquirenti, e oggi gli esemplari che ne facevano parte sono sparsi in erbari di diverse parti del mondo. Un grande albero e piccoli gioielli australiani Nella nomenclatura botanica sono diverse le specie dedicate a Lambert, grande collezionista ma anche generoso mecenate che metteva a disposizione di tutti le sue raccolte. Il più fastoso di questi omaggi è ovviamente Pinus lambertiana: originario delle zone montane dell’Oregon e della California, con i suoi 60 metri d'altezza — ma se ne conoscono anche esemplari di 80 — è la Pinacea più alta. Douglas ne sentì parlare in termini quasi leggendari dalle sue guide indiane e infine la trovò in Oregon. Era la pianta più alta e maestosa che avesse mai visto. Data l’altezza, era molto difficile raccoglierne le pigne; Douglas, solo con il suo cane, non trovò altra soluzione che farle cadere a fucilate. Era riuscito a procurarsene tre quando arrivò un gruppo di nativi, con i volti dipinti con pitture di guerra, che lo rimproverarono aspramente: era una pianta sacra. Per fortuna Douglas riuscì a calmarli e a convincerli a raccogliere per lui qualche pigna in cambio di tabacco; appena si allontanarono per cercarle, se la diede a gambe. Al suo ritorno in patria, sulle "Transactions" della Linnean Society, la dedica a Lambert — massimo esperto di conifere del suo tempo — fu quasi un atto dovuto. Si deve invece a uno degli amici di sempre, James Edward Smith, fondatore della Linnean Society, la dedica del genere Lambertia, già nel 1798. Smith ne ricordava l’unica opera edita all’epoca: «Ho dedicato questo nuovo genere in onore del mio ottimo amico Aylmer Bourke Lambert, membro della Royal Society e della Linnean Society, autore di un opuscolo su Cinchona.» Anche questa dedica denota ammirazione e rispetto: Smith scelse infatti la bellissima Lambertia formosa, introdotta in Inghilterra da semi spediti nel 1788 dal Nuovo Galles del Sud al vivaio Lee & Kennedy. E se Smith fu laconico, lo è meno Andrews in "The Botanist Repository": «Questo bel genere ha ottenuto il suo nome per volontà del Dr. Smith da Aylmer Bourke Lambert, membro della Royal Society e della Linnean Society; un gentiluomo il cui zelo per l’avanzamento della conoscenza è illimitato, così come i suoi sforzi per rendere la botanica un beneficio universale.» Oggi il genere Lambertia, famiglia Proteaceae, comprende dieci-undici specie di piccoli alberi o arbusti sclerofilli endemici dell'Australia. Il nome comune wild honeysuckle "caprifoglio selvatico" è dovuto ai fiori asimmetrici con lungo tubo fiorale e lobi strettamente arrotolati su se stessi, rossi, aranciati, gialli o giallo-verdastri. L. formosa, con fiori da rosati a rossi, è l'unica specie originaria dell'Australia orientale, dove vive in varie aree del Nuovo Galles del Sud; tutte le altre specie vivono invece nell'Australia sudoccidentale. Alcune furono raccolte per la prima volta da Robert Brown durante la spedizione Flinders. Tutte sono piante di notevole bellezza e meriterebbero una menzione. L. illicifolia ha fiori giallo dorato e foglie che ricordano quelle dell'agrifoglio; L. inermis presenta invece due varietà, una con fiori gialli e l'altra con fiori aranciati; L. orbifolia, caratterizzata da foglie quasi circolari e da fiori rosso-arancio, è invece stata scoperta solo nel 1945 e descritta nel 1964; è presente solo in due aree, in due sottospecie distinte, che crescono l'una nel sottobosco delle foreste di Banksia, l'altro in densi arbusteti di Ericaceae. Qualche informazione in più nella scheda. La somiglianza di Lambertia con il nostro caprifoglio non sta solo nella forma e nei colori vibranti dei fiori; essi sono una preziosa fonte di nettare per le api e gli uccelli nettarivori; oltre ad offrire la loro bellezza, hanno anche un importante ruolo ecologico. Insomma, un omaggio perfetto per il colto e generoso Mr. Lambert. Karl Sigismund Kunth non mise mai piede in Sud America, eppure fu lui a dare la prima forma sistematica alla sua flora, pubblicando con rigore e rara efficacia le raccolte di Humboldt e Bonpland. Nei decenni successivi proseguì con un’opera tassonomica monumentale in cui descrisse e classificò migliaia di specie, consolidando il suo ruolo di pioniere della sistematica moderna. Il suo nome è oggi ricordato da Kuntheria pedunculata, una rara pianta delle foreste australiane. Parigi: alle prese con le raccolte di Humboldt e Bonpland Come ho anticipato in questo post, alla fine a pubblicare le raccolte botaniche della spedizione di Humboldt e Bonpland e a dar loro l’ordine definitivo fu Karl Sigismund Kunth (1788‑1850). Tra i numerosi giovani scienziati che Humboldt sostenne e incoraggiò, egli occupa una posizione particolare, non solo per il lungo periodo trascorso come suo assistente e collaboratore più stretto, ma anche per i legami familiari e scientifici che lo univano a lui. Era infatti nipote di Gottlob Johann Christian Kunth, il pedagogo che aveva contribuito all’educazione dei fratelli Humboldt, e allievo di Carl Ludwig Willdenow, maestro di Alexander e figura di riferimento della botanica berlinese. Sempre più insoddisfatto della lentezza e della dispersione di Bonpland, aggravate dal suo incarico alla Malmaison, Humboldt cercava un botanico dotato di precisione metodica ed efficienza operativa, capace di trasformare le raccolte americane in un corpus scientifico coerente. Fu proprio grazie a Willdenow e allo zio Gottlob Johann Christian Kunth che incontrò il giovane Karl Sigismund, allora venticinquenne. Trasferitosi a Berlino nel 1806 per difficoltà familiari, aveva dovuto interrompere gli studi a Lipsia e lavorava alla Banca di Stato, ma approfittava di ogni occasione per colmare le lacune della sua formazione. Sotto la guida di Willdenow si avvicinò alla botanica e nel 1813 pubblicò la sua prima opera, una flora di Berlino. Quello stesso anno accettò la proposta di Humboldt di trasferirsi a Parigi come suo assistente, con l’incarico di occuparsi della pubblicazione sistematica delle raccolte americane. Come ha osservato Hans Walter Lack, “solo ora – nove anni dopo il ritorno di Humboldt e Bonpland a Parigi – iniziò la registrazione metodica dei risultati della spedizione, e il lavoro svolto da Kunth è ancora oggi considerato ammirevole e di straordinaria importanza.” Per procedere, tuttavia, erano indispensabili i diari di campo (Journal de botanique), in cui Humboldt e Bonpland avevano annotato le descrizioni dal vivo delle piante (numerate da 1 a 4528). Uno dei primi, sgradevoli, compiti di Kunth fu dunque recarsi a Le Havre per convincere Bonpland a consegnargli i diari, evitando che li portasse con sé in Sud America. Parigi, all’epoca una delle capitali della botanica, offriva a Kunth un ambiente ideale: condivideva l’appartamento con Humboldt, aveva accesso alle collezioni del Jardin des Plantes e del Muséum d’Histoire naturelle, arricchite dalle raccolte donate dallo stesso Humboldt, e alla grande collezione provata del barone Delessert; poté giovarsi dei contatti con botanici come Antoine Laurent de Jussieu e Louis Claude Marie Richard. Un viaggio a Londra lo mise in contatto con Robert Brown e gli aprì le porte delle collezioni prima di Banks poi del British Museum. Nei nove anni dal 1816 al 1825 riuscì a completare i sette volumi di Nova Genera et Species Plantarum, curandone la regolare pubblicazione e realizzando persino i disegni analiti delle parti florali su cui Pierre Jean François Turpin basò le 700 incisioni. L'opera comprende 4500 specie, circa 3600 delle quali descritte per la prima volta, organizzate in famiglie naturali: un risultato straordinario ottenuto in tempi eccezionalmente rapidi, che segna non solo uno dei primi grandi traguardi della sistematica, ma anche la vera fondazione dello studio della flora sudamericana. Kunth è stato descritto come il classico botanico da scrivania: utilizzava una lente montata su supporto per mantenere le mani libere, selezionava i campioni con rigore quasi ossessivo e mostrava una capacità di lavoro inesauribile. Oltre a portare a termine la sua opera principale, avviò anche Mimoses et autres plantes Légumineuses du Nouveau Continent e Synopsis plantarum. Era ormai un membro riconosciuto della botanica internazionale: nel 1818 divenne membro corrispondente dell'Accademia delle scienze di Parigi, dal 1822 fu accolta nella Leopoldina, dal 