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La botanica franco‑argentina Alicia Lourteig, nata a Buenos Aires da padre francese e madre argentina, dopo la formazione e i primi anni di carriera in patria approdò in Europa per lavorare nei grandi erbari storici, depositari di oltre tre secoli di raccolte sudamericane. Dal 1955 fu ricercatrice del laboratorio delle fanerogame del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi, dove visse e lavorò fino alla morte. Il suo contributo alla tassonomia di famiglie come Malpighiaceae, Lythraceae, Ranunculaceae e Oxalidaceae fu enorme; altrettanto decisive la competenza e la disponibilità con cui accompagnò e facilitò le ricerche dei molti colleghi che bussavano alla sua porta. Onore probabilmente unico per una botanica, la ricordano tre generi validi: Lourteigia, Lourtella, Alicia. Anni di formazione: da Buenos Aires a Tucumán Per quasi quarant’anni, Alicia Lourteig (1913–2003) lavorò al Laboratorio delle Fanerogame del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, diventando una delle figure più autorevoli della botanica del XX secolo e un punto di riferimento imprescindibile per gli studi sulla flora sudamericana. Non era però nata a Parigi, ma a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Il padre proveniva dalla Francia, più precisamente da Beuste, nei Pirenei Atlantici, mentre la madre era argentina di origini castigliane. Crebbe così tra due lingue e due culture. Dopo il baccalaureato nel 1932, nel 1937 si diplomò in farmacia e biochimica all’Università di Buenos Aires. L’incontro decisivo avvenne nelle aule universitarie, nel luglio 1933, quando la ventenne Alicia, insieme ai compagni del corso di farmacia, si trovò ad affrontare un compito arduo per ragazzi cresciuti tra asfalto e cemento: creare un erbario. A insegnare come farlo non furono né il capo del dipartimento né lo studente diplomato – neppure loro sapevano davvero come procedere – ma un ragazzo di poco più grande, Carlos Alberto O’Donnell (1912–1954), che durante le vacanze invernali ed estive si prodigava come “studente ad honorem”. Sotto la sua guida, nei giorni festivi, gruppi di studenti che quasi mai erano usciti dalla città esplorarono le rive del Río de la Plata e il bosco di Palermo, ai margini di Buenos Aires, imparando la botanica sul campo. E, in laboratorio, appresero a preparare sezioni istologiche e a usare quelle sostanze misteriose – balsamo del Canada, coloranti, alcool assoluto – che davano forma a un mondo nuovo. Dopo il diploma, Lourteig era ormai decisa: non sarebbe diventata farmacista, ma botanica. E fu nuovamente O’Donnell, diplomatosi anch’egli nel 1937, a indicarle la strada. Iscrittosi al primo anno del dottorato in biochimica, accettò un incarico temporaneo come ricercatore alla Fondazione Miguel Lillo di Tucumán. Dopo qualche mese ne tornò entusiasta: la flora misteriosa e lussureggiante della selva, e un erbario ricchissimo ancora tutto da investigare! Nel 1938 il suo incarico divenne definitivo; il suo entusiasmo contagiò Alicia, che nello stesso anno entrò come ricercatrice alla Fondazione. La Fondazione Miguel Lillo era nata dal lascito di Miguel Lillo (1861–1931), un’eccezionale figura di naturalista, collezionista e docente. Interessato a tutti i campi della natura e del sapere scientifico, nel corso della sua vita aveva creato una vasta biblioteca e imponenti collezioni naturalistiche, tra cui un erbario di più di 20.000 esemplari appartenenti a oltre 6.000 specie. Prima di morire donò tutte le sue proprietà – incluso un esteso terreno e una cospicua somma di denaro – all’Università di Tucumán che, per portare avanti le sue ricerche, nel 1933 istituì la fondazione che porta il suo nome, strettamente collegata al Museo di Scienze Naturali di cui Lillo era stato prima direttore e poi direttore onorario. Ma quando O’Donnell e Lourteig arrivarono a Tucumán, la Fondazione era poco più di un nome su documenti burocratici. A darle forma e forza fu un terzo arrivo contemporaneo: quello del farmacista, biochimico e botanico Horacio Raúl Descole (1910–1984), nominato nel 1937 professore di botanica generale alla Facoltà di Farmacia e Biochimica dell’Università di Tucumán e direttore della sezione botanica del Museo di Historia Natural. Energico e politicamente vicino al peronismo, Descole si impegnò attivamente nello svecchiamento e nella rifondazione dell’Università, avviando la realizzazione della città universitaria. Come animatore e guida della sezione botanica della Fondazione, creò la rivista "Lilloa" e concepì l'ambizioso progetto di una flora dell’intera Argentina (Genera et species plantarum Argentinarum). È un lavoro titanico ma entusiasmante quello in cui si getta a capofitto un gruppo di giovani ricercatori – sono tutti quasi coetanei –, senza paura di confrontarsi con la difficoltà del compito e con “l’opposizione decisa e occulta di antichi elementi che si opponevano a ogni cambiamento”. Ma, come scriverà Lourteig anni dopo commemorando O’Donnell, “c’era molto da fare, tutto andava fatto, ma che gioia fare tutto il necessario, soprattutto quando ogni cosa procede”. L’erbario viene riorganizzato in modo sistematico, si allacciano contatti con ricercatori negli Stati Uniti e in Europa, la rivista "Lilloa" viene lanciata e diventa rapidamente un punto di riferimento, e iniziano i lavori preparatori per la Flora. Lourteig è coinvolta immediatamente. Nel 1939, accanto a Descole e O’Donnell, firma il suo primo articolo, Plantae novae Lilloanae, dedicato ad alcune specie inedite dell’erbario di Lillo. Poi lavora a due famiglie di grande peso nella flora argentina: le Zygophyllaceae, ancora con entrambi, e le Euphorbiaceae, con O’Donnell. La trattazione di entrambe, preceduta da una serie di articoli su "Lilloa", compare nel 1943 nel primo volume di Genera et species plantarum Argentinarum. Intanto la ricerca si allarga ad altre famiglie e il ritmo di lavoro si fa frenetico: nel 1942, con O’Donnell, oltre all’esame di diverse tribù di Euphorbiaceae, Lourteig pubblica su "Lilloa" la revisioni delle Primulaceae argentine; nel 1943, con Descole, quella delle Malpighiaceae e, da sola, quella delle Lythraceae, seguita da un Addenda nel 1944. Poi il silenzio: per tre anni, fino al 1948, Lourteig non pubblicherà più nulla; e non scriverà più su "Lilloa", tranne un necrologio dell’amico‑maestro O’Donnell, nel 1959. Non abbiamo risposte precise, solo indizi. Non sappiamo neppure con esattezza quando Lourteig lasciò Tucumán. Molte fonti collocano la fine della collaborazione con la Fondazione al 1946, altre al 1947; lei – sempre pudica nel raccontare di sé – lo archivia come qualcosa che è avvenuto, e basta. Ma forse era tornata a Buenos Aires già da tempo, nel 1946 o addirittura nel 1945. Sappiamo per certo che nel 1946 era nella città natale per completare il dottorato, conseguito proprio quell’anno. Forse pesarono la situazione familiare – la malattia o la morte dei genitori? – e la situazione generale dell’Argentina: Lourteig parla di “uno dei periodi più neri della storia argentina”. Il piccolo miracolo economico favorito dalla seconda guerra mondiale, quando il paese sudamericano, rimasto neutrale, si trovò a fornire materie prime ai belligeranti, era finito. Iniziavano gli scontri sociali, culminati prima nella nascita e nell’ascesa del peronismo, poi nel golpe del 1955 e nella dittatura militare. Erano tempi difficili per la scienza: finanziamenti sempre più scarsi, carriere bloccate, ricercatori costretti a cercare sbocchi altrove. A partire non fu solo Lourteig: il gruppo si disperse: “La ricerca scientifica si ridusse al minimo […]. Con grande dolore, vedemmo partire i ricercatori stranieri demoralizzati da una situazione economica e morale che peggiorava ogni giorno”. La dispersione del gruppo originario del Lillo sarebbe culminata nel 1955 con il licenziamento e l’esilio del troppo peronista Descole. Ma a quel punto Lourteig era già da tempo in Europa. Parigi: un erbario, una vita Nel 1948 Lourteig entrò come ricercatrice al Darwinion di San Isidro e riprese il filo interrotto, pubblicando su "Darwiniana", la rivista dell’Istituto, gli Addenda sulle Primulaceae e sulle Lythraceae. Ma il Darwinion fu solo un punto di passaggio verso la carriera internazionale: nel 1949, ancora su "Darwiniana", uscì un terzo Addenda alle Lythraceae argentine, una breve nota su un campione raccolto da Tweedie che Lourteig aveva rintracciato nell’erbario di Kew. Aveva infatti ottenuto una borsa di ricerca del British Council e dal 1948 si trovava già in Europa. Anche il suo campo di ricerca cambiò rispetto agli anni di Tucumán: forse per marcare il distacco dalla “lussureggiante e misteriosa flora tropicale” scelse ora una famiglia botanica di casa sia in Europa sia nell’America temperata, le Ranuncolaceae. Da Kew, dove lavorò dal 1948 al 1950, le sue ricerche si irradiarono in numerosi erbari storici del continente, e la portarono anche negli Stati Uniti (New York e Harvard), in altri erbari britannici (Kew, British Museum, Cambridge, Edimburgo, Oxford), e poi a Ginevra, Losanna, Bruxelles, Parigi, Copenhagen, Stoccolma. Il risultato fu un lavoro imponente che nel luglio 1950 Lourteig presentò a una seduta del Congresso internazionale di botanica, il primo dei molti cui avrebbe partecipato. Pur tornando periodicamente in Argentina per seguire la pubblicazione dei suoi lavori, da questo momento il centro della sua ricerca era ormai altrove: dal 1950 al 1951 lavorò a Stoccolma, nel 1951 a Copenhagen, dal 1952 al 1953 a Boston, nel 1953 a Washington. Accanto alle Ranuncolaceae, il suo campo di studi privilegiato tornarono a essere le Lythraceae, con numerosi contributi pubblicati in riviste argentine e internazionali a partire dal 1954. La sua competenza e la profonda conoscenza degli erbari storici — dove per più di tre secoli era confluita gran parte delle raccolte della flora latinoamericana — furono notate da Jean-Henri Humbert, capo del dipartimento di Fanerogamia del Muséum national d’histoire naturelle di Parigi e responsabile dell’erbario, che ne caldeggiò l’assunzione. Così, nel 1955, Lourteig lasciò definitivamente Buenos Aires e approdò a Parigi, che sarebbe diventata la sua casa fino alla morte. Il Muséum e il dipartimento di Fanerogamia furono la sua casa scientifica per quasi quarant’anni: prima come ricercatrice, poi dal 1976 come Maître de Recherche e dal 1980, dopo il pensionamento, come ricercatrice onoraria. Negli anni parigini il lavoro tassonomico di Lourteig si amplia e si approfondisce. Accanto alle famiglie e ai generi studiati in gioventù — in particolare le Lythraceae, che non abbandonerà mai — apre nuovi fronti di ricerca: le Mayacaceae e, a partire dagli anni Settanta, le Oxalidaceae, di cui diventerà una delle massime esperte mondiali. La sua produzione scientifica si diversifica e si inserisce, come specialista riconosciuta, in grandi progetti internazionali: Flora del Uruguay, Flora Ilustrada Catarinense, Flora de Venezuela, Flora of Panama, Flora Patagonica, Flora of Ecuador, Flora of Venezuelan Guayana, cui si aggiungerà - pubblicata postuma - la trattazione di Lythraceae e Ranuncolaceae per la Flora della Real Expedición Botánica del Nuevo Reino de Granada. Non trascura la flora francese, collaborando ai supplementi della revisione della Flore de France. Numerose sono le revisioni monografiche, e costante l’attenzione alla correttezza nomenclaturale: