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Agnes Arber (1879–1960) è stata una delle figure più originali e indipendenti della botanica del Novecento. Storica della botanica, morfologa, filosofa delle forme vegetali, autrice di libri che hanno segnato la disciplina, lavorò per tutta la vita fuori dalle strutture accademiche, in un equilibrio raro tra rigore scientifico e libertà intellettuale. La sua opera attraversa campi diversi – dagli erbari rinascimentali alla morfologia comparata, dalla storia della scienza alla filosofia naturale – ma conserva una coerenza profonda: l’idea che per comprendere le piante occorra guardare alle forme, ai processi, alle trasformazioni, e che questo sguardo sia insieme scientifico e umano. A ricordarla un piccolo genere di bambù neotropicali, Arberella. Nascita di una vocazione scientifica Durante la seconda guerra mondiale, la Luftwaffe scatenò una campagna sistematica di bombardamenti contro il Regno Unito. Oltre alle infrastrutture strategiche, furono deliberatamente colpiti luoghi simbolici – il Palazzo reale, la cattedrale di St Paul, il Big Ben – nel tentativo di fiaccare il morale della popolazione. Anche Cambridge, nonostante il suo carattere universitario, finì nel mirino. Già nel giugno del 1940 subì uno dei primi attacchi: vari edifici della Vicar’s Terrace furono distrutti e una decina di persone perse la vita. La vita accademica proseguì così tra vetri oscurati, allarmi e lunghe ore nei rifugi. In questo clima, Agnes Arber decise di rinunciare al piccolo laboratorio che da anni aveva allestito sul retro della propria casa. Procurarsi reagenti e materiali era diventato difficile, ma soprattutto conservare sostanze infiammabili in un’abitazione esposta ai bombardamenti rappresentava un rischio per lei, per la figlia e per il vicinato. Per senso civico, Arber chiuse dunque quel “laboratorio tutto per sé” dove per oltre quindici anni aveva condotto ricerche originali e di grande valore. Da quel momento tornò al suo primo amore scientifico – la storia della botanica – per poi orientarsi verso studi di portata più generale e filosofica. Fu una svolta drastica, perché toccava ciò che per lei era sempre stato essenziale: un luogo di lavoro che facesse da perno alle sue ricerche, anche quando queste prendevano strade nuove. Senza quel centro, la sua attività cambiò direzione; e infatti, da quel momento, non avrebbe più pubblicato studi di morfologia vegetale, il campo che per decenni era stato il suo terreno privilegiato. Era nata a Londra, nel 1879, come Agnes Robertson; suo padre, Henry Robert Robertson, era un artista, e da lui imparò a usare il suo primo strumento d’indagine: la matita. Da bambina esercitò lo sguardo prima ancora della mano: osservare, confrontare, fissare le forme sulla carta. Fu poi una studentessa brillante e, nel suo percorso formativo, ebbe la fortuna di incontrare diverse influenti figure femminili: Frances Buss, fondatrice della North London Collegiate School e pioniera dell’educazione femminile; Edith Aitken, la sua insegnante di scienze, che le fece scoprire la botanica e la incoraggiò a pubblicare le prime ricerche sulla rivista della scuola; e soprattutto Ethel Sargant, studiosa di morfologia vegetale, che teneva spesso conferenze nel club scientifico dell’istituto. Superato brillantemente l’esame di botanica, ottenne una borsa di studio e nel 1897 si iscrisse all’University College di Londra, conseguendo la laurea in scienze nel 1899. Grazie a una borsa di ammissione poté poi entrare al Newnham College di Cambridge, dove completò il corso di Scienze Naturali nel 1902. Poi, per un anno, lavorò nel laboratorio privato di Ethel Sargant, un’esperienza che segnò profondamente il suo modo di fare ricerca. Sargant era una morfologa vegetale di grande reputazione, nota per i suoi studi sull’embriologia e sull’anatomia comparata delle monocotiledoni. Per conciliare la ricerca con i compiti di cura verso la madre e una sorella, scelse di allestire un laboratorio nella casa di famiglia: una soluzione autonoma, tipica delle strategie femminili dell’epoca. Il suo laboratorio, attrezzato con rigore, divenne un luogo di formazione per giovani ricercatrici. Per Agnes Robertson, quell’anno fu decisivo: lì affinò le tecniche microscopiche e trovò un modello concreto di ricerca indipendente, capace di integrare vita e scienza. Nel 1903 pubblicò il suo primo lavoro, dedicato all’anatomia di una Cycadacea. Nello stesso anno tornò allo University College di Londra grazie alla Quain Studentship in Biology, una prestigiosa borsa di ricerca; qui concentrò le sue indagini sulle gimnosperme, pubblicando diversi studi sulla loro morfologia e anatomia. Nel 1905 conseguì il Doctor of Science, uno dei più alti titoli accademici britannici. Durante gli anni di studio a Cambridge aveva conosciuto Edward Arber, paleobotanico e dimostratore del Woodwardian Museum, che sposò nel 1909. Con il trasferimento definitivo a Cambridge, la sua attività si articolò lungo due filoni distinti: da una parte la storia della botanica, un interesse nato già nel 1894, quando le capitò tra le mani A niewe herball di Henry Lyte; dall’altra la ricerca sperimentale, avviata anni prima nel laboratorio di Ethel Sargant e ora proseguita grazie all’accesso al Balfour Biological Laboratory for Women. Quest’ultimo, aperto dal Newnham College nel 1884, offriva alle studentesse un’opportunità fino ad allora negata: seguire le lezioni accanto agli uomini era possibile, ma i laboratori restavano loro preclusi. Agnes Arber aveva iniziato la sua ricerca sugli erbari a stampa del Rinascimento e della prima età moderna già a Londra, dove aveva studiato le collezioni del British Museum; le biblioteche universitarie di Cambridge le offrirono ulteriori materiali, integrati anche da un viaggio in Olanda, per esaminare testi rari a Leida e Haarlem. Il risultato fu il suo primo libro, Herbals, their origin and evolution, a chapter in the history of botany, 1470–1670, pubblicato nel 1912. In questo lavoro pionieristico, la storia della botanica – il suo sviluppo come disciplina autonoma, l’identificazione delle piante, i modelli descrittivi, l’origine della sistematica – si intreccia con la storia dell’arte. Non a caso, Arber lo dedicò al padre. Una seconda edizione aggiornata sarebbe uscita nel 1936, e una terza nel 1986, molti anni dopo la sua morte. Dalle ricerche di laboratorio alla filosofia della natura Contemporaneamente, nel Balfour Laboratory Arber continuavale ricerche sull'anatomia e sulla morfologia delle monocotiledoni, iniziate sotto l'egida di Sargant. La ricchezza di ambienti acquatici nell'area di Cambridge e le peculiarità di questo gruppo di piante, che più di ogni altra sono modellate dall'ambiente, la spinsero poi a concentrare la sua indagine sulle piante acquatiche. Nacque così il suo secondo libro, Water Plants: A Study of Aquatic Angiosperms, pubblicato nel 1920. Ma nel frattempo la sua vita personale era mutata drammaticamente: il marito, già da tempo afflitto da una salute fragile, morì nel 1918, lasciandola con una bimba di appena cinque anni, Muriel Agnes Arber. Arber, la cui unica posizione ufficiale era quella di dimostratrice del laboratorio, dovette così conciliare la ricerca, portata avanti in modo indipendente e non finanziata da nessuna istituzione, con la vita domestica, in condizioni finanziarie difficili. Anni dopo la figlia avrebbe così descritto questo “equilibrismo” della madre: “Lei strappava il tempo per scrivere facendo il minimo delle faccende domestiche, non il contrario.” Ma torniamo a Water Plants, un’opera ancora più innovativa e pionieristica della precedente. Era infatti la prima volta che uno studio approfondito veniva dedicato a questo gruppo di piante. Arber, dopo aver esaminato nella prima parte i cicli biologici (life‑history) di otto gruppi specifici, nella seconda analizza le caratteristiche generali degli organi vegetativi e riproduttivi, nella terza le condizioni fenologiche della vita nell’acqua, nella quarta la filogenesi e l’evoluzione delle piante acquatiche. Il libro è di straordinaria importanza sia per le conclusioni sia per il metodo di ricerca, chiaramente esposto; gran parte dei disegni sono dell’autrice, ottima disegnatrice fin dall’infanzia. Nel 1921, in occasione della riunione annuale della British Association for the Advancement of Science (BAAS), tenutasi a Edimburgo, fu proposta la sua candidatura alla presidenza della sezione di botanica. L’establishment botanico insorse, obiettando che già l’anno prima, a Cardiff, era stata scelta una donna legata a Cambridge (Edith Saunders). Unendo avversione a Cambridge e maschilismo, Frederick Orpen Bowden giunse a dire: “Edimburgo ha il diritto di aspettarsi più di questo. Chiedere a Balfour di stare sotto la presidenza della signora Arber è ridicolo!” Non tutti, per fortuna, la pensavano così: Albert Seward ritirò la propria candidatura e diede le dimissioni da segretario della BAAS. Tuttavia, quando anni dopo la candidatura di Arber venne riproposta, lei rifiutò. Nel 1918, oltre a Edward Arber, era venuta a mancare anche Ethel Sargant, che stava scrivendo un volume sulle monocotiledoni, commissionato dalla Cambridge University Press. Già malata, prima di morire chiese essa stessa ad Agnes Arber di completare il lavoro. Nacque così The Monocotyledons (1925), il suo terzo libro. In continuità con Water Plants, Arber approfondisce l’analisi dell’anatomia interna ed esterna delle monocotiledoni, ma ora la sua riflessione metodologica si fa più esplicita, con l’introduzione della distinzione tra morfologia “pura” e “applicata”, che le permette di giungere a conclusioni originali sull’origine e l’evoluzione di questo gruppo di piante. Nel 1927 il Balfour Laboratory venne chiuso. Fin dal 1914, alle donne era stato aperto l’accesso ai laboratori “maschili” e l’utilità di quella istituzione, così importante per garantire alle donne uno spazio di ricerca e, sia pur limitate, carriere accademiche come dimostratrici, era via via venuta meno, finché l’università decise di vendere l’edificio. Il capo del dipartimento di botanica, Albert Seward, che pure l’aveva sostenuta al congresso di Edimburgo, dichiarò che non c’era posto per lei nella Scuola di botanica. Dove continuare le ricerche? Secondo l’esempio di Ethel Sargant, Arber allestì un laboratorio privato a casa sua, al numero 52 di Huntingdon Road, approfittando dell’opportunità di rilevare le attrezzature che per diciassette anni aveva utilizzato al Balfour Laboratory. Sarebbe stato il suo nuovo luogo di lavoro finché la guerra, come ho anticipato all’inizio, la spinse a chiuderlo. Le sue ricerche ora si appuntavano su un gruppo specifico di monocotiledoni: le graminacee, la famiglia delle erbe e dei cereali, così importanti nell’alimentazione e nella civiltà umana. Così, nel quarto libro The Gramineae, pubblicato nel 1934 e preceduto da dieci articoli apparsi su "The Annals of Botany", la descrizione dei cicli di vita, dell’embriologia e dei processi vegetativi e riproduttivi di erbe, cereali e bambù, condotta secondo i metodi dell’anatomia comparata, si intreccia con la storia di queste piante in relazione agli esseri umani, considerando “l’aspetto più strettamente botanico come uno sviluppo di quello umano”: non dimentichiamo infatti che i cereali, come li conosciamo, sono fondamentalmente cultigeni, ovvero piante modellate dalla selezione e dalla coltivazione umana. Le Poaceae sono caratterizzate da alcune tra le strutture florali più specifiche e raffinate dell’intero mondo vegetale. Fu questo il punto di partenza delle ricerche di Arber dagli anni ’30 al 1942, dedicate all’indagine delle diverse forme assunte dai fiori. Sull’argomento pubblicò una decina di articoli, compresa un’importante rassegna delle idee sulla morfologia fiorale, che possiamo considerare un ponte con l’ultima fase della sua ricerca. Dopo il 1942, infatti, con la chiusura del laboratorio, Arber da una parte tornò alla storia della botanica, che già l’aveva affascinata da giovane, dall’altra si concentrò su argomenti di portata più generale e di taglio più filosofico. Sul primo versante troviamo uno studio comparativo sui due padri dell’embriologia e dell’anatomia vegetale, Grew e Malpighi (1942), e i profili di due figure dominanti della botanica britannica, John Ray (1943) e Joseph Banks (1944). Fu invece l’incontro con Goethe a ispirare la fase per così dire “filosofica”. Nel 1946 pubblicò Goethe’s Botany, una traduzione e un’interpretazione di Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären di Goethe e di Die Natur di Georg Christoph Tobler; nel 1950 fu la volta di The Natural Philosophy of Plant Form, in cui, in forma discorsiva, da una parte indaga l’intera storia degli studi sulla morfologia vegetale, da Aristotele in poi, dall’altra espone la sua teoria del partial‑shoot: “la foglia è un partial‑shoot, un fusto parziale, che rivela una spinta intrinseca a diventare un fusto completo, ma non raggiunge mai questo obiettivo, poiché la simmetria radiale e la capacità di crescita apicale risultano inibite.” La connessione tra scienza e filosofia nel 1956 si tradurrà in The Mind and the Eye: A Biologist’s Standpoint, in cui Arber esamina il modo in cui gli scienziati interpretano ciò che vedono. Questo studio, in cui si affiancano psicologia, storia della scienza e filosofia della percezione, nel sottolineare la componente soggettiva e storica del processo scientifico, è di particolare significato se pensiamo che precede di molti anni l’epocale La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn. Il suo ultimo libro, The Manifold and the One (1957), nel quale la filosofia occidentale si integra con le tradizioni religiose e filosofiche orientali, segna un approccio decisamente mistico, alla ricerca dell’unità dietro il molteplice. Ricercatrice indipendente per tutta la vita, Arber – morì ottantunenne nel 1960 – non ebbe mai una cattedra universitaria, anche se non mancarono alcuni riconoscimenti formali. Nel 1946 fu ammessa alla Royal Society, la terza donna di sempre e la prima botanica. Nel 1948 fu premiata dalla Linnean Society con la medaglia d’oro. Nel 2024, sulla facciata della casa dove aveva vissuto e lavorato per decenni, è stata posta una targa e lo stesso anno l’Università di Cambridge ha istituito in suo onore un premio per le tesi in biologia comparata. Piccoli bambù neotropicali A differenza di molti botanici del suo tempo, Agnes Arber non ha legato il proprio nome a nuove specie: non era una tassonomista, e il suo lavoro si concentrò sulle strutture, sui processi, sui modelli formali più che sulla descrizione di entità nuove. Non sorprende quindi che non esistano specie che portano l'eponimo arberae o arberiae C’è però un’eccezione significativa: Arberella, un piccolo genere di Poaceae istituito nel 1979 da Thomas R. Soderstrom e Cleofé E. Calderón. La dedica è laconica, ma precisa: Arber è ricordata come “eminente morfologa vegetale”, i cui studi sulle graminacee – comprese le bambuseae – le hanno assicurato “un posto speciale nell’agrostologia”. È un omaggio postumo, dunque storico, che riconosce il suo ruolo nella genealogia degli studi sulle Poaceae. Ed è probabilmente il tipo di riconoscimento che Arber, storica della botanica oltre che morfologa, avrebbe apprezzato di più. Istituito nel 1979 - l'anno il cui cadeva il centenario della nascita di Agnes Arber - per accogliere Arberella dressleri, un piccolo bambù erbaceo endemico di Panama, il genere comprende oggi sette specie distribuite dal Costa Rica al Sud America tropicale. Sono graminacee minute, perenni e cespitose, con culmi sottili e solidi alti poco più di trenta centimetri, privi di ramificazioni e di foglie basali. Le foglie, inserite lungo il culmo, hanno lamine piatte e allungate, da lineari‑lanceolate a ovato‑lanceolate. L’aspetto più interessante, e quello che più avrebbe colpito Agnes Arber, è l’organizzazione dei fiori: sono infatti piante monoiche, ma con spighette monosessuali e nettamente diverse tra loro, le femminili all’apice dei rami dell’infiorescenza, le maschili più in basso. Una separazione spaziale e morfologica che rende l’infiorescenza particolarmente complessa, quasi un piccolo laboratorio naturale di forme e simmetrie. Il frutto è una cariosside subglobosa. Ad eccezione di A. flaccida, la cui distribuzione si estende dalla Colombia alle Guyane e al Brasile settentrionale, le specie del genere sono endemismi ristretti, spesso confinati a porzioni minime di territorio. È il caso di A. venezuelae, presente esclusivamente nelle foreste pluviali di bassa quota del bacino dell’Alto Orinoco, nello stato di Amazonas in Venezuela
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Chi è stata Mildred Mathias? La ragazza che voleva studiare matematica, ma diventò botanica perché la matematica, nell’America degli anni Venti, non era una faccenda da donne. La rigorosa tassonomista che rivoluzionò la classificazione della famiglia delle carote, introducendo più di cento specie. La docente universitaria e la botanica che reinventò un orto botanico. La divulgatrice e affabulatrice che in televisione spiegava cosa e come coltivare in giardino. L’ambientalista che si batteva per creare riserve naturali viste anche come risorse per la scienza e la ricerca. La settantenne e ottantenne che inventò il concetto di ecoturismo e guidò migliaia di appassionati alla scoperta dei tropici. È stata tutto questo, insieme, e senza contraddizioni. Una vita per la botanica, l'ambiente, la divulgazione In un’immensa città come Los Angeles, dove i giardini non mancano ma sono spesso privati, legati a fondazioni specifiche o a pagamento, esiste un solo orto botanico pubblico e gratuito. Non è grande, sette acri appena, ma è un mondo. È l’orto botanico dell’Università della California (UCLA), un mosaico di collezioni botaniche, aree sperimentali e sentieri ombrosi. E porta il nome della botanica che lo ha diretto per quasi vent’anni, lasciando un’impronta indelebile: Mildred E. Mathias. Molte delle collezioni che oggi rendono il Mildred E. Mathias Botanical Garden un piccolo universo — la boscaglia tropicale, le cicadacee, le palme, le piante native, mediterranee, dei deserti e delle Hawaii — sono state ampliate dopo la sua direzione. Ma la loro logica, la loro disposizione, la loro stessa presenza portano ancora la sua firma, quella di una scienziata che negli anni ’50 e ’60 ripensò questo giardino come un laboratorio vivente, aperto alla città e al mondo. Mildred Esther Mathias (1906–1995) nacque nel Missouri; il padre era insegnante, e la sua infanzia e adolescenza furono segnate da continui spostamenti. Era una studentessa brillante e, anche se amava da sempre la natura e il giardinaggio, quando si iscrisse alla Washington University di St. Louis la sua prima scelta fu la matematica. Dopo il primo anno, non poté tuttavia proseguire, perché i corsi superiori erano aperti solo agli uomini. Così si rivolse alla botanica, che ben presto la conquistò. A soli ventidue anni completò il dottorato con una monografia sulle specie di Cymopterus e affini, della famiglia delle Apiaceae: un lavoro rigoroso che segnò l’inizio del suo lungo rapporto con questa famiglia botanica complessa e allora poco studiata. Condusse le ricerche in parte all’Orto botanico del Missouri, in parte visitando le popolazioni di Umbelliferae e i luoghi dei tipi a bordo della sua Ford T, che all’occorrenza sapeva riparare da sé. Nel 1930 si sposò con il fisico Gerald L. Hassler e, per alcuni anni, mentre nascevano quattro figli, continuò le sue ricerche come ricercatrice indipendente. Nel 1939 iniziò a collaborare con Lincoln Constance dell’Università della California a Berkeley: insieme, dal 1940 al 1981, avrebbero pubblicato sessanta lavori sulle Umbelliferae del Nuovo Mondo, dando una nuova sistemazione alla famiglia, con oltre cento nuove specie e alcuni nuovi generi. Nel 1944 gli Hassler si trasferirono in California e, nell’autunno del 1947, Mathias fu assunta all’UCLA come botanica dell’erbario. Nel 1951 divenne lecturer, con il compito di insegnare tassonomia; si interessava però anche di orticoltura, battendosi per l’introduzione in coltivazione di piante tropicali e subtropicali insolite. Nel 1954 fu promossa assistant professor del Dipartimento di botanica e ne divenne vicepresidente. Nel 1956 fu nominata direttrice dell’orto botanico che oggi porta il suo nome, incarico che avrebbe mantenuto fino al 1974. All’epoca le collezioni, pensate soprattutto come strumento didattico, erano limitate. Mathias volle che il giardino fosse aperto al pubblico e diventasse un servizio per l’intera comunità. Grazie all’ottima posizione, esente da gelate, qui era possibile sperimentare l’introduzione di piante subtropicali e tropicali, a beneficio non solo degli studi botanici, ma anche dell’architettura del paesaggio, del giardinaggio e del vivaismo. Per questo privilegiava piante dalle fioriture vistose, come le Bignoniaceae. Gli spazi vennero ridisegnati, con un corso d’acqua e stagni di ricircolo, e un’ampia varietà di collezioni: una boscaglia subtropicale, conifere, palme, felci, Cycadaceae, piante mediterranee, desertiche e native. Con la costruzione del La Kretz Botany Building, un’area assolata venne riservata alla coltivazione di piante destinate agli studi citologici. Alberi tropicali vennero piantati anche attorno al campus universitario. Spesso il giardino ospitava mostre educative pluripremiate, a testimonianza della vocazione divulgativa e del ruolo crescente che Mathias stava assumendo nella vita culturale dell’università e della città. Mathias fu anche molto attiva nella difesa dell’ambiente. Nel 1957 partecipò alla battaglia per trasformare il Rancho Las Tunas di San Gabriel in un parco statale; fu tra i leader della sezione californiana del Nature Conservancy e, negli anni Sessanta, insieme ad altri docenti, si impegnò per creare un sistema di riserve naturali, affinché aree incontaminate fossero acquisite e gestite dall’università per l’insegnamento e la ricerca. Per questo impegno ricevette nel 1962 un premio dal California Conservation Council e, nel 1964, il Nature Conservancy National Award. Accanto all’insegnamento, alla direzione dell’orto botanico e all’impegno ambientale, non mancava la ricerca sul campo. Nel 1958 fece la sua prima spedizione all’estero, visitando la Baja California. Tra il 1959 e il 1964 affiancò Dermot Taylor, presidente del Dipartimento di farmacologia dell’UCLA, nell’esplorazione delle foreste tropicali alla ricerca di nuovi medicinali. Diversi viaggi la portarono nel Perù amazzonico, in Ecuador, in Tanganika e a Zanzibar, dove entrò in contatto con erboristi e uomini di medicina locali. I risultati delle sue ricerche attirarono l’attenzione anche della stampa: nel 1964 il Los Angeles Times la scelse tra le dodici “donne dell’anno”. Del resto era anche un volto noto al grande pubblico: partecipava spesso a meeting e conferenze, pubblicò articoli e libri divulgativi di giardinaggio e, dal 1962 al 1964, tenne una rubrica settimanale alla televisione californiana, The Wonderful World of Ornamentals. Con i viaggi ai tropici, il suo impegno ambientale divenne globale. La sua maggiore preoccupazione era la distruzione delle foreste tropicali, dove specie e specie di piante rischiavano di andare perdute per sempre prima ancora di essere conosciute. Sull’esempio californiano si batté per la creazione dell’Organization for Tropical Studies (OTS), con l’obiettivo di ottenere aree protette da destinare allo studio e alla ricerca. Dell’OTS divenne la voce più conosciuta, soprattutto nei primi anni, quando i fondi erano scarsi, e ne fu presidente dal 1969 al 1970. Tra i maggiori successi, l’incorporazione degli orti botanici della Costa Rica nel sistema dell’OTS e la creazione della stazione biologica di Las Cruces. Dalla seconda metà degli anni Sessanta i suoi impegni ufficiali e le consulenze per numerosi programmi orticoli si fecero frenetici; Mathias descrisse quegli anni come “una serie ininterrotta di riunioni”. Arrivarono però anche premi e riconoscimenti. Nel 1964 fu la prima donna a essere eletta presidente dell’American Society for Plant Taxonomists. Nel 1973 ricevette il Botanical Society of America Merit Award, una sorta di Oscar