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<channel><title><![CDATA[I NOMI DELLE PIANTE - Storie]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie]]></link><description><![CDATA[Storie]]></description><pubDate>Thu, 03 Sep 2026 11:05:20 +0200</pubDate><generator>Weebly</generator><item><title><![CDATA[Otto von Münchhausen tra querce e ibischi americani]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/otto-von-munchhausen-tra-querce-e-ibischi-americani]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/otto-von-munchhausen-tra-querce-e-ibischi-americani#comments]]></comments><pubDate>Sun, 30 Aug 2026 22:00:00 GMT</pubDate><category><![CDATA[18 secolo]]></category><category><![CDATA[agronomia]]></category><category><![CDATA[botanici tedeschi]]></category><category><![CDATA[parchi e giardini]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/otto-von-munchhausen-tra-querce-e-ibischi-americani</guid><description><![CDATA[	#element-8e12466d-38aa-498e-9143-2cd9c07fcc2c .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 5px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Da qualche mese gli amatissimi ibischi erbacei dai fiori enormi, per i botanici non appartengono pi&ugrave; al genere Hibiscus, ma al piccolo genere Muenchhusia. 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Quel nome un po&rsquo; cacofonico rimanda a un nobiluomo tedesco appassionato di agronomia e giardinaggio, il barone Otto II von M&uuml;nchhausen che, invece di cavalcare palle di cannone come il suo pi&ugrave; celebre cugino, progett&ograve; il primo giardino paesaggistico dell&rsquo;Europa continentale. In questa storia, per&ograve;, quello sopra le righe non &egrave; lui: sono gli ibischi, con i loro fiori grandi come piatti. E a esagerare, pi&ugrave; che madre natura, sono stati gli ibridatori.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:358px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/hibiscus-cranberry-crush-apj19-3.jpg?1788283967" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Perch&eacute; cambiano nome alle piante?</font><br />Ogni volta che i botanici &ldquo;cambiano il nome&rdquo; a una pianta, per coltivatori professionali e amatori &egrave; un piccolo choc. E pi&ugrave; la pianta &egrave; nota, coltivata, amata, pi&ugrave; lo choc diventa grande:&nbsp;perch&eacute; non riguarda un astratto nome del database di Kew, ma qualcosa che vive nei giardini, nelle aiuole, nelle mani di chi la cura. E ancora pi&ugrave; nella memoria: il cambiamento ti costringe a dare un nome diverso a qualcosa che avevi gi&agrave; etichettato, riconosciuto, fatto tuo.&nbsp;<br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Uno dei pi&ugrave; recenti sassi nello stagno della botanica &egrave; arrivato dal J<em>ournal of the Botanical Research Institute of Texas</em>, con l'articolo di&nbsp;</span><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Margaret M. Hanes e Russell&nbsp;</span><span style="color:rgb(42, 42, 42)">L. Barrett "The hardy Hibiscus &mdash; still hardy, but no longer Hibiscus: Reinstatement of Muenchhusia (Malvaceae: Hibisceae)". In quelle pagine accade qualcosa di apparentemente semplice, ma di grande portata:&nbsp;<em>Muenchhusia</em>, da sezione del genere <em>Hibiscus</em>, viene elevato a genere. Il risultato &egrave; che cinque specie di ibischi nordamericani "cambiano nome", cessando di essere <em>Hibiscus </em>per diventare <em>Muenchhusia</em>. Non cinque specie qualunque, ma alcune delle pi&ugrave; amate perenni da giardino: gli ex <em>Hibiscus coccineus</em>, <em>H. dasycalix</em>, <em>H. grandiflorus</em>, <em>H. laevis</em> e <em>H. moscheutos</em>.&nbsp;<br />Il cambiamento non &egrave; una bizzarria n&eacute; lo scherzo di cattivo gusto di botanici che si divertono a sostituire un nome storico con una denominazione che, appena la senti, ricorda pi&ugrave; uno starnuto che le setose corolle degli ibischi dai fiori giganti.<br />&Egrave; la conseguenza diretta di un fatto ormai chiaro e sostenuto da robuste evidenze scientifiche: il genere <em>Hibiscus</em> non &egrave; un gruppo omogeneo, ma un insieme polifiletico di specie con storie evolutive diverse.&nbsp;</span><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Per ridurre questa anomalia, negli ultimi decenni ne sono stati separati gruppi importanti, come <em>Abelmoschus </em>(cui appartiene tra l'altro il gombo, <em>A. esculentus</em>), e pi&ugrave; recentemente <em>Sabdariffa </em>(cui appartiene la pianta del carcad&egrave;, <em>Sabdariffa&nbsp;</em></span><em style="color:rgb(32, 33, 34)"><strong>gossypiifolia</strong></em>)<em style="color:rgb(32, 33, 34)"><strong>.&nbsp;</strong></em><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Ma nessuna delle due, o delle tante altre specie che hanno cessato di chiamarsi <em>Hibiscus</em>,&nbsp;sono cos&igrave; universalmente coltivate come <em>Muenchhusia moscheutos</em>, <em>M. coccinea</em> o <em>M. laevis</em>, e il cambiamento non ha suscitato il medesimo choc.</span><br />Come spesso accade, quel nuovo nome non &egrave; nuovo affatto: &egrave; antico, anzi antichissimo. La regola della priorit&agrave; stabilisce infatti che, quando avviene un cambiamento di genere, bisogna verificare nella letteratura botanica se a quel taxon, o al gruppo di taxa coinvolti, era gi&agrave; stato assegnato un nome di genere validamente pubblicato.&nbsp;Se esiste, quel nome viene ristabilito e, sia bello o sia brutto, diventa quello ufficialmente riconosciuto.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:369px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/schloss-schwoebber-koenigsfoerde-gesamtansicht-merian-scwoebber.jpg?1788284155" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae"><font size="4">Da <em>Muenchhusia </em>al barone di M&uuml;nchhausen</font></font><br />&Egrave; esattamente il caso di <em>Muenchhusia</em>. Nel 1763 Philipp Konrad Fabricius, nel catalogo dell&rsquo;orto botanico di Helmstedt, basandosi su una suggestione del suo predecessore Lorenz Heister &mdash; che aveva proposto quel nome una ventina d&rsquo;anni prima &mdash; pubblic&ograve; sotto il nome <em>M&uuml;nchhusia </em>una specie americana che fioriva nel giardino, senza assegnarle un nome specifico. &Egrave; tuttavia evidente che si trattava di <em>Hibiscus moscheutos</em>, cos&igrave; battezzato da Linneo nel 1753 in <em>Species plantarum</em>.&nbsp;Heister e Fabricius vi riconoscevano peculiarit&agrave; tali da non considerarlo un <em>Hibiscus</em>, anzi da meritare un genere a s&eacute;.<br />La loro opinione, per&ograve;, non trov&ograve; seguaci. Il nome rimase dormiente fino al 1903, quando Kuntze lo recuper&ograve; per un&rsquo;ampia sottosezione di <em>Hibiscus</em>. Nel 1985 Blanchard lo restrinse a due sole specie (nessuna delle quali, peraltro, appartiene all&rsquo;attuale <em>Muenchhusia</em>) e lo elev&ograve; a sezione, poi successivamente circoscritta a <span style="color:rgb(42, 42, 42)">cinque specie di <em>Hibiscus </em>degli ambienti umidi nordamericani. Infine,&nbsp;</span>nel 2025, come ho anticipato, la svolta definitiva: il ristabilimento di <em>Muenchhusia </em>come genere autonomo con il conseguente cambiamento del nome generico.<br />Una disperazione per tanti, un regalo per me: posso cos&igrave; raccontare la storia di un personaggio forse minore, ma di un certo interesse. Dietro quel nome un po&rsquo; barbaro si nasconde infatti la dedica a <strong>Otto II von M&uuml;nchhausen (1716&ndash;1774)</strong>, che era s&igrave; un barone di M&uuml;nchhausen, ma <strong>non</strong> quello a cui pensiamo tutti, il protagonista fanfarone di storie immaginifiche. I due, in effetti, appartenevano alla stessa famiglia, una delle maggiori della nobilt&agrave; dell&rsquo;Hannover. Al contrario del pi&ugrave; noto parente, Otto II non fu mai militare: fu funzionario civile, possidente terriero, scienziato dilettante e, ci&ograve; che pi&ugrave; ci interessa, autore di un notevole trattato di economia domestica e creatore del primo giardino paesaggistico all&rsquo;inglese nell'Europa continentale.<br />Otto II von M&uuml;nchhausen nacque a Schw&ouml;bber, la tenuta di famiglia nei pressi di Hameln. Qui i suoi antenati &mdash; e in particolare il padre, Johann Friedrich von M&uuml;nchhausen, morto quando lui era bambino &mdash; avevano creato uno dei pi&ugrave; notevoli giardini del paese, visitato persino da Pietro il Grande quando pass&ograve; dalla Germania nel 1715. A destare ammirazione era soprattutto l&rsquo;orangerie, con la sua collezione di piante rare ed esotiche, tra cui gli ananas.<br />Fu dunque naturale, per il piccolo Otto, appassionarsi di piante e giardini, e mettere le mani nella terra per piantare, seminare, potare e moltiplicare. I doveri di proprietario terriero &mdash; come primogenito eredit&ograve; tre vaste tenute &mdash; e la tradizione di famiglia, che forniva regolarmente alti funzionari civili al regno di Hannover, segnarono poi la sua formazione, completata all&rsquo;Universit&agrave; di Gottinga, fondata nel 1734 da un altro membro della famiglia, il ministro Gerlach Adolph von M&uuml;nchhausen.<br />Qui, oltre ai corsi di scienze camerali, cio&egrave; le discipline che formavano i funzionari dello Stato, Otto si accost&ograve; a tutte le scienze naturali: sappiamo che possedeva una vasta collezione di insetti e raccolte di minerali; per tutta la vita avrebbe poi coltivato tanto la fisica quanto la chimica. L&rsquo;incontro pi&ugrave; decisivo fu per&ograve; quello con <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/albrecht-von-haller-ultimo-genio-universale">Albrecht von Haller</a>, da cui ricevette una rigorosa formazione botanica.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:394px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/derhausvater01munc-0006-medium.jpg?1786633040" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;">&#8203;<font size="4" color="#5040ae">Un giardino e un trattato enciclopedico</font><br />Intorno al 1740, per occuparsi dell&rsquo;amministrazione delle sue terre, Otto von M&uuml;nchhausen ritorn&ograve; a Schw&ouml;bber; qui, forse a partire dal 1750, diede mano alla trasformazione del parco nel primo giardino paesaggistico dell'Europa continentale. Guardava ai modelli britannici &mdash; non&nbsp; dimentichiamo che dal 1727 gli elettori di Hannover erano anche re di Gran Bretagna &mdash; ma era ben consapevole che dovevano essere adattati non solo alle differenti condizioni climatiche dei due paesi, ma anche a un contesto socioeconomico ben diverso. Le piante nordamericane, le pi&ugrave; desiderate anche per lui, in Germania non arrivavano direttamente dalle colonie, ma dovevano forzatamente passare attraverso la mediazione britannica, con un notevole aumento dei costi.<br />Quel ruolo di mediatore, tuttavia, M&uuml;nchhausen lo prese anche su di s&eacute;, creando vasti vivai a <span style="color:rgb(42, 42, 42)">Schw&ouml;bber, dove fu il primo a introdurre e coltivare&nbsp;</span>molte specie nordamericane, soprattutto arboree. Nelle serre si continuavano peraltro a coltivare specie delicate provenienti &ldquo;dalle Indie occidentali e orientali&rdquo;, come riferisce una testimonianza del 1743, che parla di ananas, alberi di caff&egrave;, palme da datteri, mastice e di duecento tipi di agrumi.<br />Contemporaneamente M&uuml;nchhausen percorreva con passo sicuro la carriera di alto funzionario: nel 1741 drost a Steyerberg, nel 1756 consigliere territoriale e delle finanze a Calenberg, nel 1763 landdrost titolare e nel 1765 landdrost effettivo a Harburg.<br />Fu in questo contesto &mdash; un grande possedimento da amministrare, un giardino in trasformazione, una carriera pubblica sempre pi&ugrave; impegnativa &mdash; che M&uuml;nchhausen inizi&ograve; a seguire quelle che oggi chiameremmo le &ldquo;buone pratiche&rdquo; agronomiche, a sperimentarle lui stesso, a partecipare ai circoli che le promuovevano. Dal 1753 cominci&ograve; a pubblicare brevi contributi sull&rsquo;<em>Hannoversches Magazin</em>. Nel 1765 divenne membro della Celler Landwirtschaftsgesellschaft, fondata l&rsquo;anno precedente.<br />Anche se da tempo nel territorio tedesco circolavano manuali di economia domestica che andavano sotto il nome di <em>Hausvater </em>(&ldquo;il padre di famiglia&rdquo;), M&uuml;nchhausen ne era insoddisfatto; n&eacute; lo convincevano le traduzioni dei testi economici e agronomici britannici che iniziavano a diffondersi, a suo parere inutili se non fuorvianti nel contesto tedesco.<br />Nacque cos&igrave; l&rsquo;idea di un periodico, intitolato anch&rsquo;esso "Der Hausvater", che cominci&ograve; a uscire nel 1764 con periodicit&agrave; irregolare. Di quel filone conservava il carattere miscellaneo: gli argomenti spaziavano dalla vera e propria agronomia &mdash; una disciplina che in Germania non aveva ancora uno status definito e non era insegnata in nessuna universit&agrave; &mdash; all&rsquo;economia domestica, dall&rsquo;amministrazione di una tenuta alla progettazione di un giardino; cos&igrave;, un vero e proprio trattato sul perfezionamento degli aratri poteva affiancarsi a consigli su come mantenere impermeabile la tela cerata.<br />A partire dal 1771, gli articoli confluirono nei sei volumi di <em>Der Hausvater</em>, che ormai aveva assunto l&rsquo;aspetto di un trattato enciclopedico. L&rsquo;ultimo, pubblicato nel 1773 e rimasto incompleto per la morte dell&rsquo;autore, fu dedicato da M&uuml;nchhausen alle sue esperienze trentennali nei campi della fisica e della chimica; vi si mescolano ingenuit&agrave;, residui del passato, teorie poi rivelatesi infondate e sorprendenti anticipazioni.<br />Per gli agronomi, il volume pi&ugrave; importante &egrave; certamente il primo, prevalentemente dedicato alle pratiche agronomiche. M&uuml;nchhausen pretende di aver sperimentato di persona l&rsquo;efficacia di ci&ograve; che propone; bench&eacute; sia solitamente considerato il fondatore dell&rsquo;agricoltura scientifica in terra tedesca, &egrave; un riformatore cauto, che non mette in discussione pratiche tradizionali come la rotazione delle colture; gli sfugge la portata dell&rsquo;introduzione delle macchine e delle nuove colture che stanno rivoluzionando l&rsquo;agricoltura britannica; tanto meno mette in discussione le basi sociali dell&rsquo;agricoltura tedesca, ancora largamente dipendente dalla servit&ugrave; della gleba.<br />Per i botanici e gli storici del giardinaggio, il volume di maggiore interesse &egrave; invece il quinto, in cui M&uuml;nchhausen, a partire dalle sue esperienze a Schw&ouml;bber, da una parte impartisce istruzioni su come creare alberate e boschetti ornamentali, dall&rsquo;altra fornisce un elenco degli alberi e degli arbusti adatti al clima tedesco; molte erano piante nordamericane che fu tra i primi a coltivare nell&rsquo;Europa continentale e alle quali diede per primo il nome.<br />Si devono a M&uuml;nchhausen 59 nomi botanici: solo cinque sono oggi validi, ma si tratta di nomi importanti: da una parte il genere <em>Hirschfeldia </em>(una brassicacea mediterranea usata come succedaneo della senape); dall'altro un gruppo di alberi americani: <em>Crataegus uniflora</em> e tre specie di querce, <em>Quercus coccinea</em>, <em>Q. marilandica</em> e <em>Q. palustris</em>.&nbsp;M&uuml;nchhausen era uno specialista di querce, e sappiamo che a Schw&ouml;bber cre&ograve; un lecceto che esisteva ancora all&rsquo;inizio del Novecento. L&rsquo;interesse per le piante forestali ne fa sicuramente un precursore &mdash; se non dell&rsquo;agronomia &mdash; della dendrologia applicata.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/954b904c1cd3662a5d2209fed76412bc.jpg?1788286142" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><strong><font color="#5040ae" size="4">Cinque "ibischi" nordamericani</font></strong><br />Non sappiamo perch&eacute; Fabricius, e prima di lui Heister, abbiano deciso di denominare <em>Muenchhusia </em>la futura <em>M. moscheutos</em>. Poich&eacute; la dedica di Heister risale al 1748, quando il nobiluomo non aveva ancora pubblicato nulla, &egrave; molto probabile che quella pianta fosse arrivata all&rsquo;orto botanico di Helmstedt grazie a lui, che sappiamo generoso nel fornire piante ad altre istituzioni, come l&rsquo;Oekonomischer Garten e l&rsquo;orto botanico di Gottinga.<br />Siamo molto pi&ugrave; informati sulle circostanze di una seconda dedica, quella di <em>Muenchhausia </em>L., pubblicata nella prima edizione di <em>Systema vegetabilium</em> nel 1774, ma anticipata da Murray nel suo <em>Prodromus designationis stirpium gottingensium</em>. In questo caso sappiamo che si tratt&ograve; proprio di un dono: negli anni Quaranta M&uuml;nchhausen regal&ograve; all&rsquo;orto botanico di Gottinga uno splendido arbusto proveniente &ldquo;dalle Indie&rdquo;, che prosper&ograve; per qualche tempo prima di soccombere all&rsquo;inclemenza del clima sassone. Non cos&igrave; la pianta madre, che &mdash; grazie al prudente ricovero invernale &mdash; era ancora viva e vegeta a Schw&ouml;bber quando M&uuml;nchhausen ne parl&ograve; orgoglioso nel quinto volume di <em>Der Hausvater</em>.<br />Ma stia tranquillo chi teme la confusione tra <em>Muenchhusia </em>e <em>Muenchhausia</em>: <em>Muenchhausia </em>&egrave; un nome inutile, mai entrato nella terminologia botanica, perch&eacute; <em>Muenchhausia speciosa</em> non &egrave; altro che <em>Lagerstroemia indica</em>, creata dallo stesso Linneo fin dal 1759. Forse se n&rsquo;era dimenticato; pi&ugrave; probabilmente, lavorando spesso su esemplari imperfetti o addirittura su materiale iconografico o su descrizioni altrui, non aveva riconosciuto che si trattava della stessa pianta.<br />Ma finalmente &egrave; venuto il momento di parlare dei coloratissimi protagonisti vegetali di questa storia: i cinque ibischi nordamericani, da qualche mese <em>Muenchhusia moscheutos</em>, <em>M. laevis</em>, <em>M. coccinea</em>, <em>M. grandiflora</em>, <em>M. dasycalyx</em>. Il gruppo &egrave; ben caratterizzato da alcuni tratti comuni: in primo luogo l&rsquo;ambiente, le aree umide e paludose del Nord America; sono piante erbacee erette, di grandi dimensioni e di crescita veloce, rustiche e dotate di grandi fiori solitari a cinque petali, in colori che vanno dal bianco &mdash; spesso con una macchia scura alla gola &mdash; al rosso. Vediamoli ora pi&ugrave; da vicino, in ordine di apparizione, o meglio di scoperta da parte dei botanici.<br /><em>Muenchhusia moscheutos</em> &egrave; di gran lunga la specie di pi&ugrave; ampia diffusione: il suo areale orientale va dal Canada meridionale al Messico nord&#8209;orientale; inoltre, con la sottospecie <em>lasiocarpos</em>, &egrave; l&rsquo;unica ad essere presente anche sul versante pacifico del Nord America, con popolazioni in California. A una distribuzione cos&igrave; vasta corrisponde un&rsquo;estrema variabilit&agrave;: nelle dimensioni, nella larghezza e nella forma delle foglie, nella morfologia e nelle dimensioni delle capsule. Il colore delle corolle &egrave; generalmente rosa a Nord e bianco con gola rossa a Sud; nell&rsquo;area centrale convivono tutte le variazioni cromatiche. I fiori sono solitari, orizzontali o lievemente inclinati, con corolle del diametro di circa 7&ndash;8 cm.&nbsp;A causa dell'estrema variabilit&agrave;, <em>M. moscheutos</em> &egrave; stato variamente interpretata dai botanici: per un certo periodo ne fu distinto <em>Hibiscus palustris</em>, che corrisponde alle forme pi&ugrave; meridionali del complesso, pi&ugrave; tardi ricondotto a&nbsp;<em>moscheutos</em>.<br />Tanto diffusa e vistosa, questa specie non poteva certo sfuggire n&eacute; ai coloni n&eacute; ai primi esploratori della flora nordamericana; e tuttavia la storia della sua scoperta e introduzione in Europa &egrave; straordinariamente confusa. La prima menzione e la prima immagine (1635) si devono a Jacques&#8209;Philippe Cornut, che testimonia che la pianta era coltivata nell&rsquo;orto botanico di Parigi, ma ignora come vi fosse arrivata e la ritiene di origine africana. La chiama <em>Althea rosea peregrina</em> e ipotizza che possa essere identificata con la <em>Rosa moscheutos</em> citata da Plinio.<br />Pi&ugrave; informato di lui &egrave; Plukenet, che in <em>Almagestum Botanicum</em> (1696) la chiama <em>Alcea indica ulmi foliis </em>e attesta che era stata inviata in Inghilterra da Banister. Il testo di riferimento rimaneva per&ograve; quello di Cornut: ripreso da Tournefort in <em>Institutiones rei herbariae</em>, da Boerhaave nel catalogo dell&rsquo;orto botanico di Leida e dallo stesso Linneo che, in <em>Hortus Cliffortianus</em>, afferma che questa specie &ldquo;cresce in Africa&rdquo;. Solo dopo il ritorno a Uppsala, grazie a una comunicazione di Gronovius &mdash; che per <em>Flora Virginica</em> si bas&ograve; sulle descrizioni di Clayton &mdash; Linneo cap&igrave; che si trattava di una pianta nordamericana, come scrive nel catalogo dell&rsquo;orto botanico di Uppsala (1748). Nel 1753, in <em>Species Plantarum</em>, la battezz&ograve; <em>Hibiscus moscheutos</em>, riprendendo il nome specifico dall&rsquo;ipotesi, evidentemente infondata, di Cornut.<br />Bench&eacute; coltivata in diversi orti botanici, continuava ad essere una rarit&agrave;: il motivo lo spiega chiaramente Philip Miller, osservando che nelle estati dell&rsquo;Inghilterra &mdash; e pi&ugrave; in generale del Nord Europa &mdash; la pianta difficilmente riusciva a fiorire. Il successo sarebbe arrivato solo nel Novecento, e pi&ugrave; avanti scopriremo come e perch&eacute;.<br />Poco conosciamo della prima raccolta di <em>Muenchhusia laevis</em>, una specie di relativamente ampia diffusione tra il Canada meridionale e gli Stati Uniti centrali e orientali. &Egrave; un&rsquo;erbacea perenne che pu&ograve; superare i due metri d&rsquo;altezza, con fusti e foglie glabre (&egrave; questo il significato del nome specifico <em>laevis</em>), lobate, con tre&ndash;cinque lobi acuti, di cui quello centrale pi&ugrave; lungo, tanto da ricordare la lama di una picca. I grandi fiori orizzontali hanno corolla imbutiforme, con petali lievemente sovrapposti, da bianchi a rosa pallido, e un diametro di 8&ndash;15 cm.&nbsp;Nella seconda met&agrave; del Settecento dovette raggiungere diversi orti botanici europei, tra cui quello di Torino, nel cui catalogo del 1773 fu pubblicata da Allioni come <em>Hibiscus laevis</em>. Era arrivata anche a Madrid: nel 1787 Cavanilles la pubblic&ograve; come <em>Hibiscus militaris</em>, alludendo alla forma &ldquo;militaresca&rdquo; delle foglie.<br />Pi&ugrave; documentata e meno intricata &egrave; la storia della scoperta e dell&rsquo;introduzione di <em>Muenchhusia coccinea</em>. Pi&ugrave; meridionale, &egrave; nativa delle paludi e dei bordi dei corsi d&rsquo;acqua degli Stati Uniti sud&#8209;orientali, in particolare Virginia, Florida meridionale e Louisiana occidentale. Anche se il suo nome comune americano &egrave; <em>Texas star</em>, &ldquo;stella del Texas&rdquo;, non &egrave; nativa di questo stato.&nbsp;&Egrave; un&rsquo;erbacea perenne alta ed esile, con un fusto che tende a lignificare alla base, foglie palmate che ricordano quelle della canapa, grandi fiori dal diametro di 7&ndash;8 cm con cinque petali scarlatti, da ovati a spatolati, che non si sovrappongono; ne esistono anche forme rosa e bianche. Il rosso vivo delle corolle indica chiaramente l&rsquo;impollinazione da parte dei colibr&igrave;.&nbsp;Secondo il catalogo dell&rsquo;orto botanico di Kew, fu coltivata per la prima volta in Europa nel 1778 da Fothergill; con grande probabilit&agrave; si trattava di uno degli invii di William Bartram, attivo in quegli anni proprio tra Virginia e Florida. Fu poi pubblicata come <em>Hibiscus coccineus</em> da Walter nel 1788.<br />Ci porta pi&ugrave; a sud <em>Muenchhusia grandiflora</em>: &egrave; infatti nativa degli Stati Uniti sud&#8209;orientali, dal Texas alla Florida meridionale, e si spinge anche a Cuba. &Egrave; il gigante del gruppo; anche se solitamente raggiunge un&rsquo;altezza di circa due metri, sono noti esemplari che superano i quattro metri. Tende a lignificare e ad acquisire un portamento arbustivo. Ha grandi foglie cordate e vellutate e fiori da bianchi a rosa, con un occhio porpora, dal diametro fino a 15 cm.&nbsp;Fu pubblicata per la prima volta nel 1803 da Andr&eacute; Michaux, che probabilmente fu anche il primo raccoglitore, durante una delle sue spedizioni tra Stati Uniti meridionali e Cuba, tra il 1787 e il 1796.<br />Veniamo infine all&rsquo;ultima specie, che &egrave; anche la pi&ugrave; rara: <em>Muenchhusia dasycalyx</em>. &Egrave; infatti limitata a tre popolazioni che vivono in luoghi stagionalmente inondati lungo il Neches River, l&rsquo;Angelina River e il Trinity River, nell&rsquo;Angelina County, nel Texas orientale. Fu scoperta nel 1955 da Sidney Fay Blake e Ivan Shiller, che la pubblicarono nel 1958 come <em>Hibiscus dasycalyx</em>.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:386px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/hibiscus-lord-baltimore-single-flower.jpg?1788286276" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Gli hardy hibiscus, una storia di ibridazioni</font><br />Ma c&rsquo;&egrave; ancora una storia da raccontare, forse la pi&ugrave; affascinante. Gli ibischi erbacei perenni che coltiviamo nei nostri giardini, gli hardy hibiscus, come li chiamano negli Stati Uniti, con la sola eccezione di <em>M. coccinea</em>, per lo pi&ugrave; non sono specie ma ibridi. Tutto inizi&ograve; verso la met&agrave; degli anni &rsquo;50 del Novecento. Fino ad allora le quattro specie note (come abbiamo visto, <em>M. dasycalyx</em> non era ancora stata scoperta) erano s&igrave; apprezzate, e talvolta anche coltivate, ma erano essenzialmente considerate adatte a giardini un po' selvaggi, con le giuste condizioni di umidit&agrave;; sono infatti piante da palude dal portamento un po' disordinato, con fiori grandi, ma non enormi, che durano solo un giorno e sono prodotti in modo discontinuo.<br />Nonostante questi limiti, avevano destato qualche interesse tra i vivaisti nordamericani, che ne avevano selezionate alcune variet&agrave;, soprattutto di <em>H. moscheutos</em> (da questo momento user&ograve; i nomi d'epoca), che come abbiamo visto &egrave; una specie estremamente variabile. Ma il primo a prenderli veramente sul serio fu Robert Darby, un vivaista e ibridatore del Maryland. Il suo obiettivo era ottenere un ibisco con petali rossi, come <em>H. coccineus</em>, ma con fiori a coppa come <em>H. moscheutos</em>. Cominci&ograve; cos&igrave; a ibridare tra loro quattro specie: appunto <em>H. coccineus</em>, <em>H. moscheutos</em>, <em>H. palustris</em> (oggi sinonimizzato con <em>H. moscheutos</em>) e <em>H. militaris</em> (oggi sinonimizzato con H. laevis).<br />Il suo primo successo, intorno al 1955, fu &lsquo;Lord Baltimore&rsquo;, una variet&agrave; spettacolare che, a settant'anni di distanza, &egrave; tuttora coltivata: una pianta grande e vigorosa, con fiori di dimensioni enormi (25 cm di diametro), setose corolle rosso cremisi, dai petali arricciati; la fioritura &egrave; copiosa e continua, capace di protrarsi da met&agrave; estate all'autunno.<br />Con &lsquo;Lord Baltimore&rsquo; nasce il primo ibisco palustre moderno: non pi&ugrave; una curiosit&agrave; botanica, ma una pianta ornamentale vera e propria.&nbsp;Fu l'inizio di una rivoluzione; anche se questa variet&agrave; &egrave; semisterile (secondo Darby, produce una proporzione di semi vitali di 1 su 250), fu la base per ulteriori creazioni di Darby, le pi&ugrave; note delle quali sono &lsquo;Lady Baltimore&rsquo; (1978), con petali arricciati rosa medio e una macchia cremisi alla gola, e &lsquo;Anne Arundel&rsquo; (1982), rosa vivo.