partecipa assiduamente alle sessioni dedicate al Codice internazionale di nomenclatura botanica nell’ambito dei congressi internazionali, un impegno che dal 1982 si traduce nella vasta serie Nomenclatura Plantarum Americanarum. È inoltre molto attiva nelle istituzioni internazionali, tra cui Flora Neotropica e la Société de Biogéographie, di cui per molti anni fu tesoriera e segretaria. Grande esperta di erbari, Lourteig non era una botanica da scrivania. All’assidua attività in erbario unì infatti numerose spedizioni sul campo, una pratica inaugurata negli anni fondativi di Tucumán e coltivata per tutta la vita. Visitò gran parte dei paesi dell’America tropicale e, alla ricerca di Ranuncolaceae e Oxalidaceae di montagna, esplorò le valli andine di Colombia, Perù ed Ecuador. Tra il 1963 e il 1964, e nuovamente nel 1969, partecipò come membro della Commission Française de Recherches Antarctiques a due spedizioni botaniche nella cosiddetta “Francia antartica”. Era un territorio — e una flora — del tutto diversi sia dall’Europa temperata sia dall’America tropicale. Qui studiò in particolare la distribuzione della flora vascolare delle Kerguélen, confrontando un ambiente subantartico estremo con i paesaggi botanici che aveva conosciuto fino ad allora. Nel corso degli anni Lourteig divenne una figura di riferimento per generazioni di giovani botanici. Non era soltanto una specialista autorevole, ma una mediatrice capace di mettere in relazione studiosi, istituzioni e collezioni. Seguiva tesi, orientava ricerche, apriva porte. Non diceva mai di no ai colleghi che le chiedevano aiuto per ritrovare un tipo nomenclaturale o per interpretare la scrittura indecifrabile di un manoscritto o di un’etichetta d’erbario. Da ogni parte del Sudamerica le arrivavano esemplari da identificare, e il suo sostegno non mancava ai giovani ricercatori che venivano a Parigi per completare le loro tesi: li aiutava a portare a termine il lavoro e, dopo, a inserirsi in un laboratorio nei loro paesi d’origine per iniziare la carriera scientifica. Di questa disponibilità, unita ad autorevolezza e rigore, ci resta un’affettuosa testimonianza diretta di un’altra grande tassonomista argentina, Carmen Lelia Cristóbal. Come racconta nel necrologio scritto dopo la morte di Lourteig, entrò in contatto con lei negli anni Cinquanta, quando era una studentessa dell’Università di Tucumán alle prese con la sua tesi sul genere Ayenia. Lourteig non solo le rispose con cortesia, ma si sobbarcò il compito di riprodurre gli esemplari tipo necessari calcandoli su carta di seta — all’epoca non esistevano metodi affidabili di riproduzione fotografica. Nella lettera allegata le scrisse di non preoccuparsi della spesa: un giorno avrebbe restituito il favore comportandosi allo stesso modo con gli studenti che si sarebbero rivolti a lei. Quando poi Cristóbal e suo marito Antonio Krapovickas arrivarono a Parigi con una borsa di studio di nove mesi, Lourteig moltiplicò le attenzioni, fino a sobbarcarsi una lunga coda per procurare loro i biglietti per una matinée all’Opéra. Era certamente il lascito del suo apprendistato a Tucumán: la ricerca concepita come un’opera collettiva, non individuale, in cui chi sa di più ha il dovere di condividere il proprio sapere. Lavorando sugli erbari storici, Lourteig incontrò indirettamente anche coloro che li avevano raccolti e creati, e iniziò così a interessarsi alla storia della botanica. Nel 1966 pubblicò un articolo sull’erbario di Paul Hermann, seguito nel 1971 da osservazioni sulle raccolte brasiliane di Casaretto. Ma l’incontro più importante fu quello con Aimé Bonpland, il cui percorso di vita fu opposto e complementare al suo: anziché da Buenos Aires a Parigi, da Parigi all’Argentina. A Bonpland dedicò profili biografici, pubblicò i suoi diari e i manoscritti conservati al Muséum, e ne visitò persino la casa, in una sorta di pellegrinaggio intellettuale. Sugli erbari storici tornò poi con quello che è forse il suo ultimo scritto — altri uscirono successivamente, ma presumibilmente risalivano a ricerche precedenti — la descrizione di cinquantatré erbari conservati nel laboratorio di fanerogamia del Muséum. Il lavoro, iniziato da Paul Jovet, morto nel 1991, fu completato e pubblicato da Lourteig nel 1997, quando aveva ottantaquattro anni. Su uno di essi, l’erbario raccolto da Surian nelle Antille, annunciava l’intenzione di pubblicare uno studio approfondito. Ma l’età avanzava e la salute si faceva sempre più fragile, e il progetto rimase incompiuto. Morì nella sua casa dal simbolico indirizzo 17, rue Linné — a due passi dall’ingresso del Muséum — nel 2003, all’età di ottantanove anni, e volle essere sepolta a Beuze, la cittadina dei Pirenei Atlantici da cui suo padre era partito alla volta dell’Argentina. Una vita scientifica in tre generi Cristóbal ha definito l’opera di Alicia Lourteig “ciclopica”. La sua produzione scientifica conta 203 pubblicazioni tra articoli, monografie e contributi a grandi opere collettive, con la descrizione di circa 290 taxa. Partecipò a una cinquantina di congressi e simposi, che sfruttava per consultare erbari e svolgere ricognizioni sul campo, accumulando non meno di una trentina di missioni botaniche. Straordinaria poi la sua attività di facilitatrice e mediatrice del lavoro altrui, grazie all'ineguagliabile conoscenza degli erbari storici, come testimoniano i ringraziamenti che costellano le revisioni tassonomiche dei tanti colleghi che si avvalsero del suo aiuto, tra cui spicca l’elogio collettivo firmato da R.S. Cowan, F.R. Fosberg, L.B. Smith, F.A. Stafleu e J.J. Wurdack e pubblicato su "Taxon" 25 (1975). La sua presenza ha lasciato tracce anche fuori dalla botanica: le sono dedicati il Lac Alicia nell’arcipelago delle Kerguelen e il sentiero “Mademoiselle Alicia Lourteig” nella Reserva Biológica de Sapitandura (Serra do Mar, Paraná). Una ventina di specie vegetali portano gli eponimi lourteigiae — come la spettacolare Heliconia lourteigiae — o più raramente aliciae, tra cui Peruviasclepias aliciae, da lei scoperta in Perù. Caso rarissimo nella botanica del Novecento, e probabilmente unico per una botanica, le furono dedicati tre generi validi: Lourteigia (1971), Lourtella (1987) e Alicia (2006). È una testimonianza eloquente della profondità dell'impronta lasciata nella comunità scientifica. Quando nel 1971 Robert Merrill King e Harold Ernest Robinson istituirono il genere Lourteigia, sottolinearono il suo ruolo centrale nella tassonomia della flora latinoamericana: «È con grande piacere che nominiamo questo genere in onore della dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi. Il suo lavoro ha dato un grande contributo alla tassonomia delle piante americane». Ascritto alla tribù Eupatorieae (Asteraceae), il genere comprende una dozzina di erbacee perenni distribuite tra Colombia e Venezuela, soprattutto nelle valli andine. Alcune specie — in particolare L. ballatifolia e L. stoechadifolia, la specie tipo — trovano impiego nella medicina tradizionale; studi recenti ne confermano attività antiossidanti, antinfiammatorie e antimicrobiche, grazie ai composti fenolici e ai metaboliti secondari tipici della tribù. Anche Lourtella, istituito nel 1987 da Shirley A. Graham, Pieter Baas e Hiroshi Tobe, celebra Alicia Lourteig soprattutto nel suo ruolo di tassonomista e specialista delle Lythraceae. Nel protologo gli autori scrivono: «Questo genere monotipico è appropriatamente dedicato alla dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi, che, con il suo interesse di lunga durata per le Lythraceae, ha dato un contributo fondamentale alla moderna conoscenza tassonomica della famiglia». Il genere comprende un’unica specie, Lourtella resinosa, un raro arbusto andino raccolto originariamente in Perù da Graham e presente anche in Bolivia. All’interno delle Lythraceae è morfologicamente distintivo per la presenza di tricomi globosi e soprattutto per la copiosa secrezione resinosa che ricopre i giovani getti e le foglie, carattere che lo rende immediatamente riconoscibile. Con Alicia, istituito dopo la sua morte da William R. Anderson, si chiude idealmente il percorso degli omaggi dedicati a questa grande botanica. Pur ricordando il suo contributo alla tassonomia delle Malpighiaceae — in particolare come coautrice della prima trattazione argentina della famiglia (O’Donnell, Lourteig 1943) — Anderson rende soprattutto omaggio alla sua figura umana di facilitatrice e mediatrice della conoscenza. Nel protologo scrive: «Sono felice di nominare questo genere in onore della mia amica Alicia Lourteig (1913–2003), coautrice della prima trattazione delle Malpighiaceae dell’Argentina. Nel 1981, durante la mia visita di studio al grande patrimonio di Malpighiaceae dell’erbario del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, la dottoressa Lourteig fu incessantemente utile e amichevole, rendendo il mio soggiorno parigino allo stesso tempo piacevole e fruttuoso». Il genere, istituito per distinguere un piccolo gruppo di Malpighiaceae sudamericane precedentemente incluse in Mascagnia, comprende oggi due specie, Alicia anisopetala e A. macrodisca, rampicanti legnose ampiamente diffuse nelle foreste sudamericane: dalla foresta amazzonica alla Mata Atlântica brasiliana, fino alle foreste decidue e più aride dell’Argentina settentrionale. Questa distribuzione, insieme al tono affettuoso e riconoscente della dedica, chiude idealmente il cerchio della ciclopica attività di Lourteig: iniziata esplorando i boschi planiziali di Tucumán e conclusa tra i fogli delle grandi raccolte sudamericane dell’erbario di Parigi. Lourteigia, Lourtella, Alicia: tre dediche, tre ritratti complementari di Alicia Lourteig, che, nella tradizione linneana - la dedica come sola gloria che spetta a un botanico (e a una botanica!) - ci consegnano la sua memoria come tassonomista, specialista di grandi famiglie, figura scientifica e umana.
