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Nella seconda metà del Settecento la Gran Bretagna diventa uno dei principali centri di irradiazione del sistema linneano, grazie a traduzioni e opere divulgative che superano la barriera del latino. Tra i suoi interpreti più efficaci figura Erasmus Darwin — medico, inventore, filosofo naturale — che contribuì alla fortuna del sistema sia traducendo Linneo sia reinventandolo in forma poetica. Lo ricorda il sorprendente genere australiano Darwinia. Tradurre Linneo senza tradirlo Intorno al 1775, in una cittadina delle Midlands, tre amici apparentemente mal assortiti decidono di mettere mano a un’impresa che, senza proclami, ha qualcosa di rivoluzionario. Vogliono tradurre in ingleseSystema vegetabilium, l’edizione della parte botanica di Systema naturae curata da Johan Andreas Murray da poco pubblicata in Germania (1774). Rendere quel testo accessibile a chi non legge il latino significa aprire la botanica linneana a un pubblico nuovo: studenti, dilettanti colti, donne, farmacisti, giardinieri, medici di provincia. Significa, in sostanza, portare Linneo fuori dalle accademie. L’impresa, artigianale nella sostanza e nei metodi, richiederà sette anni. Tra il 1782 e il 1783 escono i due volumi di A System of Vegetables; subito dopo, i tre alzano il tiro pubblicando l’ancora più ambizioso The Families of Plants, che fonde Genera plantarum e le Mantissae di Linneo con il Supplementum plantarum di Carl von Linné Junior e gli aggiornamenti di L’Héritier de Brutelle e Thunberg. Anche questa volta in due volumi, pubblicati nel 1787. Entrambe le opere sono firmate “A Botanical Society at Lichfield”. Ma cos’è questa società? O meglio: chi è? Consiste esattamente in tre persone, ed è ora di conoscerle. Il più noto, allora come oggi, è il medico, filosofo, poeta, inventore e naturalista Erasmus Darwin (1731–1802). Darwin come Charles: sì, proprio il nonno dello scienziato Charles Darwin. Fu quasi certamente lui a suggerire l’idea e a fondare la società, coinvolgendo due amici molto diversi tra loro. Il primo è Sir Brooke Boothby (1744–1824), baronetto, proprietario terriero, spirito colto ed eccentrico, come Darwin membro del circolo intellettuale noto come Lunar Society. Il secondo è William Jackson (1734–1798), procuratore della cattedrale di Lichfield: dei tre, il più oscuro. Di origini modeste, con una cultura un po’ irregolare, ma con una conoscenza professionale del latino che lo rendeva indispensabile. Fu presumibilmente lui a stendere la prima versione della traduzione, che poi Darwin e Sir Brooke rivedevano, correggevano, levigavano. In altre parole: Jackson era il lavoratore silenzioso, quello che preparava il testo su cui gli altri due intervenivano. Il legame tra Darwin e Jackson non era solo intellettuale. Intorno al 1777, nel pieno della sua fascinazione botanica e in coincidenza con l’avvio della traduzione del futuro A System of Vegetables, Darwin creò un orto botanico poco fuori Lichfield: un luogo insieme di passione, di studio e di ispirazione poetica, modellato secondo una visione del tutto personale. Jackson se ne sentiva un po’ il custode naturale e, quando il dottore lasciò Lichfield, lo acquistò, preservandolo intatto nella sua bellezza finché visse. La botanica, infatti, per Erasmus Darwin fu solo uno degli innumerevoli interessi: una tappa centralissima, certo, ma pur sempre una delle molte che costellano il suo percorso esistenziale poliedrico. Prima di diventare il promotore della botanica linneana in Inghilterra e il poeta delle piante, Erasmus Darwin si era già messo in luce come medico e membro fondatore di uno dei circoli intellettuali più originali e influenti dell'Illuminismo inglese. Figlio di Robert Darwin, un medico non estraneo agli interessi naturalistici (gli si deve la comunicazione alla Royal Society di uno dei primi fossili di dinosauro), si formò come medico alle università di Cambridge e Edimburgo. Nel 1756 esercitò con poca fortuna la medicina a Nottingham; dopo qualche mese, si trasferì a Lichfield, dove la straordinaria guarigione di un giovane pescatore che tutti davano per spacciato gettò le basi di un successo professionale che per mezzo secolo non sarebbe mai venuto meno, fino a giungere all'invito a diventare Royal Physician, che egli rifiutò. Come medico era richiestissimo in tutta la regione; di carattere gioviale, esuberante, di parola inarrestabile - benché balbuziente -, abile nello stringere e coltivare amicizie, incominciò presto a stringere duraturi legami intellettuali e personali con le persone più diverse, come lui innamorate del sapere, soprattutto se non astratto, ma traducibile in azione, invenzioni, miglioramento tanto della vita quotidiana quanto della società: di fatto, i promotori e le menti della rivoluzione industriale. Da quegli incontri, da quella rete, prese via via forma una singolare associazione, che non ricevette per altro mai uno status formale. Gli aderenti si incontravano ogni mese un lunedì di luna piena - la notte chiara, nelle strade non illuminate, rendeva più facile rientrare a casa in sicurezza, senza incidenti e incontri indesiderati - per dibattere, discutere, mostrare e confrontare idee, esperimenti e invenzioni. Chiamavano se stessi lunatics e il club Lunary Society. Unico biglietto da visita: la curiosità intellettuale, senza barriere sociali. I membri erano intellettuali, medici, ma anche e forse soprattutto artigiani, inventori, industriali (categorie tra le quali, all'epoca, spesso non c'era distinzione netta): Matthew Boulton, che fabbricava fibbie e bottoni e sarebbe diventato socio di Watt; lo stesso Watt, padre della macchina a vapore; John Mitchell, professore di Cambridge, studioso di geologia, astronomia, magnetismo; l'orologiaio John Whitehurst, autore di un libro di geologia; i chimici William Small e James Kier; il proprietario terriero, inventore e pedagogista Richard Edgeworth; l'armaiolo Samuel Galton, cultore della zoologia e dell'ottica; l'industriale Josiah Wegdwood, fondatore della più importante fabbrica britannica di ceramiche. Tutte le scienze, ogni campo di attività, nella Lunar Society trovavano i loro cultori; non poteva mancare la