1826 nell'Accademia di Gottinga. Per i suoi meriti botanici, gli venne anche conferita la legion d'onore. Berlino: il tassonomista che ordinò la natura Nel 1827 Humboldt tornò a Berlino e Kunth lo seguì due anni dopo. Fu nominato professore ordinario di botanica all'Università di Berlino e vicedirettore dell'orto botanico, nonché membro dell'Accademia delle scienze di Berlino. All'epoca, Humboldt sognava di esplorare la flora dell'Himalaya ed era in trattative con la Compagnia inglese delle Indie per ottenere i necessari permessi; in quel viaggio, pensava, Kunth avrebbe potuto essere il suo compagno. Così lo mandò Svizzera a studiare la flora delle Alpi. I permessi non arrivarono e il viaggio non avvenne mai, ma la puntata in Svizzera - l'unica ampia esplorazione sul campo del nostro botanico da scrivania - fu utile a Kunth per una migliore comprensione degli ecosistemi alpini. La sua vita si divideva tra le lezioni, le conferenze, lo studio e la preparazione di numerose pubblicazioni. Nel 1831 per i suoi studenti pubblicò un manuale di botanica, nel 1833 completò una monografia sulle graminacee sudamericane, iniziata a Parigi, e avviò la pubblicazione di Enumeratio plantarum omnium hucusque cognitarum, secundum familias naturales disposita, che lo avrebbe impegnato fino alla fine dei suoi giorni. L’opera fu concepita come una grande sintesi delle piante conosciute, ordinate secondo famiglie naturali. Si trattava di un progetto ambizioso, portato avanti in solitudine e rimasto incompiuto a causa della sua morte. Comprende anche centinaia di descrizioni di nuove piante, frutto delle sue esplorazioni personali, dei materiali inviati da corrispondenti e amici, e soprattutto delle osservazioni condotte nell’orto botanico di Berlino. Il valore dell’opera è confermato dal fatto che numerosi generi e specie da lui istituiti sono tuttora considerati validi. Purtroppo gli ultimi anni di questo instancabile botanico furono segnati da sofferenze crescenti. Intorno ai cinquant’anni cominciò a patire dolori reumatici sempre più tormentosi, che finirono per limitarne i movimenti. Nel 1845 pensò di recarsi a Salisburgo per tentare una cura termale, ma la malattia lo costrinse a fermarsi a Monaco di Baviera. Alle difficoltà fisiche si aggiunsero quelle interiori: una depressione sempre più profonda che nel 1850 pose tragicamente fine alla sua vita. Nel suo epitaffio, Humboldt espresse il dolore e il rimpianto per la perdita dell’amico di “35 anni di comunanza di ideali e di aspirazioni” e riconobbe pienamente l’importanza del suo contributo: “gli devo gran parte del favore e dell’attenzione che il pubblico ha dedicato così abbondantemente e costantemente alle ricerche botaniche nella zona equinoziale mie e di Bonpland”. I viaggi e le avventure sono la parte della botanica che più ci affascina, ma sono i botanici da scrivania come Kunth a dare ordine ai risultati e a far progredire le conoscenze. Un ultimo lascito alla scienza fu l'erbario - con circa 60.000 esemplari di 44.500 era uno dei maggiori posseduti da un privato - che alla sua morte passò al Museo botanico di Berlino, di cui all'epoca andò a costituire il fondo più ricco. Kuntheria: una dedica tardiva venuta da lontano Qualche cifra ci dà un'idea della vastità del lavoro di Kunth: l'International Plant Names Index gli assegna la pubblicazione di 7047 nomi di specie o generi; secondo Plants of the World on line, il data base di Kew, i generi da lui istituiti sono 244, 121 dei quali accettati: una notevole percentuale, a un secolo e mezzo di distanza, che ce ne conferma la qualità. Non gli spiaceva dedicare i suoi generi a colleghi, come modo per esprimere la sua stima e il riconoscimento per il loro contributo scientifico; tra gli altri, Chamissoa, per il "collega" berlinese Adalbert von Chamisso oppure Guilleminea, Perrottetia, Gaylussacia, Brongniartia e molti altri per i vecchi amici del Jardin des Plantes. Fu ricambiato con la dedica di due generi Kunthia. Il primo omaggio, quasi obbligato, venne da Bompland (e indirettamente da Humboldt) che nel 1813 nel secondo volume di Plantes équinoxiales istituì Kunthia, Arecaceae (oggi sinonimo di Camaedorea). Fu invece un altro botanico tedesco che condivideva i suoi interessi tassonomici, August Wilhelm Dennstedt, a dedicargli nel 1818 il secondo Kunthia, Burseraceae, oggi sinonimo di Gariga. Anche Kunth, dunque, rischiava di unirsi alla lunga schiera di botanici rimasti privi di un genere valido. A rimediare, quasi due secoli dopo, pensarono nel 1987 i botanici australiani J. G. Conran e H. T. Clifford con la dedica di Kuntheria. All'epoca era attribuito alla famiglia Liliaceae, e proprio a ciò fa riferimento la laconica dedica: "Nominato in onore del botanico tedesco Carl Sigismund Kunth (1788–1850) che lavorò su molte Liliaceae". Oggi trasferito alla famiglia Colchicaceae, Kuntheria è un genere monotipico rappresentato unicamente da K. pedunculata, una specie endemica delle foreste pluviali del Queensland nord‑orientale, dove cresce nel sottobosco in poche località. Si tratta di un arbusto rizomatoso alto fino a due metri, con molti tronchi glabri ed eretti e rami che crescono a zig zig. Ha foglie distiche percorse da nervature parallele e reticolate, piccoli fiori a stella giallo-aranciato raccolti in ombrelle e frutti capsulari trilobati. E' affine al genere Schelhammera; infatti fu inizialmente descritta nel 1891 da Ferdinand von Müller come Schelhammera pedunculata. Anche se al momento è ancora poco coltivata, ha un grande potenziale come pianta ornamentale, sia per contenitori sia in giardini dal clima mite in posizione ombrosa e protetta. Dopo aver condiviso con Humboldt uno dei viaggi scientifici più celebri dell’età moderna, Bonpland avrebbe potuto vivere di gloria riflessa, limitandosi a collaborare in seconda fila alla monumentale pubblicazione dei risultati. Invece, scelse altre strade. Accettò l’invito di Joséphine de Beauharnais di dirigere i giardini della Malmaison, dove coltivò e classificò specie esotiche con la stessa passione con cui le aveva raccolte. Ma fu il richiamo del Sud America a segnare davvero la sua vita: un ritorno che, da volontario esilio, si trasformò in scelta definitiva. Tra Argentina, Paraguay e Brasile, Bonpland visse da scienziato, medico, agronomo, e persino prigioniero politico. L'amicizia con Humboldt non cessò mai, anche se ora continuava solo per corrispondenza. Si spensero quasi contemporaneamente. A Buenos Aires, accanto alla via dedicata all'amico di sempre, una strada ricorda anche Bonpland, così come due città argentine, un cratere lunare e il genere Bonplandia (Polemoniaceae). Francia, America spagnola, Francia Aimé Bonpland non è stato solo il compagno di viaggio di Humboldt, o ancor meno la sua spalla. Era un promettente botanico già prima di conoscerlo e, soprattutto, dopo quel viaggio fece scelte autonome che lo resero protagonista di un'avventura tutta per sé. Nato a La Rochelle, figlio di un chirurgo e discendente di una famiglia di farmacisti, il suo vero nome era Aimé Jacques Alexandre Goujaud, ma diversi membri della famiglia avevano adottato il soprannome Bonpland. Si racconta che, mentre sorvegliava l'impianto di una vigna, il nonno fosse stato avvertito della nascita del secondogenito ed esclamasse: «Dio sia lodato! C’est bon plant (= è una buona pianta)». Infondato, invece, l’aneddoto secondo cui il nome gli sarebbe stato attribuito dal padre vedendolo coltivare con passione le piante del suo giardino. Verso il 1790, il diciassettenne Aimé lasciò La Rochelle per raggiungere a Parigi il fratello maggiore Michel, che studiava medicina. Insieme seguirono corsi di anatomia e frequentarono assiduamente il Jardin des Plantes e le lezioni di botanica di Lamarck, Jussieu e Desfontaines. Nel 1794 i fratelli Goujaud-Bonpland si arruolarono come medici militari: Michel nell'esercito, Aimé in marina, lavorando prima nell'ospedale di Rochefort e poi a Tolone. Dopo un anno, terminato il servizio militare, Aimé tornò a Parigi e si laureò in medicina nel 1797. I suoi talenti di botanico attirarono l'attenzione dei professori, in particolare di André Thouin, da cui apprese le tecniche di acclimatazione delle piante esotiche. Così, quando il Direttorio cominciò a progettare una spedizione intorno al mondo diretta dal vecchio ammiraglio Bougainville, Bonpland