botanico alla carriera, e nel 1984 fu eletta presidente della Botanical Society of America. Il riconoscimento forse più gradito arrivò nel 1979, quando l’orto botanico che aveva diretto per quasi vent’anni prese ufficialmente il suo nome. Nel 1974, la carriera ufficiale finì con il pensionamento. Ma, come lei stessa disse, non si vedeva nei panni della nonna che se ne sta a casa a preparare torte. Tra il 1977 e il 1981 fu la prima direttrice esecutiva dell’American Botanical Gardens and Arboreta, che sotto la sua guida creò un programma di certificazione orticola capace di fare da ponte tra le università e la formazione pratica. Ma soprattutto, a partire dal 1974, quando l’UCLA Extension le propose di guidare un viaggio naturalistico in Costa Rica, accettò e inventò dal nulla un nuovo concetto — quello di ecoturismo — e una nuova carriera per sé. All’epoca i viaggi turistici in Costa Rica si limitavano a San José e, al massimo, a una puntata a uno dei vulcani; Mildred Mathias, invece, guidò il suo gruppo in una vera e propria spedizione sul campo. Fu il primo dei cinquantatré gruppi — migliaia di appassionati provenienti da tutto il mondo — che avrebbe accompagnato nell’Amazzonia peruviana, in Costa Rica, dove una tappa fissa era la stazione biologica La Selva con le conferenze dei biologi locali, e complessivamente in una trentina di paesi. L’ultimo viaggio, nel 1994, all’età di ottantotto anni, la portò in Cile. Stava già programmando il viaggio del 1995 in Costa Rica e Amazzonia quando, lavorando in giardino, fu colpita dall’ictus che l’avrebbe portata alla morte nel febbraio di quell’anno. Se desiderate saperne di più su questa donna straordinaria, nel sito del Mildred E. Mathias Botanical Garden sono disponibili molti materiali, incluse fotografie scattate da lei all’orto botanico e un filmato‑intervista in cui si racconta. Un'insolita Apiacea messicana Figura eminente della botanica statunitense del Novecento, Mildred E. Mathias ha lasciato un'impronta relativamente discreta nella terminologia botanica. Pur avendo svolto un’intensa attività di ricerca sul campo, il suo contributo più originale non fu la scoperta di nuove specie, bensì il rigore con cui affrontò la tassonomia di una famiglia complessa come le Apiaceae, spesso rideterminando piante già note. Non sorprende che l'eponimia legata al suo nome sia limitata a poche specie: Eryngium mathiasiae, un'Apiacea californiana; la messicana e centroamericana Heliconia mathiasiae; la sudamericana Bronwenia mathiasiae; l'orchidea peruviana × Lycida mathiasiae. Nel 1954, quando la sua straordinaria carriera era ancora agli inizio, Lincoln Constance e C. Leo Hitchcock le dedicarono Mathiasella, scrivendo: "La scoperta di una pianta messicana sorprendentemente unica, non ascrivibile - ne siamo convinti - a un genere precedentemente descritto delle Umbelliferae è un evento importante. Nel collocare questa notevole scoperta in una pubblicazione ufficiale, ci pare appropriato dedicare il genere a un'eccezionale studiosa di questa difficile ma affascinante famiglia". L'unica specie, Mathiasella bupleuroides, fu raccolta nel 1949 da L. R. Stanford sulla Peña Nevada nello stato messicano di Taumalipas. E' una grande erbacea ramificata, con foglie lobate verde-bluastro e ampie ombrelle primaverili di piccoli fiori avvolti da brattee simili a foglie che da verdi virano al rosa e persistono fino all'autunno. Specie dioica, presenta fiori maschili con piccoli petali e fiori femminili privi di corolla, entrambi però circondati da un vistoso collare di brattee. Rustica, resistente alla siccità, capace di prosperare al sole come in mezz’ombra, perfetta anche per i fiori recisi, M. bupleuroides è entrata nei giardini statunitensi e inglesi soprattutto nella cultivar ‘Green Dream’. È una presenza insolita, elegante e un po’ fuori dagli schemi: proprio come le specie che Mildred E. Mathias amava introdurre nei giardini californiani, ampliando con curiosità e gusto sicuro la gamma del coltivabile. Nella botanica statunitense dell’Ottocento, Charles Christopher Parry fu allo stesso tempo uno dei maggiori protagonisti — per la quantità e la qualità delle sue raccolte — e una figura di transizione. Allievo di Torrey, non appartiene più alla stagione dei gentiluomini raccoglitori o dei medici di provincia per i quali la botanica era un hobby; ma non si riconosce neppure nel modello del raccoglitore indipendente alla Fendler, e l’unica volta che tentò quella strada quasi se ne schermì. Né volle diventare pienamente un botanico professionista al servizio dello Stato: fu esploratore federale e, per pochi anni, il primo botanico ufficiale dello Smithsonian, ma ogni volta che sembrava avviarsi verso un ruolo istituzionale si ritraeva. Scelse invece una forma di autonomia personale, sostenuta solo dalla piccola Davenport Academy of Sciences e da una produzione scientifica affidata a saggi, studi mirati e articoli, non a un’opera sistematica. In questo percorso discreto, ma decisivo per la conoscenza della flora nordamericana, una presenza costante fu la moglie Emily. A ricordarlo, almeno un centinaio di specie con l’epiteto parryi e due minuscoli generi dei suoi ambienti preferiti: le montagne e i deserti. Primo tempo: esploratore federale Nell'agosto 1872, c'era un'atmosfera di gioiosa attesa nella modesta cabin, la casetta di legno non lontana dal Mad Creek dove da qualche anno il medico e botanico Charles Christopher Parry (1823-1890) amava trascorrere le estati. Insieme a un giovane amico, l’entomologo Joseph Duncan Putnam, attendeva un ospite davvero speciale: il grande botanico di Harvard Asa Gray. Anni prima, visitando per la prima volta quell’area montana del Colorado, già da lontano Parry era stato colpito da due cime quasi gemelle, che a distanza apparivano di uguale altezza e separate appena da un dolce declivio. Aveva così deciso di dedicarle a coloro che considerava i suoi maestri e i fari della botanica americana: Asa Gray e John Torrey. Ora avrebbe avuto la gioia di guidare Gray in persona a scalare la “sua” cima, il Gray Peak, in una sorta di consacrazione ufficiale. Gray e sua moglie arrivarono, e il 14 agosto Parry e Putnam, accompagnati da un folto gruppo di autorità locali, condussero il dottor Gray e sua moglie fino alla cima. Ci furono discorsi, canti patriottici e certo commozione. Parry, che aveva orchestrato la cerimonia ma a quanto pare non fu uno degli oratori, ebbe il piacere di “aver pilotato su quelle ripide montagne uno dei pionieri che anni prima erano stati le nostre guide sulle vette della scienza”. Per Parry, la cabin era un rifugio e i Torrey e Gray Peak luoghi dell’anima, scoperti in un momento particolare della sua vita, dopo un percorso tortuoso. Era nato in Inghilterra, in un villaggio del Gloucestershire, ma quando aveva nove anni la famiglia era emigrata in America, stabilendosi in una fattoria della Washington County, nello stato di New York. Dopo gli studi all’Union College di Schenectady, si iscrisse alla Columbia di New York, dove nel 1846 conseguì la laurea in medicina. L’atmosfera rurale dell’adolescenza aveva certo alimentato il suo interesse per la natura, ma secondo i suoi stessi ricordi la vera passione per la botanica nacque negli anni universitari. Risalgono al 1842 le prime escursioni sul campo nello stato di New York, con una puntata alle cascate del Niagara. Decisiva fu poi l’influenza di John Torrey, suo professore di chimica e botanica al College of Physicians and Surgeons a partire dal 1845. Appena laureato, nell’autunno del 1846 Parry si stabilì a Davenport (Iowa), sul fiume Mississippi. Oggi è una grande città, ma quando egli vi arrivò era un insediamento in tumultuosa crescita, fondato da appena otto anni. Aprì uno studio medico, ma scoprì presto che la sua vocazione lo portava piuttosto allo studio della natura. La prima occasione si presentò l’anno successivo: nell’estate del 1847 partecipò al rilievo dell’Iowa centrale diretto dal luogotenente Morehead, durante il quale studiò la flora dell’area di Des Moines. Questa esperienza gli aprì la strada a un incarico più impegnativo e ufficiale, come botanico della Spedizione geologica del Wisconsin e del Minnesota, diretta da David Dale Owen. Per prepararsi adeguatamente, si recò a St. Louis per incontrare George Engelmann, i cui consigli e la cui esperienza sarebbero diventati da quel momento una guida costante. La spedizione geologica, tra il 1848 e il 1849, esplorò e mappò un territorio vastissimo — 750 miglia da nord a sud e 350 da est a ovest — coinvolgendo un’ampia équipe scientifica. Oltre a raccogliere esemplari lungo il Peters River e dalla contea di St. Croix al Lago Superiore, Parry raccolse informazioni sui nomi locali delle piante e sui loro usi nella “dieta indiana”. Nel 1852, nell’ambito della relazione ufficiale della spedizione, comparve il suo primo scritto: un catalogo delle piante raccolte, classificate basandosi sulla Flora of the Northern and Middle Sections of the United States di Torrey e sulla Flora of North America di Torrey e Gray. Vi emerge, oltre alla grande precisione nell’indicare i luoghi di raccolta, l’attenzione all’ambiente, alle associazioni vegetali e alle tradizioni etnobotaniche. Parry era ormai un botanico esperto e particolarmente votato al lavoro sul campo; su suggerimento di Torrey fu scelto come botanico principale della maggiore spedizione scientifica federale dell’epoca, la Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico, che nell’arco di tre anni avrebbe percorso l’intera frontiera sud‑occidentale, dal Golfo del Messico alla California. Gli inizi furono tumultuosi. Nel luglio del 1849 Parry raggiunse San Diego, in California; a settembre accompagnò un team astronomico alla confluenza dei fiumi Gila e Colorado, ritornando a San Diego nel mese di dicembre. Tuttavia tutte le raccolte di questa prima fase andarono perdute: in parte in un incendio scoppiato a Panama, dove erano state immagazzinate in attesa dell’imbarco, in parte durante l’attraversamento dell’istmo. Nel 1850 dovette dunque ricostruire le raccolte, con estese esplorazioni lungo la frontiera meridionale e un’ulteriore escursione dalla costa all’area di Monterey. All’inizio del 1851, da Washington gli giunse l’ordine di redigere un rapporto sulle sue raccolte, ma un successivo contrordine gli ingiunse di raggiungere il nuovo quartier generale della spedizione, trasferito dalla California a El Paso, sul Rio Grande. Vi arrivò nell’autunno, dopo un faticoso viaggio via San Antonio, in Texas. Nel gennaio del 1852 si unì a un piccolo team incaricato di esplorare l’area a ovest di El Paso, raggiungendo i villaggi Pima lungo il fiume Gila e rientrando a El Paso in aprile. In seguito fece parte di diversi gruppi che esplorarono vari tratti della frontiera lungo il Rio Grande, inclusa una successione di imponenti canyon, fino ad allora del tutto inesplorati. Nell’inverno 1852‑53 Parry si trovava a Washington per lavorare alla stesura della relazione finale: avrebbe redatto l’introduzione al volume botanico del Report on the United States and Mexican Boundary Survey. Si tratta di un lucidissimo saggio sulla distribuzione geografica della flora e sulle comunità vegetali, che anticipa già i modi della moderna fitogeografia. La parte tassonomica fu invece affidata a John Torrey, che cita Parry come principale raccoglitore praticamente a ogni pagina, mentre George Engelmann scrisse la sezione dedicata alle Cactaceae, così ampia da costituire un volume a sé, per la quale si avvalse anche di contributi dello stesso Parry. Sul piano qualitativo e quantitativo i risultati botanici furono imponenti. La spedizione raggiunse aree in precedenza mai esplorate, con la raccolta di centinaia di esemplari e decine di specie nuove per la scienza. Alcune portano il nome del loro tenace scopritore: Calycoseris parryi, Flyriella parryi, Phacelia parryi, Homalocephala parryi. Secondo tempo: re della botanica del Colorado Torrey, nella prefazione della sua parte, parla di Parry come di un botanico “instancabile, accurato, dotato di un occhio straordinario per le piante rare”. Potremmo dunque attenderci per lui il coinvolgimento in altre spedizioni o una carriera accademica. Invece non fu così. Dopo la grande spedizione venne il tempo del ritorno a casa — a Davenport, che in tutti gli spostamenti della sua vita rimase sempre il centro —, della vita familiare, del silenzio. E anche del dolore. Come scrive lui stesso nel suo memoriale, “l’intervallo tra il 1854 e il 1860 trascorse soprattutto a Davenport, non attivamente impegnato nella botanica”. Rientrato nel 1853, Parry tornò a esercitare la medicina, si sposò con Sarah M. Dalzell e nel 1855 nacque una bambina. Poi, la tragedia: nel 1858 la moglie morì di parto. Un nuovo equilibrio — potremmo dire una nuova vita — stava però per delinearsi. Nel 1859 si risposò con Emily R. Preston, che per trent’anni sarebbe stata non solo sposa, ma assistente, segretaria, compagna di spedizioni, co‑raccoglitrice. Con lei rinacque anche l'interesse per le piante, dapprima nei dintorni di casa, poi di nuovo nell’Ovest. Ora la sua attenzione si rivolse alla flora alpina, allora quasi sconosciuta. Come scrive nell’articolo dedicato alla prima spedizione nelle Rocky Mountains, i precedenti esploratori — da Nuttall a Douglas, e più recentemente Drummond e Fremont — avevano attraversato in fretta quelle regioni inospitali, concentrandosi su coordinate geografiche, altitudini, corsi d’acqua, e solo raramente avevano fatto raccolte botaniche. Era dunque una nuova frontiera, resa ora meno inaccessibile da un evento esterno. Nel 1858 un cercatore d’oro, lasciata la California dove la febbre dell’oro andava spegnendosi, scoprì un ricco filone presso il Little Dry Creek. Fu l’inizio della Pike’s Peak gold rush, che per un breve periodo attirò in Colorado frotte di cercatori: si aprirono nuove strade, nacquero insediamenti effimeri, persino una linea ferroviaria. Quella regione remota non era più inaccessibile. Il cuore dell’area aurifera era il Pikes Peak, forse l’unica montagna della zona esplorata con metodo da un botanico professionista: Edwin James, che nel 1820 ne aveva conquistato la cima, lasciando estese raccolte. Fu sulle sue orme che, nella primavera del 1861, Parry decise di partire per il Colorado. Non come membro di una spedizione governativa, ma a proprie spese e di propria iniziativa. Stabilì la base ai piedi delle montagne, nel bacino del South Clear Creek, da cui partivano le sue escursioni solitarie; per tutta l’estate scalò montagne “risalendo ruscelli alpini, arrampicandosi sulle rocce, affondando in cumuli di neve”. In montagna Parry ritrovò se stesso e scoprì due vocazioni che non lo avrebbero più lasciato: l’alpinismo e la flora alpina. Rimase sulle Rocky fino ad agosto. Al ritorno a Davenport inviò set di piante perfettamente preparate a Torrey e Gray, e certamente anche a Engelmann. Nel 1862 pubblicò su "The American Journal of Science and Arts" i risultati della spedizione: un dettagliato saggio fitogeografico, Physiographical Sketch of that portion of the Rocky Mountain range, at the head waters of South Clear Creek, and east of Middle Park, seguito da un catalogo dei taxa raccolti, redatto da Gray con l’aiuto di note di Torrey ed Engelmann e, per gli habitat, di Parry stesso. Il catalogo uscì in tre puntate tra il 1862 e il 1863. È una raccolta straordinaria: quasi quattrocento specie, spesso rare, talvolta note sulle montagne europee ma segnalate per la prima volta negli Stati Uniti; quindici sono del tutto nuove, e molte portano il nome dello scopritore, da Haplopappus parryi (oggi Oreochrysum parryi) a Primula parryi, da Gentiana parryi ad Astragalus parryi. Gli eclatanti risultati della spedizione ebbero vasta eco scientifica, suscitando l’interesse anche di Hooker, egli stesso eminente studioso della flora alpina. L’anno dopo Parry tornò sulle Rocky, spinto dal desiderio di approfondire le ricerche, ma forse anche irretito — per la prima e unica volta nella sua vita — dalle potenzialità economiche del plant‑hunting. Questa volta non era solo: lo accompagnavano Elihu Hall, un agricoltore dell’Illinois che, proprio come i Bartram un secolo prima, affiancava alla conduzione della propria fattoria un’intensa attività di raccoglitore di piante, e J. P. Harbour, anch’egli dell’Illinois, presumibilmente reclutato da Hall. Con la partecipazione dei due, da qualitativa, la raccolta si fece quantitativa: il trio mise insieme una dozzina di set completi di quasi settecento taxa, la più ampia raccolta mai realizzata in una singola stagione. Il 1° giugno 1862 il gruppo scalò il Pikes Peak, per la prima volta dai tempi di Edwin James; ma poi, forse, ci fu una divisione dei compiti che rispecchiava anche motivazioni diverse. Hall e Harbour si concentrarono soprattutto sulla flora delle pianure del Nebraska, mentre Parry proseguiva l’esplorazione della sua prediletta vegetazione delle alte quote, trattenendosi in Colorado fino all’autunno per raccogliere semi di conifere, tra cui l'azzurrissima Picea pungens. Le raccolte furono poi pubblicate da Gray, non però sotto il nome di Parry, ma di Hall & Harbour: ben preparate e di grande interesse, erano essenzialmente un prodotto commerciale, venduto a otto dollari ogni cento esemplari. La collezione privata di Parry — forse cinquanta o cento specie alpine — non era in vendita e non fu pubblicata come tale né da Gray né da Parry stesso. Quest’ultimo visse probabilmente in modo conflittuale questa spedizione così diversa dalle sue abitudini; non ne scrisse mai, tranne un resoconto della scalata al Pikes Peak, sotto forma di lettera a Torrey, pubblicata nelle Transactions dell’Accademia di St. Louis, certo su invito di Engelmann, che ne era l’animatore. Fu sicuramente più nelle sue corde la terza spedizione, da maggio ad agosto del 1864, in compagnia dello zoologo Jacobus W. Velie, durante la quale estese le sue ricerche ai distretti di Middle Park e del Longs Peak — scalato in agosto, quando le nevi di un’estate spesso inclemente si erano sciolte, ma senza riuscire a raggiungere la cima. Diede notizia di questa spedizione nuovamente sulle Transactions dell’Accademia di St. Louis (Notice of Some Additional Observations on the Physiography of the Rocky Mountains, Made During the Summer of 1864). Terzo tempo: dalle piante alpine alla flora desertica Come sommo conoscitore delle piante alpine, Parry era ormai un’autorità; nel 1867 fu nuovamente coinvolto in una spedizione governativa, la Ricognizione ferroviaria dall’Arkansas alla California, che si mosse lungo il 35° parallelo nord. La spedizione partì a giugno da Salina, nel Kansas, raggiunta in treno. Secondo Parry, le raccolte di maggiore interesse furono quelle effettuate nel Kansas occidentale e nel Colorado sud‑orientale, e poi dal Sangre de Cristo Pass al New Mexico settentrionale; alla fine della stagione fu la volta dell’Arizona, dove Parry visitò anche i distretti minerari. La Sierra Nevada fu valicata al Tehachapi Pass e, attraverso le valli di Tulare e di San Joaquin, la spedizione terminò a San Francisco. Parry ritrovava così la California della giovinezza; da quel momento, insieme alla flora del Colorado, quella californiana sarebbe diventata per lui una vera ossessione. I risultati botanici furono pubblicati in New Tracks in North America di W. A. Bell, ma Parry si rammaricò di non aver potuto rivedere le bozze. In quello stesso 1867 egli fu tra i soci fondatori della Davenport Academy of Natural Sciences, di cui sarebbe diventato uno dei maggiori animatori. All’Accademia avrebbe in seguito donato parte delle sue raccolte e avrebbe pubblicato molti dei suoi lavori scientifici nella sua rivista ufficiale; non disdegnava però articoli divulgativi, spesso ospitati da giornali come il "Davenport Gazette" o il "Chicago Evening Journal". Certo su insistenza di Gray e Torrey, nel 1869 accettò l’incarico di botanico del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti presso lo Smithsonian e con la moglie si trasferì a Washington. Avrebbe dovuto essere una consacrazione, invece si rivelò un errore: Parry era un grande ricercatore sul campo e non era fatto per lavorare dietro una scrivania, a organizzare e sistematizzare le raccolte altrui. Unico momento davvero felice fu un viaggio semi‑istituzionale a Londra, durante il quale visitò i Kew Gardens, calorosamente accolto da Hooker, che lo salutò come “re della botanica del Colorado”. All’inizio del 1871 fu nominato botanico della commissione d’inchiesta inviata a San Domingo, da cui ricavò una relazione ampia e accurata sulle caratteristiche botaniche dell’isola, sui prodotti vegetali e sulle risorse agricole. Nonostante la qualità del lavoro svolto, nell’autunno dello stesso anno i rapporti con lo Smithsonian si incrinarono fino alla rottura e, come egli stesso ammette con franchezza, nell'autunno del 1871 fu rimosso dall’incarico. Fu forse più con sollievo che con rincrescimento che ne approfittò per raggiungere, in quello scampolo di stagione, le Montagne Rocciose e il rifugio della cabin del Mad Creek, dove già da tempo aveva l’abitudine di trascorrere l’estate. Come ho anticipato all'inizio, l'anno successivo vi sarebbe tornato con il giovane entomologo Joseph Duncan Putnam e avrebbe avuto la gioia di guidare Gray sulla "sua" montagna. Da quel momento, le ricognizioni sul campo si sarebbero susseguite con cadenza quasi annuale, talvolta nell'ambito di spedizioni ufficiali, talvolta a proprie spese e per propria iniziativa. Nel 1873 Parry partecipò come botanico ufficiale alla North Western Wyoming Expedition, guidata dal capitano William A. Jones e incaricata di esplorare l’area compresa tra lo Yellowstone e le Montagne Rocciose. Al suo fianco, come assistente meteorologo, c’era Putnam. Le raccolte sistematiche e le osservazioni di Parry sulle specie dell’altopiano e delle vallate subalpine costituirono una delle basi più solide per la conoscenza botanica del Wyoming prima dell’istituzione del Parco di Yellowstone. Nel 1874 intraprese una escursione privata nell’Utah meridionale, dedicata alla singolare flora del distretto desertico della valle della Virgen, presso St. George. L’estate successiva, di nuovo insieme a Putnam, lo vide nell’Utah centrale, impegnato nello studio della flora del Monte Nebo. Nell’autunno si spostò in California, dove si unì a J. G. Lemmon ed Edward Palmer. Con loro trascorse diversi mesi, dall’inverno 1875 al giugno 1876, sui monti del San Bernardino District. E con loro c’era anche Emily. Probabilmente non era la prima volta che Mrs. Parry prendeva parte attiva alle spedizioni del marito, ma le testimonianze del tempo non permettono di ricostruirne il ruolo se non per accenni. La più esplicita è quella di C. H. Preston che, nel necrologio di Parry, scrive: "Negli oltre trent'anni della loro unione, si inserì utilmente in tutti i suoi lavori e nei suoi piani, assistendolo nei suoi studi e spesso accompagnandolo sul campo". Per la spedizione nel San Bernardino District, però, disponiamo di una prova diretta. Su proposta di Lemmon, Asa Gray le dedicò Gilia parryae (oggi Linanthus parryae) con queste parole: "Su suggerimento di Mr. Lemmon questa graziosa pianta è dedicata a Mrs. Dr. Parry, un membro dell'équipe botanica che ha trascorso l'inverno e la primavera nel San Bernardino District - facendo molte interessanti scoperte - e i cui servizi alla botanica meritano questo riconoscimento". Non accompagnatrice o moglie fedele, dunque, ma membro a tutti gli effetti del team. Tra le raccolte più significative di quella campagna, oltre alla pianta dedicata a Emily, va ricordata la spettacolare Nolina parryi. E la stagione si concluse con due ascensioni memorabili: al San Bernardino Peak in maggio e al Ring Brothers in giugno, dove fioriva il Lilium parryi, dedicato da Sereno Watson. Nell’estate di quell’anno di raccolte quasi incessanti, trovò ancora il tempo per tornare una terza volta in Utah, ad esplorare e scalare le Wasatch Mountains. Nel 1878, insieme a Edward Palmer, si spostò in Messico, in particolare nel distretto di San Luis de Potosí; sulla via del ritorno toccò Saltillo e Monterey, e poi i più familiari distretti del Texas occidentale, che aveva visitato ventisei anni prima. Nel 1879, la morte del padre lo richiamò sulla costa orientale, lasciando poco spazio alla botanica. Si rifece nel 1880, quando, nelle vesti di agente speciale del Dipartimento forestale, accompagnò Sargent ed Engelmann nel bacino del Columbia River e nel Nord-Ovest. Quindi tornò nuovamente in California, dedicando alla flora californiana tutto il 1881, con numerose escursioni che lo portarono, tra l’altro, allo Yosemite. Trascorse l’estate a Davenport a riordinare le collezioni, ma in autunno era di nuovo in California, per passare l’inverno a San Diego. Nel gennaio e febbraio 1885 riprese le esplorazioni, rientrando a Davenport in estate. Lo attendeva ora un secondo, più lungo viaggio in Inghilterra, durato oltre un anno, dal giugno 1885 all’agosto 1886. La fine estate del 1886 la divise tra la casa e un soggiorno nel Wyoming con alcuni amici; poi lo richiamò ancora la California, con il suo mite clima invernale, congeniale all’età che avanzava. Al centro delle sue ricerche — ora soprattutto nei dintorni di San Francisco — erano i suoi studi sui generi Arctostaphylus, Alnus e Ceanothus. Nella primavera del 1889 compì il suo ultimo viaggio in California; poi, dopo un breve ritorno a casa, partì per il Canada, il New England, e da lì per New York e Philadelphia. Rientrato a Davenport alla fine dell’anno, un’influenza contratta in gennaio si trasformò in polmonite, portandolo alla morte il 20 febbraio 1890. Nella sua vita attivissima aveva raccolto 30.000 esemplari, descritto o scoperto centinaia di nuove specie (circa un centinaio delle quali porta il suo nome). Non pubblicò mai un libro, ma dozzine di articoli, purtroppo dispersi in numerose riviste. Tra i più importanti, oltre a quelli già citati, un’analisi della flora delle Montagne Rocciose, pubblicata nei Proceedings of the American Association for the Advancement of Science, e uno studio sulla flora desertica tra il 32° e il 42° parallelo nord. Dopo la sua morte, accanto agli amici dell’Accademia di Davenport, fu soprattutto Emily a custodirne l’eredità scientifica. Fu lei a curare la lista delle pubblicazioni del marito, pubblicata in calce al necrologio di Preston, e si adoperò perché lettere, manoscritti e quaderni di campo non andassero dispersi. Oggi sono conservati presso l’Università dell’Iowa. Due generi minucoli dalle sabbie e dalle rocce Parry ha lasciato un’impronta profonda non solo nella conoscenza, ma anche nella nomenclatura delle piante nordamericane. Darne conto sarebbe impossibile; a titolo d’esempio, basti ricordare alcune tra le specie più note che gli si devono. Tra le conifere, Pinus torreyana, scoperto in California durante la Spedizione del confine con il Messico e dedicato al maestro Torrey, Picea engelmannii e P. pungens, entrambe raccolte in Colorado, e il californiano Pinus quadrifolia, noto come Parry pinyon. Tra le succulente, Echinocactus parryi, Agave parryi, Yucca whipplei e la già citata Nolina parryi. Tra le piante alpine, Primula parryi, Penstemon parryi, Phacelia parryi. Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. A Parry stati dedicati due generi, entrambi monotipici, che per una curiosa coincidenza, anche se furono creati a molti anni di distanza, sono fondati su piante da lui raccolte in New Mexico nella spedizione del 1867. Il primo, Parryella, fu istituito da Torrey e Grey nel 1868, "per soddisfare il desiderio che il nome del nostro Dr. Parry venga commemorato in un tipo generico da lui stesso scoperto, che abita una delle vaste regioni che ha fedelmente esplorato per vent'anni". La forma diminutiva fu scelta perché esisteva già Parrya, dedicato da Robert Brown all’esploratore artico William Edward Parry. L'unica specie di questo genere della famiglia Fabaceae, Parryella filifolia, è un arbusto tipico delle dune consolidate e dei terreni sabbiosi, che nell'aspetto generale può vagamente richiamare una ginestra, da cui il nome comune dunebroom. Relativamente raro, cresce in ambienti montani, come margini di canyon, tra 1200 e 2200 metri, in New Mexico, Colorado, Utah e Arizona. Eretto o semidecombente, è molto ramificato, con rami esili e sottili foglie lineari, molto aromatiche. I fiori, raccolti in lunghi racemi laschi, sono alquanto insoliti: privi di petali, sono costituiti da un calice giallo verdastro da cui fuoriescono dieci stami gialli con antere più scure. I frutti sono baccelli allungati, verdastri, ma cosparsi di ghiandole più scure. Le sue ceneri, alcaline, erano utilizzate dagli Hopi per trattare il mais blu nella preparazione del pane piki. Parry la raccolse lungo il Rio Grande, presso Albuquerque. Nel settembre 1867, sulle rocce delle Huefano Mountains, trovò invece una piccola pianta rupicola, che Gray classificò come Seseli nuttallii (oggi Lomatium nuttalii). Solo nel 1929, esaminando l'erbario di Gray, Mildred E. Mathias, una importante specialista di Umbelliferae (Apiaceae), riconobbe che essa apparteneva a un genere distinto e la denominò Neoparrya lithophila: il genere onora lo scopritore, l'epiteto "amante delle rocce" allude all'habitat. Endemica delle Montagne Rocciose del Colorado meridionale e del New Mexico, è una specie rara, legata a suoli vulcanici, colate laviche, affioramenti di tufo o rocce sedimentarie, capace di vivere in fessure delle rocce o pareti rocciose, in habitat estremamente aridi e assolati. Forma cespi erbacei compatti, con foglie rigide e lucide, e infiorescenze ad ombrella dai raggi retroflessi; i frutti, dotati di ghiandole oleifere tubolari, se schiacciati emanano un odore che ricorda quello delle pesche. Colpisce che, tra tante piante maestose o di grande bellezza, a celebrarlo siano due generi minuscoli. Ma Parry è anche l’uomo che, pur avendone piena autorevolezza, non scrisse mai un libro, affidando la sua eredità scientifica a puntuali saggi fitogeografici, a qualche studio su pochi generi prediletti, a numerosi articoli divulgativi e a due contributi fondamentali dedicati alle flore che più aveva esplorato (e amato): quella delle Montagne Rocciose e quella dei deserti. Proprio gli ambienti rappresentati da Neoparrya e Parryella. Sono piante che non ostentano nulla: vivono, fioriscono, resistono in condizioni difficili, senza spettacolarità. Una cresce nelle dune consolidate, l’altra nelle fessure aride delle rocce vulcaniche. Appartengono ai paesaggi che Parry studiò con maggiore continuità e rappresentano bene il suo modo di lavorare: osservazione attenta, rigore, nessun compiacimento. Che almeno una di esse sia anche legata a una tradizione indigena — le ceneri alcaline di Parryella filifolia usate dagli Hopi per il pane piki — aggiunge un ulteriore elemento di coerenza. Parry non si limitò a raccogliere piante: studiò e rispettò le culture che le conoscevano da secoli. Questa combinazione di discrezione, adattamento e continuità culturale rispecchia con precisione il suo contributo alla conoscenza della flora nordamericana: vasto per profondità e ampiezza, ma sempre sommesso, mai ostentato. Nel 1820, il medico ventiduenne Edwin James partecipa come botanico alla prima spedizione statunitense in cui militari e scienziati civili lavorano fianco a fianco. E' un modello per il momento ancora episodico, ma destinato a un grande futuro nella seconda metà del secolo, con le grandi spedizioni finanziate dallo Stato dopo il conflitto con il Messico. All'epoca, però, gli Stati Uniti non dispongono ancora di strutture capaci di valorizzare i pur notevoli risultati scientifici; così, per James dopo la spedizione non ci sarà una carriera nella botanica, ma un forte impegno civile che lo porterà, tra l'altro, a trasformare la sua casa - con grave rischio personale - in una stazione della "ferrovia sotterranea". Che a ricordarlo sia l'elusiva Jamesia, che fu il primo a raccogliere ma non pubblicò né segnalò, e che per decenni sfuggì alle raccolte, pur non essendo affatto una pianta rara, è un atto di giustizia poetica. Dalla botanica all'impegno civile La mattina del 13 luglio 1820, all’estremità orientale delle Montagne Rocciose, tre giovani si accingevano a scalare la cima più alta di quel tratto della catena, il Pikes Peak. Uno di loro era il medico, botanico e geologo Edwin James (1798–1861): aveva ventidue anni e, in cuor suo, si sentiva un piccolo Humboldt. Quando si era unito alla spedizione Long, nei propri bagagli aveva messo una copia del Personal Narrative of Travels to the Equinoctial Regions of the New Continent dello scienziato tedesco. La scalata si annunciava faticosa e a tratti impervia, ma, a differenza del Chimborazo, la natura non si mostrava con un volto sublime e terribile, ma ameno e lussureggiante. Niente páramos deserti, ma foreste di conifere e prati smaltati di fiori. Il secondo giorno, quando gli ardimentosi superarono il limite degli alberi, invece di sfidare una nebbia glaciale, il mal di montagna, l’epistassi e una cengia sospesa tra gli abissi, ai loro occhi si offrì un tappeto di piante alpine multicolori e un paesaggio di “stupefacente bellezza”. La vetta sembrava vicina e avevano sperato di raggiungerla in giornata, per poi rientrare entro sera al campo base. Ma presto si accorsero che era impossibile. D’altra parte, come convincersi a tornare indietro? Ovunque c’erano piante sconosciute da raccogliere, e la cima continuava a sembrare lì, a due passi. Così decisero di cogliere l’occasione e di trascorrere la notte nel primo luogo adatto, per continuare l’ascensione il giorno successivo. La natura amica non li abbandonò: l’indomani realizzarono il loro programma, il cammino rallentato solo dalla raccolta continua di esemplari interessanti. Furono i primi uomini bianchi a scalare una montagna statunitense superiore ai quattromila metri. Il Pikes Peak ne misura infatti 4302. I tre giovani alpinisti erano membri della spedizione diretta dal maggiore Stephen Harriman Long, che costituì la seconda parte della fallita Yellowstone Expedition. Decisa dal Congresso nel 1818, fu la prima missione statunitense a combinare obiettivi scientifici con un contesto ancora in gran parte militare. L’intento iniziale era costruire una serie di forti lungo il corso del Missouri fino alla confluenza con lo Yellowstone, per rendere più sicuro il commercio delle pellicce e contrastare la presenza britannica. Ma si voleva anche mappare il territorio e indagarne le risorse: così, accanto agli ingegneri militari e ai tipografi, per la prima volta furono reclutati geologi, botanici e zoologi con una formazione accademica. Faraonica, costosa e mal preparata — si parlò anche di corruzione — l’impresa si trasformò presto in un disastro. Nell’inverno del 1819, duecento dei circa millecento militari coinvolti morirono di scorbuto; le perdite civili, non registrate, furono probabilmente ancora più alte. La missione iniziale venne ridimensionata e, nel maggio 1820, il segretario di Stato ordinò a Long di abbandonare l’esplorazione del Missouri per dedicarsi alla mappatura del Platte River e raggiungerne le sorgenti, accompagnato da una scorta militare ridotta e dagli scienziati che avevano partecipato alla prima fase. Bisognava però reclutare un nuovo giornalista, che avrebbe stilato il resoconto ufficiale (quello precedente aveva dato le dimissioni) e un altro medico e botanico (il promettente botanico William Baldwin, già malato, era morto di tubercolosi e privazioni nei primi mesi della spedizione, nel 1819). Come giornalista venne scelto un militare, il capitano John R. Bell, come botanico il giovanissimo Edwin Jones. Figlio di un diacono, il più giovane di tredici tra fratelli e sorelle, questi era nato nel Vermont ed era cresciuto in una casa di legno tra le colline; dopo il college si era trasferito ad Albany, nello Stato di New York, per studiare medicina con un fratello maggiore. Qui assistette alle conferenze di Amos Eaton, che lo avvicinò alla geologia e alla botanica e lo mise in contatto con il quasi coetaneo John Torrey. Nel 1818, insieme allo stesso Eaton e al fratello, fu tra i soci fondatori del Troy Lyceum of Natural History, di cui l’anno successivo Torrey divenne socio corrispondente. Sotto questa egida pubblicò il suo primo lavoro, uno studio sulla geologia della regione del lago Champlain. Preparò inoltre una lista di circa cinquecento piante del Vermont, che avrebbe pubblicato nel 1821, al ritorno dalla spedizione Long. Non è noto come si sia giunti all’ingaggio di Edwin James, che all’epoca era un civile, non un militare. Un’ipotesi è che sia stato raccomandato dal capitano John Eatton Le Conte Jr. del genio militare, amico d’infanzia di Torrey. In ogni caso, nel febbraio 1820 James accettò l’incarico e alla fine di marzo raggiunse Pittisburg per unirsi al maggiore Long e al capitano Bell. Insieme si spostarono a St. Louis e, alla fine di maggio, raggiunsero il campo base della missione, l’Engineer Cantonment, nell’attuale Nebraska, dove li attendevano gli altri. Erano in tutto ventidue gli uomini che il 6 giugno lasciarono la base militare per dirigersi verso ovest. Long era l’ingegnere topografo e il cartografo, assistito dal luogotenente W. H. Swift; Bell, come già sappiamo, era il giornalista ufficiale. James aveva la duplice funzione di botanico e geologo, mentre gli zoologi erano Thomas Say (destinato a diventare il più celebre di tutti, salutato come "padre dell'entomologia e della concologia americana") e Titian Peale, che era anche illustratore; l’artista ufficiale, tuttavia, era Samuel Seymour. A completare il gruppo, un caporale, sei soldati semplici, cacciatori, guide e interpreti per le lingue native, lo spagnolo e il francese. C’erano cavalli per tutti gli uomini, cavalli da soma e muli per il cibo, le attrezzature, gli strumenti scientifici e gli esemplari raccolti. Piccolo e ben rodato, il gruppo si metteva in marcia ogni mattina alle cinque e percorrevano ogni giorno dalle 20 alle 30 miglia: un ritmo moderato che permetteva i rilievi e le raccolte scientifiche. Il gruppo attraversò le grandi pianure seguendo il corso del Platte River, poi del South Platte River, fino al Front Range delle Montagne rocciose. Era una stagione eccezionalmente calda e arida, e il maggiore ne trasse l'impressione che le grandi pianure non fossero adatte agli insediamenti umani e le definì "Grande deserto americano"; James però raccolse numerose piante ancora sconosciute e gli zoologi registrarono una fauna ricca e variegata. L'incontro più emozionante fu quello con una mandria di 10.000 bisonti. All'inizio di luglio, dopo aver attraversato il tormentato e fantastico paesaggio di guglie di arenaria, in seguito noto come Garden of Gods, gli esploratori si accamparono lungo Fountain Creek, in un'area particolarmente ricca di fauna. Proseguirono quindi verso sud lungo il Front Range, dove James fece ampie raccolte di piante alpine, tra cui Aquilegia coerulea, futuro simbolo vegetale del Colorado. Tra il 13 e il 15 luglio, come ho anticipato, con due compagni scalò il Pikes Peak. Quindi la spedizione si diresse verso sud-ovest, raggiungendo il fiume Arkansas; qui il gruppo si divise: alcuni uomini, tra cui lo zoologo Say, guidati da Bell, continuarono a risalire l'Arkansas, mentre gli altri, tra cui James, guidati da Long si diressero a sud est, lungo il Canadian River, che però identificarono erroneamente con il Red River. Fu la parte più difficile del viaggio; ormai il cibo scarseggiava e per nutrirsi bisognava cacciare cervi e bufali, di cui in quell'anno particolarmente caldo e arido non c'era abbondanza; così spesso bisognava accontentarsi di puzzole e tassi; i corsi d'acqua erano quasi asciutti o con acqua non potabile e si rimaneva senza bere anche per un'intera giornata. Tre uomini del gruppo di Bell disertarono, portando con sé il diario topografico di Swift e parte del diario di campo di Say. I due gruppi si ricongiunsero il 13 settembre a Fort Smith, in Arkansas, termine della spedizione, dopo aver percorso oltre 1500 miglia. Molti degli uomini erano malati o esausti. Tra di loro anche James, che contrasse la malaria e rientrò a Philadelphia solo nell'autunno del 1821. In collaborazione con Long - che aveva tale stima di lui da battezzare Edwin James Long uno dei suoi figli - e Say, James fu incaricato di scrivere il resoconto ufficiale della spedizione, lavoro che completò nel 1822 e fu pubblicato nel 1823 (Account of an Expedition from Pittsburgh to the Rocky Mountains). Subito dopo entrò nell'esercito e per una decina di anni servì come chirurgo militare in vari avamposti di frontiera nella regione dei Grandi laghi. Ebbe così modo di entrare in contatto con i nativi, in particolare con gli Ojibwe di cui imparò la lingua; con l'aiuto di John Tanner, catturato dagli Ojibwe da bambino e cresciuto in mezzo a loro, tradusse il Nuovo testamento in lingua ojibwe e aiutò Tanner a scrivere la sua storia, che divenne un bestseller tradotto in più lingue. A Bellevue in Nebraska fu sottoagente indiano dei Potowatomi e si occupò dell'organizzazione di scuole elementari. Nel 1833 lasciò l'esercito. Lo stesso anno fu ammesso all'American Philosophical Society, sulle cui Transaction già nel 1825 aveva pubblicato un catalogo delle piante raccolte durante la spedizione. Nel 1836 si stabilì come medico a Burlington (Iowa); a quattro miglia dalla città, viveva con la famiglia (si era sposato e aveva un figlio) in una grande casa, con annessa una fattoria, che divenne una stazione della cosiddetta "Ferrovia sotterranea", ovvero uno dei rifugi della rete di percorsi segreti usati dagli schiavi neri per raggiungere il Canada o gli "stati liberi" (quelli in cui la schiavitù era vietata). Per i fuggitivi allestì una stanza segreta nascosta dietro un camino e continuò ad aiutarli per tutta la vita, talvolta con grande rischio personale. James morì nel 1861, in seguito alle ferite riportate per essere stato schiacciato dalle ruote di un carro mentre caricava legna da ardere. Molti anni dopo, la Des Moines County Medical Society gli rese omaggio piantando intorno alla sua tomba nel Rock Spring Cemetery le aquilegie azzurre delle Montagne Rocciose di cui era stato lo scopritore. Un arbusto fiorito tra le rocce Quando Edwin James rientrò dalla spedizione Long, portava con sé non solo il peso dell’esperienza — la fatica, la fame, la sete, la malaria — ma soprattutto un’eredità botanica sorprendente. In pochi mesi aveva raccolto per la prima volta circa settecento specie delle grandi pianure e delle Montagne Rocciose, 140 delle quali nuove per la scienza. Egli ne diede un primo resoconto nel catalogo pubblicato nel 1825 sulle Transactions dell’American Philosophical Society, il primo tentativo sistematico di dare un volto vegetale a una regione ancora quasi sconosciuta. Egli stesso descrisse tredici specie nuove: oltre alla già citata Aquilegia coerulea, rimangono valide Geranium caespitosum, Pinus flexilis, Veronica plantaginea, Populus angustifolia. Altre sulla base dei suoi materiali vennero via via pubblicate da diversi botanici negli anni successivi. Alcune portano il suo nome: Paronychia jamesii, Cleome jamesii, Carex jamesii, Dalea jamesii, Pomaria jamesii, Frankenia jamesii, Oenothera jamesii, Penstemon jamesii, Eriogonum jamesii, Solanum jamesii. Molte di queste dediche vennero dal vecchio amico Torrey e da Asa Gray, che esaminarono le raccolte di James per la loro Flora of North America. Venne da loro l'omaggio più gradito, quello del genere Jamesia. Tra gli exsiccata di James, furono colpiti da un esemplare di un arbusto con foglie opposte e fiori bianchi cerosi; benché alquanto imperfetto, era sufficiente a riconoscervi un genere a sé con affinità con Philadelphus e Hydrangea; purtroppo il luogo di raccolta non era noto. Torrey e Gray scrivono: "Lungo il Platte River o il Canadian River, nei pressi delle Montagne Rocciose? I nostri esemplari furono raccolti dal dr. Edwin James durante la spedizione di Long, ma il luogo non è indicato. Probabilmente è raro o estremamente localizzato, visto che nessun altro botanico sembra averlo incontrato. Sembra appartenere a un genere ben distinto, al quale abbiamo dato questo nome in ricordo dei servizi scientifici del suo degno scopritore, il botanico e storico della spedizione del Maggiore Long alle Montagne Rocciose del 1820, che, durante quel viaggio, fece un'eccellente raccolta di piante nelle condizioni più sfavorevoli". Jamesia americana, in realtà, non è una specie rara; appartiene però a una flora che all’epoca era ancora largamente inesplorata, quella della fascia montana e submontana che dalle Montagne Rocciose si estende fino al Messico settentrionale. Per questo ci vollero ancora diversi anni prima che un altro botanico la incontrasse nuovamente. Nel 1846 Augustus Fendler la raccolse sulle rocce lungo il Santa Fé Creek; l’esemplare che inviò a Gray era perfetto, e grazie ad esso Jamesia poté essere finalmente descritta in modo completo, permettendo di correggere e integrare la diagnosi originaria, fondata sul materiale “estremamente imperfetto” raccolto da Edwin James, come scrive Gray in Plantae Fendlerianae (1849). Dopo un altro lungo intervallo, J. americana venne raccolta nuovamente da Parry nel 1861 lungo il Clear Creek in Colorado. Ancora nel 1875, scrivendone sul Curtis's, Joseph Dalton Hooker la riteneva "una pianta molto rara o assai locale". Come ho anticipato, non è esattamente così. Jamesia è uno dei cinque generi della famiglia Hydrangeaceae endemici del Nord America (gli altri sono Carpenteria, Fendlera, Fendlerella e Whipplea). È endemico dell’Ovest nordamericano e limitato alle regioni montane e submontane delle Montagne Rocciose meridionali e degli altipiani del Nuovo Messico; è rappresentato da due specie: Jamesia americana, con un areale relativamente ampio (Montagne rocciose meridionali, Sierra Nevada meridionale, California, New Mexico, Messico settentrionale) e J. tetrapetala, con un areale più ristretto (ambienti subalpini di Utah e Nevada). Sono arbusti eretti o espansi, spesso ramificati alla base, con corteccia brunastra che tende a sfaldarsi; foglie opposte, ovate o subcordate con superficie fortemente rugosa; fiori bianchi o rosa, con quattro o cinque petali cerosi arrotondati e numerosi stami, raccolti da tre a oltre trenta in corimbi terminali; frutti capsulari, legnosi, persistenti, che si aprono in più valve liberando piccoli semi. Le Jamesia prediligono ambienti freschi e ombrosi, come gole rocciose, pareti di arenaria, canyon, pendii montani tra 1.800 e 3.000 metri, con suoli ben drenati e esposizione a nord o est, dove l'umidità permane più a lungo. J. americana è relativamente diffusa, ma localizzata, legata a microhabitat freschi e riparati che le permettono di sopravvivere in un contesto climatico altrimenti arido. Se ne conoscono quattro varietà: var. americana, la più diffusa, ha foglie più fortemente dentate e fiori più piccoli, ma raccolti molto numerose nelle infiorescenze; var. rosea, presente in California e Navada, è l'unica con fiori rosati; var. macrocalyx e var. zionis sono presenti sono in Utah e si distinguono la prima per i sepali da lanceolati a triangolari-ovati, la seconda per le dimensioni maggiori delle foglie. Jamesia tetrapetala, come dice anche il nome, si distingue dalla precedente perché ha fiori con quattro sepali e quattro petali anziché cinque, raccolti in infiorescenze pauciflore di uno-tre fiori. Oggi Jamesia americana rimane un elemento caratteristico delle gole e dei pendii ombrosi delle Montagne Rocciose meridionali, dove forma popolazioni localizzate ma stabili. La sua presenza discreta, confinata a microambienti freschi in un contesto arido, spiega perché per decenni sia sfuggita agli esploratori. È un arbusto interessante anche in coltivazione, purché se ne rispettino le esigenze ecologiche, che ne limitano la diffusione al di fuori del suo ambiente naturale. Dato che in natura vive nelle fessure delle rocce, vuole un terreno molto ben drenato, e la condizione ideale è "testa al sole e piedi all'ombra", ovvero una posizione luminosa, ma con le radici al fresco. Come mai Torrey dedicò Carpenteria californica, una degli endemismi più belli e rari della flora degli Stati Uniti, al medico della Louisiana William Marbury Carpenter, morto in giovane età prima di aver pubblicato una sola riga di botanica? La risposta è nascosta negli erbari che conservano le sue raccolte. La scarna biografia di un medico morto troppo presto Nel