botanica, che – soprattutto grazie a Linneo e alla semplicità funzionale dei nomi binomiali e del sistema sessuale – stava diventando una scienza alla moda, favorita dall’arrivo di nuove piante da ogni parte del mondo e dal diffondersi del gusto per i giardini paesaggistici. Come medico, Erasmus Darwin non poteva ignorarla. Ma la fascinazione vera e propria arrivò probabilmente proprio grazie agli amici della Lunar Society: il già citato Sir Brooke Boothby e, soprattutto, William Withering, medico dell’ospedale di Birmingham e autore di The Botanical Arrangement of All the Vegetables Naturally Growing in Great Britain, la prima flora britannica basata sul sistema linneano. Withering, però, aveva “edulcorato” Linneo: nella sua flora omise ogni riferimento esplicito alla riproduzione sessuale delle piante, dichiarando di voler “proteggere la modestia femminile”. Fu anzi proprio in reazione al libro dell'amico che Darwin decise di tradurre Systema vegetabilium. A Withering lo univa il desiderio di rendere la botanica accessibile al più ampio pubblico possibile, ma del suo testo - molto letto e decisivo per la diffusione dei principi linneani in Gran Bretagna - contestava sia l'eccessiva anglicizzazione del linguaggio sia, soprattutto, quell'atteggiamento censorio. Linneo non doveva essere "adattato", ma restituito nella piena integrità, con la massima fedeltà possibile. Iniziò così la grande impresa di A system of vegetables; si trattava spesso creare un nuovo vocabolario e per farlo Darwin, Boothby e Jackson si avvalsero della consulenza di Samuel Johnson, autore del celebre Dictionary e nume tutelare della società intellettuale di Lichfield, di cui era nativo. Con quell'opera e poi con The Families of Plants entrarono così nel lessico britannico termini come stamen e pistil. Le scelte linguistiche della "Società botanica di Lichfield" si imposero, e lo stesso Withering fu costretto ad adottarle nelle successive edizioni della sua Flora. All'epoca, la sua amicizia con Erasmus Darwin si era già interrotta. Nel 1785 egli pubblicò la monografia An Account of the Foxglove, basata su 163 casi clinici, e rivendicò come propria la scoperta dell’uso della Digitalis purpurea come rimedio per l’idropisia. Darwin contestò questa priorità, sostenendo che tale conoscenza terapeutica fosse già presente nella sua cerchia familiare e professionale. La disputa si trascinò a lungo e coinvolse anche Jonathan Stokes, un altro medico lunatic, inizialmente collaboratore di Withering. L’episodio, seppur marginale, illumina bene il clima appassionato, ma anche competitivo e talvolta spigoloso, della comunità scientifica delle Midlands nel pieno dell’Illuminismo industriale. Mettere Linneo in scena D’altra parte, l’episodio illustra bene anche il carattere sanguigno, passionale, a volte intollerante dello stesso Darwin, che viveva ogni cosa fino in fondo, con la mente ma anche con il corpo. La botanica non era per lui soltanto una passione intellettuale: implicava una relazione fisica e totalizzante con le piante, oggetti da osservare, toccare, odorare. E cantare. Perché la botanica divenne la sua musa, e gli dettò il più immaginifico dei suoi poemi, The Botanic Garden, soprattutto nella sua seconda parte, The Loves of Plants. Lo stimolo, ancora una volta, venne da una delle sue amicizie. Nel 1778, Anna Seward, poetessa nota con il soprannome di "Cigno di Lichfield", figura eminente dei circoli intellettuali della cittadina delle Midlands e intima amica di Darwin e della sua famiglia, pubblicò il poema Verses Written in Dr. Darwin's Botanic Garden, ispirato al suo giardino. Come avrebbe confidato a Seward, anche grazie a quei versi - li apprezzava tanto da includerli in una delle versioni a stampa del proprio poema, senza indicarne la paternità e senza il permesso dell'autrice che non la prese benissimo - capì che "il sistema di Linneo è un terreno poetico inesplorato e un soggetto felice per la Musa. Suggerisce metamorfosi di tipo ovidiano, anche se invertite". Con queste parole, Darwin sottolinea il meccanismo retorico fondamentale del suo testo: mentre nelle Metamorfosi di Ovidio si raccontano miti che vedono la trasformazione di esseri umani, ninfe e dei in piante, egli antropomorfizza le piante, trasformandole in dame e cavalieri, caste vergini e donne fatali, pastori e pastorelle. The Loves of Plants si inserisce in uno dei generi più praticati nel Settecento, il poema didascalico, in Inghilterra brillantemente rappresentato dall’Essay on Man di Alexander Pope, che mette in versi la meccanica celeste di Newton. Ma se l’intento è lo stesso – diffondere la conoscenza in una forma accessibile e accattivante – e uguale la gabbia formale dei distici eroici, lo stile e i risultati sono profondamente diversi. Pope mira alla sintesi, all’astrazione, a un equilibrio razionale; Darwin, invece, trasforma la tassonomia in teatro, la classificazione in scena, la fisiologia in immaginazione sensoriale. Il poema, diviso in quattro canti, non ha andamento narrativo; è invece costituito da 83 quadri o episodi, ciascuno dedicato a una specie. Questa struttura modulare, quasi enciclopedica, ricorda un erbario, ma un erbario animato: ogni pianta diventa un personaggio, ogni descrizione un piccolo dramma. Linneo aveva usato metafore come matrimonio, letto nuziale, sposo e sposa; Darwin va molto oltre, rovesciando in un certo senso lo schema linneano – che parte dal numero e dalla disposizione degli organi maschili – e ponendo al centro di ogni quadro una figura femminile, la personificazione della pianta stessa. Queste figure femminili, pur rappresentate secondo codici relativamente convenzionali, seguono una progressione che rispecchia fedelmente la tassonomia: spose caste nei fiori con organi sessuali maschili e femminili in numero pari; aiutanti o compagne di un gruppo di fratelli nelle piante con stami fusi; femmes fatales seducenti e sfrenate, o al contrario verginelle insidiate e bisognose di protezione, quando gli stami incominciano a farsi numerosi; e infine, quando gli organi maschili sono numerosissimi, regine, sante, maghe, sacerdotesse. È un crescendo teatrale che segue la classificazione ma la trasfigura in iconografia. Nel