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Quasi negli stessi anni – e per un lungo tratto contemporaneamente – furono attivi negli Stati Uniti ottocenteschi due medici appassionati di botanica: Jacob Bigelow e John Milton Bigelow. Stessi anni, stessa professione, stessa passione, stesso cognome. Che talvolta siano stati confusi non stupisce. Eppure diversissimi furono il loro campo d’azione e il modo in cui la botanica li ha ricordati: con il genere Bigelowia il primo, con una costellazione di specie del Sud‑Ovest il secondo. Gemelli diversi: Jacob Bigelow l'accademico Nel corso dell’Ottocento, negli Stati Uniti operarono due medici omonimi, entrambi attivi anche in botanica: Jacob Bigelow (1787–1879) e John Milton Bigelow (1804–1878). Il primo, più anziano, era una figura di spicco della Boston accademica, professore universitario e autore di un’opera che divenne un classico. Il secondo viveva in provincia, nell’Ohio; si interessò alla flora locale e, quando era ormai maturo, partecipò a due grandi spedizioni di esplorazione del Nord America: quella del confine con il Messico e la spedizione Whipple. Stesso cognome, percorsi diversi, due modi diversi di essere botanici in un paese che stava cercando una propria autonomia scientifica dall’Europa. Iniziamo, dunque, in ordine di apparizione, da Jacob Bigelow. Nato nel Massachusetts, nell’area di Boston, dove poi avrebbe trascorso tutta la vita, nel 1810 si laureò in medicina presso l’Università della Pennsylvania, seguendo le lezioni di botanica di Benjamin Smith Barton. Tornato a Boston, aprì uno studio medico che, per sessant’anni, ne avrebbe fatto uno dei più stimati professionisti della città. Teneva anche conferenze di botanica e studiava sistematicamente la flora locale; le sue raccolte confluirono nel 1814 nella prima edizione di Florula bostoniensis. Allargò poi le sue indagini al New Hampshire e al Vermont, pubblicando nel 1824 una seconda edizione che rimase per un quarto di secolo il testo di riferimento per la flora del New England. Segue ancora la classificazione linneana, forse l'ultimo testo a farlo, e per questo motivo è ricercata dai bibliofili come curiosità. Intanto era decollata anche la sua carriera accademica. Nel 1815 fu nominato professore di materia medica alla Harvard Medical School (cattedra che avrebbe mantenuto per quarant’anni), cui dal 1816 al 1827 si aggiunse l’insegnamento di scienze applicate all’Harvard College. Uomo di molteplici interessi, oltre che di medicina e botanica si occupò anche di tecnologia e meccanica, alle quali dedicò un trattato. La sua opera principale tuttavia congiunge medicina e botanica: American Medical Botany, in tre volumi pubblicati tra il 1817 e il 1820 e illustrati da lui stesso, utilizzando una tecnica di acquaforte migliorata di sua invenzione. Nel 1820 fu inoltre coinvolto nella revisione della farmacopea statunitense. Per Jacob Bigelow, al di là dell’interesse per la flora locale, la botanica rimaneva sostanzialmente un’ancella della medicina e rientrava nella sua preoccupazione principale: la salute pubblica e l’igiene. Come medico denunciò trattamenti e farmaci poco efficaci, quando non controproducenti, e si batté contro le poco igieniche sepolture nelle chiese, facendosi promotore del Mount Auburn Cemetery, concepito come un giardino, un cimitero rurale. Né gli mancarono i riconoscimenti: nel 1818 fu ammesso all’American Philosophical Society e per 67 anni fu membro della American Academy of Arts and Sciences, di cui fu presidente dal 1847 al 1863. Gemelli diversi: John Milton Bigelow, botanico della frontiera Lasciando per ora le dediche botaniche, sulle quali tornerò più avanti, passiamo a John Milton Bigelow. Il più giovane dei due Bigelow nacque nel Vermont, ma la sua infanzia si svolse interamente in Ohio, dove la famiglia si trasferì poco dopo la sua nascita e dove egli avrebbe trascorso quasi tutta la vita. Nel 1832 si laureò in medicina al Medical College di Cincinnati; subito dopo si sposò e si stabilì a Lancaster, dove avrebbe esercitato per trent’anni come medico molto stimato. Proprio negli anni universitari si era avvicinato alla botanica, forse grazie alle lezioni di John Riddell; ma l’incontro decisivo avvenne più tardi, quando conobbe William Starling Sullivant, il medico e botanico di Columbus che lo coinvolse nelle sue ricerche sulla flora locale e lo mise in contatto con Torrey. Nel 1840 Sullivant pubblicò una florula dell’area di Columbus; l’anno successivo Bigelow lo seguì con Florula lancastriensis, il cui titolo riecheggia Florula bostoniensis dell’altro Bigelow, opera che con ogni probabilità conosceva, essendo presente nella biblioteca di Sullivant. In quegli anni il suo modo di intendere la botanica non era molto diverso da quello dell'omonimo: in un territorio ancora di frontiera, la conoscenza delle proprietà medicinali delle piante locali era centrale, e John Milton Bigelow ne era un convinto sostenitore. Nel 1841, intervenendo alla Convenzione dei medici dell’Ohio, definì la botanica “la più importante scienza collaterale della medicina”, lamentando la disattenzione di molti colleghi; nel 1849 pubblicò una lista delle piante officinali dell’Ohio. Nel 1850, a quarantacinque anni, con una famiglia numerosa – otto figli, l’ultima una bambina di meno di due anni – accettò un incarico che avrebbe cambiato la sua vita: medico, chirurgo e botanico nella Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico. La scelta, probabilmente sostenuta da Sullivant e Torrey, fu dettata in primo luogo dalla sua lunga esperienza clinica: ogni distaccamento della spedizione contava centinaia di persone da assistere in condizioni difficili, spesso in aree desertiche e lontane da qualsiasi insediamento. Ma si rivelò felice anche dal punto di vista botanico. La relazione dei risultati, redatta da Torrey, documenta circa 140 specie raccolte da Bigelow, cui si aggiungono una quarantina di Cactaceae trattate da Engelmann in Cactaceae of the Boundary. Bigelow operò nel settore centro-orientale della spedizione: le raccolte si concentrano soprattutto nel Texas centrale e occidentale, tra El Paso, il bacino del Rio Grande e Eagle Pass, per poi spostarsi nel New Mexico, attorno a Santa Rita del Cobre, sede del quartier generale dal 1852. Ma il suo raggio d’azione fu più ampio, includendo non solo le pianure e la linea di frontiera, ma anche le montagne del Texas occidentale e del New Mexico. Tra le scoperte più notevoli figurano Parthenium argentatum, il guayale – una composita da cui si ricava una gomma naturale – raccolto nel settembre 1852 presso l’Escondido Creek, e Quercus sinuata var. breviloba, la “quercia di Bigelow”, raccolta nel 1851 in una gola montana presso Howard Springs. Nel 1853, concluso l’incarico con la Spedizione del confine, John Milton Bigelow non tornò alla vita di medico di provincia. Al contrario, aderì immediatamente a una nuova impresa: la spedizione di rilevamento ferroviario del 35° parallelo, guidata dal luogotenente Amiel Weeks Whipple, sotto il quale Bigelow aveva già servito in alcune sezioni della precedente missione. Delle vicende generali della spedizione ho già scritto in questo post; qui mi concentro sul contributo botanico di Bigelow, documentato da numerose testimonianze dirette che lo descrivono come medico abile e sempre disponibile, naturalista curioso e appassionato, capace di affrontare con entusiasmo anche le fasi più dure del viaggio. Uno dei compagni di spedizione, il pittore Baldwin Möllhausen, ne ha lasciato un vivido ritratto: “Anche se era il più vecchio della compagnia, era il favorito di tutti, un modello di dolcezza e pazienza, non solo un botanico zelante, ma anche uno sportivo entusiasta. Con i suoi pazienti era gentile e premuroso, e il suo mulo, Billy, era come un bambino viziato.” A differenza della Spedizione del confine, Bigelow non era più un semplice raccoglitore: era il responsabile delle ricerche botaniche. La parte botanica della relazione finale della spedizione, pubblicata nel 1856, documenta ampiamente il suo lavoro. Egli redasse la descrizione generale della flora delle regioni attraversate, con osservazioni su suolo, formazioni vegetali, specie caratteristiche e potenzialità economiche; un capitolo sugli alberi forestali, sia osservati lungo il percorso sia studiati in California; un contributo sulle Cactaceae, scritto insieme a George Engelmann, che proprio in quegli anni stava definendo la tassonomia della famiglia. La trattazione sistematica delle piante raccolte fu affidata a John Torrey, con l’eccezione di Composite e Scrophulariaceae, curate da Asa Gray; il capitolo finale, dedicato a muschi ed epatiche, fu redatto da William S. Sullivant, allora in ascesa come padre della briologia statunitense. Le aree più interessanti si rivelarono, da una parte, il territorio indiano, dove Bigelow raccolse diverse specie delle grandi pianure; il Llano Estacado, con la sua abbondanza di Cactaceae tra cui la formidabile Opuntia arborescens; e, ancora per le Cactaceaee, le valli del Tucumcari, del Pecos, del Rio Grande; nell'ultima parte della spedizione, il Bill William's Fork, ricco di una flora peculiare ma visitato nella stagione meno favorevole. Gli ultimi mesi, trascorsi nel cuore dell’inverno tra passi e canyon labirintici, furono i più difficili e i meno generosi di novità botaniche. Forse anche per questo, quando alla fine di marzo la spedizione raggiunse Los Angeles, Bigelow decise di trattenersi in California. Stava iniziando la primavera, la stagione delle fioriture: un’occasione imperdibile. Tra aprile e inizio giugno egli esplorò intensamente la flora californiana, dalla Valle Centrale alla Sierra Nevada, concentrandosi soprattutto sulle valli del San Sacramento, del San Joaquin e dei loro tributari. Una parte significativa delle nuove specie scoperte durante la spedizione – circa una sessantina – proviene proprio da questa fase californiana. Lo troviamo poi a Washington per occuparsi della redazione della sua sezione della relazione finale. Nel 1856 tornò a Lancaster e riprese l'attività medica, ma per breve tempo. Tra il 1860 e il 1867 partecipò alla ricognizione idrografica dei Grandi laghi, come membro della divisione meteorologica, quindi si trasferì a Detroit, come chirurgo del Marine Hospital. A questi anni risalgono alcuni articoli di botanica medica pubblicati sulla Detroit Review of Medicine and Pharmacy. Dopo il pensionamento, nel 1873, si ritirò in una fattoria nei dintorni di Detroit, dove morì nel 1878. Dediche ed equivoci Era inevitabile che la presenza – e per molti anni la contemporanea attività – di due medici‑botanici di cognome Bigelow generasse qualche confusione. Anche studiosi autorevoli vi sono inciampati. La pur informata Lotte Burchard, nella voce dedicata a Engelmann, indica come coautore di alcuni dei suoi scritti sulle Cactaceae Jacob Bigelow, mentre come abbiamo visto egli collaborò unicamente con John Milton Bigelow per la trattazione delle Cactaceae della spedizione Whipple. In direzione opposta, con un errore speculare, la versione italiana di Wikipedia, alla voce Bigelowia, afferma che il genere sarebbe stato dedicato al “dottore John M. Bigelow, farmacista e botanico”. È dunque opportuno fare un po’ di chiarezza. I due Bigelow erano separati da diciassette anni di età, quasi una generazione. Jacob (1787–1879) ebbe una vita lunghissima e morì solo pochi mesi dopo John Milton (1817–1878), ma quando il maggiore pubblicò la prima edizione della Florula bostoniensis (1814) e iniziò la carriera universitaria, il più giovane era ancora un bambino. Le loro traiettorie scientifiche non si sovrapposero mai: Jacob fu figura di spicco della botanica e della medicina bostoniana, professore ad Harvard, autore di opere di grande risonanza; John Milton fu medico di frontiera, esploratore e raccoglitore instancabile nelle grandi spedizioni dell’Ottocento americano. Sono dunque quasi gli esponenti di due fasi - vicine nel tempo, ma profondamente differenti - della botanica americana. Le dediche botaniche più antiche riguardano ovviamente Jacob. Già nel 1817, proprio in qualità di autore della Florula bostoniensis, Rafinesque gli dedicò un primo Bigelowia (oggi sinonimo di Stellaria). Seguirono altre dediche – da parte di James Edward Smith, Sprengel, de Candolle – nessuna delle quali è oggi accettata, ma tutte testimoniano la risonanza europea della sua attività. La dedica definitiva arrivò nel 1836, ancora una volta per mano di de Candolle, con parole che non lasciano dubbi sull’identità del dedicatario: “L’ho dedicato al celebre Jacob Bigelow, che aggiunse alla flora americana l’aurea corona della sua flora di Boston e medica.” L’immagine dell’“aurea corona” è quasi certamente suggerita dai fiori dorati di queste Asteraceae. Oggi il genere Bigelowia DC. comprende tre specie di suffrutici endemici degli Stati Uniti sud‑orientali, dal Texas alla Florida, caratterizzati da capolini gialli molto piccoli ma estremamente numerosi. Sono piante cespitose, talvolta provviste di caudice, capaci di formare colonie più o meno dense. Crescono in ambienti diversi, con una preferenza marcata per i suoli sabbiosi, spesso poveri e ben drenati. Altre informazioni nella scheda, Come abbiamo visto, il genere fu creato nel 1836, preceduto da altri generi omonimi non validi. Quando John Milton Bigelow iniziò la sua attività di botanico – con la Florula lancastriensis del 1841 – la casella era dunque già occupata. Era abitudine di Torrey e Gray dedicare generi ai botanici e ai raccoglitori che più stimavano, e il secondo Bigelow rientrava certamente tra questi. Ma la dedica di un genere – a meno di ricorrere a qualche escamotage a cui evidentemente non pensarono – era ormai esclusa. Arrivarono però, sia da parte loro sia da altri botanici americani come Sereno Watson, numerosissime dediche di taxa con l’eponimo bigelovii (o, meno frequentemente, bigelowii), che testimoniano meglio di un genere, e con maggiore aderenza alla sua figura, l’ampiezza e la qualità delle raccolte di Bigelow, botanico della frontiera. Secondo POWO, sono circa 140 denominazioni, una quarantina delle quali accettate. Si tratta spesso di piante emblematiche delle zone e degli habitat da lui esplorati: tra le altre, Bidens bigelovii, un’annuale che cresce lungo i corsi d’acqua di mezza montagna, raccolta lungo il Rio Limpia nel Texas centrale; la rara Abronia bigelovii, un endemismo del New Mexico; quindi, a rappresentare le specie delle grandi pianure e del Sud‑Ovest, Artemisia bigelovii, di casa negli habitat aridi; per le Cactaceae, l’iconica Cylindropuntia bigelovii, tipica delle aree desertiche del Colorado e della California; e ancora le rare specie montane dell’Arizona e del New Mexico, come Allium bigelovii e Clematis bigelovii; o le numerose specie californiane, dallo spettacolare Helenium bigelovii al raro Scoliopus bigelovii. Così, se Jacob Bigelow ha ottenuto la gloria di un genere valido, John Milton Bigelow ha lasciato un’eredità più vasta e concreta, disseminata nelle numerose specie che portano il suo nome e che raccontano, a chiunque ami le piante, la sua presenza nella flora dell’Ovest americano.
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Dopo la grande spedizione del confine con il Messico, negli anni '50 dell'Ottocento il governo degli Stati Uniti investì uomini e risorse finanziarie in una serie di estese ricognizioni delle vaste aree del proprio territorio ancora inesplorate; all'interno di esse, spiccano i Railroad Surveys, finalizzati a individuare il tracciato migliore della ferrovia che avrebbe finalmente congiunto l'est con l'ovest, l'Atlantico con il Pacifico. Per i risultati scientifici forse il più notevole fu quello guidato dal capitano Whipple, ricordato tra l'altro dal genere endemico Whipplea. Una ricognizione ferroviaria lungo il 35° parallelo Dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America, Whipplea è forse il meno appariscente, come suggeriscono sia l’eponimo dell’unica specie, W. modesta, sia il nome comune modesty. È infatti un piccolo arbusto del sottobosco delle foreste montane di conifere della costa pacifica degli Stati Uniti, dove può formare un tappeto di foglie verdi persistenti, da cui alla fine della primavera emergono dense infiorescenze di minuscoli fiori bianchi. Non porta il nome di un botanico, ma di un militare: l’ingegnere topografo Amiel Weeks Whipple (1817–1863), che tra il 1853 e il 1854 comandò una delle ricognizioni ferroviarie decise dal Congresso, quella lungo il 35° parallelo, meglio nota come spedizione Whipple. Lo fece con abilità e competenza, come ricorda Torrey dedicando questo nuovo genere al “valente comandante della spedizione”. Whipple era nato nel Massachusetts e aveva trascorso l'infanzia a Concord, dove il padre gestiva una locanda. Ventenne, entrò all'accademia di West Point, dove si diplomò a pieni voti nel 1841. Entrò immediatamente nel servizio topografico, partecipando al rilevamento del Patapasco River, alla mappatura degli accessi a New Orleans e al rilevamento della baia di Portsmouth. Dal 1844 al 1849, fu la volta del rilievo del confine nordorientale, diretto da James Duncan Graham. Queste esperienze e le ottime capacità tecniche, che includevano anche l'astronomia e uno spiccato interesse etnografico, gli guadagnarono un ruolo direttivo nella Spedizione del confine con il Messico, all'inizio della quale servì come capo topografo ad interim, in attesa che William H. Emory assumesse il comando. La lunga e impegnativa spedizione ebbe per teatro uno dei territori più ignoti e difficili del paese, e Whipple, oltre che con un terreno vario e accidentato, dovette fare i conti con i problemi logistici, le temperature estreme dell'ambiente desertico, l'ostilità latente degli Apaches. Superò brillantemente queste sfide e nel 1851 fu promosso luogotenente. Era ovvio pensare a lui quando il Congresso decretò un vasto programma di ricognizioni topografiche per decidere il migliore percorso della ferrovia che avrebbe finalmente collegato la costa atlantica a quella pacifica, una necessità sempre più urgente dopo l’annessione della California e l’improvvisa pressione migratoria innescata dalla corsa all’oro. A Whipple fu affidato il comando di una delle due spedizioni meridionali, quella che si sarebbe mossa lungo il 35° parallelo nord. Al tempo stesso rilievo topografico, spedizione militare e ricognizione delle risorse naturali dei territori attraversati, essa comprendeva, oltre ai militari e alle guide, un nutrito gruppo di scienziati e artisti, scelti in accordo con lo Smithsonian, destinatario delle future raccolte. La presenza del noto geologo svizzero Jules Marcou, che aveva già partecipato a importanti rilievi geologici sia in Europa sia negli Stati Uniti, e dell’artista tedesco Balduin Möllhausen, raccomandato da Humboldt in persona, conferiva al team una portata internazionale. C’erano poi il medico e botanico John Milton Bigelow, il “vecchio” della spedizione con i suoi quarantanove anni, anche lui reduce dalla Spedizione del confine; l’ingegnere civile e artista Albert H. Campbell; lo zoologo Caleb Kennerly; e, come assistente, il giovane John Pitts Sherburne, il cui diario, scritto con