corso di una delle sue spedizioni in California, nella Sierra Nevada, presumibilmente nei pressi delle sorgenti del fiume San Joaquin, il colonnello Fremont raccolse un esemplare di un arbusto dalle strette foglie tomentose, con capsule di semi e fiori già appassiti. Anche se non dispiegava più i suoi fiori in tutta la loro bellezza bastò perché John Torrey ne riconoscesse la stretta parentela con il genere Philadelphus, e al tempo stesso peculiarità tali da assegnarlo a un genere proprio. Lo battezzò Carpenteria californica, segnando l’ingresso ufficiale di una delle piante più belle e rare degli Stati Uniti nella storia della botanica. Come amava fare, ne fece un omaggio postumo a uno dei suoi corrispondenti, il medico William Marbury Carpenter (1811‑1848), morto troppo presto, prima di poter portare a compimento una carriera scientifica che si annunciava promettente. Morto prima di compiere 37 anni, il dr. Carpenter ha lasciato deboli tracce nei repertori e nella letteratura scientifica. Nato in una famiglia eminente della West Feliciana Parish in Louisiana, dopo aver studiato con precettori privati, a diciotto anni si iscrisse all'accademia di West Point, che dovette lasciare primo di completare gli studi quadriennali per problemi cardiaci, conseguenza di febbri reumatiche. Subito dopo (presumibilmente nel 1832) tornò in Louisiana e si stabilì a Jackson (East Feliciana Parish) dove, oltre a esercitare la medicina, accettò l’incarico di professore di scienze naturali al Centenary College. Risalgono allo stesso anno le prime raccolte botaniche documentate, nelle Opelousas. Contemporaneamente proseguiva gli studi presso il Medical College of Louisiana (New Orleans), dove nel 1836 si laureò dottore in medicina. La sua prima pubblicazione, un articolo su una foresta sommersa da lui stesso scoperta a Port Hudson (1838), documenta interessi naturalistici ampi, che oltre la botanica toccavano la geologia e la paleontologia. Certamente cominciò a farsi un nome nella comunità scientifica della Louisiana, come dimostra una rapida carriera accademica: nel 1842 fu nominato professore di Materia medica all’Università della Louisiana, di cui nel 1845 divenne preside. Fu anche professore di botanica e geologia presso il Medical College e, dal 1846, curatore del New Orleans Medical and Surgical Journal. Risalgono a questi anni diversi articoli di paleontologia (su alcuni fossili), di igiene (sull’alimentazione degli schiavi neri), ma soprattutto di medicina, con studi molto influenti sulla trasmissione delle malattie infettive, in particolare la febbre gialla. Nel 1846 incontrò il geologo britannico Charles Lyell e gli fece da guida nell’area del delta del Mississippi, presso La Balize. Lyell lo ricorda come un ospite gentile e amabile, con una profonda conoscenza tanto della geologia quanto della botanica. Poi, nel 1848, una duplice tragedia. Per prima morì, forse di parto, la moglie Matilda King, lasciandolo con quattro bambini, per provvedere ai quali il dr. Carpenter, forse già gravemente malato, sposò la cognata Eliza King. Poi, a ottobre, morì anche lui. Di botanica non aveva pubblicato nulla, e la sua unica traccia nella storia della flora della Louisiana è affidata, da una parte, al Catalogus florae Ludovicianae, pubblicato nel 1852 da John Leonard Riddell, e dall’altra agli esemplari d’erbario raccolti da Carpenter e dispersi in vari erbari, nonché a una manciata di lettere inviate a Torrey. Ritrovare il dr. Carpenter: una ricerca negli erbari Un necrologio apparso nel 1849 sul New Orleans Medical and Surgical Journal, probabilmente firmato da Alexander Hester, ne traccia un ritratto sobrio e un po’ deludente. Vi si legge che, nonostante la salute fragile, «continuò ad applicare la sua mente ai vari studi che avevano attratto la sua attenzione», e che i suoi contributi al periodico testimoniano «una mente ben fornita di conoscenze utili e scientifiche». È il ritratto convenzionale di un medico colto e laborioso, che si interessava anche di botanica e geologia, come molti medici statunitensi del tempo. La traccia successiva, sempre sul New Orleans Medical and Surgical Journal, ci porta al 1852, quando John Leonard Riddell (1807–1865), anch’egli medico e collega di Carpenter all’Università della Louisiana, dove insegnava chimica, pubblica un Catalogus florae ludovicianae. Nel brevissimo cappello introduttivo scrive: «La seguente lista sistematica, che ingloba i risultati di molti anni di osservazioni del dr. Josiah Hale, del defunto prof. W. M. Carpenter e dell’autore, riassume un manoscritto inviato dall’autore nel 1851 allo Smithsonian». Quanto a quest’ultimo, informa che era intitolato Plants of Louisiana e comprendeva i nomi botanici e volgari delle angiosperme e delle felci comprese nei limiti dello stato, «rappresentati da esemplari dell’erbario dell’autore, con le località speciali, i tempi di fioritura e la descrizione completa delle nuove specie». Riddell precisa inoltre che la sintesi non comprende le Cyperaceae e le Graminaceae, fornite soprattutto dal dottor Hale. Il Catalogus è una semplice lista di piante, con i nomi latini suddivisi in famiglie naturali. Sono però indicati come nuovi (sulla base del nome d’autore) 19 taxa attribuiti a Riddell e 9 a Carpenter (2 specie e 7 varietà). L’anno successivo, ancora sul New Orleans Medical and Surgical Journal, Riddell colmò la lacuna con New and hitherto unpublished Plants of the South West, mostly indigenous in Louisiana, in cui descrisse 35 nuovi taxa. Aggiunse inoltre che al manoscritto depositato allo Smithsonian erano stati allegati anche gli esemplari e i disegni relativi. Carpenter è citato, oltre che come autore di due specie, come raccoglitore di altre sei, tre delle quali gli vennero dedicate da Riddell: Lysimachia carpenteri, Physalis carpenteri (oggi Calliphysalis carpenteri) e Quercus carpenteri (sinonimo di Q. pagoda). Ce n’è abbastanza per dedurre che la figura leader di questo nucleo di pionieri dello studio della flora della Louisiana fosse Riddell, mentre Hale (che tra l’altro non pubblicò mai le Cyperaceae e le Graminaceae) e Carpenter fossero figure di contorno: l’uno come specialista di quel gruppo di piante, l’altro soprattutto come raccoglitore. È esattamente la conclusione a cui arriva Joseph E. Ewan in Notes on Louisiana botany and botanists, 1718–1975 (2005). Dopo aver sintetizzato le ricerche di Hale e le poche notizie note su Carpenter, si chiede: «Chi era il botanico leader della Louisiana del diciannovesimo secolo che coinvolse gli importanti raccoglitori Josiah Hale e William Carpenter a collaborare con lui in quella che sarebbe potuta diventare la prima sinossi della flora dello stato?». Anche se per lui, con facile gioco di parole, Riddell is a riddle, Riddell è un enigma, non ha dubbi che il leader fosse lui e che da lui fosse venuta l’idea di unire le forze per giungere alla prima flora della Louisiana. Ma è proprio così? Riddell è certamente la figura più nota del trio; ecclettico, oltre che di chimica, si occupò di geologia e numismatica, scrisse un romanzo di fantascienza, fu un pioniere dell'uso del microscopio che applicò a studi all'avanguardia sul colera. Formatosi alla scuola di Eaton, che fu anche il primo maestro di Torrey, prima di trasferirsi in Louisiana, fece raccolte botaniche in Ohio e pubblicò A Flora of the Western States, che Bailey, nella breve profilo che gli dedicò, giudica un lavoro sostanzialmente compilatorio, per lo più basato su opere precedenti. Dopo il Catalogus florae ludovicianae e l'articolo citato, non scrisse più di botanica, assumendo piuttosto un ruolo istituzionale, come socio fondatore della New Orleans Academy of Science, fondata nel 1853 insieme a Hale, che di quella istituzione fu il primo presidente. Ad essa donò numerosi esemplari del proprio erbario che, sempre secondo Bailey, era notevolissimo. Ed è proprio negli erbari che possiamo cercare una risposta sul ruolo rispettivo di Riddell e di Carpenter come promotori e leader della prima esplorazione sistematica della flora della Louisiana. Il più prossimo a entrambi (e anche a Hale) è quello della Tulane University, nel quale è confluito l’erbario della New Orleans Academy of Sciences. Non digitalizzato, non è accessibile, ma la pagina iniziale ricorda tra i raccoglitori più importanti, nell’ordine, Hale, con un centinaio di esemplari; Riddell, che anche qui fa la parte del leone, con 125 esemplari; e infine Carpenter. Alle poche informazioni già note si aggiunge che l’erbario di Carpenter, «eccetto esemplari spediti a Torrey e altri», passò a Riddell, che ne donò «alcune dozzine» all’Accademia delle Scienze. Come mai l’erbario di Carpenter finì nelle mani di Riddell? Due ipotesi, che potrebbero anche non escludersi. Se Carpenter collaborava con Riddell a una ricerca comune sulla flora della Louisiana, potrebbe avergli lasciato l’erbario, nonché le proprie note di campo, per preservare la propria eredità scientifica oltre la morte. La seconda ipotesi è forse più probabile: alla morte di Carpenter, la vedova-cognata si trovava in una situazione difficile, con quattro bambini da allevare, ed è verosimile che abbia venduto a Riddell un erbario che, soprattutto se ricco e con molte specie rare, aveva anche un discreto valore monetario. Dobbiamo dunque seguire le vicende dell’erbario di Riddell. Anche se un certo numero di esemplari è oggi disperso tra diversi erbari statunitensi ed europei, dopo la sua morte nel 1865 il grosso fu venduto dagli eredi al grande botanico Charles T. Mohr, che nel 1901 lo lasciò in eredità all’erbario nazionale, oggi custodito presso lo Smithsonian di Washington. Quest’ultimo, con un lavoro encomiabile e titanico, è stato completamente digitalizzato e reso disponibile ai ricercatori. La ricerca dei raccoglitori può essere effettuata solo per cognome, e il nome Carpenter compare oltre cinquecento volte. Non si tratta, naturalmente, di altrettanti esemplari raccolti da William Marbury Carpenter: molte occorrenze si riferiscono ad altri raccoglitori omonimi, o a etichette abbreviate e ambigue. Ma già dalle prime schermate emergono alcune occorrenze significative: “Carpenter, Louisiana”, “Carpenter, Feliciana”. Esaminando gli esemplari, l’occhio impara presto a distinguere, sulla sinistra, l’etichetta originale con il nome della pianta, spesso il luogo e la data di raccolta, e la firma: WMCarpenter, talvolta WmCarpenter o la sigla WMC; e sulla destra l’etichetta di Mohr, con l’origine: dr. Carpenter, prof. Carpenter o WCarpenter. Si scopre così che anche numerosi esemplari etichettati come M. Carpenter (e persino qualche D., C., F. Carpenter o altri) risalgono in realtà alle raccolte del nostro William Marbury Carpenter. In tutto sono 157. La lettura delle date non è sempre agevole, ma si delinea con chiarezza una geografia delle raccolte: un nucleo centrale nella Feliciana County (64 risultati, circa il 40%, più 6 da Jackson), che poi si irradia quasi a ventaglio verso est fino a Opelousas (16 risultati), al Calcasieu River (5 risultati), a St. Martinsville; verso ovest fino a Madisonville e Ouachita; ma soprattutto verso sud, lungo il Mississippi fino alla costa, certamente il principale teatro delle esplorazioni di Carpenter dopo il trasferimento da Jackson a New Orleans. Le sue ricerche non si limitarono alla Louisiana: toccarono anche il Mississippi (Pascagoula è tra i luoghi più rappresentati, con 5 risultati), l’Alabama fino a Mobile, e l’area di Pensacola in Florida. Pur avendo esplorato anche altri habitat, come le pinete di Feliciana, emerge un ambito di ricerca privilegiato: la flora degli ambienti umidi, con particolare attenzione a Cyperaceae, Poaceae e piante acquatiche. Carpenter non era dunque un raccoglitore occasionale: non solo i numeri, ma le località e le specie raccolte indicano uno studioso impegnato in una ricerca originale. Per cercare una conferma, dobbiamo spostarci a New York. Ci portano lì alcune lettere a Torrey, recentemente digitalizzate, in cui Carpenter finalmente si rivela ai nostri occhi: non solo un deferente corrispondente del professore newyorkese, attento a far arrivare campioni pregevoli nelle migliori condizioni, ma un collezionista che chiede esemplari del New Jersey e dell'East per arricchire il proprio erbario, e soprattutto un botanico esperto, sensibile agli aspetti ambientali ed ecologici. Anche l’erbario del New York Botanical Garden, che ha accolto la collezione di Torrey, è stato digitalizzato; e poiché consente la ricerca per nome e cognome, basta digitare W. M. Carpenter per vedere comparire una settantina di risultati: ancora Louisiana, Feliciana, Mississippi, Opelousas, Calcasieu, Florida (Escambia County). La data più antica è il 1836. Dalla ricognizione negli erbari e nelle lettere, Carpenter acquista finalmente la fisionomia di un botanico di notevole competenza, attivo su un territorio vasto e complesso, con un’attenzione particolare agli ambienti umidi e alle famiglie più difficili. Le sue raccolte, numerose e geograficamente coerenti, suggeriscono un progetto di studio sistematico, forse una flora del bayou. È un profilo che la letteratura non aveva ancora messo a fuoco, e che meriterebbe ulteriori approfondimenti da parte di chi ha accesso diretto ai materiali. Se la mia ricerca "da scrivania" potrà contribuire a riportare Carpenter nel posto che gli spetta nella storia della botanica della Louisiana, avrà raggiunto il suo scopo. Più che un omaggio postumo: un riconoscimento Rimane ancora un piccolo mistero, anzi due: perché lo Smithsonian non pubblicò il manoscritto? E il manoscritto potrebbe fornirci ulteriori informazioni per chiarire quali furono in quel progetto i ruoli reali di Carpenter e Riddell? Sappiamo che Henry, il direttore dello Smithsonian, inviò in visione il manoscritto a Gray e fu certamente lui a sconsigliare la pubblicazione, nonostante offrisse un quadro senza precedenti di quell'area ricchissima di specie: era scientificamente insoddisfacente? oppure a indurlo a una risposta negativa furono proprio perplessità sulla paternità delle ricerche (di cui poteva essere informato direttamente da Torrey, corrispondente tanto di Riddell quanto di Carpenter)? Non lo sapremo mai: come ci informa proprio una lettera dello Smithsonian allegata a uno degli esemplari dell'erbario di New York, già a fine Ottocento il prezioso documento risultava perduto. Ma nel frattempo la risposta più bella, più luminosa era arrivata da Torrey in persona con la dedica di Carpenteria californica. Con parole che non lasciano dubbi: «Questo genere è dedicato alla memoria del mio eccellente amico scomparso, il compianto professor Carpenter della Louisiana, che per molti anni investigò con impegno e successo la botanica del suo Stato natale, ma la cui carriera fu bruscamente interrotta mentre stava preparando un resoconto delle sue ricerche.» Unica specie del suo genere, la carpenteria è un vero gioiello che in primo luogo si impone con la bellezza dei suoi fiori candidi e profumati dai petali arrotondati lievemente sovrapposti che circondano una corona di stami dorati, così simili a quelli degli anemoni. E poi c'è la rarità: in natura è presente solo in sette località nelle contee di Fresno e Madera, nei bacini dei fiumi San Joaquim e Kings, nel chaparrall e nel sottobosco delle pinete tra 300 e 1340 metri. Così rara, che oggi è molto più frequente nei giardini. E ancora: pianta di un angolo della California ai piedi della Serra Nevada, è forse la più emblematica delle undici specie dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America; oltre a Carpenteria, Fendlera, Fendlerella, Jamesia e Whipplea. La loro storia evolutiva è quella di antichi relitti botanici rimasti isolati mentre il clima e le montagne cambiavano intorno a loro: piccole linee evolutive sopravvissute in rifugi naturali, ciascuna modellata dal proprio ambiente e dalle proprie specializzazioni. Carpenteria, pianta pedemontana capace di resistere agli incendi e alla siccità; Jamesia, che vive aggrappata alle rocce delle montagne; Fendlera e Fendlerella, figlie dei deserti e dei canyon; Whipplea, che preferisce i sottoboschi umidi della costa pacifica. Cinque strategie diverse, cinque modi di restare, mentre tutto il resto si muoveva. Carpenteria californica si è anche conquistata un posto di primo piano nei giardini. E' bellissima, ma anche resistente alla siccità, di fioriture generose e abbastanza rustica da sopportare qualche grado sottozero, soprattutto se in posizione protetta o con qualche accorgimento. E' adattissima al clima mediterraneo, specie dove le estati non sono troppo bollenti. Dalle forme aggraziate e di dimensioni contenute, può essere coltivata anche in vaso. A imporla come pianta ornamentale sono stati soprattutto i giardinieri britannici, prima fra tutte la celebre progettista di giardini Gertrude Jekyll. E proprio in Gran Bretagna sono state selezionate cultivar come 'Ladham's' o 'Bodnant', nata nell'omonimo giardino gallese. Dimenticato nelle pagine della storia della botanica, grazie alla dedica di Torrey il nome di Carpenter continua a vivere - e fiorire - nei nostri giardini. Dopo un breve passaggio in Messico, il tedesco Ferdinand Lindheimer arriva in Texas nel 1836. È uno dei Dreißiger, i rifugiati politici che negli anni Trenta dell’Ottocento lasciano la Germania alla volta dell’America. Il Texas diventerà la sua nuova casa e per trent’anni ne esplorerà instancabilmente la flora: prima come cacciatore di piante professionista nella rete di Engelmann e Gray, poi per il semplice piacere di contribuire al progresso della scienza. Dalle sue raccolte nascerà la botanica texana. A ricordarlo è la stella del Texas, Lindheimera texana. Un rifugiato tedesco tra Messico e Texas Il 27 luglio 1830, in risposta alla stretta assolutistica voluta da Carlo X e dal ministro Polignac, Parigi insorge. Nell’arco di tre giorni la sommossa diventa rivoluzione, il re è costretto all’esilio e la Francia si trasforma in monarchia costituzionale. L’evento scuote l’Europa: la Restaurazione, che da quindici anni stringe il continente nella sua morsa, sembra vacillare. Nei giovani liberali, che sognano spazi di libertà, si riaccende la speranza. In Italia, con i moti del ’31, in Polonia, in Belgio, dove la rivoluzione vittoriosa staccherà il paese dall’Olanda, e anche in Germania. Qui i protagonisti sono soprattutto intellettuali e studenti, spesso organizzati nelle Burschenschaften, le confraternite che nel maggio del 1832 danno vita al grande festival democratico di Hambach, invocando libertà di parola e di stampa. Sono ancora studenti — affiancati da qualche insegnante — quelli che il 3 aprile 1833 si scontrano con soldati e polizia nel goffo tentativo di insurrezione passato alla storia come Frankfurter Wachensturm. La repressione non si fa attendere: arresti, delazioni, sospetti, chiusura di ogni spazio di libertà. Per molti intellettuali non resta che una strada: l’emigrazione. Molti prendono la via dell’America. Li chiameranno Die Dreißiger, “quelli degli anni ’30”, per distinguerli dalla seconda grande ondata che seguirà le rivoluzioni fallite del 1848–49. Non si trattò quasi mai di scelte individuali. Questa prima ondata di emigrati politici tedeschi si mosse spesso in forma organizzata, attraverso società di emigrazione che promettevano una nuova vita oltreoceano. La più nota fu la Gießener Auswanderungsgesellschaft, fondata nel 1833 da un gruppo di intellettuali dell’Assia con un progetto ambizioso: creare in Texas una colonia tedesca autonoma, libera e democratica, una sorta di “Germania rigenerata” in terra americana. Le rotte migratorie che ne derivarono non furono lineari: molti dei suoi membri, prima di raggiungere il Texas, passarono dal Messico, da cui allora dipendeva quella regione. È in questo contesto che si inserisce anche la vicenda di Ferdinand Lindheimer (1801-1879). Nativo di Francoforte, ultratrentenne all'epoca dei fatti, tra i membri del movimento liberale era uno dei "vecchi", non più studente, ma insegnante. Era un umanista, un filologo, formatosi alle università di Wiesbaden, Jena e Berlino; dal 1827 insegnava all'Istituto Bunsen della città natale e ai suoi studenti parlava di libertà. Coinvolto direttamente nel Frankfurter Wachensturm, sapeva di essere nel mirino della polizia; la sua stessa famiglia, di tendenze conservatrici, gli aveva voltato le spalle; l'emigrazione fu inevitabile. Lasciò la Germania nella primavera del 1834 e la sua prima meta fu Belleville nell'Illinois, dove si unì a un gruppo di immigrati tedeschi diversi dei quali erano stati suoi colleghi all'Istituto Bunsen. Tuttavia pensava già al Texas, che all'epoca, pur in una situazione di forte instabilità, era sotto la sovranità messicana. Così nell'autunno del 1834, insieme a cinque compagni, percorse a piedi il Mississippi per dirigersi verso il Texas; ma a New Orleans con due compagni si imbarcò per Veracruz e entrò a fare parte della comunità creata al Mirador da un altro immigrato tedesco, Carl Sartorius. Anch'egli un intellettuale e un rifugiato politico, nel 1830 aveva acquistato una fazenda ai piedi del monte Orizaba, dove coltivava canna da zucchero e distillava alcoolici con buona fortuna. Botanico più che dilettante, amava esplorare la flora dei dintorni e raccogliere piante; ospite generoso e accogliente, trasformò il Mirador in un polo di ricerca che, nel corso degli anni, accolse molti dei botanici e cacciatori di piante attivi in Messico, da Galeotti, Linden e Ghiesbreght a Karl Hartweg. Lindheimer rimase al Mirador per sedici mesi e imparò dal suo ospite come raccogliere, conservare e montare piante e insetti. Fu la sua iniziazione alla botanica. Le notizie della rivolta scoppiata in Texas contro il governo centralista messicano lo spinsero a ripartire per arruolarsi come volontario. Alla fine del 1835 lasciò il Messico e, dopo un naufragio sulla costa di Mobile, in Alabama, giunse in Texas il giorno dopo la battaglia di San Jacinto, l'evento che di fatto ne sancì l'indipendenza. Per qualche tempo combatté nelle file dell'esercito della Repubblica del Texas. E' probabile che già allora sia stato colpito dalla flora texana, all'epoca ancora quasi sconosciuta, e abbia continuato ad arricchire l'erbario inaugurato al Mirador. Quando fu smobilitato, dopo aver lavorato per qualche tempo in una fattoria, su invito di Georg Engelmann - anch'egli era nativo di Francoforte e si erano già conosciuti in Germania - si trasferì a St Louis; vi trascorse l'inverno del 1839-40, ma il clima troppo freddo non giovava ai suoi polmoni, così decise di tornare in Texas. Engelmann gli chiese di raccogliere piante per lui e per Gray. Per Lindheimer si aprì così un periodo di precarietà e di continui spostamenti nel Texas, sostenendosi come raccoglitore indipendente e con una combinazione di lavori manuali e agricoltura di sussistenza presso le comunità di coloni tedeschi. Raccoglitore, giornalista, cittadino in Texas A cambiare la sua vita, e a dargli finalmente stabilità, furono due eventi in rapida successione. Tra il 1843 e il 1844 le raccolte per Engelmann e Gray si trasformarono in un ingaggio formale, facendo di Lindheimer il primo raccoglitore permanente della flora del Texas. Lasciata St Louis, dove aveva nuovamente trascorso l’inverno, nella primavera del 1843 si imbarcò per Galveston e quindi, a bordo di un carro a due ruote carico di risme di carta, provviste, una pressa e altre attrezzature, si mosse verso ovest per la sua prima spedizione. Con l'unica compagnia di due cani da caccia, si addentrò nella natura selvaggia, spesso senza incontrare nessun essere umano e vivendo dei proventi della caccia. Nel 1844, nella contea di Comal, incontrò un gruppo di coloni tedeschi intenti a fondare una città nelle terre acquistate dal principe Carl von Solms‑Braunfels, commissario generale della Mainzer Adelsverein, l’associazione creata da un gruppo di nobili tedeschi per organizzare l’immigrazione di massa in Texas; in suo onore, la nuova città si sarebbe chiamata New Braunfels. Più tardi Lindheimer incontrò lo stesso principe e decise di unirsi alla colonia. I primi anni di New Braunfels furono difficili, anche per la scarsa esperienza amministrativa e finanziaria del principe che, mentre si accingeva a far rientro in Germania, fu addirittura