mondo dei fiori non ci sono però rapimenti, stupri, violenza: il sesso è innocente e naturale, necessario alla vita per riprodurre se stessa. L’erotismo vegetale, pur esplicito, non è mai trasgressivo: è un gesto vitale, non morale. In un secolo ossessionato dalla decenza, questa innocenza è insieme disarmante e scandalosa. A rendere il poema ancora più singolare è il ruolo delle note, che occupano spesso più spazio del testo in versi. Non sono semplici chiarimenti eruditi: sono digressioni scientifiche, aneddoti, osservazioni mediche, racconti mitologici, descrizioni di esperimenti, citazioni, micro-saggi. Le note espandono ogni quadro, lo collegano ad altri saperi, aprono percorsi laterali. Il lettore è continuamente invitato a saltare dal verso alla prosa, dalla scena alla spiegazione, dal mito alla botanica. È una struttura che anticipa la logica dell’ipertesto: un poema che si legge su più livelli, in cui ogni pianta è un nodo di una rete di conoscenze. The Loves of Plants esce anonimo nel 1789, per i tipi del noto libraio londinese Joseph Johnson. Darwin teme che un poema così teatrale e così esplicitamente fondato sulla sessualità possa nuocere alla sua reputazione di medico e scienziato; l’anonimato è anche un ballon d’essai: vuole capire fino a che punto il pubblico è pronto ad accettare un poema che fonde scienza e immaginazione. Anche se il libro è piuttosto costoso, il successo è immediato: se ne discute in tutti i salotti, ne parlano tutte le riviste e tutti vogliono leggerlo. Qualcuno è scandalizzato, ma il pubblico colto – tanto nelle Midlands quanto a Londra – lo accoglie con curiosità e divertimento. La teatralizzazione della botanica, così nuova e così audace, diventa un fenomeno di moda. Due anni dopo, Darwin, questa volta sotto il proprio nome, dà alle stampe The Botanic Garden, in cui The Loves of Plants è preceduto da The Economy of Vegetation, anch’esso un poema didascalico in quattro canti che celebra la natura nelle sue diverse manifestazioni e allo stesso tempo esalta il progresso scientifico e le innovazioni tecnologiche, dalla macchina a vapore alla forgiatura dell’acciaio. Le note si fanno ancora più numerose, lunghe ed enciclopediche: veri e propri saggi in miniatura che collegano i versi a un vasto orizzonte di saperi. Più ancora che in precedenza, il poema assume pienamente la forma di un ipertesto ante litteram, in cui ogni quadro si apre in una costellazione di rimandi, digressioni e approfondimenti. The Economy of Vegetation riflette anche il tumultuoso allargamento degli interessi dell’autore. Nel 1780 si sposò in seconde nozze con Elizabeth Pole e si trasferì nella proprietà della moglie nei dintorni di Derby. Vendette il giardino a Jackson e smise anche di frequentare la Lunar Society. Non era però meno attivo e poliedrico: continuava a esercitare la medicina, a progettare macchine, a scrivere, a sperimentare. Il centro della sua vita si spostò, ma non la sua energia creativa, che trovò nel nuovo ambiente ulteriori stimoli e nuovi campi d’azione. Il maggiore impegno di questi anni fu Zoonomia or the Laws of Organic Life, un trattato in due volumi (pubblicati tra il 1794 e il 1796) in cui argomenti più schiettamente medici - la fisiologia, la patologia, l'anatomia - si fondono con la psicologia. L'opera è anche nota per aver sviluppato una prima idea di evoluzionismo, in una linea però più vicina a quella di Lamarck piuttosto che quella imboccata dal nipote Charles. Antischiavista come i suoi amici della Lunar Society, Darwin si occupò anche di politica, nonché di educazione femminile, scrivendo A plan for the conduct of female education in boarding schools (1797). Né mancò una terza ampia opera poetica, The Temple of Nature; or, The Origin of Society, uscito postumo nel 1803, centrato proprio sul concetto di evoluzione, tracciando il progresso della vita dagli organismi microscopici alla società civilizzata. Personaggio assai sociale e socievole, Erasmus Drawin, oltre che della Lunar Society e della fantasmatica Botany Society at Lichefield - sempre si rammaricò di non essere riuscito ad allargarla oltre i tre soci fondatori - fu membro della Royal Society, alla quale fu ammesso nel 1761, della Derby Philosophical Society, alla quale presentò i suoi esperimenti sull'uso terapeutico di alcuni gas, della American Philosophical Society, della quale entrò a far parte tramite Benjamin Franklin. Meritano almeno una menzione le sue numerose invenzioni: un mulino a vento orizzontale, progettato per Josiah Wedgwood; una carrozza che non si rovesciava; un servosterzo, che sarebbe stato applicato alle automobili più un secolo dopo la sua morte; una copiatrice; una macchina per parlare, ovvero una laringe meccanica; un ascensore per chiatte; strumenti per il monitoraggio meteorologico; un motore a idrogeno e ossigeno; un uccellino meccanico. Erano oggetti di uso immediato e pratico, piccoli divertimenti e curiosità, e intuizioni davvero avveniristiche. Una miscela che dice molto della sua mente, del suo ingegno che rifiutava le gerarchie. Le colorate campane di Darwinia, australiana eccentrica A lungo, fino a un certo recupero in anni recenti, Erasmus Darwin è stato soprattutto il nonno eccentrico di Charles Darwin. Ma per i suoi contemporanei era una presenza costante e influente, spesso discussa ma mai indifferente. Le sue poesie furono ammirate da Wordsworth (ma detestate da Coleridge), e persino il Frankenstein di Mary Shelley sembra sia stato ispirato da alcuni suoi esperimenti. Era inevitabile che lasciasse una traccia anche nella nomenclatura botanica. Nel 1816 Edward Rudge gli dedicò una pianta australiana, Darwinia fascicularis, con una dedica laconica ma rivelatrice dell’ampia diffusione delle sue opere: “Ho nominato questo genere in onore del fu dottor Erasmus Darwin di Lichfield, autore di The Botanic Garden, Zoonomia e della traduzione del Systema Vegetabilium di Linneo con la Botanical Society at Lichfield”. Nel 1817 seguì un secondo genere Darwinia, non valido, omaggio di Dennstedt, e un terzo nel 1818, da parte di Rafinesque, anch’esso non valido. Darwinia è un genere di arbusti della famiglia Myrtaceae, endemico dell'Australia. Sorprendentemente