l’entusiasmo dei vent’anni, è una delle testimonianze più vive della spedizione. Tra i militari figurava anche il secondo topografo Joseph Ives, futuro comandante di altri importanti rilievi. Il compito era molto preciso: valutare l’idoneità del territorio per una ferrovia, misurando distanze e pendenze, individuando i passi montani più percorribili e, allo stesso tempo, rilevando la disponibilità di risorse come acqua, legname e combustibile. Dalle precedenti esperienze attraverso il “grande deserto americano” si era imparato molto, migliorando logistica ed equipaggiamento. Fu così un’imponente carovana quella che si mise in moto il 14 luglio 1853 da Fort Smith, in Arkansas: una settantina di uomini, duecento mule, un grosso gregge di pecore, un convoglio di carri con provviste e attrezzature. Si procedeva con lentezza, poche decine di miglia al giorno, in direzione ovest, grosso modo lungo la riva sud del Canadian River, seguendo per quanto possibile strade già battute. Si entrò così nel Territorio Indiano (l’attuale Oklahoma), scarsamente abitato dopo il trasferimento forzato delle popolazioni native. Long, che l’aveva percorso trent’anni prima in un’estate eccezionalmente calda, l’aveva descritto come un deserto; Whipple e i suoi, invece, osservarono terreni adatti all’agricoltura, praterie ben fornite di acqua, alberi e persino qualche giacimento di carbone. Ci furono numerosi incontri con nativi — un mosaico di diverse tribù — che si mostrarono ospitali e persino aperti alle opportunità offerte da una ferrovia. Whipple era molto interessato alle loro lingue e ai loro costumi e, insieme ai suoi colleghi, annotò vocaboli e usanze. Nella tarda estate la spedizione raggiunse il Texas Panhandle (la “maniglia” nordoccidentale del Texas): ora i sentieri erano meno battuti, la temperatura più cocente, le fonti d’acqua più scarse. A settembre si giunse nel Llano Estacado, l’area di confine con il New Mexico. Era un territorio pianeggiante, con scarsi dislivelli, e nonostante l’estrema aridità appariva perfetto per la posa di futuri binari. All’inizio di ottobre Whipple e i suoi giunsero ad Albuquerque, il principale stanziamento militare dopo l’occupazione del New Mexico, dove furono raggiunti dal gruppo guidato dal luogotenente Ives, che aveva seguito una strada più meridionale attraverso il Texas, e da Antoine Leroux, una guida molto esperta ingaggiata per la sua conoscenza delle vie verso la California. L’esplorazione vera e propria iniziava ora, in territori in gran parte ignoti e mai cartografati. Nell’attuale Arizona la spedizione attraversò i villaggi Pueblo, le cui architetture e la cui cultura affascinarono sia Whipple sia Möllhausen. Attraversando il Painted Desert e seguendo antichi sentieri nativi raggiunsero il Little Colorado River. L’inverno si avvicinava: l’acqua e l’erba si facevano sempre più scarse e, salendo di quota, gli esploratori incontrarono le prime chiazze di neve. Si stavano ora avvicinando alle San Francisco Peaks. Guidati da Leroux, alla fine dell’anno trovarono un valico che li portò nel bacino del Colorado, un arido labirinto di altopiani e canyon. Il filo di Arianna per uscirne lo offrirono due guide Mohave, unitesi alla spedizione nel momento più opportuno. Per raggiungere il fiume Colorado bisognava seguire il corso di un tributario che Leroux, anni prima, aveva battezzato Bill Williams Fork in onore di un montanaro; ma per due settimane cercò inutilmente l’imboccatura tra canyon e gole che sembravano tutte uguali. A indicare la strada giusta furono infine gli scout Mohave. I guai non erano finiti. Ora bisognava attraversare il grande fiume, con le sue correnti gelide e impetuose. Approntare zattere per tutte quelle persone e quei bagagli non era semplice: una zattera improvvisata si rovesciò, alcuni carri vennero travolti e una parte delle raccolte scientifiche andò perduta, ma tutti gli uomini raggiunsero sani e salvi l’altra riva. Restava da attraversare il deserto Mojave, e anche qui le guide Mohave si rivelarono indispensabili, conducendo il gruppo lungo antichi sentieri che collegavano i pozzi d’acqua fino al fiume Mojave, dove poterono trovare acqua ed erba per il bestiame. Seguendo il fiume, raggiunsero l’antica via commerciale spagnola. L’ultimo ostacolo furono le montagne di San Bernardino: ma si trattava ormai di strade note, e attraverso il Cajon Pass, già molto frequentato da viaggiatori e carovane, poterono raggiungere la valle di San Bernardino e, da qui, Los Angeles, termine della spedizione, dove giunsero il 4 marzo 1854. In otto mesi avevano percorso e mappato 1800 miglia. Lasciti e omaggi I risultati della spedizione furono imponenti e andarono molto al di là del compito di base, pur perseguito da Whipple e compagni con competenza e determinazione. Bigelow (ma su di lui tornerò in un altro post) raccolse centinaia di esemplari, tra cui molte specie ignote alla scienza; Marcou studiò le formazioni rocciose, ipotizzò l’origine vulcanica di rilievi come le San Francisco Peaks, individuò filoni di carbone e giacimenti minerari, producendo il primo transetto geologico del Sud‑Ovest; Möllhausen, oltre a collaborare ai rilievi topografici, dipinse splendide vedute paesaggistiche e realistiche rappresentazioni dei nativi e dei loro costumi; lo stesso Whipple raccolse e documentò una massa di informazioni sulla loro vita, le strutture sociali, le pratiche agricole e compilò liste di parole: dati preziosi che altrimenti sarebbero andati perduti. I resoconti ufficiali delle spedizioni ferroviarie — in tutto cinque principali — furono pubblicati tra il 1853 e il 1860 in una serie monumentale intitolata Reports of explorations and surveys, to ascertain the most practicable and economical route for a railroad from the Mississippi River to the Pacific Ocean, in dodici volumi. Quello della spedizione del 35° parallelo, contenuto nel terzo volume (1856), comprende il rapporto preliminare e la relazione finale di Whipple, l’itinerario dettagliato, l’illustrazione del percorso — da lui caldamente raccomandato —, un approfondimento sulle tribù indiane, anch’esso di suo pugno, e la relazione geologica di Marcou. Sono raccolti invece nel quarto volume i risultati botanici, zoologici e astronomici. Nonostante l’enorme investimento finanziario e umano, nell’immediato le spedizioni ferroviarie non portarono a una decisione, a causa delle profonde divisioni politiche; poi la guerra civile, iniziata nel 1861, impose uno stop. Fu dunque solo nella seconda metà degli anni Sessanta che la ferrovia transcontinentale venne effettivamente realizzata, scegliendo però un itinerario molto più settentrionale rispetto a quello della spedizione Whipple. Che, tuttavia, fu tutt’altro che inutile: individuando i migliori passaggi, dimostrò che una ferrovia nel Sud‑Ovest era possibile, e il corridoio del 35° parallelo venne più tardi utilizzato per la Pacific and Atlantic Railroad. Whipple stesso, però, non poté godere di questo riconoscimento tardivo. Fu infatti una delle vittime della guerra civile. Nominato capitano al termine della spedizione, fu incaricato di supervisionare l’apertura della navigazione sui Grandi Laghi a navi di maggiori dimensioni, approfondendo alcuni canali, e fu anche comandante del distretto dei fari dal Lago Superiore al fiume San Lorenzo. Allo scoppio della guerra civile assunse il comando di un’avveniristica unità di ricognizione aerea, effettuando egli stesso un volo in mongolfiera oltre le linee confederate. Servì poi come capo topografo dell’Armata del Potomac e, come brigadiere generale dei volontari, partecipò a diverse battaglie. Ferito a morte a Chancellorsville il 4 maggio 1863, fu trasportato a Washington, dove morì pochi giorni dopo. Al suo funerale partecipò anche Lincoln, che ne aveva grande stima. A ricordarlo restano alcune località: due forti militari, Fort Whipple in Arizona e Fort Whipple in Virginia (oggi però ribattezzato Fort Myer) e soprattutto, per volontà del suo secondo, il luogotenente Joseph Ives, le Whipple Mountains e il Whipple Peak, ovvero la porzione più orientale delle montagne di San Bernardino, tra il deserto di Mojave e il fiume Colorado, teatro della parte più ardua della spedizione. Il suo contributo alla scienza come efficace e resoluto comandante di una spedizione che lasciò una profonda impronta nella conoscenza dell'Ovest è ricordato dalla dedica di due pesci, Etheostoma whipplei e Cyprinella whipplei, entrambi istituiti dall'ittiologo francese Charles Frédéric Girard che per qualche tempo lavorò allo Smithsonian e poté esaminare le raccolte di Kennerly, lo zoologo della spedizione (morto in giovane età nel 1861). Più numerose le dediche botaniche: Torrey, che redasse la descrizione delle nuove specie raccolte, gli dedicò la statuaria Yucca whipplei (oggi Hesperoyucca whipplei) e Bigelow e Engelmann, che pubblicarono insieme le Cactaceae, Opuntia whipplei (oggi Cylindropuntia whipplei) e Echinocactus whipplei (oggi Sclerocactus whipplei). Tra queste dediche merita qualche parola in più Hesperoyucca whipplei, una delle piante più iconiche del Sud‑Ovest: un ciuffo di foglie rigide da cui si innalza, una sola volta nella vita, un’infiorescenza alta fino a tre metri, quasi una torcia nel deserto. Torrey, che amava scegliere piante capaci di “ritrarre” il dedicatario, qui colse nel segno: robusta, resistente, endemica dei paesaggi attraversati dalla spedizione, strettamente connessa alle culture dei nativi, è un omaggio che sembra raccontare Whipple meglio di molte parole. Ma sempre, grazie a Torrey, come ho anticipato all’inizio, c’è anche il genere Whipplea, con la sua unica specie W. modesta. Non una pianta imponente, un monumento vegetale, ma una presenza discreta del sottobosco dei boschi di conifere, in particolare di Sequoia sempervirens, dove tende a formare un denso tappeto grazie ai fusticini che radicano ai nodi. Alta pochi centimetri, ha foglie ovate, verde scuro e lucide, rette da brevi piccioli, persistenti a meno che vengano bruciate dalle nevicate; alla fine della primavera o all’inizio dell’estate ne emergono infiorescenze di piccoli fiori bianchi, con 5–6 petali ovati, candidi e profumatissimi. Presumibilmente fu raccolta al termine della spedizione in qualche località della California da Bigelow; infatti Torrey, nell’istituire il genere, si limita a precisare: “aprile, California”. Non era però la prima raccolta in assoluto. Un anno prima, nell’aprile 1853, era già stata individuata dal cacciatore di piante scozzese John Jeffrey nell’Umpqua Valley, sempre in California. Egli ne aveva inviato almeno un esemplare all’orto botanico di Edimburgo, ma senza attribuirgli un nome; così la sua scoperta non lasciò traccia, finché anni dopo quell’esemplare anonimo non venne riconosciuto come Whipplea modesta. Piuttosto comune nelle foreste del Nord America occidentale, dal British Columbia alla California, questa specie è talvolta coltivata nei giardini, dove è apprezzata per la sua capacità di adattarsi all’ombra e a suoli difficili, formando un eccellente coprisuolo, magari alternato a piante dalle fioriture più vistose come Heuchera. Anche se preferisce suoli umidi e gradisce qualche annaffiatura estiva, una volta stabilita è sorprendentemente resistente alla siccità. I popoli indigeni le riconoscevano anche virtù medicinali, e in passato è stata usata per trattare una varietà di affezioni. A modo suo, è anche lei un omaggio giusto per Whipple, che per tutta la vita, in vesti diverse, non smise mai di servire. La vita scientifica della briologa australiana Ilma Grace Stone iniziò dopo i quarant’anni, quando, dopo vent’anni da moglie e madre casalinga, rientrò all’università e riprese gli studi. Presto si affermò per le sue ricerche innovative sui muschi australiani, soprattutto i più piccoli e invisibili a occhi non allenati. A ricordarla oggi sono due generi di briofite: Stoneobryum e Stonea. Dai muschi delle zone aride a quelli tropicali I muschi sono ovunque. Hanno personalità, forme, dimensioni diverse: sono un intero mondo. Ma quasi nessuno li guarda. Che a scoprire i più piccoli tra loro — poco più di una testa di spillo in un intrico vegetale, o una macchia crostosa su una roccia — sia stata una donna ha quasi il valore di una metafora. Si chiamava Ilma Grace Stone (1913–2001) e tra i briologi australiani era una leggenda. Quando compì ottant’anni — era ancora attiva nella ricerca sul campo, nonostante due interventi alla cataratta — gli omaggi raccolti dai colleghi sull’"Australasian Bryological Newsletter" ci restituiscono non solo una rigorosa tassonomista che ha rivoluzionato la conoscenza dei muschi australiani, ma una docente trascinante e una ricercatrice capace di vedere ciò che sfuggiva a tutti. La vediamo in azione, mentre, là dove per gli altri c’è solo una roccia arida o un tronco marcito, munita di un casalingo spruzzatore pieno d’acqua, fa “rivivere” muschi rinsecchiti. Oppure la immaginiamo sul campo, seguita a qualche passo dal marito che la accompagnava nelle spedizioni: lui guidava, lei scendeva, si chinava, e lui restava a guardarla con quell’ammirazione silenziosa che si riserva a chi sa vedere l’invisibile. O ancora la ritroviamo nei ricordi di Rod Seppelt, che aveva giurato di non studiare mai più nulla che crescesse al suolo… finché non incontrò Ilma, e lei gli mise in mano un Ditrichum dicendogli semplicemente: “Impara a conoscerlo bene”. Nata a Brunswick, un sobborgo di Melbourne, con il nome di Ilma Grace Balfe, fu una studentessa dotata e precoce. Nel 1930, diciassettenne, si iscrisse al Dipartimento di Botanica dell’Università di Melbourne, completando il Master nel 1934, ad appena vent’anni; la tesi, dedicata alla sclerotinia delle piante ornamentali colpite da parassiti fungini, ottenne la dignità di stampa e fu pubblicata nel 1935. A questo avvio promettente non seguì però una carriera universitaria. Anche se il nonno si era offerto di finanziarle gli studi a Cambridge, decise diversamente: nel 1936 si sposò con Alan George Stone, ingegnere civile, e da quel momento si dedicò alla famiglia. Per vent’anni, così, la botanica passò in secondo piano. Nel 1957, a quarantaquattro anni — ora le due figlie e il figlio erano grandi — Ilma Grace Stone ritornò alla ricerca. Quasi per caso, mentre stava stirando, sentì alla radio che l’Università di Melbourne cercava dimostratori di laboratorio. Ne parlò al marito che la incoraggiò a telefonare al Dipartimento di Botanica per chiedere se avessero bisogno di assistenti. La risposta fu positiva, e Ilma fu assunta come dimostratrice e ricercatrice part‑time, mentre riprendeva gli studi per conseguire il dottorato. Lo completò nel 1963, con la tesi A morphogenetic study of stages in the life-cycle of some Victorian cryptogams, e subito dopo entrò nello staff come ricercatrice a tempo pieno. Nei primi anni si dedicò soprattutto alle felci; ma, dopo una serie di studi su Mittenia plumula, arrivò il fascino dei “piccoli muschi”, che a partire dal 1969 divennero il suo campo di studio privilegiato. Era anche un terreno molto promettente, perché — come lei stessa scrisse — “era un campo molto trascurato in Australia e molto bisognoso di revisione”. E fu esattamente ciò che avrebbe fatto per più di trent’anni, sia come tassonomista sia come ricercatrice sul campo: rivedere generi problematici, descrivere specie nuove, chiarire confini tassonomici incerti e costruire, passo dopo passo, una base solida per lo studio dei muschi australiani. Negli anni Settanta, Stone studiò principalmente le briofite dell’Australia meridionale, in particolare dello Stato di Victoria, dando un contributo decisivo alla conoscenza dei muschi effimeri: minuscoli, raso terra, spesso invisibili a un’osservazione superficiale. Le si devono la scoperta e la prima descrizione di varie specie dei generi Acaulon, Archidium e Tortula, e l’istituzione del nuovo genere Phascopsis, fondato nel 1980 con la specie tipo Phascopsis rubicunda, da lei scoperta e descritta per la prima volta. Nel 1976, insieme a David Scott, dopo cinque anni di lavoro pubblicò The Mosses of Southern Australia, ancora oggi un testo di riferimento, notevole anche per le splendide illustrazioni di Celia Rosser. Stone andò in pensione nel 1978, ma non cessò né di fare ricerca né di guidare i giovani studiosi, prima come Associata senior e poi come Professoressa Associata. Con più tempo a disposizione, poté estendere le sue indagini ad altre regioni dell’Australia: la costa meridionale, l’Australia sud‑occidentale e, soprattutto, il Queensland. Così, dopo aver esplorato i muschi delle zone aride, la sua specialità divennero quelli delle aree tropicali umide dell’Australia settentrionale. Arrivarono nuove scoperte e nuovi studi approfonditi. Tra i più importanti si collocano la rassegna dei muschi del Northern Territory e la revisione del genere Fissidens, entrambi realizzati in collaborazione con David Catcheside. Alla fine degli anni Ottanta pubblicò le revisioni dei generi Phascum e Acaulon; negli anni Novanta — quando aveva già superato gli ottant’anni — affrontò le famiglie Ephemeraceae e Encalyptaceae, confermando una vitalità scientifica fuori dal comune. Due generi: un piccolo muschio, un muschio minuscolo I lavori pubblicati da Stone nel corso di una carriera quarantennale sono più di settanta, gli esemplari raccolti più di ventimila e le nuove specie scoperte più di venticinque. Una presenza incisiva che ne fece una delle figure più riconosciute della briologia australiana, come testimoniano anche le specie a lei dedicate da colleghi e allievi, in generi molto diversi tra loro — da Dicostroma a Syrrhopodon e Macromitrium. A questi riconoscimenti si aggiungono quelli ancora più rari di due generi, Stoneobryum e Stonea. Il primo (famiglia Orthotricaceae) fu istituito da Norris e Robinson nel 1981, con la dedica "in onore della Dr. Ilma Stone”, in riconoscimento dell'autorevolezza crescente. Con areale disgiunto, comprende due specie distribuite tra Australia e Sudafrica. S. banyaense, la specie tipo, fu descritta dal Queensland meridionale, dove cresce su tronchi caduti nelle foreste umide dei Monti Bunya; S. mirum, già noto come Orthotrichum mirum, è diffuso nell’Africa australe. Una revisione recente (2023) ha confermato la validità del genere, basata su caratteri sporofitici e gametofitici distintivi, e ha fornito nuove descrizioni dettagliate di entrambe le specie, da cui Stoneobryum emerge come un piccolo genere morfologicamente coerente, epifita o rupicolo. Più legato alle ricerche specifiche di Stone è il genere Stonea (Pottiaceae), istituito otto anni più tardi, nel 1989, da R.H. Zander, con una dedica che lo dichiara esplicitamente: “per la dr. Ilma G. Stone, le cui trattazioni dei muschi australiani delle zone aride costituiscono un importante contributo allo studio delle Pottiaceae”. L’unica specie del genere, Stonea oleaginosa, deriva infatti da Tortula oleaginosa, uno dei primi muschi scoperti e descritti da Stone. È un muschio minuscolo delle regioni aride e semi–aride dell’Australia meridionale, con fusti lunghi appena 0,3 mm e foglie di mezzo millimetro, epigeo o rupicolo, aderente al suolo. Insomma, un perfetto esempio di quei “piccoli muschi” che Ilma ha tanto