arrestato per debiti. A salvare la situazione fu il suo successore come commissario generale, Otfried Hans von Meusebach — che negli Stati Uniti avrebbe mutato il nome in John. Energico, di orientamento liberale e fortemente interessato alle scienze, aveva deciso di trasferirsi in Texas affascinato dalla sua natura. Più tardi sarebbe diventato per Lindheimer un amico e un compagno di raccolte botaniche. Nella giovane colonia tedesca, un uomo di cultura e con una buona conoscenza del territorio come Lindheimer era benvenuto. Dal 1844 fino alla morte, New Braunfels divenne la sua casa e la sua comunità. Gli fu assegnato un appezzamento lungo il Comal Creek, dove creò anche un piccolo orto botanico, ma fino al 1851 la raccolta di piante rimase la sua attività principale. Le sue copiose raccolte, soprattutto attorno agli insediamenti tedeschi di New Braunfels, Fredericksburg e Bettina, ne fanno il padre della botanica texana. Gli esemplari venivano inoltrati a Engelmann e da questi a Gray, che si incaricava anche di distribuire gli exsiccata tra i sottoscrittori. Una lettera di Gray a Engelmann ne elenca trenta: oltre a collezionisti privati statunitensi ed europei, a Torrey e agli stessi Engelmann e Gray, figurano grandi nomi della botanica europea (Bentham, Harvey, Webb) e istituzioni come lo Smithsonian, l’erbario Boissier, l’orto botanico di Parigi e il British Museum. Tra il 1845 e il 1850 Engelmann e Gray pubblicarono due fascicoli di Plantae lindheimerianae, per un totale di 754 specie; dopo la morte di Engelmann, sulla base degli esemplari conservati nel suo erbario, la pubblicazione delle raccolte di Lindheimer fu completata da J. W. Blankinship nel 1907. Intanto, mentre la comunità dei coloni si espandeva e si stabilizzava — altri insediamenti sorsero a Fredericksburg e a Bettina, chiamata così in onore della scrittrice e musicista progressista Bettina Brentano von Arnim — anche la vita di Lindheimer trovava un assetto stabile. Nel 1846 si sposò con Eleanor Reinartz, da cui ebbe due figlie e due figli. Nel 1852 fu nominato direttore del Neu‑Braunfelser Zeitung, un settimanale in lingua tedesca che diede voce alla comunità di New Braunfels con annunci, notizie locali, politica texana, rubriche di agricoltura e approfondimenti culturali. Per Lindheimer divenne anche una palestra dove scrivere di politica, cultura, botanica e sfogare i suoi sentimenti anticlericali. Da quel momento, la raccolta di piante — nell’arco di trent’anni ne avrebbe raccolto in totale circa 1500 specie — cessò di essere una professione per diventare un piacere e una passione. In alcune spedizioni fu suo compagno John O. Meusebach, con il quale nel 1849 fece raccolte a Comanche Spring. Quando poi Meusebach diede le dimissioni da commissario della Mainzer Adelsverein e si ritirò nella Loyal Valley, Lindheimer lo visitava spesso e scambiava con lui esemplari botanici. Era ormai uno degli animatori della vita culturale della comunità tedesca e una figura di riferimento anche sul piano istituzionale. Oltre a dirigere il giornale, aprì una scuola privata e più volte servì come sovrintendente alla pubblica istruzione. Fu inoltre il primo giudice di pace di New Braunfels. Nel 1872 lasciò il Neu‑Braunfelser Zeitung e dedicò gran parte del suo tempo allo studio delle scienze naturali, corrispondendo attivamente con studiosi della madrepatria come il botanico Adolf Scheele — cui inviò molti esemplari — e il geologo Ferdinand von Roemer, autore di The Cretaceous Formations of Texas and Their Organic Inclusions, che aveva conosciuto anni prima durante una visita di quest’ultimo alle comunità tedesche del Texas. Lindheimer morì nel 1879; lo stesso anno alcuni dei suoi saggi furono pubblicati postumi sotto il titolo Aufsätze und Abhandlungen. La stella del Texas per l'esploratore della flora texana L’impronta di Lindheimer nella conoscenza della flora del Texas è profondissima. Per trent’anni esplorò una porzione del territorio — quella attorno agli insediamenti tedeschi — in modo sistematico e continuo, gettando le basi di una vera flora regionale, fatta non solo di piante curiose, nuove o vendibili ai collezionisti, ma di comunità vegetali. Le circa 1500 specie da lui raccolte rappresentano, se non un catalogo completo, una percentuale estremamente significativa della flora del Texas centrale. Del resto, era il suo proposito fin dall’inizio. Già nel 1842, rivelando quella che oggi chiameremmo una coscienza ecologica, scrisse: “Ho conservato un esemplare di ogni pianta che conosco. Devo trovare un posto più sicuro da qualche parte qui in Texas dove creare un erbario di piante autoctone. E anche avere un giardino botanico dove proteggere le piante perenni rare.” Le sue raccolte, oggi conservate in oltre venti istituzioni in tutto il mondo, furono formidabili anche per numero (sono stimate tra 80.000 e 100.000 esemplari), ma soprattutto per qualità: le sue note di campo e le sue osservazioni sono eccellenti. Quando arrivò in Texas con la sua pressa e le risme di carta, gran parte di quella flora era sconosciuta, e fu il primo raccoglitore di numerose specie, diverse delle quali portano il suo nome. La più nota — quella che forse lo rende familiare, almeno come eco, anche da noi — è certamente la deliziosa gaura (un tempo Gaura lindheimeri, oggi Oenothera lindheimeri), amatissima nei giardini per i suoi fiori da bianchi a rosati simili a leggere farfalle. Ma le dediche sono molte: un centinaio in totale, una quarantina delle quali oggi valide, dalla bellissima felce Hemionitis lindheimeri dalle fronde vellutate a Ipomoea lindheimeri dai profumatissimi fiori blu cielo, dalla minuscola asteracea rupicola Laphamia lindheimeri al “palo blanco” Celtis lindheimeri, un vero e proprio albero. Per volontà di Engelmann e Gray, c’è anche un genere Lindheimera, che essi gli dedicarono con queste parole: “Abbiamo nominato questo genere straordinario, affine a Berlandiera e Engelmannia, in onore del suo tenace e instancabile scopritore e indagatore della flora texana.” Oggi è un genere monotipico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da Lindheimera texana, che unisce nel nome botanico quelli dello scopritore e del territorio che esplorò. È nota anche con il bel nome comune di Texas star, “stella del Texas”. Oltre che in questo stato, è presente in Oklahoma e nel Messico settentrionale, dove cresce in una varietà di habitat tipicamente assolati e aperti, incluse praterie, bordi di strade e aree disturbate. È una robusta annuale, piuttosto variabile (può rimanere bassa o superare il metro di altezza), assai cespitosa, con foglie basali grossolanamente dentate raccolte a rosetta e foglie cauline opposte e intere; fusto e foglie sono fittamente pelosi. Ogni fusto porta una cima di fiori con 3–6 (più comunemente cinque) fiori del raggio giallo brillante. Di facile coltivazione e di lunga fioritura, negli Stati Uniti è talvolta coltivata nei giardini in stile naturale. Questa dedica di una pianta modesta, quasi un’erbaccia, forse nelle intenzioni di Gray e Engelmann — per via delle sue affinità botaniche — collega Lindheimer allo stesso Engelmann, la linea tedesca, e al franco‑svizzero Berlandier, esploratore della flora del confine messicano, dall’altra parte della frontiera. È la linea dei botanici esploratori “tenaci e instancabili”, di cui Lindheimer è uno dei capofila. È un personaggio singolare, il prussiano Augustus Fendler: primo cacciatore di piante professionista reclutato dalla rete di Engelmann e Gray e tra i primi europei a esplorare il Nuovo Messico. Fin dall’adolescenza il suo spirito inquieto l’ha spinto a cambiare continuamente luogo, occupazione, si potrebbe dire pelle: dalla nativa Prussia orientale agli Stati Uniti, al Venezuela, all’Ecuador; studente, impiegato apprendista, conciatore, fabbricante di lampade, insegnante, distillatore di alcoolici, eremita. E poi cacciatore di piante, curatore di erbari, traduttore di Goethe e filosofo a tempo perso. Sempre gettando in ciascuna di queste attività tutto se stesso, pronto a cambiare di nuovo e a reinventarsi al prossimo fallimento. Lo ricordano i piccoli generi Fendlera e Fendlerella, che fioriscono nei luoghi semidesertici della “frontiera” che fu tra i primi a esplorare. La difficile scoperta di una professione La vita di Augustus Fendler (anche August, 1813-1883), raccoglitore di piante di origine tedesca fattosi americano, è piena di cambi di rotta, di svolte improvvise, di nuove strade imboccate senza esitazione, spesso per essere abbandonate con un guizzo repentino. Inizia già con una perdita: nato a Gumbinnen (oggi Gusev, distretto di Kaliningrad, Russia), nella Prussia orientale, a sei mesi perse il padre, un artigiano tornitore. Due anni dopo la madre si risposò, ricostruì un focolare, gli diede un nuovo padre e un fratello; ma erano poveri e in quell'angolo remoto della Prussia non c'erano scuole degne di questo nome. Fino a dodici anni, quando venne iscritto al ginnasio, ebbe solo un'istruzione rudimentale. Dopo quattro anni, le ristrettezze economiche della famiglia lo costrinsero a lasciare anche quella scuola. Diventò apprendista presso la cancelleria municipale: un lavoro d’ufficio, ripetitivo, che “uccideva lo spirito” di un ragazzo che sognava solo di viaggiare. Così, quando un medico, incaricato di ispezionare le stazioni di quarantena del colera lungo la frontiera con la Russia, gli propose di fargli da segretario, accettò su due piedi. La notte prima della partenza era così eccitato che non chiuse occhio. La realtà si sarebbe rivelata terribile: pochi giorni dopo, il medico fu chiamato in un grande villaggio di confine dove l’epidemia già dilagava; e invece di un viaggio avventuroso, August si trovò nel mezzo di una battaglia impossibile, con morti su morti. Fu rimandato a casa ad affrontare la difficile scelta di una professione che gli desse qualche possibilità di viaggiare. Anni dopo, il suo primo biografo, William Camby, gli strappò una confessione rivelatrice: se avesse saputo che un raccoglitore di piante poteva coprire le proprie spese di viaggio, si sarebbe preparato a quella professione; ma all’epoca non ne sapeva nulla, anzi non aveva mai neppure visto un libro di botanica. Dato che a scuola una delle sue materie preferite era la chimica e gli era stato assicurato che il mestiere di conciatore era molto richiesto sia in Europa sia in America, divenne apprendista in una conceria: un lavoro duro e disgustoso (nella concia, oltre a tannini e sostanze chimiche di vario tipo, all’epoca si impiegavano anche urina e sterco animale), ma vi resistette due anni. Nel frattempo venne a sapere che a Berlino era stata aperta una specie di scuola politecnica, riservata a giovani meritevoli senza mezzi, ai quali garantiva sia una buona istruzione sia una borsa di studio. Erano ammessi solo due o tre candidati per provincia, dopo un esame molto selettivo. August Fendler lo superò e, nell’autunno del 1834 — ora aveva vent’anni — si trasferì a Berlino. La vita sedentaria, l’atmosfera competitiva, il ritmo dello studio vinsero, prima di lui, il suo corpo. Così, terminato il primo anno, sia pure con buoni risultati, dovette desistere. Da studente si trasformò in Handwerksbursche: un artigiano itinerante che si spostava da un villaggio all’altro, perfezionando l’apprendistato presso diversi maestri e lavorando occasionalmente in un luogo o in un altro. Fu la sua vita per sei mesi, dall’autunno del 1835 alla primavera del 1836. Conosciamo qualche tappa, ma non i particolari: partito da Berlino, zaino in spalla, fu in Slesia, Sassonia, Francoforte e Renania, finché il viaggio terminò a Brema. Con il piccolo gruzzolo messo da parte in quella vita vagabonda si pagò la nave per Baltimora. Quando vi arrivò, nel borsellino gli rimanevano due dollari. Si spostò immediatamente a Filadelfia, dove per qualche mese lavorò per un conciatore: non la soglia della libertà che aveva sognato, ma un lavoro duro e insopportabile. Tentò qualche impiego nel distretto minerario, poi si trasferì a New York, dove si impiegò in una fabbrica di lampade. Almeno lì c’era qualcosa di nuovo da imparare; ma poi arrivò la crisi economica, uno dopo l’altro operai e apprendisti furono licenziati e anche lui, ultimo, si trovò disoccupato. Una perdita, ma anche un’occasione: ripartire, alla ricerca di un altrove. L’altrove era il West, e St Louis ne era la porta. Così, “seguendo la via migliore e più breve”, nella primavera del 1838, dopo trenta giorni di viaggio nelle condizioni più economiche possibili, era in quella terra promessa. Trovò subito lavoro in una fabbrica di lampade a gas, forse la prima in quell’area; ma le attrezzature erano scarse, si lavorava in una sala aperta e fredda, e quando arrivò l’inverno il desiderio di calore, di sud, fu più forte di tutto. Il Mississippi era bloccato dal ghiaccio e il servizio dei battelli a vapore era sospeso. Come in Germania, bisognava rimettere lo zaino in spalla e ripartire: attraverso i boschi dell’Illinois, i canneti del Kentucky, le colline del Tennessee; e poi fu New Orleans. Non una meta, ma una semplice tappa verso un altrove ancora più altrove, un West più West: il Texas. Si imbarcò per Galveston e di lì raggiunse Houston. Il governo del Texas offriva a ogni immigrato 320 acri di terre demaniali; ma per ottenerle era necessario entrare a far parte della guardia civica che, armata fino ai denti, presidiava il territorio contro le incursioni Comanche. Fendler fece domanda, ma quella condizione lo bloccò: non poteva ottemperare, perché non aveva un fucile. Almeno, così la racconta Camby. Niente gli avrebbe potuto impedire di procurarselo, se avesse voluto. Ma diventare colono, entrare in un corpo paramilitare, significava integrarsi, mettere radici, rinunciare alla libertà. Meglio rinunciare alla concessione. Rimase ancora un anno in Texas, si ammalò più volte, poi tornò in Illinois, dove per qualche tempo fu insegnante. Nell’autunno del 1841, a fargli cambiare ancora una volta vita fu — letteralmente — il richiamo della foresta. Aveva sempre amato l’autunno americano e quell’anno si risvegliò in lui l’irresistibile desiderio di vivere nella natura, libero da ogni condizionamento umano. Gli mancava solo il posto adatto. Lo trovò in un’isola disabitata sul Missouri, a trecento miglia da St Louis. I bagagli furono presto fatti: sacco a pelo, cucina da campo, un’ascia, un fucile, una canoa, qualche libro — ed era pronto per una nuova vita. Riadattò una vecchia baracca e si immerse nella natura che gli offriva rifugio, cacciagione e pace interiore. Furono sei mesi di felicità perfetta. Finché le acque del fiume crebbero e travolsero tutto. Si salvò a stento. Almeno per il momento, era la sconfitta definitiva del suo sogno americano. Decise di tornare in Europa, dove lo ritroviamo nel 1844. E là, dove meno lo cercava, la sua vita ebbe la svolta definitiva. A Königsberg, la vecchia città di Kant, conobbe Ernst Meyer, professore di botanica e direttore dell’orto botanico che, avendo sentito parlare delle sue avventure americane, gli propose di tornare in America e di raccogliere per lui esemplari botanici, dietro un “ragionevole compenso”. Fendler accettò. Non aveva trovato una vocazione, ma una professione. Il primo raccoglitore professionista del West Di piante non sapeva nulla, non ancora. Eppure portava con sé una dote inconsapevole: la conoscenza dei territori, la capacità di muoversi in ambienti ostili, l’occhio allenato a cogliere dettagli che sfuggono a chi resta fermo. Tornato a St. Louis — probabilmente insieme al fratello, presenza costante e silenziosa di cui non conosciamo neppure il nome — si mise al lavoro, iniziando le prime raccolte. A St. Louis l’autorità in fatto di botanica era il dottor George Engelmann, tedesco come lui; ed è a lui che Fendler si rivolse per l’identificazione delle piante. Engelmann notò lo zelo e la serietà con cui lavorava e lo raccomandò a Asa Gray. Così, da raccoglitore europeo per un botanico europeo, Fendler (adesso preferiva farsi chiamare Augustus) divenne il primo raccoglitore professionista della nuova botanica americana. Nel 1846, all’inizio della guerra messicano‑statunitense, l’esercito degli Stati Uniti occupò parte del Nuovo Messico. Era una regione botanica quasi ignota, e Gray — su suggerimento di Engelmann — pensò di inviarvi Fendler. Per la prima volta veniva messo alla prova il sistema di reclutamento immaginato da Engelmann e subito adottato da Torrey e Gray: in assenza di capitali o di mecenati, il raccoglitore avrebbe finanziato la spedizione vendendo i duplicati a istituzioni e collezionisti, in America e in Europa, raggiunti attraverso le reti scientifiche dei tre botanici. Fendler si gettò nell’impresa con l’entusiasmo che gli era proprio: il Nuovo Messico era un nuovo altrove, e lo era anche la professione nascente di cacciatore di piante. In quella flora inesplorata vedeva insieme una promessa esistenziale e una possibilità economica. Gray scrisse al Segretario di Stato per ottenere il libero trasporto per Fendler, i suoi bagagli e le future collezioni. Così, certo insieme al fratello — spalla quasi invisibile ma indispensabile — il 10 agosto 1846 Fendler partì con un convoglio militare da Fort Leavenworth, sul Missouri, diretto a Santa Fé. Vi arrivò l’11 ottobre, e la prima impressione fu di delusione: la stagione era avanzata e la regione appariva sterile. A parte le Cactaceae, di cui l’area abbondava — ma le succulente sono pessimi esemplari da erbario e andavano spedite a Engelmann in barili o scatole, con enormi problemi logistici e finanziari — per iniziare le raccolte bisognò attendere la primavera. Intanto bisognava vivere, in un avamposto militare dove tutto era precario e più caro. Fendler esaurì presto i suoi scarsi risparmi, poi dovette contrarre prestiti e debiti; il fratello arrivò addirittura ad arruolarsi per qualche mese nell’esercito. Le raccolte iniziarono solo ad aprile e si protrassero fino ad agosto, quando Fendler, in una situazione economica ormai insostenibile, fu costretto a rientrare a St. Louis, dove arrivò all’inizio dell’autunno. Esplorando palmo a palmo le zone più promettenti — le colline a est e nord‑est di Santa Fé e le loro valli, in particolare quella del Rio Chiquito — mise insieme una raccolta di dimensioni sensazionali: 17.000 esemplari di molte centinaia di specie. In Plantae Fendlerianae, che ne è la pubblicazione parziale, Gray ne descrisse 462, circa il 20% delle quali — un centinaio — nuove per la scienza. Gray si affrettò, da una parte, a darne conto in questo importante saggio; dall’altra, a mettere in moto tutte le sue pedine per garantire a Fendler il giusto riconoscimento economico, pubblicando tra l’altro il seguente annuncio su "The American Journal of Science and Arts": "Piante essiccate da Santa Fe, Nuovo Messico. — Il signor Augustus Fendler, che, sotto la direzione del dottor Engelmann, si è recato a Santa Fe nell’autunno del 1846 con lo scopo di esplorare la botanica di quella regione, è ora tornato a St. Louis con le sue ricche raccolte, comprendenti molte specie nuove e interessanti. Gli esemplari sono ben preparati, in buone condizioni, e per lo più molto belli e completi. Un resoconto a stampa, con le descrizioni delle nuove specie, redatto dal professor Gray e dal dottor Engelmann, sarà presto pubblicato; una copia ne sarà inviata a ciascun sottoscrittore. Il prezzo è fissato a 10 dollari per ogni centinaio di esemplari, escluso il trasporto da St. Louis a New York o Boston. Poiché tutti i set non richiesti qui saranno immediatamente inviati all’estero, coloro che li desiderano sono pregati di farne richiesta quanto prima (affrancata) al dottor George Engelmann, St. Louis, o al dottor Asa Gray, Cambridge, Massachusetts". La macchina si era messa in moto, e anche Hooker diede il suo contributo, scrivendo, al termine della sua recensione di Plantae Fendlerianae: "Ci uniamo di tutto cuore al dottor Asa Gray nell’esprimere il suo vivo desiderio che il signor Fendler possa ricevere l’incoraggiamento che così pienamente merita, sotto forma di ulteriori sottoscrizioni per le sue raccolte, che gli permettano di riprendere le sue ardue imprese in circostanze più favorevoli rispetto al passato." Eppure, le sottoscrizioni furono molto inferiori alle attese. Tuttavia Fendler non si arrese e intraprese una seconda spedizione. Era deciso a tornare a Santa Fe per esplorare l’area delle montagne; a questo scopo, nel giugno 1849 si unì a un distaccamento militare diretto a Salt Lake City, dove contava di stabilire la propria base per poi raggiungere il Nuovo Messico. Ma mentre guadava il Little Blue River il suo carro fu travolto da un’improvvisa piena: le raccolte fatte fino a quel momento, la carta e tutte le attrezzature andarono perdute. Non gli restò che tornare a St. Louis, solo per scoprire che tutti gli averi che vi aveva lasciato — inclusi oltre mille esemplari montati delle raccolte di Santa Fe — erano andati in cenere durante il Big Fire, che a maggio, dunque poco dopo la sua partenza, aveva distrutto gran parte della città. Di fatto, non possedeva più nulla. Fosse stato una persona diversa, avrebbe rinunciato definitivamente. Invece, via New Orleans, alla fine dell’anno si imbarcò con il fratello per Chagres, sull’Istmo di Panama, dove per quattro mesi fece raccolte da inviare a Engelmann, che lo aveva aiutato a risollevarsi finanziando la spedizione. Ma ai debiti si erano aggiunti altri debiti. Fu l’inizio di una nuova fase di instabilità: per qualche tempo i fratelli si stabilirono a Camden, sul fiume Washita in Arkansas, dove cercarono di sbarcare il lunario unendo alle raccolte la coltivazione di un piccolo orto; poi fu la volta di Memphis, in Tennessee, dove aprirono una fabbrica di lampade a gas. La botanica, però, non era dimenticata; anzi, Fendler aveva migliorato notevolmente le sue competenze, studiando tra l’altro il Manual of Botany of the Northern United States di Gray, felice che gli fosse costato solo 75 centesimi. E quando seppe che Engelmann e Gray gli avevano reso omaggio dedicandogli il genere Fendlera (pubblicato nel 1852), ne provò gioia e orgoglio. Per quattro anni gli affari sembrarono prosperare. La sua vita ora si divideva tra la fabbrica, la coltivazione di un piccolo terreno dove sperimentava la crescita delle piante raccolte a Chagres o inviate da Engelmann, le osservazioni meteorologiche — una nuova passione che lo prendeva sempre più — e la traduzione in inglese del Faust di Goethe, cui dedicava il tempo libero. A congiurare contro di lui, questa volta, fu la Memphis Gas Company, che rendeva obsolete le sue lampade estendendo la fornitura di gas naturale all’intera area. Fendler tentò di riconvertire la produzione distillando alcool, ma presto rinunciò. Forse anche per ragioni di salute, aveva ormai deciso di partire per un nuovo altrove: il Venezuela. Venezuela e oltre Ad attirarlo nel paese latinoamericano fu senza dubbio la presenza di una piccola enclave tedesca, la colonia Tovar, fondata da un gruppo di immigrati provenienti dal Baden tra il 1841 e il 1843. La sua prima meta, all’inizio del 1854, fu però Caracas: pensava che una città avrebbe offerto migliori opportunità per inserirsi e spedire le raccolte che contava di fare sulle montagne non troppo lontane. «Voglio vivere di nuovo vicino a una valle di montagna e nelle vicinanze di una ricca flora montana, senza avere le difficoltà logistiche che c’erano a Santa Fe. E credo anche che le montagne dell’area di Caracas debbano essere ricche di cactus», scrisse a Engelmann. Fu di nuovo una (mezza) delusione. Né il clima né il costo della vita erano quelli sperati, e dopo pochi mesi Fendler e suo fratello si trasferirono nella colonia Tovar. Si trovarono pionieri in mezzo a pionieri, a dissodare terre in un clima spesso ostile, a coltivare frutta e ortaggi per il proprio sostentamento. Ma c’erano anche le osservazioni meteorologiche — ora Fendler le comunicava a Joseph Henry dello Smithsonian — e le escursioni botaniche sulle montagne ricoperte di foresta pluviale, alla scoperta di una vegetazione inedita, del tutto diversa da quella nordamericana: un’esplosione di vita allo stesso tempo affascinante e respingente. In una lettera a Gray scrisse: «In queste foreste, dove i raggi del sole non toccano mai terra, regnano