<br />Se Darby rappresenta la fase artigianale e pionieristica, la seconda tappa ci porta in Giappone. Qui negli anni &rsquo;60 gli ibridatori della grande compagnia sementiera Sakata iniziarono a incrociare gli ibischi ibridi americani, producendo variet&agrave; come &lsquo;Southern Belle&rsquo;, con fiori bianchi sfumati di rosa e gola cremisi, e &lsquo;Dixie Belle&rsquo;, bianco con centro rosso. Il vero successo arriv&ograve; negli anni &rsquo;70 con la prima vera serie di ibischi rustici, Disco Belle, con fiori quasi piatti, disponibili in molti colori;&nbsp;con essa, gli ibischi ibridi smettono di essere piante da collezionisti e&nbsp;<span style="color:rgb(42, 42, 42)">diventano un prodotto vivaistico standardizzato, riproducibile da seme: &egrave; la nascita dell&rsquo;ibrido &ldquo;industriale&rdquo;.</span><br />Tra fine degli anni &rsquo;80 e gli anni &rsquo;90, la storia degli ibischi ibridi riattraversa l&rsquo;oceano e ci porta a Lincoln, in Nebraska, nel vivaio dei fratelli Fleming. Specializzati in piante perenni all&rsquo;insegna del motto bigger, bolder, better, si erano fatti un nome nel vivaismo statunitense come ibridatori di <em>Dianthus</em>, <em>Veronica </em>e <em>Lagerstroemia</em>. Anche se gi&agrave; nei loro cataloghi degli anni &rsquo;50 compaiono alcuni ibischi, questi divennero il loro prodotto di punta a partire dagli anni &rsquo;90.&nbsp;I Fleming non cercavano solo fiori pi&ugrave; grandi: cercavano piante che fossero spettacolo puro, con fogliame decorativo e una presenza scenica che nessun ibisco palustre aveva mai avuto. La pi&ugrave; famosa delle loro creazioni &egrave; probabilmente &lsquo;Copper King&rsquo;, con enormi fiori rosa chiaro dalla gola e fogliame bronzeo finemente lobato.<br />Negli anni 2000 gli ibischi dai fiori grandi come un piatto sono ormai un successo internazionale (&egrave; anche il periodo in cui cominciano ad essere ampiamente coltivati pure da noi, persino nelle aiuole comunali); la loro storia per&ograve; non &egrave; pi&ugrave; quella di vivaisti visionari e sperimentatori, ma dei centri di ricerca universitari, come quello del Texas, dei vivai specializzati in vasti programmi di ibridazione come Walters Gardens e delle major come Proven Winners.<br />&Egrave; il momento in cui gli ibischi palustri diventano una categoria vivaistica globale, sostenuta da programmi di ibridazione sistematici e da marchi internazionali. Emblema di questa fase &egrave; la serie Summerific, creata da Walters Gardens e commercializzata da Proven Winners, caratterizzata da forme compatte, lunga fioritura, adattabilit&agrave; e facilit&agrave; di coltivazione, con fogliame spesso scuro e fiori in un&rsquo;ampia gamma di colori.<br />Dopo settant&rsquo;anni di incroci, selezioni e rivoluzioni estetiche, non resta che abituarci al nuovo nome botanico ufficiale: <em>Muenchhusia </em>&times; <em>hybrida</em>. Una storia che parte dalle paludi, passa per gli orti botanici europei, e arriva ai cataloghi internazionali, con centinaia e centinaia di ibridi.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Augustin Pyrame de Candolle, ovvero la nascita di un nuovo paradigma]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/augustin-pyrame-de-candolle-ovvero-la-nascita-di-un-nuovo-paradigma]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/augustin-pyrame-de-candolle-ovvero-la-nascita-di-un-nuovo-paradigma#comments]]></comments><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 22:00:00 GMT</pubDate><category><![CDATA[botanici svizzeri]]></category><category><![CDATA[ottocento]]></category><category><![CDATA[Sacri testi]]></category><category><![CDATA[tassonomia]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/augustin-pyrame-de-candolle-ovvero-la-nascita-di-un-nuovo-paradigma</guid><description><![CDATA[	#element-af3b68b3-4273-4a58-994f-447d3ccc0de4 .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 5px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Ci sono momenti in cui una disciplina cambia direzione, non con un terremoto o un suono di fanfare, ma in modo pur tuttavia avvertibile. La botanica compie quella virata all&rsquo;inizio dell&rsquo;Ottocento, pi&ugrave; precisamente tra il 1813 e il 1824, se come fatto scatenante [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div id="818840056601865288"><div><style type="text/css">	#element-af3b68b3-4273-4a58-994f-447d3ccc0de4 .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 5px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}</style><div id="element-af3b68b3-4273-4a58-994f-447d3ccc0de4" data-platform-element-id="698263678581730663-1.1.0" class="platform-element-contents"><div class="content-color-box-wrapper"><div style="width: 100%"><div></div><div class="paragraph">Ci sono momenti in cui una disciplina cambia direzione, non con un terremoto o un suono di fanfare, ma in modo pur tuttavia avvertibile. La botanica compie quella virata all&rsquo;inizio dell&rsquo;Ottocento, pi&ugrave; precisamente tra il 1813 e il 1824, se come fatto scatenante scegliamo due opere. Sono la Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire de la botanique e il primo volume del Prodromus di Augustin Pyrame de Candolle.&nbsp;La Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire non &egrave; accolta come un manifesto, eppure viene subito tradotta, travisata, adattata nei corsi universitari: segno che qualcosa si sta muovendo. E quando arriva il primo volume del Prodromus, la svolta diventa evidente. &Egrave; finita l&rsquo;era del sistema artificiale di Linneo, dei tentativi di tenere aggiornato <em>Systema vegetabilium</em>. Ora si respira aria nuova: &egrave; nato un nuovo paradigma. Non l&rsquo;unico, certo, ma quello che ha cambiato tutto.&nbsp;Da qui in avanti, la botanica non sar&agrave; pi&ugrave; la stessa.</div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:368px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/mobot31753000739638-0120-medium.jpg?1783599895" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Prologo sulle rive della Senna</font><br />Nel 1798 un ragazzo di diciannove anni arriva a Parigi in cerca di fortuna. Tecnicamente &egrave; cittadino francese: la sua citt&agrave;, Ginevra, &egrave; stata appena annessa alla R&eacute;publique. Forse considera questo viaggio un ritorno alle origini familiari.&nbsp;Si chiama Augustin Pyrame de Candolle (1778-1841). I suoi antenati, nobili provenzali di fede calvinista, nel Cinquecento avevano lasciato la Francia per rifugiarsi a Ginevra, dove, una generazione dopo l'altra, avevano servito la citt&agrave; come magistrati e notabili.&nbsp;Il curioso secondo nome, Pyrame o Pyramus, &egrave; quello di un nonno, ma anche del protagonista di una storia antica raccontata da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/le-metamorfosi-vegetali-di-ovidio">Ovidio</a>: dettaglio rivelatore degli interessi letterari della famiglia e dell'ambiente permeato di cultura classica in cui &egrave; cresciuto.&nbsp;<br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">E' stato un bambino di salute fragile ma di mente acuta, con grande sensibilit&agrave; per le lingue e persino un precoce poeta. In una Ginevra in cui la cultura &egrave; parte della vita civile, ha ricevuto&nbsp;</span><span style="color:rgb(42, 42, 42)">una formazione che unisce rigore calvinista e apertura illuminista. Anche se il padre immagina per lui&nbsp; una carriera di funzionario e una laurea in legge, al Collegio di Ginevra ha scoperto la botanica grazie a uno dei suoi professori, il teologo&nbsp;Jean Pierre &Eacute;tienne Vaucher.&nbsp;<br />Quando Ginevra viene annessa alla Francia, i progetti della famiglia cambiano. Gli eventi bellici e rivoluzionari hanno assottigliato il patrimonio familiare; gli &egrave; dunque necessaria una professione. Arriva a Parigi con l'intento dichiarato di studiare medicina e diventare medico, e con quello meno esplicito ma pi&ugrave; profondo di fare della botanica la sua vera professione. La capitale francese &egrave; l'unico luogo al mondo in cui questo sogno pu&ograve; diventare realt&agrave;.&nbsp;Finiti i furori e le speranze degli anni caldi della Rivoluzione, Parigi vive il confuso periodo&nbsp;del Direttorio, tra difesa delle conquiste fondamentali della rivoluzione, guerra cronica, intrighi di potere, corruzione e trionfo degli speculatori. Ma &egrave; anche la capitale europea della scienza, con un cuore pulsante; il Jardin des Plantes, divenuto il Mus&eacute;um national d'histoire naturelle.</span><br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">E proprio al Mus&eacute;um Augustin Pyrame dirige i suoi primi passi, con una lettera di presentazione per il direttore Ren&eacute; Louiche Desfontaines. Quest'ultimo lo indirizza da una parte allo studio della fisiologia vegetale, dall'altro lo raccomanda a <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/laffare-dombey-seconda-parte-il-furto-di-lheritier-de-brutelle">L'H&eacute;ritier de Brutelle</a>, che cerca qualcuno che lo aiuti a riordinare il suo erbario.&nbsp;</span><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Da quel lavoro dell&rsquo;estate 1798 per L&rsquo;H&eacute;ritier de Brutelle, la reputazione del volenteroso e acuto studente ginevrino comincia a crescere nell&rsquo;ambiente dei botanici parigini.&nbsp;Nel 1799, sulle "M&eacute;moires de la Soci&eacute;t&eacute; d&rsquo;Histoire Naturelle de Paris", pubblica il suo primo genere, <em>Senebiera</em>, dedicato al suo primo maestro. Lo stesso anno scrive i testi per <em>Histoire des plantes grasses</em> con le tavole di Redout&eacute;, un altro dei protetti di L&rsquo;H&eacute;ritier, firmandosi prudentemente A. P. Decandolle: il &ldquo;de&rdquo; imbarazza ancora, in una Francia che non ha rinnegato del tutto la rivoluzione.</span><span style="color:rgb(43, 60, 77)">&nbsp;Dalla collaborazione con Redout&eacute; nasce anche <em>Astragalogia </em>(1802), non pi&ugrave; un lavoro eminentemente descrittivo, ma gi&agrave; di taglio tassonomico, con la creazione dei generi <em>Oxytropis </em>e <em>Lessertia</em>, in onore di una delle sue frequentazioni parigine, Benjamin Delessert.</span><br />Grazie a queste prime prove arrivarono gli incontri &mdash; fisici e metodologici &mdash; con i tre grandi maestri delle scienze naturali al Mus&eacute;um: Georges Cuvier, Jean&#8209;Baptiste de Lamarck e Antoine&#8209;Laurent de Jussieu.&nbsp;Da tutti de Candolle assorb&igrave; insegnamenti e suggestioni, che poi seppe integrare in una visione originale. Sul&nbsp;piano della carriera accademica e scientifica, gli incoraggiamenti maggiori vennero da Cuvier e Lamarck.&nbsp;Nel 1802, quando divenne titolare della cattedra al Mus&eacute;um, Cuvier volle de Candolle come supplente di fisiologia vegetale al Coll&egrave;ge de France; Lamarck invece dapprima gli affid&ograve; la redazione di alcuni articoli della <em>Ecyclop&eacute;die m&eacute;thodique</em>, quindi quella della terza edizione della sua <em>Flore fran&ccedil;aise</em>. L'opera, pubblicata in quattro volumi e cinque tomi nel 1805, &egrave; la prima flora in cui le piante sono organizzate per famiglie. Anche se sul frontespizio compaiono entrambi i nomi (il nostro continua a firmarsi prudentemente Decandolle), fu scritta integralmente da de Candolle, autore anche del suggio introduttivo <em>Principes &eacute;l&eacute;mentaires de botanique</em>, con un'introduzione alla botanica e elementi di fisiologia vegetale.<br />La relazione con Jussieu, meno diretta sul piano personale ma fondamentale su quello scientifico, fu segnata da una profonda contraddizione. De Candolle ammirava in Jussieu l&rsquo;autore dell&rsquo;&ldquo;immortale&rdquo; (la definizione &egrave; sua) <em>Genera plantarum</em>; per la sua tesi, <em>Essai sur les propri&eacute;t&eacute;s m&eacute;dicales des plantes compar&eacute;es avec leurs formes ext&eacute;rieures et leur classification naturelle</em> (1804), scelse di verificare e sviluppare l&rsquo;ipotesi jussieana secondo cui piante appartenenti al medesimo ordine naturale tendono a condividere anche le propriet&agrave; medicinali. Non solo gli dedic&ograve; la tesi, ma volle che Jussieu ne presiedesse la discussione: un gesto che rivela quanto tenesse a quel riconoscimento<span style="color:rgb(42, 42, 42)">. </span>Eppure, come emerge da molti passi delle sue memorie, de Candolle vedeva chiaramente che Jussieu, dopo aver definito con grande lucidit&agrave; i principi e le leggi della classificazione naturale, non li aveva n&eacute; sviluppati n&eacute; applicati, e nessuno lo aveva fatto dopo di lui. Il suo era dunque un metodo in potenza, che attendeva ancora un&rsquo;attuazione.<br />Il primo passo lo fece de Candolle stesso nella <em>Flore fran&ccedil;aise</em>, con l&rsquo;organizzazione delle piante in famiglie naturali e la definizione di criteri chiari per generi e specie; ma non si trattava ancora di un sistema compiuto, n&eacute; &mdash; anche se lo fosse stato &mdash; de Candolle avrebbe osato proporlo: era un neolaureato senza alcuna posizione ufficiale, e ogni passo falso, ogni eccessiva audacia rischiava di alienargli l&rsquo;appoggio dei suoi protettori Desfontaines, Cuvier e Lamarck.<br />In ogni caso, quel lavoro aveva fatto nascere in lui &ldquo;una folla di idee di classificazione&rdquo; che avrebbero trovato pieno sviluppo quasi un decennio dopo; inoltre aveva potuto constatare che molte province non erano mai state davvero esplorate e che, di conseguenza, la geografia botanica della Francia era lontana dall&rsquo;essere pienamente conosciuta. Ne nacque l&rsquo;idea ancora vaga di viaggi botanici che colmassero la lacuna; ne parl&ograve; con Delessert, che lo mise in contatto con il segretario generale del ministero dell&rsquo;interno G&eacute;rando. In accordo con quest&rsquo;ultimo, de Candolle propose che per cinque anni un botanico percorresse le zone poco esplorate per studiarne la flora in relazione con la geografia e l&rsquo;agricoltura. Il ministero approv&ograve; il piano e de Candolle fu scelto per attuarlo, con un rimborso spese di 4000 franchi l&rsquo;anno. Il primo viaggio inizi&ograve; nel giugno 1806 e lo port&ograve; nella Francia occidentale; nel 1807 seguirono i Pirenei, ma le circostanze in cui nacque questo viaggio si intrecciano con la nomina a Montpellier e con la seconda tappa della vita di de Candolle.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:right;height:0px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:right;max-width:100%;;clear:right;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/lorangerie-du-jardin-des-plantes-dessin-par-laurens-1920x1183_orig.jpg" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Sulle rive del Mediterraneo: la teoria prende forma</font><br />Dopo nove anni a Parigi, de Candolle era ancora in attesa di una posizione ufficiale, tanto pi&ugrave; necessaria perch&eacute; ora si era sposato e c'era un giovane famiglia da mantenere. La sua massima aspirazione era essere ammesso all'Institut de France, l'istituzione che dal 1795 aveva sostituito le precedenti accademie. La nomina gli avrebbe garantito stabilit&agrave; economica e prestigio accademico; significava entrare a far parte dell'&eacute;lite scientifica del paese, mentre chi ne era escluso, come scrive con amara lucidit&agrave; nelle sue memorie, era considerato un apprendista o un dilettante.<br />La sua candidatura era gi&agrave; stata presentata nel 1800, quando era molto pi&ugrave; giovane degli altri candidati e aveva considerato la bocciatura un atto dovuto; nel 1806, invece, con numerose pubblicazioni all&rsquo;attivo (oltre a quelle citate, diverse memorie negli <em>Annales du Mus&eacute;um</em>), era sicuro di farcela. L&rsquo;Institut gli prefer&igrave; invece Palisot de Beauvois, che era s&igrave; molto pi&ugrave; anziano, ma non aveva ancora pubblicato quasi nulla. La delusione fu cocente.<br />Qualche mese dopo, si apr&igrave; la possibilit&agrave; di una nomina alla cattedra di botanica della facolt&agrave; di medicina di Montpellier, in seguito alla malattia e poi alla morte di&nbsp;Pierre Marie Auguste Broussonet. Inizialmente, de Candolle era assai esitante: certo si trattava di un incarico prestigioso (l'orto botanico di Montpellier era stato il primo in Francia e a lungo i suoi botanici, tra cui <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/pierre-magnol-ovvero-affari-di-famiglia">Magnol</a>, il primo a introdurre il concetto di famiglia, erano stati all'avanguardia), ma significava lasciare Parigi e rinunciare, forse per sempre, al sogno non accantonato dell'Institut. Per capire come fosse ora la situazione e se davvero Montpellier facesse per lui, decise di andare a vedere di persona: chiese al ministro che la meta del suo viaggio estivo fossero i Pirenei, in modo da fare tappa nella capitale della Linguadoca senza parere di esserci andato apposta.<br />Dalla sosta a Montpellier ricav&ograve; impressioni positive, ma poi part&igrave; all'esplorazione dei Pirenei, nella prima traversata del settore occidentale: un'avventura scientifica entusiasmante che lo convinse che il suo destino era essere "botaniste voyageur" e non professore universitario. Cos&igrave;, al ritorno a Parigi, si present&ograve; al ministro Emmanuel Cr&eacute;tet e rifiut&ograve; l'incarico. Uomo burbero e diretto, il ministro lo convinse invece a cambiare idea, garantendogli che avrebbe potuto conservare entrambi gli incarichi, coniugando l'attivit&agrave; accademica con la ricerca sul campo, e continuare i suoi viaggi estivi per altri tre anni.<br />Dopo le solite lungaggini burocratiche, nel febbraio 1808 de Candolle ricevette la nomina e a marzo arriv&ograve; a Montpellier insieme alla moglie e al figlio Alphonse, che aveva allora diciotto mesi. L&rsquo;ambiente era accogliente e gli fece percepire immediatamente che qui non era pi&ugrave; un <em>commen&ccedil;ant</em>: l&rsquo;apprendistato era finito, ora era un&rsquo;autorit&agrave;, il titolare di una cattedra universitaria e il direttore di un orto botanico. Acceler&ograve; i tempi in modo da concentrare i corsi tra aprile e maggio, e il primo giugno era pronto per partire per il suo terzo viaggio, meta la Toscana.<br />Continuava a considerare quella di Montpellier una parentesi passeggera. Al termine della spedizione torn&ograve; a Parigi, dove scopr&igrave; che, in seguito alla morte di Ventenat, c&rsquo;era nuovamente un posto vacante all&rsquo;Institut. La candidatura fu presentata per la terza volta, e per la terza volta respinta. Non ce ne sarebbe stata una quarta. Ora era chiaro che il suo destino era Montpellier.<br />Nelle estati dei tre anni successivi, ci furono ancora tre spedizioni, in Piemonte e in Savoia, in Alsazia e in Belgio, nella Francia centrale. Nel 1810, in seguito al riassetto delle Universit&agrave; voluto da Napoleone, fu istituita una cattedra di botanica presso la nuova facolt&agrave; di scienze naturali, di cui de Candolle divenne il primo titolare; era una cattedra pi&ugrave; prestigiosa, con una migliore remunerazione, legata anche al rinnovamento dell'orto botanico, che, notevolmente accresciuto e dotato di finanziamenti pi&ugrave; generosi, avrebbe dovuto diventare una stazione pilota per il rilancio dell'agricoltura del Midi.&nbsp;Cos&igrave;, nel novembre 1811, al rientro dall'ultimo viaggio, come scrive de Candolle nelle sue memorie, per la prima volta "si ritenne definitivamente stabilito a Montpellier".<br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Furono anni di attivit&agrave; febbrile: da una parte c'era la direzione dell'orto botanico, che richiedeva una presenza costante, interventi strutturali, relazioni di scambio con altre istituzioni; dall'altra l'attivit&agrave; accademica, con le noie burocratiche, le riunioni, gli esami; la didattica, che, bench&eacute; continuasse a concentrarsi nei mesi di aprile e maggio come da tradizione, era assai impegnativa. C'erano le lezioni ex cathedra, dove de Candolle introdusse, tra l'entusiasmo degli studenti e il disappunto dei colleghi, l'uso di "improvvisare", ovvero di parlare a braccio anzich&eacute; leggere un testo scritto; e c'erano le periodiche e faticosissime erborizzazioni: si partiva alla mattina alle cinque, si trascorreva la mattina ad erborizzare, a rispondere alle domande, a spiegare concetti; poi un frugale pranzo condiviso; al pomeriggio si continuava, quasi sempre fino alle cinque o alle sei. Dopo dodici ore a camminare sotto il sole implacabile della Linguadoca, rispondendo a tutti i quesiti e tenendo d'occhio il gruppo, anche di cento o duecento studenti, perch&eacute; non capitasse "nulla di sgradevole", de Candolle rientrava esausto, con il solo pensiero di buttarsi sul letto. Ma insegnare era anche gratificante, e intorno a lui si form&ograve; un gruppo scelto di allievi che talvolta diventarono anche amici. Il caso pi&ugrave; noto &egrave; quello di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/michel-felix-dunal-e-le-solanacee">Michel F&eacute;lix Dunal</a>.</span><br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">E nonostante tutto questo, e ancora la vita sociale, gli amici, la famiglia, c'era il tempo per scrivere e per pensare. Ora, con le ricerche, lo studio di altre flore, l'ampliamento dell'erbario, la "folla di idee di classificazione" che si erano delineate all'epoca di <em>Flore fran&ccedil;aise</em> si andava definendo in un disegno compiuto.<br />Era ora di metterle nero su bianco.&nbsp;</span>In uno dei passi pi&ugrave; affascinanti delle sue memorie, de Candolle racconta la vera e propria furia creativa da cui nacque la <em>Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire de la botanique</em>. Anche se da anni meditava sull&rsquo;argomento, fu sorpreso egli stesso delle nuove idee che si affollavano alla sua mente; ogni dato doveva essere ripreso, riorganizzato e ricollocato in un nuovo quadro. Tante erano le idee, tanti i nuovi sviluppi, che egli se ne spaventava e temeva di aver perso il senno. Cos&igrave; si presentava all&rsquo;amatissima moglie Fanny Torras e la pregava di osservare se stava dando segni di follia. Non era follia, ma lucidit&agrave;.<br />A Parigi c&rsquo;era un amico con il quale de Candolle aveva discusso pi&ugrave; di chiunque altro dei criteri di classificazione: l&rsquo;abate portoghese <strong>Jos&eacute; Correia da Serra</strong>, uomo di vasti interessi scientifici e di retto sentire. Da quelle conversazioni aveva maturato tre idee decisive e concatenate. La prima era la necessit&agrave; di applicare alla botanica <strong>il metodo anatomico comparativo</strong>, gi&agrave; pienamente sviluppato in zoologia dalla scuola parigina di Buffon, Lamarck e Cuvier: osservare la struttura interna, non l&rsquo;apparenza, per riconoscere l&rsquo;ordine naturale. Ne derivava <strong>il concetto di simmetria</strong> tra le parti vegetali, intesa come disposizione strutturale che rivela la coerenza interna delle famiglie. Infine <strong>quello delle affinit&agrave;</strong>, intese come legami profondi tra le forme, da privilegiare rispetto alle differenze superficiali.<br />Erano le idee che ora costituivano il nucleo concettale della <em>Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire</em>. Cos&igrave;, quando il testo fu finito, port&ograve; con s&eacute; il manoscritto a Parigi e lo sottopose a Correia, attendendone trepidante il giudizio. Che il portoghese espresse in una sola parola: <em>Imprimez</em>, stampatelo. Pubblicata nel febbraio 1813, la&nbsp;<em style="color:rgb(42, 42, 42)">Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire de la botanique</em>&nbsp;suscit&ograve; discussioni, critiche e plauso. Fu recensita, tradotta, spesso anche deformata, ma presto si impose come un classico e gi&agrave; nel 1819 ne venne stampata una seconda edizione.<br />Per de Candolle, per&ograve;, la <em>Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire</em> non era un punto d&rsquo;arrivo. Il destino del "libro immortale" di Jusseu gli aveva mostrato che se una teoria non si traduce in realt&agrave;, rimane lettera morta. Le opere generali di botaniche, ancora concepite secondo il metodo linneano, erano ormai superate. Era ora di redigerne una basata sui principi del metodo naturale "non solo per l'insieme ma nei particolari": insomma, l'enumerazione dell'intero mondo vegetale di cui la&nbsp;<span style="color:rgb(42, 42, 42)"><em>Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire</em> sarebbe stata, per cos&igrave; dire, la prefazione. La forma giusta era quella di una serie di&nbsp;</span>monografie sulle singole famiglie. La prima fu la trattazione delle Ranuncolaceae, seguita da alcune altre: il primo nucleo del futuro <em>Regni vegetabilis systema naturale</em>.&nbsp;Questa volta port&ograve; il manoscritto al vecchio Desfontaines, che ne fu <em>enchant&eacute;</em>. Era una conferma, e una consacrazione.<br />Nel periodo di straordinaria fecondit&agrave; di Montpellier nacaquero anche altre opere. La ricognizione della flora francese si tradusse, oltre che in tre relazioni pubblicate nelle "M&eacute;moires de la Soci&eacute;t&eacute; d&rsquo;agriculture", in un volume aggiuntivo alla <em>Flore fran&ccedil;aise</em>, uscito nel 1815, in cui descrisse circa duemila nuove specie, incluse circa centotrenta specie di funghi dell&rsquo;area mediterranea, un ambito cui dedic&ograve; particolare attenzione anche per le sue conseguenze sull&rsquo;agricoltura e sulla salute pubblica.<br />Nel 1816 pubblic&ograve; un'edizione ampliata di&nbsp;<em style="color:rgb(42, 42, 42)">Essai sur les propri&eacute;t&eacute;s m&eacute;dicales&nbsp;</em>cui volle premettere una dedica ai "botanici fondatori della teoria delle relazioni naturali", che suona come una genealogia, un lascito da lui raccolto e portato a compimento: &laquo;<a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/gaspard-bahin-la-nomenclatura-binomiale-e-il-genere-bauhinia">Jean e Gaspard Bauhin</a>, <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/pitton-de-tournefort-botanico-cartesiano">Tournefort</a>, <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/pierre-magnol-ovvero-affari-di-famiglia">Magnol</a>, <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/willughby-mecenate-o-scienziato">Ray</a>, <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/robert-morison-tra-nuovo-metodo-e-allucinazioni-dei-botanici">Morison </a>che l&rsquo;hanno presagita; <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/o-dio-o-il-nostro-maestro-jussieu-alla-ricerca-di-una-classificazione-naturale">Bernard de Jussieu</a> che l&rsquo;ha provata; <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/il-baobab-di-michel-adanson-gigante-solitario">Adanson </a>che l&rsquo;ha sviluppata; Antoine-Laurent de Jussieu che l&rsquo;ha sottoposta a leggi fisse; Desfontaines che l&rsquo;ha collegata all&rsquo;anatomia vegetale; Richard che l&rsquo;ha chiarita studiando i frutti; <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/robert-brown-dalla-raccolta-sul-campo-a-jupiter-botanicus">Robert Brown</a> che l&rsquo;ha estesa con l&rsquo;esame delle piante della Nuova Olanda&raquo;.<br />L&rsquo;arrivo a Montpellier di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/un-tardivo-serto-di-allori-per-jose-mariano-mocino">Moci&ntilde;o</a>, che &mdash; devastato dalla malattia e dal crollo di tutte le sue speranze &mdash; gli affid&ograve; le tavole superstiti della spedizione in Messico raccomandandogli &laquo;Continuate, vi ho affidato la custodia della mia gloria&raquo;, fu l&rsquo;inizio dei suoi studi sulla flora messicana; mentre dalle sue stesse esperienze di botanico viaggiatore e di osservatore delle relazioni tra piante e territorio cominciava a gettare le basi di un&rsquo;opera sulla fitogeografia.<br />A tutti questi progetti, a questi fili che andavano intrecciandosi, misero bruscamente fine le storia e la politica. Nelle convulse circostanze del crollo dell'impero napoleonico e del ritorno dei Borbone, gli fu affibbiata l'etichetta di bonapartista e fu di fatto costretto a dimettersi. Cos&igrave;, nel settembre 1816, lo scenario della sua vita cambi&ograve; per la seconda volta, con il ritorno a Ginevra.