fu designato come naturalista. Era al colmo dell'eccitazione per quel viaggio da sogno quando incontrò Alexander von Humboldt: fu l'incontro di due anime gemelle per passioni, progetti e ideali di vita. Poi, come ho raccontato in questo post, i progetti del Direttorio cambiarono: a Bougainville succedette Baudin, alla seconda circumnavigazione del globo una spedizione nelle Terre australi; i tempi si dilatarono, e gli impazienti Humboldt e Bonpland andarono alla ricerca dell'avventura nell'America spagnola. In quell'epico viaggio, il ruolo di Bonpland – amico e segretario – non fu per nulla quello di una spalla irrilevante. Intrepido, seguì Humboldt in tutte le avventure, anche le più rischiose, ma soprattutto diede un rilevantissimo contributo scientifico. Come già sottolineava suo fratello Wilhelm, il vero genio di Humboldt, naturalista a 360 gradi, era connettere le conoscenze in una visione d'insieme; Bonpland, invece, era soprattutto un botanico, e fu lui a fare il grosso delle raccolte: alla fine, il bottino ammontò a 60.000 esemplari e a 6.000 specie ignote alla scienza. Già durante il viaggio, scrisse dal vivo un numero impressionante di descrizioni di queste nuove specie. Dopo cinque anni, il 3 agosto 1804 i due amici erano di ritorno in Francia. Aimé andò a La Rochelle per ritrovare la famiglia, mentre Alexander proseguì per Parigi e poi per Berlino a raccogliere i primi frutti della sua gloria. Quando si riunirono a Parigi, iniziò l'immane lavoro della pubblicazione dei risultati della spedizione. Humboldt redigeva le parti di geografia, astronomia, zoologia, mentre a Bonpland spettava il compito di classificare e pubblicare le piante, i cui esemplari era stati donati al Muséum d'histoire naturelle. La sua speranza di ricevere una posizione ufficiale in questa istituzione andò però delusa, e, mentre l'amico diventava il leone dei salotti, si accorse di preferire di gran lunga il lavoro sul campo a quello alla scrivania. Così, anche se tutti i volumi di Voyage aux régions équinotiales du Nouveau Continent e di Nova genera et species plantarum usciranno sempre con i due nomi affiancati - "par Humboldt et Bonpland", in quest'ordine - e l'amicizia non verrà mai meno, non mancarono gli screzi. Humbold (le cui capacità di lavoro erano letteralmente sovrumane) trovava che Bonpland impiegasse troppo tempo a trasformare le sue note manoscritte in testi pronti per la stampa: una volta, quando in otto mesi l'amico scrisse solo dieci descrizioni, commentò infastidito: "A qualsiasi altro botanico sarebbero bastate due settimane!". Così premeva affinché almeno i doppioni fossero inviati a Berlino, per essere pubblicati dal suo maestro Willdenow. Bonpland tergiversò, ma alla fine, nel 1807, numerosi esemplari presero la via della capitale prussiana. Dal 1813, anche quelli rimasti a Parigi furono affidati definitivamente al botanico tedesco Karl Sigismund Kunth, al quale passò la redazione finale. Bonpland soffriva certamente per la sua posizione, anche finanziariamente incerta. Così, nel 1808, quando l’imperatrice Giuseppina gli chiese di succedere a Ventenat come botanico e curatore dei giardini della Malmaison (e più tardi anche di Navarre), accettò. Come abbiamo visto in questo post, l’imperatrice era una grande appassionata di piante e, nel giardino e nella grande serra, faceva coltivare specie rare, incluse quelle australiane giunte in seguito alla spedizione Baudin. Nel nuovo ruolo di intendente, Bonpland dimostrò notevoli capacità manageriali e viaggiò spesso in tutta Europa alla ricerca di nuove piante. Nel 1813 pubblicò la descrizione delle piante rare coltivate nel giardino, con illustrazioni di Redouté (Description des plantes rares cultivées à Malmaison et à Navarre). Viaggio di sola andata in Sud America La caduta di Napoleone, seguita quasi immediatamente dalla morte della sua protettrice, fu uno choc tale che Bonpland decise di lasciare l’Europa. Sia lui sia Humboldt avevano mantenuto molti contatti con il Sud America e a Parigi avevano conosciuto Simón Bolívar. In un primo momento Bonpland pensò di accettare l’offerta di quest’ultimo di trasferirsi in Venezuela. Ma, contattato da Bernardino Rivadavia – allora in missione diplomatica in Europa – optò per Buenos Aires, dove gli era stata offerta una cattedra di scienze naturali alla facoltà di medicina. Portando con sé strumenti scientifici e materiali per creare un orto botanico e un museo di scienze naturali, arrivò a Buenos Aires il 26 novembre 1816. Nel 1817 fu ammesso all’Accademia delle scienze di Parigi come membro corrispondente; negli anni successivi, avrebbe inviato al Muséum molti esemplari botanici, zoologici e mineralogici. Il governo delle Province Unite del Río de la Plata lo accolse con favore, ma la situazione politica – con la guerra d’indipendenza in corso – era altamente instabile, e i suoi progetti dovettero essere ridimensionati. Per tre anni visse a Buenos Aires, lavorando come medico e insegnando scienze naturali al Consulado de Comercio e Materia medica all’Instituto Médico. Desideroso di riprendere le ricerche sul campo, nel 1820 si trasferì nella provincia di Corrientes, punto di partenza di numerose spedizioni verso il nord del paese e lungo la costa, in alcune delle quali fu accompagnato dal pittore Pierre Benoît. Nel 1821 fondò una tenuta agricola a Santa Ana – oggi nella provincia di Misiones, allora territorio di frontiera conteso tra Argentina e Paraguay – dove coltivava piante medicinali e officinali. Avendo scoperto il meccanismo di riproduzione del mate (Ilex paraguariensis), iniziò a coltivarlo e commercializzarlo. Poiché la colonia era stata creata senza il permesso del governo paraguaiano, che deteneva il monopolio del mate, queste attività irritarono il Dictador Supremo del Paraguay, José Gaspar Rodríguez de Francia, che ordinò la distruzione della colonia e l’arresto di Bonpland. Nella notte del 21 dicembre 1821, una forza di 500 soldati paraguayani fece irruzione nella colonia, uccise diversi contadini, incendiò gli edifici e i campi e catturò Bonpland, che, ferito, venne portato via in catene. Fu confinato a Santa María (oggi nel dipartimento di Misiones, Paraguay) in residenza sorvegliata. Qui assistette come medico gli indigeni guaraní, aprì un ospedale e arrotondò le entrate con l’allevamento del bestiame e attività come una pasticceria, una bottega di falegname e una distilleria. I guaraní lo chiamavano karai arandu, “signore intelligente”, per la sua conoscenza della medicina e delle piante. La sua detenzione si protrasse per dieci anni, fino al 1831, nonostante le numerose pressioni in suo favore. Per la sua liberazione intervenne lo stesso Bolívar, che minacciò di invadere il Paraguay se il “suo medico” non fosse stato rilasciato. Una volta liberato, Bonpland riprese le sue attività e le ricerche botaniche, continuando a percorrere il territorio di frontiera tra Brasile, Argentina e Uruguay. Si stabilì dapprima a São Borja, in Brasile, poi nella provincia di Corrientes, e infine, dal 1838, definitivamente a Santa Ana (dipartimento di Corrientes). Nel 1835 inviò al Museo di scienze naturali di Parigi 25 casse con le sue raccolte. Si sposò con la figlia di un capo guaraní, da cui ebbe un figlio e una figlia, e continuò a esercitare come medico, imprenditore e scienziato. Nel 1854, ormai ottantenne, ricevette il titolo – forse ormai quasi onorifico – di "Director del Museo de la Provincia de Corrientes." A Santa Ana trascorse gli ultimi anni della sua vita e morì l’11 maggio 1858. In suo onore, la municipalità decise di cambiare nome alla località, che da quel momento venne ribattezzata Bonpland. Anche la prima Santa Ana, quella del dipartimento di Misiones dove aveva fondato la sua colonia agricola, oggi si chiama Bonpland. Omaggi botanici (e non solo) Così si concluse il lungo viaggio di Aimé Goujaud detto Bonpland, iniziato alla Rochelle e terminato in Corrientes, Argentina. A ricordarlo, oltre alle due località argentine, un fiume, un picco delle Ande venezuelane - che però non scalò mai - in Argentina ci sono parchi, musei, strade. A Santa Maria lo commemorano una via, una scuola e la casa-museo dove fu confinato per dieci anni. La scienza gli ha dedicato un cratere lunare, il genere di funghi ascomiceti Banplandiella, diverse decine di specie botaniche con l'eponimo