eternamente l’umidità e le basse temperature. Il tronco e i rami di ogni albero sono ricoperti di felci, Lycopodiaceae, muschi, epatiche, licheni, orchidee, bromeliacee, Araceae e ancora Piperaceae e molte altre che è impossibile nominare». Era il paradiso del cacciatore di piante, ma la vita continuava a essere difficile: i prodotti coltivati con il fratello e i proventi degli esemplari venduti negli Stati Uniti non bastavano a vivere, e Fendler fu costretto a tornare a distillare alcool, producendo birra e brandy. Nel 1856 tornò brevemente negli Stati Uniti, anche per cercare nuovi clienti per le sue raccolte: i muschi, oltre ad acquirenti europei tra cui il briologo tedesco Karl Müller, furono acquistati da William Starling Sullivant, e i licheni da Edward Tuckerman. Propose la sua raccolta di insetti a John Lawrence LeConte, figlio di uno dei vecchi amici di Torrey, che però declinò: a lui interessavano solo specie nordamericane. Fendler e suo fratello vissero ancora due anni in Venezuela; alla ricerca di esemplari più rari — quelli più comuni li lasciava volentieri a un altro raccoglitore, Karl Moritz — dovette estendere i suoi viaggi lontano dalla colonia Tovar. Le escursioni più lunghe li portarono da Maracay a Puerto Colombia, e ancora da Valencia a San Estéban, e poi lungo la costa atlantica a partire da Petaquire. Anche in Venezuela, Fendler dimostrò una grande capacità di osservazione e la solita dedizione al lavoro; in quattro anni raccolse oltre 2600 specie di piante, in alta percentuale nuove per la scienza; ben 223 dei suoi esemplari (l'8,5%) sono stati designati come tipi. Tuttavia non si arricchì mai, e nel 1864 anche questa esperienza era esaurita. Fendler e il fratello tornarono a St. Louis, quindi si trasferirono ad Allerton, nel Missouri, dove gestirono una piccola fattoria per sette anni, interrotti da un breve periodo in cui Gray cercò di “addomesticare” Fendler offrendogli un lavoro all’erbario di Harvard. Seguire una routine di orari rigidi, farsi la barba e vestirsi bene per non spiacere alle signore, persino mangiare in società, non erano fatti per quell’uomo silenzioso e schivo. Dopo pochi mesi Fendler tornò ad Allerton, dove il fratello aveva continuato a vivere e lavorare da solo; scoprì che nel frattempo quest’ultimo aveva sviluppato una forma di cecità notturna che lo rendeva parzialmente invalido. Nel 1871 si risolsero a vendere la fattoria e, dopo un breve soggiorno a St. Louis — rumorosa, affollata, popolata solo da «adoratori di Mammona» — Fendler decise di tornare in Germania. Il cerchio si sarebbe chiuso a Gumbinnen, dove era cominciato? Per nulla: anche la vita in quel remoto angolo della Prussia, con la sua mentalità chiusa e militaresca, gli risultò insopportabile. Così, dopo appena undici mesi — in cui non mancarono le visite agli orti botanici di Königsberg e Berlino — Fendler e suo fratello tornarono negli Stati Uniti e nel 1873 si stabilirono a Wilmington, nel Delaware, dove acquistarono una casa e un piccolo giardino. Determinante nella scelta fu l’incontro con William Marriott Canby, ricco industriale e filantropo che dedicava parte delle sue fortune a incoraggiare le ricerche botaniche e gli chiese di aiutarlo a riordinare il suo erbario. Sarebbe diventato amico di Fendler e il suo primo biografo. In questi anni, con sgomento dello stesso Canby, Torrey e Gray, l’ultima impresa di Fendler era la stesura di un’opera filosofica in cui intendeva spiegare nientemeno che i meccanismi dell’universo. I loro gentili tentativi di dissuasione fallirono, e l’opera vide infine la luce nel 1874 con il titolo The Mechanismes of Universe. Talvolta erborizzava con Canby e continuava a corrispondere con Engelmann e Gray. Nell’aprile del 1875 entrambi gli fecero visita con Parry, in procinto di partire per il Messico con Palmer. Fendler, che non vedeva Gray da dieci anni, si stupì nel trovarlo tanto invecchiato. Neppure il tranquillo giardino di Wilmington fu l’ultimo rifugio di Fendler: ad attenderlo c’era ancora un ultimo, definitivo altrove, Trinidad. Nel 1877 a spingerlo a trasferirsi ancora una volta furono i crescenti problemi di salute, forse di natura reumatica. Trinidad era un terreno botanicamente vergine non meno del Nuovo Messico o del Venezuela, e in Fendler si riaccese più che mai la passione del raccoglitore: non c’erano cactacee da inviare a Engelmann, ma moltissime felci e altre piante interessanti. Continuava a raccogliere dati meteorologici e ogni tanto dava una mano a Henry Prestoe, il sovrintendente dell’orto botanico di Port of Spain. Ma la salute, minata da una vita tanto difficile, cominciava a declinare; nell’estate del 1881 ci fu un primo attacco di cuore, o forse un ictus. Nel novembre 1883, a settant’anni, la morte. Arbusti in fiore tre le rocce La vicenda di Augustus Fendler si colloca in quel breve, irripetibile momento in cui la botanica americana sta ancora costruendo le proprie istituzioni, e la figura del cacciatore di piante free lance — capace di vivere vendendo le proprie raccolte sul mercato interno, ancora fragile, oltre che su quello europeo — appare non solo possibile, ma quasi necessaria. È tuttavia una scelta di vita segnata da una precarietà strutturale: la risposta del mercato è incostante, e basta una delle molte avversità possibili (nella vita di Fendler ne abbiamo incontrata un’intera antologia) per trasformare un’impresa promettente in catastrofe, soprattutto quando, come nel suo caso, non si può contare su risorse alternative né sul sostegno di una comunità o di un gruppo familiare. Fendler ha attraversato le condizioni più difficili e, più ancora che per passione, ha resistito grazie a una ricerca ostinata di un altrove che gli sfuggiva continuamente, ma che non ha mai smesso di inseguire. Che questo irregolare dai modi quasi selvatici abbia toccato il cuore di personalità tra loro diversissime come Engelmann, Gray e Canby dice molto delle sue qualità umane prima ancora che professionali. Il riconoscimento più ambito arrivò proprio da Engelmann e Gray, con la dedica del genere Fendlera. Non si tratta di una pianta raccolta da lui stesso — i primi esemplari della specie tipo, Fendlera rupicola, risalgono alle raccolte di Lindheimer e Wright — è tuttavia caratteristica delle regioni da lui esplorate, come sottolinea Gray nella dedica: "Il dr. Engelmann e io stesso ci rallegriamo dell'opportunità di dedicare un genere così interessante e ben marcato della regione del Texas e del New Mexico a Augustus Fendler che, insieme a Wislizenus, fu il primo a esplorare il New Mexico dove tra grandi difficoltà fece le eccellenti raccolte oggi così ben note ai botanici". F. rupicola sembra quasi un suo ritratto vegetale: un piccolo arbusto dai delicati fiori bianchi, appartenente alle Hydrangeaceae, che ricorda il filadelfo (non a caso il nome comune è false mockorange). Vive abbarbicato alle rocce delle mesa e dei deserti, simbolo di resilienza e di capacità di durare nelle condizioni più ostili. Diffuso nelle aree montuose di Texas, New Mexico, Arizona, Colorado e Utah, prospera nelle comunità dominate da Pinus monophylla e da varie specie di ginepri. Bellissimo al momento della fioritura, ma mai appariscente, mostra adattamenti all’aridità — rami duri e sottili, foglie piccole riunite in gruppi di tre — e nelle culture native aveva un ruolo significativo, sia pratico sia cerimoniale. Al genere sono state aggiunte successivamente altre due specie: F. linearis, diffusa tra il Messico centro-settentrionale e gli Stati Uniti limitrofi, con rami intricati e spinescenti e foglie lineari minute; F. tamaulipana, endemica del Tamaulipas, un arbusto più grande e più sparsamente ramificato, fino a quattro metri. Alla fine dell’Ottocento a celebrare indirettamente Fendler si aggiunse Fendlerella, "piccola Fendlera", istituito da Heller nel 1898 per accogliere Fendlerella utahensis, in precedenza assegnata a Whipplea. All’interno delle Hydrangeaceae, Fendlera, Whipplea e Fendlerella formano una triade di generi affini ma ben distinti, come confermano sia la morfologia sia gli studi molecolari. A Fendlerella utahensis si sono poi aggiunte tre specie messicane: F. lasiopetala, F. mexicana, F. queretarana. Il genere, oltre che per le dimensione in genere molto minori, si distingue da Fendlera soprattutto per alcuni caratteri fiorali: cinque petali anziché quattro, antere prive di appendici apicali. Comune è invece l'habitat: i luoghi aridi e sassosi, tanto che F. utahensis è nota con il nome spagnolo hierba desierto. Tra gli oltre novanta morti del naufragio del battello a vapore "Home", nell’ottobre del 1837, c’era, insieme all’intera famiglia, il botanico dilettante Hardy Bryan Croom. Nella sua breve vita aveva esplorato la flora della Florida, scoprendo tra l’altro la rarissima Torreya taxifolia. John Torrey, oltre che con accorate parole di cordoglio, volle ricordarlo dedicandogli un’altra delle sue scoperte, Croomia pauciflora, specie tipo di questo piccolo genere della famiglia Stemonaceae. Un naufragio che fece epoca Nel primo pomeriggio del 7 ottobre 1837, a una banchina del porto di New York il battello a vapore "Home", diretto a Charleston nella Carolina del Sud, si preparava alla partenza. Era una nave di lusso, con spazi comuni eleganti e cabine spaziose. Tra i novanta passeggeri, tutti appartenenti a famiglie agiate - il biglietto era notevolmente costoso - c'era grande eccitazione: la nave aveva già percorso quella rotta due volte, e nell’ultima aveva segnato il miglior tempo di collegamento tra New York e Charleston. Il viaggio si annunciava rapido, confortevole e senza rischi. Tra i passeggeri che si apprestavano a salire a bordo, c'era la famiglia Croom al completo: il padre, Hardy Bryan Croom (1797-1837), la madre Frances Henrietta Smith, i figli Henrietta Mary di quindici anni, William Henry di dieci e Justina Rose di sette. Avevano trascorso l'estate a New York e ora si accingevano a raggiungere Charleston, dove avevano deciso di trasferirsi. Nessuno di quei ricchi passeggeri sapeva che in quelle stesse ore un uragano tropicale, originatosi forse nei Caraibi nordoccidentali negli ultimi giorni di settembre, dopo aver disalberato la nave di sua maestà britannica 'Racer' al largo della Giamaica, aver devastato le coste prima del Messico poi del Texas, fatto esondare il lago Pontchartain allagando le zone basse di New Orleans, aveva ripiegato verso est e ora stava dirigendosi verso nord est, in direzione della Florida. Alle quattro del pomeriggio la nave lasciò gli ormeggi. Subito dopo, una piccola delusione: poco dopo la partenza la "Home" si incagliò su un basso fondale e ci vollero cinque ore per disincagliarla. La speranza di un nuovo record sfumava, ma il viaggio proseguì nel massimo confort, anche se nel tardo pomeriggio della domenica - i Croom quel giorno festeggiavano il quarantesimo compleanno del capo famiglia - i venti incominciarono a rafforzarsi. Nelle primissime ore di lunedì 9 si erano intensificati fino a raggiungere la forza d'uragano e il comandante ordinò di ridurre le vele. La nave però non teneva bene il mare e all'alba la situazione era così preoccupante che sia i membri dell'equipaggio sia i passeggeri, tra cui c'erano due ex capitani di marina, chiesero al capitano White di raggiungere la costa per far arenare la nave. Egli, convinto della solidità del battello e preoccupato per un’imbarcazione non assicurata, ignorò le richieste. Poco dopo, la falla fu scoperta e una delle caldaie si spense. White virò verso la costa, ma appena la macchina riprese a funzionare, puntò di nuovo al largo. Intanto il mare era sempre più agitato e le onde battevano la nave, rompendo le finestre della sala da pranzo e strappando le strutture in legno. La nave imbarcava sempre più acqua. Nel pomeriggio fu chiaro che le pompe di bordo non erano sufficienti e i passeggeri, donne e bambini compresi, unirono i loro sforzi a quelli dell'equipaggio per gettare l'acqua fuori bordo, usando ogni tipo di contenitori: secchi, bacinelle, pentole, persino i propri cappelli. Tutto fu inutile. La nave era ormai allagata e alle 20 le caldaie si spensero definitivamente. A parte poche vele stracciate, ora la "Home" era totalmente in preda alla tempesta. L'unica speranza era raggiungere la non lontana isola di Ocracoke, di cui alla luce della luna si intravvedeva il faro. La nave arrancò lentamente verso la costa, mentre i passeggeri si ammassavano sul ponte in trepidante attesa. A qualche centinaio di metri dalla spiaggia, il vascello colpì la barriera esterna, girò su se stesso e si inclinò a dritta, mentre decine di persone venivano sbalzate fuori bordo. Con difficoltà venne varato un battello di salvataggio, ma, sovraccarico, si capovolse immediatamente, scaraventando gli occupanti in mare. Quasi contemporaneamente l'albero maestro crollò, seguito dai fumaioli e in pochi minuti la "Home" si disintegrò. A bordo c'era un solo giubbotto di salvataggio, di proprietà di un passeggero, che se lo era procurato prima della partenza. Lo indossò quasi automaticamente e fu tra i pochi che raggiunsero a nuoto la riva. Tra passeggeri ed equipaggio, i salvati furono quaranta, i sommersi più di novanta. Tra di essi, l'intera famiglia Croom. Venne poi il tempo del lutto, delle polemiche e delle inchieste giudiziarie. Non mancarono neppure le liti tra gli eredi: celebre fu la causa intentata dalla suocera di Hardy Bryan Croom al fratello di lui, una disputa che si trascinò per quasi vent’anni. Da quel groviglio di dolore e responsabilità nacque almeno un risultato concreto: il legislatore impose finalmente alle navi l’obbligo di adeguati giubbotti di salvataggio. Un pioniere delle ricerche botaniche in Florida Tra coloro che sentirono più da vicino la perdita dei Croom ci fu il botanico John Torrey, probabilmente uno degli ultimi a salutarli prima della partenza per Charleston. Durante l'estate Croom aveva lavorato alla seconda edizione del suo Catalogue of Plants Observed in the Neighborhood of New Bern, North Carolina, e lo aveva affidato a Torrey perché ne curasse la pubblicazione. Per lui, però, Croom non era soltanto un amico e un promettente raccoglitore di piante rare dalla Florida e dalla Carolina: era anche colui a cui doveva la scoperta di Torreya taxifolia e, indirettamente, la dedica del genere che aveva consacrato il suo nome nella tassonomia botanica. Hardy Bryan Croom apparteneva a una ricca famiglia di piantatori della Carolina del Nord, con interessi anche in Florida. Trascorse l’infanzia tra la piantagione paterna nella Lenor County e gli studi. Studente brillante, frequentò l’Università del North Carolina, distinguendosi per il talento nelle lingue e i vasti interessi scientifici, soprattutto in geologia, mineralogia e botanica. Iniziò anche gli studi di legge, che però non esercitò mai, preferendo dedicarsi all’amministrazione delle proprietà di famiglia. Per un breve periodo fu anche membro del senato statale. Dopo la morte del padre, nel 1829, si recò in Florida per ispezionare una tenuta recentemente acquistata dal defunto. Ne rimase così affascinato da decidere di trasferire lì il centro delle sue attività. La piantagione in Carolina fu venduta e gli schiavi neri — dispiace dirlo, ma come tutti i piantatori del Sud Croom doveva la sua ricchezza al loro lavoro — furono trasferiti in Florida. Già appassionato di botanica, aveva iniziato a raccogliere e catalogare le piante dei dintorni di New Bern, dove si era stabilito dopo il matrimonio con Frances, figlia di un piantatore locale, ma la flora della Florida settentrionale lo colpì profondamente. Come proprietario terriero era abile ed energico, e si lanciò in una serie di investimenti: nel 1832 acquistò una piantagione sulla riva destra dell’Apalachicola e un’altra nei pressi di Quincy, nella Gadsden County. Nel 1834 si aggiunse la Goodwood Plantation, nella contea di Leon, ricavata da una parte della tenuta donata dal Congresso al generale Lafayette. La residenza della famiglia rimaneva New Bern, ma spesso le estati erano trascorse a Saratoga o a New York, dove Frances amava frequentare la buona società. Hardy Bryan, invece, visitava la Florida almeno una volta all’anno, dedicando alla regione i mesi primaverili, quando la vegetazione è più rigogliosa. La flora quasi inesplorata del territorio gli offriva un campo di studio molto più promettente rispetto alla Carolina. Una parte consistente dei suoi soggiorni a sud era dunque dedicata alle esplorazioni botaniche, talvolta in compagnia del più giovane Alvan Chapman. Nel 1833 pubblicò, per un editore locale, una relazione su uno di questi viaggi e la prima edizione di Catalogue of Plants Observed in the Neighborhood of New Bern, North Carolina, preparata con l’aiuto del dottor H. Loomis. Si considerava un semplice dilettante e preferiva comunicare le sue scoperte a botanici più esperti, in particolare Thomas Nuttall e John Torrey, con il quale iniziò a corrispondere proprio nel 1833. A quell’anno risale la sua scoperta più importante: una conifera inedita, simile al tasso, che cresceva lungo l’Apalachicola. Come ho raccontato in questo post, ne inviò campioni prima a Nuttall e poi a Torrey, che, sospettando si trattasse di una specie nuova, li trasmise al botanico scozzese George Arnott. Questi la descrisse come Torreya taxifolia, dedicando il nuovo genere allo stesso Torrey. Fu sempre Torrey a incoraggiare Croom a pubblicare almeno alcune delle sue scoperte sull’American Journal of Science and Arts. Il suo studio più importante, dedicato al genere Sarracenia, uscì postumo negli Annals of the Lyceum of Natural History of New York, di cui era diventato socio, così come della Philosophical Society of South Carolina e dell'Accademia delle scienze di Filadelfia, in qualità di membro corrispondente. Al momento della morte, Croom aveva grandi progetti. Avrebbe voluto trasferirsi con la famiglia alla Goodwood Plantation, facendone il quartier generale di una ricognizione più ampia e sistematica della flora della Florida, in compagnia di Chapman. Frances era contraria, per l’isolamento della tenuta e la distanza da ogni vita sociale. Così, mentre Croom rivedeva il suo catalogo — disponendo le piante in famiglie naturali secondo l’insegnamento di Torrey — e preparava libri e attrezzature per la spedizione, in famiglia si raggiunse un compromesso: i Croom si sarebbero trasferiti a Charleston, comunque più vicina alla Florida di New Bern. Come sappiamo, non ci sarebbero mai arrivati. Una presenza discreta nel sottobosco La notizia della morte dell'amico devastò Torrey. Non gli rimaneva che pagare il suo debito da una parte curando come promesso la pubblicazione della seconda edizione del catalogo, con un'accorata prefazione; dall'altra con la dedica di una delle piante scoperte dallo scomparso in Florida. La dedica del nuovo genere Croomia, già annunciata in precedenza in una seduta del Lyceum, fu ufficializzata in A flora of North America con queste parole: "Nominata in onore e ora, ahimé, in memoria del suo scopritore, il fu Henry [sic] B. Croom, autore di una monografia su Sarracenia e altri articoli sulle piante della Florida e degli Stati del Sud". Croomia condivide con Torreya non solo la regione d’origine e lo sguardo che le scoprì entrambe, ma anche la rarità delle rispettive specie americane e la distribuzione disgiunta, quasi a suggerire un gemellaggio botanico tra i due dedicatari. È uno dei quattro generi della famiglia Stemonaceae, un gruppo di angiosperme monocotiledoni considerato relativamente primitivo. Comprende sei specie: una sola, C. pauciflora, la specie scoperta da Croom, è nativa degli Stati Uniti; tutte le altre sono originarie dall’Estremo Oriente, quattro endemiche del Giappone meridionale e una, C. japonica, presente anche in Cina. Proprio come nel caso di Torreya, questa distribuzione disgiunta riflette i cambiamenti climatici del tardo Terziario, che frammentarono un areale un tempo continuo. Le Croomia sono erbacee perenni rizomatose, con fusti sottili che emergono dal sottobosco in primavera. Mentre le specie asiatiche vivono nelle foreste decidue calde, C. pauciflora ha trovato rifugio in un ambiente più fresco e temperato. La morfologia è relativamente varia, ma con alcune caratteristiche ricorrenti: tre o quattro foglie riunite in pseudo verticilli, di consistenza sottile, con lamina cordata, ovata o lanceolata e nervature marcate; infiorescenze terminali, portate da un peduncolo gracile, che riuniscono pochi fiori (da cui il nome pauciflora della specie americana), piccoli e discreti, con quattro tepali verdastri con margini spesso retroflessi, in mezzo ai quali spiccano i robusti stami da bruni a aranciati. L’impollinazione è poco documentata, ma si ritiene avvenga tramite piccoli insetti del sottobosco. Il frutto è una bacca ovoidale, di colore rosso o aranciato a maturità, che spicca sul fondo scuro delle foglie semi decomposte e probabilmente attira piccoli vertebrati o uccelli. La specie americana è la più sobria e minuta, mentre quelle asiatiche mostrano una maggiore diversità nelle dimensioni, nella forma delle foglie e nel numero dei fiori. Unico membro americano non solo del suo genere ma dell’intera famiglia, C. pauciflora è una specie rara, nota in appena quattordici popolazioni in Florida e una quindicina in Georgia, mentre è più frequente in Alabama; in passato è stata segnalata in Louisiana, dove ora non è più presente. Oltre che dalla restrizione dell'ambiente naturale, i boschi mesofili dal suolo ricco, è minacciata da piante aliene invasive che prediligono lo stesso habitat, come Lonicera japonica. Croomia è una presenza discreta, che preserva il nome di Croom là dove diede il suo piccolo contributo alla storia della botanica, prima che la sua vicenda si interrompesse troppo presto. Darlingtonia californica è una pianta singolare che erge le sue trappole, affascinanti ma mortali, simili a teste di cobra all’attacco. Eppure si deve solo a lei, alla sua bellezza e al suo fascino, se il dedicatario di questa specie, il medico William Darlington, dopo tante vicissitudini, dediche revocate e resurrezioni, gaffe e rivalità botaniche, rimane nel pantheon dei dedicatari di un genere valido. E lo meritava davvero, il “buon vecchio Darlington”, figura di transizione tra la vecchia botanica americana delle flore locali e la nuova botanica scientifica di Torrey e Gray. Una dedica e una piccola flora Nel 1825, il medico statunitense William Darlington (1782-1863) ricevette una graditissima notizia dall'Europa: il celebre botanico elvetico de Candolle, al quale aveva inviato alcuni esemplari di piante americane, per dimostrare la sua riconoscenza gli aveva dedicato un nuovo genere, Darlingtonia, nel quale aveva riunito due specie di leguminose erbacee, in precedenza classificate come Mimosa. Darlington era al settimo cielo: quella dedica, venuta da un botanico tanto autorevole, era il miglior riconoscimento e incoraggiava i suoi sforzi di "gentiluomo naturalista". Si affrettò a piantare entrambe le specie nel suo giardino e a aggiungerne esemplari essiccati nel suo erbario, con quella etichetta che lo riempiva d'orgoglio. All'epoca Darlington era sulla quarantina ed era un medico molto affermato, nonché una personalità in vista della sua comunità, la contea di Chester, in Pennsylvania: dopo aver combattuto come ufficiale in un reggimento volontario nella guerra del 1812, era stato membro del Congresso per tre mandati (1816-1823), più tardi avrebbe fondato e diretto una banca e avrebbe ricevuto molti altri incarichi amministrativi anche come avvocato. Questa era la sua veste ufficiale, ma Darlington si considerava soprattutto un naturalista, in primo luogo un botanico. L'incontro con la botanica era avvenuto negli anni universitari, quando studiava medicina alla University of Pennsylvania come allievo di Benjamin Smith Barton. Nel 1804 si laureò e si ingaggiò come chirurgo di una nave mercantile diretta in India. La tappa più eccitante fu l'orto botanico di Calcutta, dove poté osservare specie tropicali allora quasi sconosciute in America e ottenere piante e semi da riportare in patria. Da quel momento, la raccolta di piante native e la cura dell’erbario divennero una presenza costante nella sua vita, sempre più attiva e piena come medico, padre di famiglia, uomo