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:373px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/geneve-vue-prise-du-quai-du-mont-blanc-ginebra-vista-tornada-desde-el-muelle-del-monte-blanco.jpg?1783600337" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Sulle rive del Lemano: il sistema</font><br />Un ritorno, dunque, non un esilio. Non aveva mai interrotto le relazioni con Ginevra, dove spesso tornava per fare visita ai genitori; aveva accettato con orgoglio il titolo di professore onorario dell'Accademia di Ginevra; fin dal settembre 1814 aveva prudentemente iscritto Alphonse al liceo a Ginevra e da mesi era in trattative segrete per ottenere una cattedra di botanica nella citt&agrave; natale. Tanto meno una fuga: si impegn&ograve; persino a tornare a Montpellier a tenere un ultimo corso, cosa che avrebbe fatto nel maggio 1817.<br />Agli occhi del mondo, a determinare il suo ritorno sulle rive del Lemano fu dunque un invito formale del governo cantonale, con l&rsquo;assegnazione della nuova cattedra di scienze naturali. Lo attendevano due compiti, diversi ma altrettanto grandiosi.&nbsp;Da una parte, creare dal nulla un orto botanico che fosse allo stesso tempo terreno di sperimentazione agricola, spazio di bellezza con le serre calde e la limonaia per le piante esotiche, centro di studio con una scuola di botanica, un erbario e una biblioteca.&nbsp;Dall&rsquo;altra, riannodare i fili interrotti a Montpellier e tradurre il metodo naturale in sistema. Come scrive egli stesso, tra il serio e il faceto, nelle sue memorie: dopo aver emulato <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/albrecht-von-haller-ultimo-genio-universale">von Haller</a> e la sua <em>Flora helvetica</em> con la <em>Flore fran&ccedil;aise</em>, dopo aver scritto la <em>Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire </em>per essere degno di Bernard de Jussieu, ora gli toccava sostituire l&rsquo;opera di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/linneo-e-la-linnaea-borealis">Linneo</a>.<br />Riprese a lavorare alle monografie sulle famiglie di piante, pubblicando i primi due volumi di<em> Regni vegetabilis systema naturale</em>. Il primo, uscito nel 1818, contiene la trattazione di Ranuncolaceae, Dilleniaceae, Magnoliaceae, Annonaceae e Menispermataceae; il secondo, pubblicato nel 1821, quella di Berberidaceae, Podophyllaceae, Nymphaeaceae, Papaveraceae, Fumariaceae e Cruciferae. Le dimensioni stesse dell&rsquo;opera (550 pagine il primo volume, 750 il secondo) e il tempo necessario per completarla gli diedero la misura della vastit&agrave; del compito e dell&rsquo;impossibilit&agrave; di portarlo a termine.&nbsp;Decise cos&igrave; di riprenderlo in forma abbreviata e sintetica, dando al nuovo progetto il titolo di <span style="color:rgb(43, 60, 77)"><em>Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis</em>, con il quale voleva sottolineare che si trattava solo dell'abbozzo dell'opera di cui aveva gi&agrave; pubblicato due volume, e che si illudeva di potere riprendere un giorno. Un'illusione di cui non era ancora consapevole.</span><br />La scrittura del <em>Prodromus</em> avrebbe accompagnato tutta la sua vita: dal primo volume, pubblicato nel 1824, al settimo, uscito nel 1838, quando i crescenti problemi di salute l&rsquo;avevano gi&agrave; costretto a cedere la cattedra e la direzione dell&rsquo;orto botanico al figlio Alphonse. E poi sarebbe continuata per altri dieci volumi e per oltre trent&rsquo;anni dopo la sua morte, sotto la direzione dello stesso Alphonse e con il coinvolgimento di decine di botanici, senza tuttavia esaurire il compito di catalogare l&rsquo;intero regno vegetale: dovette limitarsi alle Dicotiledoni.<br />I primi sette volumi del <em>Prodromus </em>sono spesso considerati un <em>one man work</em>: &egrave; vero che il contributo di Augustin Pyrame de Candolle fu immenso &mdash; scrisse da solo due terzi dell&rsquo;opera, per un totale di 4300 pagine e 28.234 specie &mdash; ma si avvalse anche della collaborazione di altri botanici, come l&rsquo;allievo prediletto Dunal o <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/choisy-pastore-e-botanico-e-la-profumata-choisya">Jacques-Denis Choisy</a>.&nbsp;<br /><span style="color:rgb(43, 60, 77)">L'opera &egrave; uno dei caposaldi della botanica ottocentesca e il suo impatto fu incalcolabile, eppure non esaur&igrave; l'attivit&agrave; di de Candolle. Come docente, era ormai un caposcuola, con allievi che venivano anche dall'estero per seguire i suoi corsi, tanto all'Accademia quanto come allievi privati (una pratica che aveva inaugurato per arricchire le non cospicue entrate);&nbsp;viaggiava in Svizzera e all'estero, accoglieva volentieri i visitatori che venivano a fargli omaggio,&nbsp;non rinunciava alla vita sociale, era membro di infinite societ&agrave; scientifiche e spesso accettava incarichi civici.&nbsp;</span><br /><span style="color:rgb(43, 60, 77)">N&eacute; la sua opera botanica si limit&ograve; al pur immenso <em>Prodromus</em>. Vanno ricordati almeno la <em>Flore du Mexique</em> (1819), per la quale gli vennero in soccorso le sue amiche, le dame ginevrine che copiarono le tavole prima che le restituisse a Moci&ntilde;o, come ho raccontato in <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/un-tardivo-serto-di-allori-per-jose-mariano-mocino">questo post</a>; e soprattutto&nbsp;</span>E<em>ssai &eacute;l&eacute;mentaire de g&eacute;ographie botanique</em>, un testo fondamentale per comprendere la relazione tra le piante e l'ambiente e opera fondativa della fitogeografia. Il suo pensiero e le sue opere hanno lasciato una traccia profonda non solo nella tassonomia (per inciso, un termine introdotto proprio da lui), ma anche negli studi sulla fisiologia e alle biologia vegetale, nell'agronomia e nella micologia. In poche parole, dopo de Candolle, la botanica non &egrave; pi&ugrave; stata la stessa.<br />Due lasciti ancora vanno ricordati.&nbsp;In primo luogo <em>M&eacute;moires et souvenirs</em>, che de Candolle inizi&ograve; a scrivere forse nel 1821 e fu pubblicato postumo dal figlio, con note piene di reverenza e affetto: un documento ineguagliabile per conoscere la vita di de Candolle, l&rsquo;evoluzione del suo pensiero e, allo stesso tempo, un ritratto sociale e culturale delle tre citt&agrave; in cui visse &mdash; Parigi, Montpellier e Ginevra.&nbsp;E poi l&rsquo;erbario, lo strumento sul quale lui e suo figlio edificarono <em>Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis</em>, ancora accresciuto dal nipote Casimir e dal bisnipote Augustin. Conta quasi 45.000 esemplari, di cui oltre 22.000 tipi; oggi &egrave; custodito all&rsquo;orto botanico di Ginevra, cui fu donato dalla famiglia de Candolle, seguendo la volont&agrave; del fondatore, che fu tra i primi a dare libero accesso alle sue raccolte ai ricercatori.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:373px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/candolleodendrvon.jpg?1783603835" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Tanti nomi, una pianta</font><br />Che il fondatore della tassonomia abbia lasciato un'impronta senza uguali (Linneo a parte) nella nomenclatura botanica &egrave; quasi lapalissiano. I taxa seguiti dalla inconfondibile sigla DC. secondo Plants of the World on line sono 27.898, di cui oltre 4000 tuttora accettati. Pi&ugrave; di 100 taxa, di cui una trentina accettati, portano gli eponimi <em>candollei </em>e pi&ugrave; di 200, di cui una cinquantina accettati, <em>candolleanus </em>(certo molti in condivisione con Alphonse).<br />Per cinque volte gli &egrave; stato dedicato un genere <em>Candollea</em>: nel 1803 da Mirbel, che cinque anni dopo gli avrebbe soffiato il posto all'Institut; nel 1805 da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/con-il-cittadino-labillardiere-alla-ricerca-di-la-perouse">Laballardi&egrave;re</a>, che fu invece uno dei primi a capirne il valore e sempre vot&ograve; a suo favore; nel 1810 da Baumgarten; nel 1840 da Steudel; e ancora nel 2021 dal botanico turco&nbsp;<span style="color:rgb(33, 37, 41)">Y&#305;ld&#305;r&#305;ml&#305;. Nessuno &egrave; accettato.</span><br />Ma, per sua e mia fortuna, a sottrarre de Candolle dal destino di botanico &ldquo;senza Nobel&rdquo; provvide nel 1966 <strong>R.S. Cowan</strong>, istituendo <em>Candolleodendron</em>. Nel 1953 egli studi&ograve; il tipo di <em>Swartzia brachystachya</em> nell&rsquo;erbario de Candolle; confrontandolo con esemplari ricevuti da altri erbari, decise di elevare quella specie a genere, scegliendo di nominarlo per commemorare &ldquo;uno dei pi&ugrave; perspicaci pionieri dello studio dei legumi tropicali, Augustin Pyrame de Candolle&rdquo;.<br /><em>C</em><em>andolleodendron</em> R.S.Cowan &egrave; oggi un genere monotipico della famiglia <strong>Fabaceae</strong>, che continua ad ospitare unicamente <em>C. brachystachyum</em>, un raro albero del Brasile amazzonico. Poco studiato, &egrave; caratterizzato da foglie paripennate con rachide robusto, fiori zigomorfi gialli e aranciati, frutti legnosi e oblunghi, tipici delle leguminose tropicali. Un piccolo omaggio, non un vasto genere monumentale.<br />Credo che non sarebbe spiaciuto a Augustin Pyrame, che sapeva ironizzare su stesso: mai avrebbe voluto diventare un monumento. Aveva una concezione della botanica non eroica ma etica, e ha lasciato pagine incisive sulla responsabilit&agrave; sociale e morale dello scienziato. Del resto, altri omaggi non gli sono mancati: il genere di funghi <em>Candolleomyces</em>; la rivista "Candollea", organo dell'Orto botanico di Ginevra; rue de Candolle, tanto a Parigi, quanto a Montpellier e a Ginevra; il Coll&egrave;ge de Candolle a Ginevra.&nbsp; E poi c'&egrave; la sua opera, che parla da s&eacute; e continua a offrire idee fertili alla botanica, come fa da generazioni.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Erik Acharius, dalla fedeltà a Linneo alla rivoluzione dei licheni]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/erik-acharius-dalla-fedelta-a-linneo-alla-rivoluzione-dei-licheni]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/erik-acharius-dalla-fedelta-a-linneo-alla-rivoluzione-dei-licheni#comments]]></comments><pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:20:46 GMT</pubDate><category><![CDATA[18 secolo]]></category><category><![CDATA[botanici svedesi]]></category><category><![CDATA[licheni]]></category><category><![CDATA[Linneo]]></category><category><![CDATA[ottocento]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/erik-acharius-dalla-fedelta-a-linneo-alla-rivoluzione-dei-licheni</guid><description><![CDATA[	#element-1c8b7df0-d2a2-445c-88c7-17befd43e0dc .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.6);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Il sistema di Linneo si basa sugli organi sessuali. 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Non stupisce, dunque, che tutti gli organismi privi di fiori siano stati da lui relegati nella ventiquattresima classe, le Cryptogamia, un contenitore eterogeneo che esplor&ograve; meno a fondo rispetto alle piante fiorite. In particolare, lo studio dei funghi e dei licheni era ancora tutto da costruire: un territorio quasi vergine, che richiedeva occhi nuovi e una pazienza diversa.<br />A gettarne le basi furono due figure parallele, lontane per biografia ma vicine per metodo: da una parte Christiaan Hendrik Persoon, il padre della micologia; dall&rsquo;altra Erik Acharius, il fondatore della lichenologia. Acharius &egrave; spesso ricordato come l&rsquo;ultimo allievo di Linneo &mdash; e in effetti fu l&rsquo;ultimo di cui Linneo presiedette la tesi &mdash; ma il suo contributo appartiene gi&agrave; a un&rsquo;altra fase della storia naturale, quella in cui le Cryptogamia iniziano finalmente a essere viste, descritte e comprese.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:386px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/lichenographiaes00acha-0009-medium.jpg?1782145526" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae"><strong>Nel solco di Linneo: il </strong><em><strong>Prodromus</strong></em></font><br />Uppsala, 22 giugno 1776, esattamente 250 anni fa. Un ragazzo di diciannove anni, Erik Acharius (1757-1819), difende la tesi <em>Planta Aphyteia</em> di fronte a Linneo. Lo immagino felice, orgoglioso, ma anche intimidito. Come molti ragazzi svedesi, &egrave; arrivato a Uppsala adolescente, tre anni prima, e ha seguito senza perdere una sillaba le lezioni di quel grande che, pur vecchio e malato, non ha perso n&eacute; smalto n&eacute; carisma. Ora &egrave; arrivato il momento supremo: deve dimostrare cosa ha imparato, difendendo una tesi che, come era costume, non ha scritto lui ma lo stesso Linneo. Che ha scelto per lui un argomento curioso che - lo vedremo - ha il sapore di una profezia: una pianta cos&igrave; strana che, all'inizio, l'aveva scambiata per un fungo. Un organismo di confine tra due mondi, come il terreno di ricerca che, adulto, Acharius sceglier&agrave; per s&eacute;.<br />Nessuno dei due sa che quella tesi sar&agrave; l'ultima presieduta da Linneo. Poi la salute precipiter&agrave;, la mente perder&agrave; colpi, non potr&agrave; pi&ugrave; insegnare. E cos&igrave;, per i posteri, Acharius diventer&agrave; "l'ultimo allievo di Linneo". Ma anche - lo vedremo presto - il padre della lichenologia.<br />Dopo quel giorno memorabile, egli lascia Uppsala. Per qualche tempo continua gli studi a Stoccolma, dove nel 1778 &egrave; anche disegnatore presso l'Accademia delle Scienze (gi&agrave; le tavole della sua tesi, di una precisione sorprendente, sono probabilmente disegnate da lui); poi conclude la sua formazione all'universit&agrave; di Lund, dove si laurea in medicina nel 1782. Da quel momento, la sua identit&agrave; professionale &egrave; definita: &egrave; un medico di provincia serio e affermato, prima medico cittadino a Landskrona, poi, dal 1789, medico provinciale a Vadstena, dove dirige anche l'ospedale che lui stesso ha fondato, cos&igrave; come un centro termale. Mantiene i contatti con il mondo accademico come disegnatore, illustrando&nbsp;<em style="color:rgb(32, 33, 34)">Svenska lafvarnes f&auml;rghistoria</em>&nbsp;di Johan Peter Westring e <em>Flora Capensis </em>di Carl Peter Thunberg.<br />Ma poi ci sono i licheni. Che sono letteralmente dappertutto. In un recente studio sul cimitero della chiesa dell'abbazia di Vadstena, dove oggi si trova anche la tomba di Acharius, ne sono stati osservati 120, alcuni dei quali rarissimi.&nbsp;E sono anche uno stimolante problema scientifico. In <em>Species plantarum</em>, Linneo &mdash; che non li aveva affatto trascurati, come spesso si legge &mdash; seguendo Tournefort li aveva nettamente distinti dalle epatiche, con le quali erano stati a lungo confusi, e ne aveva descritti un&rsquo;ottantina. Mancando gli elementi su cui si basava la sua classificazione, cio&egrave; gli organi sessuali, li aveva collocati tutti in un unico genere, <em>Lichen</em>, abbozzando per&ograve; una prima divisione in gruppi basati su caratteristiche morfologiche.<br />Fu questo il terreno iniziale da cui part&igrave; la ricerca di Acharius, che a Linneo era legato non solo dalla venerazione personale, ma soprattutto dalla fedelt&agrave; al rigore metodologico. Incominci&ograve; a disegnare i licheni, a raccoglierli, a studiarli per cercare di capirli. A incoraggiarlo nelle sue ricerche fu Olof Swartz, che forse aveva conosciuto a Stoccolma e che divenne presto il suo mentore e la sua finestra sul mondo. Lo testimoniano le oltre 350 lettere che si scambiarono in vent&rsquo;anni di amicizia, in certi periodi quasi quotidianamente.<br />Il primo frutto del lavoro di Acharius fu <em>Lichenographi&aelig; Sueci&aelig; prodromus</em> (Link&ouml;ping, 1798). In quest&rsquo;opera, prima ancora di proporre una nuova tassonomia, Acharius compie un gesto fondativo: crea e definisce con rigore un&rsquo;intera terminologia specialistica, necessaria per descrivere le strutture dei licheni. Molti dei termini introdotti in queste pagine &mdash; scutellae, urceolariae, peltae, e altri &mdash; sono rimasti in uso fino a oggi.<br />Descrive quindi 345 specie, assegnando a ciascuna un nome binomiale. Formalmente le colloca ancora tutte nel grande contenitore linneano del genere <em>Lichen</em>, ma &egrave; perfettamente consapevole che questa soluzione &egrave; provvisoria. La sua scelta conservativa non &egrave; un atto di fedelt&agrave; personale a Linneo, bens&igrave; prudenza metodologica: come dichiara nella prefazione, non &egrave; possibile fondare nuovi generi finch&eacute; non si conoscono con certezza gli organi riproduttivi e i caratteri fondamentali su cui basare una classificazione.<br />Per questo Acharius compie un primo passo intermedio: suddivide il genere Lichen in trib&ugrave;, gruppi morfologici coerenti che anticipano i futuri generi delle opere successive. Sono ancora &ldquo;nomi di servizio&rdquo;, ma gi&agrave; dotati di diagnosi e identit&agrave;: <em>Verrucaria</em>, <em>Opeographa</em>, <em>Lecidea</em>, <em>Cladonia</em>, <em>Parmelia</em>&hellip; La tassonomia moderna dei licheni &egrave; gi&agrave; tutta l&igrave;, in potenza, in attesa delle evidenze che permetteranno ad Acharius di formalizzarla.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:397px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/methodusquaomnes00acha-0543-small.jpg?1782145594" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Oltre Linneo: il Methodus</font><br />Per compiere il passo successivo, l'incoraggiamento e le relazioni di Swartz furono determinanti. Mentre Acharius, dal carattere riflessivo e metodicamente prudente, era radicato nella vita provinciale svedese, Swartz aveva viaggiato, aveva esplorato flore esotiche, si era costruito una reputazione internazionale come tassonomo ed era di casa a Londra e nella Linnean Society. Gli mise a disposizione le sue raccolte americane, offrendogli un materiale pi&ugrave; ricco e vario di quello nordico, e lo introdusse nella rete dei suoi corrispondenti britannici: Dawson Turner, probabilmente il pi&ugrave; avanzato studioso inglese di licheni, e James Edward Smith, presidente della Linnean Society.<br />Un altro contatto decisivo propiziato da Swartz fu quello con Johann Christian Daniel von Schreber, presidente della Leopoldina, che a sua volta favor&igrave; uno scambio epistolare con Christiaan Hendrik Peerson. I due, auspice Schreber, si trovarono a lavorare in parallelo nei due territori pi&ugrave; inesplorati - quasi due "mondi sommersi" - del sistema linneano: i funghi per Persoon, i licheni per Acharius.<br />Mentre Acharius continuava a lavorare metodicamente nella tranquilla Vadstena, erano i licheni del mondo a venire a lui, grazie a una rete di corrispondenti sempre pi&ugrave; ampia. Sotto la lente del suo microscopio, grazie agli amici inglesi arrivarono anche i licheni raccolti lunghe le coste americane e nei mari del Sud da Menzies durante la spedizione Vancouver. Con loro giunsero le risposte e furono sciolti i dubbi metodologici.&nbsp;<br />La seconda opera di Acharius, <em>Methodus qua omnes detectos lichenes</em>, rivoluzion&ograve; la classificazione dei licheni. Egli vi descrisse 536 specie, distribuite in 23 generi, a loro volta organizzati in ordini, basati principalmente sulla forma e la posizione degli apoteci (gli organi che producono le spore fruttifere).&nbsp;Il libro usc&igrave; nel 1803, frutto di un lavoro che, pur nato nella quiete svedese, ebbe una natura sorprendentemente transnazionale: l&rsquo;edizione fu stampata a Stoccolma per un editore tedesco, con un Supplementum pubblicato pi&ugrave; tardi a Lipsia; l&rsquo;intera preparazione editoriale, compresa la parte tedesca, fu seguita dal micologo Schrader a G&ouml;ttingen.<br />Acharius mantenne sempre una scrupolosa onest&agrave; scientifica. Quando, a manoscritto quasi ultimato, ricevette da G&ouml;ran Wahlenberg le specie raccolte durante una spedizione nel Nord, non esit&ograve; ad aggiungerle, attribuendole correttamente all&rsquo;autore.<br />La guerra, per&ograve;, rallent&ograve; la circolazione del libro: molte copie raggiunsero l&rsquo;Inghilterra solo dopo la pace del 1805. Ma quando finalmente arriv&ograve;, il <em>Methodus </em>si impose subito come l&rsquo;opera che avrebbe dato forma definitiva alla nascente lichenologia.<br />Per il suo ruolo fondativo, rimane l'opera pi&ugrave; rivoluzionaria di Acharius, che tuttavia negli anni successivi continu&ograve; instancabilmente a perfezionare il sistema e ad arricchire il catalogo dei licheni noti e descritti. Oltre a numerosi saggi su periodici come gli Atti della&nbsp;<span style="color:rgb(32, 33, 34)">Accademia Reale Svedese delle Scienze, nel 1810 pubblic&ograve; la corposa <em>Lichenographia universalis</em>, stampata a Gottinga, che include tutti i licheni conosciuti all'epoca; nel 1814, la segu&igrave;&nbsp;</span><em style="color:rgb(32, 33, 34)">Synopsis methodica lichenum</em>, allo stesso tempo un indice della <em>Lichenographia </em>e un suo supplemento, con le specie giunte dopo il 1810, grazie agli invii di numerosi corrispondenti, tra cui spiccano quelli di Afzelius per la Guinea e la Sierra Leone e quelli di Muhlenberg per il Nord America.<br />Certo, altri supplementi sarebbero arrivati se Acharius non fosse morto all'improvviso, in seguito a un ictus che nel 1819 lo colp&igrave; mentre era intento ad esaminare al microscopio licheni che gli erano stati mandati dalla Spagna.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:384px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/acharia-tragodes-s-1558.jpg?1782145390" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Un genere minuscolo e una grande famiglia</font><br />Sono ovviamente numerosi i licheni che ricordano il padre fondatore della disciplina con gli epiteti <em>acharii </em>o <em>acharianus</em>. La sua presenza nella nomenclatura botanica si limita invece al genere <em>Acharia</em>, che gli ha garantito il raro onore di aver prestato il suo nome a un'intera famiglia, quella delle Achariaceae.<br />Il genere <em>Acharia </em>venne creato da Carl Peter Thunberg&nbsp;<span style="color:rgb(42, 42, 42)">nel 1794, dunque quattro anni prima che Acharius pubblicasse il suo primo libro. Forse ne conosceva le ricerche attraverso Swartz, un amico comune; oppure si tratta di un omaggio a un alto linneano, un gesto di amicizia abbastanza consueto tra gli allievi di Linneo. Non lo sapremo mai, perch&eacute; Thunberg non ha motivato in alcun modo la dedica.<br />Il genere, allora come oggi, &egrave; monospecifico: comprende sola <em>Acharia tragodes</em>, un'erbacea perenne a base suffruticosa del Sudafrica. Oggi piuttosto rara, cresce nelle boscaglie e nelle macchie dalle aree costiere del distretto di Uitenhage nella Provincia del Capo orientale fino a Durban, nel Natal.&nbsp;</span><br /><span>Non &egrave; una pianta che si faccia notare: alta fino a 40 cm, presenta foglie profondamente palmate e minuscoli fiori verdastri, unisessuali ma portati sulla stessa pianta. I fiori maschili, pi&ugrave; piccoli, sono a forma di coppa con petali retroflessi; quelli femminili, di poco pi&ugrave; grandi, sono pelosi all&rsquo;esterno e pi&ugrave; aperti. I frutti, elissoidali e pubescenti, misurano circa un centimetro.</span><br />Se poi volessimo allargare lo sguardo, ci sono le Achariaceae: una famiglia oggi distribuita soprattutto nelle aree tropicali, che, dopo l&rsquo;ampliamento seguito allo smembramento delle Flacourtiaceae, comprende 31 generi e circa 155 specie. E, in ogni lista alfabetica delle famiglie botaniche, si trova sempre all&rsquo;inizio, preceduta solo dalle Acanthaceae. Niente male, per l&rsquo;instancabile e metodico lichenologo Erik Acharius.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[I due Sprengel: Kurt il classificatore]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/i-due-sprengel-kurt-il-classificatore]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/i-due-sprengel-kurt-il-classificatore#comments]]></comments><pubDate>Thu, 18 Jun 2026 22:00:00 GMT</pubDate><category><![CDATA[botanici tedeschi]]></category><category><![CDATA[ottocento]]></category><category><![CDATA[storia della botanica]]></category><category><![CDATA[tassonomia]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/i-due-sprengel-kurt-il-classificatore</guid><description><![CDATA[	#element-233f16b1-e7f3-468a-b2dc-21d663e43329 .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Titolare di due cattedre universitarie e autore di ponderosi trattati di medicina e di storia della disciplina, Kurt Polycarp Sprengel fu una figura di primo piano della botanica non solo tedesca della prima met&agrave; dell&rsquo;Ottocento: direttore quasi mitico di un orto bot [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div id="455895725778615637"><div><style type="text/css">	#element-233f16b1-e7f3-468a-b2dc-21d663e43329 .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}</style><div id="element-233f16b1-e7f3-468a-b2dc-21d663e43329" data-platform-element-id="698263678581730663-1.1.0" class="platform-element-contents"><div class="content-color-box-wrapper"><div style="width: 100%"><div></div><div class="paragraph"><font size="4">Titolare di due cattedre universitarie e autore di ponderosi trattati di medicina e di storia della disciplina, Kurt Polycarp Sprengel fu una figura di primo piano della botanica non solo tedesca della prima met&agrave; dell&rsquo;Ottocento: direttore quasi mitico di un orto botanico, tra i primi studiosi della storia della botanica e soprattutto autore dell'ultima edizione del <em>Systema vegetabilium</em> e di centinaia di taxa. Ancora formalmente fedele al sistema linneano, seppe rinnovarlo dall&rsquo;interno, aprendo alla classificazione naturale con i suoi studi innovativi sulle Apiaceae. Lo ricorda il piccolo genere neotropicale <em>Curtia</em>.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:390px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/30258572135.jpg?1781888152" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Il percorso di uno scienziato</font><br />&#8203;Mentre lo zio <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/i-due-sprengel-christian-konrad-losservatore">Christian Konrad Sprengel</a> apr&igrave; nuove strade alla botanica, ma dovette attendere mezzo secolo per vedere riconosciuti i propri meriti, suo nipote&nbsp;<span style="color:rgb(42, 42, 42)">Kurt Polycarp Joachim Sprengel (1766&ndash;1833) entr&ograve; nel mondo accademico in giovane et&agrave;, percorse una carriera sicura e fu salutato dai contemporanei come la "stella pi&ugrave; brillante del firmamento della medicina tedesca". E in botanica imbocc&ograve; la strada maestra: quella della tassonomia.<br />Egli apparteneva alla linea forte della famiglia, quella dei professori, dei pastori, degli uomini delle istituzioni. Il padre, Joachim Friedrich, dopo esperienze iniziali come insegnante, aveva seguito con passo sicuro la carriera nella chiesa luterana del Brandeburgo, culminata con la nomina a pastore. Uomo colto, segu&igrave; personalmente la formazione del dotatissimo figlio che, gi&agrave; adolescente, era un provetto latinista; a</span>veva iniziato lo studio dell&rsquo;arabo e a quattordici anni pubblic&ograve; la sua prima opera, una botanica divulgativa per le signore. Anche la madre, Christiane Sophie Adelung, sorella del germanista Johann Christoph Adelung, proveniva da una famiglia di studiosi.<br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Il suo destino sembrava dunque tracciato. Nel 1785, diciannovenne, fu inviato a Halle a studiare teologia, ma presto l&rsquo;abbandon&ograve; per la medicina e nel 1787 si laure&ograve; con una tesi dal titolo </span><em style="color:rgb(42, 42, 42)">Rudimentorum nosologiae dynamicorum prolegomena</em><span style="color:rgb(42, 42, 42)">. Lo stesso anno </span>complet&ograve; il dottorato e ottenne la libera docenza. Divenne presto professore associato dell&rsquo;universit&agrave; di Halle, esercitando nel contempo la medicina. Nel 1795 fu nominato professore ordinario di medicina, cui si aggiunse la cattedra di botanica nel 1797.