contribuito a far conoscere e apprezzare. Raso terra, quasi invisibile, ma non per lei. La botanica franco‑argentina Alicia Lourteig, nata a Buenos Aires da padre francese e madre argentina, dopo la formazione e i primi anni di carriera in patria approdò in Europa per lavorare nei grandi erbari storici, depositari di oltre tre secoli di raccolte sudamericane. Dal 1955 fu ricercatrice del laboratorio delle fanerogame del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi, dove visse e lavorò fino alla morte. Il suo contributo alla tassonomia di famiglie come Malpighiaceae, Lythraceae, Ranunculaceae e Oxalidaceae fu enorme; altrettanto decisive la competenza e la disponibilità con cui accompagnò e facilitò le ricerche dei molti colleghi che bussavano alla sua porta. Onore probabilmente unico per una botanica, la ricordano tre generi validi: Lourteigia, Lourtella, Alicia. Anni di formazione: da Buenos Aires a Tucumán Per quasi quarant’anni, Alicia Lourteig (1913–2003) lavorò al Laboratorio delle Fanerogame del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, diventando una delle figure più autorevoli della botanica del XX secolo e un punto di riferimento imprescindibile per gli studi sulla flora sudamericana. Non era però nata a Parigi, ma a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Il padre proveniva dalla Francia, più precisamente da Beuste, nei Pirenei Atlantici, mentre la madre era argentina di origini castigliane. Crebbe così tra due lingue e due culture. Dopo il baccalaureato nel 1932, nel 1937 si diplomò in farmacia e biochimica all’Università di Buenos Aires. L’incontro decisivo avvenne nelle aule universitarie, nel luglio 1933, quando la ventenne Alicia, insieme ai compagni del corso di farmacia, si trovò ad affrontare un compito arduo per ragazzi cresciuti tra asfalto e cemento: creare un erbario. A insegnare come farlo non furono né il capo del dipartimento né lo studente diplomato – neppure loro sapevano davvero come procedere – ma un ragazzo di poco più grande, Carlos Alberto O’Donnell (1912–1954), che durante le vacanze invernali ed estive si prodigava come “studente ad honorem”. Sotto la sua guida, nei giorni festivi, gruppi di studenti che quasi mai erano usciti dalla città esplorarono le rive del Río de la Plata e il bosco di Palermo, ai margini di Buenos Aires, imparando la botanica sul campo. E, in laboratorio, appresero a preparare sezioni istologiche e a usare quelle sostanze misteriose – balsamo del Canada, coloranti, alcool assoluto – che davano forma a un mondo nuovo. Dopo il diploma, Lourteig era ormai decisa: non sarebbe diventata farmacista, ma botanica. E fu nuovamente O’Donnell, diplomatosi anch’egli nel 1937, a indicarle la strada. Iscrittosi al primo anno del dottorato in biochimica, accettò un incarico temporaneo come ricercatore alla Fondazione Miguel Lillo di Tucumán. Dopo qualche mese ne tornò entusiasta: la flora misteriosa e lussureggiante della selva, e un erbario ricchissimo ancora tutto da investigare! Nel 1938 il suo incarico divenne definitivo; il suo entusiasmo contagiò Alicia, che nello stesso anno entrò come ricercatrice alla Fondazione. La Fondazione Miguel Lillo era nata dal lascito di Miguel Lillo (1861–1931), un’eccezionale figura di naturalista, collezionista e docente. Interessato a tutti i campi della natura e del sapere scientifico, nel corso della sua vita aveva creato una vasta biblioteca e imponenti collezioni naturalistiche, tra cui un erbario di più di 20.000 esemplari appartenenti a oltre 6.000 specie. Prima di morire donò tutte le sue proprietà – incluso un esteso terreno e una cospicua somma di denaro – all’Università di Tucumán che, per portare avanti le sue ricerche, nel 1933 istituì la fondazione che porta il suo nome, strettamente collegata al Museo di Scienze Naturali di cui Lillo era stato prima direttore e poi direttore onorario. Ma quando O’Donnell e Lourteig arrivarono a Tucumán, la Fondazione era poco più di un nome su documenti burocratici. A darle forma e forza fu un terzo arrivo contemporaneo: quello del farmacista, biochimico e botanico Horacio Raúl Descole (1910–1984), nominato nel 1937 professore di botanica generale alla Facoltà di Farmacia e Biochimica dell’Università di Tucumán e direttore della sezione botanica del Museo di Historia Natural. Energico e politicamente vicino al peronismo, Descole si impegnò attivamente nello svecchiamento e nella rifondazione dell’Università, avviando la realizzazione della città universitaria. Come animatore e guida della sezione botanica della Fondazione, creò la rivista "Lilloa" e concepì l'ambizioso progetto di una flora dell’intera Argentina (Genera et species plantarum Argentinarum). È un lavoro titanico ma entusiasmante quello in cui si getta a capofitto un gruppo di giovani ricercatori – sono tutti quasi coetanei –, senza paura di confrontarsi con la difficoltà del compito e con “l’opposizione decisa e occulta di antichi elementi che si opponevano a ogni cambiamento”. Ma, come scriverà Lourteig anni dopo commemorando O’Donnell, “c’era molto da fare, tutto andava fatto, ma che gioia fare tutto il necessario, soprattutto quando ogni cosa procede”. L’erbario viene riorganizzato in modo sistematico, si allacciano contatti con ricercatori negli Stati Uniti e in Europa, la rivista "Lilloa" viene lanciata e diventa rapidamente un punto di riferimento, e iniziano i lavori preparatori per la Flora. Lourteig è coinvolta immediatamente. Nel 1939, accanto a Descole e O’Donnell, firma il suo primo articolo, Plantae novae Lilloanae, dedicato ad alcune specie inedite dell’erbario di Lillo. Poi lavora a due famiglie di grande peso nella flora argentina: le Zygophyllaceae, ancora con entrambi, e le Euphorbiaceae, con O’Donnell. La trattazione di entrambe, preceduta da una serie di articoli su "Lilloa", compare nel 1943 nel primo volume di Genera et species plantarum Argentinarum. Intanto la ricerca si allarga ad altre famiglie e il ritmo di lavoro si fa frenetico: nel 1942, con O’Donnell, oltre all’esame di diverse tribù di Euphorbiaceae, Lourteig pubblica su "Lilloa" la revisioni delle Primulaceae argentine; nel 1943, con Descole, quella delle Malpighiaceae e, da sola, quella delle Lythraceae, seguita da un Addenda nel 1944. Poi il silenzio: per tre anni, fino al 1948, Lourteig non pubblicherà più nulla; e non scriverà più su "Lilloa", tranne un necrologio dell’amico‑maestro O’Donnell, nel 1959. Non abbiamo risposte precise, solo indizi. Non sappiamo neppure con esattezza quando Lourteig lasciò Tucumán. Molte fonti collocano la fine della collaborazione con la Fondazione al 1946, altre al 1947; lei – sempre pudica nel raccontare di sé – lo archivia come qualcosa che è avvenuto, e basta. Ma forse era tornata a Buenos Aires già da tempo, nel 1946 o addirittura nel 1945. Sappiamo per certo che nel 1946 era nella città natale per completare il dottorato, conseguito proprio quell’anno. Forse pesarono la situazione familiare – la malattia o la morte dei genitori? – e la situazione generale dell’Argentina: Lourteig parla di “uno dei periodi più neri della storia argentina”. Il piccolo miracolo economico favorito dalla seconda guerra mondiale, quando il paese sudamericano, rimasto neutrale, si trovò a fornire materie prime ai belligeranti, era finito. Iniziavano gli scontri sociali, culminati prima nella nascita e nell’ascesa del peronismo, poi nel golpe del 1955 e nella dittatura militare. Erano tempi difficili per la scienza: finanziamenti sempre più scarsi, carriere bloccate, ricercatori costretti a cercare sbocchi altrove. A partire non fu solo Lourteig: il gruppo si disperse: “La ricerca scientifica si ridusse al minimo […]. Con grande dolore, vedemmo partire i ricercatori stranieri demoralizzati da una situazione economica e morale che peggiorava ogni giorno”. La dispersione del gruppo originario del Lillo sarebbe culminata nel 1955 con il licenziamento e l’esilio del troppo peronista Descole. Ma a quel punto Lourteig era già da tempo in Europa. Parigi: un erbario, una vita Nel 1948 Lourteig entrò come ricercatrice al Darwinion di San Isidro e riprese il filo interrotto, pubblicando su "Darwiniana", la rivista dell’Istituto, gli Addenda sulle Primulaceae e sulle Lythraceae. Ma il Darwinion fu solo un punto di passaggio verso la carriera internazionale: nel 1949, ancora su "Darwiniana", uscì un terzo Addenda alle Lythraceae argentine, una breve nota su un campione raccolto da Tweedie che Lourteig aveva rintracciato nell’erbario di Kew. Aveva infatti ottenuto una borsa di ricerca del British Council e dal 1948 si trovava già in Europa. Anche il suo campo di ricerca cambiò rispetto agli anni di Tucumán: forse per marcare il distacco dalla “lussureggiante e misteriosa flora tropicale” scelse ora una famiglia botanica di casa sia in Europa sia nell’America temperata, le Ranuncolaceae. Da Kew, dove lavorò dal 1948 al 1950, le sue ricerche si irradiarono in numerosi erbari storici del continente, e la portarono anche negli Stati Uniti (New York e Harvard), in altri erbari britannici (Kew, British Museum, Cambridge, Edimburgo, Oxford), e poi a Ginevra, Losanna, Bruxelles, Parigi, Copenhagen, Stoccolma. Il risultato fu un lavoro imponente che nel luglio 1950 Lourteig presentò a una seduta del Congresso internazionale di botanica, il primo dei molti cui avrebbe partecipato. Pur tornando periodicamente in Argentina per seguire la pubblicazione dei suoi lavori, da questo momento il centro della sua ricerca era ormai altrove: dal 1950 al 1951 lavorò a Stoccolma, nel 1951 a Copenhagen, dal 1952 al 1953 a Boston, nel 1953 a Washington. Accanto alle Ranuncolaceae, il suo campo di studi privilegiato tornarono a essere le Lythraceae, con numerosi contributi pubblicati in riviste argentine e internazionali a partire dal 1954. La sua competenza e la profonda conoscenza degli erbari storici — dove per più di tre secoli era confluita gran parte delle raccolte della flora latinoamericana — furono notate da Jean-Henri Humbert, capo del dipartimento di Fanerogamia del Muséum national d’histoire naturelle di Parigi e responsabile dell’erbario, che ne caldeggiò l’assunzione. Così, nel 1955, Lourteig lasciò definitivamente Buenos Aires e approdò a Parigi, che sarebbe diventata la sua casa fino alla morte. Il Muséum e il dipartimento di Fanerogamia furono la sua casa scientifica per quasi quarant’anni: prima come ricercatrice, poi dal 1976 come Maître de Recherche e dal 1980, dopo il pensionamento, come ricercatrice onoraria. Negli anni parigini il lavoro tassonomico di Lourteig si amplia e si approfondisce. Accanto alle famiglie e ai generi studiati in gioventù — in particolare le Lythraceae, che non abbandonerà mai — apre nuovi fronti di ricerca: le Mayacaceae e, a partire dagli anni Settanta, le Oxalidaceae, di cui diventerà una delle massime esperte mondiali. La sua produzione scientifica si diversifica e si inserisce, come specialista riconosciuta, in grandi progetti internazionali: Flora del Uruguay, Flora Ilustrada Catarinense, Flora de Venezuela, Flora of Panama, Flora Patagonica, Flora of Ecuador, Flora of Venezuelan Guayana, cui si aggiungerà - pubblicata postuma - la trattazione di Lythraceae e Ranuncolaceae per la Flora della Real Expedición Botánica del Nuevo Reino de Granada. Non trascura la flora francese, collaborando ai supplementi della revisione della Flore de France. Numerose sono le revisioni monografiche, e costante l’attenzione alla correttezza nomenclaturale: partecipa assiduamente alle sessioni dedicate al Codice internazionale di nomenclatura botanica nell’ambito dei congressi internazionali, un impegno che dal 1982 si traduce nella vasta serie Nomenclatura Plantarum Americanarum. È inoltre molto attiva nelle istituzioni internazionali, tra cui Flora Neotropica e la Société de Biogéographie, di cui per molti anni fu tesoriera e segretaria. Grande esperta di erbari, Lourteig non era una botanica da scrivania. All’assidua attività in erbario unì infatti numerose spedizioni sul campo, una pratica inaugurata negli anni fondativi di Tucumán e coltivata per tutta la vita. Visitò gran parte dei paesi dell’America tropicale e, alla ricerca di Ranuncolaceae e Oxalidaceae di montagna, esplorò le valli andine di Colombia, Perù ed Ecuador. Tra il 1963 e il 1964, e nuovamente nel 1969, partecipò come membro della Commission Française de Recherches Antarctiques a due spedizioni botaniche nella cosiddetta “Francia antartica”. Era un territorio — e una flora — del tutto diversi sia dall’Europa temperata sia dall’America tropicale. Qui studiò in particolare la distribuzione della flora vascolare delle Kerguélen, confrontando un ambiente subantartico estremo con i paesaggi botanici che aveva conosciuto fino ad allora. Nel corso degli anni Lourteig divenne una figura di riferimento per generazioni di giovani botanici. Non era soltanto una specialista autorevole, ma una mediatrice capace di mettere in relazione studiosi, istituzioni e collezioni. Seguiva tesi, orientava ricerche, apriva porte. Non diceva mai di no ai colleghi che le chiedevano aiuto per ritrovare un tipo nomenclaturale o per interpretare la scrittura indecifrabile di un manoscritto o di un’etichetta d’erbario. Da ogni parte del Sudamerica le arrivavano esemplari da identificare, e il suo sostegno non mancava ai giovani ricercatori che venivano a Parigi per completare le loro tesi: li aiutava a portare a termine il lavoro e, dopo, a inserirsi in un laboratorio nei loro paesi d’origine per iniziare la carriera scientifica. Di questa disponibilità, unita ad autorevolezza e rigore, ci resta un’affettuosa testimonianza diretta di un’altra grande tassonomista argentina, Carmen Lelia Cristóbal. Come racconta nel necrologio scritto dopo la morte di Lourteig, entrò in contatto con lei negli anni Cinquanta, quando era una studentessa dell’Università di Tucumán alle prese con la sua tesi sul genere Ayenia. Lourteig non solo le rispose con cortesia, ma si sobbarcò il compito di riprodurre gli esemplari tipo necessari calcandoli su carta di seta — all’epoca non esistevano metodi affidabili di riproduzione fotografica. Nella lettera allegata le scrisse di non preoccuparsi della spesa: un giorno avrebbe restituito il favore comportandosi allo stesso modo con gli studenti che si sarebbero rivolti a lei. Quando poi Cristóbal e suo marito Antonio Krapovickas arrivarono a Parigi con una borsa di studio di nove mesi, Lourteig moltiplicò le attenzioni, fino a sobbarcarsi una lunga coda per procurare loro i biglietti per una matinée all’Opéra. Era certamente il lascito del suo apprendistato a Tucumán: la ricerca concepita come un’opera collettiva, non individuale, in cui chi sa di più ha il dovere di condividere il proprio sapere. Lavorando sugli erbari storici, Lourteig incontrò indirettamente anche coloro che li avevano raccolti e creati, e iniziò così a interessarsi alla storia della botanica. Nel 1966 pubblicò un articolo sull’erbario di Paul Hermann, seguito nel 1971 da osservazioni sulle raccolte brasiliane di Casaretto. Ma l’incontro più importante fu quello con Aimé Bonpland, il cui percorso di vita fu opposto e complementare al suo: anziché da Buenos Aires a Parigi, da Parigi all’Argentina. A Bonpland dedicò profili biografici, pubblicò i suoi diari e i manoscritti conservati al Muséum, e ne visitò persino la casa, in una sorta di pellegrinaggio intellettuale. Sugli erbari storici tornò poi con quello che è forse il suo ultimo scritto — altri uscirono successivamente, ma presumibilmente risalivano a ricerche precedenti — la descrizione di cinquantatré erbari conservati nel laboratorio di fanerogamia del Muséum. Il lavoro, iniziato da Paul Jovet, morto nel 1991, fu completato e pubblicato da Lourteig nel 1997, quando aveva ottantaquattro anni. Su uno di essi, l’erbario raccolto da Surian nelle Antille, annunciava l’intenzione di pubblicare uno studio approfondito. Ma l’età avanzava e la salute si faceva sempre più fragile, e il progetto rimase incompiuto. Morì nella sua casa dal simbolico indirizzo 17, rue Linné — a due passi dall’ingresso del Muséum — nel 2003, all’età di ottantanove anni, e volle essere sepolta a Beuze, la cittadina dei Pirenei Atlantici da cui suo padre era partito alla volta dell’Argentina. Una vita scientifica in tre generi Cristóbal ha definito l’opera di Alicia Lourteig “ciclopica”. La sua produzione scientifica conta 203 pubblicazioni tra articoli, monografie e contributi a grandi opere collettive, con la descrizione di circa 290 taxa. Partecipò a una cinquantina di congressi e simposi, che sfruttava per consultare erbari e svolgere ricognizioni sul campo, accumulando non meno di una trentina di missioni botaniche. Straordinaria poi la sua attività di facilitatrice e mediatrice del lavoro altrui, grazie all'ineguagliabile conoscenza degli erbari storici, come testimoniano i ringraziamenti che costellano le revisioni tassonomiche dei tanti colleghi che si avvalsero del suo aiuto, tra cui spicca l’elogio collettivo firmato da R.S. Cowan, F.R. Fosberg, L.B. Smith, F.A. Stafleu e J.J. Wurdack e pubblicato su "Taxon" 25 (1975). La sua presenza ha lasciato tracce anche fuori dalla botanica: le sono dedicati il Lac Alicia nell’arcipelago delle Kerguelen e il sentiero “Mademoiselle Alicia Lourteig” nella Reserva Biológica de Sapitandura (Serra do Mar, Paraná). Una ventina di specie vegetali portano gli eponimi lourteigiae — come la spettacolare Heliconia lourteigiae — o più raramente aliciae, tra cui Peruviasclepias aliciae, da lei scoperta in Perù. Caso rarissimo nella botanica del Novecento, e probabilmente unico per una botanica, le furono dedicati tre generi validi: Lourteigia (1971), Lourtella (1987) e Alicia (2006). È una testimonianza eloquente della profondità dell'impronta lasciata nella comunità scientifica. Quando nel 1971 Robert Merrill King e Harold Ernest Robinson istituirono il genere Lourteigia, sottolinearono il suo ruolo centrale nella tassonomia della flora latinoamericana: «È con grande piacere che nominiamo questo genere in onore della dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi. Il suo lavoro ha dato un grande contributo alla tassonomia delle piante americane». Ascritto alla tribù Eupatorieae (Asteraceae), il genere comprende una dozzina di erbacee perenni distribuite tra Colombia e Venezuela, soprattutto nelle valli andine. Alcune specie — in particolare L. ballatifolia e L. stoechadifolia, la specie tipo — trovano impiego nella medicina tradizionale; studi recenti ne confermano attività antiossidanti, antinfiammatorie e antimicrobiche, grazie ai composti fenolici e ai metaboliti secondari tipici della tribù. Anche Lourtella, istituito nel 1987 da Shirley A. Graham, Pieter Baas e Hiroshi Tobe, celebra Alicia Lourteig soprattutto nel suo ruolo di tassonomista e specialista delle Lythraceae. Nel protologo gli autori scrivono: «Questo genere monotipico è appropriatamente dedicato alla dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi, che, con il suo interesse di lunga durata per le Lythraceae, ha dato un contributo fondamentale alla moderna conoscenza tassonomica della famiglia». Il genere comprende un’unica specie, Lourtella resinosa, un raro arbusto andino raccolto