politico e amministratore. Iniziò a corrispondere con altri botanici, sia in patria sia all'estero; la dedica di de Candolle gli diede una prima legittimazione internazionale e lo incoraggiò a dare una dimensione più collettiva alla sua passione. Nel 1826, insieme a un gruppo di amici, fondò una società naturalistica, il Chester County Cabinet of Natural Science, che riuniva collezioni di minerali, piante e animali e organizzava conferenze e pubbliche letture. Nel discorso introduttivo, Darlington - che sarebbe stato eletto presidente, conservando l'incarico fino alla morte - insistette tra l'altro sulla necessità di creare un erbario della flora americana, attraverso scambi con studiosi e appassionati di altre parti del paese. Lo stesso anno diede l'esempio, pubblicando Florula Chestrica, dedicata all'amico e compagno di studi William Baldwin, scomparso nel 1819. Preceduto da un glossario dei termini botanici, è il catalogo delle fanerogame raccolte nei dintorni di West Chester, in inglese e organizzato in base al sistema linneano; a concludere, un'appendice sulle piante utili coltivate nella stessa area. Come leggiamo nella prefazione, era il frutto di un progetto iniziato fin dagli anni universitari; ispirato a Flora Philadelphica di Barton, Darlington concepiva questa e altre flore locali, con l'esplorazione in profondità di un territorio minimo, come "il modo più facile per ottenere i materiali per quel grande desideratum, una completa Flora americana". È un’intuizione chiarissima del momento che si stava vivendo. La botanica degli Stati Uniti era ancora un arcipelago di iniziative individuali, di gentiluomini naturalisti e di società locali. Ma proprio in quegli anni, grazie in primo luogo al lavoro di John Torrey e anche allo stimolo – e alla rivalità – dei botanici europei (i primi fascicoli della Flora boreali‑americana di William Jackson Hooker usciranno nel 1829), le cose stavano per cambiare. Dediche cassate, risorte, rinnovate Negli anni successivi Darlington divenne una figura di riferimento: fu accolto nell’American Philosophical Society, nell’Accademia delle Scienze di Filadelfia e nel Lyceum di New York, e si trovò al centro di una rete di contatti sempre più ampia. All’estero corrispondeva con de Candolle e con William Jackson Hooker; in patria con David Townsend, suo amico fraterno, socio del Chester County Cabinet e cassiere della banca di cui Darlington sarebbe diventato presidente nel 1830; con Lewis David de Schweinitz, padre della micologia nordamericana, al quale inviò Florula Cestrica come biglietto da visita; con Charles Wilkins Short, autore di una flora del Kentucky; e, in una relazione via via più stretta, con John Torrey che più tardi lo avrebbe messo in contatto anche con Asa Gray e George Engelmann. Nel 1837 Darlington pubblicò Flora Cestrica, una revisione molto ampliata della vecchia Florula, dedicata non più a un singolo, ma “ai cultori della scienza botanica”. L’opera si fondava sugli invii di numerosi corrispondenti, tra cui Abigail Kimber, insegnante di chimica e botanica in una scuola femminile — una delle prime donne a ricoprire questo ruolo. Nella prefazione Darlington si scusava per aver continuato ad adottare il sistema di Linneo: era ben consapevole che la botanica ormai si orientava verso il sistema naturale, ma poiché quest’ultimo era ancora “in uno stato continuo di fermentazione”, preferiva attenersi a quello linneano, pur con qualche aggiustamento. Tuttavia, in appendice, invece della precedente trattazione delle piante coltivate utili, inserì una lista dei generi organizzati secondo il sistema naturale di Lindley. Nel 1842, dall’Inghilterra, arrivò la doccia fredda. George Bentham, nella sua revisione delle Mimoseae pubblicata sul "Journal of Botany", decise che Darlingtonia non meritava più un genere a sé: la ridusse a semplice sezione di Desmanthus. Per Darlington fu un colpo durissimo. Non si rassegnò facilmente: ancora nel 1847, alla morte della moglie, piantò sulla sua tomba una di quelle piante che sentiva così profondamente sue, e ne prelevò un esemplare per l’erbario, etichettandolo con ostinata tenerezza Darlingtonia brachyloba. Nel frattempo continuava a pubblicare e a sentirsi un po’ il custode della memoria dei “gentiluomini naturalisti”. Nel 1843 diede alle stampe Reliquiæ Baldwinianæ, dedicata all’amico William Baldwin; nel 1849 Memorials of John Bartram and Humphry Marshall, un omaggio ai padri fondatori della botanica americana. La ferita della sua Darlingtonia perduta continuava tuttavia a bruciare. E, naturalmente, ne parlò con Torrey. Il 14 settembre 1849, mentre lavorava sugli esemplari della spedizione Wilkes, Torrey ne scrisse a Gray: "Come chiamare i nuovi generi? Il buon vecchio Darlington dovrebbe averne un altro, visto che il primo è stato cancellato". Quando, dalla terza spedizione Fremont, gli arrivò un frammento di una pianta apparentemente nuova, Torrey colse l’occasione: la battezzò Darlingtonia rediviva — “la Darlingtonia risorta” — e nell’ottobre 1851 annunciò trionfante la notizia a un Darlington felicissimo. La gioia durò molto poco. Pochi giorni dopo, il dottor George Washington Hulse, ex ufficiale diventato raccoglitore di piante, bussò alla porta di Torrey con alcuni esemplari raccolti in California. Tra questi, Torrey riconobbe la sua Darlingtonia rediviva: era semplicemente Styrax officinalis, una specie nota fin dai tempi di Linneo. Una catastrofe botanica in piena regola. Come fare a comunicare la notizia a Darlington? Una settimana dopo, esaminando alcuni esemplari raccolti da William Brackenridge durante la spedizione Wilkes, gli capitò tra le mani una pianta che anni prima aveva pensato di battezzare Oreamphora, per l'habitat montano e le foglie simili a un'anfora. Era la soluzione al suo problema. Era diversa da tutto ciò che conosceva: apparteneva alla famiglia delle Sarraceniaceae, ma con caratteristiche così peculiari da non lasciare dubbi. Questa volta era certo di non sbagliare. Nel 1853 la descrisse come Darlingtonia californica, la terza e definitiva Darlingtonia, quella che ancora oggi porta il nome del botanico di West Chester. Perché Torrey fu così precipitoso nel nominare la seconda Darlingtonia sulla base di un frammento imperfetto? La risposta sta nella rivalità — sotterranea ma potentissima — con i botanici europei. Torrey e Gray vivevano in un clima di competizione costante: ogni nuova specie americana doveva essere pubblicata subito, prima che Hooker, Bentham o altri botanici del Vecchio Mondo potessero precederli. Era una questione di prestigio nazionale, quasi un motto non scritto: "piante americane per gli americani". Grato per sempre all'amico Torrey, nello stesso 1853 Darlington pubblicò la seconda edizione di Flora cestrica, e questa volta seguire "il sistema naturale come illustrato da de Candolle, Hooker e Gray" fu una scelta ormai obbligata. Il vecchio dottore pensava già ai posteri e alla sua dimora eterna; aveva preparato un epitaffio latino, Plantae Castrenses quas dilexit et illustravit super tumulum ejus semper floreant, "le piante di Chester che amò e descrisse fioriscano per sempre sulla sua tomba", e lo sottopose a Gray per controllarne la correttezza grammaticale. Per la lapide della tomba fece poi scolpire una Darlingtonia — quella giusta, ovviamente — che ancora oggi veglia sulla sua sepoltura nell’Oaklands Cemetery. Tra le eredità più solide lasciate da Darlington c’è anche il suo erbario, oggi conservato all’Academy of Natural Sciences di Filadelfia; contiene circa 15.000 esemplari ed è una testimonianza storica importante delle sue relazioni con botanici europei del calibro di Hooker e con donatori americani come Elliott, Rafinesque, Torrey e Gray. Particolarmente significativi gli esemplari provenienti dalle raccolte di Bartram e Marshall. Le trappole del cobra vegetale Sul capo del "buon vecchio Darlington" si addensavano tuttavia minacce postume. Nel 1867, quattro anni dopo la sua morte, a Parigi si tenne il Congresso internazionale di botanica, che adottò il primo codice di nomenclatura, sotto il nome Lois de la nomenclature botanique, redatte da Alphonse de Candolle, il figlio di Augustin Pyramus. Uno degli articoli stabiliva che un nome già usato, ma poi scartato, non poteva essere "riciclato" per un'altra pianta. Uno dei più rigidi seguaci delle nuove norme era proprio un botanico statunitense, Edward Lee Greene. Darlingtonia, prima di essere applicato alla Sarraceniacea californiana, era già stato usato non una, ma due volte; così nel 1891 — Darlington si sarà rivoltato nella tomba — Greene decretò che Darlingtonia californica era un nome illegittimo e propose di sostituirlo con Chrysamphora, “anfora dorata”, in allusione al colore e alla forma. Tuttavia, nel frattempo D. californica aveva cominciato a farsi conoscere e a imporsi all’attenzione degli appassionati (vedremo presto che non è una pianta qualunque) e il nome, benché illegittimo secondo le leggi della botanica, continuava a essere quello preferito. A porre rimedio pensò un altro congresso internazionale, nel 1954, che con una strettissima maggioranza (sei voti contro cinque) decretò Darlingtonia nomen conservandum, nome da conservare. D. californica, l’unica specie di questo genere dalla storia tanto travagliata, è — come tutte le Sarraceniaceae — una pianta carnivora. Benché relativamente simile a Sarracenia, a darle un aspetto unico sono i suoi ascidi (foglie modificate), che suggeriscono l’idea di una testa di cobra eretta, con tanto di “lingua” biforcuta, da cui il nome comune cobra lily. Scoperta per la prima volta nel 1841 in prati umidi a sud del Monte Shasta da William Brackenridge, è un endemismo delle montagne costiere della California settentrionale e dell’Oregon. Qui trova un clima oceanico fresco e umido, ma poiché queste zone sono soggette a variazioni stagionali della piovosità, con periodi più aridi, rispetto ad altri membri della famiglia può adattarsi a un minore grado di umidità. Come pianta di montagna, è relativamente rustica. Cresce preferenzialmente su serpentino, in terreni poveri di nutrienti e acidi, dove l’acqua scorre costantemente: lungo corsi d’acqua, in torbiere e in particolari wetland terraces che possono estendersi anche per molti acri. Le radici vengono mantenute più fresche del resto della pianta, e l’apparato radicale — un rizoma con molte radici sottili — è in grado di rigenerarsi dopo gli incendi. Come le altre Sarraceniaceae, D. californica è dotata di ascidi a forma di tubo espanso, ma è caratterizzata da una cupola e un’appendice a V rovesciata (la “lingua”). Solitamente colorata di rosso e ricca di nettare, attira gli insetti con un profumo dolce e inebriante. Dietro la lingua si trova una piccola apertura che secerne ulteriore nettare. Una volta entrata nell’ascidio, la preda tenta di fuggire verso l’alto, attirata dalle zone traslucide della cupola — vere e proprie “finestre” prive di clorofilla che lasciano filtrare la luce. Nel tentativo di raggiungerle, sbatte contro la cupola e precipita nel fondo dell’ascidio, dove viene digerito. Questa specie cresce molto lentamente: assume la sua forma tipica dopo due o tre anni e fiorisce per la prima volta tra i sei e i dieci anni. I fiori, portati all’apice di uno scapo che può raggiungere il metro di altezza, hanno una struttura insolita: cinque sepali giallo‑verdi, leggermente più lunghi dei petali viola che non si aprono, ma formano una sorta di capsula accessibile solo a particolari impollinatori (forse minuscoli ragni e imenotteri). I fiori sono comunque autofertili. Sebbene possa formare localmente popolazioni anche estese, la specie è nel complesso rara: è presente in circa 200–250 siti, equamente divisi tra Oregon e California. Il Darlingtonia State Natural Site, nella catena delle Cascate in Oregon, è un parco statale di 18 acri interamente dedicato alla conservazione di questa pianta singolare. E così, dopo dediche, cancellazioni, resurrezioni, rivalità tra botanici e congressi internazionali, rimane lei: la pianta. La sola che non ha mai avuto dubbi sul proprio nome. La sola che continua a crescere, lenta e ostinata, nei suoi ruscelli freddi. Il resto — gli uomini, le loro regole e piccole rivalità — è passato. Lei è ancora lì. In un momento in cui la botanica americana è ancora un mosaico di raccolte sparse e descrizioni isolate, il botanico newyorkese John Torrey comincia a vederla come un insieme unitario, elaborando un metodo che affonda le radici nella scienza europea ma che, nelle sue mani, assume un carattere autenticamente americano. Dalla sua alleanza e amicizia con il più giovane Asa Gray nasce la moderna botanica scientifica degli Stati Uniti. Il genere Torreya, che porta il suo nome, è un piccolo gruppo di conifere antiche e sorprendenti: rare, frammentate, sopravvissute in pochi rifugi d’ombra in America e custodi di una ricca storia culturale in Asia. La scoperta di una vocazione Per oltre un secolo, dalle prime esplorazioni del reverendo Banister a fine Seicento ai viaggi di Michaux e Fraser alla fine del Settecento, la flora americana fu osservata soprattutto con occhio europeo ed esplorata da botanici e cacciatori di piante venuti dall’altra parte dell’Atlantico. Nella seconda metà del Settecento cominciarono però ad emergere naturalisti radicati nel territorio e presero forma le prime esplorazioni delle flore locali, una tendenza rafforzata dall’indipendenza. Il primo a immaginare una “flora degli Stati Uniti”, sorta non dal genio di un singolo, ma dalla collaborazione di “connazionali istruiti” fu Henry Muhlenberg; il suo progetto, tuttavia, non ebbe seguito immediato, mentre si moltiplicavano le flore redatte dagli europei Michaux, Pursh e Nuttall, spesso in aperta rivalità tra loro. Intanto anche i confini geografici si dilatavano. “Flora degli Stati Uniti” aveva significato, all’inizio, le piante delle colonie affacciate sull’Atlantico: prima Virginia e Carolina, poi Pennsylvania, Georgia, Florida, Louisiana. I botanici delle grandi spedizioni navali promosse dalle monarchie europee — come Menzies della spedizione Vancouver — aggiunsero al quadro i primi assaggi della flora del Pacifico. La spedizione di Lewis e Clark (1804–1806) aveva infine rotto il muro dell’ignoto, congiungendo idealmente le due coste e aprendo all’esplorazione botanica i territori dell’interno. È in questo contesto che entra in scena John Torrey: un botanico newyorkese che, pur muovendo i primi passi nella flora locale del Nordest, possiede la rara capacità di guardare all’intero continente. Egli non esplora nuove terre: raccoglie, ordina e mette in relazione flore ancora frammentarie, trattandole non come isole separate, ma come parti di un’unica possibile flora americana. John Torrey (1796–1873) nacque e visse tutta la vita a New York; ma la città della sua infanzia non era la metropoli che immaginiamo oggi. Era una cittadina portuale di circa sessantamila abitanti, con case basse, strade in parte sterrate e, appena oltre le ultime abitazioni, orti, campi e frutteti. Greenwich Village, dove trascorse l’adolescenza, era ancora un’area semi rurale, affacciata su un tratto di fiume animato dalle attività del porto. La sua prima educazione avvenne in qualche scuola pubblica cittadina; ma poiché New York non disponeva ancora di un sistema scolastico solido, per un anno fu mandato a studiare a Boston. Da adolescente era appassionato di meccanica e sognava di diventare “macchinista”, nel senso che aveva allora: un costruttore e riparatore di strumenti, un artigiano della precisione. L’incontro con la botanica avvenne intorno ai sedici anni, in circostanze curiose e inattese. Il padre, un mercante relativamente prospero che in gioventù aveva combattuto nella guerra d’indipendenza, nel 1809 entrò a far parte del consiglio municipale e divenne responsabile della prigione statale di Greenwich. Visitava regolarmente la struttura, spesso accompagnato dal figlio John. Durante queste visite il ragazzo conobbe Amos Eaton, naturalista ed educatore autodidatta, detenuto tra il 1811 e il 1815 per una controversa accusa di frode. John gli procurava libri; Eaton, in cambio, gli insegnava le basi della botanica e il sistema di Linneo; per il giovane Torrey fu una figura di riferimento, un consigliere ascoltato, quasi un secondo padre. Importante fu anche l’amicizia con i fratelli Lewis e John Eatton Le Conte, giovani naturalisti che frequentavano il circolo di studiosi e dilettanti colti che si riunivano attorno a David Hosack — fondatore dell’effimero Elgin Botanical Garden, il primo orto botanico pubblico degli Stati Uniti; egli sognava una flora illustrata del Nord America e incoraggiò il più giovane dei Le Conte a scrivere un catalogo della flora di Manhattan, pubblicato nel 1811. In questo intreccio di incontri maturò la vocazione naturalistica di John Torrey, il quale nel 1814 entrò come studente nel College of Physicians and Surgeons di New York. Qui ebbe tra i suoi insegnanti David Hosack per la medicina clinica, William MacNaven per la chimica, per le scienze naturali Samuel L. Mitchill che lo guido nelle prime ricognizioni sul campo. Nel 1817 fu quest'ultimo a coinvolgerlo nella fondazione del New York Lyceum of Natural History, futura New York Academy of Sciences. Così, ancora studente, fu tra i soci fondatori di un'istituzione destinata a diventare prestigiosa. Nel 1818 Torrey conseguì la laurea in medicina e aprì un proprio studio, continuando però a dedicare il suo tempo libero alle scienze naturali e in particolare alla botanica. Come socio del Lyceum, si concentrò sulla flora dei dintorni di New York e nel 1819 pubblicò il suo primo lavoro, Catalogue of Plants growing spontaneously within Thirty Miles of the City of New York, che lo fece conoscere nel piccolo mondo botanico americano e favorì i primi contatti in Europa. Nel 1820 gli furono inviate, perché le determinasse, le piante raccolte attorno ai Grandi Laghi e lungo il corso superiore del Mississippi dall'ingegnere militare e docente di West Point David B. Douglass e quelle raccolte sulle Montagne Rocciose da Edwin P. Jones nel corso di due spedizioni organizzate dall'esercito. I riconoscimenti lo incoraggiarono a un’opera più ambiziosa, la Flora of the Northern and Middle Sections of the United States (1824), per la quale si avvalse degli invii di numerosi corrispondenti. Come chiarisce la prefazione, pur riconoscendo il suo debito verso Smith Barton, Pursh, Nuttall (cui l'opera è dedicata) e A Sketch of the Botany of South Carolina and Georgia di Stephen Elliott, suo esplicito modello, gli è chiaro che per gli Stati Uniti a nord del Potomac manca ancora un'opera complessiva che raccolga i contributi degli studiosi locali e li unisca in un quadro unitario. Raccogliere le tessere di un mosaico, unificare: qui si delinea la sua vocazione scientifica. La Flora è in inglese, e Torrey pensa persino a un compendio economico per chi non può acquistare l’opera completa: un gesto che dice molto della sua idea di botanica come sapere condiviso. Anche sul piano personale, il 1824 segna una svolta: Torrey si sposò, abbandonò la pratica medica ed entrò nell'esercito come assistente chirurgo, ottenendo l’incarico di docente di chimica e geologia all’accademia militare di West Point. Nel 1828 lasciò l’esercito per divenire professore di botanica e di chimica al College of Physicians and Surgeons, già parte della Columbia University, incarico che mantenne per trent’anni. Verso una botanica nuova: una rete, una scelta metodologica e un incontro decisivo Torrey ha finalmente trovato una posizione personale solida, perfettamente adatta al suo carattere riflessivo e pacato. Nel 1830 alla cattedra di New York si aggiunge l’insegnamento della chimica a Princeton. Il doppio incarico è possibile grazie alla diversa scansione dei due anni accademici: a New York le lezioni si tengono da novembre a marzo, mentre la sessione estiva di Princeton va da aprile a ottobre. Così prende forma una routine destinata a ripetersi per molti anni: l’inverno a New York, l’estate a Princeton, dove in quei mesi Torrey si trasferisce con la famiglia. Intanto continua a crescere la rete di contatti che ha iniziato a costruire già nei primi anni Venti. Ci sono i vecchi amici di New York, come i Le Conte; i numerosi corrispondenti ereditati da Eaton; i compagni di studi come Lewis Beck; i soci del Lyceum, tra cui Rafinesque, che Torrey ammira pur cogliendone subito la mancanza di misura. A questi si aggiungono nuovi interlocutori, sempre più numerosi mano a mano che Torrey diventa un’autorità riconosciuta per la flora del Nord America. Tra le nuove amicizie nate a Princeton, la più importante — e la più vicina anche sul piano umano — è probabilmente quella con il fisico Joseph Henry, che dal 1832 occupa la cattedra di scienze naturali. Henry influenzerà profondamente anche il modo in cui Torrey insegna chimica, e diventerà in seguito, come segretario dello Smithsonian, una figura decisiva nella vita del Torrey maturo. Nel 1826 Torrey dà alle stampe Some Account of a Collection of Plants Collected by Edwin James, seguito nel 1828 da un catalogo delle specie raccolte in Kentucky, Tennessee e Virginia da William Cooper. In questi lavori le piante non sono organizzate secondo il sistema di Linneo, ma per famiglie naturali. È una scelta difficile, perché negli Stati Uniti il sistema naturale è ancora poco noto, mentre quello linneano è familiare ai suoi corrispondenti. Ma è necessaria: ancora nel 1835 scriverà a uno di loro che “il sistema linneano sparirà e non vorrei essere io l’ultimo a sostenerlo; in Francia il sistema naturale è normale materia di insegnamento”. Nel 1830 John Lindley pubblica An Introduction to the Natural System of Botany; Torrey si affretta a curarne l'edizione statunitense, che uscirà nel 1831. Concepisce questo lavoro come propedeutico alla pubblicazione della seconda parte di Flora of the Northern and Middle Sections of the United States, che però non scriverà mai; a sostituirla è arrivato un nuovo, più ambizioso progetto: una Flora degli Stati Uniti. E' uno dei frutti di un incontro che segnerà non solo la vita dei due protagonisti, ma la storia della botanica americana. John Torrey e Asa Gray si incontrano per la prima volta nel settembre 1832, ma avevano già iniziato a corrispondere da qualche tempo. Nel 1831 Gray, a poco più di vent’anni, si è laureato in medicina; già appassionatissimo di botanica, di passaggio a New York desidera mostrare a Torrey alcuni esemplari del suo erbario da identificare. È sicuro di sé, pieno di energia, “rapido d’azione e impaziente della lentezza degli altri”. Un carattere, dunque, opposto al suo. Torrey lo invita ad accompagnarlo a esplorare uno dei suoi terreni di caccia botanica preferiti, i Pine Barrens del New Jersey, relativamente prossimi a New York — non è l’uomo né delle grandi spedizioni né delle grandi distanze — ma ricchi di numerose specie solitamente più meridionali. È un test, per verificare come Gray si comporti sul campo e quanto i loro caratteri siano compatibili, e Gray lo supera a pieni voti. Da quel momento le loro vite scientifiche si intrecceranno, e dalla loro collaborazione nasceranno non solo i volumi della Flora of North America, ma anche un progetto di esplorazione della flora statunitense che darà alla botanica americana una struttura nuova e un futuro che, da New York, si irradierà fino a Harvard. Flora of North America: l’età dell’ambizione Quasi contemporaneamente all’arrivo di Gray, Torrey aveva ricevuto un incarico in cui credeva molto: l’insegnamento della botanica presso la neonata Università della città di New York. Tra mancanza di fondi e problemi burocratici, lo avrebbe mantenuto per appena un anno; ma proprio grazie a quell’incarico compì il suo primo (e unico) viaggio all’estero. L’università lo inviò infatti in Europa ad acquistare attrezzature di laboratorio e libri per la biblioteca; Torrey ne approfittò soprattutto per visitare i grandi erbari europei, dove erano confluiti due secoli di raccolte americane, mentre negli Stati Uniti non esisteva ancora alcun erbario pubblico di pari importanza. Trascorse così in Europa gran parte del 1833. La prima tappa fu Dublino, dove visitò brevemente l’erbario del Trinity College, poi la Scozia. A Glasgow fu accolto quasi come