bonplandii, bonplandianus e due generi Bonplandia: Bonplandia (Polemoniaceae), istituito da Cavanilles nell'1800, e Bonplandia (Rutaceae), da Willdenow nel 1804. Per la regola della priorità a essere valido è il primo. Senza dimenticare il periodico "Bonplandia", organo dell'Instituto de Botánica del Nordeste, Corrientes, giusto e duraturo omaggio a colui che fondò la ricerca botanica in quell'area dell'Argentina. A lungo dimenticato, o almeno oscurato dall’immensa personalità di Humboldt, Bonpland è oggi oggetto di una riscoperta soprattutto in Sudamerica. Nel 2023, in occasione dei 250 anni dalla nascita, gli è stato dedicato un convegno congiunto sia nella città natale La Rochelle sia in Argentina, accompagnato da una mostra virtuale visitabile a questo indirizzo. La dedica di Cavanilles risale al periodo in cui Bonpland e Humboldt frequentavano a Madrid gli ambienti dei botanici spagnoli, in attesa dell’udienza reale e del passaporto per l’America. Lo cita come semplice accompagnatore del suo più importante amico – non ancora celebre ma pur sempre barone – e come diligente allievo di illustri maestri, trascrivendone il cognome ad orecchio: «Ho dedicato questo genere al giovane cittadino A. Goujou [sic!] Bonpland che accompagna come botanico il barone von Humboldt, dopo aver seguito con applicazione e frutto i professori Jussieu e Desfontaines». Cavanilles scelse una pianticella della famiglia Polemoniaceae raccolta in Messico da Née e la battezzò Bonplandia geminiflora. A lungo rimase l'unica specie riconosciuta, finché all'inizio del Novecento si aggiunse B. linearis, però oggi spesso considerata una sua variante, riducendo nuovamente il genere a monotipico. Questa specie, nota con il nome volgare hierba del toro, è infatti molto variabile. Anche se in alcuni repertori è considerata un arbusto, è per lo più annuale, ma nel corso della stagione può raggiungere i due metri d'altezza e tende a lignificare alla base. Ha fusti esili molto ramificati, densamente coperti di peli ghiandolosi-viscosi, e foglie opposte e picciolate dalla forma molto variabile. I fiori, prodotti all'ascella fogliare, sono riuniti in coppia; hanno tubo quasi sempre bianco e corolla con cinque lobi, da azzurri a viola, da oblunghi a oblanceolati, i due superiori in genere più grandi dei tre inferiori, quello centrale lievemente arretrato: per la forma e il colore, possono ricordare una violetta. Il frutto è una capsula. Diffuso dal Messico al Guatemala, cresce soprattutto nelle comunità secondarie derivate da boschi caducifogli tropicali, inclusi ambienti rupicoli e ruderali. In alcune comunità è utilizzata per curare piccole ferite cutanee. L'unica parte edita del grande progetto dell'Accademia delle scienze francese di una storia generale delle piante che coniughi descrizioni accurate, illustrazioni dal vero, ricerche fisiologiche e chimiche, esce nel 1676 sotto forma di una memoria con 40 piante descritte da Marchant e un'ampia introduzione di Dodart, che ne espone con chiarezza i principi teorici. Medico giansenista diviso tra nobili pazienti e attenzione ai più poveri, non si adonterà troppo quando l'ambizioso programma verrà abbandonato. Al di là delle diverse posizioni scientifiche, Tournefort gli dimostrerà la sua stima con la dedica del genere Dodartia. Medico della nobiltà e dei poveri Come ho anticipato in questo post, nel 1676 l'Accademia francese delle scienze pubblicò Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes, preludio alla futura Histoire des Plantes, ma di fatto l'unico esito di quell'impresa destinata ad essere abbandonata. A scrivere l'ampia prefazione, intitolata Projet de l'Histoire des plantes, fu il medico e botanico Denis Dodart (1634-1707) che almeno per qualche anno sembrò dare nuovo slancio all'iniziativa. Figlio di un notaio parigino e cresciuto in un ambiente borghese, Dodart aveva ricevuto un'eccellente educazione, che oltre alle lingue classiche comprendeva anche il disegno e la musica. Secondo la tradizione familiare (anche la madre veniva da una famiglia di legali), iniziò gli studi di legge, ma poi passò a medicina. Nel 1660 conseguì il dottorato, mettendosi in luce per l'erudizione, l'eloquenza e l'apertura mentale. Guy Patin, il decano della facoltà, celebre per la sua lingua tagliente, in una lettera ne parla così: "Oggi abbiamo dato la licenza a sette baccellieri, il più fecondo si chiama Dodart, di 25 anni, è uno degli uomini più saggi e sapienti di questo secolo. Questo giovanotto è un prodigio di saggezza e sapienza, monstrum sine vitio". E in un'altra lettera: "Il nostro licenziato [...] è un ragazzone molto saggio, molto modesto, che conosce a memoria Ippocrate, Galeno, Aristotele, Cicerone, Seneca e Fernel. E' un ragazzo incomparabile, non ha ancora 26 anni ma la facoltà gli ha fatto grazia dei pochi mesi che gli mancavano vista la buona opinione che ce ne eravano fatti". Oltre che per l'erudizione e la competenza, si distingueva per l'assennatezza e la devozione, un insieme di virtù che attirarono l'attenzione della duchessa di Longueville, sorella del gran Condé, che lo scelse come medico personale. Grazie al suo favore, Dodart divenne medico dell'alta nobiltà, legandosi in particolare alle famiglie Condé e Conti di cui avrebbe curato i membri per tre generazioni. Dopo una vita burrascosa dedita agli amori e alla politica, la nobildonna era divenuta molto pia e si era ritirata a vivere nei pressi dell'Abbazia di Port Royal. Per suo tramite, il giovane medico conobbe quell'ambiente di religiosi e laici penitenti, divenne amico di molti di essi - tra i quali Jean Racine che lo cita spesso nella sua corrispondenza -. ne adottò il rigorismo morale e, oltre che medico dei ricchi, divenne medico dei poveri, che curava gratuitamente e soccorreva con la sua carità. Nel 1666 fu nominato professore di farmacia; nel 1672, su proposta di Condé. divenne consigliere medico reale. Incominciava anche a farsi conoscere con qualche scritto di medicina e botanica e nel 1673, su proposta di Colbert, fu ammesso all'Accademia delle scienze come secondo botanico. Da quel momento presentò all'Accademia una serie di memorie di argomento vario, ma accomunate da un approccio sperimentale. Utilizzando se stesso come oggetto di osservazione e servendosi di strumenti per misurare le variazioni quantitative, studiò la traspirazione e gli effetti della dieta sul peso; fu tra i primi a collegare l'ergotismo (fuoco di sant'Antonio) con la segale cornuta. Raccolse anche dati e statistiche sui rimedi e i farmaci usati per curare i poveri, poi confluiti nel libro Médecine des pauvres (1692). Appassionato di musica, di cui progettava di scrivere una storia, studiò i meccanismi della voce umana, sottolineando il ruolo fondamentale delle corde vocali. Come botanico, studiò la circolazione della linfa, l'influsso della gravità sullo sviluppo delle radici e sulla riproduzione. Descrisse inoltre un certo numero di piante, soprattutto introdotte dal Canada. Tra di esse, un'angelica canadese a fiori gialli (Angelica acadensis flore luteo), descritta nel 1666 in una memoria sul miele e le api; l'anno dopo, certamente non a caso, avrebbe chiamato la sua unica figlia Marguerite-Angelique. Il suo più importante contributo alla botanica è però la già citata introduzione a Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes. Il testo inizia con una breve avvertenza in cui Dodart insiste sul carattere collettivo dell'opera: tutti gli accademici hanno contribuito, almeno con pareri, ed essa è il risultato "delle proposte, delle esperienze e delle riflessioni di diversi membri di questa assemblea". Segue il primo capitolo, "De la description des plantes", in cui Dodart fissa le regole da seguire nelle descrizioni: senza cadere in eccessi, bisogna che "ogni pianta sia descritta in modo tale che sia impossibile confonderla con nessuna né di quelle che sono già state scoperte né di quelle che si potrà scoprire [in futuro]". Le descrizioni non potranno essere corte, e per studiare le strutture potrà essere necessario l'uso del microscopio. Le descrizioni, però, per precise che siano, non possono sostituire le illustrazioni, Ad esse Dodart dedica il secondo capitolo, "Des figures des plantes". Le dimensioni delle tavole devono essere le più grandi possibili, in modo da rappresentare le piante a grandezza