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Come mai Torrey dedicò Carpenteria californica, una degli endemismi più belli e rari della flora degli Stati Uniti, al medico della Louisiana William Marbury Carpenter, morto in giovane età prima di aver pubblicato una sola riga di botanica? La risposta è nascosta negli erbari che conservano le sue raccolte. La scarna biografia di un medico morto troppo presto Nel corso di una delle sue spedizioni in California, nella Sierra Nevada, presumibilmente nei pressi delle sorgenti del fiume San Joaquin, il colonnello Fremont raccolse un esemplare di un arbusto dalle strette foglie tomentose, con capsule di semi e fiori già appassiti. Anche se non dispiegava più i suoi fiori in tutta la loro bellezza bastò perché John Torrey ne riconoscesse la stretta parentela con il genere Philadelphus, e al tempo stesso peculiarità tali da assegnarlo a un genere proprio. Lo battezzò Carpenteria californica, segnando l’ingresso ufficiale di una delle piante più belle e rare degli Stati Uniti nella storia della botanica. Come amava fare, ne fece un omaggio postumo a uno dei suoi corrispondenti, il medico William Marbury Carpenter (1811‑1848), morto troppo presto, prima di poter portare a compimento una carriera scientifica che si annunciava promettente. Morto prima di compiere 37 anni, il dr. Carpenter ha lasciato deboli tracce nei repertori e nella letteratura scientifica. Nato in una famiglia eminente della West Feliciana Parish in Louisiana, dopo aver studiato con precettori privati, a diciotto anni si iscrisse all'accademia di West Point, che dovette lasciare primo di completare gli studi quadriennali per problemi cardiaci, conseguenza di febbri reumatiche. Subito dopo (presumibilmente nel 1832) tornò in Louisiana e si stabilì a Jackson (East Feliciana Parish) dove, oltre a esercitare la medicina, accettò l’incarico di professore di scienze naturali al Centenary College. Risalgono allo stesso anno le prime raccolte botaniche documentate, nelle Opelousas. Contemporaneamente proseguiva gli studi presso il Medical College of Louisiana (New Orleans), dove nel 1836 si laureò dottore in medicina. La sua prima pubblicazione, un articolo su una foresta sommersa da lui stesso scoperta a Port Hudson (1838), documenta interessi naturalistici ampi, che oltre la botanica toccavano la geologia e la paleontologia. Certamente cominciò a farsi un nome nella comunità scientifica della Louisiana, come dimostra una rapida carriera accademica: nel 1842 fu nominato professore di Materia medica all’Università della Louisiana, di cui nel 1845 divenne preside. Fu anche professore di botanica e geologia presso il Medical College e, dal 1846, curatore del New Orleans Medical and Surgical Journal. Risalgono a questi anni diversi articoli di paleontologia (su alcuni fossili), di igiene (sull’alimentazione degli schiavi neri), ma soprattutto di medicina, con studi molto influenti sulla trasmissione delle malattie infettive, in particolare la febbre gialla. Nel 1846 incontrò il geologo britannico Charles Lyell e gli fece da guida nell’area del delta del Mississippi, presso La Balize. Lyell lo ricorda come un ospite gentile e amabile, con una profonda conoscenza tanto della geologia quanto della botanica. Poi, nel 1848, una duplice tragedia. Per prima morì, forse di parto, la moglie Matilda King, lasciandolo con quattro bambini, per provvedere ai quali il dr. Carpenter, forse già gravemente malato, sposò la cognata Eliza King. Poi, a ottobre, morì anche lui. Di botanica non aveva pubblicato nulla, e la sua unica traccia nella storia della flora della Louisiana è affidata, da una parte, al Catalogus florae Ludovicianae, pubblicato nel 1852 da John Leonard Riddell, e dall’altra agli esemplari d’erbario raccolti da Carpenter e dispersi in vari erbari, nonché a una manciata di lettere inviate a Torrey. Ritrovare il dr. Carpenter: una ricerca negli erbari Un necrologio apparso nel 1849 sul New Orleans Medical and Surgical Journal, probabilmente firmato da Alexander Hester, ne traccia un ritratto sobrio e un po’ deludente. Vi si legge che, nonostante la salute fragile, «continuò ad applicare la sua mente ai vari studi che avevano attratto la sua attenzione», e che i suoi contributi al periodico testimoniano «una mente ben fornita di conoscenze utili e scientifiche». È il ritratto convenzionale di un medico colto e laborioso, che si interessava anche di botanica e geologia, come molti medici statunitensi del tempo. La traccia successiva, sempre sul New Orleans Medical and Surgical Journal, ci porta al 1852, quando John Leonard Riddell (1807–1865), anch’egli medico e collega di Carpenter all’Università della Louisiana, dove insegnava chimica, pubblica un Catalogus florae ludovicianae. Nel brevissimo cappello introduttivo scrive: «La seguente lista sistematica, che ingloba i risultati di molti anni di osservazioni del dr. Josiah Hale, del defunto prof. W. M. Carpenter e dell’autore, riassume un manoscritto inviato dall’autore nel 1851 allo Smithsonian». Quanto a quest’ultimo, informa che era intitolato Plants of Louisiana e comprendeva i nomi botanici e volgari delle angiosperme e delle felci comprese nei limiti dello stato, «rappresentati da esemplari dell’erbario dell’autore, con le località speciali, i tempi di fioritura e la descrizione completa delle nuove specie». Riddell precisa inoltre che la sintesi non comprende le Cyperaceae e le Graminaceae, fornite soprattutto dal dottor Hale. Il Catalogus è una semplice lista di piante, con i nomi latini suddivisi in famiglie naturali. Sono però indicati come nuovi (sulla base del nome d’autore) 19 taxa attribuiti a Riddell e 9 a Carpenter (2 specie e 7 varietà). L’anno successivo, ancora sul New Orleans Medical and Surgical Journal, Riddell colmò la lacuna con New and hitherto unpublished Plants of the South West, mostly indigenous in Louisiana, in cui descrisse 35 nuovi taxa. Aggiunse inoltre che al manoscritto depositato allo Smithsonian erano stati allegati anche gli esemplari e i disegni relativi. Carpenter è citato, oltre che come autore di due specie, come raccoglitore di altre sei, tre delle quali gli vennero dedicate da Riddell: Lysimachia carpenteri, Physalis carpenteri (oggi Calliphysalis carpenteri) e Quercus carpenteri (sinonimo di Q. pagoda). Ce n’è abbastanza per dedurre che la figura leader di questo nucleo di pionieri dello studio della flora della Louisiana fosse Riddell, mentre Hale (che tra l’altro non pubblicò mai le Cyperaceae e le Graminaceae) e Carpenter fossero figure di contorno: l’uno come specialista di quel gruppo di piante, l’altro soprattutto come raccoglitore. È esattamente la conclusione a cui arriva Joseph E. Ewan in Notes on Louisiana botany and botanists, 1718–1975 (2005). Dopo aver sintetizzato le ricerche di Hale e le poche notizie note su Carpenter, si chiede: «Chi era il botanico leader della Louisiana del diciannovesimo secolo che coinvolse gli importanti raccoglitori Josiah Hale e William Carpenter a collaborare con lui in quella che sarebbe potuta diventare la prima sinossi della flora dello stato?». Anche se per lui, con facile gioco di parole, Riddell is a riddle, Riddell è un enigma, non ha dubbi che il leader fosse lui e che da lui fosse venuta l’idea di unire le forze per giungere alla prima flora della Louisiana. Ma è proprio così? Riddell è certamente la figura più nota del trio; ecclettico, oltre che di chimica, si occupò di geologia e numismatica, scrisse un romanzo di fantascienza, fu un pioniere dell'uso del microscopio che applicò a studi all'avanguardia sul colera. Formatosi alla scuola di Eaton, che fu anche il primo maestro di Torrey, prima di trasferirsi in Louisiana, fece raccolte botaniche in Ohio e pubblicò A Flora of the Western States, che Bailey, nella breve profilo che gli dedicò, giudica un lavoro sostanzialmente compilatorio, per lo più basato su opere precedenti. Dopo il Catalogus florae ludovicianae e l'articolo citato, non scrisse più di botanica, assumendo piuttosto un ruolo istituzionale, come socio fondatore della New Orleans Academy of Science, fondata nel 1853 insieme a Hale, che di quella istituzione fu il primo presidente. Ad essa donò numerosi esemplari del proprio erbario che, sempre secondo Bailey, era notevolissimo. Ed è proprio negli erbari che possiamo cercare una risposta sul ruolo rispettivo di Riddell e di Carpenter come promotori e leader della prima esplorazione sistematica della flora della Louisiana. Il più prossimo a entrambi (e anche a Hale) è quello della Tulane University, nel quale è confluito l’erbario della New Orleans Academy of Sciences. Non digitalizzato, non è accessibile, ma la pagina iniziale ricorda tra i raccoglitori più importanti, nell’ordine, Hale, con un centinaio di esemplari; Riddell, che anche qui fa la parte del leone, con 125 esemplari; e infine Carpenter. Alle poche informazioni già note si aggiunge che l’erbario di Carpenter, «eccetto esemplari spediti a Torrey e altri», passò a Riddell, che ne donò «alcune dozzine» all’Accademia delle Scienze. Come mai l’erbario di Carpenter finì nelle mani di Riddell? Due ipotesi, che potrebbero anche non escludersi. Se Carpenter collaborava con Riddell a una ricerca comune sulla flora della Louisiana, potrebbe avergli lasciato l’erbario, nonché le proprie note di campo, per preservare la propria eredità scientifica oltre la morte. La seconda ipotesi è forse più probabile: alla morte di Carpenter, la vedova-cognata si trovava in una situazione difficile, con quattro bambini da allevare, ed è verosimile che abbia venduto a Riddell un erbario che, soprattutto se ricco e con molte specie rare, aveva anche un discreto valore monetario. Dobbiamo dunque seguire le vicende dell’erbario di Riddell. Anche se un certo numero di esemplari è oggi disperso tra diversi erbari statunitensi ed europei, dopo la sua morte nel 1865 il grosso fu venduto dagli eredi al grande botanico Charles T. Mohr, che nel 1901 lo lasciò in eredità all’erbario nazionale, oggi custodito presso lo Smithsonian di Washington. Quest’ultimo, con un lavoro encomiabile e titanico, è stato completamente digitalizzato e reso disponibile ai ricercatori. La ricerca dei raccoglitori può essere effettuata solo per cognome, e il nome Carpenter compare oltre cinquecento volte. Non si tratta, naturalmente, di altrettanti esemplari raccolti da William Marbury Carpenter: molte occorrenze si riferiscono ad altri raccoglitori omonimi, o a etichette abbreviate e ambigue. Ma già dalle prime schermate emergono alcune occorrenze significative: “Carpenter, Louisiana”, “Carpenter, Feliciana”. Esaminando gli esemplari, l’occhio impara presto a distinguere, sulla sinistra, l’etichetta originale con il nome della pianta, spesso il luogo e la data di raccolta, e la firma: WMCarpenter, talvolta WmCarpenter o la sigla WMC; e sulla destra l’etichetta di Mohr, con l’origine: dr. Carpenter, prof. Carpenter o WCarpenter. Si scopre così che anche numerosi esemplari etichettati come M. Carpenter (e persino qualche D., C., F. Carpenter o altri) risalgono in realtà alle raccolte del nostro William Marbury Carpenter. In tutto sono 157. La lettura delle date non è sempre agevole, ma si delinea con chiarezza una geografia delle raccolte: un nucleo centrale nella Feliciana County (64 risultati, circa il 40%, più 6 da Jackson), che poi si irradia quasi a ventaglio verso est fino a Opelousas (16 risultati), al Calcasieu River (5 risultati), a St. Martinsville; verso ovest fino a Madisonville e Ouachita; ma soprattutto verso sud, lungo il Mississippi fino alla costa, certamente il principale teatro delle esplorazioni di Carpenter dopo il trasferimento da Jackson a New Orleans. Le sue ricerche non si limitarono alla Louisiana: toccarono anche il Mississippi (Pascagoula è tra i luoghi più rappresentati, con 5 risultati), l’Alabama fino a Mobile, e l’area di Pensacola in Florida. Pur avendo esplorato anche altri habitat, come le pinete di Feliciana, emerge un ambito di ricerca privilegiato: la flora degli ambienti umidi, con particolare attenzione a Cyperaceae, Poaceae e piante acquatiche. Carpenter non era dunque un raccoglitore occasionale: non solo i numeri, ma le località e le specie raccolte indicano uno studioso impegnato in una ricerca originale. Per cercare una conferma, dobbiamo spostarci a New York. Ci portano lì alcune lettere a Torrey, recentemente digitalizzate, in cui Carpenter finalmente si rivela ai nostri occhi: non solo un deferente corrispondente del professore newyorkese, attento a far arrivare campioni pregevoli nelle migliori condizioni, ma un collezionista che chiede esemplari del New Jersey e dell'East per arricchire il proprio erbario, e soprattutto un botanico esperto, sensibile agli aspetti ambientali ed ecologici. Anche l’erbario del New York Botanical Garden, che ha accolto la collezione di Torrey, è stato digitalizzato; e poiché consente la ricerca per nome e cognome, basta digitare W. M. Carpenter per vedere