originariamente in Perù da Graham e presente anche in Bolivia. All’interno delle Lythraceae è morfologicamente distintivo per la presenza di tricomi globosi e soprattutto per la copiosa secrezione resinosa che ricopre i giovani getti e le foglie, carattere che lo rende immediatamente riconoscibile. Con Alicia, istituito dopo la sua morte da William R. Anderson, si chiude idealmente il percorso degli omaggi dedicati a questa grande botanica. Pur ricordando il suo contributo alla tassonomia delle Malpighiaceae — in particolare come coautrice della prima trattazione argentina della famiglia (O’Donnell, Lourteig 1943) — Anderson rende soprattutto omaggio alla sua figura umana di facilitatrice e mediatrice della conoscenza. Nel protologo scrive: «Sono felice di nominare questo genere in onore della mia amica Alicia Lourteig (1913–2003), coautrice della prima trattazione delle Malpighiaceae dell’Argentina. Nel 1981, durante la mia visita di studio al grande patrimonio di Malpighiaceae dell’erbario del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, la dottoressa Lourteig fu incessantemente utile e amichevole, rendendo il mio soggiorno parigino allo stesso tempo piacevole e fruttuoso». Il genere, istituito per distinguere un piccolo gruppo di Malpighiaceae sudamericane precedentemente incluse in Mascagnia, comprende oggi due specie, Alicia anisopetala e A. macrodisca, rampicanti legnose ampiamente diffuse nelle foreste sudamericane: dalla foresta amazzonica alla Mata Atlântica brasiliana, fino alle foreste decidue e più aride dell’Argentina settentrionale. Questa distribuzione, insieme al tono affettuoso e riconoscente della dedica, chiude idealmente il cerchio della ciclopica attività di Lourteig: iniziata esplorando i boschi planiziali di Tucumán e conclusa tra i fogli delle grandi raccolte sudamericane dell’erbario di Parigi. Lourteigia, Lourtella, Alicia: tre dediche, tre ritratti complementari di Alicia Lourteig, che, nella tradizione linneana - la dedica come sola gloria che spetta a un botanico (e a una botanica!) - ci consegnano la sua memoria come tassonomista, specialista di grandi famiglie, figura scientifica e umana. Agnes Arber (1879–1960) è stata una delle figure più originali e indipendenti della botanica del Novecento. Storica della botanica, morfologa, filosofa delle forme vegetali, autrice di libri che hanno segnato la disciplina, lavorò per tutta la vita fuori dalle strutture accademiche, in un equilibrio raro tra rigore scientifico e libertà intellettuale. La sua opera attraversa campi diversi – dagli erbari rinascimentali alla morfologia comparata, dalla storia della scienza alla filosofia naturale – ma conserva una coerenza profonda: l’idea che per comprendere le piante occorra guardare alle forme, ai processi, alle trasformazioni, e che questo sguardo sia insieme scientifico e umano. A ricordarla un piccolo genere di bambù neotropicali, Arberella. Nascita di una vocazione scientifica Durante la seconda guerra mondiale, la Luftwaffe scatenò una campagna sistematica di bombardamenti contro il Regno Unito. Oltre alle infrastrutture strategiche, furono deliberatamente colpiti luoghi simbolici – il Palazzo reale, la cattedrale di St Paul, il Big Ben – nel tentativo di fiaccare il morale della popolazione. Anche Cambridge, nonostante il suo carattere universitario, finì nel mirino. Già nel giugno del 1940 subì uno dei primi attacchi: vari edifici della Vicar’s Terrace furono distrutti e una decina di persone perse la vita. La vita accademica proseguì così tra vetri oscurati, allarmi e lunghe ore nei rifugi. In questo clima, Agnes Arber decise di rinunciare al piccolo laboratorio che da anni aveva allestito sul retro della propria casa. Procurarsi reagenti e materiali era diventato difficile, ma soprattutto conservare sostanze infiammabili in un’abitazione esposta ai bombardamenti rappresentava un rischio per lei, per la figlia e per il vicinato. Per senso civico, Arber chiuse dunque quel “laboratorio tutto per sé” dove per oltre quindici anni aveva condotto ricerche originali e di grande valore. Da quel momento tornò al suo primo amore scientifico – la storia della botanica – per poi orientarsi verso studi di portata più generale e filosofica. Fu una svolta drastica, perché toccava ciò che per lei era sempre stato essenziale: un luogo di lavoro che facesse da perno alle sue ricerche, anche quando queste prendevano strade nuove. Senza quel centro, la sua attività cambiò direzione; e infatti, da quel momento, non avrebbe più pubblicato studi di morfologia vegetale, il campo che per decenni era stato il suo terreno privilegiato. Era nata a Londra, nel 1879, come Agnes Robertson; suo padre, Henry Robert Robertson, era un artista, e da lui imparò a usare il suo primo strumento d’indagine: la matita. Da bambina esercitò lo sguardo prima ancora della mano: osservare, confrontare, fissare le forme sulla carta. Fu poi una studentessa brillante e, nel suo percorso formativo, ebbe la fortuna di incontrare diverse influenti figure femminili: Frances Buss, fondatrice della North London Collegiate School e pioniera dell’educazione femminile; Edith Aitken, la sua insegnante di scienze, che le fece scoprire la botanica e la incoraggiò a pubblicare le prime ricerche sulla rivista della scuola; e soprattutto Ethel Sargant, studiosa di morfologia vegetale, che teneva spesso conferenze nel club scientifico dell’istituto. Superato brillantemente l’esame di botanica, ottenne una borsa di studio e nel 1897 si iscrisse all’University College di Londra, conseguendo la laurea in scienze nel 1899. Grazie a una borsa di ammissione poté poi entrare al Newnham College di Cambridge, dove completò il corso di Scienze Naturali nel 1902. Poi, per un anno, lavorò nel laboratorio privato di Ethel Sargant, un’esperienza che segnò profondamente il suo modo di fare ricerca. Sargant era una morfologa vegetale di grande reputazione, nota per i suoi studi sull’embriologia e sull’anatomia comparata delle monocotiledoni. Per conciliare la ricerca con i compiti di cura verso la madre e una sorella, scelse di allestire un laboratorio nella casa di famiglia: una soluzione autonoma, tipica delle strategie femminili dell’epoca. Il suo laboratorio, attrezzato con rigore, divenne un luogo di formazione per giovani ricercatrici. Per Agnes Robertson, quell’anno fu decisivo: lì affinò le tecniche microscopiche e trovò un modello concreto di ricerca indipendente, capace di integrare vita e scienza. Nel 1903 pubblicò il suo primo lavoro, dedicato all’anatomia di una Cycadacea. Nello stesso anno tornò allo University College di Londra grazie alla Quain Studentship in Biology, una prestigiosa borsa di ricerca; qui concentrò le sue indagini sulle gimnosperme, pubblicando diversi studi sulla loro morfologia e anatomia. Nel 1905 conseguì il Doctor of Science, uno dei più alti titoli accademici britannici. Durante gli anni di studio a Cambridge aveva conosciuto Edward Arber, paleobotanico e dimostratore del Woodwardian Museum, che sposò nel 1909. Con il trasferimento definitivo a Cambridge, la sua attività si articolò lungo due filoni distinti: da una parte la storia della botanica, un interesse nato già nel 1894, quando le capitò tra le mani A niewe herball di Henry Lyte; dall’altra la ricerca sperimentale, avviata anni prima nel laboratorio di Ethel Sargant e ora proseguita grazie all’accesso al Balfour Biological Laboratory for Women. Quest’ultimo, aperto dal Newnham College nel 1884, offriva alle studentesse un’opportunità fino ad allora negata: seguire le lezioni accanto agli uomini era possibile, ma i laboratori restavano loro preclusi. Agnes Arber aveva iniziato la sua ricerca sugli erbari a stampa del Rinascimento e della prima età moderna già a Londra, dove aveva studiato le collezioni del British Museum; le biblioteche universitarie di Cambridge le offrirono ulteriori materiali, integrati anche da un viaggio in Olanda, per esaminare testi rari a Leida e Haarlem. Il risultato fu il suo primo libro, Herbals, their origin and evolution, a chapter in the history of botany, 1470–1670, pubblicato nel 1912. In questo lavoro pionieristico, la storia della botanica – il suo sviluppo come disciplina autonoma, l’identificazione delle piante, i modelli descrittivi, l’origine della sistematica – si intreccia con la storia dell’arte. Non a caso, Arber lo dedicò al padre. Una seconda edizione aggiornata sarebbe uscita nel 1936, e una terza nel 1986, molti anni dopo la sua morte. Dalle ricerche di laboratorio alla filosofia della natura Contemporaneamente, nel Balfour Laboratory Arber continuava le ricerche sull'anatomia e sulla morfologia delle monocotiledoni, iniziate sotto l'egida di Sargant. La ricchezza di ambienti acquatici nell'area di Cambridge e le peculiarità di questo gruppo di piante, che più di ogni altra sono modellate dall'ambiente, la spinsero poi a concentrare la sua indagine sulle piante acquatiche. Nacque così il suo secondo libro, Water Plants: A Study of Aquatic Angiosperms, pubblicato nel 1920. Ma nel frattempo la sua vita personale era mutata drammaticamente: il marito, già da tempo afflitto da una salute fragile, morì nel 1918, lasciandola con una bimba di appena cinque anni, Muriel Agnes Arber. Arber, la cui unica posizione ufficiale era quella di dimostratrice del laboratorio, dovette così conciliare la ricerca, portata avanti in modo indipendente e non finanziata da nessuna istituzione, con la vita domestica, in condizioni finanziarie difficili. Anni dopo la figlia avrebbe così descritto questo “equilibrismo” della madre: “Lei strappava il tempo per scrivere facendo il minimo delle faccende domestiche, non il contrario.” Ma torniamo a Water Plants, un’opera ancora più innovativa e pionieristica della precedente. Era infatti la prima volta che uno studio approfondito veniva dedicato a questo gruppo di piante. Arber, dopo aver esaminato nella prima parte i cicli biologici (life‑history) di otto gruppi specifici, nella seconda analizza le caratteristiche generali degli organi vegetativi e riproduttivi, nella terza le condizioni fenologiche della vita nell’acqua, nella quarta la filogenesi e l’evoluzione delle piante acquatiche. Il libro è di straordinaria importanza sia per le conclusioni sia per il metodo di ricerca, chiaramente esposto; gran parte dei disegni sono dell’autrice, ottima disegnatrice fin dall’infanzia. Nel 1921, in occasione della riunione annuale della British Association for the Advancement of Science (BAAS), tenutasi a Edimburgo, fu proposta la sua candidatura alla presidenza della sezione di botanica. L’establishment botanico insorse, obiettando che già l’anno prima, a Cardiff, era stata scelta una donna legata a Cambridge (Edith Saunders). Unendo avversione a Cambridge e maschilismo, Frederick Orpen Bowden giunse a dire: “Edimburgo ha il diritto di aspettarsi più di questo. Chiedere a Balfour di stare sotto la presidenza della signora Arber è ridicolo!” Non tutti, per fortuna, la pensavano così: Albert Seward ritirò la propria candidatura e diede le dimissioni da segretario della BAAS. Tuttavia, quando anni dopo la candidatura di Arber venne riproposta, lei rifiutò. Nel 1918, oltre a Edward Arber, era venuta a mancare anche Ethel Sargant, che stava scrivendo un volume sulle monocotiledoni, commissionato dalla Cambridge University Press. Già malata, prima di morire chiese essa stessa ad Agnes Arber di completare il lavoro. Nacque così The Monocotyledons (1925), il suo terzo libro. In continuità con Water Plants, Arber approfondisce l’analisi dell’anatomia interna ed esterna delle monocotiledoni, ma ora la sua riflessione metodologica si fa più esplicita, con l’introduzione della distinzione tra morfologia “pura” e “applicata”, che le permette di giungere a conclusioni originali sull’origine e l’evoluzione di questo gruppo di piante. Nel 1927 il Balfour Laboratory venne chiuso. Fin dal 1914, alle donne era stato aperto l’accesso ai laboratori “maschili” e l’utilità di quella istituzione, così importante per garantire alle donne uno spazio di ricerca e, sia pur limitate, carriere accademiche come dimostratrici, era via via venuta meno, finché l’università decise di vendere l’edificio. Il capo del dipartimento di botanica, Albert Seward, che pure l’aveva sostenuta al congresso di Edimburgo, dichiarò che non c’era posto per lei nella Scuola di botanica. Dove continuare le ricerche? Secondo l’esempio di Ethel Sargant, Arber allestì un laboratorio privato a casa sua, al numero 52 di Huntingdon Road, approfittando dell’opportunità di rilevare le attrezzature che per diciassette anni aveva utilizzato al Balfour Laboratory. Sarebbe stato il suo nuovo luogo di lavoro finché la guerra, come ho anticipato all’inizio, la spinse a chiuderlo. Le sue ricerche ora si appuntavano su un gruppo specifico di monocotiledoni: le graminacee, la famiglia delle erbe e dei cereali, così importanti nell’alimentazione e nella civiltà umana. Così, nel quarto libro The Gramineae, pubblicato nel 1934 e preceduto da dieci articoli apparsi su "The Annals of Botany", la descrizione dei cicli di vita, dell’embriologia e dei processi vegetativi e riproduttivi di erbe, cereali e bambù, condotta secondo i metodi dell’anatomia comparata, si intreccia con la storia di queste piante in relazione agli esseri umani, considerando “l’aspetto più strettamente botanico come uno sviluppo di quello umano”: non dimentichiamo infatti che i cereali, come li conosciamo, sono fondamentalmente cultigeni, ovvero piante modellate dalla selezione e dalla coltivazione umana. Le Poaceae sono caratterizzate da alcune tra le strutture florali più specifiche e raffinate dell’intero mondo vegetale. Fu questo il punto di partenza delle ricerche di Arber dagli anni ’30 al 1942, dedicate all’indagine delle diverse forme assunte dai fiori. Sull’argomento pubblicò una decina di articoli, compresa un’importante rassegna delle idee sulla morfologia fiorale, che possiamo considerare un ponte con l’ultima fase della sua ricerca. Dopo il 1942, infatti, con la chiusura del laboratorio, Arber da una parte tornò alla storia della botanica, che già l’aveva affascinata da giovane, dall’altra si concentrò su argomenti di portata più generale e di taglio più filosofico. Sul primo versante troviamo uno studio comparativo sui due padri dell’embriologia e dell’anatomia vegetale, Grew e Malpighi (1942), e i profili di due figure dominanti della botanica britannica, John Ray (1943) e Joseph Banks (1944). Fu invece l’incontro con Goethe a ispirare la fase per così dire “filosofica”. Nel 1946 pubblicò Goethe’s Botany, una traduzione e un’interpretazione di Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären di Goethe e di Die Natur di Georg Christoph Tobler; nel 1950 fu la volta di The Natural Philosophy of Plant Form, in cui, in forma discorsiva, da una parte indaga l’intera storia degli studi sulla morfologia vegetale, da Aristotele in poi, dall’altra espone la sua teoria del partial‑shoot: “la foglia è un partial‑shoot, un fusto parziale, che rivela una spinta intrinseca a diventare un fusto completo, ma non raggiunge mai questo obiettivo, poiché la simmetria radiale e la capacità di crescita apicale risultano inibite.” La connessione tra scienza e filosofia nel 1956 si tradurrà in The Mind and the Eye: A Biologist’s Standpoint, in cui Arber esamina il modo in cui gli scienziati interpretano ciò che vedono. Questo studio, in cui si affiancano psicologia, storia della scienza e filosofia della percezione, nel sottolineare la componente soggettiva e storica del processo scientifico, è di particolare significato se pensiamo che precede di molti anni l’epocale La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn. Il suo ultimo libro, The Manifold and the One (1957), nel quale la filosofia occidentale si integra con le tradizioni religiose e filosofiche orientali, segna un approccio decisamente mistico, alla ricerca dell’unità dietro il molteplice. Ricercatrice indipendente per tutta la vita, Arber – morì ottantunenne nel 1960 – non ebbe mai una cattedra universitaria, anche se non mancarono alcuni riconoscimenti formali. Nel 1946 fu ammessa alla Royal Society, la terza donna di sempre e la prima botanica. Nel 1948 fu premiata dalla Linnean Society con la medaglia d’oro. Nel 2024, sulla facciata della casa dove aveva vissuto e lavorato per decenni, è stata posta una targa e lo stesso anno l’Università di Cambridge ha istituito in suo onore un premio per le tesi in biologia comparata. Piccoli bambù neotropicali A differenza di molti botanici del suo tempo, Agnes Arber non ha legato il proprio nome a nuove specie: non era una tassonomista, e il suo lavoro si concentrò sulle strutture, sui processi, sui modelli formali più che sulla descrizione di entità nuove. Non sorprende quindi che non esistano specie che portano l'eponimo arberae o arberiae C’è però un’eccezione significativa: Arberella, un piccolo genere di Poaceae istituito nel 1979 da Thomas R. Soderstrom e Cleofé E. Calderón. La dedica è laconica, ma precisa: Arber è ricordata come “eminente morfologa vegetale”, i cui studi sulle graminacee – comprese le bambuseae – le hanno assicurato “un posto speciale nell’agrostologia”. È un omaggio postumo, dunque storico, che riconosce il suo ruolo nella genealogia degli studi sulle Poaceae. Ed è probabilmente il tipo di riconoscimento che Arber, storica della botanica oltre che morfologa, avrebbe apprezzato di più. Istituito nel 1979 - l'anno il cui cadeva il centenario della nascita di Agnes Arber - per accogliere Arberella dressleri, un piccolo bambù erbaceo endemico di Panama, il genere comprende oggi sette specie distribuite dal Costa Rica al Sud America tropicale. Sono graminacee minute, perenni e cespitose, con culmi sottili e solidi alti poco più di trenta centimetri, privi di ramificazioni e di foglie basali. Le foglie, inserite lungo il culmo, hanno lamine piatte e allungate, da lineari‑lanceolate a ovato‑lanceolate. L’aspetto più interessante, e quello che più avrebbe colpito Agnes Arber, è l’organizzazione dei fiori: sono infatti piante monoiche, ma con spighette monosessuali e nettamente diverse tra loro, le femminili all’apice dei rami dell’infiorescenza, le maschili più in basso. Una separazione spaziale e morfologica che rende l’infiorescenza particolarmente complessa, quasi un piccolo laboratorio naturale di forme e simmetrie. Il frutto è una cariosside subglobosa. Ad eccezione di A. flaccida, la cui distribuzione si estende dalla Colombia alle Guyane e al Brasile settentrionale, le specie del genere sono endemismi ristretti, spesso confinati a porzioni minime di territorio. È il caso di A. venezuelae, presente esclusivamente nelle foreste pluviali di bassa quota del bacino dell’Alto Orinoco, nello stato di Amazonas in Venezuela Chi è stata Mildred Mathias? La ragazza che voleva studiare matematica, ma diventò botanica perché la matematica, nell’America degli anni Venti, non era una faccenda da donne. La rigorosa tassonomista che rivoluzionò la classificazione della famiglia delle carote, introducendo più di cento specie. La docente universitaria e la botanica che reinventò un orto botanico. La divulgatrice e affabulatrice che in televisione