naturale; le specie più piccole e i particolari devono essere disegnati "come si vedono al microscopio"; le piante poi devono essere ritratte dal vero, nel loro ambiente naturale "cioè ancora nella terra da dove sono nate". Di fatto, Dodart esprime a posteriori il metodo a cui Nicolas Robin si atteneva fin da quando lavorava per il duca d'Orlèans; e indubbiamente la maggiore riuscita dell'Histoire des Plantes sta proprio nella bellezza e nella precisione delle tavole, che apriranno la strada alla perfezione scientifica dei disegni di Aubriet, che di Robin fu allievo e successore come "pittore del re". Il terzo capitolo, "De la culture des plantes", è essenzialmente una dichiarazione d'intenti: Dodart auspica che la futura storia della piante includa osservazioni e esperienze sulla germinazione, la crescita, l'acclimatazione e il miglioramento di numerose specie. Il quarto capitolo, "Des vertues des plantes" è il più ampio (oltre quaranta pagine su una cinquantina totali); analizza la questione che più stava a cuore all'Accademia, la verifica delle virtù medicinali delle piante attraverso l'analisi chimica; questo approccio, tuttavia, si rivelò anche il maggior fallimento dell'Histoire des Plantes: le analisi di Bourdelin, pur portate avanti per anni, non approdarono a nulla e non furono mai pubblicate. L'ultimo capitolo, infine, "Mémoires que la Compagnie doit donner au public sur l'Histoire des Plantes", è una sintesi del progetti editoriali futuri; progetti che, come sappiamo, non vennero mai realizzati, o almeno non si tradussero in alcuna ulteriore pubblicazione. Lo stesso Dodart, tra il 1680 e il 1681 fu attivamente impegnato nella scrittura di una ipotetica seconda parte, dedicata alle piante alimentari native, "il coriandolo, la lattuga, la cicoria selvatica e coltivata, il crescione". Aveva già messo insieme un volume di adeguate dimensioni quando, rientrando a Parigi con il manoscritto pronto per la stampa, fu derubato da un gruppo di banditi di strada, Dovette riscrivere tutto da capo, ma anche il suo lavoro non fu né completato né pubblicato. Con la morte di Colbert (1684) vennero meno sia lo slancio sia i finanziamenti. Così, quando nel 1694 l'Histoire Naturelle viene defintivamente accantonata, Dodart si rassegnò senza troppi rimpianti. Del resto, ora era molto impegnato come medico. La sua vicinanza a Port Royal non era vista di buon occhio dal re Sole, che più volte pensò di cacciarlo dalla corte. Ma i suoi modi irreprensibili, la competenza professionale e soprattutto la protezione di Mme de Mantenon lo impedirono, tanto che nel 1698 divenne medico di corte con una pensione di 1000 scudi e medico della scuola di Saint-Cyr. Faceva la spola tra Parigi, Versailles e Fontainebleau e continuava a dividersi tra i clienti altolocati - era il primo medico della principessa vedova di Conti e dei suoi figli - e l'assistenza ai poveri, con i quali poteva persino essere confuso. Magrissimo, quasi calvo e senza parrucca, con abiti modestissimi, un giorno mentre si trovava in una chiesa fu scambiato da una nobildonna che lo conosceva per un "povero vergognoso" (come venivano chiamate le persone di buona famiglia cadute in povertà che si vergognavano di mendicare). E fu proprio il suo spirito di carità a portarlo alla morte: nel 1707, settantreenne, curando alcuni dei suoi pazienti più poveri prese freddo, contrasse la polmonite e ne morì nell'arco di dieci giorni. Dopo la sua morte, la principessa di Conti prese come medico suo figlio Jean-Baptiste Dodart. Avrebbe fatto una carriera anche più brillante di quella paterna, divenendo primo medico di Luigi XV. Un omaggio dal Levante Come il suo amico e successore all'Accademia delle scienze Louis Morin, Denis Dodart deve il suo ingresso tra i dedicatari di un genere di piante a Joseph Pitton de Tournefort, che aveva grande stima della sua figura morale. In Relation d'un Voyage du Levant leggiamo: "Quel giorno avemmo il piacere di stabilire un nuovo genere di piante e gli imponemmo il nome di uno degli uomini più sapienti di questo secolo, ugualmente stimato per la modestia e la purezza dei costumi. E' quello di M. Dodart dell'Accademia reale delle scienze, medico di sua altezza la principessa vedova di Conti". Validato da Linneo, Dodartia (famiglia Mazaceae) è un genere monospecifico, rappresentato unicamente da D. orientalis, un'erbacea perenne diffusa dall'Ucraina e dalla Russia alla Cina settentrionale attraverso l'Anatolia, il Caucaso e l'Asia centrale, principalmente in ambienti aridi. Cresce anche come infestante dei campi. Alta da 25 a 40 cm, è dotata di un grosso rizoma carnoso da cui emergono numerosi steli ramificati, con foglie piatte, molto spaziate tra loro, quelle inferiori opposte e ovate, quelle superiori alternate e lanceolate. I fiori, raccolti da 3 a 8 in racemi laschi, hanno corolla viola tubolare, asimmetrica, con quattro lobi: quelli laterali quasi orbicolari, quello mediano ligulato, quello superiore bilobato e eretto. I frutti sono capsule con apice apiculato che contengono numerosi semi neri. Nella medicina tradizionale cinese questa specie è stata usata per trattare bronchite, rinite allergica e orticaria. Tra il 1799 e il 1804, insieme all'amico-segretario Aimé Bonpland, il naturalista tedesco Alexander von Humboldt percorse per cinque anni l'America spagnola in uno dei più memoriabili viaggi naturalistici di tutti i tempi; allo stesso tempo mineralogista, geologo, geografo, zoologo, botanico, economista, etnografo, antropologo, fece scoperte geografiche come il canale naturale che unisce i bacini nell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni e la corrente di Humboldt, esplorò la foresta tropicale e i paesaggi andini, scalò vulcani, registrò e mise in connessione masse di dati con rigoroso metodo scientifico, raccolse migliaia di esemplari di minerali, animali, piante. Con il suo viaggio e i suoi libri, che si estendono per più di trenta volumi, fondò la biogeografia, la scienza del clima e gettò le basi dell'ecologia. Tra tanti lasciti straordinari, il più importante è una nuova concezione della natura, vista come un sistema vivo in cui ogni elemento è interconnesso. Incalcolabile anche la sua influenza sugli scienziati che vennero dopo di lui, primo tra tutti Charles Darwin. Lo ricordano i nomi di centinaia di specie e il genere Humboldtia. Anni di apprendistato Il 22 giugno 1802 tre giovani amici, un tedesco, un francese e un equadoregno, raggiungono il villaggio di Calpi, ai piedi del Chimborazo, all'epoca creduto la montagna più alta del mondo. Il giorno dopo ne intraprenderanno la scalata. Sono Alexander von Humboldt (1769-1859), Aimé Bonpland e Carlos Montúfar. Quell'ascensione segnerà il momento culminante del viaggio di Humboldt in America, ne farà lo scienziato più famoso del suo tempo e da diversi punti di vista cambierà per sempre la sua (e la nostra) concezione della natura. Humboldt nacque in una ricca famiglia della nobiltà prussiana, e insieme al fratello Wilhelm cui era legatissimo - aveva appena due anni più di lui - fu educato da precettori privati nella tenuta di famiglia a Tegel, alla periferia di Berlino. La vocazione naturalistica nacque prestissimo: bambino, raccoglieva e collezionava piante, insetti, conchiglie, guadagnandosi il soprannome di "piccolo farmacista". Quando Wilhelm aveva dodici anni e Alexander dieci, il padre Alexander Georg von Humboldt morì; dell'educazione dei figli da quel momento si occupò la madre, Marie Elisabeth von Colomb; spesso giudicata emotivamente fredda e distaccata, garantì però ai figli ottimi insegnanti che aprirono loro le porte del mondo intellettuale berlinese. Tra di essi Carl Ludwig Willdenow, futuro primo direttore dell'orto botanico di Berlino, che incoraggiò Alexander ad approfondire lo studio della botanica, e il medico e filosofo Markus Herz, che insieme alla moglie Henriette de Lemos fece della propria casa un luogo d'incontro dell'élite intellettuale. Nel 1787 i fratelli Humboldt si iscrissero all'università di Francoforte sull'Oder, scelta dalla madre per la relativa vicinanza a Berlino, per seguire i corsi Wilhelm di legge, Alexander di economia politica e finanza: la madre infatti progettava per loro una carriera come funzionari pubblici. Dopo un semestre, entrambi si spostarono alla più prestigiosa università di Gottinga, dove