comparire una settantina di risultati: ancora Louisiana, Feliciana, Mississippi, Opelousas, Calcasieu, Florida (Escambia County). La data più antica è il 1836. Dalla ricognizione negli erbari e nelle lettere, Carpenter acquista finalmente la fisionomia di un botanico di notevole competenza, attivo su un territorio vasto e complesso, con un’attenzione particolare agli ambienti umidi e alle famiglie più difficili. Le sue raccolte, numerose e geograficamente coerenti, suggeriscono un progetto di studio sistematico, forse una flora del bayou. È un profilo che la letteratura non aveva ancora messo a fuoco, e che meriterebbe ulteriori approfondimenti da parte di chi ha accesso diretto ai materiali. Se la mia ricerca "da scrivania" potrà contribuire a riportare Carpenter nel posto che gli spetta nella storia della botanica della Louisiana, avrà raggiunto il suo scopo. Più che un omaggio postumo: un riconoscimento Rimane ancora un piccolo mistero, anzi due: perché lo Smithsonian non pubblicò il manoscritto? E il manoscritto potrebbe fornirci ulteriori informazioni per chiarire quali furono in quel progetto i ruoli reali di Carpenter e Riddell? Sappiamo che Henry, il direttore dello Smithsonian, inviò in visione il manoscritto a Gray e fu certamente lui a sconsigliare la pubblicazione, nonostante offrisse un quadro senza precedenti di quell'area ricchissima di specie: era scientificamente insoddisfacente? oppure a indurlo a una risposta negativa furono perplessità sulla paternità delle ricerche (di cui poteva essere informato direttamente da Torrey, corrispondente tanto di Riddell quanto di Carpenter)? Non lo sapremo mai: come ci informa proprio una lettera dello Smithsonian allegata a uno degli esemplari dell'erbario di New York, già a fine Ottocento il prezioso documento risultava perduto. Ma nel frattempo la risposta più bella, più luminosa era arrivata da Torrey in persona con la dedica di Carpenteria californica. Con parole che non lasciano dubbi: «Questo genere è dedicato alla memoria del mio eccellente amico scomparso, il compianto professor Carpenter della Louisiana, che per molti anni investigò con impegno e successo la botanica del suo Stato natale, ma la cui carriera fu bruscamente interrotta mentre stava preparando un resoconto delle sue ricerche.» Unica specie del suo genere, la carpenteria è un vero gioiello che in primo luogo si impone con la bellezza dei suoi fiori candidi e profumati dai petali arrotondati lievemente sovrapposti che circondano una corona di stami dorati, così simili a quelli degli anemoni. E poi c'è la rarità: in natura è presente solo in sette località nelle contee di Fresno e Madera, nei bacini dei fiumi San Joaquim e Kings, nel chaparrall e nel sottobosco delle pinete tra 300 e 1340 metri. Così rara, che oggi è molto più frequente nei giardini. E ancora: pianta di un angolo della California ai piedi della Serra Nevada, è forse la più emblematica delle undici specie dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America; oltre a Carpenteria, Fendlera, Fendlerella, Jamesia e Whipplea. La loro storia evolutiva è quella di antichi relitti botanici rimasti isolati mentre il clima e le montagne cambiavano intorno a loro: piccole linee evolutive sopravvissute in rifugi naturali, ciascuna modellata dal proprio ambiente e dalle proprie specializzazioni. Carpenteria, pianta pedemontana capace di resistere agli incendi e alla siccità; Jamesia, che vive aggrappata alle rocce delle montagne; Fendlera e Fendlerella, figlie dei deserti e dei canyon; Whipplea, che preferisce i sottoboschi umidi della costa pacifica. Cinque strategie diverse, cinque modi di restare, mentre tutto il resto si muoveva. Carpenteria californica si è anche conquistata un posto di primo piano nei giardini. E' bellissima, ma anche resistente alla siccità, di fioriture generose e abbastanza rustica da sopportare qualche grado sottozero, soprattutto se in posizione protetta o con qualche accorgimento. E' adattissima al clima mediterraneo, in particolare dove le estati non sono troppo bollenti. Dalle forme aggraziate e di dimensioni contenute, può essere coltivata anche in vaso. A imporla come pianta ornamentale sono stati soprattutto i giardinieri britannici, prima fra tutte la celebre progettista di giardini Gertrude Jekyll. E proprio in Gran Bretagna sono state selezionate cultivar come 'Ladham's' o 'Bodnant', nata nell'omonimo giardino gallese. Dimenticato nelle pagine della storia della botanica, grazie alla dedica di Torrey il nome di Carpenter continua a vivere - e fiorire - nei nostri giardini. Il medico alsaziano Gustav Mülhenbeck per quasi trent'anni esplorò la flora della sua regione, condivise generosamente le sue raccolte, si fece un nome come esperto di crittogame. Tuttavia non scrisse mai nulla di botanica, e la morte gli impedì di scrivere l'opera sui funghi che progettava. Il suo vero lascito è un enorme erbario, perfettamente montato e accuratamente classificato secondo gli standard dell'epoca, oggi parte dell'erbario dell'Università di Strasburgo. A ricordarlo provvede anche il variabile genere Muehlenbeckia, di cui almeno una specie (o forse due) è coltivata anche nei nostri giardini. Un raccoglitore generoso, modesto e instancabile Con oltre mezzo milione di esemplari, l'erbario dell'Università di Strasburgo è uno dei più grandi d'oltralpe. Oltre alla collezione generale ed erbari specifici per la flora alsaziana e le crittogame, conserva separatamente anche una serie di erbari storici. Tra i più importanti l'erbario H. G. Mülhenbeck, risalente alla prima metà dell'Ottocento e qui depositato dalla Société Industrielle de Mulhouse. A crearlo fu l'alsaziano Henri Gustave Mulhenbeck (in tedesco Heinrich Gustav Mülhenbeck, 1798-1845), medico di professione e botanico e micologo per passione. Nato a Sainte-Marie-aux-Mines, una cittadina mineraria a ridosso dei Vosgi e rimasto presto orfano, Mülhenbeck studia medicina e chirurgia a Strasburgo e Parigi, dove si laurea nel 1822. La scoperta della botanica avviene negli anni universitari a Strasburgo, quando è allievo di Christian Gottfried Nestler, che gli trasmette la passione per le erborizzazioni, le crittogame e gli erbari. Da diversi anni, Nesteler affianca Jean-Baptiste Mougeot nella creazione di una grande collezione di exsiccata di crittogame (Stirpes cryptogamae vogeso-rhenanae) i cui fascicoli di cento esemplari o centuriae sono via via pubblicati anche in una versione a stampa a partire dal 1810. Il giovane allievo viene coinvolto nelle ricerche e stringe amicizia con Mougeot che sarà per lui un punto di riferimento e un modello di vita: proprio come più tardi Mülhenbeck, egli si divideva infatti tra la medicina e le scienze naturali, e per più di sessant'anni percorse instancabilmente i Vosgi alla ricerca di fossili e piante. Simile è anche la vita di Mülhenbeck, quando, fresco di laurea, si stabilisce come medico generico a Guebwiller, una cittadina ai piedi del Ballon d'Alsace all'imbocco della Valle del Florival. Nell'agosto 1823 così scrive proprio a Mougeot: "Percorrendo la valle per visitare i malati, si trova la strada meno lunga grazie alla diversità dei prodotti di Flora"; e una volta a casa, nel proprio gabinetto medico "non si può trovare società migliore dell'erbario, che è dunque il mio migliore amico e diventa di giorno in giorno più caro: si sta tranquilli con lui!". Nel tempo libero, le passeggiate si allungano per esplorare la flora delle colline calcaree dei dintorni, dove scopre diverse piante segnalate per la prima volta nella regione. Non che il giovane dottore sia un asociale. Nel 1828 viene iniziato alla loggia massonica La Parfaite armonie di Mulhouse, dove incontra un medico dalle idee progressiste, Pierre Paul Jaenger, che più tardi aderirà alle idee socialiste di Fourier. La loggia è soprattutto l'espressione della borghesia imprenditoriale della città, un importante centro tessile, i cui membri, quasi tutti protestanti calvinisti di idee liberali, negli anni napoleonici avevano avuto un ruolo di primo piano nella vita politica locale e ora, negli anni della restaurazione, promuovono iniziative economiche, educative, assistenziali. Nel 1825 viene fondata la Societé industrielle de Mulhouse (SIM); tra i 22 soci fondatori, 12 sono membri della loggia. L'obiettivo principale della SIM è "fare passere l’industria dallo stato empirico al rango di una vera scienza"; per perseguirlo, nel 1829 la società si doterà di un Comitato di scienze naturali (Comité des sciences de la Nature), che con gli anni diventerà una vera e propria società scientifica, con tre sezioni dedicate alla botanica, all'ornitologia e alla paleontologia. Mülhenbeck ne diventa il segretario e nel 1831 è tra i membri fondatori della Société médicale du Haut-Rhin. Ormai molto riconosciuto nella sua professione, nel 1833 egli si traferisce a Mulhouse, dove vive ed esercita fino alla morte. Si interessa di storia locale e nei primi anni '30 pubblica diversi articoli sulla Revue d'Alsace. Anche se la botanica non è mai dimenticata, per qualche anno passa un po' in secondo piano. Ritorna prepotentemente al centro della sua vita grazie all'amicizia con Wilhelm Philippe Schimper, che nel 1836 pubblica insieme a Philipp Bruch il primo dei sei volumi di Bryologia europea; i due lo coinvolgono nelle loro ricerche; Mülhenbeck erborizza con loro, condivide le sue raccolte e nel 1839 li accompagna in una lunga escursione attraverso le Alpi; nel 1844, sarà di nuovo con loro nei Grigioni. Con Schimper, Bruch e Mougeot, ormai anziano ma sempre attivo, scopre diverse specie di muschi precedentemente mai segnalate in Svizzera, appartenenti alla flora nordica, da considerare relitti della flora preglaciale. Esplora anche l'area di Basilea e comunica diversi ritrovamenti a Carl Meissner e Karl Friedrich Hagenbach, che lo cita ripetutamente nel secondo volume di Tentamen florae basileensis. Come Schimper, oltre che ai muschi, si interessa ai fossili e alla paleontologia, ma non scrive nulla né di questi argomenti né di botanica, accontentandosi di condividere generosamente le sue raccolte con amici e corrispondenti. Progetta invece di scrivere un libro sui funghi e inizia addirittura a farne disegnare e dipingere un gran numero; ma il progetto non si concretizzerà, perché muore prima dei cinquant'anni, nel 1847. Un genere variabile... con qualche confusione Della sorte delle illustrazioni di funghi, che dopo la sua morte secondo Kirschleger furono acquistate dal banchiere Édouard Vaucher, non sappiamo nulla. Rimane invece come maggiore lascito proprio "l'amico erbario". Mülhenbeck non aveva mai cessato di arricchirlo fin da quando, studente universitario, partecipava alle prime escursioni con Nestler e Mougeot; alla sua morte, contava ben 20.000 esemplari, accuratamente montati e classificati secondo il sistema che andava alla maggiore ai suoi tempi, quello di de Candolle. Le sue raccolte personali erano considerevoli, molto l'ottenne con scambi con altri botanici, ma soprattutto non lesinò spese per acquistare esemplari messi in vendita da altri raccoglitori. Così quell'erbario, che nel 1857 Kirschleger, autore di Flore d'Alsace, definì "magnifico", oltre a specie della flora dell'Alsazia e della Svizzera o più un generale europea, comprende anche exsiccata di piante esotiche: tra le altre, piante raccolte in Algeria da Bové; in Medio Oriente da Boissier, Kotschy e Pinard ; nel Caucaso da Hohenacker; in