<br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Nel 1795, al conferimento della cattedra, fece una scelta controcorrente, anticipando ci&ograve; che sarebbe diventato normale solo venti o trent&rsquo;anni dopo: abbandon&ograve; la pratica medica </span>&mdash; che garantiva il maggior cespite d&rsquo;entrate &mdash; per dedicarsi interamente all&rsquo;insegnamento e alla ricerca. Mantenne solo il titolo di medico di corte, pi&ugrave; onorifico che reale. Questa decisione, storicamente importante perch&eacute; prefigura la figura moderna del ricercatore universitario, unita a una memoria prodigiosa, alla perfetta padronanza delle lingue, a una cultura vastissima e all&rsquo;educazione luterana alla disciplina, gli permise una produzione scientifica che ha pochi uguali. Mentre lo zio fu l&rsquo;autore di un singolo libro rivoluzionario, a lui &mdash; oltre a centinaia di articoli, traduzioni e curatele &mdash; si devono cinquanta libri a stampa, alcuni di proporzioni enciclopediche. E non in un solo campo: la sua opera spazia dalla storia della medicina alla medicina clinica, dalla storia della botanica alla sistematica.<br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Professore contemporaneamente di medicina e di botanica, per tutta la vita intrecci&ograve; le ricerche nei due ambiti. Prima di concentrarmi sul suo contributo alla botanica, conviene sgomberare il campo con un rapido accenno alle opere mediche, che ebbero per altro un impatto enorme. La pi&ugrave; notevole &egrave; certamente </span><em style="color:rgb(42, 42, 42)">Versuch einer pragmatischen Geschichte der Arzneikunde</em><span style="color:rgb(42, 42, 42)">, in cinque volumi (1800&ndash;1803) e in varie edizioni: un&rsquo;esplorazione enciclopedica della storia della medicina che di fatto fond&ograve; questa disciplina, fu tradotta in pi&ugrave; lingue, incluso l&rsquo;italiano, e per decenni rimase un testo di riferimento. Vanno poi ricordati almeno </span><em style="color:rgb(42, 42, 42)">Handbuch der Pathologie</em><span style="color:rgb(42, 42, 42)"> (1795&ndash;97) e </span><em style="color:rgb(42, 42, 42)">Handbuch der Semiotik</em><span style="color:rgb(42, 42, 42)"> (1801; seconda edizione 1815), destinati ai suoi studenti, e la monumentale </span><em style="color:rgb(42, 42, 42)">Institutiones medicae</em><span style="color:rgb(42, 42, 42)">, in sei volumi (1806&ndash;1812).</span><br />L&rsquo;interesse per la botanica, vivo fin dall&rsquo;adolescenza, ricevette nuovo impulso dalla nomina a direttore dell&rsquo;orto botanico universitario, incarico che svolse in modo brillante, trasformando un giardino di grande tradizione storica (&egrave; uno dei pi&ugrave; antichi, fondato addirittura nel 1696) ma con collezioni limitate, in uno dei maggiori della Germania. Come informa il catalogo pubblicato da Sprengel nel 1799, le specie coltivate erano circa 3000; al momento della sua morte erano diventate 7000.<br />Decisiva per questa crescita fu la decisione di pubblicare annualmente un <em>Index seminum</em>, base di un&rsquo;intensa politica di scambi con altri orti botanici. Le conseguenze furono due: una rete sempre pi&ugrave; vasta di corrispondenti &mdash; che arriv&ograve; a comprendere i maggiori botanici del tempo in Germania, Italia, Francia e Inghilterra &mdash; e un interesse crescente per la sistematica, alimentato dalle numerose specie esotiche che affluivano nel giardino e nell&rsquo;erbario.<br />Secondo una tradizione ben radicata in Germania fin dal Seicento, un&igrave; allo studio delle piante coltivate nel giardino quello della flora locale, alla quale &egrave; dedicata la sua prima opera botanica importante, <em>Flora Halensis</em> (in tre parti, 1806&ndash;1811).<br />La direzione dell&rsquo;orto botanico lo port&ograve; a interessarsi anche di orticoltura e giardinaggio. Tra il 1804 e il 1806, insieme a un &ldquo;gruppo di pratici dell&rsquo;arte del giardino&rdquo;, cur&ograve; <em>Gartenzeitung oder Repertorium neuer, gemeinn&uuml;tziger und wissenw&uuml;rdiger Dinge in allen Zweigen der Gartenkunst</em>. Era un periodico pratico, ricco di consigli per la coltivazione di frutta, ortaggi e fiori, con particolare attenzione per le piante esotiche allora di moda. Un progetto effimero &mdash; dur&ograve; solo quattro anni &mdash; ma significativo per capire l&rsquo;ampiezza dei suoi interessi, che ormai si stavano allargando sempre pi&ugrave;, toccando la storia, la teoria e la tassonomia.<span style="color:rgb(42, 42, 42)">&#8203;</span></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:391px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/cutiisprengelhi01spregoog-0008.jpg?1781888768" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Lo storico della botanica</font><br />Direttore di un orto botanico sempre pi&ugrave; importante, docente seguitissimo di due discipline gemelle, Sprengel continuava per&ograve; a essere anche ci&ograve; che era probabilmente fin dall'adolescenza, se non dall'infanzia: un erudito, uno che "aveva letto tutto". Univa dunque all'ampia esperienza pratica, prima come medico, poi come ricercatore sul campo, una familiarit&agrave; e una conoscenza senza uguali sia in medicina sia in botanica. L'esito naturale fu studiarne la storia. Come ho anticipato, prima venne la monumentale storia della medicina, poi, subito dopo l'altrettanto pionieristica <em>Historia rei herbariae</em> (1807-1808). E' interessante notare che per le due opere Sprengel scelse lingue diverse: al tedesco di <em style="color:rgb(42, 42, 42)">Versuch einer pragmatischen Geschichte der Arzneikunde </em>si contrappone il latino della storia della botanica, in una sorta di bilinguismo funzionale che caratterizza l'insieme della sua opera. Il tedesco era la lingua della pratica medica, dell'insegnamento, certo anche della vita quotidiana; il latino (assimilato, amato, coltivato fin dall'infanzia) era la lingua in cui scrivevano da sempre i botanici, che la usavano anche per corrispondere tra loro. Era la lingua della botanica, e forse per Sprengel (il suo latino suona sempre agile, fluente, nativo) era anche la lingua del pensiero.<br />La decisione di ripercorrere la storia della botanica nacque forse dalla congiunzione di due differenti impulsi: da una parte l'interesse erudito, si potrebbe dire antiquario, per i precursori, di cui leggeva e rileggeva i testi grazie alla totale padronanza delle lingue antiche; dall'altra, le sue stesse ricerche botaniche, che gli ponevano ad ogni passo nodi irrisolti che contava di risolvere anche studiando in che modo erano stati variamente affrontati dai precursori. All'inizio, forse, ci fu solo il progetto di raccontare gli esordi: il primo volume, pubblicato nel 1807, dopo un excursus sulla botanica biblica - invitabile per il discendente di una stirpe di pastori luterani eruditi -, individua con forza le radici in <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/teofrasto-il-padre-dimenticato-della-botanica">Teofrasto</a>, per poi proseguire con i romani (in fondo, dei compilatori), la decadenza medievale, la ripresa e il fiorire rinascimentale, per concludersi con <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/gaspard-bahin-la-nomenclatura-binomiale-e-il-genere-bauhinia">Caspar Bahuin</a>. Un percorso in cui ci riconosciamo, perch&eacute; far&agrave; scuola.<br />&#8203;L'interesse suscitato dal libro lo spinse a continuare, e dopo un anno - i suoi tempi di lavoro continuano a lasciarci stupefatti - diede alle stampe il secondo volume, forse il pi&ugrave; interessante per capire Sprengel anche come botanico. E' diviso in tre parti, ciascuna a sua volta suddivisa in sezioni ricorrenti: la sistematica, la morfologia vegetale (che era anche il campo nel quale lo stesso Sprengel aggiunse i risultati pi&ugrave; originali), i viaggi e l'apporto di nuove piante, gli orti botanici. Nella prima parte, dedicata al Seicento, spiccano per la capacit&agrave; di leggere i processi storici il capitolo sulla grande novit&agrave; rappresentata dall'uso del microscopio - Sprengel stesso ne fu un convinto sostenitore tanto nella ricerca quanto nella pratica didattica - con i padri della fisiologia vegetale <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/nehemiah-grew-il-microscopio-e-lanatomia-delle-piante">Grew </a>e <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/i-mondi-microscopici-di-marcello-malpighi">Malpighi</a>, e quello sulla nascita della sistematica e sulle dispute che divisero <a href="https://www.inomidellepiante.org/botanici-senza-nobel.html">Ray</a>, Rivinus e <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/pitton-de-tournefort-botanico-cartesiano">Tournefort</a>, non senza dare il giusto spazio a figure come <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/robert-morison-tra-nuovo-metodo-e-allucinazioni-dei-botanici">Morison</a>. La seconda parte, dedicata al primo Settecento, &egrave; letta da Sprengel come una preparazione a <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/linneo-e-la-linnaea-borealis">Linneo</a>, non a caso l'assoluto protagonista dell'ultima parte "L'et&agrave; linneana", che si apre con un solenne elogio del grande svedese. E, in mezzo, centinaia di figure grandi e piccole, libri su libri (praticamente tutto quello che era stato scritto ed era reperibile nelle biblioteche) e elenchi di piante su piante - a volte lunghissimi e quasi illeggibili per noi.<br />Per Sprengel, e lo dice apertamente, Linneo era il vertice della botanica, la conclusione naturale di quel lungo percorso. Conosceva - e ne parla diffusamente - anche gli sviluppi alternativi: <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/il-baobab-di-michel-adanson-gigante-solitario">Adanson</a>, i <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/o-dio-o-il-nostro-maestro-jussieu-alla-ricerca-di-una-classificazione-naturale">Jussieu</a>. Ma rimaneva un linneano; Linneo aveva dato ordine al caos, aveva fuso tutto il meglio di una lunga tradizione in un insieme coerente. Ma non era un linneano acritico: di Linneo vedeva anche le lacune, i settori poco studiati - i muschi, le felci - e gli errori. A uno di questo decise di porre rimedio lui stesso.&#8203;</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:375px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/carolilinnisyste11825linn-0007-medium.webp?1781888833" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Il tassonomista</font><br />Tra tutte le lacune che Sprengel individuava nel sistema linneano, nessuna gli appariva tanto urgente quanto la confusione delle Umbelliferae. Da una parte era un problema reale - esemplari di questa ampissima famiglia capitavano spesso sotto i suoi occhi - e sotto la lente del suo microscopio - nell'orto botanico e in laboratorio, con tutte le loro difficolt&agrave; di classificazione; dall'altra questo gruppo di piante, al tempo stesso cos&igrave; caratteristico e cos&igrave; sfuggente, era quasi un'epitome della storia della botanica. Teofrasto ne aveva descritto con chiarezza alcuni notevoli rappresentanti e <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/le-cinque-vite-di-dioscoride">Dioscoride </a>ne aveva elencati una cinquantina (dall'anice al cumino, molte sono piante medicinali di primaria importanza); era stato forse il primo gruppo di piante a essere riconosciuto come insieme naturale, noi diremmo famiglia, fin dai tempi di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/cesalpino-e-la-prima-classificazione-delle-piante">Cesalpino</a>. Un'intuizione confermata dalla trattazione di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/dodoens-il-teofrasto-fiammingo">Dodoens</a>, cui risale il nome Umbelliferae. Ad esso era poi stata dedicata la prima monografia su una famiglia di piante: <em>Plantarum umbelliferarum</em><span style="color:rgb(51, 51, 51)"><em>&nbsp;distributio nova</em> di Morison.</span><br />Se i confini della famiglia sembravano abbastanza chiari - ma considerare solo le infiorescenze a ombrella poteva generare confusione, e ogni tanto in mezzo agli altri si erano insinuati membri spuri, anche da parte dei botanici maggiori - non lo erano affatto quelli dei generi e delle specie. Fiori molto piccoli, grande variabilit&agrave; di forme anche all'interno della medesima specie continuavano ad essere un ostacolo. E i criteri di classificazione adottato da Linneo (la presenza o meno di brattee e bratteole) erano straordinariamente poco utili.<br />Per Sprengel, per risolvere il problema, bisognava ripartire dalla storia, e in particolare da Morison, alle cui opere nel suo libro dedica un attento esame. Morison, pur tra confusioni che egli non manca di sottolineare, aveva individuato un criterio che le sue stesse ricerche dimostravano ben pi&ugrave; valido di quello di Linneo: le caratteristiche dei frutti.&nbsp;<br />Cos&igrave;, la ricerca iniziata nei polverosi volumi di botanica, prosegu&igrave; in giardino e in laboratorio. Sprengel aveva occasionalmente pubblicato specie nuove nel catalogo dell'orto botanica e nella sua flora di Halle e la determinazione di nuove specie giunte all'orto botanico in articoli pubblicati su varie riviste, ma fu con lo studio delle Umbelliferae che la tassonomia divenne centrale nelle sue ricerche.<br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Morison fu il punto di partenza. La soluzione al caos delle Umbelliferae doveva essere cercata nei frutti, l&rsquo;unico elemento costante e davvero diagnostico. Verificando con il microscopio l&rsquo;intuizione di Morison, Sprengel fece dei caratteri carpologici il fondamento della propria classificazione: la forma e le costolature dei mericarpi, la disposizione delle vittae (i canali che contengono gli oli essenziali), la struttura del carpoforo. Tutto il resto &ndash; foglie, involucri, ombrelle &ndash; diventava criterio secondario, utile per distinguere specie affini ma non per costruire generi.</span><br /><span style="color:rgb(42, 42, 42)">&Egrave;, in fondo, una chiara applicazione &ndash; anche se Sprengel non us&ograve; mai questi termini e continu&ograve; a considerarsi un linneano &ndash; della legge della subordinazione degli organi teorizzata da Antoine Laurent de Jussieu e ripresa da de Candolle. In questo senso Sprengel pu&ograve; essere definito l&rsquo;ultimo dei linneani e, insieme, un ponte verso il nuovo standard della classificazione naturale.</span><br />Nel 1813 espose i risultati delle sue ricerche in <em>Plantarum Umbelliferarum denuo disponendarum prodromus</em>, seguito nel 1819 da <em>Species Umbelliferarum minus cognitae</em>. Furono queste due opere a consolidare la sua reputazione di tassonomista e ad attirare l&rsquo;attenzione di J<a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/padri-e-figli-5-joseph-august-e-julius-hermann-schultes-e-la-sedicesima-edizione-di-systema-vegetabilium">oseph August Schultes</a>, impegnato nella continuazione della quindicesima edizione di <em>Systema vegetabilium</em>.<br />Nel 1820 si era trovato improvvisamente &ldquo;orfano&rdquo; del suo coautore <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/il-prudente-jacob-romer-e-la-nuova-vita-di-roemeria">Jacob Roemer</a>. Era riuscito a concludere e pubblicare il quinto volume, iniziato con lui, ma &ndash; oberato da mille impegni professionali &ndash; era in difficolt&agrave; con il sesto, che avrebbe dovuto contenere anche la trattazione delle Umbelliferae. Pens&ograve; cos&igrave; di rivolgersi a Sprengel e di affidargli quel capitolo.<br />L&rsquo;incarico ricevuto da Schultes segn&ograve; l&rsquo;ingresso di Sprengel nella grande sistematica. Il suo nome compare fin dal frontespizio del sesto volume, ovviamente dopo quello di Schultes, ma con caratteri identici e della stessa grandezza: "Umbelliferas digessit C. Sprengel". Avrebbe potuto essere l'inizio di una collaborazione duratura? Forse. Ma le cose andarono diversamente. Mentre Schultes si impantanava nella redazione del settimo volume - nonostante l'aiuto del figlio, impieg&ograve; quasi dieci anni a completarlo - Sprengel, complice la sollecitazione di &nbsp;Johann Christian Dieterich, l&rsquo;editore storico delle edizioni curate da Murray e da Persoon, decise di fare da s&eacute;. Intraprese cos&igrave; una propria revisione di <em>Systema vegetabilium</em>, ch<span style="color:rgb(42, 42, 42)">e port&ograve; a termine con una rapidit&agrave; impressionante: quattro volumi tra il 1825 e il 1827, seguiti da un quinto volume di indici curato dal figlio Anton.</span>&nbsp;Secondo il frontespizio &egrave; la sedicesima, ma in realt&agrave; &egrave; pi&ugrave; correttamente la diciassettesima.<br />Mentre i sette volumi di Roemer e Schultes coprono solo le prime sei classi del sistema linneano, quelli di Sprengel le abbracciano tutte. &Egrave; un&rsquo;opera titanica, che allo stesso tempo aggiorna e conclude la tradizione linneana: proprio nel 1824, mentre Sprengel si accingeva a quel tour de force, de Candolle inaugurava la pubblicazione del <em>Prodromus</em>. L&rsquo;impatto di Sprengel sulla definizione di nuovi generi e specie fu enorme. I taxa da lui introdotti superano i 7000, pi&ugrave; di 800 dei quali ancora oggi riconosciuti: una percentuale notevole per un&rsquo;opera del primo Ottocento, che testimonia la competenza, la prudenza e l&rsquo;accuratezza del suo autore.<br />Parallelamente, Sprengel continuava a lavorare come storico della botanica e come mediatore culturale. Pubblic&ograve; la traduzione delle opere di Teofrasto (1822) e, finalmente in tedesco, <em>Neue Entdeckungen im ganzen Bereich der Pflanzenkunde</em> (1820&ndash;1821), una vasta rassegna bibliografica delle pubblicazioni botaniche recenti che, in qualche modo, completa <em>Historia rei herbariae</em>, portandola fino ai suoi giorni. Dopo <em>Systema vegetabilium</em>, a parte qualche articolo, diede alle stampe un&rsquo;ultima opera importante: la traduzione della <em>Materia medica</em> di Dioscoride (1829&ndash;1830). Nel 1833 Sprengel mor&igrave;, lasciando un corpus vasto e coerente&nbsp;che, pur restando pienamente linneano, anticipa e accompagna la transizione verso la sistematica naturale del primo Ottocento.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:378px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/c34232adfce5fc15e5b36051e1a114fb.jpg?1781889602" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Una piccola genzianacea nel nome di Kurt</font><br />Per un tassonomo di tanta fama, le dediche dei colleghi sono insolitamente poche: forse perch&eacute;, agli inizi, Sprengel si era fatto conoscere soprattutto come studioso della storia della medicina e della botanica. Nel 1809 &mdash; dunque un decennio prima della loro collaborazione al sesto volume della quindicesima edizione di&nbsp;<em>Systema vegetabilium</em> &mdash; Schultes gli dedic&ograve; <em>Sprengelia</em> (Malvaceae, oggi sinonimo di <em>Melhania</em>). Ma il nome era gi&agrave; bloccato da <em>Sprengelia</em> (Ericaceae), il genere che <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/james-edward-smith-e-leredita-di-linneo">James Edward Smith</a> aveva dedicato allo zio Christian Konrad Sprengel.<br />A rimediare pensarono <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/chamisso-e-la-prima-spedizione-kotzebue-ovvero-un-poeta-sulloceano">Chamisso </a>e Schlechtendal che, pubblicando piante raccolte nel corso di varie spedizioni in Sudamerica, gli resero omaggio con <em>Curtia</em> (Sprengel firmava le opere tedesche come <strong>Kurt</strong>, ma per quelle latine latinizzava il suo nome in <strong>Curtius</strong>).<br />La specie tipo,&nbsp;<em>Curtia verticillaris</em>, l&rsquo;unica allora conosciuta, era stata raccolta in Brasile e inviata all&rsquo;orto botanico di Berlino da Sellow. Lo stesso Spregel l'aveva pubblicata nel primo volume di Systema vegetabilium come <em>Sabatia verticillaris</em>. Chamisso e Schlechtendal ne riconobbero invece l'appartenenza a un nuovo genere che vollero dedicare, come attestazione di stima, al primo descrittore.<br />Oggi il genere <em>Curtia </em>(famiglia Gentianaceae) comprende una decina di specie distribuite tra America centrale e Brasile, dove vive in savane, praterie e ambienti aperti. Sono piccole annuali erette che, in quel paesaggio, si distinguono poco tra erbe e arbusti: foglie ridotte quasi a scaglie, piccoli fiori a cinque petali riuniti in infiorescenze lasche. A chi conosce la flora europea possono ricordare il nostro <em>Centaurium</em>, bench&eacute; questo abbia colori pi&ugrave; vivaci e infiorescenze pi&ugrave; compatte. Inoltre, a differenza di <em>Centaurium</em>, <em>Curtia </em>non sembra vantare propriet&agrave; medicinali.<br />Un piccolo e modesto genere neotropicale, che tuttavia preserva il nome di Sprengel nella nomenclatura botanica &mdash; accanto ai settemila taxa firmati <strong>Spreng.</strong></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[I due Sprengel: Christian Konrad l'osservatore]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/i-due-sprengel-christian-konrad-losservatore]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/i-due-sprengel-christian-konrad-losservatore#comments]]></comments><pubDate>Wed, 03 Jun 2026 11:43:56 GMT</pubDate><category><![CDATA[botanici tedeschi]]></category><category><![CDATA[impollinazione]]></category><category><![CDATA[settecento]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/i-due-sprengel-christian-konrad-losservatore</guid><description><![CDATA[	#element-c47a9e47-171c-4dfa-8acf-1a80c8fed123 .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Nella botanica tedesca tra Settecento e inizio Ottocento ci sono due Sprengel: Christian Konrad e Kurt Polycarp Joachim. 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Lo zio visse un&rsquo;oscura vita di insegnante di provincia; scrisse un libro che quasi nessuno lesse, ma che, riscoperto da Darwin cinquant&rsquo;anni dopo, cambi&ograve; la percezione scientifica della funzione dei fiori e dell&rsquo;impollinazione entomofila. Il nipote, a ventinove anni, era gi&agrave; professore universitario: pubblic&ograve; una moltitudine di opere enciclopediche, descrisse pi&ugrave; di seimila taxa, divenne un&rsquo;autorit&agrave;.&nbsp;Entrambi, in modi diversi, hanno lasciato un segno nella storia della botanica. Iniziamo dallo zio e dal suo genere <em>Sprengelia</em>, dedica niente meno che di James Edward Smith.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:381px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/editor/sprengel-geheimniss-der-natur.jpg?1780572993" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Da una crisi professionale alla scoperta del segreto dei fiori</font><br />Forse la radice di tanta diversit&agrave; tra i due Sprengel sta nella intricata situazione familiare. Tutto inizi&ograve; con il patriarca, Ernst Victor Sprengel, arcidiacono della chiesa di St. Gotthard a Brandenburg. Applicando alla lettera il dettato biblico &ldquo;crescete e moltiplicatevi&rdquo;, ebbe quindici figli: sette dalla prima moglie, otto dalla seconda. Joachim Friedrich (futuro padre di Kurt) era il quarto, e presumibilmente il secondo sopravvissuto, della prima nidiata; Christian Konrad Sprengel (1750&ndash;1816) era l&rsquo;ultimo della seconda. Tra i due correvano ventiquattro anni, di fatto una generazione.<br />Nato quando il padre aveva sessantaquattro anni, a cinque era gi&agrave; orfano. Non sappiamo nulla della sua infanzia, n&eacute; chi gli abbia fatto da padre. Sulla carta, per&ograve;, ebbe le stesse opportunit&agrave; dei fratelli maggiori. Veniva da una famiglia che da generazioni serviva la chiesa luterana come musicisti, maestri del coro, insegnanti, pastori. Come i suoi fratelli fu preparato alla stessa carriera e nel 1770, ventenne, intraprese gli studi teologici all&rsquo;universit&agrave; di Halle. Poi divenne insegnante: prima all&rsquo;orfanotrofio, poi alla scuola militare di Berlino, infine nel 1780 rettore della Gro&szlig;e Schule di Spandau, dove insegnava tedesco, lingue classiche, francese, religione, matematica elementare e storia naturale.<br />Come per i suoi fratelli &mdash; tre seguirono esattamente questo percorso &mdash; quella posizione doveva essere un trampolino verso una carriera ecclesiastica. Invece non fu cos&igrave;. Nel 1782 si produsse una crisi, di cui siamo informati da una fonte n&eacute; neutra n&eacute; amichevole: i rapporti di uno dei supervisori ecclesiastici (l&rsquo;istituto dipendeva dalla chiesa luterana), che parlano di tensioni con colleghi, genitori, studenti; di dure punizioni corporali; poi, dopo i rimproveri, di un lassismo totale. Oggi, forse, leggeremmo tutto questo come un burnout in piena regola. Certo il supervisore poteva esagerare, e Sprengel non fu licenziato, ma il quadro resta inquietante.<br />A salvarlo fu il medico Ernst Ludwig Heim (1747&ndash;1834), che forse egli aveva conosciuto gi&agrave; a Halle e che, oltre a essere un clinico stimato, era un esperto di licheni. Fu lui a consigliargli di cercare un nuovo equilibrio nelle passeggiate e nello studio della natura. E cos&igrave;, pur continuando a insegnare (cessarono soltanto le lezioni private), Sprengel incominci&ograve; a percorrere le campagne. E a osservare. Certo aveva un&rsquo;infarinatura di botanica &mdash; tra le tante materie che insegnava c&rsquo;era anche storia naturale, e suo fratello Joachim Friedrich aveva pubblicato un testo didattico di erboristeria &mdash; ma il suo approccio alla materia non era quello che si insegnava nelle universit&agrave;.<br />Dapprima ci fu la scoperta di qualche specie nuova per il territorio berlinese, come <em>Silene chlorantha</em>, prontamente comunicata a Willdenow. Poi arriv&ograve; la prima osservazione originale: nell&rsquo;estate del 1787, osservando i fiori di <em>Geranium pratense</em>, not&ograve; che la parte inferiore dei petali &egrave; munita di morbidi peli; convinto che nulla nella creazione fosse lasciato al caso, si chiese quale ne fosse la funzione. E ipotizz&ograve; che servissero a proteggere dalla pioggia il nettare, proprio come le ciglia proteggono l&rsquo;occhio.<br />All&rsquo;epoca si sapeva ben poco della funzione del nettare. Alcuni lo consideravano una sorta di escremento delle piante, altri un nutrimento per la pianta stessa. Sprengel cap&igrave; che era un&rsquo;attrazione e una ricompensa per gli insetti che visitano i fiori. Anche il ruolo degli insetti come impollinatori era quasi sconosciuto: si pensava che quasi tutte le piante si impollinassero da s&eacute;, e gli insetti erano visti quasi come ladri di nettare.<br />A quella prima osservazione ne seguirono molte altre. Negli anni Sprengel avrebbe osservato 461 specie, tanto selvatiche quanto coltivate. Ai suoi occhi i fiori si rivelarono non un ornamento per &ldquo;fare bella la natura&rdquo;, come erano stati sentiti per secoli, ma una struttura funzionale per attirare gli insetti. Osserv&ograve; le marcature colorate che fanno da pista di atterraggio e li guidano verso il polline. Fu il primo a capire che in molte piante la parte femminile (gineceo) matura prima di quella maschile (androceo), o viceversa, per impedire l&rsquo;autoimpollinazione. Vide anche che c&rsquo;era una stretta affinit&agrave; tra fiori e insetti: alcuni ne visitavano molti tipi, altri uno solo, che era strutturato proprio nel modo giusto per accogliere la sua visita.