Alexander seguì i corsi di Georg Friedrich Lichtenberg, che lo introdusse al metodo sperimentale, e dello zoologo e antropologo Johann Friedrich Blumenbach. A Gottinga strinse amicizia con lo studente di medicina olandese Steven Jan van Geuns, con il quale nell'autunno 1789 - l'anno della rivoluzione francese che lo entusiasmò - visitò la Germania meridionale; a Magonza essi furono ospitati da Georg Forster, amico e corrispondente di Lichtenberg. L'incontro influenzò profondamente Alexander per il quale Forster, che giovanissimo aveva partecipato al secondo viaggio di Cook e ora era un intellettuale politicamente impegnato e versato in molti campi, dalla botanica all'etnologia alla geografia regionale, rappresentava un modello. Risultato di questo primo viaggio fu la prima pubblicazione di Humboldt, Mineralogische Beobachtungen über einige Basalte am Rhein (Osservazioni mineralogiche su alcuni basalti del fiume Reno, 1790). L'anno successivo insieme a Forster si recò per la prima volta all'estero, visitando l'Olanda, il Belgio, Parigi e Londra dove fece visita a Banks che gli mostrò il proprio erbario, rafforzando il suo desiderio di esplorare paesi lontani. Ne nacque un'amicizia scientifica destinata a durare fino alla morte di Banks. Era ora di pensare a una collocazione professioniale. Per sei mesi Humboldt frequentò l'accademia commerciale di Amburgo, quindi nel 1791 si iscrisse alla scuola mineraria di Freiberg dove fu allievo di Abraham Gottlob Werner, geologo seguace della teoria nettunista. Contemporaneamente a Jena studiò astronomia e anatomia e perfezionò la capacità di usare strumenti scientifici. Nel 1792 si diplomò alla scuola mineraria e fu assunto dal Dipartimento prussiano delle miniere come ispettore di Bayreuth e delle Fichtelgebirge; il lavoro, in cui si domostò eccellente incrementando la produzione, lo rese cosciente delle difficili condizioni dei lavoratori; a sue spese, fondò per essi una scuola di formazione e cercò di istituire un fondo di emergenza per le vittime di incidenti. Nel 1793 pubblicò uno studio sulla vegetazione delle miniere di Freiberg che attirò l'attenzione di Goethe; lo aveva già conosciuto da bambino, ma ora lo scrittore desiderava incontrarlo per discutere con lui la sua teoria della metamorfosi delle piante. Wilhelm von Humboldt, che all'epoca viveva a Jena, non troppo distante da Weimar, organizzò un incontro, da cui nacque una nuova amicizia. Goethe fu profondamente impressionato dalla personalità del giovane amico: non aveva mai conosciuto nessun tanto versatile. Grazie a lui, Humboldt fu ammesso al circolo letterario di Weimar, entrando in contatto anche con Schiller, sulla cui rivista pubblicò un'allegoria scientifico-filosofica. Fino al 1797, quando si dimise da ispettore minerario, ci furono altri viaggi, sia professionali, sia di studio. Visitò tra l'altro Vienna, dove fu impressionato dalle collezioni botaniche di Schönbrunn, la Slesia, il Tirolo, la Svizzera, dove fece le sue prime scalate e perfezionò la sua capacità di raccogliere vaste serie di dati. Nel 1796 la madre morì. Alexander non aveva mai provato alcun affetto per lei e non partecipò al funerale. Un'eredità di 100.000 talleri (equivalenti a 100 volte lo stipendio annuo di un pubblico funzionario) metteva il suo destino nelle sue mani; l'avrebbe investita nel viaggio che sognava da sempre, diventando naturalista ed esploratore. Il viaggio, prima parte: preparativi, Venzuela e Cuba In quel periodo il fratello Wilhelm viveva con la moglie a Parigi, dove frequentava i circoli intellettuali. Alexander lo raggiunse e incontrò tra gli altri l'ammiraglio Bougainville, che contava di essere nominato comandante di una spedizione intorno al mondo e lo invitò ad accompagnarlo. Il Direttorio invece scelse Baudin; anche questi però ribadì l'invito e Humboldt cominciò a preparare gli strumenti e i materiali necessari. Ma a causa della situazione di guerra, la partenza fu continumente rinviata e egli non poteva più aspettare. Nel frattempo aveva incontrato il giovane medico e botanico Aimé Bonpland e i due decisero di viaggiare insieme. Si recarono a Marsiglia con il progetto di raggiungiere Napoleone in Egitto; tuttavia la situazione militare era difficile e le autorità negarono loro il permesso di imbarcarsi. Forse con l'intento iniziale di recarsi in Marocco, decisero allora di passare in Spagna, e qui fecero centro. La monarchia iberica, nell'intento di rivitalizzare la propria economia e di modernizzare le proprie strutture, stava vivendo una stagione di riformismo illuminato e negli ultimi decenni aveva già varato diverse spedizioni scientifiche nei propri domini coloniali. Con la sua formazione polivalente e l'esperienza come ispettore minerario, Humboldt aveva le carte giuste da giocare, tanto più che avrebbe finanziato da sè il proprio viaggio. Con l'aiuto determinante del barone Farell, l'ambasciatore della Sassonia assai interessato alla mineralogia, egli poté così presentare al ministro degli esteri un progetto formale di spedizione scientifica nell'America spagnola e ottenere un'udienza del re Carlo IV, al quale presentò le sue credenziali e spiegò le proprie intenzioni. Furono soprattutto le sue competenze in mineralogia a interessare il re e i suoi ministri; nel maggio 1799, Humboldt ottenne così per sè e Bonpland il sospirato passaporto reale che, oltre ad aprirgli le parte dell'America spagnola, gli assicurava il sostegno delle autorità locali e il diritto di viaggiare e soggiornare a spese della Corona. Entrati in Spagna nei primissimi giorni del 1799, Humboldt e Bompland vi trascorsero cinque mesi estremamente produttivi: oltre a ottenere il consenso reale e completare la preparazione (diversi esperimenti e misurazioni consentirono di testare il vasto assortimemento di strumenti scientifici acquistati a Parigi), visitarono l'orto botanico e il Museo di scienze naturali, dove poterono esaminare le raccolte delle spedizioni di Sessé e Mociño in Messico e di Ruiz e Pavòn in Perù e in Cile. Humboldt, che tra i suoi tanti talenti aveva anche quello delle relazioni umane, strinse utili contatti con i colleghi spagnoli. Finalmente il 5 giugno 1799 Humboldt e Bompland si imbarcarono sul Pizarro al porto di La Coruña. Nei loro bagagli 42 strumenti d'avanguardia della massima precisione: barometri, telescopi, termometri, cronometri. La nave fece scalo per sei giorni a Tenerife; non mancò la rituale scalata del Teide; Humboldt documentò meticolosamente la vegetazione e la sua distribuzione e misurò l'altezza del vulcano. Le Canarie lo affascinarono profondamente e l'ascensione fu un'esperienza determinante, dalla quale cominciò a maturare l'idea della distribuzione della vegetazione in fasce altitudinali. La nave era originariamente diretta a Cuba, ma lo scoppio a bordo di un'epidemia di tifo costrinse il comandante a prendere terra al porto di Cumaná in Venezuela, dove arrivarono il 6 luglio. Humboldt non aveva predisposto un itinerario preciso, e il cambio di destinazione gli giunse gradito, perché gli avrebbe permesso di esplorare aree poco note. Iniziò la sua esplorazione dalla valle di Aragua, occupata da vaste piantagioni di zucchero, caffè, cotone e soprattutto cacao; studiando le cause del rapido abbassamento delle acque del lago Valencia, le attribuì alla deforestazione che non permetteva più al terreno di trattenere l'acqua. Visitò poi la missione di Caripe ed esplorò la caverna del Guácharo e il lago d'asfalto del Guanoco; tornato a Cumaná, nella notte tra l'11 e il 12 novembre osservò una straordinaria pioggia di meteoriti. Si diresse poi con Bonpland a Caracas, dove scalò il monte Avila con il poeta Andrés Bello, che era stato maestro di Simón Bolívar (avrebbe incontrato il libertador qualche anno dopo a Parigi). Nel febbraio del 1800, Humboldt e Bonpland lasciarono la costa per esplorare il bacino dell'Orinoco; in quattro mesi, avrebbero percorso per lo più in canoa 2776 km in un territorio selvaggio e spesso disabitato, tracciando una mappa dettagliata del corso del Casiquiare che unisce i bacini dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni. Humboldt documentò inoltre la vita e il linguaggio di alcune tribù native. L'incontro con alcune pericolose anguille elettriche lo spinse a riflettere sull'elettricità animale e sul magnetismo. Nei Llanos