spiegava cosa e come coltivare in giardino. L’ambientalista che si batteva per creare riserve naturali viste anche come risorse per la scienza e la ricerca. La settantenne e ottantenne che inventò il concetto di ecoturismo e guidò migliaia di appassionati alla scoperta dei tropici. È stata tutto questo, insieme, e senza contraddizioni. Una vita per la botanica, l'ambiente, la divulgazione In un’immensa città come Los Angeles, dove i giardini non mancano ma sono spesso privati, legati a fondazioni specifiche o a pagamento, esiste un solo orto botanico pubblico e gratuito. Non è grande, sette acri appena, ma è un mondo. È l’orto botanico dell’Università della California (UCLA), un mosaico di collezioni botaniche, aree sperimentali e sentieri ombrosi. E porta il nome della botanica che lo ha diretto per quasi vent’anni, lasciando un’impronta indelebile: Mildred E. Mathias. Molte delle collezioni che oggi rendono il Mildred E. Mathias Botanical Garden un piccolo universo — la boscaglia tropicale, le cicadacee, le palme, le piante native, mediterranee, dei deserti e delle Hawaii — sono state ampliate dopo la sua direzione. Ma la loro logica, la loro disposizione, la loro stessa presenza portano ancora la sua firma, quella di una scienziata che negli anni ’50 e ’60 ripensò questo giardino come un laboratorio vivente, aperto alla città e al mondo. Mildred Esther Mathias (1906–1995) nacque nel Missouri; il padre era insegnante, e la sua infanzia e adolescenza furono segnate da continui spostamenti. Era una studentessa brillante e, anche se amava da sempre la natura e il giardinaggio, quando si iscrisse alla Washington University di St. Louis la sua prima scelta fu la matematica. Dopo il primo anno, non poté tuttavia proseguire, perché i corsi superiori erano aperti solo agli uomini. Così si rivolse alla botanica, che ben presto la conquistò. A soli ventidue anni completò il dottorato con una monografia sulle specie di Cymopterus e affini, della famiglia delle Apiaceae: un lavoro rigoroso che segnò l’inizio del suo lungo rapporto con questa famiglia botanica complessa e allora poco studiata. Condusse le ricerche in parte all’Orto botanico del Missouri, in parte visitando le popolazioni di Umbelliferae e i luoghi dei tipi a bordo della sua Ford T, che all’occorrenza sapeva riparare da sé. Nel 1930 si sposò con il fisico Gerald L. Hassler e, per alcuni anni, mentre nascevano quattro figli, continuò le sue ricerche come ricercatrice indipendente. Nel 1939 iniziò a collaborare con Lincoln Constance dell’Università della California a Berkeley: insieme, dal 1940 al 1981, avrebbero pubblicato sessanta lavori sulle Umbelliferae del Nuovo Mondo, dando una nuova sistemazione alla famiglia, con oltre cento nuove specie e alcuni nuovi generi. Nel 1944 gli Hassler si trasferirono in California e, nell’autunno del 1947, Mathias fu assunta all’UCLA come botanica dell’erbario. Nel 1951 divenne lecturer, con il compito di insegnare tassonomia; si interessava però anche di orticoltura, battendosi per l’introduzione in coltivazione di piante tropicali e subtropicali insolite. Nel 1954 fu promossa assistant professor del Dipartimento di botanica e ne divenne vicepresidente. Nel 1956 fu nominata direttrice dell’orto botanico che oggi porta il suo nome, incarico che avrebbe mantenuto fino al 1974. All’epoca le collezioni, pensate soprattutto come strumento didattico, erano limitate. Mathias volle che il giardino fosse aperto al pubblico e diventasse un servizio per l’intera comunità. Grazie all’ottima posizione, esente da gelate, qui era possibile sperimentare l’introduzione di piante subtropicali e tropicali, a beneficio non solo degli studi botanici, ma anche dell’architettura del paesaggio, del giardinaggio e del vivaismo. Per questo privilegiava piante dalle fioriture vistose, come le Bignoniaceae. Gli spazi vennero ridisegnati, con un corso d’acqua e stagni di ricircolo, e un’ampia varietà di collezioni: una boscaglia subtropicale, conifere, palme, felci, Cycadaceae, piante mediterranee, desertiche e native. Con la costruzione del La Kretz Botany Building, un’area assolata venne riservata alla coltivazione di piante destinate agli studi citologici. Alberi tropicali vennero piantati anche attorno al campus universitario. Spesso il giardino ospitava mostre educative pluripremiate, a testimonianza della vocazione divulgativa e del ruolo crescente che Mathias stava assumendo nella vita culturale dell’università e della città. Mathias fu anche molto attiva nella difesa dell’ambiente. Nel 1957 partecipò alla battaglia per trasformare il Rancho Las Tunas di San Gabriel in un parco statale; fu tra i leader della sezione californiana del Nature Conservancy e, negli anni Sessanta, insieme ad altri docenti, si impegnò per creare un sistema di riserve naturali, affinché aree incontaminate fossero acquisite e gestite dall’università per l’insegnamento e la ricerca. Per questo impegno ricevette nel 1962 un premio dal California Conservation Council e, nel 1964, il Nature Conservancy National Award. Accanto all’insegnamento, alla direzione dell’orto botanico e all’impegno ambientale, non mancava la ricerca sul campo. Nel 1958 fece la sua prima spedizione all’estero, visitando la Baja California. Tra il 1959 e il 1964 affiancò Dermot Taylor, presidente del Dipartimento di farmacologia dell’UCLA, nell’esplorazione delle foreste tropicali alla ricerca di nuovi medicinali. Diversi viaggi la portarono nel Perù amazzonico, in Ecuador, in Tanganika e a Zanzibar, dove entrò in contatto con erboristi e uomini di medicina locali. I risultati delle sue ricerche attirarono l’attenzione anche della stampa: nel 1964 il Los Angeles Times la scelse tra le dodici “donne dell’anno”. Del resto era anche un volto noto al grande pubblico: partecipava spesso a meeting e conferenze, pubblicò articoli e libri divulgativi di giardinaggio e, dal 1962 al 1964, tenne una rubrica settimanale alla televisione californiana, The Wonderful World of Ornamentals. Con i viaggi ai tropici, il suo impegno ambientale divenne globale. La sua maggiore preoccupazione era la distruzione delle foreste tropicali, dove specie e specie di piante rischiavano di andare perdute per sempre prima ancora di essere conosciute. Sull’esempio californiano si batté per la creazione dell’Organization for Tropical Studies (OTS), con l’obiettivo di ottenere aree protette da destinare allo studio e alla ricerca. Dell’OTS divenne la voce più conosciuta, soprattutto nei primi anni, quando i fondi erano scarsi, e ne fu presidente dal 1969 al 1970. Tra i maggiori successi, l’incorporazione degli orti botanici della Costa Rica nel sistema dell’OTS e la creazione della stazione biologica di Las Cruces. Dalla seconda metà degli anni Sessanta i suoi impegni ufficiali e le consulenze per numerosi programmi orticoli si fecero frenetici; Mathias descrisse quegli anni come “una serie ininterrotta di riunioni”. Arrivarono però anche premi e riconoscimenti. Nel 1964 fu la prima donna a essere eletta presidente dell’American Society for Plant Taxonomists. Nel 1973 ricevette il Botanical Society of America Merit Award, una sorta di Oscar botanico alla carriera, e nel 1984 fu eletta presidente della Botanical Society of America. Il riconoscimento forse più gradito arrivò nel 1979, quando l’orto botanico che aveva diretto per quasi vent’anni prese ufficialmente il suo nome. Nel 1974, la carriera ufficiale finì con il pensionamento. Ma, come lei stessa disse, non si vedeva nei panni della nonna che se ne sta a casa a preparare torte. Tra il 1977 e il 1981 fu la prima direttrice esecutiva dell’American Botanical Gardens and Arboreta, che sotto la sua guida creò un programma di certificazione orticola capace di fare da ponte tra le università e la formazione pratica. Ma soprattutto, a partire dal 1974, quando l’UCLA Extension le propose di guidare un viaggio naturalistico in Costa Rica, accettò e inventò dal nulla un nuovo concetto — quello di ecoturismo — e una nuova carriera per sé. All’epoca i viaggi turistici in Costa Rica si limitavano a San José e, al massimo, a una puntata a uno dei vulcani; Mildred Mathias, invece, guidò il suo gruppo in una vera e propria spedizione sul campo. Fu il primo dei cinquantatré gruppi — migliaia di appassionati provenienti da tutto il mondo — che avrebbe accompagnato nell’Amazzonia peruviana, in Costa Rica, dove una tappa fissa era la stazione biologica La Selva con le conferenze dei biologi locali, e complessivamente in una trentina di paesi. L’ultimo viaggio, nel 1994, all’età di ottantotto anni, la portò in Cile. Stava già programmando il viaggio del 1995 in Costa Rica e Amazzonia quando, lavorando in giardino, fu colpita dall’ictus che l’avrebbe portata alla morte nel febbraio di quell’anno. Se desiderate saperne di più su questa donna straordinaria, nel sito del Mildred E. Mathias Botanical Garden sono disponibili molti materiali, incluse fotografie scattate da lei all’orto botanico e un filmato‑intervista in cui si racconta. Un'insolita Apiacea messicana Figura eminente della botanica statunitense del Novecento, Mildred E. Mathias ha lasciato un'impronta relativamente discreta nella terminologia botanica. Pur avendo svolto un’intensa attività di ricerca sul campo, il suo contributo più originale non fu la scoperta di nuove specie, bensì il rigore con cui affrontò la tassonomia di una famiglia complessa come le Apiaceae, spesso rideterminando piante già note. Non sorprende che l'eponimia legata al suo nome sia limitata a poche specie: Eryngium mathiasiae, un'Apiacea californiana; la messicana e centroamericana Heliconia mathiasiae; la sudamericana Bronwenia mathiasiae; l'orchidea peruviana × Lycida mathiasiae. Nel 1954, quando la sua straordinaria carriera era ancora agli inizio, Lincoln Constance e C. Leo Hitchcock le dedicarono Mathiasella, scrivendo: "La scoperta di una pianta messicana sorprendentemente unica, non ascrivibile - ne siamo convinti - a un genere precedentemente descritto delle Umbelliferae è un evento importante. Nel collocare questa notevole scoperta in una pubblicazione ufficiale, ci pare appropriato dedicare il genere a un'eccezionale studiosa di questa difficile ma affascinante famiglia". L'unica specie, Mathiasella bupleuroides, fu raccolta nel 1949 da L. R. Stanford sulla Peña Nevada nello stato messicano di Taumalipas. E' una grande erbacea ramificata, con foglie lobate verde-bluastro e ampie ombrelle primaverili di piccoli fiori avvolti da brattee simili a foglie che da verdi virano al rosa e persistono fino all'autunno. Specie dioica, presenta fiori maschili con piccoli petali e fiori femminili privi di corolla, entrambi però circondati da un vistoso collare di brattee. Rustica, resistente alla siccità, capace di prosperare al sole come in mezz’ombra, perfetta anche per i fiori recisi, M. bupleuroides è entrata nei giardini statunitensi e inglesi soprattutto nella cultivar ‘Green Dream’. È una presenza insolita, elegante e un po’ fuori dagli schemi: proprio come le specie che Mildred E. Mathias amava introdurre nei giardini californiani, ampliando con curiosità e gusto sicuro la gamma del coltivabile. Nella botanica statunitense dell’Ottocento, Charles Christopher Parry fu allo stesso tempo uno dei maggiori protagonisti — per la quantità e la qualità delle sue raccolte — e una figura di transizione. Allievo di Torrey, non appartiene più alla stagione dei gentiluomini raccoglitori o dei medici di provincia per i quali la botanica era un hobby; ma non si riconosce neppure nel modello del raccoglitore indipendente alla Fendler, e l’unica volta che tentò quella strada quasi se ne schermì. Né volle diventare pienamente un botanico professionista al servizio dello Stato: fu esploratore federale e, per pochi anni, il primo botanico ufficiale dello Smithsonian, ma ogni volta che sembrava avviarsi verso un ruolo istituzionale si ritraeva. Scelse invece una forma di autonomia personale, sostenuta solo dalla piccola Davenport Academy of Sciences e da una produzione scientifica affidata a saggi, studi mirati e articoli, non a un’opera sistematica. In questo percorso discreto, ma decisivo per la conoscenza della flora nordamericana, una presenza costante fu la moglie Emily. A ricordarlo, almeno un centinaio di specie con l’epiteto parryi e due minuscoli generi dei suoi ambienti preferiti: le montagne e i deserti. Primo tempo: esploratore federale Nell'agosto 1872, c'era un'atmosfera di gioiosa attesa nella modesta cabin, la casetta di legno non lontana dal Mad Creek dove da qualche anno il medico e botanico Charles Christopher Parry (1823-1890) amava trascorrere le estati. Insieme a un giovane amico, l’entomologo Joseph Duncan Putnam, attendeva un ospite davvero speciale: il grande botanico di Harvard Asa Gray. Anni prima, visitando per la prima volta quell’area montana del Colorado, già da lontano Parry era stato colpito da due cime quasi gemelle, che a distanza apparivano di uguale altezza e separate appena da un dolce declivio. Aveva così deciso di dedicarle a coloro che considerava i suoi maestri e i fari della botanica americana: Asa Gray e John Torrey. Ora avrebbe avuto la gioia di guidare Gray in persona a scalare la “sua” cima, il Gray Peak, in una sorta di consacrazione ufficiale. Gray e sua moglie arrivarono, e il 14 agosto Parry e Putnam, accompagnati da un folto gruppo di autorità locali, condussero il dottor Gray e sua moglie fino alla cima. Ci furono discorsi, canti patriottici e certo commozione. Parry, che aveva orchestrato la cerimonia ma a quanto pare non fu uno degli oratori, ebbe il piacere di “aver pilotato su quelle ripide montagne uno dei pionieri che anni prima erano stati le nostre guide sulle vette della scienza”. Per Parry, la cabin era un rifugio e i Torrey e Gray Peak luoghi dell’anima, scoperti in un momento particolare della sua vita, dopo un percorso tortuoso. Era nato in Inghilterra, in un villaggio del Gloucestershire, ma quando aveva nove anni la famiglia era emigrata in America, stabilendosi in una fattoria della Washington County, nello stato di New York. Dopo gli studi all’Union College di Schenectady, si iscrisse alla Columbia di New York, dove nel 1846 conseguì la laurea in medicina. L’atmosfera rurale dell’adolescenza aveva certo alimentato il suo interesse per la natura, ma secondo i suoi stessi ricordi la vera passione per la botanica nacque negli anni universitari. Risalgono al 1842 le prime escursioni sul campo nello stato di New York, con una puntata alle cascate del Niagara. Decisiva fu poi l’influenza di John Torrey, suo professore di chimica e botanica al College of Physicians and Surgeons a partire dal 1845. Appena laureato, nell’autunno del 1846 Parry si stabilì a Davenport (Iowa), sul fiume Mississippi. Oggi è una grande città, ma quando egli vi arrivò era un insediamento in tumultuosa crescita, fondato da appena otto anni. Aprì uno studio medico, ma scoprì presto che la sua vocazione lo portava piuttosto allo studio della natura. La prima occasione si presentò l’anno successivo: nell’estate del 1847 partecipò al rilievo dell’Iowa centrale diretto dal luogotenente Morehead, durante il quale studiò la flora dell’area di Des Moines. Questa esperienza gli aprì la strada a un incarico più impegnativo e ufficiale, come botanico della Spedizione geologica del Wisconsin e del Minnesota, diretta da David Dale Owen. Per prepararsi adeguatamente, si recò a St. Louis per incontrare George Engelmann, i cui consigli e la cui esperienza sarebbero diventati da quel momento una guida costante. La spedizione geologica, tra il 1848 e il 1849, esplorò e mappò un territorio vastissimo — 750 miglia da nord a sud e 350 da est a ovest — coinvolgendo un’ampia équipe scientifica. Oltre a raccogliere esemplari lungo il Peters River e dalla contea di St. Croix al Lago Superiore, Parry raccolse informazioni sui nomi locali delle piante e sui loro usi nella “dieta indiana”. Nel 1852, nell’ambito della relazione ufficiale della spedizione, comparve il suo primo scritto: un catalogo delle piante raccolte, classificate basandosi sulla Flora of the Northern and Middle Sections of the United States di Torrey e sulla Flora of North America di Torrey e Gray. Vi emerge, oltre alla grande precisione nell’indicare i luoghi di raccolta, l’attenzione all’ambiente, alle associazioni vegetali e alle tradizioni etnobotaniche. Parry era ormai un botanico esperto e particolarmente votato al lavoro sul campo; su suggerimento di Torrey fu scelto come botanico principale della maggiore spedizione scientifica federale dell’epoca, la Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico, che nell’arco di tre anni avrebbe percorso l’intera frontiera sud‑occidentale, dal Golfo del Messico alla California. Gli inizi furono tumultuosi. Nel luglio del 1849 Parry raggiunse San Diego, in California; a settembre accompagnò un team astronomico alla confluenza dei fiumi Gila e Colorado, ritornando a San Diego nel mese di dicembre. Tuttavia tutte le raccolte di questa prima fase andarono perdute: in parte in un incendio scoppiato a Panama, dove erano state immagazzinate in attesa dell’imbarco, in parte durante l’attraversamento dell’istmo. Nel 1850 dovette dunque ricostruire le raccolte, con estese esplorazioni lungo la frontiera meridionale e un’ulteriore escursione dalla costa all’area di Monterey. All’inizio del 1851, da Washington gli giunse l’ordine di redigere un rapporto sulle sue raccolte, ma un successivo contrordine gli ingiunse di raggiungere il nuovo quartier generale della spedizione, trasferito dalla California a El Paso, sul Rio Grande. Vi arrivò nell’autunno, dopo un faticoso viaggio via San Antonio, in Texas. Nel gennaio del 1852 si unì a un piccolo team incaricato di esplorare l’area a ovest di El Paso, raggiungendo i villaggi Pima lungo il fiume Gila e rientrando a El Paso in aprile. In seguito fece parte di diversi gruppi che esplorarono vari tratti della frontiera lungo il Rio Grande, inclusa una successione di imponenti canyon, fino ad allora del tutto inesplorati. Nell’inverno 1852‑53 Parry si trovava a Washington per lavorare alla stesura della relazione finale: avrebbe redatto l’introduzione al volume botanico del Report on the United States and Mexican Boundary Survey. Si tratta di un lucidissimo saggio sulla distribuzione geografica della flora e sulle comunità vegetali, che anticipa già i modi della moderna fitogeografia. La parte tassonomica fu invece affidata a John Torrey, che cita Parry come principale raccoglitore praticamente a ogni pagina, mentre George Engelmann scrisse la sezione dedicata alle Cactaceae, così ampia da costituire un volume a sé, per la quale si avvalse anche di contributi dello stesso Parry. Sul piano qualitativo e quantitativo i risultati botanici furono imponenti. La spedizione raggiunse aree in precedenza mai esplorate, con la raccolta di centinaia di esemplari e decine di specie nuove per la scienza. Alcune portano il nome del loro tenace scopritore: Calycoseris parryi, Flyriella parryi, Phacelia parryi, Homalocephala parryi. Secondo tempo: re della botanica del Colorado Torrey, nella prefazione della sua parte, parla di Parry come di un botanico “instancabile, accurato, dotato di un occhio