varie parti dell'Asia da Helfer; in Indonesia da Kollman; in Sudafrica da Ecklon, Zehyer e Drège; in Australia da Preiss; nelle Americhe da Hartweg, Hostmann, Blanchet e von Martius. In tal modo costituisce un'importante testimonianza dell'attività di alcuni dei principali raccoglitori della prima metà dell'Ottocento. Alla morte di Mülhenbeck , l'erbario fu messo in vendita dagli eredi; con un notevole sforzo finanziario e ricorrendo a una sottoscrizione, riuscì ad aggiudicarselo per 10.000 franchi la Societé industrielle de Mulhouse; ospitato in un'intera stanza della sede dell'istituzione, il prezioso lascito riuscì a superare indenne le vicissitudini e i bombardamenti di due conflitti mondiali, finché, non avendo né le risorse finanziarie né le strutture per assicurarne l'adeguata conservazione, la società decise di depositarlo presso l'Università di Strasburgo. Nel 2007 ne è iniziata la digitalizzazione, compito non facile vista l'ingentissima mole. Come tappa preliminare, si è provveduto all'inventario delle famiglie e dei generi rappresentati, inizialmente sotto la nomenclatura usata dallo stesso Mühlenbeck. Si passerà poi all'allineamento con la nomenclatura attuale, anche allo scopo di scegliere le famiglie o i generi da digitalizzare in modo prioritario. A ricordare il medico alsaziano, oltre al gigantesco erbario, ha provveduto da tempo la dedica di alcune piante, come il muschio Bryum muehlenbeckii, e il genere Muehlenbeckia. A dedicarglielo nel 1841, dunque quando Mühlenbeck era ancora in vita, fu uno dei suoi corrispondenti, lo svizzero Carl Meissner, professore di botanica dell'Università di Basilea, che così scrive: "Ho dedicato questo genere al chiarissimo amico Gustav Mühlenbeck, dottore in medicina, medico a Mulhouse, esploratore e osservatore instancabile della flora alsaziana, specie di quella crittogamica, autore di un'opera micologica che sarà presto pubblicata". Meissner scrisse tra l'altro una monografia sulle Polygonaceae e pubblicò molte piante australiane. E infatti creò il genere a partire da due specie del continente australe, M. australis, originaria della Nuova Zelanda, e M. adpressa, originaria dell'Australia meridionale. Oggi al genere sono assegnate circa 25 specie distribuite tra la Papuasia e l'Australasia e dal Nord America subtropicale al Sud America. La sua caratteristica saliente è la variabilità: raccoglie infatti erbacee perenni, arbusti eretti più o meno legnosi, liane tanto rampicanti quanto tappezzanti. Tutte hanno radici rizomatose, ma differiscono in tutto il resto: nella forma delle foglie, dotate o meno di picciolo, sempreverdi o decidue; nelle dimensioni dei fiori, verdastri e insignificanti in alcune specie, relativamente vistosi in altre; alcune specie sono dioiche, altre ginodioche, altre monoiche. Nei nostri giardini la più coltivata è M. complexa, anche se non di rado è commercializzata sotto il nome arbitrario di M. axillaris. Le due specie, in effetti, entrambe originarie della Nuova Zelanda (M. complexa è presente anche in Tasmania e nell'Australia meridionale), si assomigliano, anche se non al punto di confondersi. M. axillaris è una tappezzante bassa che forma densi tappeti anche di un metro di diametro, espandendosi sia tramite rizomi sia radicando ai nodi. In estate produce masse di minuscoli fiori bianco crema, portati in gruppi fino a tre all'ascella fogliare. M. complexa ha fusti volubili molto più sottili, che possono ricedere o arrampicarsi sulle rocce o sulla vegetazione circostante e forma molti rami che tendono a intrecciarsi strettamente. Porta foglie picciolate sempreverdi (possono però cadere negli inverni più rigidi), lucide, più o meno arrotondate, ma variabili nella forma e nelle dimensioni anche sulla stessa pianta. I piccoli fiori a stella, raccolti in spighe lunghe circa 2 cm che emergono all'ascella dei rami, sono profumati e seguiti da bacche traslucide. Ottima come ricadente da muretti, è adatta anche alla coltivazione in vaso. Forse perché limitatamente rustiche, le Muehlenbeckia da noi non hanno finora manifestato le potenzialità invasive delle sorelle Fallopia e Reynoutria. Ma non è ovunque così: in California M. complexa è diventata così problematica da essere sottoposta a programmi di eradicazione. Per un approfondimento sulle specie neozelandesi, in tutto cinque, due delle quali endemiche, nonché su qualche altra specie interessante o curiosa, si rinvia alla scheda. Nel Seicento, l'Olanda vive il suo secolo d'oro. E' il paese più prospero d'Europa, all’avanguardia nei commerci, nelle scienze, nella cultura, nell’arte. E nei giardini: gli olandesi, sfruttando la loro secolare esperienza nel sottrarre terra al mare, ridisegnano la natura e creano un nuovo modello di giardino, in cui le siepi sagomate dalle forbici dei giardinieri disegnano stanze, padiglioni, teatri di verzura. A differenza del giardino all’italiana, in cui il verde domina, il giardino barocco olandese è colmo di fiori, con parterre multicolori simili ai tappeti persiani tanto amati da Vermeer o Rembrandt. Molti mercanti che si sono arricchiti con i traffici o le industrie investono il loro denaro in tenute di campagna che spesso ospitano vasti giardini, uno status symbol del loro potere e della loro ricchezza. Non possono mancare collezioni di piante esotiche: sono alla base della prosperità dell'Olanda e sono anche il simbolo del suo dominio sul mondo, il segno tangibile di quel nuovo Eden, paradiso in terra ricostruito, che per qualche decennio i Paesi Bassi si illudono di essere. E così non è un caso se Paul Hermann, il più importante botanico olandese del secolo, battezza Paradisus batavus, "Paradiso olandese", il suo libro dedicato alle rarità coltivate in quei giardini. Rarità che molto ha contribuito a introdurre in Europa, prima come esploratore del Capo di Buona Speranza e dell'isola di Ceylon, poi come direttore dell'Orto botanico di Leida. Linneo lo stimava tanto da proclamarlo "principe dei botanici" e da dedicargli, complice Pitton de Tournefort, il genere Hermannia. Sud Africa, Ceylon... Leida Nel 1658, dopo una lunga guerra in cui intervenne a fianco dei sovrani locali (che ancora non sapevano che stavano per sostituire un occupante con l'altro), la VOC (Verenigde Oost-Indische Compagnie, Compagnia olandese delle Indie orientali) espulse definitivamente il Portogallo da Ceylon (oggi Sri Lanka). Da quel momento, esercitò il monopolio del commercio della cannella dell'isola, la migliore in assoluto. Ma impiegati e ufficiali si ammalavano con allarmante frequenza di malattie sconosciute in Europa che i farmacisti e i chirurghi al servizio della Compagnia non sapevano come curare; le medicine portate dall'Europa nel clima tropicale non sempre servivano e perdevano presto la loro efficacia; era urgente studiare la flora locale alla ricerca di piante medicinali alternative. Un influente uomo politico, Hieronymus van Beverningh, che era anche un accanito collezionista di piante esotiche, e il prefetto dell'orto botanico di Leida Arnold Seyen raccomandarono il giovane medico tedesco Paul Hermann (1646-1695), da poco laureato alla prestigiosa università di Padova; si dice fosse interessato alle piante fin da bambino, quando, a dieci anni, rischiò di annegare per esaminare delle piante acquatiche. I suoi sponsor speravano che, oltre a soddisfare gli obiettivi della Compagnia, potesse anche arricchire le loro collezioni. Dunque, in un certo senso Hermann è il primo cacciatore di piante al servizio di un orto botanico. Partito per Ceylon all'inizio del 1672, ad aprile approfittò dello scalo al Capo di Buona Speranza per raccogliere piante sudafricane; e altrettanto fece durante il viaggio di ritorno, nel marzo del 1680. A parte il precedente della piccola raccolta di Justus Heurnius (che però era un teologo, non un botanico), si tratta del primo contatto di un botanico europeo con la flora del Capo. Con gli esemplari raccolti (circa 800, secondo la testimonianza di Linneo) formò un erbario; spedì semi e bulbi in Olanda, e altri li affidò al chirurgo di bordo Hieremias Stolle, di ritorno in Europa. Questi a sua volta li passò all'anatomista danese Thomas Bartholin che nel 1675 pubblicò la breve nota "Plantae novae Africanae", la prima pubblicazione a stampa dedicata esclusivamente a piante sudafricane. A Ceylon, come "medico ordinario e medico capo" della VOC, Hermann si stabilì a Colombo, sede del quartier generale della Compagnia; creò e diresse un ospedale, esplorò assiduamente la flora dei dintorni, annotando i nomi locali e le proprietà medicinali delle piante. Con questi materiali mise insieme diversi libri di erbari e almeno un volume di illustrazioni (non è certo se di sua mano o di altri anonimi disegnatori); inoltre inviò più volte bulbi e semi in Olanda. Sebbene siano limitate alla zona intorno a Colombo (gli olandesi controllavano solo alcune aree costiere) e includano anche diverse specie coltivate introdotte, le sue raccolte sono impressionanti per quantità e per la qualità delle annotazioni, senza contare l'eccezionale valore storico, trattandosi del primo studioso europeo a esplorare la flora dell'isola, ai suoi occhi un vero Eden. Intorno al 1674 visitò anche brevemente il Malabar dove forse incontrò van Rheede, che potrebbe averlo consultato per il progetto che poi divenne Hortus malabaricus. L'esplorazione della flora singalese diede grande fama a Hermann, tanto che nel 1678, alla morte di Arnold Seyen, i rettori dell'Università di Leida decisero di chiamarlo a succedergli come professore di botanica e prefetto dell'Orto. Hermann accettò e tra la fine del 1679 e l'inizio del 1680 lasciò Ceylon per tornare in Olanda. Nelle sue lezioni, fu il primo botanico olandese a prestare attenzione alla tassonomia; creò anche un proprio sistema, basato sui frutti, che univa e modificava quelli di Ray e Morison. Oltre che a Leida, fu adottato in altri orti botanici, tra cui Uppsala ai tempi di Rudbeck il vecchio. Deciso a fare dell'Orto di Leida il migliore d'Europa, solitamente dedicava le pause accademiche a viaggi in altri paesi europei per consultare colleghi e appassionati e procurarsi piante; nel 1682 fu in l'Inghilterra, dove visitò tra l'altro gli orti botanici di Oxford e Chelsea, e ne riportò più di 200 piante vive (soprattutto nord americane); nel 1688 andò a Parigi ad incontrare Tournefort; qui strinse amicizia con l’inglese William Sherard, che decise di seguirlo a Leida. Dal 1686, assunse anche l'insegnamento di medicina pratica. Durante la sua gestione, l'orto botanico di Leida divenne il principale centro europeo di acclimatazione e diffusione delle piante provenienti dalle colonie americane, africane e asiatiche. Oltre alle sue introduzioni dirette dall'India e dal Sud Africa, poté sfruttare i suoi contatti con la VOC e con i principali collezionisti olandesi, nonché con l'Inghilterra e la Francia, per triplicare le collezioni (il suo catalogo del 1687 registra tremila specie, contro le circa 800 di inizio secolo); molte erano subtropicali o tropicali. Nel 1681, fu tra i primi a sperimentare una serra riscaldata. Olanda, un secondo Eden? Hermann morì nel 1695 a soli 49 anni (qui una sintesi biografica), lasciando incomplete e inedite diverse opere; l’unico suo libro pubblicato in vita fu infatti il catalogo dell’orto botanico di Leida (1687). Quella a cui teneva di più, e a cui lavorava da diversi anni, era Paradisus batavus, un catalogo illustrato delle