variabile, ha una distribuzione frammentata, con alcune specie formate da micro‑popolazioni isolate, spesso ristrette a un’unica collina o a un tipo di suolo. Questa frammentazione crea problemi tassonomici — a seconda delle fonti e dei criteri adottati, il numero di specie riconosciute oscilla da una cinquantina a circa settanta — e comporta anche una forte vulnerabilità. Molte Darwinia sono minacciate proprio perché vivono in aree minuscole, separate tra loro e sensibili a qualsiasi cambiamento. La maggior parte delle specie si concentra nel sud‑ovest dell’Australia, ma alcune si trovano anche nel sud‑est, con una distribuzione disgiunta tipica di molti gruppi della flora australiana. Sempreverdi, sono molto variabili per dimensioni (da 20 cm a 3 metri) e portamento, anche se per lo più si tratta di arbusti prostrati. Molte specie hanno foglie semplici, coriacee, quasi aghiformi, per adattarsi all'aridità; spesso sono aromatiche per la presenza di oli essenziali. Molto particolare la struttura dei fiori: un calice di cinque sepali solitamente molto piccoli, una corolla di cinque petali, bianca, verdastra o colorata, che racchiude dieci stami e dieci staminoidi, solitamente non visibili, mentre lo stimma è protruso; in molte specie, il fiore è racchiuso in grandi brattee colorate che gli danno l'aspetto di una campa, da cui il nome comune mountain bell o bell. E' il caso di una delle specie più apprezzate nei giardini australiani, D. meeboldii, un grande arbusto spinoso con attraenti fiori penduli a campana avvolti da brattee verdi, bianche e rosse. E' originario dell'aree costiere dell'Australia sudoccidentale, in particolare sui suoli torbosi della parte occidentale delloStirling Range National Park. Ancora più vistosa D. macrostegia, con grandi fiori a campana avvolti in brattee bicolori bianche e rosse; vive nella stessa area dell'Australia, ma è ancora più rara, essendo distribuita in appena cinque popolazioni tra lo Stirling Range National Park, le Esperance Plains e la Jarrah Forest. La specie più coltivata è probabilmente D. citriodora, caratterizzata da foglie profumate di limone e da piccoli fiori rossi, gialli e aranciati, con lunghi stimmi protrusi, raggruppati in gruppi di quattro all'apice dei rami e circondati da brattee verdi. Più robusta e adattabile delle altre specie, è spesso utilizzata come portainnesto. Come ho già accennato, diffuse in habitat ristretti, molte Darwinia sono minacciate. Tra le più fragili, un'altra bellezze delle aree costiere dell'Australia sudoccidentale, D. oxylepis, di cui si conoscono solo quattro popolazioni, nei parchi nazionali dello Stirling Range e di Porongurup, dove crescono in aree stagionalmente allagate. Oltre alla minaccia del fuoco e della raccolta indiscriminata (hanno vistosi fiori con brattee rosse), un grave pericolo è costituito da un patogeno fungino, il cosiddetto fungo della cannella Phytophthora cinnamomi. Legata a condizioni molto particolari, questa specie non è solitamente coltivata. Tutte le specie citate sono originarie dell'Australia sudoccidentale; è invece tipica dell’Australia sudorientale Darwinia biflora, un piccolo arbusto endemico del Sydney Basin. Molto diversa dalle specie occidentali, ha foglie minute e infiorescenze compatte, prive delle grandi brattee vistose delle “mountain bells”. Cresce su suoli sabbiosi poveri, spesso in aree disturbate, e la sua distribuzione è estremamente ristretta: poche popolazioni isolate tra Hornsby, Arcadia e Maroota, in un mosaico di boscaglie aperte e affioramenti arenacei. Anche questa specie è considerata vulnerabile, minacciata dall’espansione urbana, dagli incendi e dalla frammentazione dell’habitat. Molto esigenti, le Darwinia non sono solitamente disponibili sul mercato europeo. A quanto mi risulta, l'unica specie coltivata in Italia è D. carnea, caratterizzata da piccoli fiori raggruppati all'apice dei rami in gruppi da 10 a 14 circondati da bratteole da verdastre a rosa carnacino; peculiare la sua distribuzione, in due aree separate da circa 250 km: una piccola popolazione presso Narrogin e tre presso Mogumber. Chissà come Erasmus Darwin avrebbe descritto Darwinia, se l’avesse conosciuta. Forse una ninfa tutt’altro che pudica, che protende il lungo stimma colorato oltre le brattee, mentre dieci timidi amanti nascosti nella corolla le offrono in silenzio il loro omaggio. Certo, questo genere così vario e così teatrale nelle sue specie dalle fioriture più vistose non avrebbe mancato di affascinarlo.
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Almeno una piantina di Fittonia l'abbiamo coltivata o la stiamo coltivando tutti: con le sue foglie dalle mille sfumature di colore, le dimensioni contenute, la facilità di coltivazione è una delle piante di appartamento più frequenti e popolari. E se vi chiedete come mai una specie che non ha radici a fittone si chiami Fittonia, ecco la spiegazione: è anche questo un nome celebrativo. Le dedicatarie sono due sorelle irlandesi, Sarah Mary e Elizabeth Fitton, autrici di un libro di botanica per l'infanzia, oggi dimenticato, ma che ai suoi tempi fu un piccolo bestseller. Insegnare Linneo ai bambini (e alle bambine) La storia della botanica è fatta di grandi libri, ma anche di piccoli testi che hanno avuto la loro importanza per divulgarne la conoscenza presso il largo pubblico, compresi le donne e i bambini. Uno di questi piccoli libri è Conversations on botany, pubblicato per la prima volta a Londra nel 1817 dalla casa editrice Longman, specializzata in libri di divulgazione scientifica. Il filone era stato inaugurato nel 1805 da Conversations on chemistry di Jane Marcet (1769-1858), il cui pubblico è chiaramente dichiarato dal sottotitolo: Intended More Especially for the Female Sex, "destinato in modo particolare al sesso femminile". Le donne all'epoca non erano ancora ammesse all'università e solitamente la loro educazione non comprendeva né il latino né la matematica superiore, le due porte d'accesso al linguaggio scientifico. Materie come la chimica erano considerate poco femminili, e pubblicare un libro sull'argomento poco adatto a una signora. Infatti Marcet pubblicò il suo libro anonimo, e solo nel 1832 (si era