<br />Anche se non faceva parte dell&rsquo;ambiente accademico, Sprengel non era del tutto isolato. Era in contatto con Willdenow e notizie sulle sue ricerche incominciarono a circolare, destando qualche interesse. Nel 1788 i lettori del <em>Magazin f&uuml;r die Botanik</em> potevano leggere che Christian Konrad Sprengel, rettore della scuola di Spandau presso Berlino, si accingeva a pubblicare uno studio sui nett&agrave;ri; la notizia fu confermata l&rsquo;anno dopo da altre riviste, come la <em>Gothaische Gelehrte Zeitung</em> e l&rsquo;<em>Intelligenzblatt der Jenaer Allgemeinen Literaturzeitung</em>. Nel 1790 egli stesso annunci&ograve;, ancora nel <em>Magazin f&uuml;r die Botanik</em>, l&rsquo;imminente pubblicazione del suo libro sulla struttura dei fiori, che &mdash; ne era convinto &mdash; avrebbe aperto un intero nuovo campo di studio alla biologia.<br />Invece ci vollero ancora tre anni. Nel 1793 usc&igrave; finalmente <em>Das entdeckte Geheimniss der Natur im Bau und in der Befruchtung der Blumen</em> (Il segreto della natura scoperto nella forma e nella fecondazione dei fiori). Il libro ottenne una recensione molto favorevole del direttore dell&rsquo;orto botanico di Gottinga, Georg Friedrich Hoffmann, un&rsquo;ampia analisi di Moritz Balthasar Borkhausen e due menzioni &mdash; non solo dovute alla parentela &mdash; di suo nipote Kurt. Ma fu sostanzialmente ignorato. Per mezzo secolo nessun studioso percorse la strada aperta da Christian Konrad Sprengel, finch&eacute; <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/robert-brown-dalla-raccolta-sul-campo-a-jupiter-botanicus">Robert Brown</a> mise il suo libro nelle mani di Charles Darwin, che lo lesse ammirato: Sprengel aveva capito tutto. E ora la prospettiva evolutiva permetteva finalmente di comprendere la portata delle sue scoperte.<br />Per Sprengel, tuttavia, era troppo tardi. La tiepida accoglienza del suo libro rivoluzionario dovette deluderlo profondamente. Nel 1794 diede precocemente le dimissioni dalla scuola di Spandau e si stabil&igrave; a Berlino, dove visse modestamente, dividendo il suo tempo tra le lezioni private che gli permettevano di vivere, gli studi e le passeggiate domenicali. Ma non scrisse pi&ugrave; di botanica: ci fu un piccolo libro sulle api &mdash; i pi&ugrave; noti tra gli impollinatori che, nel bellissimo frontespizio del <em>Geheimniss</em>, si alternano ai fiori formando una corona che sembra quasi una danza &mdash; e poi un pi&ugrave; ponderoso studio sui poeti latini Tibullo, Virgilio e Ovidio. Mor&igrave; a Berlino nel 1816.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:197px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/sprengelia-incarnata-02.jpg?1782056274" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Ericaceae australiane</font><br />Molti anni prima di Darwin, almeno una persona aveva capito il grande valore del libro di Christian Konrad Sprengel: <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/james-edward-smith-e-leredita-di-linneo" target="_blank">James Edward Smith</a>. Lesse il volume appena uscito con tale entusiasmo che gi&agrave; nel 1794, quasi a caldo, volle dedicare un genere all&rsquo;autore. Ecco cosa scrive, con una motivazione insolitamente sentita, distinguendo il genere <em>Sprengelia </em>da <em>Ardisia </em>e <em>Stiphelia</em>:&nbsp;&laquo;Ma la pianta che ora &egrave; oggetto della nostra indagine &egrave; del tutto distinta da entrambe le precedenti, bench&eacute; appartenga al medesimo ordine naturale. In onore duraturo, ho voluto darle il nome del signor Christian Conrad Sprengel, rettore della scuola di Spandau nel Brandeburgo, che merita grandemente di essere ricordato come botanico per la sua eccellente opera sul modo in cui gli insetti favoriscono la fecondazione delle piante, stampata a Berlino nel 1793; e se un genere dovesse pi&ugrave; di un altro essere adatto a portare il suo nome, dovrebbe distinguersi per qualche particolarit&agrave; nelle parti della fecondazione. In conformit&agrave; a ci&ograve;, il genere che ho scelto &egrave; separato da tutti gli altri del suo ordine naturale per le sue antere unite in un unico tubo&raquo;.<br />Smith si bas&ograve; su <em>Sprengelia incarnata</em>, una specie appena giunta dal Nuovo Galles del Sud. Il genere <em>Sprengelia </em>(famiglia Ericaceae) &egrave; infatti endemico dell&rsquo;Australia orientale, eccetto proprio <em>S. incarnata, </em>presente anche in Nuova Zelanda. Oggi comprende sette specie di arbusti, da piccoli a medi, talvolta eretti, talvolta procombenti, talvolta a pulvino, caratterizzati da piccole foglie imbricate che tendono a coprire interamente i rami.&nbsp;I fiori, raccolti per lo pi&ugrave; in infiorescenze terminali, hanno cinque sepali acuminati, bianchi o colorati, pi&ugrave; brevi o pi&ugrave; lunghi della corolla, che si alternano ai cinque petali dello stesso colore formando una sorta di stella. Le specie del genere abitano ambienti diversi, dalle foreste temperate alle aree alpine.&nbsp;I fiori sono privi di nett&agrave;ri, ma sarebbero comunque piaciuti a Sprengel: sono infatti impollinati da alcune specie di api.<br />&#8203;&#8203;<em>S. incarnata</em>, la specie tipo, &egrave; anche quella di maggiore diffusione, la pi&ugrave; "visibile" e facilmente riconoscibile. &Egrave; un arbusto slanciato, alto fino a due metri (le dimensioni sono tuttavia molto variabili) con sottili rami da bruno rossiccio a rossi, foglie strettamente imbricate da lanceolate a ovate e fiori bianchi o rosati con sepali e lobi dei petali triangolari, raccolti in infiorescenze terminali. Vive in brughiere umide e torbiere dell&rsquo;Australia sud&#8209;orientale e in limitate aree della Nuova Zelanda.<br />E' invece ampiamente diffusa in Tasmania, dove &egrave; presente in una grande variet&agrave; di habitat umidi, dal livello del mare alle zone subalpine. Della flora dell'isola, il maggiore centro di diversit&agrave; del genere, fanno parte cinque delle sette specie, con quattro endemismi: <em>S. disitichophylla</em>, <em>S. minima</em>, <em>S. montana</em> e <em>S. propinqua</em>. Quest'ultima vive dal livello del mare fino a circa 1000 metri di altitudine in zone ad alta piovosit&agrave; in ambienti come brughiere e comunit&agrave; di Ciperaceae, spesso su suoli poveri.<br />E' invece endemica di un'area ristretta delle Blue Mountains (Nuovo Galles del Sud)<em> S. monticola</em>, un piccolo e grazioso arbusto con&nbsp;portamento basso e denso, quasi a cuscino, tipico delle brughiere alpine. Le foglie, minuscole e strettamente imbricate, formano rosette ordinate da cui emergono fiori bianchi o rosati, spesso solitari o in piccoli gruppi.&nbsp;</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il prudente Jacob Römer, e la nuova vita di Roemeria]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/il-prudente-jacob-romer-e-la-nuova-vita-di-roemeria]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/il-prudente-jacob-romer-e-la-nuova-vita-di-roemeria#comments]]></comments><pubDate>Mon, 25 May 2026 13:11:00 GMT</pubDate><category><![CDATA[botanici svizzeri]]></category><category><![CDATA[ottocento]]></category><category><![CDATA[tassonomia]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/il-prudente-jacob-romer-e-la-nuova-vita-di-roemeria</guid><description><![CDATA[	#element-bf9cf1f7-6a48-4be3-b068-5e3cbf7d1f03 .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.5);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Forse un giorno, magari in Puglia, vi siete imbattuti in un prato colmo di papaveri dai fiori rosso&#8209;aranciati che ondeggiavano al vento. 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Uno spettacolo mozzafiato.&nbsp;Solo che non erano papaveri, ma <em>Roemeria</em>.&nbsp;Niente paura: la confusione &egrave; pi&ugrave; che comprensibile. Per almeno due secoli anche i botanici hanno faticato a distinguerli, e per fare finalmente chiarezza &egrave; stato necessario ricorrere all&rsquo;analisi del DNA.&nbsp;Cos&igrave; &egrave; risorto a nuova vita il genere <em>Roemeria</em>, che celebra il mite, modesto e prudente medico e botanico svizzero Jacob R&ouml;mer: un uomo che negli ultimi anni della sua vita conobbe una sorprendente seconda giovinezza scientifica come coautore della monumentale quarta edizione del <em>Systema vegetabilium</em>, scritta a quattro mani con Josef August Schultes.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:384px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/floraeuropaeainc17rm-0029-medium.jpg?1779797838" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Un botanico prudente diventato tassonomista&hellip; non per caso</font><br /><strong>Strano destino, quello del botanico svizzero Jacob R&ouml;mer (1763 -1819).&nbsp;</strong>I contemporanei lo descrivono come un uomo mite, modesto, posato, prudente: uno che non pubblicava nulla senza averlo verificato di persona, uno che preferiva la solidit&agrave; alla brillantezza, la continuit&agrave; all&rsquo;impeto. Eppure, all&rsquo;inizio come alla fine della sua carriera scientifica, si trov&ograve; a far coppia con colleghi dal temperamento opposto: in giovent&ugrave; con il fervente e impegnato Paul Usteri, in vecchiaia con il vulcanico Josef August Schultes. Almeno nel secondo caso, con risultati straordinari.<br />R&ouml;mer nacque a Zurigo in una famiglia di modesti mezzi, che tuttavia pot&eacute; garantirgli buoni studi, nei quali dimostr&ograve; diligenza, ottima memoria e una naturale propensione per le lingue classiche. Tra i suoi insegnanti vi fu Johann Heinrich F&uuml;ssli, che lo spinse a interessarsi di entomologia e botanica. Tuttavia il padre voleva farne un commerciante e, a tal fine, nel 1780 lo invi&ograve; a Bergamo come apprendista presso uno zio. Vi rimase tre anni, apprendendo alla perfezione l&rsquo;italiano, ma comprendendo anche una volta per tutte che la sua vocazione era un&rsquo;altra.<br />Grazie alla mediazione del prozio e padrino Johann Jakob Bodmer, noto esponente dell&rsquo;Illuminismo svizzero, il padre gli permise di iniziare gli studi di medicina. Nel 1784 si spost&ograve; quindi all&rsquo;Universit&agrave; di Gottinga, dove strinse amicizia con il concittadino Paul Usteri. Avevano entrambi vent&rsquo;anni e li univa una fervida passione per la botanica; cos&igrave;, come ho gi&agrave; raccontato in <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/paul-usteri-un-botanico-prestato-alla-politica">questo post</a>, nel pieno dell&rsquo;entusiasmo giovanile, nel 1787 vararono il "Magazin f&uuml;r die Botanik". L&rsquo;impresa comune dur&ograve; tre anni, finch&eacute; nel 1790 R&ouml;mer si dimise e Usteri continu&ograve; la pubblicazione da solo.<br />Forse la scelta di R&ouml;mer fu determinata dalle pressioni della vita adulta: nel 1786 si era laureato con una tesi di argomento ginecologico, quindi era tornato a Zurigo, si era sposato e aveva avviato una carriera medica alla quale, sempre a corto di soldi, affiancava traduzioni, recensioni e scritti di varia natura. Ma forse &mdash; senza che la rottura sia mai stata esplicitata da nessuno dei due &mdash; ormai li dividevano anche questioni caratteriali e di metodo.<br />Neppure R&ouml;mer aveva infatti abbandonato l&rsquo;idea di una rivista di botanica in lingua tedesca che affiancasse pubblicazioni originali, estratti di altre opere, recensioni e notizie, secondo il modello del "Magazin f&uuml;r die Botanik". Nel 1794 pubblic&ograve; "Neues Magazin f&uuml;r die Botanik", di cui usc&igrave; una sola annata, seguito da "Archiv f&uuml;r die Botanik" (1796&ndash;1805), in nove volumi complessivi. Nel 1789 aveva poi pubblicato la sua prima monografia, <em>Genera insectorum Linnaei et Fabricii iconibus illustrata</em>, di argomento entomologico.<br />Divenuto medico dell&rsquo;ospedale cittadino, R&ouml;mer insegn&ograve; anche nell&rsquo;istituto medico-chirurgico di Zurigo. Durante gli anni rivoluzionari (1799&ndash;1803), tuttavia, si dimise dal corpo docente, per assumere nuovamente la cattedra solo nel 1804, quando l&rsquo;istituzione divenne istituto cantonale. Lontano dall&rsquo;impegno politico diretto di Usteri, non era per&ograve; disimpegnato: preferiva piuttosto dimostrare il suo impegno civico nei fatti. Nel 1798, su richiesta del comune, assunse la gestione dell&rsquo;ospedale militare e fu nominato membro del Consiglio Medico. Nel 1800, la Societ&agrave; Scientifica Svizzera gli affid&ograve; la direzione dell&rsquo;orto botanico: di fatto, si trattava di ricostruirlo dopo la distruzione causata dalle truppe di Suvorov nel 1799. R&ouml;mer, che nel frattempo era entrato a far parte di numerose societ&agrave; scientifiche e aveva stretto contatti epistolari con colleghi di tutta Europa, grazie a queste relazioni pot&eacute; ricreare rapidamente le collezioni.<br />Era inoltre attivamente impegnato nella traduzione e nella divulgazione della letteratura botanica: gli si devono, tra l&rsquo;altro, le versioni tedesche della <em>Flora Britannica</em> di J<a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/james-edward-smith-e-leredita-di-linneo">ames Edward Smith</a> e della <em>Th&eacute;orie &eacute;l&eacute;mentaire de la botanique</em> di de Candolle. Scrisse ampiamente anche di medicina e pubblic&ograve; un&rsquo;opera zoologica dedicata ai mammiferi svizzeri.<br />In campo botanico, la sua opera principale di questi anni &egrave; <em>Flora europaea inchoata</em>, che si proponeva come un&rsquo;opera illustrata sulla flora spontanea europea, di costo contenuto&nbsp; accessibile a un pubblico ampio. Era articolata in fascicoli, ciascuno dei quali conteneva la descrizione latina di otto piante, preceduta da un&rsquo;illustrazione di buona qualit&agrave;: per ogni specie venivano indicati la classificazione nel sistema linneano, i caratteri generici e specifici, la distribuzione geografica, una descrizione sintetica, eventuali osservazioni e riferimenti bibliografici.&nbsp;Tra il 1797 e il 1811 R&ouml;mer ne pubblic&ograve; quattordici fascicoli, per un totale di 112 piante, finch&eacute; la pubblicazione venne sospesa, presumibilmente per la scarsit&agrave; di adesioni. Si tratta sostanzialmente di un&rsquo;opera compilatoria, con le descrizioni riprese per lo pi&ugrave; da altri autori. L&rsquo;unico merito che R&ouml;mer si attribuiva era di averli scelti con cura.<br />Egli sarebbe forse rimasto un buon divulgatore pi&ugrave; che uno studioso originale, se intorno al 1811, in uno dei suoi viaggi europei, <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/padri-e-figli-5-joseph-august-e-julius-hermann-schultes-e-la-sedicesima-edizione-di-systema-vegetabilium">Josef August Schultes</a> non fosse capitato a Zurigo, forse proprio con l&rsquo;intenzione di incontrarlo. Da quell&rsquo;incontro, e dalla corrispondenza che ne segu&igrave;, nacque l&rsquo;idea di pubblicare una nuova edizione di <em>Systema vegetabilium</em>, dopo quella curata da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/christiaan-hendrik-persoon-tassonomo-solitario">Persoon </a>nell&rsquo;ormai lontano 1797. Nel frattempo i nuovi arrivi si erano moltiplicati, e un semplice aggiornamento come quelli di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/johan-andreas-murray-e-le-due-prime-edizioni-di-systema-vegetabilium">Murray </a>e Persoon non era pi&ugrave; sufficiente: si prospettava dunque un&rsquo;impresa titanica.<br />La prudenza metodica di R&ouml;mer e la febbre tassonomica di Schultes si rivelarono una combinazione perfetta: l&rsquo;uno portava ordine, bibliografia, verifica; l&rsquo;altro energia, velocit&agrave;, una capacit&agrave; quasi vulcanica di produrre diagnosi.&nbsp;Eppure R&ouml;mer &mdash; sebbene nel 1813 si fosse manifestata una grave malattia cardiaca, che and&ograve; rapidamente aggravandosi &mdash; si gett&ograve; nell&rsquo;impresa con un entusiasmo inaspettato. Forse sapeva che il tempo era poco, e proprio per questo lavor&ograve; come non aveva mai fatto prima. Tra il 1817 e il 1819 uscirono in rapida successione i primi quattro volumi, per un totale di oltre duemila specie di nuova denominazione.<br />Tuttavia R&ouml;mer mor&igrave; all&rsquo;inizio del 1819; Schultes provvide alla pubblicazione del quarto volume, scritto ancora a quattro mani, e al completamento del quinto, uscito nel 1820. Poi, come ho raccontato in <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/padri-e-figli-5-joseph-august-e-julius-hermann-schultes-e-la-sedicesima-edizione-di-systema-vegetabilium">questo post</a>, i tempi si dilatarono e in dieci anni, nonostante l&rsquo;aiuto del figlio, riusc&igrave; a pubblicare solo altri tre volumi. <strong>Segno che il defunto aveva avuto un ruolo tutt&rsquo;altro che secondario. Fondamentale per la riuscita dell&rsquo;impresa, proprio come per la ricostruzione dell&rsquo;orto botanico di Zurigo, fu la sua rete di contatti, che garant&igrave; l&rsquo;invio di un gran numero di esemplari tipo.</strong> <strong>R&ouml;mer lasci&ograve; ai contemporanei la reputazione di uno studioso di estremo rigore e ai posteri, oltre alla partecipazione a questa pietra miliare della tassonomia, un eccezionale erbario di circa 14.000 esemplari, oggi custodito al British Museum, dove &egrave; giunto nel 1877 come parte della collezione Shuttleworth.</strong></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:374px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/roemeria-campo.jpg?1779797917" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Un papavero che non &egrave; un papavero</font><br />La reputazione internazionale di R&ouml;mer &egrave; testimoniata anzitutto dalla sua ammissione a numerose societ&agrave; scientifiche, non solo in Svizzera e nell&rsquo;area germanica, ma anche in Italia e in Svezia: gi&agrave; nel 1793 fu accolto come membro dell&rsquo;Accademia delle scienze di Stoccolma. Un secondo indicatore &egrave; costituito dalle dediche multiple che gli furono tributate: quattro generi <em>Roemeria </em>e un genere <em>Roemera</em>. Colpisce, con un&rsquo;unica eccezione, l&rsquo;assenza di motivazioni esplicite: un silenzio eloquente, che suggerisce come R&ouml;mer fosse figura ben nota e rispettata nell&rsquo;ambiente botanico, pur senza occupare una posizione di assoluto rilievo tale da richiedere una dedica &ldquo;argomentata&rdquo;.<br />Le tre dediche pi&ugrave; antiche risalgono al periodo giovanile, quando R&ouml;mer collaborava con Usteri, e provengono da botanici che pubblicavano sulle sue riviste. La prima in assoluto &ndash; e l&rsquo;unica tuttora valida &ndash; fu proposta nel 1792 da Friedrich Kasimir Medikus negli "Annalen der Botanik", all&rsquo;interno di un ampio studio sulle Papaveraceae. Due anni pi&ugrave; tardi Conrad Moench dedic&ograve; una seconda <em>Roemeria </em>(oggi sinonimo di <em>Amaranthus</em>) nel catalogo dell&rsquo;orto botanico di Marburgo, accompagnandola da una motivazione estremamente concisa: &laquo;In memoria dell&rsquo;illustre Roemer, medico di Zurigo&raquo;. La terza <em>Roemeria</em>, pubblicata nel 1798 e oggi sinonimo di <em>Heeria</em>, si deve a Carl Peter Thunberg, legato all&rsquo;ambiente di Gottinga anche grazie alla sua amicizia con Murray; Thunberg aveva collaborato alle riviste di Usteri e fu con ogni probabilit&agrave; lui a favorire l&rsquo;ammissione di R&ouml;mer all&rsquo;Accademia delle scienze svedese.<br />Diversa la logica che sembra guidare la dedica di <em>Roemera </em>(oggi sinonimo di <em>Morisonia</em>) da parte di Trattinick nel 1802, verosimilmente connessa all&rsquo;attivit&agrave; di R&ouml;mer come direttore dell&rsquo;orto botanico di Zurigo. All&rsquo;ultima fase della sua carriera, quella della collaborazione alla quarta edizione del <em>Systema vegetabilium</em>, risalgono invece le due dediche pi&ugrave; tarde: la quarta Roemeria (oggi sinonimo di <em>Diarrhena</em>), pubblicata dagli stessi R&ouml;mer e Schultes su indicazione di Francisco Antonio Zea, e la quinta (oggi sinonimo di <em>Scaevola</em>) proposta da Dennstedt. Particolarmente significativa la dedica di Zea &ndash; colombiano, ma direttore dell&rsquo;orto botanico di Madrid tra il 1803 e il 1808 &ndash; che testimonia come la rete di relazioni di R&ouml;mer si estendesse ormai anche alla penisola iberica.<br />Torniamo a <em>Roemeria </em>Medik., la cui storia tassonomica &egrave; un caso esemplare dei mutamenti che stanno rivoluzionando le denominazioni botaniche in seguito al passaggio dalla determinazione morfologica a quella basata sul DNA. Nel 1792 Medikus separ&ograve; il genere da <em>Papaver </em>sulla base della forma delle capsule, allungate e lineari anzich&eacute; tondeggianti. Tuttavia la sua proposta fu quasi immediatamente respinta dalla comunit&agrave; scientifica: gi&agrave; a partire da de Candolle <em>Roemeria </em>venne reintegrata in <em>Papaver</em>, ora come sottogenere, ora come sezione. Uno studio del 1987, ancora sulla base delle caratteristiche della fruttificazione, propose di rielevarlo a genere, assegnandogli due specie, <em>R. hybrida</em> e <em>R. refracta</em>. Quindi, all'inizio del nostro secolo le analisi molecolari dimostrarono la polifilia di <em>Papaver</em>, ovvero il fatto che le specie allora incluse nel genere non discendono tutte da un antenato comune; nel 2006 il genere <em>Roemeria </em>fu ristabilito formalmente, includendo le specie precedentemente assegnate a <em>Papaver </em>sezione <em>Argemonidium</em>. Oggi gli sono assegnate sedici specie, con un'ampia distribuzione boreale: dalla Macaronesia fino Himalaya attraverso il Mediterraneo e il Vicino Oriente.&nbsp;<strong>Decisivi nella ridefinizione recente del genere sono stati gli studi dei tassonomisti italiani, in particolare il lavoro di Banfi et al. (2022), che ha chiarito i confini di </strong><em><strong>Roemeria</strong></em><strong> e proposto le nuove combinazioni oggi accolte da gran parte della comunit&agrave; scientifica.</strong><br />Quello di <em>Roemeria </em>&egrave; un caso da manuale perch&eacute; sono numerosi i generi che, creati nell&rsquo;Ottocento o addirittura in precedenza sulla base di minuscole differenze morfologiche, tornano oggi utili: etichette gi&agrave; pronte per accogliere i gruppi che le analisi molecolari dimostrano essere distinti.<br />Al primo sguardo <em>Roemeria</em> si presenta indubbiamente come un papavero. Dei papaveri condivide i fusti esili, spesso pelosi, le foglie pennate e finemente dissette, i fiori solitari retti da lunghi peduncoli: papaverosi al 100%. Quattro petali coloratissimi, di consistenza quasi cartacea, spesso con una macchia nera alla base dei numerosissimi stami che formano una rosetta centrale attorno al pistillo.&nbsp;L&rsquo;unica differenza evidente &egrave; la capsula, pi&ugrave; stretta e allungata.<br />Come molti papaveri mediterranei, le <em>Roemeria </em>sono annuali e condividono gli stessi ambienti: specie ruderali, xerofile, talvolta infestanti dei coltivi. Nella nostra flora sono presenti quattro specie, tutte ovviamente in precedenza &mdash; e fino a pochissimi anni fa &mdash; classificate come <em>Papaver</em>: <em>Roemeria apula</em>, <em>R. argemone</em>, <em>R. hybrida</em> e <em>R. sicula</em>.&nbsp;<em>R. apula</em>, il &ldquo;papavero pugliese&rdquo;, oltre che in Italia &egrave; presente nella penisola balcanica; &egrave; di notevole valore ornamentale per i grandi fiori da rossi ad aranciati, con una macchia nera all&rsquo;unghia dei petali e stami nero&#8209;blu.&nbsp;<em>R. argemone</em> &egrave; invece una specie euro&#8209;mediterranea, con una distribuzione che va dalle Canarie al Nord Africa, all&rsquo;Europa continentale e al Mediterraneo fino alla penisola anatolica. Vive spesso in terreni disturbati e, rispetto alla precedente, ha petali pi&ugrave; stretti, rosso&#8209;aranciati.&nbsp;<em>R. hybrida</em> (il nome deriva dall&rsquo;antica convinzione che fosse un ibrido: Linneo la descrisse come <em>Chelidonium hybridum</em>) &egrave; la star del genere. Con una distribuzione che dalle Canarie arriva fino al Pakistan passando per il Mediterraneo e l&rsquo;Asia centrale, si distingue per gli spettacolari fiori viola profondo; &egrave; talvolta coltivata nei giardini, anche se meriterebbe di esserlo molto di pi&ugrave;.&nbsp;<em>R. sicula</em> &egrave; anch&rsquo;essa una specie di ampia diffusione, dalle Canarie all&rsquo;Himalaya passando per il Mediterraneo e la penisola arabica. La sua caratteristica pi&ugrave; peculiare sono le capsule spinose. Arrivata con le coltivazioni di cereali in molte parti del mondo, &egrave; considerata un&rsquo;infestante invasiva.<br />Per completare il quadro, almeno una specie esclusiva dell&rsquo;Asia: <em>R. refracta</em>, distribuita tra l&rsquo;Anatolia e la Mongolia. Ha petali rosso scarlatto con una macchia nera alla base degli stami, talvolta circondata da un orlo bianco; ne esiste anche una forma <em>alba</em>. Come molte papaveracee contiene alcaloidi (reframina, reframidina e reframolina). &Egrave; un&rsquo;interessante pianta da giardino, sia per la rosetta di foglie finemente dissette, sia per le dimensioni e la vivacit&agrave; del colore dei fiori.<br />E, forse esagerando un po&rsquo;, si potrebbe dire che come R&ouml;mer negli ultimi anni della sua vita trov&ograve; una seconda giovinezza collaborando da pari a una delle opere pi&ugrave; decisive della storia della tassonomia, cos&igrave; <em>Roemeria</em>, dopo quasi due secoli passati &ldquo;travestita&rdquo; da papavero, rinasce oggi come un genere ben definito, interessante, e sorprendentemente attuale: una piccola mediterranea pronta ad aggiungere colore ai nostri giardini sempre pi&ugrave; assetati.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Paul Usteri, un botanico prestato alla politica]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/paul-usteri-un-botanico-prestato-alla-politica]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/paul-usteri-un-botanico-prestato-alla-politica#comments]]></comments><pubDate>Tue, 12 May 2026 06:13:51 GMT</pubDate><category><![CDATA[botanici svizzeri]]></category><category><![CDATA[editoria botanica]]></category><category><![CDATA[ottocento]]></category><category><![CDATA[settecento]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/paul-usteri-un-botanico-prestato-alla-politica</guid><description><![CDATA[	#element-2cfaaccf-5f34-4299-ab26-3c3c8f54cdec .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Usteria guineensis &egrave; una specie poco studiata dell&rsquo;Africa tropicale: una liana discreta, quasi invisibile nella letteratura scientifica, che porta per&ograve; un nome pesante. Ricorda infatti lo svizzero Paul Usteri, oggi quasi dimenticato, ma al suo tempo figura di [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div id="534031836832775690"><div><style type="text/css">	#element-2cfaaccf-5f34-4299-ab26-3c3c8f54cdec .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}</style><div id="element-2cfaaccf-5f34-4299-ab26-3c3c8f54cdec" data-platform-element-id="698263678581730663-1.1.0" class="platform-element-contents"><div class="content-color-box-wrapper"><div style="width: 100%"><div></div><div class="paragraph"><font size="4"><em>Usteria guineensis</em> &egrave; una specie poco studiata dell&rsquo;Africa tropicale: una liana discreta, quasi invisibile nella letteratura scientifica, che porta per&ograve; un nome pesante. Ricorda infatti lo svizzero Paul Usteri, oggi quasi dimenticato, ma al suo tempo figura di primo piano della botanica europea, non come teorico, bens&igrave; come instancabile pubblicista ed editore di due riviste innovative e prestigiose. Il suo fervore botanico fu per&ograve; tanto intenso quanto breve: dopo pochi anni, abbandon&ograve; completamente la scienza per dedicarsi alla politica, divenendo un protagonista della vita pubblica elvetica.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:373px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/screenshot-12-5-2026-171939-bibdigital-rjb-csic-es.jpeg?1778604927" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;">Dalle riviste botaniche ai pamphlet rivoluzionari<br />Nel 1787 due ragazzi zurighesi, Paul Usteri e Jakob R&ouml;mer, arrivano a Gottinga per completare gli studi di medicina. Zurigo ha una lunga tradizione medica e botanica, illustrata tra l&rsquo;altro da figure come i fratelli <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/padri-e-figli-e-fratelli-2-johann-jakob-e-johann-gaspar-scheuchzer">Scheuchzer</a>, ma &egrave; meno dinamica e pi&ugrave; provinciale della citt&agrave; tedesca: un vivacissimo centro intellettuale dove, tra aule universitarie e salotti letterari, giovani venuti da tutta la Germania si incontrano, discutono, progettano il futuro.