venezuelani, incontrò una ricchissima biodiversità, Tornati infine sulla costa, i due esploratori alla fine di novembre si imbarcarono per Cuba, dove arrivarono il 19 dicembre e incontrarono il cacciatore di piante John Fraser e suo figlio, sopravvissuti a stento a un naufragio. Erano privi di tutto e non avevano neppure il permesso di fermarsi nell'isola. Humboldt li aiutò fornendo vestiti e denari e convinse i funzionari della corona a rilasciare un permesso per Fraser padre, che si trattenne a fare raccolte, mentre il figlio partiva per l'Europa con due casse di piante raccolte da Humboldt e Bompland e destinate a Willdenow per l'orto botanico di Berlino. Humboldt e Bompland rimasero a Cuba per tre mesi, visitando soprattutto le principali zone zuccheriere; Humboldt raccolse principalmente informazioni statistiche sulla popolazione, la tecnologia e l'economia. Si imbarcarono poi per Cartagena de las Indias in Colombia, dando inizio alla parte centrale e più eccitante del loro viaggio. Dalle Ande al Messico Da Cartagena, risalendo il fiume Magdalena fino a Honda, raggiunsero Bogotá, dove arrivarono il 6 luglio 1801. Qui incontrarono José Celestino Mutis, che condivise con loro generosamente i risultati della spedizione botanica da lui diretta. Humboldt fu profondamente impressionato dalla sapienza del vecchio botanico, dalla ricchezza delle raccolte e dalla biblioteca, seconda solo a quella di Banks. Mentre Bonpland cercava di superare un attacco di malaria, Humboldt esplorava i dintorni, misurava l'altezza delle montagne e raccoglieva ossa fossili. Andò anche a Popayán per incontrare Francisco José de Caldas che però era assente; il padre gli mostrò i suoi quaderni e i suoi strumenti. A settembre Humboldt e Bonpland lasciarono Bogotá alla volta di Quito; avevano saputo che la spedizione Baudin era finalmente salpata e in Ecuador contavano di imbarcarsi per il Messico e poi per il Pacifico nella speranza di intercettarla. L'ultimo giorno dell'anno, già in Ecuador incontrarono Caldas e viaggiarono con lui fino a Quito. Lungo la strada, fecero misurazioni e raccolte comuni, tanto che Caldas già si illudeva di essere accettato da Humboldt come compagno di viaggio. Quando però arrivarono a Quito, fu amaramente deluso. Humboldt fu amichevolmente accolto dal governatore provinciale Juan Pío de Montúfar y Larrea e strinse amicizia con il figlio ventunenne Carlos de Montúfar. Benché non avesse alcuna precedente preparazione scientifica, fu lui a diventare il terzo membro della spedizione, non Caldas, che la prese malissimo. Anziché proseguire per Callao per cercare un imbarco, affascinato da quello che egli stesso battezzò il "viale dei vulcani", Humboldt cambiò ancora una volta programma e trascorse in Ecuador, ospite della tenuta di Montúfar nei dintorni di Quito, otto mesi, durante i quali con i suoi compagni scalò diversi di di quei vulcani: l'Antisana, il Cotopaxi, il Pichincha (conquistato al terzo tentativo), per concludere con il più memorabile di tutti, il Chimborazo. La scalata iniziò all'alba del 23 giugno, dopo aver trascorso la notte nel villaggio di Calpi. Humboldt, Bonpland e Montúfar erano accompagnati da José de la Cruz, un servitore indio che il barone aveva assunto a Cumaná e al quale aveva affidato il preziosissimo barometro, e da un gruppo di guide locali e mule che trasportavano gli strumenti. Quando fu raggiunto il limite delle nevi, attorno a 4000 metri di altitudine, le mule dovettero fermarsi e si proseguì a piedi. La scalata incominciò a farsi impegnativa, su rocce scivolose in mezzo ad alte pareti di basalto; quando si alzò la nebbia, intorno a 4700 metri, le guide si rifiutarono di proseguire. Ora erano rimasti in quattro: Humboldt, Bonpland, Montúfar e José. Procedevano su una cengia larga non più di 25 cm, con la neve da una parte e l'abisso dall'altra; ogni cento piedi di dislivello, misuravano la temperatura dell'aria e del suolo, la pressione atmosferica, l'umidità. Le mani, non protette da guanti, erano ferite dalle rocce e dentro gli stivali si facevano sentire i morsi delle pulci. In queste condizioni, salirono per circa un'ora. Poi arrivò, violentissimo, il mal di montagna: vertigini, vomito, difficoltà respiratorie, epistassi. In questa situazione drammatica, la nebbia si levò: davanti a loro, apparentemente vicinissima, si mostrò la cima della montagna ammantata di neve. Secondo i calcoli di Humboldt, mancavano circa 500 metri alla vetta. Ma conquistarla fu impossibile: a bloccare loro la strada, un crepaccio invalcabile. Il barometro misurò un'altitudine di 5917 metri (5878 secondo le misurazioni attuali): nessuno, neppure in mongolfiera, era salito così in altro, Per poco contemplarono il paesaggio desolato d'alta montagna, poi la nebbia li avvolse di nuovo. Non restava che tornare indietro. Mentre scendevano in tutta fretta, fermandosi solo di tanto in tanto a riempirsi le tasche di campioni geologici, prima incapparono in una grandinata, poi in una nevicata. Nel primo pomeriggio, esausti, ritrovarono le guide e le mule che li attendevano a limite delle nevi e li riportarono a valle. Probabilmente, furono fortunati. Se quel crepaccio non avesse sbarrato loro la strada, Humboldt si sarebbe ostinato a proseguire e forse lui e i suoi amici avrebbero perso la vita. Anche se non avevano conquistato la vetta (ci sarebbe riuscito, con ben altri mezzi, quasi ottant'anni dopo, l'alpinista britannico Edward Whymper nel 1880), l'ascensione al Chimborazo assunse i colori del mito e più di ogni altra avventura nell'America spagnola contribuì a rivestire Humboldt dell'aura eroica di impavido pioniere della scienza. Per il naturalista tedesco, quella scalata fu come un viaggio dai tropici al polo. Durante il viaggio di avvicinamento da Quito a Campas e poi su per la montagna, insieme ai suoi compagni raccolse campioni di vegetali e documentò i piani della vita vegetale alle diverse altitudini, dalle piante tropicali del piano basale ai licheni al limite delle nevi. Per lui, quel viaggio fu un'epifania che gli rivelò che la natura è Cosmos, un sistema in cui tutto - il clima, l'altitudine, le forme di vita - è interconnesso. Dopo il suo ritorno in Europa, avrebbe dato a questa intuizione una forma visibile nel suo celebre Tableau Physique, un diagramma che rappresenta una sezione del Chimborazo con una dettagliata annotazione della vegetazione alle diverse altitudini. Ma torniamo al viaggio. Lasciata Quinto, sulla via di Lima si immersero nell'alta Amazzonia, alla ricerca della sorgente del grande fiume. A Lima trascorsero due mesi, poi a Callao il 9 novembre 1802 osservarono il transito di Venere; cercarono inutilmente un imbarco per il Pacifico, infine si rassegnarono a imbarcarsi a Guayaquil alla volta del Messico. Durante il viaggio Humboldt misurò la velocità e la temperatura della corrente oceanica che ora porta il suo nome. Inoltre rettificò le carte e determinò la corretta longitudine della baia di Acapulco, dove sbarcarono il 15 febbraio 1803. Quindi visitarono Taxco, una città mineraria, Cuernavaca e Morelos, per raggiungere Città del Messico dove ottennero dal viceré un passaporto speciale che consentiva l'accesso ai registri della corona, alle miniere, alle proprietà terriere e alle antichità preispaniche. Per un anno, visitarono molte città dell'altopiano centrale, il distretto minerario settentrionale e la miniera d'argento di Guanajuato, all'epoca la più importante dei domini spagnoli. Ovunque Humboldt misurò le altitudini, rettificò le carte, raccolse esemplari e dati di ogni genere. Si interessava di tutto - economia, politica, società - e nutrì un profondo interesse per le civiltà preispaniche, raccogliendo anche immagini di manoscritti. Né poteva trascurare i vulcani, un'altra delle sue passioni; fece osservazioni sul Popovatépetl e l'Iztaccìhuatl e nel settembre 1803, insieme a Bonpland, al piantatore di origine basca Ramón Epelde e a due servitori locali, scalò il Jorullo, misurando l'altezza della montagna, la temperatura e la composizione dei gas emessi dal cratere. Lasciato il Messico alla fine del 1803, nei primi giorni del 1804 i viaggiatori (Montúfar era con loro) tornarono a Cuba dove si trattennero quasi cinque mesi, raccogliendo campioni di minerali, piante e animali. Invece di imbarcarsi subito per l'Europa, Humboldt optò per una breve puntata