piante di recente introduzione nei giardini olandesi. Già nel 1689 l'affezionato Sherard ne aveva pubblicato l’indice, e alla morte inaspettata del maestro e amico si assunse il compito (ingrato, visto lo stato del manoscritto) di curarne la pubblicazione; a spese della vedova di Hermann, l’opera uscì in una prima edizione relativamente economica in ottavo nel 1695, e in una seconda più pregevole edizione in quarto nel 1705 . Entrambe comprendono un centinaio di calcografie, su disegni in gran parte di mano dello stesso Hermann; per numerose specie, si tratta della prima immagine a stampa. Nonostante sia un lavoro diseguale (a causa della morte dell’autore, le piante sono trattate in modo variamente esteso e in alcuni casi l'illustrazione è priva di note d'accompagnamento) è di estremo interesse per la storia dell’introduzione delle piante orticole; tra di esse, come ho raccontato in questo post, le prime due orchidee tropicali coltivate in Europa. Ma è anche un documento in presa diretta della civiltà olandese del giardino nel secolo d’oro. Tra i giardini citati, oltre agli orti botanici di Leida e Amsterdam e a quelli principeschi di William e Mary (divenuti sovrani d’Inghilterra nel 1689, in seguito alla gloriosa rivoluzione), quelli di importanti uomini politici: il suo protettore Hieronymus van Beverningh, il segretario degli stati d’Olanda Simon van Beaumont, il pensionario di Haarlem Gaspar Fagel, il ciambellano Willem Bentinck (poi primo duca di Portland). Per questi uomini di potere, i giardini e il collezionismo di piante esotiche e rare avevano un preciso significato ideologico: come leggiamo in Den Nederlandtsen Hovenier , il popolare manuale di giardinaggio scritto da Jan van der Groen (circa 1635-1672), capo giardiniere dello statolder, la caduta di Adamo aveva reso imperfetta la natura, ma l’arte, la domesticazione e l’ordine potevano restituire la perfezione perduta e i giardini erano la prova materiale della riuscita dell’impresa. Il titolo del libro di Hermann, Paradisus batavus «paradiso olandese», si rifà esplicitamente a questa ideologia. Nel 1717, le note di campo scritte da Hermann a Ceylon furono pubblicate, sempre da Sherard, sotto il titolo Musaeum Zeylanicum. Ma per la storia della botanica sono molti più importanti gli erbari. Hermann aveva raccolto centinaia di esemplari sia per sé, sia per i suoi sponsor; al rientro da Ceylon, consegnò almeno un libro d’erbario a Beverningh e un altro a Jan Commelin, direttore dell'orto botanico di Amsterdan. Dopo la sua morte, la vedova, probabilmente per finanziare la stampa di Paradisus batavus, vendette il resto all’asta. Per cinquant’anni, se ne perse ogni traccia, finché nel 1744 giunsero nelle mani del farmacista reale danese August Günther cinque volumi, quattro d’erbario e uno di disegni. Günther li prestò a Linneo, che se ne servì sia per la sua unica pubblicazione sulla flora asiatica, Flora Zeylanica, sia per le piante singalesi di Species plantarum. Dopo diversi altri passaggi, il prezioso erbario fu acquistato da Joseph Banks e fa oggi parte delle collezioni del Natural History Museum di Londra. Il volume appartenuto a Commelin fu invece studiato dal botanico olandese Johannes Burman per il suo Thesaurus Zeylanicus. Deliziose (e misconoscite) Hermanniae Hermann era stimatissimo dai botanici della generazione immediatamente successiva: Boerhaave lo definì «incomparabile per la conoscenza delle piante», Johannes Burman lo chiamò «sommo lume dell’Università di Leida». Quanto a Linneo, che premise a Flora Zeylanica una biografia di Hermann così elogiativa da sconfinare nella agiografia, lo salutò «principe dei botanici», un titolo che di solito riservava a se stesso, e scrisse: «Non c’era al mondo un botanico pari a Hermann per i meriti e le scoperte» . Grande stima ne aveva anche Tournefort che gli dedicò il genere Hermannia , sulla base dell’unica specie allora nota (nome attuale Hermannia hyssopifolia), una delle acquisizioni sudafricane di Hermann; il genere fu poi fatto proprio da Linneo . Hermannia L. della famiglia Malvaceae è un grande genere soprattutto sudafricano, dunque perfetto per celebrare il primo esploratore della flora del Capo. A parte una specie australiana e pochissime specie distribuite tra Messico e zone adiacenti degli Stati Uniti, buona parte delle circa 160 specie sono africane, 81 delle quali endemiche del Sud Africa, soprattutto delle province del Capo occidentale e settentrionale. Il genere è molto vario, e si è adattato a un’altrettanto grande varietà di ambienti. Sono piante erbacee o piccoli arbusti, spesso striscianti. Le specie che vivono nel veld tendono a lignificare alla base e a formare un fusto legnoso sotterraneo, in grado di superare i periodi di siccità o anche gli incendi. Anche se sono poco utilizzate nei giardini, molte specie sono assai decorative grazie alle masse di fiori penduli a campana, spesso in delicati colori pastello. Ne troverete una piccola selezione nella scheda. Come Brunfels, anche Hieronymus Bock, il secondo "padre della botanica tedesca", fu un fervente sostenitore della Riforma, divenendo anche predicatore e pastore. Ma la sua vera vocazione erano le piante: dal tempo di Teofrasto, è stato il primo a studiarle dal vivo, a provare a classificarle, a descrivere non ciò che ne dicevano i libri ma ciò che vedeva con i suoi occhi. Con i suoi estesi viaggi nella Germania meridionale, nelle Ardenne e in Svizzera, raccolse molte piante native mai descritte in precedenza; il suo New Kreütter Büch, scritto su sollecitazione di Brunfels, è il più innovativo degli erbari tedeschi del primo Cinquecento, grazie alle eccellenti descrizioni e all'abbozzo di una classificazione naturale. Pubblicato per la prima volta nel 1539 senza figure, fu ripubblicato nel 1546 con le illustrazioni del valente pittore David Kandel. Nel 1552 seguì la prima edizione latina con la prefazione di Gessner. E mentre la sua fama cresceva, Bock assumeva nuovi nomi: dapprima, modestamente, si firmò Hieronymus Herbarius, poi con il suo nome, infine con lo pseudonimo classicheggiante Hieronimus Tragus. Nello stemma della sua famiglia c'era un'ortica; chissà se fu questa la ragione che spinse Plumier a dedicargli l'urticante genere Tragia? Una vocazione botanica Nel 1533 Hieronymus Bock, che all'epoca viveva a Hornbach in Palatinato, ricevette una visita inaspettata. Si trattava di Otto Brunfels che, avendo sentito parlare dei suoi viaggi e dei suoi studi sulle piante, si era sobbarcato il viaggio da Strasburgo per vedere il suo giardino e le sue collezioni. Egli capì subito che quel patrimonio di conoscenze andava messo a disposizione di tutti e sollecitò Bock a scrivere un erbario in lingua tedesca. Secondo quanto racconta lo stesso Bock nella prefazione all'edizione latina del suo libro, è questa l'origine di New Kreütter Büch. Forse senza l'incoraggiamento del più celebre collega, che pubblicò anche un suo saggio in appendice al secondo volume di Herbarum vivae eicones, le due ricerche sarebbero rimaste una passione da praticare nel tempo libero e non si sarebbero trasformate in una delle opere più importanti della botanica rinascimentale. Sappiamo molto poco della giovinezza e delle formazione di Bock; nato in Palatinato intorno al 1498, fu educato in un monastero, dove i genitori avrebbero voluto prendesse i voti, ma egli riuscì a convincerli di non avere alcuna vocazione. Nel 1519 risulta immatricolato all'Università di Heidelberg, ma con ogni probabilità non completò gli studi; è possibile che abbia assistito alla cosiddetta "Disputa di Heidelberg", durante la quale Lutero espose le sue tesi teologiche, e che in questa occasione abbia aderito alla Riforma. Sicuramente nel 1522 iniziò a lavorare come rettore della scuola di Zweibrücken, la residenza del conte palatino Luigi II di cui divenne consigliere e medico personale (benché non avesse mai conseguito la laurea). Il conte gli affidò anche la direzione del suo giardino; fu probabilmente in questo modo che Bock incominciò ad interessarsi di piante. Durante i nove anni trascorsi a Zweibrücken, prese a studiarle in natura facendosi una fama come "herbarius", esperto di erbe. Nel 1532 Luigi II morì, lasciando un erede bambino; il potere passò a Federico II che all'epoca era vicino al cattolicesimo o, per lo meno, non desiderava inimicarsi l'imperatore Carlo V; alla sua corte non c'era posto per un fervente luterano come Bock. Intanto il protestantesimo aveva trovato terreno fertile nel monastero benedettino di Hornbach; l'abate Johann Kindhäuser, vicino ai riformati, offrì a Bock un beneficio come canonico di St Fabian, praticamente una sinecura per trattenerlo in Palatinato. Come predicatore laico e maestro, gli fu concesso di abitare con la sua numerosa famiglia (aveva dieci figli) nella Kooperatorhäusl, la residenza dei collaboratori esterni. Fu poco dopo essersi trasferito qui che Bock ricevette la visita di Brunfels da cui abbiamo preso le mosse. Nel 1536 Hornbach passò ufficialmente alla Riforma; i monaci lasciarono l'abbazia e Bock divenne il parroco luterano della chiesa cittadina, incarico confermato nel 1539 dal primo sinodo ufficiale della Chiesa regionale del Palatinato. Gli anni trascorsi in questa cittadina, posta al confine tra il Palatinato, l'Alsazia e la Svizzera, furono molto produttivi per Hieronymus herbarius (così amava firmarsi all'epoca) che ne approfittò per esplorare la flora della Germania meridionale, delle Ardenne e delle Alpi svizzere; erano viaggi faticosi e difficili, come racconta egli stesso nella prefazione del suo libro, durante i quali, per non dare nell'occhio, si muoveva travestito da contadino; portava con sé un libretto su cui annotare le sue osservazioni e un cesto per riporre le piante da trapiantare nel suo giardino per studiarle con più agio. Fu dunque sulla base di un intenso lavoro sul campo che poté completare il New Kreütter Büch, pubblicato a Strasburgo nel 1539. Nel 1548, con l'Interim di Augusta, si aprì una fase di incertezza particolarmente acuta nel Palatinato, con il ritorno al cattolicesimo di diversi monasteri; tra questi l'abbazia di Hornbach, dove l'amico di Bock Kindhäuser dovette lasciare il posto al cattolico Johann Bonn von Wachenheim, che obbligò i canonici luterani a sottomettersi o a rinunciare al beneficio. Bock lasciò Hornbach e trovò un nuovo protettore in Filippo II di Saarbrücken che lo volle come medico personale; da Saarbrücken Bock inviò ai suoi ex-parrocchiani una lettera dai toni appassionati che è il suo unico scritto religioso rimastoci. Tuttavia già nel 1552, in seguito al trattato di Passau, poté ritornare a Hornbach come pastore e predicatore luterano. Qui morì poco più di un anno dopo, nel febbraio 1554. Una sintesi della sua vita nella sezione biografie. Un libro di erbe rivoluzionario Tre circostanze contribuirono a fare del New Kreütter Büch un libro assai diverso, e anche molto più innovativo, rispetto sia a Herbarum novae eicones di Brunfels sia a De historia stirpium di Fuchs. In primo luogo, rispetto ai due colleghi, Bock era molto meno colto: abbiamo visto che si era iscritto all'università, ma non aveva completato gli studi. La sua formazione era quella ricevuta in convento e anche la sua sapienza medica era dovuta più alla pratica che allo studio libresco; dunque, rispetto agli altri due "padri" sentiva molto meno l'autorità (e l'influsso) dei classici; probabilmente, anche la sua padronanza del