ormai alla dodicesima edizione) accettò che sul suo nome venisse stampato sul frontespizio. Conversations on chemistry, come si dichiara apertamente nella prefazione, fornisce a Conversations on botany il titolo e la formula editoriale, quella delle "conversazioni": il contenuto scientifico è trasmesso attraverso un botta-risposta tra un adulto (nel libro di Marcet, una benevola istitutrice) e uno o più bambini (le bimbe Emily e Caroline). In Conversations on botany, i protagonisti diventano una mamma, buona conoscitrice delle piante e della botanica, e suo figlio, il piccolo Edward. Lo scopo e la destinazione del volume sono dichiarati nelle prime righe della prefazione: "L'obiettivo delle pagine che seguono è avviare i bambini e i giovani alla conoscenza dei vegetali del loro paese, introducendoli in modo familiare al sistema della botanica linneana". All'inizio dell'Ottocento, non era così scontato che il sistema di Linneo, basato sugli organi sessuali, fosse adatto alle giovani menti; e infatti si spiega subito che si farà riferimento alla versione purgata (e priva di riferimenti sessuali) di Arrangement of british plants di Whitering. Riprendendo poi le parole di un'altra divulgatrice e scrittrice per l'infanzia, Mary Edgeworth, la prefazione si conclude con una difesa del ruolo della botanica nell'educazione dei fanciulli (comprese bimbe e signorine): "Non è una scienza di parata, offre un'occupazione e una varietà infinita, non richiede la forza del corpo, può essere perseguita in privato, e non c'è pericolo che infiammi l'immaginazione perché la mente è intenta a cose reali. Permette di acquisire conoscenze esatte: e il piacere di conseguirlo è una ricompensa sufficiente". Dopo due "conversazioni" introduttive dedicate rispettivamente alla botanica in generale con le parti delle piante e all'introduzione del sistema di Linneo, ognuna delle conversazioni successive (sono in tutto diciotto) presenta una o due classi del sistema linneano attraverso l'esempio di una pianta molto nota della flora britannica, cui segue la trattazione di qualche pianta della stessa classe, di importanza economica o di comune coltivazione nei giardini. Privilegiare la flora indigena è una scelta di campo, intesa anche ad allargare il pubblico della botanica ai meno abbienti: nelle prime pagine del libro, a Edward che vorrebbe iniziare lo studio della botanica da un Geranium (oggi diremmo da un Pelargonium) la mamma replica: "i Geranium della serra non sono nativi dell'Inghilterra, ovvero non crescono nelle siepi e nei campi. Ed è meglio che ci limitiamo, almeno per un po', all'esame delle sole piante native. Anche se spesso sono considerate erbacce, molte di esse sono belle quanto i fiori dei giardini". Conversation on botany ottenne un buon successo, tanto che entro il 1840 ne uscirono nove edizioni; era graficamente curato e illustrato. Le tavole della prima e della seconda edizione furono incise da Thomas Milton, mentre dalla terza in poi furono affidate a un membro della famiglia Sowerby. Chi ha scritto questo libro? Ma chi ha scritto Conversation on botany? Proprio come Conversation on chemistry, l'opera uscì anonima e il mistero non fu svelato neppure nelle edizioni successive, tanto che la paternità (la maternità?) è stata erroneamente attribuita alla stessa Jane Marcet o anche a Elizabetha Jacson (la più nota scrittrice di botanica a cavallo tra i due secoli). Eppure il nome dell'autore, o meglio delle autrici, doveva essere un segreto di Pulcinella: è vero che non comparirà mai sul frontespizio di nessuna edizione, ma è stampato nero su bianco nel catalogo Longman a partire dalla terza edizione. Eccole dunque, le nostre misteriose autrici: si tratta di due sorelle irlandesi, Sarah Mary e Elizabeth Fitton. Purtroppo sappiamo poco della prima e quasi nulla della seconda. Le sorelle Fitton erano nate a Dublino, figlie del procuratore Nicholas Fitton e di sua moglie Jane Greene; in famiglia c'era anche un'altra sorella, Susanna, e un brillante fratello, William Henry. Ed è proprio grazie a lui se sappiamo qualcosa almeno della giovinezza di Sarah Mary e Elizabeth. A differenza delle sorelle, che come tutte le ragazze di buona famiglia saranno state educate in casa, William Henry (1780-1861) poté studiare al Trinity College dove si diplomò nel 1799. Avendo sviluppato un forte interesse per la geologia, nel 1808 si trasferì a Edimburgo e l'anno dopo a Londra dove studiò chimica e medicina. Accanto a lui, c'erano la madre e le sorelle Sarah Mary e Elizabeth (di Susanna ormai abbiamo perso le tracce). Non conosciamo la data di nascita di Elizabeth; Sarah Mary, nata intorno al 1796, era molto più giovane del fratello e al momento del trasferimento in Inghilterra era ancora una ragazzina. Sappiamo che negli anni irlandesi almeno una delle sorelle Fitton aveva studiato le piante locali e aveva creato un erbario, interessandosi soprattutto di crittogame. In Inghilterra, grazie al fratello che frequentava attivamente i circoli scientifici, anche le sorelle furono introdotte nell'ambiente; secondo Coemans (lo vedremo meglio tra poco) erano amiche di Robert Brown e il nome di Sarah Mary è citato nella corrispondenza di Darwin. Non sappiamo se le sorelle abbiano seguito William Henry anche a Northampton, dove egli praticò la medicina dal 1812, o se siano rimaste a Londra, dove del resto il fratello tornava spesso per prendere parte alle riunioni della Royal Society e della Geological Society (di cui qualche anno dopo sarebbe diventato presidente). La data certa è ovviamente il 1817, anno in cui uscì la prima edizione di Conversations on botany, che secondo il catalogo della British Library è opera di Sarah Mary Fitton "con l'assistenza di Elizabeth Fitton". Ma intanto si preparavano altri cambiamenti. Nel 1816 la signora Fitton morì e nel 1820 William Henry si sposò con un'ereditiera; poté così lasciare la professione medica e tornare a Londra per dedicarsi esclusivamente agli studi scientifici. Evidentemente, nel nuovo ménage non c'era più posto per le sorelle. Ignoriamo cosa abbia fatto a questo punto Elizabeth (da questo momento, su di lei si stende la nebbia dell'oblio); quanto a Sarah Mary, come racconta nel