un membro della famiglia dagli Hooker: per un mese lavorò fianco a fianco con William, ammirandone i modi signorili, la conversazione colta e l’incredibile capacità di lavoro. Lo conquistarono la signora Hooker, perfetta padrona di casa, e persino i bambini; uno dei maschi “è un ragazzo splendido e già un acuto botanico”: ritratto profetico del futuro Joseph Dalton Hooker. Poi, introdotto da Hooker — con cui stava collaborando alla pubblicazione delle piante raccolte durante il viaggio del capitano Beechey — fece visita a George Arnott; quindi raggiunse Edimburgo e Liverpool, con i loro orti botanici in piena ascesa. La tappa londinese appariva più impegnativa: ad attenderlo c’era Lindley, ormai un amico, ma soprattutto le poderose collezioni del British Museum e il loro temuto custode, Robert Brown. Eppure, l’uomo di ghiaccio si sciolse: Torrey lo trovò molto cortese e “insolitamente comunicativo”. Brown lo ricevette più volte e gli aprì le porte dell'erbario. Dopo Glasgow, Edimburgo e Liverpool, tre orti botanici eccellenti e dinamici, venne il turno di Kew e del sovrintendente William Townsend Aiton. Qui Torrey fu lapidario: “Molto deluso da entrambi”. Era ora di passare a Parigi: da una parte il compito piacevole di visitare i fornitori di strumenti scientifici e i bouquinistes, dall’altra il gravoso ma ricchissimo esame dell’erbario di Michaux. I botanici del Muséum, Adrien de Jussieu, Decaisne e Mirbel, lo aiutarono in ogni modo; e il giovane Jussieu ebbe la cortesia di donargli un foglio scritto per lui dal grande vecchio della botanica francese, suo padre Antoine-Laurent, ormai “piegato dagli anni”, ma ancora lucido e presente alle sedute dell’Institut. Poi, carico di esperienze e nuove amicizie, con i bagagli pieni di strumenti, libri ed esemplari d’erbario in numero quasi insperato, Torrey tornò in Inghilterra per imbarcarsi a Plymouth alla volta di New York. Prima della partenza gli rimasero quattro giorni liberi: li impiegò per visitare l’isola di Wight e i suoi giardini, munito soltanto di “un ombrello e di un paio di scarpe inadatte”. A New York ritrovò Gray, che durante la sua assenza aveva continuato le ricerche nei Pine Barrens. Torrey lo assunse come assistente, sia al College of Physicians sia nelle ricerche botaniche. Gray si trasferì a casa Torrey, diventando quasi uno zio per le piccole Eliza, Jane e Margaret. Nel 1836 Torrey fu nominato botanico dello Stato di New York e incaricato di redigerne la flora; nello stesso anno anche Gray ottenne finalmente una posizione ufficiale. Il Lyceum si era infatti dotato di un museo, e lui ne venne nominato curatore. Dopo appena un anno, tuttavia, avrebbe lasciato l’incarico, essendo stato scelto come botanico della spedizione Wilkes nei mari del Sud. Intanto prendeva corpo l’idea di una flora degli Stati Uniti. La prima parte del primo volume uscì nel giugno 1838. Il frontespizio reca, alla pari, i nomi di entrambi gli autori: prima il più anziano Torrey, poi il più giovane Gray. Entrambi potevano fregiarsi del titolo di professore: Torrey dell’Università dello Stato di New York, Gray di quella del Michigan. All’inizio dell’anno, infatti, quell’ateneo lo aveva scelto come primo professore permanente, assegnandogli la cattedra di botanica, la prima negli Stati Uniti interamente dedicata a questa disciplina. Gray accettò, diede le dimissioni dalla spedizione Wilkes — continuamente rimandata da complicazioni burocratiche — e, come il suo maestro cinque anni prima, partì per l’Europa a spese dell’università, deciso a visitare erbari, conoscere colleghi e costruire quella rete di contatti che sarebbe stata fondamentale per la sua carriera. Della fase iniziale di quella rete — tanto in Europa quanto negli Stati Uniti — offre una testimonianza quasi in presa diretta la prefazione del primo volume di Flora of North America, pubblicato nel 1840, poco dopo il rientro di Gray. Il sottotitolo è allo stesso tempo modesto — “containing ABRIDGED descriptions” — e ambiziosissimo — “of ALL indigenous and naturalized plants growing North of Mexico”. A evidenziare che si tratta dell’atto fondativo di una nuova botanica, le righe seguenti proclamano: “arranged according to THE NATURAL SYSTEM”. Ad aprire l’opera c’è una lunga dedica a sir William Jackson Hooker, “il cui nome si identifica con la botanica del Nord America”. Seguono una lunga serie di ringraziamenti: al di là dell’Atlantico, i botanici, i collezionisti, i curatori di erbari e orti botanici che avevano aperto le porte delle loro case e delle loro istituzioni a Torrey e Gray; al di qua, i comitati botanici, le istituzioni e i “nostri numerosi corrispondenti in varie parti del paese, che hanno fornito collezioni e osservazioni di valore”. Così, Flora of North America nasce al tempo stesso come opera d’autore — di due autori forti — e come opera collettiva, espressione di un’intera comunità botanica. Tra quei nomi non figura ancora George Engelmann, reclutato da Gray nel 1840; presto, per conto di Torrey e Gray, avrebbe trasformato St. Louis nel centro nevralgico dell’esplorazione botanica dei nuovi territori del West. Con il suo arrivo, le spedizioni e gli invii di piante si moltiplicarono: l’obiettivo di una flora del Nord America che registrasse TUTTE le specie si trasformò rapidamente in un bersaglio mobile. Tra il 1840 e il 1843 Torrey e Gray pubblicarono altre parti dell’opera, finché — completata l’immensa famiglia delle Compositae e con essa il secondo volume — decisero di comune accordo di sospendere la pubblicazione. Certo, nel frattempo si erano inseriti nuovi impegni e complicazioni. Nel 1839 era nato l’unico figlio maschio di Torrey, battezzato Herbert Gray in onore dell’amico e collaboratore; poco dopo il bambino fu colpito da gravi problemi alla colonna spinale, che richiesero due operazioni seguite con apprensione dai genitori e dal sollecito “zio”, fortunatamente con esito positivo. Nel 1841 sia Gray sia Torrey furono eletti membri dell’Accademia delle Scienze. Nel 1842 Gray, che aveva dato le dimissioni dalla irrisoluta Università del Michigan — dove i corsi non erano mai iniziati — si trasferì a Harvard come professore di scienze naturali. Nel 1843, dopo sette anni di lavoro, Torrey completò e pubblicò la Flora of the State of New York; nello stesso anno, per ridurre le spese, trasferì la residenza principale a Princeton. Ma a decidere i due botanici a interrompere — nelle loro intenzioni momentaneamente, ma di fatto definitivamente — la pubblicazione di Flora of North America fu lo stesso successo dell’impresa. Le nuove scoperte e la massa di esemplari da determinare e classificare erano ormai così imponenti da rendere impossibile darne conto in un’opera sistematica. A dare la misura di quanto ciò potesse essere rischioso per il loro progetto di rendere la botanica americana finalmente autonoma fu un episodio significativo: nel 1844 uno dei raccoglitori reclutati da Engelmann, Karl Andreas Geyer, invece di consegnargli le raccolte fatte nel territorio dell’Oregon, si imbarcò per l’Inghilterra e le vendette a Hooker, nel frattempo diventato direttore dei Kew Gardens. Torrey e Gray capirono allora che, se volevano conservare la leadership della botanica statunitense, la priorità non era più completare una grande flora sistematica, ma pubblicare il più rapidamente possibile le novità, riservando a sé una parte del lavoro e affidando il resto a una rete di collaboratori. Una lunga via verso la quiete Mentre Gray avrebbe continuato a occuparsi delle Compositae, Torrey riservò a sé quattro famiglie dalla tassonomia complicata: Boraginaceae, Chenopodiaceae, Cyperaceae e Polygonaceae. Dopo il 1843 non avrebbe più pubblicato opere autonome, ma, oltre a numerosi articoli, una serie di relazioni di spedizioni, spesso come coautore con i protagonisti. La prima fu Catalogue of plants collected by the Lieutenant Frémont in his Expedition to the Rocky Mountains (1845); seguirono la parte botanica di Notes of a Military Reconnaissance from Fort Leavenworth to San Diego (1848) di William E. Emory; gli esemplari raccolti da Howard Stansbury in Utah (1852); quelli nuovamente raccolti da Frémont in California e da Randolph B. Marcy in Louisiana (1853); la parte botanica della spedizione Sitgreaves sui fiumi Zuni e Colorado (1854). Come autore delle relazioni di spedizioni ormai finanziate dallo Stato e guidate dall’esercito, Torrey assunse così un ruolo almeno ufficioso “al servizio dello zio Sam”, anche se in genere non ne ricavò alcun compenso. Insieme a Gray fu coinvolto anche nella pubblicazione dei risultati botanici della South Sea Exploring Expedition, guidata dal luogotenente Charles Wilkes, quella alla quale inizialmente avrebbe dovuto partecipare Asa Gray. Partita nel 1838 e rientrata nel 1842 dopo aver esplorato il Pacifico e aver circumnavigato il globo, la spedizione aveva raccolto materiali da tutto il mondo. Il botanico ufficiale William Rich, nominato per appoggi politici, raccolse ben poco e non scrisse la relazione; così anche queste raccolte finirono sulle scrivanie di Gray e Torrey. L'assistente di Rich, Brackenridge, che invece aveva fatto notevoli raccolte, scrisse la descrizione delle felci; Torrey quelle delle piante della California e dell’Oregon; il resto toccò a Gray, che nel 1848 pubblicò un primo volume. Il secondo non uscì mai perché Wilkes non riuscì a procurare i fondi. Attraverso Engelmann, fecero capo a Gray e Torrey anche le piante raccolte durante il Mexican Boundary Survey (1848–1855), e Torrey ebbe la soddisfazione di vedersi dedicare Pinus torreyana dal suo ex allievo Charles Christopher Parry. Altre raccolte ancora giunsero dalla ricognizione Whipple, che mirava a individuare il migliore tracciato ferroviario dal Mississippi al Pacifico. In questi anni anche nella vita personale e professionale di Torrey avvennero importanti cambiamenti. Nel 1846 Henry lasciò Princeton per trasferirsi a Washington come segretario dello Smithsonian. Nel 1851 anche i Torrey vendettero la casa di Princeton e stabilirono nuovamente la residenza principale a New York. Da tempo gli amici sollecitavano Torrey ad accettare una docenza meglio pagata in un’altra università; si presentarono diverse proposte, ma egli le declinò tutte. La vera ragione la scrisse in una lettera a un amico: “Non posso essere felice se non a New York”. Nel 1853 gli venne proposto il ruolo di saggiatore della zecca, il funzionario responsabile di verificare e certificare la purezza dei metalli preziosi destinati alla coniazione. Era un cambiamento radicale, ma anche un riconoscimento della sua reputazione pubblica e della sua affidabilità morale. Avrebbe avuto uno stipendio migliore e più tempo da dedicare allo studio e all’erbario. Così accettò. Nel maggio 1854 diede le dimissioni da Princeton e nel settembre dell’anno successivo lasciò anche il College of Physicians and Surgeons, che nel 1856 lo nominò Professor Emeritus. Nell’estate del 1853, poco dopo aver assunto la nuova mansione, Torrey acquistò una residenza estiva alle Palisades, sperando che l’aria buona giovasse alla salute della moglie, sempre più fragile; e proprio qui, due anni dopo, la donna morì. Ora la maggiore preoccupazione di Torrey era il suo erbario. Ogni sera qualche ora, e talvolta anche il primo mattino, era dedicata a catalogare, montare, etichettare gli esemplari in modo rigoroso; ma negli ultimi anni, con i massicci arrivi da ogni parte degli Stati Uniti, era cresciuto tumultuosamente e in casa mancava lo spazio per ospitarlo. Così nel 1860 (all’epoca contava 40.000 specie e tra 84.000 e 160.000 esemplari) si risolse a donare sia l’erbario sia la biblioteca al Columbia College, in cambio di “cinque anni di affitto di una casa non occupata o non destinata ad altro uso”. Nel novembre seguì con soddisfazione, ma non senza preoccupazione, l’elezione di Abramo Lincoln. La guerra civile — aveva amici, allievi e corrispondenti dall’una e dall’altra parte — fu lacerante ed ebbe anche una conseguenza immediata sul suo lavoro. A partire dal 1848 era stata decretata l’istituzione di un erbario nazionale, destinato a raccogliere gli esemplari provenienti dalle spedizioni finanziate dallo Stato; ad ospitarlo sarebbe stato lo Smithsonian di Washington. Poiché al momento non esistevano ancora spazi adeguati, gli esemplari — circa 50.000 — vennero distribuiti tra Harvard, sotto la supervisione di Gray, e la Columbia University, sotto quella di Torrey. Con lo scoppio della guerra, Henry pregò Torrey di continuare ad occuparsi dell’erbario nazionale, che avrebbe raggiunto Washington solo molti anni dopo la fine del conflitto, nel 1869 o nel 1870. La pace riportò serenità e qualche soddisfazione anche nella sua vita. Ancora nel 1865 ci fu un viaggio in California, con la gioia di vedere dal vivo, in piena fioritura, le piante che conosceva solo da esemplari d’erbario. La raggiunse in battello, passando dall’istmo di Panama; poi ispezionò alcune miniere di quarzite in Nevada, per rientrare infine in treno. Nel 1872 due viaggi lo portarono prima a Charleston, poi in Florida, dove ad Aspalaga si emozionò nel vedere le Torreya taxifolia di cui il suo corrispondente Hardy Brian Croom gli aveva inviato i primi esemplari nel 1834, pensando ai vecchi tempi e a quell’amico perito tanti anni prima in un naufragio con tutta la famiglia. L’ultimo viaggio, nello stesso anno, lo portò nuovamente in California, e questa volta viaggiò in treno sia all’andata sia al ritorno. In Colorado ci fu un momento di intensa, ma più dolce commozione. Molti anni prima, visitando il settore delle Montagne Rocciose del Colorado, Charles Parry era stato colpito, vedendole da lontano, da due montagne gemelle che aveva battezzato “Torrey” e “Gray”, a sottolineare tanto la stima per i due colleghi quanto la loro stretta relazione. Aveva poi scalato entrambe le montagne, e nel 1872 era tornato sul Grays Peak insieme allo stesso Asa Gray, sua moglie e un gruppo di amici. Torrey, invece, non aveva mai visto la montagna che portava il suo nome. Così, di ritorno dalla California, i suoi figli lo condussero a vedere il Torreys Peak; ormai gli mancavano le forze per raggiungere la cima — aveva compiuto settantacinque anni — e dovette fermarsi in un rifugio, mentre i suoi compagni proseguivano l’ascensione e raccoglievano per lui fiori di montagna. Si sarebbe spento serenamente pochi mesi dopo, nella sua casa di New York, il 10 marzo 1873. Oltre ai suoi scritti, al suo erbario, al suo magistero di botanico, lasciava un’ulteriore eredità. Non sappiamo esattamente quando, nelle stanze della casa liberate dalla presenza ingombrante dell’erbario, prese a riunirsi informalmente attorno a lui un gruppo di colleghi, studenti e amatori interessati alla botanica. Da quel nucleo — la data ufficiale è il 1867 — sarebbe sorto il Torrey Botanical Club, la prima società botanica delle Americhe, con l’obiettivo di “promuovere l’interesse per la botanica e raccogliere e disseminare informazioni su tutte le fasi di questa scienza”. Torrey ne sarebbe stato il primo presidente. Nel 1871 il Club si sarebbe anche dato un organo, il Bulletin of the Torrey Botanical Club. Da quel momento l’associazione, oggi Torrey Botanical Society, divenne una presenza costante nella società americana, con conferenze, escursioni, spedizioni sul campo, borse di studio e pubblicazioni. Torreya, un genere antico e sorprendente A questo grande botanico, a questa figura centrale per lo sviluppo della botanica scientifica negli Stati Uniti, non mancarono i riconoscimenti, anche nella tassonomia. Diverse specie gli vennero dedicate già in vita, altre si aggiunsero successivamente: in totale sono circa duecento denominazioni, quasi cinquanta delle quali accettate. Tra tutte spicca l'omaggio di Parry Pinus torreyana, una rara specie endemica della San Diego County e dell’isola di Santa Rosa in California. Poi ci sono presenze più discrete, come la margherita gialla Tetraneuris torreyana, originaria delle zone aride degli Stati Uniti occidentali, dal Montana al Wyoming, che gli fu dedicata — con un altro nome — all’inizio degli anni Quaranta da Thomas Nuttall; oppure Eupatorium torreyanum, un endemismo del Kentucky, omaggio negli anni Trenta di due suoi corrispondenti, Charles Short e Robert Peter; o ancora Funastrum torreyi, un rampicante delle aree semidesertiche del Texas e del New Mexico, uno dei numerosi omaggi di Asa Gray. Per ben sei volte gli è stato dedicato un genere Torreya: due volte da Rafinesque, poi da Eaton, Sprengel, Croom, e infine arrivò quello valido, Torreya Arn. Non è il più antico — lo è uno di quelli di Rafinesque — secondo la regola della priorità, ma è quello che si è imposto nella comunità botanica, che ha deciso di conservarne il nome su tutti gli altri (nomen conservandum). A dedicarglielo fu George Arnott, uno degli incontri più significativi del memorabile viaggio europeo del 1833. La storia della dedica e della scoperta è curiosa. Nell’inverno del 1837 Torrey scrisse ad Arnott per chiedergli la corretta identificazione di Torreya paniculata, la specie che gli era stata dedicata nel 1821 da Sprengel, allegandone un frammento. Arnott concluse che si trattava indubbiamente di un Clerodendrum, molto simile a una specie africana che aveva osservato nell’erbario di Hooker. Più o meno nello stesso periodo, Torrey gli scrisse nuovamente per raccontargli che tre anni prima il suo amico e corrispondente Hardy Brian Croom aveva individuato nell’area di Aspalaga, in Florida, una specie di Taxacea non ancora descritta; ne aveva inviato un ramo a Nuttall, che l’aveva identificato con un Taxus o un Podocarpus; ne aveva inviato un esemplare anche a lui, che però, non avendo visto gli organi della fruttificazione, si era astenuto dall’identificazione. L’anno dopo Croom gli aveva inviato un ramo con strobili maschili e più tardi i frutti sotto spirito. Certamente si trattava di una Taxaceae, ma non corrispondeva a nessuna specie nota. Forse Arnott, che poteva consultare gli erbari europei, avrebbe potuto giungere a conclusioni diverse. Basandosi sui campioni trasmessigli da Torrey e sulla sua descrizione, Arnott concluse che si trattava di un nuovo genere, e scrisse: «Poiché prima ho segnalato che il genere Torreya di Sprengel deve essere rifiutato, credo di esprimere la volontà di tutti i botanici che questo nome sia appropriato per l’albero della Florida, di cui ora darò la descrizione». Secondo le regole attuali, questo “riciclaggio” sarebbe vietato, ma all’epoca le norme non erano ancora state fissate — per fortuna di Torrey e di Torreya. Oggi Torreya Arn., famiglia Taxaceae, comprende sette specie, con un’interessante distribuzione disgiunta: due sono nordamericane, ma vivono ai due capi opposti degli Stati Uniti — una, T. taxifolia, in Florida, l’altra T. californica in California — mentre le altre sono originarie dell’Asia orientale, tra Cina, Corea e Giappone. Sono le ultime sopravvissute di un genere che un tempo, durante la fase più calda del Terziario, occupava gran parte dell’emisfero boreale: resti di antiche specie sono stati trovati in Francia e nella Repubblica Ceca. Poi le glaciazioni spezzarono la continuità e il genere si ridusse all’Asia orientale e ai rifugi della California e della Florida. Le Torreya vivono tipicamente nel sottobosco delle foreste. Amanti dell’ombra, crescono molto lentamente; anche se con l’età possono diventare alberi di medie dimensioni (fino a circa 20 metri), per lo più si presentano come arbusti. Hanno foglie lineari, piatte, rigide e con apice pungente, simili a quelle del tasso, disposte a spirale, ma rotate alla base in modo di disporsi ai due lati del ramo. Possono essere monoiche, dioiche o subdioiche. Il frutto è un arillo carnoso che avvolge completamente un unico grande seme, il quale in modo inusuale per questa famiglia, in alcune specie — T. grandis e T. nucifera — è commestibile. T. taxifolia, la specie tipo scoperta da Croom e descritta da Arnott, vive in un’area ristretta della Florida, al confine con la Georgia, lungo l’Apalachicola River, in una zona di circa 200 km². Già molto rara, è oggi in forte declino: dai circa 700.000 esemplari stimati nell’Ottocento si è scesi a non più di 700, per cause che comprendono la riduzione dell’habitat forestale, il cambiamento climatico e la diffusione di patogeni fungini. Considerata la “conifera più rara d’America” e inclusa fin dal 1984 tra le specie a rischio di estinzione, è al centro di programmi di conservazione e di reintroduzione che negli Stati Uniti hanno anche scatenato un vivace dibattito, soprattutto attorno alla proposta di una “migrazione assistita” in North Carolina. È invece in migliore salute, anche se classificata come “vulnerabile”, l’altra specie americana, T. californica. Fu pubblicata e descritta nel 1854 proprio da Torrey, che — sotto il nome di “California Nutmeg”, la noce moscata della California — ne aveva ricevuto un esemplare da un certo Mr. Shelton; la riconobbe come appartenente allo stesso genere di T. taxifolia. Endemica della California, presenta una distribuzione discontinua: dal livello del mare lungo la catena costiera fino a circa 2500 metri nelle Cascades e nella Sierra Nevada. Rara ma localmente abbondante, ha trovato rifugio in habitat montani freschi, con microclimi che variano con l’altitudine e da un versante all’altro, importanti per la dispersione dei semi, effettuata a breve distanza da scoiattoli e altri roditori. Le cinque specie asiatiche sono le cinesi T. grandis, T. fargesii — da alcuni considerata una varietà della precedente — T. jackii e T. dapanshanica, descritta solo nel 2022, e T. nucifera, diffusa nel Giappone centro‑meridionale e nell’isola coreana di Jeju. Fu proprio quest’ultima specie ad attirare per prima l’interesse dei botanici: venne descritta nel 1712 da Kaempfer sotto il nome Taxus nucifera, poi adottato da Linneo. Nella cultura giapponese ha un ruolo importante: i semi sono una fonte di olio ricco di vitamina E e di grassi Omega‑6 e, tostati, costituiscono un cibo apprezzato. Il legname di esemplari vetusti, dal colore giallo‑oro, è tradizionalmente utilizzato per le scacchiere del Go. Nella foresta primitiva di Kasugayama, a est di Nara, si trovano individui plurisecolari, forse anche millenari, poiché l’area è protetta fin dall'841. T. grandis è la più diffusa delle specie cinesi, tutte originarie della Cina sud‑orientale; nella cultura cinese occupa un ruolo analogo a quello di T. nucifera in Giappone. Originaria delle vallate montane tra i 400 e i 1400 metri, già citata nel primo dizionario cinese (II secolo a.C.), è apprezzata e coltivata da due millenni. In un villaggio della provincia dello Zhejiang è presente un esemplare coltivata la cui età è stimata in circa 1400 anni. I semi, di elevato valore nutritivo, erano immancabili sulle tavole più raffinate e, fin dalla dinastia Song (960–1279), se ne ricavavano prodotti come sali aromatici, paste e confetti. Le proprietà medicinali dell’olio, già riconosciute nei più antichi testi erboristici, hanno trovato conferma nelle ricerche più recenti. Dopo un periodo di decadenza, da circa cinquant’anni la sua coltivazione è stata rilanciata su larga scala per usi alimentari e medici. Altre informazioni e approfondimenti nella scheda. Nel 1949, un secondo genere è venuto ad aggiungersi a Torreya per onorare John Torrey. E' Torreyochloa ("erba in onore di Torrey"), un piccolo genere della famiglia Poaceae, istituito da George Lyle Church sulla base di esami citologici, separandolo da Glyceria e Puccinellia. Sono erbe perenni rizomatose che vivono in habitat freschi, umidi, ma non salini; due specie, T. erecta e T. pallida, sono nordamericane, mentre altre due, T. natans e T. viridis, sono originarie dell'Asia nord orientale (Siberia orientale, Curili, Corea, Giappone). Hanno colmi eretti, guaine aperte alla base, lamina piatta, infiorescenza a pannocchia con spighette compresse lateralmente. La specie più diffusa è T. pallida, relativamente comune da Sakalin al Messico settentrionale, attraverso Alsaka, Canada e Stati Uniti, in habitat umidi, come fiumi, rive di laghi, torbiere e paludi. Alta fino a un metro, porta infiorescenze ramificate lunghe fino a 25 cm. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
March 2026
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