latino era modesta. Così scelse di scrivere in tedesco, anzi in dialetto alto tedesco (il suo libro è considerato anche un importante documento linguistico): il suo pubblico ideale non erano i dotti, ma le persone comuni. E' una scelta perfettamente coerente con l'adesione alla Riforma: sono gli stessi anni in cui Lutero traduce la Bibbia in tedesco e vengono aperte scuole popolari (una delle prime è quella di Brunfels a Strasburgo) per diffondere l'alfabetizzazione e permettere a tutti di accedere direttamente ai testi sacri. In secondo luogo, il suo interesse per le piante non si limitava alle specie officinali: amava e voleva conoscere il maggior numero possibile di piante. Mentre Brunfels studiava la flora tedesca convinto di ritrovare in essa le piante degli antichi, e pubblicò molto malvolentieri le indegne plantae nudae introdotte dal suo illustratore, Bock era consapevole che si trattava di una flora diversa, e voleva esplorarla e farla conoscere ai suoi conterranei, convinto che il buon Dio facesse crescere in ogni paese quanto era necessario per la sopravvivenza e la salute, senza bisogno di importare costose droghe straniere. In terzo luogo, Bock era una persona di mezzi limitati, talvolta precari, con molti figli a carico, e quando scrisse il Kreütter Büch non poteva contare né su un protettore né su un editore disposto ad assumersi il rischio: una costosa edizione illustrata non era neppure pensabile. Dunque le sue descrizioni dovevano essere così precise da bastare al riconoscimento senza l'ausilio delle figure; d'altra parte, questa scelta corrispondeva a un convincimento profondo: "Chi ha un giardino e un giardiniere, non ha bisogno di illustrazioni". Come avevano fatto gli antichi, nel suo nuovo erbario Bock evita di descrivere le piante più comuni, quelle più coltivate nei giardini e nei campi: sono note a tutti e per farle riconoscere basta il nome. Dedica invece la massima cura a ritrarre con le parole quelle selvatiche o di più recente introduzione. Per la prima volta nella storia, queste descrizioni sono frutto di un'attenta osservazione dal vivo, che spesso segue la vita della pianta in tutte le sue fasi; ecco come viene descritto il verbasco (una new entry assoluta nella letteratura botanica): "Una cosa veramente notevole di questa pianta è la sua radice lunga, spessa e corta, di durezza legnosa. Le sue foglie, specialmente le prime, spuntano vicino al suolo, sono piuttosto larghe e lunghe, di aspetto biancastro e lanoso, più o meno come quelle dell'helenium [Inula helenium]. Soltanto il secondo anno spunta lo stelo, pieno di un midollo bianco all'interno, come quello del sambuco, e talvolta raggiunge l'altezza di un uomo, rivestito di foglie che gradualmente diventano più piccole e più strette man mano che si avvicinano alla cima. I fiori, gialli, lanosi, e dolcemente profumati, hanno cinque foglie [si tratta dei petali] e coprono completamente lo stelo da dove nasce alla cima; quando cadono ciascuno di essi è seguito da un globo lanoso pieno di semi non dissimili da quelli del papavero". Come si vede, la descrizione è mirabilmente precisa, ma prolissa, in mancanza di una terminologia tutta da inventare, e deve continuamente ricorrere a paragoni con piante più note (o, almeno, già descritte). Dall'osservazione diretta delle piante discende anche la scelta di respingere l'ordine alfabetico, artificiale e fonte di confusione, per cercare di disporre le piante in un ordine "naturale": "Nel descrivere le piante, ho cercato il più possibile di tenerle insieme nel modo in cui la natura sembra collegarle per la somiglianza di forma". E' il primo emergere del concetto di classificazione; Bock segue la tradizionale tripartizione delle piante in alberi, arbusti ed erbe, ma all'interno di ciascuna categoria cerca di raggruppare le piante in base alla somiglianza di forma; è il primo a individuare le labiate, le crucifere e le composite. Nella prima edizione del New Kreütter Büch egli descrive 478 specie, quasi tutte native della Germania o introdotte da lungo tempo; nella prefazione vanta di averle viste o sperimentate tutte di persona. La prima in assoluto è l'ortica: una pianta umile, a cui Bock è legato perché compare nello stemma della sua famiglia; ma è anche una pianta pura, aggiunge spiritosamente: dopo aver provveduto alle necessità naturali, nessuno sporca le sue foglie. Seguono le labiate (la somiglianza è data dal fusto squadrato e dalla disposizione delle foglie; del resto, nella tassonomia popolare Lamium album è accostato all'ortica con nomi come ortica bianca o falsa ortica), quindi le altre piante erbacee; poi gli arbusti; infine gli alberi. Il successo del libro fu buono, ma limitato dalla mancanza di illustrazioni; solo nel 1546 uscì una seconda edizione accresciuta e illustrata con 568 incisioni del valente pittore David Kandel. Nel 1551 fu seguita dall'edizione latina (la traduzione è di David Kyber) sotto il titolo De stirpium […] commentariorum libri tres, con la prefazione di Conrad Gessner; contiene 806 piante, ancora in gran parte native della Germania; il capitolo sulla vite è famoso perché contiene la prima menzione del Riesling. Abbiamo già visto che Bock aveva pubblicato i suoi primi contributi sotto lo pseudonimo Hieronymus herbarius; per il Kreütter Büch usa il suo vero nome, per De stirpium lo nobilita nel classicheggiante Hieronymus Tragus, dal gr. tragos, "caprone", l'equivalente del tedesco Bock. Per concludere, lascio la parola a Frank J. Anderson che di Bock ha scritto: "Era un dilettante, largamente un autodidatta; eppure le sue acquisizione hanno avvicinato lo studio delle piante alla scienza più di quanto avesse fatto chiunque altro dai tempi di Teofrasto". Euphorbiaceae... urticanti A celebrare il più grande, ma anche il più modesto e defilato dei tre padri della botanica tedesca non ci sono generi lussureggianti come Fuchsia o Brunfelsia; chissà perché padre Plumier ha voluto onorarlo con un genere di piante che non si distinguono per la bellezza, ma piuttosto per essere armate di dolorosissimi peli urticanti. Sarà un'allusione indiretta alla scelta controcorrente di Bock di far iniziare il suo erbario con l'umile ma pura ortica, emblema della sua famiglia ma forse anche simbolo della sua personalità di uomo schivo e alieno dai compromessi? Il genere Tragia, della famiglia Euphorbiaceae, creato appunto da Plumier e validato da Linneo, è distribuito nella fascia tropicale e temperata delle due Americhe, in Asia, nella penisola arabica, in India e nell'Australia settentrionale, soprattutto in ambienti aridi o ai margini delle foreste asciutte. Comprende circa 150 specie, di aspetto piuttosto variabile; sono suffrutici o erbe erette, ma soprattutto liane volubili, con fusti, foglie e frutti coperti di peli urticanti. I fiori, raccolti in racemi o tirsi, hanno sepali giallo-verdastri e sono privi di corolla; quelli femminili sono seguiti da capsule pelose con tre loculi. Insomma, piante da trattare decisamente... con i guanti, visto che il contatto con il loro peli è considerato particolarmente doloroso. Negli Stati Uniti, dove è presente almeno una decina di specie, chiamano le Tragia noseburn, "brucia naso", perché, piccole e insignificanti, passano inosservate ed è facile pungersi senza neppure vederle. In compenso, diverse specie hanno proprietà medicinali; tra di esse la più notevole è T. involucrata, un'erbacea eretta con foglie ovoidali, nota come "ortica indiana", usata nella medicina ayurvedica come febbrifugo e antimicrobico. Nel 1919 Pax e Hoffmann separarono da Tragia alcune specie africane, creando il genere Tragiella; oggi comprende quattro specie distribuite tra l'Africa tropicale e meridionale. Anch'esse hanno stelo munito di peli urticanti, ma si distinguono per la presenza di brattee cospicue, per varie particolarità dei fiori e per i frutti trilobati con pericarpo legnoso. Per qualche notizia in più su Tragia e Tragiella si rimanda alle rispettive schede. Nel 1768 il naturalista svizzero Albrecht von Haller creò il genere Tragus (Poaceae), senza spiegarne l'etimologia. Alcuni pensano che si tratti di un altro omaggio al nostro Bock / Tragus, ma è molto più probabile che Haller intendesse alludere alle foglie appuntite e bordate di peli, che possono ricordare le orecchie di una capra. La forma Tragus è davvero insolita per un nome celebrativo e capre e caproni sono di casa nei nomi botanici: basti pensare a Salsola tragus, per l'odore pungente come quello di un caprone, o ancoraTragacantha, per una pianta spinosa e puzzolente, oppure Salix caprea, il "salice delle capre". Insieme a Hieronymus Bock e Leonhart Fuchs, Otto Brunfels è uno dei tre "padri della botanica tedesca" (o, secondo alcuni, della botanica tout court). E' vero che, in area tedesca, il suo Herbarum Vivae Eicones è il primo a superare gli erbari figurati di tradizione medievale, messi insieme con il copia-incolla. Ma se il volume segna una tappa nella storia della botanica, non è tanto per i suoi testi (anch'essi ben poco originali) quanto per le incisioni di Hans Weiditz , il primo a ritrarre le piante dal vero e a farle vivere sulla pagina stampata. Il primo vero illustratore botanico della storia avrebbe meritato un genere celebrativo, ma così non è; invece a celebrare Brunfels, per volontà di Plumier e Linneo, c'è il magnifico genere Brunfelsia. Come si confeziona un prodotto editoriale di successo Come ho raccontato in questo post, il mercato editoriale tedesco aveva scoperto precocemente le potenzialità economiche degli erbari figurati, con una vivace produzione di Kräuter Bücher in lingua tedesca, assai apprezzati da un pubblico relativamente vasto di "illetterati", ovvero di persone che non conoscevano il latino. Costruiti con il copia-incolla riprendendo testi e immagini dalla tradizione manoscritta medievale, non brillavano certo per originalità. Il primo a capire che il mercato era pronto per qualcosa di nuovo fu probabilmente l'editore di Strasburgo Johann Schott, tanto più che aveva sotto mano la persona giusta per scrivere il testo; da qualche anno si era infatti trasferito in città il teologo Otto Brunfels che, oltre ad aver aperto una scuola per i ragazzi, era un poligrafo che aveva già pubblicato per lui due libri di biografie, l'una dedicata agli uomini illustri dell'Antico e del Nuovo testamento, l'altra ai medici celebri. Non era un medico (lo sarebbe diventato poco dopo), ma, oltre ad essere un eccellente latinista, si interessava di botanica ed era aggiornato sulle ultime tendenze che arrivavano dall'Italia. Per altro, più che sul testo, l'avveduto Schott puntava sulle immagini; e anche per quelle aveva la persona giusta: il pittore e incisore Hans Weiditz, figlio di un affermato scultore locale e allievo di Albrecht Dürer. Le xilografie del suo nuovo erbario non sarebbero state l'ennesimo rifacimento di miniature medievali, ma, per la prima volta in assoluto, avrebbero ritratto le piante dal vivo, secondo il nuovo stile naturalistico imposto appunto da Dürer. Che nelle intenzioni di Schott le immagini fossero l'elemento più importante si vede fin dal titolo: Herbarum vivae eicones, ad naturae imitationem, summa cum diligentia et artificio effigiatae, ovvero "Immagini vive delle erbe, effigiate con la massima diligenza e virtuosismo, in modo da imitare la natura". Un titolo che equivale a uno spot pubblicitario. Grazie a quelle immagini senza precedenti, Herbarum vivae eicones