romanzo autobiografico How I became a governess (1861), "Come sono diventata istitutrice", andò in Francia a lavorare come istitutrice o governante. A un certo punto si trasferì a Parigi, dove all'inizio degli anni '50 abitava in Rue de la Ville l'Eveque. In questi anni, dopo una lunga interruzione, riprese a scrivere. Inviò vari racconti a Dickens per la sua rivista Household World; pubblicò almeno tre piccoli libri per l'infanzia e due testi di introduzione alla musica: Conversations on Harmony (1857), pubblicato sia in inglese sia in francese, e Little by Little (1866). Tra questi titoli, quello che mi ha incuriosito di più è Dicky Birds : A True Story In Words Of One And Two Syllables (1865): come sarà questa storia vera di un uccellino scritta usando solo parole di una o due sillabe? Il compito è più facile in inglese che in italiano, ma rimane pur sempre un tour de force. Ancora nel 1865 Sarah Mary tornò a scrivere di botanica con The Four Seasons: A short account of the structure of plants , dedicato al "mio eccellente vecchio amico William Jackson Hooker". Si tratta della trascrizione di una serie di conferenze tenute al Working Men's Institute di Parigi; benché cambino il destinatario e il formato, riprende ampiamente Conversations on botany, spesso parola per parola. La partecipazione a queste conferenze ci dice che la scrittrice doveva essere vicina agli ambienti filantropici se non socialisti, come testimonia anche l'amicizia con Eugene Sue, ricordata in una lettera di Elizabeth Barret Browning del dicembre 1851; la scrittrice racconta di essere stata invitata a un party natalizio con il marito e il piccolo figlio: "La signora della casa, un'inglese residente a Parigi, Miss Fitton, una donna già anziana, accorta e gentile, ha detto a Robert che gli sarebbe davvero piaciuto invitare anche Sue, se non fosse così birichino"; e in un'altra lettera aggiunge: "Non è sposata e ricca, per niente giovane, e sembra che in lei ci sia parecchio". L'ultimo testo pubblicato da Sarah Mary è del 1866; conosciamo anche la sua data di morte, avvenuta nella casa parigina il 30 marzo 1874, quando la scrittrice doveva essere vicina agli ottant'anni. Come ho anticipato, di Elizabeth invece non sappiamo nulla, neppure se rimase in Inghilterra o andò a vivere in Francia con la sorella. Una breve sintesi delle notizie disponibili sulla vita delle sorelle Fitton nella sezione biografie. Fittoniae dai mille colori E' bastato quel piccolo libro divulgativo (tra l'altro, piuttosto noioso e pedante) a far entrare le sorelle Fitton nell'Olimpo dei dedicatari di nomi botanici. Vissuta per decenni in Francia, Sarah Mary Fitton doveva essere relativamente nota nei paesi di lingua francese. Altrimenti non si spiegherebbe perché il botanico belga Henri Eugène Coemans pensò fosse degna di essere ricordata, insieme alla sorella, dal genere Fittonia. La motivazione è tanto semplice quanto inequivocabile: "Questo genere è dedicato a Elizabeth e Sarah Mary Fitton, autrici di Conversations on Botany e amiche del celebre Robert Brown". Il genere Fittonia, della famiglia Acanthaceae, comprende solo due specie, ma è notissimo a tutti gli amanti delle piante: non c'è fioraio o garden center che non offra almeno qualche varietà di F. albivenis (spesso commercializzata con vecchi sinonimi come F. argyroneura o F. verschaffeltii). Facile spiegare perché: si adattano bene alle nostre case, sono semplici da coltivare e da moltiplicare, la scelta di varietà e di colori è pressoché infinita. A renderle attraenti, non sono i fiori, piccoli e insignificanti, ma le foglie, che possono essere in tutte le sfumature del verde, ma anche rosa, color rame, porpora, addirittura quasi nere, percorse da nervature in colore contrastante che disegnano un bizzarro mosaico (in inglese il loro nome è nerve plant o mosaic plant). Il grazioso portamento strisciante le rende particolarmente adatte ad essere coltivate in cestini appesi. Le Fittoniae sono originarie del sud America nord-occidentale, in particolare del Perù, dove vivono nelle foreste tropicali pluviali. Le piccole dimensioni hanno reso popolare soprattutto F. albivenis, mentre F. gigantea, pure essa notevolmente attraente ma più esigente, è molto meno coltivata. Qualche approfondimento nella scheda. Una gemella diversa: Afrofittonia L'americana Fittonia ha una sorellina africana, molto meno famosa. Per la sua somiglianza con Fittonia verschaffeltii (come abbiamo visto, oggi considerato sinonimo di F. albivenis), nel 1913 Gustav Lindau denominò Austrofittonia sylvestris una specie recentemente raccolta in Camerun. E' ancora oggi l'unica specie di questo genere monotipico della famiglia Acanthaceae. Anch'essa è un coprisuolo delle foreste pluviali delle foreste d'altura; relativamente abbondante in alcune stazioni sul monte Camerun, è ormai rara altrove e minacciata per la restrizione dell'ambiente naturale. Ha foglie obovate simili a quelle di Fittonia albovenis, anch'esse, con nervature in colore contrastante, fusti che radicano ai nodi e piccoli fiori malva. Nota con il nome locale mmeme, è utilizzata come digestivo e durante lo svezzamento. C'è uno strano parallelo tra il destino delle sorelle Fitton e quello dei due generi che le ricordano: come e due sorelle, una è più nota e l'altra oscura, così Fittonia è ampiamente coltivata e notissima, mentre la "sorella" Afrofittonia è rara, minacciata nel suo ambiente naturale, e nota solo agli specialisti di Acanthaceae, tanto che in rete non è disponibile neppure un'immagine della pianta viva. Anche su questo genere, un breve profilo nella scheda. L'intrigante genere Genlisea ci fa scoprire un personaggio celeberrimo al suo tempo, Mme de Genlis, prolificissima autrice di più di cento volumi. Accusata a sua volta di essere un'intrigante, ma in un altro senso, capace di introdursi nel cuore e nella casa di un principe del sangue, cui avrebbe suggerito più o meno disastrose scelte politiche. Lasciati da parte i pettegolezzi, scopriamo una vocazione pedagogica, una "gradevole produzione" e altri "servizi" alla botanica, senza dimenticare le trappole della bella e insidiosa Genlisea. Una poligrafa pedagogica appassionata di botanica Amante di