<br />Del resto, Paul Usteri (1768&ndash;1831) ha tutte le credenziali per immergersi in quell&rsquo;ambiente e assorbirne le idee. Suo padre &egrave; il teologo e pedagogista Leonhard Usteri, promotore della riforma delle scuole cittadine e della loro apertura alle donne, corrispondente e ammiratore di Rousseau, amico personale di Winckelmann, figura attiva nella vita sociale e intellettuale zurighese. Il suo padrino, colui che lo ha indirizzato alla medicina e lo ha educato allo spirito illuminista, &egrave; Johannes Gessner, amico e compagno di viaggio di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/albrecht-von-haller-ultimo-genio-universale">von Haller</a>, fondatore della Societ&agrave; di scienze naturali e dell&rsquo;istituto medico, corrispondente tra gli altri di Lavater, Rahn e Waser.<br />A Gottinga, presto si forma un piccolo circolo svizzero: oltre a Usteri e R&ouml;mer, lo animano due giovani destinati a lasciare un segno nella scienza e nella vita politica elvetica,&nbsp;Albrecht Rengger e&nbsp;<strong style="color:rgb(32, 33, 34)">Hans Conrad Escher; il pi&ugrave; vecchio, Rengger, ha ventitr&eacute; anni, gli altri, quasi coetanei, appena venti. Sono curiosi di tutti, e di tutto discutono: di scienza, di medicina, di letteratura, e molto, moltissimo, di politica. Ma ci sono altri incontri: con il botanico olandese <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/christiaan-hendrik-persoon-tassonomo-solitario">Christiaan Hendrik Persoon</a> e con <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/alexander-von-humboldt-ovvero-la-natura-come-cosmos">Alexander von Humboldt</a>, anche lui studente all'universit&agrave; Georg-August.</strong><br />&Egrave; in questo contesto che i ventenni Usteri e R&ouml;mer decidono di pubblicare il <em>Magazin f&uuml;r die Botanik</em>, la prima rivista di botanica in lingua tedesca. Il primo numero, stampato a Zurigo presso l&rsquo;editore F&uuml;ssli, esce nel 1787. Si apre con una lunga prefazione firmata <em>Die Herausgeber</em>, i curatori, in cui viene rivendicato un approccio dichiaratamente multidisciplinare, aperto non solo alla botanica descrittiva ma anche all&rsquo;anatomia, alla fisiologia, alla fisica e alla coltivazione delle piante.<br />La struttura della rivista &egrave; quadripartita: una prima sezione riservata ai contributi personali dei curatori; una seconda dedicata ad articoli tradotti o ripresi da prestigiose pubblicazioni straniere; le recensioni, che occupano oltre met&agrave; delle pagine; infine una sezione di notizie e scambi, pensata per favorire la circolazione delle informazioni all&rsquo;interno della comunit&agrave; botanica.<br />L&rsquo;interesse per la sistematica emerge gi&agrave; dal lungo saggio di apertura, un esame degli sviluppi pi&ugrave; recenti della tassonomia, con particolare attenzione al sistema di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/carlo-allioni-il-linneo-piemontese">Allioni</a>. Le traduzioni provengono da saggi gi&agrave; pubblicati altrove: &egrave; evidente che la rivista &egrave; stata integralmente pensata, scritta e curata dai due amici, che non firmando mai individualmente i loro contributi non permettono di distinguere il lavoro dell&rsquo;uno da quello dell&rsquo;altro.<br />Tra il 1787 e il 1790 usciranno quattro volumi del <em>Magazin f&uuml;r die Botanik</em>, articolati in dodici fascicoli. La struttura rimane invariata, ma i due giovani svizzeri riescono ora a coinvolgere altri collaboratori: la rivista cresce, con nomi del calibro di Roth e Willdenow, e una rete europea nella quale spiccano <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/studiare-la-natura-per-sollievo-dellanimo-ovvero-le-vicissitudini-di-giovanni-antonio-scopoli">Scopoli </a>e Cavanilles. Poi, nel 1790, R&ouml;mer si dimette e la rivista cessa le pubblicazioni. Ma, come una duplice fenice, rinascer&agrave; dalle sue ceneri in due nuove riviste, una diretta da Usteri e l&rsquo;altra da R&ouml;mer.<br />Nel frattempo anche le loro vite avevano iniziato a prendere strade diverse. Entrambi si laureano: R&ouml;mer dopo pochi mesi, Usteri nel 1788. Il primo torna a Zurigo, diventa medico cittadino e rimane fedele a una carriera di botanico e naturalista, che approfondir&ograve; in un altro post. Usteri, invece, dopo la laurea compie un lungo viaggio che lo porta in molte citt&agrave; tedesche, visitando ospedali e istituzioni scientifiche. Nel 1789 rientra anche lui a Zurigo, dove la morte precoce del padre segna la fine della sua giovinezza e lo getta nella vita adulta.<br />Una vita impegnatissima, di cui la botanica sar&agrave; solo una parte. Lavora come medico generico, insegna all&rsquo;Istituto di medicina, cura l&rsquo;orto botanico della Societ&agrave; di scienze naturali. E si fa un nome non come ricercatore, ma come pubblicista. Tra il 1789 e il 1791 pubblica una bibliografia delle opere mediche uscite tra il 1745 e il 1774 in due volumi; tra il 1790 e il 1793, sotto il titolo <em>Delectus opusculorum botanicorum</em>, una raccolta di trattati botanici rari;&nbsp;<br />nel 1791 un saggio sulla sanit&agrave; pubblica; nel 1792 una biografia del padre, apparsa in <em>Famous Men of Helvetia</em> di Leonhard Meister.<br />Nel 1791 riprende anche il filo interrotto del <em>Magazin f&uuml;r die Botanik</em> con una nuova rivista, intitolata <em>Annalen der Botanik</em>. Ne usciranno ventiquattro numeri, fino al 1800, dapprima sempre presso F&uuml;ssli a Zurigo, poi, dal 1795, a Lipsia. La struttura del periodico rimane immutata, ma ora lo spazio che era dei due autori&#8209;curatori &egrave; occupato da articoli di prestigiosi collaboratori internazionali: moltissimi tedeschi (Roth, Schrank, Willdenow, Hedwig, Hoffmann, Humboldt), un nutrito gruppo di italiani (Nocca, Olivi, Morozzo, Savi), ma anche francesi, olandesi e naturalmente svizzeri. Pur non scrivendo pi&ugrave; saggi originali, Usteri &egrave; attentissimo alle novit&agrave;: nel 1791 (a soli due anni dall&rsquo;uscita) pubblica un&rsquo;edizione tedesca annotata di <em>Genera plantarum</em> di Antoine&#8209;Laurent de Jussieu; sulla rivista compaiono, tra l&rsquo;altro, uno dei primi studi innovativi sui funghi di Persoon (1794) e una disamina degli sviluppi della tassonomia post&#8209;linneana di Steven Jan van Geuns.<br />Poi c&rsquo;&egrave; la politica, sempre pi&ugrave; coinvolgente man mano che gli echi della Rivoluzione francese raggiungono l&rsquo;apparente tranquillit&agrave; svizzera. Nel 1794 Usteri pubblica anonimi alcuni numeri di un <em>Diario del Tribunale rivoluzionario</em>; quindi, nel 1795, per sfuggire alla censura fonda a Lipsia una casa editrice specializzata in riviste ispirate alla Rivoluzione francese, tra cui <em>Klio</em>, ufficialmente diretta da Ferdinand Huber. Oltre a pubblicarle, comincia a collezionare opuscoli e giornali del periodo rivoluzionario, creando un&rsquo;imponente raccolta oggi conservata nella Biblioteca comunale di Zurigo.<br />Nel 1797 &egrave; eletto al Gran Consiglio della citt&agrave; di Zurigo; nel 1798, quando l&rsquo;esercito francese invade il Vaud e scoppia la Rivoluzione elvetica, si trova in prima fila insieme al vecchio amico Escher: prima come redattore di un giornale rivoluzionario, poi come membro dell&rsquo;assemblea cantonale, infine come rappresentante di Zurigo al Senato elvetico incaricato di elaborare la nuova costituzione. Da quel momento diventa uno degli uomini di punta del movimento liberale, e l&rsquo;impegno politico cancella la botanica dai suoi interessi. Continua a scrivere e pubblicare riviste, ma per diffondere i suoi ideali politici e combattere la censura e il governo conservatore; &egrave; presidente del Consiglio legislativo nel periodo rivoluzionario, per molti anni capo dei liberali nel Piccolo Consiglio di Zurigo, pi&ugrave; volte membro del Consiglio federale, Consigliere di Stato e ancora presidente della commissione costituzionale tra il 1830 e il 1831. Nel 1831 &egrave; eletto sindaco di Zurigo, ma muore prima di assumere l&rsquo;incarico.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:361px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/usteria.jpeg?1778602297" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4"><em>Usteria</em>, chi &egrave; costei?</font><br />Nella breve stagione in cui dirige gli <em>Annalen der Botanik</em> (1791&ndash;1800), Paul Usteri si trova, quasi senza volerlo, al centro della botanica europea. Non come autore &mdash; pubblica pochissimo di suo &mdash; ma come editore, mediatore, diffusore della conoscenza. &Egrave; membro di numerose societ&agrave; scientifiche; e di anno in anno, mentre i nomi dei collaboratori della rivista si fanno sempre pi&ugrave; prestigiosi, crescono anche le affiliazioni che elenca con orgoglio sotto il proprio nome nel frontespizio. Sa curare la sua immagine nella &ldquo;repubblica delle lettere botanica&rdquo;, scegliendo con attenzione il dedicatario di ciascun fascicolo &mdash; da Medicus, nel primo numero, a Desfontaines, nell&rsquo;ultimo, passando per Humboldt, Seguier, Hoffmann e Willdenow.<br />Questa centralit&agrave;, costruita pi&ugrave; con la regia che con la produzione scientifica, lascia un&rsquo;impronta sorprendente: nel giro di pochi anni, quattro botanici gli dedicano un genere. Un riconoscimento che dice molto del prestigio internazionale raggiunto da un giovane svizzero che, per un breve momento, si trov&ograve; al crocevia della botanica europea.<br />Due dediche arrivarono contemporaneamente nel 1790, una da parte di Willdenow, l'altra da parte di Medicus; poich&eacute; &egrave; impossibile stabilire una priorit&agrave; e il solo nome a circolare &egrave; quello di Willdenow, &egrave; quello considerato valido. Ci fu poi una terza <em>Usteria</em>, stabilita da Cavanilles nel 1793,&nbsp;e infine da una quarta da Dennstedt nel 1818, quando Usteri non si occupava pi&ugrave; da tempo di botanica, ma evidentemente il suo nome non era ancora dimenticato.<br /><em>Usteria </em>Willd. &egrave; un genere monotipico della famiglia Loganiaceae, rappresentato dalla sola <em>U. guineensis</em>, un rampicante che cresce ai margini delle foreste, lungo i corsi d'acqua, i bordi delle strade e i coltivi nei paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, nell'Africa tropicale occidentale. Probabilmente non &egrave; rara, ma &egrave; pochissimo studiata. Scarse informazioni e alcune fotografie recenti sono state pubblicate in una tesi discussa nel 2014 presso l'Universit&agrave; di Lagos in Nigeria, dedicata alle Loganiaceae dell'Africa occidentale. Oltre a evidenziarne la vicinanza tassonomica al genere Strychnos, per altro diversissimo dal punto di vista morfologico, se ne segnalano le potenziali propriet&agrave; antimalariche.<br />In base alle descrizioni storiche, risulta un arbusto rampicante alto fino a tre metri, con rami glabri, foglie ovate coriacee e fittamente reticolate, piccoli fiori bianchi densamente aggregati in cime panicolate ascellari o terminali. Le fotografie mostrano frutti carnosi, digitati, di colore verde.&nbsp;Una pianta marginale, quasi invisibile, che per&ograve; &egrave; bastata a conservare il nome di Usteri nella tassonomia botanica.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Christiaan Hendrik Persoon, tassonomo solitario]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/christiaan-hendrik-persoon-tassonomo-solitario]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/christiaan-hendrik-persoon-tassonomo-solitario#comments]]></comments><pubDate>Mon, 04 May 2026 06:19:23 GMT</pubDate><category><![CDATA[Botanici olandesi]]></category><category><![CDATA[crittogame]]></category><category><![CDATA[micologi]]></category><category><![CDATA[ottocento]]></category><category><![CDATA[settecento]]></category><category><![CDATA[tassonomia]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/christiaan-hendrik-persoon-tassonomo-solitario</guid><description><![CDATA[	#element-190f8837-434e-4f36-9170-8eb94c3a2300 .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Christiaan Hendrik Persoon &egrave; una figura singolare nella storia della botanica e della micologia. 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Nato al Capo di Buona Speranza, formatosi in Germania e vissuto per oltre trent&rsquo;anni in una stanza modesta del quartiere pi&ugrave; povero di Parigi, lavor&ograve; quasi sempre ai margini delle istituzioni scientifiche. Eppure il suo contributo in entrambi i campi fu decisivo.&nbsp;&Egrave; considerato il vero fondatore della sistematica micologica: fu il primo a dare ordine a un ambito ancora frammentario, definendo criteri, strumenti e terminologia, e scrivendo opere di riferimento che avrebbero orientato generazioni di studiosi.&nbsp;Anche in botanica si distinse come valido sistematico della scuola linneana: pur non avendo il peso innovativo dei suoi lavori micologici, la terza edizione di <em>Systema plantarum</em> e la <em>Synopsis plantarum</em> ebbero un ruolo significativo nella transizione dal sistema linneano ai sistemi naturali.&nbsp;Riconosciuto dall&rsquo;ambiente scientifico nonostante il suo volontario isolamento, gi&agrave; in giovent&ugrave; merit&ograve; la dedica del genere <em>Persoonia</em>, una Proteacea australiana.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:375px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/7fc2cc9d-b3ab-4d24-8aee-ab99b28fc160.jpg?1778598742" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Dal Sudafrica a Gottinga, alla scoperta di una vocazione</font><br />&#8203;Tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell&rsquo;Ottocento, la botanica di ispirazione linneana &mdash; pi&ugrave; che una scuola, un metodo che aveva trasformato il modo di guardare la natura &mdash; avanz&ograve; lungo due direzioni complementari.<br />Da una parte, c&rsquo;era il compito di completare e aggiornare il catalogo del mondo vivente, mantenendo la fedelt&agrave; al sistema del maestro.&nbsp;Dall&rsquo;altra, la sfida pi&ugrave; ardua: portare ordine nei territori che Linneo aveva solo sfiorato, quei regni minori, oscuri, caotici, dove la tassonomia sembrava ancora impossibile.&nbsp;A unire queste due strade in un&rsquo;unica vita fu Christiaan Hendrik Persoon (1761-1836): celebre come uno dei fondatori della micologia moderna, ma anche instancabile revisore e continuatore del sistema linneano. Un uomo che non scelse tra fedelt&agrave; e innovazione, perch&eacute; per lui erano la stessa cosa: continuare Linneo significava spingersi dove Linneo non era arrivato.<br />Uomo schivo e riservato, Persoon non ha quasi lasciato tracce della propria vita personale. Di lui &egrave; stato scritto che la sua biografia coincide con le opere &mdash; e in effetti, al di fuori di quelle opere immense, resta poco. Ci &egrave; giunta una narrazione frammentaria, sulla quale, fin da subito, sono fiorite invenzioni e leggende. A cominciare dalla sua stessa nascita, collocata talvolta addirittura al 1755. Come chiarisce Valerio Bertolini in un recente studio, egli nacque invece tra la fine del 1761 e l&rsquo;inizio del 1762. Certo &egrave; il luogo: Citt&agrave; del Capo.<br />La sua vita comincia gi&agrave; con un&rsquo;assenza e con un&rsquo;identit&agrave; complessa. La madre, di lingua olandese e discendente da una famiglia stabilita da tempo nella colonia, mor&igrave; quando lui aveva pochi mesi. Il padre, suddito olandese ma di lingua tedesca, originario dell&rsquo;isola di Usedom, era arrivato al Capo come sarto della VOC e aveva poi costruito una discreta fortuna come commerciante di merci di ogni genere, compresi gli schiavi.&nbsp;Le fonti &mdash; o forse le ricostruzioni successive, perch&eacute; nel suo caso &egrave; difficile distinguerle &mdash; parlano di un ragazzo chiuso, poco socievole. Intorno ai quattordici anni, nel 1775, fu mandato a studiare in Europa. Dopo un breve passaggio ad Amsterdam, approd&ograve; al Gymnasium luterano di Lingen. Poco dopo gli giunse la notizia della morte del padre, che desiderava per lui una carriera teologica e aveva destinato un lascito per sostenerne gli studi.&nbsp;Come orfano, l&rsquo;amministrazione dell&rsquo;eredit&agrave; &mdash; da dividere con due sorelle maggiori &mdash; pass&ograve; alla Camera degli orfani del Capo, che nomin&ograve; un tutore. Ma durante il lungo percorso di studi europeo, quel patrimonio, mal gestito e forse anche intaccato da ruberie, si rivel&ograve; spesso insufficiente a coprire le spese. Alla fine, si dissolse del tutto.<br />Alle difficolt&agrave; economiche si aggiunsero le incertezze di un ragazzo &mdash; poi di un giovane uomo &mdash; solo, senza famiglia e senza nessuno che lo guidasse nelle scelte. Nel 1783, a ventidue anni, inizi&ograve; il corso di teologia all&rsquo;Universit&agrave; di Halle, ma, incerto sul proprio futuro, torn&ograve; presto a Lingen. Tre anni dopo lo troviamo a Leida, dove intraprese lo studio della medicina e delle scienze naturali; studi che prosegu&igrave; poi a Gottinga, dove si trasfer&igrave; nel 1787.&nbsp;All&rsquo;epoca, Gottinga era uno dei maggiori centri scientifici tedeschi: un&rsquo;universit&agrave; prestigiosa, un orto botanico ricchissimo, numerose societ&agrave; erudite. E bench&eacute; <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/albrecht-von-haller-ultimo-genio-universale">Albrecht von Haller</a> vi fosse ancora venerato come genius loci, la citt&agrave; era ormai diventata uno dei cuori della botanica linneana in terra tedesca, grazie a <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/johan-andreas-murray-e-le-due-prime-edizioni-di-systema-vegetabilium">Johan Andreas Murray</a>, che dal 1769 vi insegnava botanica e dirigeva l&rsquo;orto botanico.<br />Persoon visse a Gottinga per circa quindici anni: probabilmente il periodo pi&ugrave; fecondo della sua vita, ma anche il pi&ugrave; oscuro. Sappiamo che segu&igrave; i corsi di botanica e di scienze naturali, e forse anche quelli di medicina, ma non si laure&ograve; mai (nel 1799 la Leopoldina gli confer&igrave; una laurea honoris causa in filosofia).&nbsp;Sappiamo che strinse amicizie &mdash; o forse sarebbe pi&ugrave; corretto dire contatti &mdash; destinati in alcuni casi a durare tutta la vita: tra gli altri, <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/alexander-von-humboldt-ovvero-la-natura-come-cosmos">Alexander von Humboldt</a>, che studi&ograve; a Gottinga nel 1789.&nbsp;Presto si fece un nome come studioso indipendente, ma non sappiamo come si mantenesse.&nbsp;Sappiamo che viaggi&ograve; in Germania, in Olanda, in Francia, in Svizzera, ma non possediamo gli itinerari; solo gli esemplari del suo erbario botanico e micologico testimoniano quei percorsi.<br />Una sola certezza emerge da questi anni: a Gottinga Persoon trov&ograve; un metodo e una vocazione.<br />Il metodo era quello linneano, appreso nella sua forma pi&ugrave; rigorosa; la vocazione era quella di portare ordine nel caos, di conoscere e trasformare in sistema ci&ograve; che appariva informe: la botanica in generale, i funghi in particolare.&nbsp;Alcuni incontri furono decisivi in questo processo.&nbsp;In primo luogo Johann Andreas Murray, che gli trasmise il metodo linneano e la disciplina tassonomica.&nbsp;Poi Paul Usteri e Johann Jacob R&ouml;mer, che lo misero in contatto con gli ambienti scientifici e pubblicarono i suoi primi lavori sulle loro riviste.&nbsp;Infine &mdash; e sopra tutti &mdash; Georg Franz Hoffmann, autore di alcuni dei primi studi autorevoli sulle crittogame, professore di botanica e direttore dell&rsquo;orto botanico di Gottinga dopo la morte di Murray: fu lui a orientarlo, o forse a incoraggiarlo, verso il vasto e ancora sconosciuto mondo dei funghi.<br />I primi lavori pubblicati di Persoon comparvero su riviste come&nbsp;<em>Neues Magazin f&uuml;r die Botanik</em> e <em>Annalen der Botanik</em>; il primo in assoluto &egrave; probabilmente la descrizione di dieci specie di funghi da lui rinvenute nell'area di Gottinga, pubblicata nel terzo fascicolo di&nbsp;<em>Abbildungen der Schw&auml;mme</em> di Hoffmann. Ai funghi sono poi dedicati numerosi articoli usciti tra il 1793 e il 1795, fino a giungere gi&agrave; nel 1796 alla prima delle opere maggiori, con la prima parte di <em>Observationes mycologicae</em>. Persoon vi delinea gi&agrave; un metodo, getta le basi di un nuovo sistema di classificazione e crea un intero nuovo vocabolario descrittivo, in gran parte in uso ancora oggi. Ma la botanica non &egrave; dimenticata: nel 1797, rispondendo alla richiesta di un libraio, d&agrave; alle stampe la terza edizione di <em>Systema vegetabilium</em>, nel cui titolo si definisce procurator, ovvero continuatore dell'eredit&agrave; tanto di Linneo quanto di Murray:<em>&nbsp;Caroli a Linn&eacute; ... Systema vegetabilium secundum classes ordines genera species cum characteribus et differentiis. Editio decima quinta quae ipsa est recognitionis a b. Io. Andrea Murray institutae tertia procurata a C. H. Persoon</em>.<br />Non si tratta di una semplice ristampa dell'edizione diMurray: Persoon aggiorna differenze specifiche &mdash; le brevi formule che distinguono una specie dall&rsquo;altra &mdash; ormai insufficienti, integra osservazioni recenti, corregge i caratteri generici alla luce delle nuove conoscenze e distingue rigorosamente le proprie aggiunte, indicandole tra parentesi. Nel trattare l&rsquo;ultima classe accenna, con la sua consueta discrezione, alla necessit&agrave; di una revisione pi&ugrave; ampia delle crittogame, anticipando cos&igrave; gli sviluppi del proprio lavoro micologico.<br />Sviluppi che negli anni successivi daranno luogo a una messe di contributi di grande interesse, poi confluiti nelle tre parti delle <em>Observationes mycologicae </em>(1795&ndash;1799) e nell&rsquo;ultimo grande lavoro della stagione di Gottinga,&nbsp;<em>Synopsis methodica fungorum</em> (1801). Anche se la proposta di assumerla come punto di partenza delle denominazioni micologiche &mdash; analogamente a <em>Species plantarum</em> per le piante &mdash; fu respinta dal Congresso di Sydney del 1981, la <em>Synopsis </em>resta l&rsquo;opera fondativa della sistematica dei funghi: un sistema di nuova concezione, con la trattazione di 71 generi, molti dei quali nuovi, e 1526 specie distribuite secondo criteri originali.<br />Per quanto riguarda il lavoro editoriale &mdash; che non manc&ograve;, e che forse gli procur&ograve; almeno un piccolo cespite di entrate &mdash; non va dimenticata la cura dei tre volumi delle <em>Dissertationes academicae</em> di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/thunberg-olandese-per-amore-della-scienza">Thunberg</a>, pubblicati a Gottinga tra il 1799 e il 1801, ulteriore testimonianza del suo legame con la scuola linneana.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:373px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/iconespictaespec00pers-0039.jpg?1777910605" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Parigi: il solitario del faubourg souffrant</font><br />Nel 1802, con una decisione che ha stupito pi&ugrave; di un biografo, Persoon lasci&ograve; Gottinga per stabilirsi a Parigi. In Germania era noto, rispettato, membro di prestigiose societ&agrave; scientifiche; a Parigi non aveva nessuno, e doveva ancora una volta cambiare ambiente e lingua. Eppure non fu una scelta impulsiva, ma preparata e meditata. Pot&eacute; pesare anche la situazione politica: negli anni delle guerre napoleoniche la Germania era un campo di battaglia, mentre Parigi era la capitale scientifica d&rsquo;Europa.<br />Ma la Parigi in cui approd&ograve; Persoon &mdash; pur accolto con tutti gli onori e riconosciuto per il suo lavoro &mdash; non era quella dei salotti, dove brillava l&rsquo;ex condiscepolo Humboldt, n&eacute; quella dei collezionisti come il barone Delessert, n&eacute; quella delle istituzioni di Jussieu, Lamarck e de Candolle. Fu la Parigi del lavoro metodico e solitario, condotto quasi da asceta della botanica e della micologia in una stanza al sesto piano del quartiere pi&ugrave; povero della citt&agrave;, il faubourg souffrant: mal illuminata, poco aerata, difficile da riscaldare, arredata con l&rsquo;indispensabile &mdash; un letto, un tavolo, una sedia, un fornello.<br />C&rsquo;era per&ograve; ci&ograve; che contava davvero: il suo erbario, i libri, una lente mediocre e pacchi di esemplari che gli arrivavano da tutta Europa e talvolta dall&rsquo;America. La corrispondenza, e soprattutto gli indirizzi con titoli altisonanti in latino (illustrissimus, clarissimus, Princeps mycologorum), stupivano il portinaio e i vicini, che forse si chiedevano se quell&rsquo;uomo modesto, sempre chiuso nella sua stanza a lavorare, non fosse un principe in incognito.&nbsp;E in un certo senso lo era davvero: non di un regno degli uomini, ma di quello, immensamente pi&ugrave; vasto e ancora in gran parte da esplorare, dei funghi &mdash; un continente biologico misterioso e interconnesso, che oggi sappiamo contare centinaia di migliaia di specie descritte e forse milioni ancora ignote.<br />La vita materiale era ridotta all&rsquo;indispensabile, immensa l&rsquo;opera scientifica. Persoon divenne, in un certo senso, il centro motore di un intero settore della scienza nel suo nascere: studiava, scriveva, corrispondeva con centinaia di colleghi; era il maestro riconosciuto e il mentore degli studiosi delle generazioni successive, come <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/robert-niels-fries-tra-eredita-familiare-e-piante-tropicali">Magnus Fries</a>. Nel 1803, quasi in coincidenza con il suo arrivo a Parigi, incominci&ograve; a pubblicare tra Parigi e Strasburgo le <em>Icones pictae specierum rariorum fungorum</em>: forse una delle ragioni che l&rsquo;avevano attirato nella capitale era che solo qui &mdash; e forse a Londra &mdash; era possibile realizzare un&rsquo;opera con una qualit&agrave; grafica e tipografica impossibile a Gottinga.<br />E poi a Parigi c'era il Jardin des Plantes, con il suo immenso deposito di fogli d'erbario. Nei primi anni parigini, parallelamente agli studi micologici, Persoon affront&ograve; di petto il problema che aveva incontrato curando la terza edizione di <em>Systema vegetabilium</em>: il numero crescente di specie conosciute e gli avanzamenti della botanica richiedevano un aggiornamento molto pi&ugrave; profondo e sistematico. <em>La risposta fu&nbsp;Synopsis Plantarum, seu Enchiridium botanicum, complectens enumerationem systematicam specierum hucusque cognitarum</em>, in due volumi, usciti rispettivamente nel 1805 e nel 1807: 20.000 specie distribuite distribuite in 2300 generi e classificate secondo il sistema linneano, di fatto tutte le fanerogame conosciute all'epoca. E che Persoon non sia stato solo il principe dei micologhi, ma anche un botanico di primo piano, ce lo dicono le oltre 2600 occorrenza della sigla d'autore Pers. in IPNI, con decine di nuovi generi e centinaia di specie.&nbsp;<br />Ovviamente i funghi rimasero il centro del suo lavoro anche negli anni parigini. Continuavano a uscire i fascicoli delle <em>Icones </em>(l&rsquo;ultimo, il quarto, nel 1808). Scriveva recensioni di opere micologiche per il <em>Journal de Botanique</em> diretto da Desvaux e non trascurava la divulgazione, come mostra il <em>Trait&eacute; sur les champignons comestibles</em> (1818). La sua competenza nella preparazione degli erbari era riconosciuta ovunque: nel 1825 pubblic&ograve; il lungo articolo <em>Sur la mani&egrave;re de recueillir et de pr&eacute;parer les champignons pour les herbiers</em>, che divenne un riferimento tecnico.