di Brunsfeld segnò una tappa fondamentale nella storia della botanica, tanto che Julius von Sachs nella sua Geschicte der Botanik scelse la sua data di pubblicazione, il 1530, come anno di inizio della storia della botanica moderna e proclamò l'autore, insieme a Bock e Fuchs, padre della botanica. Un titolo quanto meno esagerato, anche se l’autore ha i suoi meriti e il libro ne ha ancora di più. Da teologo, a botanico e medico Quando arrivò a Strasburgo, Brunfels era sulla trentina, ma aveva già alle spalle una vita travagliata, vissuta nel fuoco della passione per il rinnovamento religioso e morale, ma anche civile e politico annunciato dalla Riforma. Figlio di un bottaio, giovanissimo si laureò in filosofia e teologia, quindi si fece monaco, prima nella certosa della città natale Magonza, poi in quella di Königshofen nei pressi di Strasburgo. Qui poté frequentare gli ambienti umanistici e pubblicare i suoi primi scritti, dedicati a problemi morali e teologici sulla scia di Erasmo da Rotterdam. La Riforma protestante lo vide in prima fila, schierato al fianco di Lutero ma ancora di più di Ulrich von Hutten, il leader della guerra dei cavalieri. Le sue posizioni erano dunque decisamente radicali e lo costrinsero prima ad abbandonare il monastero, poi a diventare una specie di pastore itinerante, in conflitto non solo con la Chiesa cattolica ma anche con Zwingli e lo stesso Lutero. Negli anni caldi della nascita della Riforma, tra il 1519 e il 1524 egli scrisse copiosamente di argomenti morali e teologici, che spesso avevano anche risvolti politici: in particolare, denunciò l'arbitrarietà delle decime, anche se non fino al punto di invitare i contadini a non pagarle; la sconfitta della guerra dei cavalieri e la morte di von Hutten (che difese ancora dopo la sua scomparsa contro le critiche di Erasmo, ai suoi occhi un opportunista che non aveva avuto il coraggio di schierarsi apertamente con la Riforma) lo spinsero a moderare le sue posizioni e soprattutto ad abbandonare la polemica religiosa, per tornare a Strasburgo. Città libera dell'Impero, ma in posizione decentrata, e dominata dalle posizioni conciliatrici di Martin Butero, rispetto alla Germania poteva essere un asilo abbastanza sicuro e quasi un'oasi di tranquillità. Come ho già accennato, negli otto anni in cui visse a Strasburgo, forse anche in connessione con la professione di maestro, scrisse di molti argomenti, anche se Herbarum vivae eicones rimane la sua opera di maggior impegno. Divisa in tre parti, uscite rispettivamente nel 1530, nel 1532 e nel 1536, si concluse solo dopo la morte dell'autore, avvenuta nel 1534. Non sappiamo se Brunfels si fosse già interessato di botanica in precedenza, magari fin dagli anni in cui era monaco certosino; ma, a parte la raccolta di biografie di medici pubblicata da Schott, non aveva mai scritto nulla né di medicina né di piante medicinali. Ma si appassionò tanto all'argomento che, benché avesse ormai superato la quarantina, andò a Basilea a studiare medicina e, dopo essersi laureato nel 1532, si trasferì a Berna come medico della città. Qui morì nel 1534. Una sintesi della sua vita nella sezione biografie. Quando le immagini prevalgono sul testo E' molto probabile che Herbarium vivae eicones come lo leggiamo oggi non corrisponda affatto al progetto che aveva in mente Brunfels quando iniziò a scriverlo. Sulla scorta delle indicazioni degli umanisti italiani, in particolare dei medici dello Studio ferrarese Niccolò Leoniceno e Giovanni Manardo, che invitavano ad abbandonare Plinio per riscoprire Dioscoride nella sua veste originale, e a verificare l'identificazione delle piante dal vivo, l'ex teologo si proponeva di superare i vecchi erbari tedeschi attingendo direttamente alle fonti antiche, prima tra tutte la Materia medica di Dioscoride. Probabilmente intendeva presentare le piante in ordine alfabetico, dando la precedenza o forse l'esclusiva alle specie medicinali citate dagli antichi. Per identificarle correttamente, anche lui, seguendo l'esempio di Leoniceno e Manardo, percorreva le campagne attorno a Strasburgo cercando di identificare le piante mediterranee nominate da Dioscoride nella ben diversa flora del centro Europa, ovviamente incappando in identificazioni forzate o arbitrarie. Se le cose non andarono come avrebbe voluto, la colpa (o il merito) fu di Hans Weiditz. Il pittore doveva essere uno spirito indipendente (e intraprendente) e prese l'iniziativa di ritrarre dal vivo anche piante non previste dall'autore, non solo mai citate da Dioscoride o Plinio, ma spesso pure prive di proprietà officinali. Insomma, vere e proprie erbacce. Brunfels le avrebbe espunte volentieri, o almeno relegate in un'appendice, ma l'editore premeva perché il lavoro procedesse in fretta, e, mano a mano che le matrici erano pronte, venissero stampate le xilografie con i testi relativi. Così l'ordine previsto da Brunfels saltò, e le specie vennero disposte in un ordine casuale, dettato dalle esigenze editoriali. Per Brunfels fu sicuramente uno smacco, tanto che si scusa addirittura con i lettori di aver inserito queste piante nel corpo del testo e le chiama spregiativamente “plantae nudae”, indegne di essere illustrate perché non coperte dal prestigio di una designazione autorevole. Eppure sono proprio le spregevoli piante nude a rendere interessante il libro di Brunfels ai nostri occhi: su 258 specie o varietà illustrate, quelle mai descritte in precedenza sono 47, e sono le uniche per le quali il supposto "padre della botanica" scrive ciò che vede con i suoi occhi o ha saputo dai suoi informatori, e non ciò che riprende diligentemente dalle fonti antiche. Per scoprire i loro nomi e sapere qualcosa dei loro eventuali usi, senza alcuna spocchia intellettuale, egli si rivolse infatti agli erboristi e anche alle «vecchiette espertissime» che «non conoscono le piante grazie ai libri, ma sono stati ammaestrati dall'esperienza». E sicuramente non gli spiacque che l’editore prendesse l’iniziativa di affiancare all'edizione latina una versione tedesca, il Contrafayt Kreüterbuoch (ovvero “Libro d’erbe illustrato”), con l’aggiunta di una cinquantina di illustrazioni originali. Oggi si tende sostanzialmente a ridimensionare il valore storico dell’opera di Brunfels, giudicata un lavoro sostanzialmente compilatorio, mentre non si manca di sottolineare l’altissima qualità delle illustrazioni di Hans Weiditz (1497-1537 circa). Probabilmente si deve a lui la maggior parte delle immagini dei primi due volumi dell’Herbarum Vivae Eicones, anche se fu assistito da altri pittori e da uno o più incisori. Weiditz, come abbiamo già visto, scelse con una certa autonomia le piante da ritrarre; le disegnò e le dipinse da vivo, non in modo idealizzato, ma estremamente realistico tanto che in alcune tavole vediamo fiori appassiti, foglie strappate o mangiate dagli insetti. Da questo punto di vista, le sue immagini sono abbastanza lontane dalle future convenzioni dell’illustrazione botanica che rappresenta le piante non in modo individuale, ma ideale; invece troviamo già le piante decontestualizzate, disposte sul foglio bianco staccate dal loro habitat; in alcuni esemplari sono presentati diversi stati della vita della pianta ritratta, con fiori e frutti insieme. Nel 1930 a Berna, in un volume appartenuto a Felix Platter, furono ritrovati settantasette acquarelli di piante dipinte da Weiditz: si tratta di una parte degli originali da cui furono tratte le xilografie dei volumi di Brunfels. Rispetto a queste ultime, sono ancora più notevoli per virtuosismo e naturalismo; gli incisori non di rado le adattarono alla pagina, spesso disponendole in posizioni innaturali e le riprodussero con un tratto piuttosto sottile, senza chiaroscuro; inoltre le dimensioni delle xilografie sono molto variabili, dalla pagina piena a pochi centimetri, con il testo che si dispone intorno in modo a volte un po' disordinato. Probabilmente, erano previste copie di lusso acquarellate a mano, di cui gli originali di Weiditz costituiscono il modello per i colori. Le illustrazioni di Weidnitz imposero un nuovo standard, tanto che furono immediatamente piratate: nel 1533 l’editore Egenolph ne fece copiare alcune (invertite e ridotte nelle dimensioni) per illustrare il Kreutterbuoch di Eucharius Rösslin; Schott gli fece causa e l’editore rivale fu costretto a desistere (ne ho parlato in questo post). Qualche anno più tardi, esercitarono una notevole influenza sugli artisti che illustrarono De historia stirpium di Fuchs. Fiori profumati, fiori cangianti A far entrare Brunfels nella terminologia botanica con la dedica di uno dei suoi generi americani fu il solito padre Plumier, che con tono lievemente apocalittico sottolinea il ruolo di precursore del botanico-teologo: «Per primo in Germania cercò di strappare la botanica medica, quasi estinta, da profondissime tenebre». E ciò resta vero non solo per il pionieristico Herbarum vivae eicones, ma anche per aver stimolato e incoraggiato altri botanici a seguirlo sulla stessa strada: fu lui a persuadere Hieronymus Bock a pubblicare il suo erbario tedesco, sobbarcandosi un viaggio a piedi da Strasburgo a Hornbach per convincerlo di persona; in appendice a Herbarum vivae eicones, pubblicò i primi scritti dello stesso Bock e di Fuchs; e fu certo l’interesse suscitato dal libro di Brunfels a spingere Euricius Cordus a scrivere e pubblicare il suo Botanologicon. Validato da Linneo nel 1753, il genere Brunfelsia, della famiglia Solanaceae, comprende una cinquantina di specie di piccoli alberi e arbusti, più qualche liana, diffusi esclusivamente nell'America tropicale, dalle Antille all'Argentina. Hanno grandi fiori profumati tubolari, con corolla piatta, lievemente zigomorfa, con cinque grandi lobi, simili a quelli delle petunie (i generi sono piuttosto affini e appartengono alla medesima tribù, quella delle Petunieae). Come molte piante di questa famiglia, contengono sostanze medicinali e alcaloidi, le cui proprietà sono state scoperte e sfruttate dalle culture indigene; tuttavia diverse componenti sono tossiche e possono causare problemi sia all'uomo sia agli animali domestici. Diverse specie di Brunfelsia sono coltivate per il grande valore ornamentale nei paesi a clima mite. Le più note sono B. americana e B. pauciflora. B. americana è un piccolo albero originario delle Antille, dove lo vide e lo descrisse padre Plumier; sempreverde, ha grandi fiori solitari dapprima bianchi poi giallo crema, che si aprono di notte diffondendo un forte profumo che gli ha guadagnato il soprannome di “signora della notte”. Da noi è però più coltivata l’arbustiva B. pauciflora, originaria del Brasile, che al momento della fioritura dà spettacolo con le sue corolle in tre colori. Infatti i suoi fiori hanno la curiosa particolarità di cambiare colore: al momento dell’apertura sono viola purpureo, quindi lavanda, infine, poco prima di appassire, bianchi. Ecco perché gli inglesi la chiamano yesterday-today-tomorrow, “ieri, oggi, domani”. Nessuna delle due specie è rustica. Garantisce invece una buona resistenza al freddo B. australis, che come dice il nome specifico ha una distribuzione più meridionale (dal Brasile meridionale all’Argentina); è simile a B. pauciflora, ma con portamento più compatto e fiori più piccoli, anch'essi in tre colori. Qualche approfondimento nella scheda. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
May 2026
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