straordinario per le piante rare”. Potremmo dunque attenderci per lui il coinvolgimento in altre spedizioni o una carriera accademica. Invece non fu così. Dopo la grande spedizione venne il tempo del ritorno a casa — a Davenport, che in tutti gli spostamenti della sua vita rimase sempre il centro —, della vita familiare, del silenzio. E anche del dolore. Come scrive lui stesso nel suo memoriale, “l’intervallo tra il 1854 e il 1860 trascorse soprattutto a Davenport, non attivamente impegnato nella botanica”. Rientrato nel 1853, Parry tornò a esercitare la medicina, si sposò con Sarah M. Dalzell e nel 1855 nacque una bambina. Poi, la tragedia: nel 1858 la moglie morì di parto. Un nuovo equilibrio — potremmo dire una nuova vita — stava però per delinearsi. Nel 1859 si risposò con Emily R. Preston, che per trent’anni sarebbe stata non solo sposa, ma assistente, segretaria, compagna di spedizioni, co‑raccoglitrice. Con lei rinacque anche l'interesse per le piante, dapprima nei dintorni di casa, poi di nuovo nell’Ovest. Ora la sua attenzione si rivolse alla flora alpina, allora quasi sconosciuta. Come scrive nell’articolo dedicato alla prima spedizione nelle Rocky Mountains, i precedenti esploratori — da Nuttall a Douglas, e più recentemente Drummond e Fremont — avevano attraversato in fretta quelle regioni inospitali, concentrandosi su coordinate geografiche, altitudini, corsi d’acqua, e solo raramente avevano fatto raccolte botaniche. Era dunque una nuova frontiera, resa ora meno inaccessibile da un evento esterno. Nel 1858 un cercatore d’oro, lasciata la California dove la febbre dell’oro andava spegnendosi, scoprì un ricco filone presso il Little Dry Creek. Fu l’inizio della Pike’s Peak gold rush, che per un breve periodo attirò in Colorado frotte di cercatori: si aprirono nuove strade, nacquero insediamenti effimeri, persino una linea ferroviaria. Quella regione remota non era più inaccessibile. Il cuore dell’area aurifera era il Pikes Peak, forse l’unica montagna della zona esplorata con metodo da un botanico professionista: Edwin James, che nel 1820 ne aveva conquistato la cima, lasciando estese raccolte. Fu sulle sue orme che, nella primavera del 1861, Parry decise di partire per il Colorado. Non come membro di una spedizione governativa, ma a proprie spese e di propria iniziativa. Stabilì la base ai piedi delle montagne, nel bacino del South Clear Creek, da cui partivano le sue escursioni solitarie; per tutta l’estate scalò montagne “risalendo ruscelli alpini, arrampicandosi sulle rocce, affondando in cumuli di neve”. In montagna Parry ritrovò se stesso e scoprì due vocazioni che non lo avrebbero più lasciato: l’alpinismo e la flora alpina. Rimase sulle Rocky fino ad agosto. Al ritorno a Davenport inviò set di piante perfettamente preparate a Torrey e Gray, e certamente anche a Engelmann. Nel 1862 pubblicò su "The American Journal of Science and Arts" i risultati della spedizione: un dettagliato saggio fitogeografico, Physiographical Sketch of that portion of the Rocky Mountain range, at the head waters of South Clear Creek, and east of Middle Park, seguito da un catalogo dei taxa raccolti, redatto da Gray con l’aiuto di note di Torrey ed Engelmann e, per gli habitat, di Parry stesso. Il catalogo uscì in tre puntate tra il 1862 e il 1863. È una raccolta straordinaria: quasi quattrocento specie, spesso rare, talvolta note sulle montagne europee ma segnalate per la prima volta negli Stati Uniti; quindici sono del tutto nuove, e molte portano il nome dello scopritore, da Haplopappus parryi (oggi Oreochrysum parryi) a Primula parryi, da Gentiana parryi ad Astragalus parryi. Gli eclatanti risultati della spedizione ebbero vasta eco scientifica, suscitando l’interesse anche di Hooker, egli stesso eminente studioso della flora alpina. L’anno dopo Parry tornò sulle Rocky, spinto dal desiderio di approfondire le ricerche, ma forse anche irretito — per la prima e unica volta nella sua vita — dalle potenzialità economiche del plant‑hunting. Questa volta non era solo: lo accompagnavano Elihu Hall, un agricoltore dell’Illinois che, proprio come i Bartram un secolo prima, affiancava alla conduzione della propria fattoria un’intensa attività di raccoglitore di piante, e J. P. Harbour, anch’egli dell’Illinois, presumibilmente reclutato da Hall. Con la partecipazione dei due, da qualitativa, la raccolta si fece quantitativa: il trio mise insieme una dozzina di set completi di quasi settecento taxa, la più ampia raccolta mai realizzata in una singola stagione. Il 1° giugno 1862 il gruppo scalò il Pikes Peak, per la prima volta dai tempi di Edwin James; ma poi, forse, ci fu una divisione dei compiti che rispecchiava anche motivazioni diverse. Hall e Harbour si concentrarono soprattutto sulla flora delle pianure del Nebraska, mentre Parry proseguiva l’esplorazione della sua prediletta vegetazione delle alte quote, trattenendosi in Colorado fino all’autunno per raccogliere semi di conifere, tra cui l'azzurrissima Picea pungens. Le raccolte furono poi pubblicate da Gray, non però sotto il nome di Parry, ma di Hall & Harbour: ben preparate e di grande interesse, erano essenzialmente un prodotto commerciale, venduto a otto dollari ogni cento esemplari. La collezione privata di Parry — forse cinquanta o cento specie alpine — non era in vendita e non fu pubblicata come tale né da Gray né da Parry stesso. Quest’ultimo visse probabilmente in modo conflittuale questa spedizione così diversa dalle sue abitudini; non ne scrisse mai, tranne un resoconto della scalata al Pikes Peak, sotto forma di lettera a Torrey, pubblicata nelle Transactions dell’Accademia di St. Louis, certo su invito di Engelmann, che ne era l’animatore. Fu sicuramente più nelle sue corde la terza spedizione, da maggio ad agosto del 1864, in compagnia dello zoologo Jacobus W. Velie, durante la quale estese le sue ricerche ai distretti di Middle Park e del Longs Peak — scalato in agosto, quando le nevi di un’estate spesso inclemente si erano sciolte, ma senza riuscire a raggiungere la cima. Diede notizia di questa spedizione nuovamente sulle Transactions dell’Accademia di St. Louis (Notice of Some Additional Observations on the Physiography of the Rocky Mountains, Made During the Summer of 1864). Terzo tempo: dalle piante alpine alla flora desertica Come sommo conoscitore delle piante alpine, Parry era ormai un’autorità; nel 1867 fu nuovamente coinvolto in una spedizione governativa, la Ricognizione ferroviaria dall’Arkansas alla California, che si mosse lungo il 35° parallelo nord. La spedizione partì a giugno da Salina, nel Kansas, raggiunta in treno. Secondo Parry, le raccolte di maggiore interesse furono quelle effettuate nel Kansas occidentale e nel Colorado sud‑orientale, e poi dal Sangre de Cristo Pass al New Mexico settentrionale; alla fine della stagione fu la volta dell’Arizona, dove Parry visitò anche i distretti minerari. La Sierra Nevada fu valicata al Tehachapi Pass e, attraverso le valli di Tulare e di San Joaquin, la spedizione terminò a San Francisco. Parry ritrovava così la California della giovinezza; da quel momento, insieme alla flora del Colorado, quella californiana sarebbe diventata per lui una vera ossessione. I risultati botanici furono pubblicati in New Tracks in North America di W. A. Bell, ma Parry si rammaricò di non aver potuto rivedere le bozze. In quello stesso 1867 egli fu tra i soci fondatori della Davenport Academy of Natural Sciences, di cui sarebbe diventato uno dei maggiori animatori. All’Accademia avrebbe in seguito donato parte delle sue raccolte e avrebbe pubblicato molti dei suoi lavori scientifici nella sua rivista ufficiale; non disdegnava però articoli divulgativi, spesso ospitati da giornali come il "Davenport Gazette" o il "Chicago Evening Journal". Certo su insistenza di Gray e Torrey, nel 1869 accettò l’incarico di botanico del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti presso lo Smithsonian e con la moglie si trasferì a Washington. Avrebbe dovuto essere una consacrazione, invece si rivelò un errore: Parry era un grande ricercatore sul campo e non era fatto per lavorare dietro una scrivania, a organizzare e sistematizzare le raccolte altrui. Unico momento davvero felice fu un viaggio semi‑istituzionale a Londra, durante il quale visitò i Kew Gardens, calorosamente accolto da Hooker, che lo salutò come “re della botanica del Colorado”. All’inizio del 1871 fu nominato botanico della commissione d’inchiesta inviata a San Domingo, da cui ricavò una relazione ampia e accurata sulle caratteristiche botaniche dell’isola, sui prodotti vegetali e sulle risorse agricole. Nonostante la qualità del lavoro svolto, nell’autunno dello stesso anno i rapporti con lo Smithsonian si incrinarono fino alla rottura e, come egli stesso ammette con franchezza, nell'autunno del 1871 fu rimosso dall’incarico. Fu forse più con sollievo che con rincrescimento che ne approfittò per raggiungere, in quello scampolo di stagione, le Montagne Rocciose e il rifugio della cabin del Mad Creek, dove già da tempo aveva l’abitudine di trascorrere l’estate. Come ho anticipato all'inizio, l'anno successivo vi sarebbe tornato con il giovane entomologo Joseph Duncan Putnam e avrebbe avuto la gioia di guidare Gray sulla "sua" montagna. Da quel momento, le ricognizioni sul campo si sarebbero susseguite con cadenza quasi annuale, talvolta nell'ambito di spedizioni ufficiali, talvolta a proprie spese e per propria iniziativa. Nel 1873 Parry partecipò come botanico ufficiale alla North Western Wyoming Expedition, guidata dal capitano William A. Jones e incaricata di esplorare l’area compresa tra lo Yellowstone e le Montagne Rocciose. Al suo fianco, come assistente meteorologo, c’era Putnam. Le raccolte sistematiche e le osservazioni di Parry sulle specie dell’altopiano e delle vallate subalpine costituirono una delle basi più solide per la conoscenza botanica del Wyoming prima dell’istituzione del Parco di Yellowstone. Nel 1874 intraprese una escursione privata nell’Utah meridionale, dedicata alla singolare flora del distretto desertico della valle della Virgen, presso St. George. L’estate successiva, di nuovo insieme a Putnam, lo vide nell’Utah centrale, impegnato nello studio della flora del Monte Nebo. Nell’autunno si spostò in California, dove si unì a J. G. Lemmon ed Edward Palmer. Con loro trascorse diversi mesi, dall’inverno 1875 al giugno 1876, sui monti del San Bernardino District. E con loro c’era anche Emily. Probabilmente non era la prima volta che Mrs. Parry prendeva parte attiva alle spedizioni del marito, ma le testimonianze del tempo non permettono di ricostruirne il ruolo se non per accenni. La più esplicita è quella di C. H. Preston che, nel necrologio di Parry, scrive: "Negli oltre trent'anni della loro unione, si inserì utilmente in tutti i suoi lavori e nei suoi piani, assistendolo nei suoi studi e spesso accompagnandolo sul campo". Per la spedizione nel San Bernardino District, però, disponiamo di una prova diretta. Su proposta di Lemmon, Asa Gray le dedicò Gilia parryae (oggi Linanthus parryae) con queste parole: "Su suggerimento di Mr. Lemmon questa graziosa pianta è dedicata a Mrs. Dr. Parry, un membro dell'équipe botanica che ha trascorso l'inverno e la primavera nel San Bernardino District - facendo molte interessanti scoperte - e i cui servizi alla botanica meritano questo riconoscimento". Non accompagnatrice o moglie fedele, dunque, ma membro a tutti gli effetti del team. Tra le raccolte più significative di quella campagna, oltre alla pianta dedicata a Emily, va ricordata la spettacolare Nolina parryi. E la stagione si concluse con due ascensioni memorabili: al San Bernardino Peak in maggio e al Ring Brothers in giugno, dove fioriva il Lilium parryi, dedicato da Sereno Watson. Nell’estate di quell’anno di raccolte quasi incessanti, Parry trovò ancora il tempo per tornare una terza volta in Utah, ad esplorare e scalare le Wasatch Mountains. Nel 1878, insieme a Edward Palmer, si spostò in Messico, in particolare nel distretto di San Luis de Potosí; sulla via del ritorno toccò Saltillo e Monterey, e poi i più familiari distretti del Texas occidentale, che aveva visitato ventisei anni prima. Nel 1879, la morte del padre lo richiamò sulla costa orientale, lasciando poco spazio alla botanica. Si rifece nel 1880, quando, nelle vesti di agente speciale del Dipartimento forestale, accompagnò Sargent ed Engelmann nel bacino del Columbia River e nel Nord-Ovest. Quindi tornò nuovamente in California, dedicando alla flora californiana tutto il 1881, con numerose escursioni che lo portarono, tra l’altro, allo Yosemite. Trascorse l’estate a Davenport a riordinare le collezioni, ma in autunno era di nuovo in California, per passare l’inverno a San Diego. Nel gennaio e febbraio 1885 riprese le esplorazioni, rientrando a Davenport in estate. Lo attendeva ora un secondo, più lungo viaggio in Inghilterra, durato oltre un anno, dal giugno 1885 all’agosto 1886. La fine estate del 1886 la divise tra la casa e un soggiorno nel Wyoming con alcuni amici; poi lo richiamò ancora la California, con il suo mite clima invernale, congeniale all’età che avanzava. Al centro delle sue ricerche — ora soprattutto nei dintorni di San Francisco — erano i suoi studi sui generi Arctostaphylus, Alnus e Ceanothus. Nella primavera del 1889 compì il suo ultimo viaggio in California; poi, dopo un breve ritorno a casa, partì per il Canada, il New England, e da lì per New York e Philadelphia. Rientrato a Davenport alla fine dell’anno, un’influenza contratta in gennaio si trasformò in polmonite, portandolo alla morte il 20 febbraio 1890. Nella sua vita attivissima aveva raccolto 30.000 esemplari, descritto o scoperto centinaia di nuove specie (circa un centinaio delle quali porta il suo nome). Non pubblicò mai un libro, ma dozzine di articoli, purtroppo dispersi in numerose riviste. Tra i più importanti, oltre a quelli già citati, un’analisi della flora delle Montagne Rocciose, pubblicata nei Proceedings of the American Association for the Advancement of Science, e uno studio sulla flora desertica tra il 32° e il 42° parallelo nord. Dopo la sua morte, accanto agli amici dell’Accademia di Davenport, fu soprattutto Emily a custodirne l’eredità scientifica. Fu lei a curare la lista delle pubblicazioni del marito, pubblicata in calce al necrologio di Preston, e si adoperò perché lettere, manoscritti e quaderni di campo non andassero dispersi. Oggi sono conservati presso l’Università dell’Iowa. Due generi minucoli dalle sabbie e dalle rocce Parry ha lasciato un’impronta profonda non solo nella conoscenza, ma anche nella nomenclatura delle piante nordamericane. Darne conto sarebbe impossibile; a titolo d’esempio, basti ricordare alcune tra le specie più note che gli si devono. Tra le conifere, Pinus torreyana, scoperto in California durante la Spedizione del confine con il Messico e dedicato al maestro Torrey, Picea engelmannii e P. pungens, entrambe raccolte in Colorado, e il californiano Pinus quadrifolia, noto come Parry pinyon. Tra le succulente, Echinocactus parryi, Agave parryi, Yucca whipplei e la già citata Nolina parryi. Tra le piante alpine, Primula parryi, Penstemon parryi, Phacelia parryi. Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. A Parry stati dedicati due generi, entrambi monotipici, che per una curiosa coincidenza, anche se furono creati a molti anni di distanza, sono fondati su piante da lui raccolte in New Mexico nella spedizione del 1867. Il primo, Parryella, fu istituito da Torrey e Gray nel 1868, "per soddisfare il desiderio che il nome del nostro Dr. Parry venga commemorato in un tipo generico da lui stesso scoperto, che abita una delle vaste regioni che ha fedelmente esplorato per vent'anni". La forma diminutiva fu scelta perché esisteva già Parrya, dedicato da Robert Brown all’esploratore artico William Edward Parry. L'unica specie di questo genere della famiglia Fabaceae, Parryella filifolia, è un arbusto tipico delle dune consolidate e dei terreni sabbiosi, che nell'aspetto generale può vagamente richiamare una ginestra, da cui il nome comune dunebroom. Relativamente raro, cresce in ambienti montani, come margini di canyon, tra 1200 e 2200 metri, in New Mexico, Colorado, Utah e Arizona. Eretto o semidecombente, è molto ramificato, con rami esili e sottili foglie lineari, molto aromatiche. I fiori, raccolti in lunghi racemi laschi, sono alquanto insoliti: privi di petali, sono costituiti da un calice giallo verdastro da cui fuoriescono dieci stami gialli con antere più scure. I frutti sono baccelli allungati, verdastri, ma cosparsi di ghiandole più scure. Le sue ceneri, alcaline, erano utilizzate dagli Hopi per trattare il mais blu nella preparazione del pane piki. Parry la raccolse lungo il Rio Grande, presso Albuquerque. Nel settembre 1867, sulle rocce delle Huefano Mountains, trovò invece una piccola pianta rupicola, che Gray classificò come Seseli nuttallii (oggi Lomatium nuttalii). Solo nel 1929, esaminando l'erbario di Gray, Mildred E. Mathias, una importante specialista di Umbelliferae (Apiaceae), riconobbe che essa apparteneva a un genere distinto e la denominò Neoparrya lithophila: il genere onora lo scopritore, l'epiteto "amante delle rocce" allude all'habitat. Endemica delle Montagne Rocciose del Colorado meridionale e del New Mexico, è una specie rara, legata a suoli vulcanici, colate laviche, affioramenti di tufo o rocce sedimentarie, capace di vivere in fessure delle rocce o pareti rocciose, in habitat estremamente aridi e assolati. Forma cespi erbacei compatti, con foglie rigide e lucide, e infiorescenze ad ombrella dai raggi retroflessi; i frutti, dotati di ghiandole oleifere tubolari, se schiacciati emanano un odore che ricorda quello delle pesche. Colpisce che, tra tante piante maestose o di grande bellezza, a celebrare Parry siano due generi minuscoli. Ma Parry è anche l’uomo che, pur avendone piena autorevolezza, non scrisse mai un libro, affidando la sua eredità scientifica a puntuali saggi fitogeografici, a qualche studio su pochi generi prediletti, a numerosi articoli divulgativi e a due contributi fondamentali dedicati alle flore che più aveva esplorato (e amato): quella delle Montagne Rocciose e quella dei deserti. Proprio gli ambienti rappresentati da Neoparrya e Parryella. Sono piante che non ostentano nulla: vivono, fioriscono, resistono in condizioni difficili, senza spettacolarità. Una cresce nelle dune consolidate, l’altra nelle fessure aride delle rocce vulcaniche. Appartengono ai paesaggi che Parry studiò con maggiore continuità e rappresentano bene il suo modo di lavorare: osservazione attenta, rigore, nessun compiacimento. Che almeno una di esse sia anche legata a una tradizione indigena — le ceneri alcaline di Parryella filifolia usate dagli Hopi per il pane piki — aggiunge un ulteriore elemento di coerenza. Parry non si limitò a raccogliere piante: studiò e rispettò le culture che le conoscevano da secoli. Questa combinazione di discrezione, adattamento e continuità culturale rispecchia con precisione il suo contributo alla conoscenza della flora nordamericana: vasto per profondità e ampiezza, ma sempre sommesso, mai ostentato. Nel 1820, il medico ventiduenne Edwin