<br />Tra il 1817 e il 1822, a testimonianza dell&rsquo;attenzione internazionale, a San Pietroburgo usc&igrave; in sei volumi <em>Species plantarum</em>, una versione lievemente corretta di <em>Synopsis plantarum</em>.<br />L&rsquo;opera pi&ugrave; importante degli ultimi anni resta per&ograve; <em>Mycologia europaea</em>, concepita come descrizione completa dei funghi del continente. Persoon ne pubblic&ograve; tre volumi tra il 1822 e il 1829. Poi il lavoro si interruppe, soprattutto perch&eacute; non pot&eacute; pi&ugrave; servirsi del suo erbario.<br />Con l&rsquo;et&agrave; che avanzava e i problemi di salute che cominciavano a farsi sentire, continuare a vivere e lavorare in povert&agrave; estrema nel faubourg souffrant divenne sempre pi&ugrave; difficile. All&rsquo;inizio degli anni Venti un gruppo di amici e corrispondenti tent&ograve; di sostenerlo con una sottoscrizione, ma egli rifiut&ograve; sdegnato.<br />Nel 1825, su invito del medico Joseph Kerckhoffs, il governo olandese decise infine di concedergli una pensione di 800 fiorini l&rsquo;anno; in cambio, Persoon dovette cedere l&rsquo;erbario &mdash; oltre 14.000 esemplari &mdash; e gran parte della biblioteca. Alla prima rata, l&rsquo;ambasciatore olandese a Parigi fece porre i sigilli all&rsquo;erbario, che Persoon non pot&eacute; pi&ugrave; consultare, anche se esso part&igrave; per Leida, destinato all&rsquo;erbario nazionale, solo nel 1828.<br />Negli ultimi anni pot&eacute; vivere pi&ugrave; dignitosamente nel quartiere di Val-de-Gr&acirc;ce. Ottenne alcuni riconoscimenti, come l&rsquo;ammissione alla Soci&eacute;t&eacute; linn&eacute;enne de Paris, di cui fu anche vicepresidente per un periodo. Partecip&ograve; a grandi opere collettive: la relazione sul viaggio delle corvette Uranie e Physicienne, per la quale cur&ograve; la parte micologica (1826), e la <em>Flore g&eacute;n&eacute;rale de France</em> (1828). Tuttavia, la stagione creativa si era chiusa con la perdita dell&rsquo;erbario.<br />Mor&igrave; a Parigi nel novembre 1836, all&rsquo;et&agrave; di 74 anni, e fu sepolto al cimitero di P&egrave;re Lachaise. Sulla tomba volle una semplice lapide con la scritta:&nbsp;&laquo;Chretien Henry Persoon, Botaniste, N&eacute; au Cap de Bonne Esp&eacute;rance, d&eacute;c&eacute;d&eacute; le 15 Novembre 1836&raquo;.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:369px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/3-1-09-quarry-rd-024.jpg?1777910928" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Peersonia, una Proteacea diversa dalle altre</font><br />Nel campo micologico, l&rsquo;eredit&agrave; scientifica di Persoon &egrave; immensa. Fu il primo a portare ordine nella tassonomia di quel vasto e oscuro gruppo di organismi, lasciando un&rsquo;impronta imprescindibile per tutti coloro che se ne occuparono contemporaneamente e dopo di lui.<br />Anche la sua opera botanica, come abbiamo visto, &egrave; significativa. La terza edizione di <em>Systema plantarum</em> per qualche anno sostitu&igrave; come opera di riferimento la seconda edizione di Murray e forn&igrave; la base per l&rsquo;edizione francese <em>Syst&egrave;me sexuel des v&eacute;g&eacute;taux</em> (1798). La monumentale<em> Synopsis plantarum</em> offr&igrave; un quadro completo e rigoroso delle conoscenze botaniche del tempo.&nbsp;Anche se entrambe furono presto superate dall&rsquo;opera di altri botanici, segnarono comunque due tappe importanti della transizione dal sistema linneano ai diversi sistemi naturali.<br />A Persoon, oltre a <em>Persoonia </em>&mdash; una delle maggiori riviste internazionali di micologia &mdash; sono stati dedicati due generi di funghi, <em>Persooniana </em>e <em>Persooniella</em>, e alcune specie botaniche, come <em>Landolphia persooniana</em> e <em>Myosotis persoonii</em>. Il genere Persoonia fu invece istituito tre volte: da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/james-edward-smith-e-leredita-di-linneo">Smith </a>nel 1798, da Willdenow nel 1799 e da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/andre-michaux-e-gli-alberi-americani">Michaux </a>nel 1803.&nbsp;Per la legge della priorit&agrave; &egrave; valido il primo. La dedica di Smith, come si vede, precede le grandi opere di Persoon, ma testimonia che la sua fama aveva gi&agrave; varcato la Manica. Scrive infatti: &laquo;In memoria del celeberrimo C. H. Persoon, famoso per varie operine sui funghi&raquo;.<br />Il genere <em>Persoonia </em>Sm. comprende oggi un centinaio di specie di arbusti o piccoli alberi della famiglia Proteaceae, per lo pi&ugrave; endemiche dell&rsquo;Australia; una specie &egrave; presente in Nuova Zelanda e un&rsquo;altra in Nuova Caledonia. In Australia, con l&rsquo;eccezione di <em>P. pertina</em>x, endemica del Great Victoria Desert, e di poche altre specie, prediligono le zone non aride, da temperate a subtropicali, dell&rsquo;Australia sudoccidentale e sudorientale, inclusa la Tasmania. Sono note con il nome comune <em>geebung</em>, derivato da una lingua aborigena.<br />Diffuse in una variet&agrave; di habitat &mdash; dalle pianure sabbiose dell&rsquo;Australia sudoccidentale alle pianure costiere e al Great Dividing Range nell&rsquo;Australia sudorientale, fino alle specie alpine della Tasmania e delle Alpi australiane &mdash; le <em>Persoonia </em>sono alquanto varie. Sono prevalentemente arbusti, da prostrati a eretti, pi&ugrave; raramente piccoli alberi, con fogliame molto variabile da una specie all&rsquo;altra. I fiori, ermafroditi, sono talvolta solitari, ma pi&ugrave; spesso raccolti in racemi pi&ugrave; o meno allungati che in alcune specie continuano a crescere terminando in una foglia. I tepali, liberi o pi&ugrave; spesso saldati alla base, hanno apici retroflessi e sono solitamente di colore giallo. I frutti, drupe contenenti uno o due semi, in diverse specie sono eduli.<br />Tra le specie pi&ugrave; note si ricordano <em>P. pinifolia</em>, un grande arbusto dal fogliame aghiforme e dai lunghi racemi penduli, endemico dell&rsquo;area di Sydney e particolarmente apprezzato come pianta da giardino per il suo valore ornamentale; <em>P. levis</em>, comune nelle foreste del sud&#8209;est australiano, con foglie asimmetriche a forma di sciabola e racemi eretti, seguiti da drupe molto apprezzate da uccelli, canguri e opossum; <em>P. chamaepeuce</em>, un arbusto nano prostrato adattato agli ambienti alpini della Tasmania e delle Alpi australiane, con foglie lineari e fiori solitari caratterizzati da quattro tepali pelosi, fusi alla base e retroflessi all&rsquo;apice.<br />All&rsquo;interno della vasta famiglia delle Proteaceae, <em>Persoonia </em>si distingue per alcune peculiarit&agrave;. In primo luogo, manca del caratteristico apparato radicale (le radici proteoidi), formato da brevi radichette molto ravvicinate che facilitano l&rsquo;assorbimento dei nutrienti inorganici: per questo motivo predilige suoli ben drenati, acidi e poveri di nutrienti.&nbsp;In secondo luogo, non presenta le grandi infiorescenze ricche di nettare tipiche di molte specie di questa famiglia, ma fiori molto pi&ugrave; piccoli. Si ritiene che siano impollinate non da uccelli o piccoli mammiferi, come altre Proteaceae, ma da insetti come api e vespe.&nbsp;I frutti di molte specie costituiscono poi un&rsquo;importante risorsa alimentare per la fauna.<br />La dedica di Smith, forse nata con una certa libert&agrave;, fu comunque molto gradita a Persoon. Nel 1805, nel primo volume della <em>Synopsis plantarum</em>, egli pot&eacute; ricambiare l&rsquo;onore delineando uno dei primi profili del genere e attribuendogli cinque specie, tre delle quali di sua determinazione. Due di queste, <em>P. hirsuta</em> e <em>P. laurina</em>, sono tuttora valide, a testimonianza dell&rsquo;acume di Persoon come tassonomista anche in campo botanico. Lavor&ograve; su esemplari d&rsquo;erbario, senza aver mai visto una <em>Persoonia </em>viva, e su un genere allora quasi sconosciuto, prima che le grandi novit&agrave; portate da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/robert-brown-dalla-raccolta-sul-campo-a-jupiter-botanicus">Robert Brown</a> e dai suoi studi sulle Proteaceae ne definissero i contorni.&nbsp;In questo senso, la dedica di Smith appare oggi meno casuale di quanto sembri: fu il riconoscimento precoce di un sistematico rigoroso, capace di orientarsi anche in territori inesplorati.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'esuberante Linneo in versi di Erasmus Darwin]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/lesuberante-linneo-in-versi-di-erasmus-darwin]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/lesuberante-linneo-in-versi-di-erasmus-darwin#comments]]></comments><pubDate>Sun, 26 Apr 2026 07:21:16 GMT</pubDate><category><![CDATA[18 secolo]]></category><category><![CDATA[botanici britannici]]></category><category><![CDATA[divulgazione]]></category><category><![CDATA[Linneo]]></category><category><![CDATA[scrittori e poeti]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/lesuberante-linneo-in-versi-di-erasmus-darwin</guid><description><![CDATA[	#element-41fffddf-763e-4b31-9bc6-49844502d7ed .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}Nella seconda met&agrave; del Settecento la Gran Bretagna diventa uno dei principali centri di irradiazione del sistema linneano, grazie a traduzioni e opere divulgative che superano la barriera del latino. 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Tra i suoi interpreti pi&ugrave; efficaci figura Erasmus Darwin &mdash; medico, inventore, filosofo naturale &mdash; che contribu&igrave; alla fortuna del sistema sia traducendo Linneo sia reinventandolo in forma poetica. Lo ricorda il sorprendente genere australiano&nbsp;</strong><em><strong>Darwinia</strong></em><strong>.</strong></font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:382px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/systemofvegetabl01linn-0091.jpg?1777478756" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Tradurre Linneo senza tradirlo</font><br />Intorno al 1775, in una cittadina delle Midlands, tre amici apparentemente mal assortiti decidono di mettere mano a un&rsquo;impresa che, senza proclami, ha qualcosa di rivoluzionario. Vogliono tradurre in inglese<em>Systema vegetabilium</em>, l&rsquo;edizione della parte botanica di&nbsp;<em>Systema naturae</em> curata da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/johan-andreas-murray-e-le-due-prime-edizioni-di-systema-vegetabilium">Johan Andreas Murray</a> da poco pubblicata in Germania (1774). Rendere quel testo accessibile a chi non legge il latino significa aprire la botanica linneana a un pubblico nuovo: studenti, dilettanti colti, donne, farmacisti, giardinieri, medici di provincia. Significa, in sostanza, <strong>portare Linneo fuori dalle accademie</strong>.&nbsp;<br />L&rsquo;impresa, artigianale nella sostanza e nei metodi, richieder&agrave; sette anni. Tra il 1782 e il 1783 escono i due volumi di <em>A System of Vegetables</em>; subito dopo, i tre alzano il tiro pubblicando l&rsquo;ancora pi&ugrave; ambizioso <em>The Families of Plants</em>, che fonde&nbsp;<em>Genera plantarum</em> e le <em>Mantissae</em> di Linneo con il <em>Supplementum plantarum</em> di Carl von Linn&eacute; Junior e gli aggiornamenti di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/laffare-dombey-seconda-parte-il-furto-di-lheritier-de-brutelle">L&rsquo;H&eacute;ritier de Brutelle</a> e <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/thunberg-olandese-per-amore-della-scienza">Thunberg</a>. Anche questa volta in due volumi, pubblicati nel 1787. <br />Entrambe le opere sono firmate <strong>&ldquo;A Botanical Society at Lichfield&rdquo;</strong>.&nbsp;Ma cos&rsquo;&egrave; questa societ&agrave;? O meglio: chi &egrave;?&nbsp;Consiste esattamente in tre persone, ed &egrave; ora di conoscerle.&nbsp;Il pi&ugrave; noto, allora come oggi, &egrave; il medico, filosofo, poeta, inventore e naturalista Erasmus Darwin (1731&ndash;1802). Darwin come Charles: s&igrave;, proprio il nonno dello scienziato Charles Darwin. Fu quasi certamente lui a suggerire l&rsquo;idea e a fondare la societ&agrave;, coinvolgendo due amici molto diversi tra loro.&nbsp;Il primo &egrave; Sir Brooke Boothby (1744&ndash;1824), baronetto, proprietario terriero, spirito colto ed eccentrico, come Darwin membro del circolo intellettuale noto come Lunar Society.&nbsp;<br />Il secondo &egrave; William Jackson (1734&ndash;1798), procuratore della cattedrale di Lichfield: dei tre, il pi&ugrave; oscuro. Di origini modeste, con una cultura un po&rsquo; irregolare, ma con una conoscenza professionale del latino che lo rendeva indispensabile. Fu presumibilmente lui a stendere la prima versione della traduzione, che poi Darwin e Sir Brooke rivedevano, correggevano, levigavano. In altre parole: Jackson era il lavoratore silenzioso, quello che preparava il testo su cui gli altri due intervenivano.<br />Il legame tra Darwin e Jackson non era solo intellettuale. Intorno al 1777, nel pieno della sua fascinazione botanica e in coincidenza con l&rsquo;avvio della traduzione del futuro <em>A System of Vegetables</em>, Darwin cre&ograve; un orto botanico poco fuori Lichfield: un luogo insieme di passione, di studio e di ispirazione poetica, modellato secondo una visione del tutto personale. Jackson se ne sentiva un po&rsquo; il custode naturale e, quando il dottore lasci&ograve; Lichfield, lo acquist&ograve;, preservandolo intatto nella sua bellezza finch&eacute; visse.<br />La botanica, infatti, per Erasmus Darwin fu solo uno degli innumerevoli interessi: una tappa centralissima, certo, ma pur sempre una delle molte che costellano il suo percorso esistenziale poliedrico. Prima di diventare il promotore della botanica linneana in Inghilterra e il poeta delle piante, Erasmus Darwin si era gi&agrave; messo in luce come medico e membro fondatore di uno dei circoli intellettuali pi&ugrave; originali e influenti dell'Illuminismo inglese. Figlio di Robert Darwin, un medico non estraneo agli interessi naturalistici (gli si deve la comunicazione alla Royal Society di uno dei primi fossili di dinosauro), si form&ograve; come medico alle universit&agrave; di Cambridge e Edimburgo. Nel 1756 esercit&ograve; con poca fortuna la medicina a Nottingham; dopo qualche mese, si trasfer&igrave; a Lichfield, dove la straordinaria guarigione di un giovane pescatore che tutti davano per spacciato gett&ograve; le basi di un successo professionale che per mezzo secolo non sarebbe mai venuto meno, fino a giungere all'invito a diventare Royal Physician, che egli rifiut&ograve;.<br />Come medico era richiestissimo in tutta la regione;&nbsp;di carattere gioviale, esuberante, di parola inarrestabile - bench&eacute; balbuziente -, abile nello stringere e coltivare amicizie, incominci&ograve; presto a stringere duraturi legami intellettuali e personali con le persone pi&ugrave; diverse, come lui innamorate del sapere, soprattutto se non astratto, ma traducibile in azione, invenzioni, miglioramento tanto della vita quotidiana quanto della societ&agrave;: di fatto, i promotori e le menti della rivoluzione industriale. Da quegli incontri, da quella rete, prese via via forma una singolare associazione, che non ricevette per altro mai uno status formale. Gli aderenti si incontravano ogni mese un luned&igrave; di luna piena - la notte chiara, nelle strade non illuminate, rendeva pi&ugrave; facile rientrare a casa in sicurezza, senza incidenti e incontri indesiderati - per dibattere, discutere, mostrare e confrontare idee, esperimenti e invenzioni. Chiamavano se stessi lunatics e il club Lunary Society. Unico biglietto da visita: la curiosit&agrave; intellettuale, senza barriere sociali. I membri erano intellettuali, medici, ma anche e forse soprattutto artigiani, inventori, industriali (categorie tra le quali, all'epoca, spesso non c'era distinzione netta): Matthew Boulton, che fabbricava fibbie e bottoni e sarebbe diventato socio di Watt; lo stesso Watt, padre della macchina a vapore; John Mitchell, professore di Cambridge, studioso di geologia, astronomia, magnetismo; l'orologiaio John Whitehurst, autore di un libro di geologia; i chimici William Small e James Kier; il proprietario terriero, inventore e pedagogista Richard Edgeworth; l'armaiolo Samuel Galton, cultore della zoologia e dell'ottica; l'industriale Josiah Wegdwood, fondatore della pi&ugrave; importante fabbrica britannica di ceramiche.<br />Tutte le scienze, ogni campo di attivit&agrave;, nella Lunar Society trovavano i loro cultori; non poteva mancare la botanica, che &ndash; soprattutto grazie a Linneo e alla semplicit&agrave; funzionale dei nomi binomiali e del sistema sessuale &ndash; stava diventando una scienza alla moda, favorita dall&rsquo;arrivo di nuove piante da ogni parte del mondo e dal diffondersi del gusto per i giardini paesaggistici. Come medico, Erasmus Darwin non poteva ignorarla. Ma la fascinazione vera e propria arriv&ograve; probabilmente proprio grazie agli amici della Lunar Society: il gi&agrave; citato Sir Brooke Boothby e, soprattutto, William Withering, medico dell&rsquo;ospedale di Birmingham e autore di <em>The Botanical Arrangement of All the Vegetables Naturally Growing in Great Britain</em>, la prima flora britannica basata sul sistema linneano.&nbsp;Withering, per&ograve;, aveva &ldquo;edulcorato&rdquo; Linneo: nella sua flora omise ogni riferimento esplicito alla riproduzione sessuale delle piante, dichiarando di voler &ldquo;proteggere la modestia femminile&rdquo;.<br />Fu anzi proprio in reazione al libro dell'amico che Darwin decise di tradurre <em>Systema vegetabilium</em>. A Withering lo univa il desiderio di rendere la botanica accessibile al pi&ugrave; ampio pubblico possibile, ma del suo testo - molto letto e decisivo per la diffusione dei principi linneani in Gran Bretagna - contestava sia l'eccessiva anglicizzazione del linguaggio sia, soprattutto, quell'atteggiamento censorio. Linneo non doveva essere "adattato", ma restituito nella piena integrit&agrave;, con la massima fedelt&agrave; possibile. Inizi&ograve; cos&igrave; la grande impresa di <em>A system of vegetables</em>; si trattava spesso creare un nuovo vocabolario e per farlo Darwin, Boothby e Jackson si avvalsero della consulenza di Samuel Johnson, autore del celebre <em>Dictionary </em>e nume tutelare della societ&agrave; intellettuale di Lichfield, di cui era nativo. Con quell'opera e poi con <em>The Families of Plants</em> entrarono cos&igrave; nel lessico britannico termini come <em>stamen </em>e <em>pistil</em>. Le scelte linguistiche della "Societ&agrave; botanica di Lichfield" si imposero, e lo stesso Withering fu costretto ad adottarle nelle successive edizioni della sua Flora.<br />All'epoca, la sua amicizia con Erasmus Darwin si era gi&agrave; interrotta. Nel 1785 egli pubblic&ograve; la monografia <em>An Account of the Foxglove</em>, basata su 163 casi clinici, e rivendic&ograve; come propria la scoperta dell&rsquo;uso della <em>Digitalis purpurea</em> come rimedio per l&rsquo;idropisia. Darwin contest&ograve; questa priorit&agrave;, sostenendo che tale conoscenza terapeutica fosse gi&agrave; presente nella sua cerchia familiare e professionale.&nbsp;La disputa si trascin&ograve; a lungo e coinvolse anche Jonathan Stokes, un altro medico lunatic, inizialmente collaboratore di Withering. L&rsquo;episodio, seppur marginale, illumina bene il clima appassionato, ma anche competitivo e talvolta spigoloso, della comunit&agrave; scientifica delle Midlands nel pieno dell&rsquo;Illuminismo industriale.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/20214632841.jpg?250" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Mettere Linneo in scena</font><br />D&rsquo;altra parte, l&rsquo;episodio illustra bene anche il carattere sanguigno, passionale, a volte intollerante dello stesso Darwin, che viveva ogni cosa fino in fondo, con la mente ma anche con il corpo. La botanica non era per lui soltanto una passione intellettuale: implicava una relazione fisica e totalizzante con le piante, oggetti da osservare, toccare, odorare. E cantare.&nbsp;Perch&eacute; la botanica divenne la sua musa, e gli dett&ograve; il pi&ugrave; immaginifico dei suoi poemi, <em>The Botanic Garden</em>, soprattutto nella sua seconda parte, <em>The Loves of Plants</em>.<br />Lo stimolo, ancora una volta, venne da una delle sue amicizie. Nel 1778, Anna Seward, poetessa nota con il soprannome di "Cigno di Lichfield", figura eminente dei circoli intellettuali della cittadina delle Midlands e intima amica di Darwin e della sua famiglia, pubblic&ograve; il poema <span style="color:rgb(32, 33, 34)"><em>Verses Written in Dr. Darwin's Botanic Garden</em>, ispirato al suo giardino. Come avrebbe confidato a Seward, anche grazie a quei versi - li apprezzava tanto da includerli in una delle versioni a stampa del proprio poema,&nbsp;senza indicarne la paternit&agrave; e senza il permesso dell'autrice che non la prese benissimo - cap&igrave; che "il sistema di Linneo &egrave; un terreno poetico inesplorato e un soggetto felice per la Musa. Suggerisce metamorfosi di tipo ovidiano, anche se invertite".&nbsp;Con queste parole, Darwin sottolinea il meccanismo retorico fondamentale del suo testo: mentre nelle <em>Metamorfosi </em>di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/le-metamorfosi-vegetali-di-ovidio">Ovidio </a>si raccontano miti che vedono la trasformazione di esseri umani, ninfe e dei in piante, egli antropomorfizza le piante, trasformandole in dame e cavalieri, caste vergini e donne fatali, pastori e pastorelle.&nbsp;</span><br /><em>The Loves of Plants</em> si inserisce in uno dei generi pi&ugrave; praticati nel Settecento, il poema didascalico, in Inghilterra brillantemente rappresentato dall&rsquo;<em>Essay on Man</em> di Alexander Pope, che mette in versi la meccanica celeste di Newton. Ma se l&rsquo;intento &egrave; lo stesso &ndash; diffondere la conoscenza in una forma accessibile e accattivante &ndash; e uguale la gabbia formale dei distici eroici, lo stile e i risultati sono profondamente diversi. Pope mira alla sintesi, all&rsquo;astrazione, a un equilibrio razionale; Darwin, invece, trasforma la tassonomia in teatro, la classificazione in scena, la fisiologia in immaginazione sensoriale.<br />Il poema, diviso in quattro canti, non ha andamento narrativo; &egrave; invece costituito da 83 quadri o episodi, ciascuno dedicato a una specie. Questa struttura modulare, quasi enciclopedica, ricorda un erbario, ma un erbario animato: ogni pianta diventa un personaggio, ogni descrizione un piccolo dramma. Linneo aveva usato metafore come matrimonio, letto nuziale, sposo e sposa; Darwin va molto oltre, rovesciando in un certo senso lo schema linneano &ndash; che parte dal numero e dalla disposizione degli organi maschili &ndash; e ponendo al centro di ogni quadro una figura femminile, la personificazione della pianta stessa.<br />Queste figure femminili, pur rappresentate secondo codici relativamente convenzionali, seguono una progressione che rispecchia fedelmente la tassonomia: spose caste nei fiori con organi sessuali maschili e femminili in numero pari; aiutanti o compagne di un gruppo di fratelli nelle piante con stami fusi; femmes fatales seducenti e sfrenate, o al contrario verginelle insidiate e bisognose di protezione, quando gli stami incominciano a farsi numerosi; e infine, quando gli organi maschili sono numerosissimi, regine, sante, maghe, sacerdotesse. &Egrave; un crescendo teatrale che segue la classificazione ma la trasfigura in iconografia.<br />Nel mondo dei fiori non ci sono per&ograve; rapimenti, stupri, violenza: il sesso &egrave; innocente e naturale, necessario alla vita per riprodurre se stessa. L&rsquo;erotismo vegetale, pur esplicito, non &egrave; mai trasgressivo: &egrave; un gesto vitale, non morale. In un secolo ossessionato dalla decenza, questa innocenza &egrave; insieme disarmante e scandalosa.<br />A rendere il poema ancora pi&ugrave; singolare &egrave; il ruolo delle note, che occupano spesso pi&ugrave; spazio del testo in versi. Non sono semplici chiarimenti eruditi: sono digressioni scientifiche, aneddoti, osservazioni mediche, racconti mitologici, descrizioni di esperimenti, citazioni, micro-saggi. Le note espandono ogni quadro, lo collegano ad altri saperi, aprono percorsi laterali. Il lettore &egrave; continuamente invitato a saltare dal verso alla prosa, dalla scena alla spiegazione, dal mito alla botanica. &Egrave; una struttura che anticipa la logica dell&rsquo;ipertesto: un poema che si legge su pi&ugrave; livelli, in cui ogni pianta &egrave; un nodo di una rete di conoscenze.<br /><em>The Loves of Plants</em> esce anonimo nel 1789, per i tipi del noto libraio londinese Joseph Johnson. Darwin teme che un poema cos&igrave; teatrale e cos&igrave; esplicitamente fondato sulla sessualit&agrave; possa nuocere alla sua reputazione di medico e scienziato; l&rsquo;anonimato &egrave; anche un ballon d&rsquo;essai: vuole capire fino a che punto il pubblico &egrave; pronto ad accettare un poema che fonde scienza e immaginazione. Anche se il libro &egrave; piuttosto costoso, il successo &egrave; immediato: se ne discute in tutti i salotti, ne parlano tutte le riviste e tutti vogliono leggerlo. Qualcuno &egrave; scandalizzato, ma il pubblico colto &ndash; tanto nelle Midlands quanto a Londra &ndash; lo accoglie con curiosit&agrave; e divertimento. La teatralizzazione della botanica, cos&igrave; nuova e cos&igrave; audace, diventa un fenomeno di moda.<br />Due anni dopo, Darwin, questa volta sotto il proprio nome, d&agrave; alle stampe <em>The Botanic Garden</em>, in cui <em>The Loves of Plants</em> &egrave; preceduto da <em>The Economy of Vegetation</em>, anch&rsquo;esso un poema didascalico in quattro canti che celebra la natura nelle sue diverse manifestazioni e allo stesso tempo esalta il progresso scientifico e le innovazioni tecnologiche, dalla macchina a vapore alla forgiatura dell&rsquo;acciaio. Le note si fanno ancora pi&ugrave; numerose, lunghe ed enciclopediche: veri e propri saggi in miniatura che collegano i versi a un vasto orizzonte di saperi. Pi&ugrave; ancora che in precedenza, il poema assume pienamente la forma di un ipertesto ante litteram, in cui ogni quadro si apre in una costellazione di rimandi, digressioni e approfondimenti.<br /><em>The Economy of Vegetation</em> riflette anche il tumultuoso allargamento degli interessi dell&rsquo;autore. Nel 1780 si spos&ograve; in seconde nozze con Elizabeth Pole e si trasfer&igrave; nella propriet&agrave; della moglie nei dintorni di Derby. Vendette il giardino a Jackson e smise anche di frequentare la Lunar Society. Non era per&ograve; meno attivo e poliedrico: continuava a esercitare la medicina, a progettare macchine, a scrivere, a sperimentare. Il centro della sua vita si spost&ograve;, ma non la sua energia creativa, che trov&ograve; nel nuovo ambiente ulteriori stimoli e nuovi campi d&rsquo;azione.<br />Il maggiore impegno di questi anni fu <em>Zoonomia or the Laws of Organic Life</em>, un trattato in due volumi (pubblicati tra il 1794 e il 1796) in cui argomenti pi&ugrave; schiettamente medici - la fisiologia, la patologia, l'anatomia - si fondono con la psicologia. L'opera &egrave; anche nota per aver sviluppato una prima idea di evoluzionismo, in una linea per&ograve; pi&ugrave; vicina a quella di Lamarck piuttosto che quella imboccata dal nipote Charles. Antischiavista come i suoi amici della Lunar Society, Darwin si occup&ograve; anche di politica, nonch&eacute; di educazione femminile, scrivendo&nbsp;<em style="color:rgb(32, 33, 34)">A plan for the conduct of female education in boarding schools</em><span style="color:rgb(32, 33, 34)">&nbsp;(1797). N&eacute; manc&ograve; una terza ampia opera poetica,&nbsp;</span><em style="color:rgb(32, 33, 34)">The Temple of Nature; or, The Origin of Society</em>, uscito postumo nel 1803, centrato proprio sul concetto di evoluzione, tracciando il progresso della vita dagli organismi microscopici alla societ&agrave; civilizzata.