negli Stati Uniti; a tal fine scrisse al presidente Jefferson, che lo invitò senza esitazioni a fargli visita alla Casa Bianca. A Filadelfia incontrò molti degli studiosi americani di punta, tra cui il medico Caspar Wistar e il botanico per-una-botanica-americana-benjamin-smith-barton.htmlBenjamin Smith Barton. A Washington ebbe invece numerose vivaci discussioni con Jefferson, a cui lo univano gli interessi scientifici, ma da cui lo dividevano le idee sulla schiavitù (avversata da Humboldt e accetta da Jefferson, lui stesso proprietario di piantagioni lavorate da schiavi neri). Infine dopo sei settimane, Humboldt e si amici i suoi imbarcarono per l'Europa, sbarcando a Bordeaux il 3 agosto 1804. Dopo i viaggi, il tempo della scrittura Humboldt scoprì che la fama dei suoi viaggi l'aveva preceduto e che ora era uno degli uomini più celebri d'Europa, secondo solo allo stesso Napoleone. Che nel frattempo aveva fatto carriera. Il 2 dicembre 1804, insieme a Bonpland e Montúfar, assistette alla sua incoronazione. Quindi si stabilì a Parigi, dove visse fino al 1827, divenendo una delle figure più riconosciute del mondo scientifico. Dedicava le giornate allo studio e alla scrittura, le serate ai salotti, dove era sempre al centro dell'attenzione con i suoi discorsi allo stesso tempo inarrestabili e affascinanti. Napoleone lo guardava con sospetto e lo faceva sorvegliare dalla polizia. Parigi era la capitale europea della scienza e qui Humboldt trovava i giusti stimoli intellettuali, musei e collezioni, scienziati con cui confrontarsi, incisori, tipografi ed editori per pubblicare un enorme mole di libri. Rimase a Parigi anche dopo la caduta di Napoleone, ma queste pubblicazioni esaurirono quanto restava del suo patrimonio; anche se il re di Prussia lo nominò ciambellano (un incarico puramente onorifico) e gli concesse una pensione, alla fine fu giocoforza tornare a Berlino. Qui si dedicò soprattutto a studi sul magnetismo e tenne pubbliche letture, che furono il punto di partenza per la sua ultima grande opera, Kosmos (1845-62). Furono ancora le ristrettezze finanziarie a spingerlo ad accettare l'invito del governo russo, per incarico del quale tra il maggio e il novembre 1829 studiò la geologia e le risorse minerairie degli Urali, della Siberia occidentale e della regione attorno al mar Caspio, Muovendosi sempre in carrozza, in sei mesi percorse 19.000 km, senza poter approfondire nulla e senza muovere un passo senza imbattersi in uno dei soldati (o poliziotti) che lo proteggevano o lo sorvegliavano, Così quando lo zar rinnovò l'invito, rifiutò. Tra il 1830 e il 1848 gli furono affidate missioni diplomatiche, come quella che lo riportò a Parigi dopo l'ascesa di Luigi Filippo; vi sarebbe rimasto tre anni, Poi sarebbe ritornato a Berlino, dove sarebbe morto a 89 anni nel 1859. La sua opera è immensa e occupa una trentina di volumi. Impossibile darne conto qui, neppure per sommi capi. Scienziato di profonda cultura letteraria e umanistica, grande affabulatore, Humboldt seppe coniugare nei suoi libri il rigore dell’osservazione scientifica con il fascino del racconto, rendendo la conoscenza della natura accessibile e appassionante anche per i non specialisti. Le sue opere, dal Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent al monumentale Kosmos, descrivevano la natura come un organismo vivente, dove ogni elemento è connesso agli altri. Per Humboldt, per conoscere una pianta bisogna capire tutto ciò che la circonda. Onori e omaggi Reso popolare dai suoi libri e dalle sue avventure, Humboldt era uno degli uomini più celebri del suo tempo. Le accademie e le società scientifiche - dalla Royal Society all'Institut de France - facevano a gara per averlo tra i loro membri. Come abbiamo visto, il re di Prussia lo nominò ciambellano e, dopo l'indipendenza, il presidente del Messico gli conferì la cittadinanza e il titolo onorario di benemérito de la nación. Oltre che dal re di Prussia, ricevette onorificenze dagli Stati Uniti, dalla Baviera, dal Messico e persino l'ordine di san Maurizio e Lazzaro dal re di Sardegna. Non si contano i luoghi, le vie, le piazze che portano il suo nome, nonché le statue e i monumenti che lo ritraggono. L'università di Berlino, fondata nel 1809 tra gli altri da suo fratello Wilhelm - eminente filosofo, linguista, pedagogista - è dedicata ad entrambi i fratelli, unendò così nel suo nome le scienze umane e naturali, ma porta il nome di Alexander anche un'università in Venezuela e una in Colombia, L'influenza di Humboldt sugli intellettuali delle generazioni successive alla sua fu enorme. Quando viveva a Parigi, ispirò e incoraggiò gli studi del brillante giovane scienziato peruviano Mariano Eduardo de Rivero y Ustariz, e aiutò anche finanziariamente il biologo e geologo Louis Agassiz, al quale le unì una lunga amicizia. Trassero ispirazione dal suo pensiero Henry David Thoreau per Walden e William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge per i loro poemi; i fratelli Schomburgk decisero di diventare esploratori e geografi per ripercorrere le sue tracce; anche per il giovane Darwin era un eroe e un modello scientifico di imitare: durante il viaggio del Beagle leggeva e rileggeva i suoi resoconti di viaggio, tanto da riprodurne anche lo stile. L'idee humboldtiane di una natura interconnessa e dello stretto legame tra ambiente e distribuzione delle specie fornirono le basi della sua teoria evolutiva. Per quanto riguarda la botanica, prima di lui i botanici erano soprattutto concentrati sulla identificazione, la descrizione e la classificazione delle specie; Humboldt legò la botanica alla geografia, studiando come le piante si distribuiscono sul territorio in base all'altitudine, alla temperatura e al clima. Il suo Tableau Physique fu il primo modello delle future mappe vegetazionali. Per il suo Essai sur la géographie des plantes è considerato il fondatore della fitogeografia, influenzando direttamente de Candolle, che lo frequentò negli anni parigini e la scuola biogeografica tedesca, che culminò con Adolf Engler e Die Vegetation der Erde. Humboldt affidò la catalogazione e la pubblicazione delle immense raccolte botaniche a Karl Sigismund Kunth, un altro dei giovani studiosi che incoraggiò ed aiutò. In dieci anni di lavoro, tra il 1815 e il 1827 questi pubblicò Nova genera et species plantarum quas in peregrinatione ad plagam aequinoctialem orbis novi collegerunt Bonpland et Humboldt, una pietra miliare dello studio della flora del continente americano. Humboldt inoltre inviò molti esemplari a Willdenow e all'orto botanico di Berlino e diversi furono pubblicati da lui o da botanici berlinesi come von Chamisso, con il quale condivideva lo spirito romantico, i viaggi avventuorosi e il talento letterario. Sono decine e decine le specie con eponimo humboldtii e humboldianus, dalla quercia delle Ande Quercus humboldtii al tropicale Caladium humboldtii, dal colombiano Solanum humboldtianum alla messicana Karwinskia humboldtiana. Stranamente il genere che celebra il grande scienziato berlinese arrivò molto prima che intraprendesse il suo viaggio, quando aveva all'attivo solo lo studio sulla flora mineraria di Freiberg. Nel 1794, quasi contemporanemente, Ruiz e Pavon pubblicarono Humboldtia (Orchidaceae) e Martin Vahl Humboldtia (Fabceae). Ad essere considerato valido (nomen conservandum) è quest'ultimo. Comprende otto specie di arbusti e alberi diffusi nell'India meridionale, diverse delle quali endemiche dei Ghati occidentali, dove vivono nelle foreste sia di pianura sia montane; una specie, H. laurifolia, raggiunge anche Sri Lanka. Sono caratterizzate da foglie composte con coppie di foglioline e fiori da bianchi a rosa raccolti in brevi racemi; in H. bourdillonii e H. ponmudiana crescono direttamente sul tronco. Alcune specie, in particolare H. brunonis, presentano fusti con cavità agli internodi, che ospitano colonie di formiche in una relazione mutualistica: la pianta offre rifugio e cibo, con il proprio nettare, mentre le formiche forniscono nitrogeni e forse anche protezione dagli erbivori. La corteccia di diverse specie ha usi medicinali. |
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Il tema di quest'anno è "Alberi di Natale". CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
January 2026
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