James partecipa come botanico alla prima spedizione statunitense in cui militari e scienziati civili lavorano fianco a fianco. E' un modello per il momento ancora episodico, ma destinato a un grande futuro nella seconda metà del secolo, con le grandi spedizioni finanziate dallo Stato dopo il conflitto con il Messico. All'epoca, però, gli Stati Uniti non dispongono ancora di strutture capaci di valorizzare i pur notevoli risultati scientifici; così, per James dopo la spedizione non ci sarà una carriera nella botanica, ma un forte impegno civile che lo porterà, tra l'altro, a trasformare la sua casa - con grave rischio personale - in una stazione della "ferrovia sotterranea". Che a ricordarlo sia l'elusiva Jamesia, che fu il primo a raccogliere ma non pubblicò né segnalò, e che per decenni sfuggì alle raccolte, pur non essendo affatto una pianta rara, è un atto di giustizia poetica. Dalla botanica all'impegno civile La mattina del 13 luglio 1820, all’estremità orientale delle Montagne Rocciose, tre giovani si accingevano a scalare la cima più alta di quel tratto della catena, il Pikes Peak. Uno di loro era il medico, botanico e geologo Edwin James (1798–1861): aveva ventidue anni e, in cuor suo, si sentiva un piccolo Humboldt. Quando si era unito alla spedizione Long, nei propri bagagli aveva messo una copia del Personal Narrative of Travels to the Equinoctial Regions of the New Continent dello scienziato tedesco. La scalata si annunciava faticosa e a tratti impervia, ma, a differenza del Chimborazo, la natura non mostrava un volto sublime e terribile, ma ameno e lussureggiante. Niente páramos deserti, ma foreste di conifere e prati smaltati di fiori. Il secondo giorno, quando gli ardimentosi superarono il limite degli alberi, invece di sfidare una nebbia glaciale, il mal di montagna, l’epistassi e una cengia sospesa tra gli abissi, ai loro occhi si offrì un tappeto di piante alpine multicolori e un paesaggio di “stupefacente bellezza”. La vetta sembrava vicina e avevano sperato di raggiungerla in giornata, per poi rientrare entro sera al campo base. Ma presto si accorsero che era impossibile. D’altra parte, come convincersi a tornare indietro? Ovunque c’erano piante sconosciute da raccogliere, e la cima continuava a sembrare lì, a due passi. Così decisero di cogliere l’occasione e di trascorrere la notte nel primo luogo adatto, per continuare l’ascensione il giorno successivo. La natura amica non li abbandonò: l’indomani realizzarono il loro programma, il cammino rallentato solo dalla raccolta continua di esemplari interessanti. Furono i primi uomini bianchi a scalare una montagna statunitense superiore ai quattromila metri. Il Pikes Peak ne misura infatti 4302. I tre giovani alpinisti erano membri della spedizione diretta dal maggiore Stephen Harriman Long, che costituì la seconda parte della fallita Yellowstone Expedition. Decisa dal Congresso nel 1818, fu la prima missione statunitense a combinare obiettivi scientifici con un contesto ancora in gran parte militare. L’intento iniziale era costruire una serie di forti lungo il corso del Missouri fino alla confluenza con lo Yellowstone, per rendere più sicuro il commercio delle pellicce e contrastare la presenza britannica. Ma si voleva anche mappare il territorio e indagarne le risorse: così, accanto agli ingegneri militari e ai tipografi, per la prima volta furono reclutati geologi, botanici e zoologi con una formazione accademica. Faraonica, costosa e mal preparata — si parlò anche di corruzione — l’impresa si trasformò presto in un disastro. Nell’inverno del 1819, duecento dei circa millecento militari coinvolti morirono di scorbuto; le perdite civili, non registrate, furono probabilmente ancora più alte. La missione iniziale venne ridimensionata e, nel maggio 1820, il segretario di Stato ordinò a Long di abbandonare l’esplorazione del Missouri per dedicarsi alla mappatura del Platte River e raggiungerne le sorgenti, accompagnato da una scorta militare ridotta e dagli scienziati che avevano partecipato alla prima fase. Bisognava però reclutare un nuovo giornalista, che avrebbe stilato il resoconto ufficiale (quello precedente aveva dato le dimissioni) e un altro medico e botanico (il promettente botanico William Baldwin, già malato, era morto di tubercolosi e privazioni nei primi mesi della spedizione, nel 1819). Come giornalista venne scelto un militare, il capitano John R. Bell, come botanico il giovanissimo Edwin Jones. Figlio di un diacono, il più giovane di tredici tra fratelli e sorelle, questi era nato nel Vermont ed era cresciuto in una casa di legno tra le colline; dopo il college si era trasferito ad Albany, nello Stato di New York, per studiare medicina con un fratello maggiore. Qui assistette alle conferenze di Amos Eaton, che lo avvicinò alla geologia e alla botanica e lo mise in contatto con il quasi coetaneo John Torrey. Nel 1818, insieme allo stesso Eaton e al fratello, fu tra i soci fondatori del Troy Lyceum of Natural History, di cui l’anno successivo Torrey divenne socio corrispondente. Sotto questa egida pubblicò il suo primo lavoro, uno studio sulla geologia della regione del lago Champlain. Preparò inoltre una lista di circa cinquecento piante del Vermont, che avrebbe pubblicato nel 1821, al ritorno dalla spedizione Long. Non è noto come si sia giunti all’ingaggio di Edwin James, che all’epoca era un civile, non un militare. Un’ipotesi è che sia stato raccomandato dal capitano John Eatton Le Conte Jr. del genio militare, amico d’infanzia di Torrey. In ogni caso, nel febbraio 1820 James accettò l’incarico e alla fine di marzo raggiunse Pittisburg per unirsi al maggiore Long e al capitano Bell. Insieme si spostarono a St. Louis e, alla fine di maggio, raggiunsero il campo base della missione, l’Engineer Cantonment, nell’attuale Nebraska, dove li attendevano gli altri. Erano in tutto ventidue gli uomini che il 6 giugno lasciarono la base militare per dirigersi verso ovest. Long era l’ingegnere topografo e il cartografo, assistito dal luogotenente W. H. Swift; Bell, come già sappiamo, era il giornalista ufficiale. James aveva la duplice funzione di botanico e geologo, mentre gli zoologi erano Thomas Say (destinato a diventare il più celebre di tutti, salutato come "padre dell'entomologia e della concologia americana") e Titian Peale, che era anche illustratore; l’artista ufficiale, tuttavia, era Samuel Seymour. A completare il gruppo, un caporale, sei soldati semplici, cacciatori, guide e interpreti per le lingue native, lo spagnolo e il francese. C’erano cavalli per tutti gli uomini, cavalli da soma e muli per il cibo, le attrezzature, gli strumenti scientifici e gli esemplari raccolti. Piccolo e ben rodato, il gruppo si metteva in marcia ogni mattina alle cinque e percorrevano ogni giorno dalle 20 alle 30 miglia: un ritmo moderato che permetteva i rilievi e le raccolte scientifiche. Il gruppo attraversò le grandi pianure seguendo il corso del Platte River, poi del South Platte River, fino al Front Range delle Montagne rocciose. Era una stagione eccezionalmente calda e arida, e il maggiore ne trasse l'impressione che le grandi pianure non fossero adatte agli insediamenti umani e le definì "Grande deserto americano"; James però raccolse numerose piante ancora sconosciute e gli zoologi registrarono una fauna ricca e variegata. L'incontro più emozionante fu quello con una mandria di 10.000 bisonti. All'inizio di luglio, dopo aver attraversato il tormentato e fantastico paesaggio di guglie di arenaria, in seguito noto come Garden of Gods, gli esploratori si accamparono lungo Fountain Creek, in un'area particolarmente ricca di fauna. Proseguirono quindi verso sud lungo il Front Range, dove James fece ampie raccolte di piante alpine, tra cui Aquilegia coerulea, futuro simbolo vegetale del Colorado. Tra il 13 e il 15 luglio, come ho anticipato, con due compagni scalò il Pikes Peak. Quindi la spedizione si diresse verso sud-ovest, raggiungendo il fiume Arkansas; qui il gruppo si divise: alcuni uomini, tra cui lo zoologo Say, guidati da Bell, continuarono a risalire l'Arkansas, mentre gli altri, tra cui James, guidati da Long si diressero a sud est, lungo il Canadian River, che però identificarono erroneamente con il Red River. Fu la parte più difficile del viaggio; ormai il cibo scarseggiava e per nutrirsi bisognava cacciare cervi e bufali, di cui in quell'anno particolarmente caldo e arido non c'era abbondanza; così spesso bisognava accontentarsi di puzzole e tassi; i corsi d'acqua erano quasi asciutti o con acqua non potabile e si rimaneva senza bere anche per un'intera giornata. Tre uomini del gruppo di Bell disertarono, portando con sé il diario topografico di Swift e parte del diario di campo di Say. I due gruppi si ricongiunsero il 13 settembre a Fort Smith, in Arkansas, termine della spedizione, dopo aver percorso oltre 1500 miglia. Molti degli uomini erano malati o esausti. Tra di loro anche James, che contrasse la malaria e rientrò a Philadelphia solo nell'autunno del 1821. In collaborazione con Long - che aveva tale stima di lui da battezzare Edwin James Long uno dei suoi figli - e Say, James fu incaricato di scrivere il resoconto ufficiale della spedizione, lavoro che completò nel 1822 e fu pubblicato nel 1823 (Account of an Expedition from Pittsburgh to the Rocky Mountains). Subito dopo entrò nell'esercito e per una decina di anni servì come chirurgo militare in vari avamposti di frontiera nella regione dei Grandi laghi. Ebbe così modo di entrare in contatto con i nativi, in particolare con gli Ojibwe di cui imparò la lingua; con l'aiuto di John Tanner, catturato dagli Ojibwe da bambino e cresciuto in mezzo a loro, tradusse il Nuovo testamento in lingua ojibwe e aiutò Tanner a scrivere la sua storia, che divenne un bestseller tradotto in più lingue. A Bellevue in Nebraska fu sottoagente indiano dei Potowatomi e si occupò dell'organizzazione di scuole elementari. Nel 1833 lasciò l'esercito. Lo stesso anno fu ammesso all'American Philosophical Society, sulle cui Transaction già nel 1825 aveva pubblicato un catalogo delle piante raccolte durante la spedizione. Nel 1836 si stabilì come medico a Burlington (Iowa); a quattro miglia dalla città, viveva con la famiglia (si era sposato e aveva un figlio) in una grande casa, con annessa una fattoria, che divenne una stazione della cosiddetta "Ferrovia sotterranea", ovvero uno dei rifugi della rete di percorsi segreti usati dagli schiavi neri per raggiungere il Canada o gli "stati liberi" (quelli in cui la schiavitù era vietata). Per i fuggitivi allestì una stanza segreta nascosta dietro un camino e continuò ad aiutarli per tutta la vita, talvolta con grande rischio personale. James morì nel 1861, in seguito alle ferite riportate per essere stato schiacciato dalle ruote di un carro mentre caricava legna da ardere. Molti anni dopo, la Des Moines County Medical Society gli rese omaggio piantando intorno alla sua tomba nel Rock Spring Cemetery le aquilegie azzurre delle Montagne Rocciose di cui era stato lo scopritore. Un arbusto fiorito tra le rocce Quando Edwin James rientrò dalla spedizione Long, portava con sé non solo il peso dell’esperienza — la fatica, la fame, la sete, la malaria — ma soprattutto un’eredità botanica sorprendente. In pochi mesi aveva raccolto per la prima volta circa settecento specie delle grandi pianure e delle Montagne Rocciose, 140 delle quali nuove per la scienza. Egli ne diede un primo resoconto nel catalogo pubblicato nel 1825 sulle Transactions dell’American Philosophical Society, il primo tentativo sistematico di dare un volto vegetale a una regione ancora quasi sconosciuta. Egli stesso descrisse tredici specie nuove: oltre alla già citata Aquilegia coerulea, rimangono valide Geranium caespitosum, Pinus flexilis, Veronica plantaginea, Populus angustifolia. Altre sulla base dei suoi materiali vennero via via pubblicate da diversi botanici negli anni successivi. Alcune portano il suo nome: Paronychia jamesii, Cleome jamesii, Carex jamesii, Dalea jamesii, Pomaria jamesii, Frankenia jamesii, Oenothera jamesii, Penstemon jamesii, Eriogonum jamesii, Solanum jamesii. Molte di queste dediche vennero dal vecchio amico Torrey e da Asa Gray, che esaminarono le raccolte di James per la loro Flora of North America. Venne da loro l'omaggio più gradito, quello del genere Jamesia. Tra gli exsiccata di James, furono colpiti da un esemplare di un arbusto con foglie opposte e fiori bianchi cerosi; benché alquanto imperfetto, era sufficiente a riconoscervi un genere a sé con affinità con Philadelphus e Hydrangea; purtroppo il luogo di raccolta non era noto. Torrey e Gray scrivono: "Lungo il Platte River o il Canadian River, nei pressi delle Montagne Rocciose? I nostri esemplari furono raccolti dal dr. Edwin James durante la spedizione di Long, ma il luogo non è indicato. Probabilmente è raro o estremamente localizzato, visto che nessun altro botanico sembra averlo incontrato. Sembra appartenere a un genere ben distinto, al quale abbiamo dato questo nome in ricordo dei servizi scientifici del suo degno scopritore, il botanico e storico della spedizione del Maggiore Long alle Montagne Rocciose del 1820, che, durante quel viaggio, fece un'eccellente raccolta di piante nelle condizioni più sfavorevoli". Jamesia americana, in realtà, non è una specie rara; appartiene però a una flora che all’epoca era ancora largamente inesplorata, quella della fascia montana e submontana che dalle Montagne Rocciose si estende fino al Messico settentrionale. Per questo ci vollero ancora diversi anni prima che un altro botanico la incontrasse nuovamente. Nel 1846 Augustus Fendler la raccolse sulle rocce lungo il Santa Fé Creek; l’esemplare che inviò a Gray era perfetto, e grazie ad esso Jamesia poté essere finalmente descritta in modo completo, permettendo di correggere e integrare la diagnosi originaria, fondata sul materiale “estremamente imperfetto” raccolto da Edwin James, come scrive Gray in Plantae Fendlerianae (1849). Dopo un altro lungo intervallo, J. americana venne raccolta nuovamente da Parry nel 1861 lungo il Clear Creek in Colorado. Ancora nel 1875, scrivendone sul Curtis's, Joseph Dalton Hooker la riteneva "una pianta molto rara o assai locale". Come ho anticipato, non è esattamente così. Jamesia è uno dei cinque generi della famiglia Hydrangeaceae endemici del Nord America (gli altri sono Carpenteria, Fendlera, Fendlerella e Whipplea). È endemico dell’Ovest nordamericano e limitato alle regioni montane e submontane delle Montagne Rocciose meridionali e degli altipiani del Nuovo Messico; è rappresentato da due specie: Jamesia americana, con un areale relativamente ampio (Montagne rocciose meridionali, Sierra Nevada meridionale, California, New Mexico, Messico settentrionale) e J. tetrapetala, con un areale più ristretto (ambienti subalpini di Utah e Nevada). Sono arbusti eretti o espansi, spesso ramificati alla base, con corteccia brunastra che tende a sfaldarsi; foglie opposte, ovate o subcordate con superficie fortemente rugosa; fiori bianchi o rosa, con quattro o cinque petali cerosi arrotondati e numerosi stami, raccolti da tre a oltre trenta in corimbi terminali; frutti capsulari, legnosi, persistenti, che si aprono in più valve liberando piccoli semi. Le Jamesia prediligono ambienti freschi e ombrosi, come gole rocciose, pareti di arenaria, canyon, pendii montani tra 1.800 e 3.000 metri, con suoli ben drenati e esposizione a nord o est, dove l'umidità permane più a lungo. J. americana è relativamente diffusa, ma localizzata, legata a microhabitat freschi e riparati che le permettono di sopravvivere in un contesto climatico altrimenti arido. Se ne conoscono quattro varietà: var. americana, la più diffusa, ha foglie più fortemente dentate e fiori più piccoli, ma raccolti molto numerosi nelle infiorescenze; var. rosea, presente in California e Navada, è l'unica con fiori rosati; var. macrocalyx e var. zionis sono presenti sono in Utah e si distinguono la prima per i sepali da lanceolati a triangolari-ovati, la seconda per le dimensioni maggiori delle foglie. Jamesia tetrapetala, come dice anche il nome, si distingue dalla precedente perché ha fiori con quattro sepali e quattro petali anziché cinque, raccolti in infiorescenze pauciflore di uno-tre fiori. Oggi Jamesia americana rimane un elemento caratteristico delle gole e dei pendii ombrosi delle Montagne Rocciose meridionali, dove forma popolazioni localizzate ma stabili. La sua presenza discreta, confinata a microambienti freschi in un contesto arido, spiega perché per decenni sia sfuggita agli esploratori. È un arbusto interessante anche in coltivazione, purché se ne rispettino le esigenze ecologiche, che ne limitano la diffusione al di fuori del suo ambiente naturale. Dato che in natura vive nelle fessure delle rocce, vuole un terreno molto ben drenato, e la condizione ideale è "testa al sole e piedi all'ombra", ovvero una posizione luminosa, ma con le radici al fresco. Come mai Torrey dedicò Carpenteria californica, una degli endemismi più belli e rari della flora degli Stati Uniti, al medico della Louisiana William Marbury Carpenter, morto in giovane età prima di aver pubblicato una sola riga di botanica? La risposta è nascosta negli erbari che conservano le sue raccolte. La scarna biografia di un medico morto troppo presto Nel corso di una delle sue spedizioni in California, nella Sierra Nevada, presumibilmente nei pressi delle sorgenti del fiume San Joaquin, il colonnello Fremont raccolse un esemplare di un arbusto dalle strette foglie tomentose, con capsule di semi e fiori già appassiti. Anche se non dispiegava più i suoi fiori in tutta la loro bellezza bastò perché John Torrey ne riconoscesse la stretta parentela con il genere Philadelphus, e al tempo stesso peculiarità tali da assegnarlo a un genere proprio. Lo battezzò Carpenteria californica, segnando l’ingresso ufficiale di una delle piante più belle e rare degli Stati Uniti nella storia della botanica. Come amava fare, ne fece un omaggio postumo a uno dei suoi corrispondenti, il medico William Marbury Carpenter (1811‑1848), morto troppo presto, prima di poter portare a compimento una carriera scientifica che si annunciava promettente. Morto prima di compiere 37 anni, il dr. Carpenter ha lasciato deboli tracce nei repertori e nella letteratura scientifica. Nato in una famiglia eminente della West Feliciana Parish in Louisiana, dopo aver studiato con precettori privati, a diciotto anni si iscrisse all'accademia di West Point, che dovette lasciare primo di completare gli studi quadriennali per problemi cardiaci, conseguenza di febbri reumatiche. Subito dopo (presumibilmente nel 1832) tornò in Louisiana e si stabilì a Jackson (East Feliciana Parish) dove, oltre a esercitare la medicina, accettò l’incarico di professore di scienze naturali al Centenary College. Risalgono allo stesso anno le prime raccolte botaniche documentate, nelle Opelousas. Contemporaneamente proseguiva gli studi presso il Medical College of Louisiana (New Orleans), dove nel 1836 si laureò dottore in medicina. La sua prima pubblicazione, un articolo su una foresta sommersa da lui stesso scoperta a Port Hudson (1838), documenta interessi naturalistici ampi, che oltre la