un principe reale, governante (anzi "governatore") del futuro re dei Francesi, "Rousseu in gonnella" creatrice di un nuovo metodo pedagogico, autrice di più di cento opere che ne fecero una delle prime scrittrici professioniste, Mme de Genlis non è certo un personaggio convenzionale. La sua lunga vita (nata nel 1746, morì nel 1830) le fece attraversare undici regimi politici, da Luigi XV a Luigi Filippo, passando per la Rivoluzione, il regime napoleonico, la restaurazione, e non certo da spettatrice passiva. Ai suoi tempi fu molto famosa; alcune sue opere furono immediatamente tradotte in varie lingue europee; fu considerata alla pari con la oggi ben più nota Mme de Stael. Mme de Genlis (il suo nome completo è chilometrico: Stéphanie-Félicité du Crest de Saint-Aubin contessa di Genlis) educò i suoi numerosi allievi (i figli di Filippo d'Orlèans, tra cui il futuro Luigi Filippo, le sue stesse figlie, alcuni nipoti e diversi figli adottivi) secondo un nuovo modello, in parte ispirato a Rousseau, che voleva coltivare insieme la mente, il cuore e le mani, senza fare distinzioni tra maschi e femmine. La sua "pedogagia dell'oggetto" utilizzava disegni, modellini, osservazione diretta, lavoro manuale, ma non mancavano letture e storie. Fu così che creò un teatro didattico e una nuova formula di narrativa pedagogica in cui un'esile trama narrativa fa da cornice alla trasmissione di valori morali e dei più diversi contenuti educativi. Soprattutto quando fu costretta all'emigrazione e quando, dopo il rientro in Francia sotto Napoleone, si trovò priva di mezzi, diventò una poligrafa capace di scrivere di qualsiasi argomento. Tra i tanti, compare sotto diverse vesti la botanica, che doveva essere una passione antica. Nel Settecento, in effetti, anche grazie a Rousseau, era di moda tra le dame tenere un erbario, avere un'infarinatura di botanica e magari coltivare con le proprie mani un giardino. Nel programma di studi dei figli del duca d'Orlèans non mancavano dunque nozioni di base di scienze naturali, la coltivazione di un piccolo giardino e, come "ricreazione", passeggiate dedicate allo studio dal vivo della piante. Questa esperienza pedagogica ritorna in Les jeux champêtres des Enfants (1821, "I giochi campestri dei bambini") la cui protagonista è una sorella maggiore che per tenere a bada una sorellina ingenua e un fratellino pestifero insegna, sotto forma di gioco, come creare un erbario e trasmette una manciata di nozioni su alcune comuni piante dei campi. L'amore per le piante e la vocazione pedagogica si uniscono nel curioso Herbier moral, ou Recueil de fables nouvelles (1801, "Erbario morale o Raccolta di nuove favole") in cui sulla falsariga di La Fontaine Genlis raccoglie alcune favole in versi, brevi apologhi morali i cui protagonisti non sono animali ma piante . I versi sono un po' pedestri e le storie poco originali, ma qualcuna è animata da un guizzo d'umorismo, come "I due tassi", in cui il tasso di un parco, colmo di disprezzo per il suo vicino, cresciuto sul bordo della strada, alla mercé della polvere e delle intemperie, viene inopinatamente trasformato in una grottesca figura d'orso da un giardiniere maniaco dell'arte topiaria: una scena che riflette tutto l'orrore, in un momento in cui ormai dominava la moda del giardino naturale all'inglese, per il vecchio giardino alla francese, creato a colpi di forbici da un orribile "giardiniere dalla faccia atrabiliare". E' invece un vero e proprio manuale di economia domestica e di agricoltura La Maison rustique pour servir à l'éducation de la jeunesse: ou, Retour en France d'une famille émigrée (1810, "La casa rustica destinata all'educazione dei giovani: o, Ritorno in Francia di una famiglia emigrata") in cui il pretesto narrativo è il rientro in Francia di una famiglia di nobili immigrati che trovano le loro terre abbandonate e devastate; pagina dopo pagina, in tre pedanti volumi, si spiega come ricostruire la casa, come arredarla, come dotarla di una cappella, una biblioteca, un gabinetto di curiosità naturali, come allestire un giardino e un orto, come impiantare e far prosperare ogni genere di coltivazione, dai cereali alla vigna. Una "gradevole produzione" e una rosa Il maggior contributo di Mme de Genlis alla divulgazione in questo campo è tuttavia La Botanique historique et litteraire (1810, "La botanica storica e letteraria"). Al di là del titolo, non si tratta veramente di "botanica", ma piuttosto di una raccolta di aneddoti, curiosità, informazioni antiquarie sulle piante citate nella Bibbia, negli autori classici e più raramente moderni, divise in alberi, arbusti, piante da fiore; non mancano capitoli sulle piante favolose e sugli alberi d'oro citati nella storia e nella letteratura. Di tutto, di più (in 400 pagine in dodicesimo, un quarto delle quali occupate da una novella o romanzo breve, "Les fleurs, ou les artistes"). Sfogliando quest'opera, che secondo l'autrice le sarebbe costata trent'anni di ricerche - l'ho sfogliata, non letta seriamente, subito annoiata dalla stile piatto, dall'accumulo caotico di informazioni senza gerarchia o criteri evidenti, dalla suprema superficialità del tutto - Mme de Genlis mi è sembrata una specie di Plinio di inizio Ottocento, un'accumulatrice acritica di curiosités, più che una studiosa con un progetto e una qualche capacità di interpretazione del reale. Da una parte sarà stata sicuramente un'opera "alimentare", una delle tante che la scrittrice cominciò a immettere nel mercato editoriale quando si trovò priva di altri mezzi finanziari; dall'altra parte, riflette la sua formazione eclettica e da autodidatta, guidata più dalla curiosità estemporanea che da un serio metodo scientifico. Mi sono ovviamente soffermata su un capitolo che sembra l'antenato di questo blog: Fleurs qui portent le nom de personnages qui ont existé, "Fiori che portano il nome di persone reali"; quattro pagine in tutto, per un totale di 11 piante (due sono nomi popolari che ricordano un personaggio biblico e, forse, un personaggio storico, tre arrivano dall'antichità classica, tre da Linneo e tre da Commerson). Nella loro sbrigativa superficialità, sono una perfetta epitome dell'intera opera. Eccoli qui "i services