<br />Personaggio assai sociale e socievole, Erasmus Drawin, oltre che della Lunar Society e della fantasmatica Botany Society at Lichefield - sempre si rammaric&ograve; di non essere riuscito ad allargarla oltre i tre soci fondatori - fu membro della Royal Society, alla quale fu ammesso nel 1761, della Derby Philosophical Society, alla quale present&ograve; i suoi esperimenti sull'uso terapeutico di alcuni gas, della American Philosophical Society, della quale entr&ograve; a far parte tramite <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/la-pianta-perduta-di-benjamin-franklin">Benjamin Franklin</a>. Meritano almeno una menzione le sue numerose invenzioni: un mulino a vento orizzontale, progettato per Josiah Wedgwood; una carrozza che non si rovesciava; un servosterzo, che sarebbe stato applicato alle automobili pi&ugrave; un secolo dopo la sua morte; una copiatrice; una macchina per parlare, ovvero una laringe meccanica; un ascensore per chiatte; strumenti per il monitoraggio meteorologico; un motore a idrogeno e ossigeno; un uccellino meccanico.&nbsp;Erano oggetti di uso immediato e pratico, piccoli divertimenti e curiosit&agrave;, e intuizioni davvero avveniristiche. Una miscela che dice molto della sua mente, del suo ingegno che rifiutava le gerarchie.&#8203;&nbsp;</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:right;height:0px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:right;max-width:100%;;clear:right;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/darwinia-macrostegia-1.jpg?1777480379" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font color="#5040ae" size="4">Le colorate campane di <em>Darwinia</em>, australiana eccentrica</font><br />A lungo, fino a un certo recupero in anni recenti, Erasmus Darwin &egrave; stato soprattutto il nonno eccentrico di Charles Darwin. Ma per i suoi contemporanei era una presenza costante e influente, spesso discussa ma mai indifferente. Le sue poesie furono ammirate da Wordsworth (ma detestate da Coleridge), e persino il <em>Frankenstein </em>di Mary Shelley sembra sia stato ispirato da alcuni suoi esperimenti.<br />Era inevitabile che lasciasse una traccia anche nella nomenclatura botanica. Nel 1816 Edward Rudge gli dedic&ograve; una pianta australiana, <em>Darwinia fascicularis</em>, con una dedica laconica ma rivelatrice dell&rsquo;ampia diffusione delle sue opere: &ldquo;Ho nominato questo genere in onore del fu dottor Erasmus Darwin di Lichfield, autore di <em>The Botanic Garden</em>, Zoonomia e della traduzione del <em>Systema Vegetabilium</em> di Linneo con la Botanical Society at Lichfield&rdquo;. Nel 1817 segu&igrave; un secondo genere <em>Darwinia</em>, non valido, omaggio di Dennstedt, e un terzo nel 1818, da parte di Rafinesque, anch&rsquo;esso non valido.<br /><em>Darwinia </em>&egrave; un genere&nbsp;di arbusti della famiglia Myrtaceae, endemico dell'Australia. Sorprendentemente variabile, ha una distribuzione frammentata, con alcune specie formate da micro&#8209;popolazioni isolate, spesso ristrette a un&rsquo;unica collina o a un tipo di suolo. Questa frammentazione crea problemi tassonomici &mdash; a seconda delle fonti e dei criteri adottati, il numero di specie riconosciute oscilla da una cinquantina a circa settanta &mdash; e comporta anche una forte vulnerabilit&agrave;. Molte <em>Darwinia </em>sono minacciate proprio perch&eacute; vivono in aree minuscole, separate tra loro e sensibili a qualsiasi cambiamento. La maggior parte delle specie si concentra nel sud&#8209;ovest dell&rsquo;Australia, ma alcune si trovano anche nel sud&#8209;est, con una distribuzione disgiunta tipica di molti gruppi della flora australiana.<br />Sempreverdi, sono molto variabili per dimensioni (da 20 cm a 3 metri) e portamento, anche se per lo pi&ugrave; si tratta di arbusti prostrati. Molte specie hanno foglie semplici, coriacee, quasi aghiformi, per adattarsi all'aridit&agrave;; spesso sono aromatiche per la presenza di oli essenziali. Molto particolare la struttura dei fiori: un calice di cinque sepali solitamente molto piccoli, una corolla di cinque petali, bianca, verdastra o colorata, che racchiude dieci stami e dieci staminoidi, solitamente non visibili, mentre lo stimma &egrave; protruso; in molte specie, il fiore &egrave; racchiuso in grandi brattee colorate che gli danno l'aspetto di una campa, da cui il nome comune mountain bell o bell. E' il caso di una delle specie pi&ugrave; apprezzate nei giardini australiani, <em>D. meeboldii</em>, un grande arbusto spinoso con attraenti fiori penduli a campana avvolti da brattee verdi, bianche e rosse. E' originario dell'aree costiere dell'Australia sudoccidentale, in particolare&nbsp;<span style="color:rgb(32, 33, 34)">sui suoli torbosi della parte occidentale dello</span>Stirling Range National Park<span style="color:rgb(32, 33, 34)">.<br />Ancora pi&ugrave; vistosa <em>D. macrostegia</em>, con grandi fiori a campana avvolti in brattee bicolori bianche e rosse; vive nella stessa area dell'Australia, ma &egrave; ancora pi&ugrave; rara, essendo distribuita in appena cinque popolazioni tra lo&nbsp;</span><span style="color:rgb(42, 42, 42)">Stirling Range National Park</span><font color="#202122">, le Esperance Plains e la Jarrah Forest.&nbsp;<br />La specie pi&ugrave; coltivata &egrave; probabilmente <em>D. citriodora</em>, caratterizzata da foglie profumate di limone e da piccoli fiori rossi, gialli e aranciati, con lunghi stimmi protrusi, raggruppati in gruppi di quattro all'apice dei rami e circondati da brattee verdi. Pi&ugrave; robusta e adattabile delle altre specie, &egrave; spesso utilizzata come portainnesto.<br />Come ho gi&agrave; accennato, diffuse in habitat ristretti, molte <em>Darwinia </em>sono minacciate. Tra le pi&ugrave; fragili, un'altra bellezze delle aree costiere dell'Australia sudoccidentale, <em>D. oxylepis</em>, di cui si conoscono solo quattro popolazioni, nei parchi nazionali dello&nbsp;</font><span style="color:rgb(32, 33, 34)">Stirling Range e di Porongurup, dove crescono in aree stagionalmente allagate. Oltre alla minaccia del fuoco e della raccolta indiscriminata (hanno vistosi fiori con brattee rosse), un grave pericolo &egrave; costituito da un patogeno fungino, il cosiddetto fungo della cannella<em>&nbsp;</em></span><em>Phytophthora cinnamomi</em>. Legata a condizioni molto particolari, questa specie non &egrave; solitamente coltivata.<br /><strong style="color:rgb(42, 42, 42)">Tutte le specie citate sono originarie dell'Australia sudoccidentale; &egrave; invece tipica dell&rsquo;Australia sudorientale&nbsp;</strong><em style="color:rgb(42, 42, 42)"><strong>Darwinia biflora</strong></em><strong style="color:rgb(42, 42, 42)">, un piccolo arbusto endemico del Sydney Basin.</strong><span style="color:rgb(42, 42, 42)">&nbsp;Molto diversa dalle specie occidentali, ha foglie minute e infiorescenze compatte, prive delle grandi brattee vistose delle &ldquo;mountain bells&rdquo;. Cresce su suoli sabbiosi poveri, spesso in aree disturbate, e la sua distribuzione &egrave; estremamente ristretta: poche popolazioni isolate tra Hornsby, Arcadia e Maroota, in un mosaico di boscaglie aperte e affioramenti arenacei. Anche questa specie &egrave; considerata vulnerabile, minacciata dall&rsquo;espansione urbana, dagli incendi e dalla frammentazione dell&rsquo;habitat.</span><br />Molto esigenti, le <em>Darwinia </em>non sono solitamente disponibili sul mercato europeo. A quanto mi risulta, l'unica specie coltivata in Italia &egrave; <em>D. carnea</em>, caratterizzata da piccoli fiori raggruppati all'apice dei rami in gruppi da 10 a 14 circondati da bratteole da verdastre a rosa carnacino; peculiare la sua distribuzione, in due aree separate da circa 250 km: una piccola popolazione presso Narrogin e tre presso Mogumber.&nbsp;<br />Chiss&agrave; come Erasmus Darwin avrebbe descritto <em>Darwinia</em>, se l&rsquo;avesse conosciuta. Forse una ninfa tutt&rsquo;altro che pudica, che protende il lungo stimma colorato oltre le brattee, mentre dieci timidi amanti nascosti nella corolla le offrono in silenzio il loro omaggio. Certo, questo genere cos&igrave; vario e cos&igrave; teatrale nelle sue specie dalle fioriture pi&ugrave; vistose non avrebbe mancato di affascinarlo.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Johan Andreas Murray e le due prime edizioni di Systema vegetabilium]]></title><link><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/johan-andreas-murray-e-le-due-prime-edizioni-di-systema-vegetabilium]]></link><comments><![CDATA[https://www.inomidellepiante.org/storie/johan-andreas-murray-e-le-due-prime-edizioni-di-systema-vegetabilium#comments]]></comments><pubDate>Sun, 19 Apr 2026 22:00:00 GMT</pubDate><category><![CDATA[18 secolo]]></category><category><![CDATA[apostoli di linneo]]></category><category><![CDATA[botanici svedesi]]></category><category><![CDATA[Linneo]]></category><guid isPermaLink="false">https://www.inomidellepiante.org/storie/johan-andreas-murray-e-le-due-prime-edizioni-di-systema-vegetabilium</guid><description><![CDATA[	#element-273f7a5c-11bf-460c-9d61-95b42a17e9ad .content-color-box-wrapper {  padding: 20px;  border-radius: 10px;  background-color: rgba(129,201,76,0.55);  border-style: None;  border-color: #555555;  border-width: 3px;}&Egrave; come curatore &mdash; o, come preferiva dire con modestia, &ldquo;allestitore&rdquo; &mdash; del linneano Systema vegetabilium che l&rsquo;allievo di Linneo Johan Andreas Murray ha lasciato il suo contributo pi&ugrave; duraturo alla storia della botanica. 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Lo ricorda il genere&nbsp;<em>Murraya</em>, ottenuto da Linneo dopo qualche insistenza.</font></div></div></div></div><div style="clear:both;"></div></div></div>  <div><div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div> <hr class="styled-hr" style="width:100%;"></hr> <div style="height: 20px; overflow: hidden; width: 100%;"></div></div>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:369px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/22680023014.jpg?1777992975" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:0; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><strong><font size="4" color="#5040ae">La carriera tedesca di un allievo devoto</font></strong><br />Ci sono opere di riferimento in cui il nome dell&rsquo;autore sopravvive all&rsquo;autore stesso: accade ai grandi dizionari, come lo <em>Zingarelli</em>, o ai manuali giuridici, che continuano a portare il nome originario per decenni, anche dopo la morte del loro primo creatore, quando ad aggiornarli sono ormai mani diverse.&nbsp; Qualcosa di simile capit&ograve; anche a&nbsp;<em>Systema naturae</em>, l&rsquo;opera in cui Linneo condens&ograve; la sua classificazione della natura, divisa nei tre regni degli animali, delle piante e dei minerali. Lui vivente ne uscirono dodici edizioni: dalla prima, pubblicata a Rotterdam nel 1735 e costituita da appena dodici pagine in folio, all&rsquo;ultima, stampata a Stoccolma tra il 1766 e il 1768, in tre volumi e quattro tomi, per un totale di circa 2400 pagine.<br />Tuttavia, solo cinque di queste edizioni furono davvero scritte da lui: la prima, la seconda, la sesta, la decima e appunto la dodicesima. Le altre erano riedizioni, spesso con nomi volgari in tedesco o in francese anzich&eacute; in svedese, talvolta con ampliamenti pi&ugrave; o meno estesi.&nbsp;Lo stesso Linneo le elenca puntigliosamente nella prefazione del primo volume della dodicesima edizione, limitandosi a registrare anno e luogo di stampa, curatore ed eventuali aggiunte. Era certo compiaciuto della diffusione della sua opera, ma forse anche un po&rsquo; seccato da quel proliferare di versioni spesso non autorizzate, come traspare dall&rsquo;unica nota davvero polemica, quella riservata all&rsquo;edizione pirata di Lipsia del 1762, definita "viziosa e uscita furtivamente. Non aggiunge nulla".<br />Il nome &ldquo;Linnaeus&rdquo; era ormai diventato un marchio di fabbrica, una garanzia di autorevolezza. Cos&igrave; non stupisce che, dopo la sua morte, si sia aperta una lunga vicenda non solo di riedizioni e traduzioni, ma anche di edizioni aggiornate che continuarono a uscire con il nome di Linneo in testa al frontespizio, mentre quello del curatore &mdash; quando compariva &mdash; era relegato pi&ugrave; in basso e in corpo minore.<br />Contemporaneamente, mentre Linneo era ancora un naturalista a tutto campo, capace di spaziare dalla botanica alla zoologia e alla mineralogia, l&rsquo;esplosione delle conoscenze rendeva inevitabile la specializzazione. Le edizioni postume del <em>Systema naturae</em> seguirono cos&igrave; due strade divergenti: da un lato la tredicesima edizione di Johann Friedrich Gmelin (1748&ndash;1804), un&rsquo;opera monstre in tre volumi e dieci tomi, pubblicata a Lipsia tra il 1788 e il 1792, che continua a trattare i tre regni della natura ma di fatto apporta contributi significativi solo alla zoologia, con il primo volume esploso in sette parti; dall&rsquo;altro la via inaugurata da Johan Andreas Murray, che isola la parte botanica e nel 1774 pubblica la prima edizione della sua revisione sotto il titolo <em>Systema vegetabilium</em>.&nbsp;Come vedremo, basata integralmente su materiale linneano e pubblicata mentre Linneo era ancora vivente e coinvolto nella revisione, questa edizione pu&ograve; essere considerata un&rsquo;opera di soglia: segna il passaggio dalla fase linneana a quella postlinneana, inaugurando una tradizione editoriale autonoma.<br />Johan Andreas Murray (1740&ndash;1791), nonostante il cognome scozzese, era nato in Svezia. Uno dei suoi antenati si era rifugiato in Prussia negli anni della guerra civile inglese, e suo padre, il teologo Andreas Murray, si era poi trasferito a Stoccolma come secondo pastore della chiesa tedesca, diventando in seguito dottore in teologia a Uppsala. La famiglia manteneva tuttavia solidi legami con la cultura e l&rsquo;ambiente accademico tedeschi: il fratello maggiore, Johann Philipp, era professore di storia all&rsquo;universit&agrave; di Gottinga, dove &mdash; come vedremo &mdash; avrebbe studiato e insegnato anche Johan Andreas. Altri due fratelli rimasero invece in Svezia: Gustaf divenne vescovo di V&auml;ster&aring;s, mentre Adolf, anch&rsquo;egli allievo di Linneo, divenne professore di anatomia e chirurgia all&rsquo;universit&agrave; di Uppsala.<br />Questa doppia identit&agrave; &mdash; allo stesso tempo svedese&#8209;linneana e tedesca &mdash; si riflette anche nella formazione e nella carriera accademica di Johan Andreas. Ricevette la prima istruzione presso la scuola tedesca di Stoccolma, per poi trasferirsi sedicenne a Uppsala, dove segu&igrave; tra l&rsquo;altro le lezioni di botanica, storia naturale e farmacia di Linneo e quelle di medicina di Niels Ros&eacute;n von Rosenstein. La permanenza fu breve, appena tre anni, ma ebbe la forza di un imprinting. L&rsquo;incontro con Linneo &mdash; il suo carisma, il suo metodo, la sua visione &mdash; dovette essere folgorante per quel ragazzo dotato, che proprio nell&rsquo;anno del suo arrivo pubblic&ograve; la sua prima opera, <em>Enumeratio vocabulorum quorundam</em>, un trattato sui nomi botanici degli antichi.<br />Poi lasci&ograve; Uppsala, ma non dimentic&ograve; mai gli insegnamenti di colui che continu&ograve; a considerare il suo vero maestro. Nel 1760, dopo un viaggio in Svezia e un soggiorno a Copenhagen, si trasfer&igrave; a Gottinga per raggiungere il fratello maggiore e nel 1763 si laure&ograve; in medicina con una tesi sull&rsquo;inoculazione del vaiolo in Svezia. Gi&agrave; l&rsquo;anno dopo fu nominato professore associato della facolt&agrave; di medicina, iniziando a dividere i suoi interessi tra botanica e farmacologia. Il bilinguismo ne fece presto un mediatore tra la cultura svedese e quella tedesca: tradusse la terza parte del viaggio di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/il-viaggio-americano-di-pehr-kalm">Kalm </a>in America (le prime due erano state tradotte dal fratello) e un influente trattato di Ros&eacute;n sulle malattie pediatriche.<br />Nel 1769 fu nominato professore ordinario di filosofia naturale e direttore dell&rsquo;orto botanico; si affrett&ograve; a comunicarlo a Linneo, promettendogli che avrebbe onorato, con i suoi scritti e le sue parole, i grandi meriti del maestro. A stretto giro Linneo si congratul&ograve; per quella nomina che lo poneva a capo di un orto botanico in &ldquo;clima felicissimo&rdquo;, aggiungendo: &laquo;Quale maggiore soddisfazione per me che vedere i miei allievi diffondersi in tutta Europa e diventare i generali che comanderanno l&rsquo;armata di Flora&raquo;. Una vittoria forse ancora pi&ugrave; dolce, se si pensa che quel giardino era stato fondato &mdash; ed era stato il regno &mdash; del rivale e ormai nemico <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/albrecht-von-haller-ultimo-genio-universale">Albrecht von Haller</a>.<br />Murray avrebbe mantenuto quella cattedra per un ventennio, fino alla morte, avvenuta nel 1791. Il suo principale impegno fu la ristrutturazione e il potenziamento dell'orto botanico, che riorganizz&ograve; secondo il sistema linneano, arricch&igrave; di piante esotiche, soprattutto nordamericane e siberiane, e dot&ograve; di nuove strutture, tra cui serre con temperature differenziate (frigidarium, tepidarium, calidarium), secondo il modello dell'orto botanico di Linneo a Uppsala.<br />Grazie alla profonda conoscenza della materia e all'erudizione anche in altri campi, le sue lezioni erano molto frequentate; inoltre, secondo l'insegnamento sia di von Haller sia di Linneo, le integrava con escursioni sul campo, dirette soprattutto nei Monti Harz, una regione mineraria che lo interessava anche per la sua ricchezza geologica. E alla flora degli Harz dedic&ograve; un ampio approfondimento in <em>Prodromus designationis stirpium Gottingensium,</em> pubblicato nel 1770, che &egrave; allo stesso tempo una flora dei dintorni di Gottinga e un catalogo dell'orto botanico universitario.<br />Murray pubblic&ograve; anche osservazioni su piante rare nelle <em>Commentationes </em>della Societ&agrave; delle scienze di Gottinga, ma il campo in cui raggiunse risultati davvero originali, pi&ugrave; che la botanica, fu la farmacognosia. Tra il 1776 e il 1790, pubblic&ograve;&nbsp;<em>Apparatus medicaminum tam simplicium quam praeparatorum et compositorum in praxeos adiuventum consideratur</em>, in cinque volumi - completato nel 1792 da un sesto volume postumo a cura di&nbsp;Ludwig Christoph Althof - dedicato soprattutto alla medicina vegetale e considerato il primo trattato del genere in Germania.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:394px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/mobot31753000802642-0001.jpg?1777993010" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><strong><font size="4" color="#5040ae">Come nacque <em>Systema vegetabilium</em></font><br />Torniamo ora a </strong><em><strong>Systema vegetabilium</strong></em><strong> e alle circostanze in cui nacque.</strong> Dopo aver lasciato la Svezia nel 1760, Murray non vi fece ritorno per dodici anni. Nel 1772 ottenne finalmente un congedo e l&rsquo;esonero temporaneo dall&rsquo;attivit&agrave; accademica: pot&eacute; cos&igrave; recarsi a Stoccolma per far visita al padre ormai anziano e, subito dopo, raggiungere Uppsala. Qui, con commozione di entrambi, incontr&ograve; Linneo, con il quale aveva mantenuto per tutti quegli anni una fitta e apprezzata corrispondenza.<br />L&rsquo;allievo ritrov&ograve; nel maestro &ldquo;la stessa cordialit&agrave;, la stessa vivacit&agrave; di spirito, lo stesso desiderio di raccogliere rarit&agrave; dalla storia naturale&rdquo; che lo avevano affascinato adolescente. Linneo gli mostr&ograve; un manoscritto con le sue integrazioni alla parte botanica di <em>Systema naturae</em>: la revisione era molto avanzata, ma egli non aveva alcuna intenzione di imbarcarsi nuovamente nell&rsquo;impresa di una nuova edizione. Fu Murray a convincerlo ad affidargli il manoscritto e a permettergli di cercare un editore tedesco per questa sezione.<br />Nella primavera del 1773 era nuovamente a Stoccolma, dove tenne una lezione all&rsquo;Accademia delle scienze alla presenza del re; quindi rientr&ograve; in Germania portando con s&eacute; il testo linneano. Trov&ograve; un editore ideale in Johann Christian Dieterich, trasferitosi a Gottinga ma ancora attivo anche a Gotha. Murray segu&igrave; personalmente le trattative e la cura della pubblicazione, attenendosi in modo scrupoloso al manoscritto linneano e sottoponendo al maestro ogni dubbio e ogni proposta di integrazione. L&rsquo;opera usc&igrave; nel 1774 nelle sedi editoriali di Gotha e Gottinga. I diritti d&rsquo;autore &mdash; 2460 talleri di rame svedesi &mdash; andarono integralmente a Linneo.<br />Rispetto alla dodicesima edizione di <em>Systema naturae</em>, le integrazioni consistono in circa novanta nuove introduzioni o aggiornamenti nomenclaturali; invariata rimane invece la parte teorica introduttiva. Il solo contributo originale di Murray &egrave; la prefazione, in cui racconta in tono commosso l&rsquo;incontro con Linneo e la genesi dell&rsquo;opera. Il titolo completo &mdash; <em>Systema vegetabilium secundum classes ordines genera species cum characteribus et differentiis. Editio decima tertia accessionibus et emendationibus novissimis manu perillustris auctoris scriptis adornata a Joanne Andrea Murray</em> &mdash; chiarisce la natura ibrida del volume: un&rsquo;opera autonoma che si presenta per&ograve; come tredicesima edizione di <em>Systema naturae</em>, scelta che avrebbe generato non poca confusione.&nbsp;Per definire il proprio ruolo, Murray usa il verbo <em>adornare</em>: allestire, ordinare, preparare. Non un curatore in senso moderno, ma un redattore fedele.<br />Lo stesso anno della pubblicazione, Linneo fu colpito dal primo della serie di ictus che lo avrebbero condotto al declino e poi alla morte nel 1778. L&rsquo;edizione murrayana &egrave; dunque l&rsquo;ultima alla quale pot&eacute; mettere mano.<br />Dieci anni dopo, tra maggio e giugno 1784, Murray torn&ograve; su <em>Systema vegetabilium</em> pubblicando una seconda edizione (designata anche come quattordicesima di <em>Systema naturae</em>). Il titolo &mdash; <em>Caroli a Linn&eacute;&hellip; Systema vegetabilium&hellip; Editio decima quarta praecedente longe auctior et correctior curante Jo. Andrea Murray</em> &mdash; chiarisce che il suo ruolo &egrave; mutato: ora &egrave; autore, correttore e curatore. Integra infatti il testo con la descrizione di numerose specie, soprattutto piante giapponesi comunicate da <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/thunberg-olandese-per-amore-della-scienza">Carl Peter Thunberg</a>. Poich&eacute; la pubblicazione di Murray precedette di qualche mese <em>Flora japonica</em> (uscita nello stesso anno), ha la priorit&agrave; rispetto a quest&rsquo;ultima; la paternit&agrave; rimane per&ograve; a Thunberg, da cui la formula d&rsquo;autore Thun. ex Murray.<br />Con <em>Systema vegetabilium</em> si apre un capitolo influentissimo della storia editoriale linneana e postlinneana. La prima edizione forn&igrave; la base per la traduzione inglese pubblicata tra il 1783 e il 1785 dalla Lichfield Society sotto il titolo <em>A System of Vegetables</em>. Della seconda edizione uscirono una traduzione tedesca nel 1786 e una italiana nel 1789. Nel 1798 comparve poi a Parigi, per i tipi di Didot, una ristampa che si presenta come quindicesima edizione ma &egrave; in realt&agrave; una semplice riproduzione della cosiddetta quattordicesima. Una confusione destinata a durare a lungo &mdash; come ho gi&agrave; mostrato parlando dell&rsquo;edizione di <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/padri-e-figli-5-joseph-august-e-julius-hermann-schultes-e-la-sedicesima-edizione-di-systema-vegetabilium">Roemer e Schultes</a>.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <span class='imgPusher' style='float:left;height:0px'></span><span style='display: table;width:378px;position:relative;float:left;max-width:100%;;clear:left;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="https://www.inomidellepiante.org/uploads/6/4/0/0/64007451/published/murraya-paniculata-6877749-960-720.jpg?1776695945" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; margin-right: 10px; border-width:1px;padding:3px; max-width:100%" alt="Picture" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="text-align:left;display:block;"><font size="4" color="#5040ae">Una dedica molto desiderata</font><br />Murray desiderava ardentemente che Linneo gli dedicasse un genere, e glielo scrisse pi&ugrave; volte. Ma Linneo &mdash; ormai pressato da richieste continue e consapevole della delicatezza del gesto &mdash; in una lettera del novembre 1769 gli rispose con franchezza che, per evitare accuse di favoritismo, prima avrebbe dovuto pubblicare qualcosa di significativo in campo botanico.<br />Murray accett&ograve; la condizione senza esitazioni. Nel 1770 pubblic&ograve; negli Atti dell&rsquo;Accademia svedese delle scienze un articolo su <em>Aletria capensis</em>, seguito l&rsquo;anno successivo da<em>Commentatio naturam foliorum de arboribus cadentium expendens</em> nelle <em>Commentationes </em>della Societ&agrave; delle scienze di Gottinga. Soddisfatto il requisito, Linneo pot&eacute; finalmente fargli omaggio del genere <em>Murraya</em>, comparso in <em>Mantissa Plantarum Altera</em>. Per evitare ulteriori sospetti, scelse una pianta comunicatagli da un altro allievo, <a href="https://www.inomidellepiante.org/storie/lunione-dei-fratelli-botanici-di-johann-gerhard-konig">Johann Gerhard K&ouml;nig</a>, attivo in India: da qui la formula d&rsquo;autore J.Koenig ex L.<br />Oggi il genere <em>Murraya </em>(Rutaceae) comprende otto specie di arbusti o piccoli alberi distribuiti dall&rsquo;India all&rsquo;Australia e alle isole del Pacifico, con centro di diversit&agrave; in Cina e nel Sudest asiatico. Con foglie sempreverdi, spesso aromatiche, si distinguono per i fiori candidi e profumatissimi seguiti da bacche carnose nere, rosse o aranciate. La specie pi&ugrave; nota &egrave; <em>Murraya paniculata </em>(nota anche come <em>M. exotica</em>), talvolta coltivata anche da noi: un piccolo alberello sempreverde, adatto alla coltivazione in vaso, ma usato per le siepi nei climi miti, apprezzato per i corimbi di fiori bianchi dal profumo intenso &mdash; da cui il nome inglese jasmine-orange, che allude sia al profumo sia all&rsquo;appartenenza alle Rutaceae. Originaria delle foreste pluviali del Sudest asiatico e dell&rsquo;Australia, &egrave; stata introdotta altrove come ornamentale e in alcune regioni, come il Queensland e le isole del Pacifico, si &egrave; naturalizzata diventando invasiva.<br />Recentemente, sulla base della morfologia pollinica e di studi filogenetici, dal genere &mdash; un tempo molto pi&ugrave; ampio &mdash; &egrave; stata separata la sezione Bergera, ora riconosciuta come genere autonomo. &Egrave; cos&igrave; che l&rsquo;albero del curry, in precedenza <em>Murraya koenigii</em>, &egrave; stato riclassificato come <em>Bergera koenigii</em>.<br />Possiamo rimpiangere che il nome precedente non sia pi&ugrave; riconosciuto, perch&eacute; costituiva un legame simbolico tra due allievi di Linneo dal destino diversissimo: Murray, professore universitario in Germania e mediatore tra gli ambienti accademici svedesi e tedeschi, curatore di un&rsquo;opera che avrebbe segnato la storia della sistematica; e Johann Gerhard K&ouml;nig, naturalista della Compagnia delle Indie a Madras, figura chiave nella trasmissione della flora indiana al mondo scientifico britannico. Riuniti nello stesso nome, erano una piccola ma eloquente testimonianza della profondit&agrave; e della variet&agrave; del contributo degli allievi linneani alla botanica del Settecento.</div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>]]></content:encoded></item></channel></rss>