que Mme de Genlis a rendus à la botanique [...] avec cette agreable production" che secondo una pubblicazione del tempo avrebbero indotto M. de Saint Hilaire a dedicarle un genere di piante brasiliane. A dire la verità, la stessa fonte aggiunge un altro "servizio", più materiale. Prima della rivoluzione francese - non sono riuscita a ricostruire la data esatta, ma sicuramente tra il 1784, data della pace di Parigi, e il 1789 - Mme de Genlis visitò l'Inghilterra, ammirò debitamente i Kews Garden, fu ricevuta dalla regina e, grazie a lord Mansfield, conobbe la rosa muscosa. Il celebre e autorevole giudice, benché ottuagenario, ammaliato come tutti gli uomini dalla affascinante contessa, in occasione del suo compleanno gliene inviò un cesto intero; e alla sua partenza per la Francia gli fece dono di un piede, il primo ad essere coltivato nel paese. Non abbiamo ragioni di dubitare questa storia (anche se le memorie di Mme de Genlis abbondano di inesattezze, dimenticanze e episodi "aggiustati", quando non inventati di sana pianta), ma anche questo "servizio" è messo in dubbio dagli storici delle rose. La rosa muscosa è presumibilmente uno sport, ovvero una variazione spontanea, di Rosa centifolia, una rosa coltivata da secoli in Provenza (e infatti conosciuta come rose de Provence). Secondo la vivaista e esperta di rose antiche Anna Peyron la più antica muscosa (nota solitamente come 'Old Pink Moss' o 'Common Moss') sarebbe stata rinvenuta a Carcassonne nel 1696. Rose muscose furono poi coltivate in Olanda e negli anni '20 del Settecento arrivarono in Inghliterra, dove il primo a coltivarle sarebbe stato Philip Miller al Chelsea Physic Garden. Dunque è credibile che Mme de Genlis abbia portato un piede di rosa muscosa dall'Inghilterra, e forse avrà contribuito a diffonderla in coltivazione, ma non si trattava della prima mai vista in Francia. Ovviamente, c'è un capitolo sulle rose nella Botanique historique e litteraire, e la scrittrice non manca di inserire rose muscose in vari romanzi, considerandole una specie di marchio di fabbrica. In ogni caso, il celebre Vibert nel 1817 non mancò di dedicarle la "Comtesse de Genlis", una gallica presumibilmente perduta, descritta nei cataloghi del tempo "con bei fiori molto doppi, carnicino o grigio lino, ma variabili e prolifiche". Qualche notizia in più sulla lunga e romanzesca vita di mme de Genlis nella sezione biografie. Genlisea, le vittime non sono mai troppo piccole Nel 1833 il botanico Auguse de Saint-Hilaire, al ritorno dal suo lungo viaggio in Brasile, dedicò uno dei nuovi generi lì scoperti a Mme de Genlis, stabilendo il genere Genlisea, sulla base di quattro specie brasiliane. Al di là dei "servizi" di cui abbiamo parlato, a spingerlo in tal senso possono essere state altre circostanze. Intanto anche Saint Hilaire era un nobile (il suo nome completo, Augustin-François-César Prouvençal de Saint Hilaire, ha poco da invidiare a quello della dedicataria); entrambi vissero fuori dei confini francesi nei tempi difficili del Terrore e del Termidoro; il giovane Saint Hilaire conosceva e ammirava le opere della scrittrice e iniziò una corrispondenza con lei, ricevendone consigli che lo incoraggiarono ad abbandonare l'attività commerciale scelta per lui dalla famiglia per intraprendere studi scientifici. Può aver influito anche il recente rivolgimento storico: nel luglio del 1830, come è noto, la monarchia borbonica venne rovesciata e Luigi Filippo venne scelto come "re dei Francesi"; egli era rimasto legato da affetto e riconoscenza alla sua antica governante e quando questa morì, nel dicembre dello stesso anno, le tributò solenni funerali di stato. Dunque una dedica all'illustre scomparsa cadeva anche perfettamente opportuna dal punto di vista politico. Genlisea è un piccolo genere di singolari piante della famiglia Lentibulariaceae, che comprende 20-30 specie distribuite tra l'Africa tropicale e il Centro e Sud America. Si tratta di piante acquatiche, semi acquatiche o terrestri che vivono in una varietà di habitat accomunati dalla povertà di nutrienti. Per procurarsi questi ultimi si sono evolute come piante carnivore specializzate nella cattura di animali microscopici e protozoi; la cattura avviene per mezzo di trappole sotterranee che funzionano in modo simile a una nassa. Dal ciuffo di foglie a rosetta si dipartono lunghi organi biancastri che non sono radici (la piante ne è priva) ma foglie modificate dotate di strutture cave a Y, formate dall'unione di due sottili tubi; per tutta la lunghezza presentano strutture a spirale che consentono l'ingresso di microrganismi ospitati nel suolo o nell'acqua. Una volta entrati, essi non possono più uscire, perché le scanalature sono dotate di peli che obbligano a procedere verso l'apice della Y, dove le vittime vengono assimilate e digerite. Oltre ai protozoi, che sono le prede più comuni, le Genliseae si nutrono di una varietà di forme di vita microscopiche. E' stato dimostrato che almeno alcune specie producono particolari secrezioni di sostanze chimiche capaci di attrarre le vittime, inducendole a entrare nelle trappole. All'epoca di Saint Hilaire, questo meccanismo era ignoto. Già Darwin sospettò che si trattasse di piante carnivore, tuttavia non aveva idea di quali organismi si nutrissero e in quale modo. Solo nel 1975 la botanica inglese Yolande Heslop-Harrison individuò l'attività di enzimi digestivi in G. africana; in epoca ancora più recente, nel 1998, un gruppo coordinato da Wilhelm Barthlott dimostrò che G. margaretae attrae le sue prede per chemiotassi, li intrappola in trappole a forma di nassa (descritte anche come "trappole a cavatappi"), li digerisce grazie a enzimi e quindi ne assorbe i nutrienti. Per quanto tentata di trovare un parallelo con Mme de Genlis (abilissima manipolatrice e seduttrice, capace di attirare nelle sue trappole creature di dimensioni ben maggiori dei protozoi), devo ammettere che Saint Hilaire non è mai stato sfiorato da un pensiero così malizioso. Qualche approfondimento su questo curioso genere, che è pure dotato di graziose fioriture, nella scheda. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
June 2026
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