botanica toccavano la geologia e la paleontologia. Certamente cominciò a farsi un nome nella comunità scientifica della Louisiana, come dimostra una rapida carriera accademica: nel 1842 fu nominato professore di Materia medica all’Università della Louisiana, di cui nel 1845 divenne preside. Fu anche professore di botanica e geologia presso il Medical College e, dal 1846, curatore del New Orleans Medical and Surgical Journal. Risalgono a questi anni diversi articoli di paleontologia (su alcuni fossili), di igiene (sull’alimentazione degli schiavi neri), ma soprattutto di medicina, con studi molto influenti sulla trasmissione delle malattie infettive, in particolare la febbre gialla. Nel 1846 incontrò il geologo britannico Charles Lyell e gli fece da guida nell’area del delta del Mississippi, presso La Balize. Lyell lo ricorda come un ospite gentile e amabile, con una profonda conoscenza tanto della geologia quanto della botanica. Poi, nel 1848, una duplice tragedia. Per prima morì, forse di parto, la moglie Matilda King, lasciandolo con quattro bambini, per provvedere ai quali il dr. Carpenter, forse già gravemente malato, sposò la cognata Eliza King. Poi, a ottobre, morì anche lui. Di botanica non aveva pubblicato nulla, e la sua unica traccia nella storia della flora della Louisiana è affidata, da una parte, al Catalogus florae Ludovicianae, pubblicato nel 1852 da John Leonard Riddell, e dall’altra agli esemplari d’erbario raccolti da Carpenter e dispersi in vari erbari, nonché a una manciata di lettere inviate a Torrey. Ritrovare il dr. Carpenter: una ricerca negli erbari Un necrologio apparso nel 1849 sul New Orleans Medical and Surgical Journal, probabilmente firmato da Alexander Hester, ne traccia un ritratto sobrio e un po’ deludente. Vi si legge che, nonostante la salute fragile, «continuò ad applicare la sua mente ai vari studi che avevano attratto la sua attenzione», e che i suoi contributi al periodico testimoniano «una mente ben fornita di conoscenze utili e scientifiche». È il ritratto convenzionale di un medico colto e laborioso, che si interessava anche di botanica e geologia, come molti medici statunitensi del tempo. La traccia successiva, sempre sul New Orleans Medical and Surgical Journal, ci porta al 1852, quando John Leonard Riddell (1807–1865), anch’egli medico e collega di Carpenter all’Università della Louisiana, dove insegnava chimica, pubblica un Catalogus florae ludovicianae. Nel brevissimo cappello introduttivo scrive: «La seguente lista sistematica, che ingloba i risultati di molti anni di osservazioni del dr. Josiah Hale, del defunto prof. W. M. Carpenter e dell’autore, riassume un manoscritto inviato dall’autore nel 1851 allo Smithsonian». Quanto a quest’ultimo, informa che era intitolato Plants of Louisiana e comprendeva i nomi botanici e volgari delle angiosperme e delle felci comprese nei limiti dello stato, «rappresentati da esemplari dell’erbario dell’autore, con le località speciali, i tempi di fioritura e la descrizione completa delle nuove specie». Riddell precisa inoltre che la sintesi non comprende le Cyperaceae e le Graminaceae, fornite soprattutto dal dottor Hale. Il Catalogus è una semplice lista di piante, con i nomi latini suddivisi in famiglie naturali. Sono però indicati come nuovi (sulla base del nome d’autore) 19 taxa attribuiti a Riddell e 9 a Carpenter (2 specie e 7 varietà). L’anno successivo, ancora sul New Orleans Medical and Surgical Journal, Riddell colmò la lacuna con New and hitherto unpublished Plants of the South West, mostly indigenous in Louisiana, in cui descrisse 35 nuovi taxa. Aggiunse inoltre che al manoscritto depositato allo Smithsonian erano stati allegati anche gli esemplari e i disegni relativi. Carpenter è citato, oltre che come autore di due specie, come raccoglitore di altre sei, tre delle quali gli vennero dedicate da Riddell: Lysimachia carpenteri, Physalis carpenteri (oggi Calliphysalis carpenteri) e Quercus carpenteri (sinonimo di Q. pagoda). Ce n’è abbastanza per dedurre che la figura leader di questo nucleo di pionieri dello studio della flora della Louisiana fosse Riddell, mentre Hale (che tra l’altro non pubblicò mai le Cyperaceae e le Graminaceae) e Carpenter fossero figure di contorno: l’uno come specialista di quel gruppo di piante, l’altro soprattutto come raccoglitore. È esattamente la conclusione a cui arriva Joseph E. Ewan in Notes on Louisiana botany and botanists, 1718–1975 (2005). Dopo aver sintetizzato le ricerche di Hale e le poche notizie note su Carpenter, si chiede: «Chi era il botanico leader della Louisiana del diciannovesimo secolo che coinvolse gli importanti raccoglitori Josiah Hale e William Carpenter a collaborare con lui in quella che sarebbe potuta diventare la prima sinossi della flora dello stato?». Anche se per lui, con facile gioco di parole, Riddell is a riddle, Riddell è un enigma, non ha dubbi che il leader fosse lui e che da lui fosse venuta l’idea di unire le forze per giungere alla prima flora della Louisiana. Ma è proprio così? Riddell è certamente la figura più nota del trio; ecclettico, oltre che di chimica, si occupò di geologia e numismatica, scrisse un romanzo di fantascienza, fu un pioniere dell'uso del microscopio che applicò a studi all'avanguardia sul colera. Formatosi alla scuola di Eaton, che fu anche il primo maestro di Torrey, prima di trasferirsi in Louisiana, fece raccolte botaniche in Ohio e pubblicò A Flora of the Western States, che Bailey, nella breve profilo che gli dedicò, giudica un lavoro sostanzialmente compilatorio, per lo più basato su opere precedenti. Dopo il Catalogus florae ludovicianae e l'articolo citato, non scrisse più di botanica, assumendo piuttosto un ruolo istituzionale, come socio fondatore della New Orleans Academy of Science, fondata nel 1853 insieme a Hale, che di quella istituzione fu il primo presidente. Ad essa donò numerosi esemplari del proprio erbario che, sempre secondo Bailey, era notevolissimo. Ed è proprio negli erbari che possiamo cercare una risposta sul ruolo rispettivo di Riddell e di Carpenter come promotori e leader della prima esplorazione sistematica della flora della Louisiana. Il più prossimo a entrambi (e anche a Hale) è quello della Tulane University, nel quale è confluito l’erbario della New Orleans Academy of Sciences. Non digitalizzato, non è accessibile, ma la pagina iniziale ricorda tra i raccoglitori più importanti, nell’ordine, Hale, con un centinaio di esemplari; Riddell, che anche qui fa la parte del leone, con 125 esemplari; e infine Carpenter. Alle poche informazioni già note si aggiunge che l’erbario di Carpenter, «eccetto esemplari spediti a Torrey e altri», passò a Riddell, che ne donò «alcune dozzine» all’Accademia delle Scienze. Come mai l’erbario di Carpenter finì nelle mani di Riddell? Due ipotesi, che potrebbero anche non escludersi. Se Carpenter collaborava con Riddell a una ricerca comune sulla flora della Louisiana, potrebbe avergli lasciato l’erbario, nonché le proprie note di campo, per preservare la propria eredità scientifica oltre la morte. La seconda ipotesi è forse più probabile: alla morte di Carpenter, la vedova-cognata si trovava in una situazione difficile, con quattro bambini da allevare, ed è verosimile che abbia venduto a Riddell un erbario che, soprattutto se ricco e con molte specie rare, aveva anche un discreto valore monetario. Dobbiamo dunque seguire le vicende dell’erbario di Riddell. Anche se un certo numero di esemplari è oggi disperso tra diversi erbari statunitensi ed europei, dopo la sua morte nel 1865 il grosso fu venduto dagli eredi al grande botanico Charles T. Mohr, che nel 1901 lo lasciò in eredità all’erbario nazionale, oggi custodito presso lo Smithsonian di Washington. Quest’ultimo, con un lavoro encomiabile e titanico, è stato completamente digitalizzato e reso disponibile ai ricercatori. La ricerca dei raccoglitori può essere effettuata solo per cognome, e il nome Carpenter compare oltre cinquecento volte. Non si tratta, naturalmente, di altrettanti esemplari raccolti da William Marbury Carpenter: molte occorrenze si riferiscono ad altri raccoglitori omonimi, o a etichette abbreviate e ambigue. Ma già dalle prime schermate emergono alcune occorrenze significative: “Carpenter, Louisiana”, “Carpenter, Feliciana”. Esaminando gli esemplari, l’occhio impara presto a distinguere, sulla sinistra, l’etichetta originale con il nome della pianta, spesso il luogo e la data di raccolta, e la firma: WMCarpenter, talvolta WmCarpenter o la sigla WMC; e sulla destra l’etichetta di Mohr, con l’origine: dr. Carpenter, prof. Carpenter o WCarpenter. Si scopre così che anche numerosi esemplari etichettati come M. Carpenter (e persino qualche D., C., F. Carpenter o altri) risalgono in realtà alle raccolte del nostro William Marbury Carpenter. In tutto sono 157. La lettura delle date non è sempre agevole, ma si delinea con chiarezza una geografia delle raccolte: un nucleo centrale nella Feliciana County (64 risultati, circa il 40%, più 6 da Jackson), che poi si irradia quasi a ventaglio verso est fino a Opelousas (16 risultati), al Calcasieu River (5 risultati), a St. Martinsville; verso ovest fino a Madisonville e Ouachita; ma soprattutto verso sud, lungo il Mississippi fino alla costa, certamente il principale teatro delle esplorazioni di Carpenter dopo il trasferimento da Jackson a New Orleans. Le sue ricerche non si limitarono alla Louisiana: toccarono anche il Mississippi (Pascagoula è tra i luoghi più rappresentati, con 5 risultati), l’Alabama fino a Mobile, e l’area di Pensacola in Florida. Pur avendo esplorato anche altri habitat, come le pinete di Feliciana, emerge un ambito di ricerca privilegiato: la flora degli ambienti umidi, con particolare attenzione a Cyperaceae, Poaceae e piante acquatiche. Carpenter non era dunque un raccoglitore occasionale: non solo i numeri, ma le località e le specie raccolte indicano uno studioso impegnato in una ricerca originale. Per cercare una conferma, dobbiamo spostarci a New York. Ci portano lì alcune lettere a Torrey, recentemente digitalizzate, in cui Carpenter finalmente si rivela ai nostri occhi: non solo un deferente corrispondente del professore newyorkese, attento a far arrivare campioni pregevoli nelle migliori condizioni, ma un collezionista che chiede esemplari del New Jersey e dell'East per arricchire il proprio erbario, e soprattutto un botanico esperto, sensibile agli aspetti ambientali ed ecologici. Anche l’erbario del New York Botanical Garden, che ha accolto la collezione di Torrey, è stato digitalizzato; e poiché consente la ricerca per nome e cognome, basta digitare W. M. Carpenter per vedere comparire una settantina di risultati: ancora Louisiana, Feliciana, Mississippi, Opelousas, Calcasieu, Florida (Escambia County). La data più antica è il 1836. Dalla ricognizione negli erbari e nelle lettere, Carpenter acquista finalmente la fisionomia di un botanico di notevole competenza, attivo su un territorio vasto e complesso, con un’attenzione particolare agli ambienti umidi e alle famiglie più difficili. Le sue raccolte, numerose e geograficamente coerenti, suggeriscono un progetto di studio sistematico, forse una flora del bayou. È un profilo che la letteratura non aveva ancora messo a fuoco, e che meriterebbe ulteriori approfondimenti da parte di chi ha accesso diretto ai materiali. Se la mia ricerca "da scrivania" potrà contribuire a riportare Carpenter nel posto che gli spetta nella storia della botanica della Louisiana, avrà raggiunto il suo scopo. Più che un omaggio postumo: un riconoscimento Rimane ancora un piccolo mistero, anzi due: perché lo Smithsonian non pubblicò il manoscritto? E il manoscritto potrebbe fornirci ulteriori informazioni per chiarire quali furono in quel progetto i ruoli reali di Carpenter e Riddell? Sappiamo che Henry, il direttore dello Smithsonian, inviò in visione il manoscritto a Gray e fu certamente lui a sconsigliare la pubblicazione, nonostante offrisse un quadro senza precedenti di quell'area ricchissima di specie: era scientificamente insoddisfacente? oppure a indurlo a una risposta negativa furono perplessità sulla paternità delle ricerche (di cui poteva essere informato direttamente da Torrey, corrispondente tanto di Riddell quanto di Carpenter)? Non lo sapremo mai: come ci informa proprio una lettera dello Smithsonian allegata a uno degli esemplari dell'erbario di New York, già a fine Ottocento il prezioso documento risultava perduto. Ma nel frattempo la risposta più bella, più luminosa era arrivata da Torrey in persona con la dedica di Carpenteria californica. Con parole che non lasciano dubbi: «Questo genere è dedicato alla memoria del mio eccellente amico scomparso, il compianto professor Carpenter della Louisiana, che per molti anni investigò con impegno e successo la botanica del suo Stato natale, ma la cui carriera fu bruscamente interrotta mentre stava preparando un resoconto delle sue ricerche.» Unica specie del suo genere, la carpenteria è un vero gioiello che in primo luogo si impone con la bellezza dei suoi fiori candidi e profumati dai petali arrotondati lievemente sovrapposti che circondano una corona di stami dorati, così simili a quelli degli anemoni. E poi c'è la rarità: in natura è presente solo in sette località nelle contee di Fresno e Madera, nei bacini dei fiumi San Joaquim e Kings, nel chaparrall e nel sottobosco delle pinete tra 300 e 1340 metri. Così rara, che oggi è molto più frequente nei giardini. E ancora: pianta di un angolo della California ai piedi della Serra Nevada, è forse la più emblematica delle undici specie dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America; oltre a Carpenteria, Fendlera, Fendlerella, Jamesia e Whipplea. La loro storia evolutiva è quella di antichi relitti botanici rimasti isolati mentre il clima e le montagne cambiavano intorno a loro: piccole linee evolutive sopravvissute in rifugi naturali, ciascuna modellata dal proprio ambiente e dalle proprie specializzazioni. Carpenteria, pianta pedemontana capace di resistere agli incendi e alla siccità; Jamesia, che vive aggrappata alle rocce delle montagne; Fendlera e Fendlerella, figlie dei deserti e dei canyon; Whipplea, che preferisce i sottoboschi umidi della costa pacifica. Cinque strategie diverse, cinque modi di restare, mentre tutto il resto si muoveva. Carpenteria californica si è anche conquistata un posto di primo piano nei giardini. E' bellissima, ma anche resistente alla siccità, di fioriture generose e abbastanza rustica da sopportare qualche grado sottozero, soprattutto se in posizione protetta o con qualche accorgimento. E' adattissima al clima mediterraneo, in particolare dove le estati non sono troppo bollenti. Dalle forme aggraziate e di dimensioni contenute, può essere coltivata anche in vaso. A imporla come pianta ornamentale sono stati soprattutto i giardinieri britannici, prima fra tutte la celebre progettista di giardini Gertrude Jekyll. E proprio in Gran Bretagna sono state selezionate cultivar come 'Ladham's' o 'Bodnant', nata nell'omonimo giardino gallese. Dimenticato nelle pagine della storia della botanica, grazie alla dedica di Torrey il nome di Carpenter continua a vivere - e fiorire - nei nostri giardini. Dopo un breve passaggio in Messico, il tedesco Ferdinand Lindheimer arriva in Texas nel 1836. È uno dei Dreißiger, i rifugiati politici che negli anni Trenta dell’Ottocento lasciano la Germania alla volta dell’America. Il Texas diventerà la sua nuova casa e per trent’anni ne esplorerà instancabilmente la flora: prima come cacciatore di piante professionista nella rete di Engelmann e Gray, poi per il semplice piacere di contribuire al progresso della scienza. Dalle sue raccolte nascerà la botanica texana. A ricordarlo è la stella del Texas, Lindheimera texana. Un rifugiato tedesco tra Messico e Texas Il 27 luglio 1830, in risposta alla stretta assolutistica voluta da Carlo X e dal ministro Polignac, Parigi insorge. Nell’arco di tre giorni la sommossa diventa rivoluzione, il re è costretto all’esilio e la Francia si trasforma in monarchia costituzionale. L’evento scuote l’Europa: la Restaurazione, che da quindici anni stringe il continente nella sua morsa, sembra vacillare. Nei giovani liberali, che sognano spazi di libertà, si riaccende la speranza. In Italia, con i moti del ’31, in Polonia, in Belgio, dove la rivoluzione vittoriosa staccherà il paese dall’Olanda, e anche in Germania. Qui i protagonisti sono soprattutto intellettuali e studenti, spesso organizzati nelle Burschenschaften, le confraternite che nel maggio del 1832 danno vita al grande festival democratico di Hambach, invocando libertà di parola e di stampa. Sono ancora studenti — affiancati da qualche insegnante — quelli che il 3 aprile 1833 si scontrano con soldati e polizia nel goffo tentativo di insurrezione passato alla storia come Frankfurter Wachensturm. La repressione non si fa attendere: arresti, delazioni, sospetti, chiusura di ogni spazio di libertà. Per molti intellettuali non resta che una strada: l’emigrazione. Molti prendono la via dell’America. Li chiameranno Die Dreißiger, “quelli degli anni ’30”, per distinguerli dalla seconda grande ondata che seguirà le rivoluzioni fallite del 1848–49. Non si trattò quasi mai di scelte individuali. Questa prima ondata di emigrati politici tedeschi si mosse spesso in forma organizzata, attraverso società di emigrazione che promettevano una nuova vita oltreoceano. La più nota fu la Gießener Auswanderungsgesellschaft, fondata nel 1833 da un gruppo di intellettuali dell’Assia con un progetto ambizioso: creare in Texas una colonia tedesca autonoma, libera e democratica, una sorta di “Germania rigenerata” in terra americana. Le rotte migratorie che ne derivarono non furono lineari: molti dei suoi membri, prima di raggiungere il Texas, passarono dal Messico, da cui allora dipendeva quella regione. È in questo contesto che si inserisce anche la vicenda di Ferdinand Lindheimer (1801-1879). Nativo di Francoforte, ultratrentenne all'epoca dei fatti, tra i membri del movimento liberale era uno dei "vecchi", non più studente, ma insegnante. Era un umanista, un filologo, formatosi alle università di Wiesbaden, Jena e Berlino; dal 1827 insegnava all'Istituto Bunsen della città natale e ai suoi studenti parlava di libertà. Coinvolto direttamente nel Frankfurter Wachensturm, sapeva di essere nel mirino della polizia; la sua stessa famiglia, di tendenze conservatrici, gli aveva voltato le spalle; l'emigrazione fu inevitabile. Lasciò la Germania nella primavera del 1834 e la sua prima meta fu Belleville nell'Illinois, dove si unì a un gruppo di immigrati tedeschi, diversi dei quali erano stati suoi colleghi all'Istituto Bunsen. Tuttavia pensava già al Texas, che all'epoca, pur in una situazione di forte instabilità, era sotto la sovranità messicana. Così nell'autunno del 1834, insieme a cinque compagni, percorse a piedi il Mississippi per dirigersi verso il Texas; ma a New Orleans con due compagni si imbarcò per Veracruz e entrò a fare parte della comunità creata al Mirador da un altro immigrato tedesco, Carl Sartorius. Anch'egli un intellettuale e un rifugiato politico, nel 1830 aveva acquistato una fazenda ai piedi del monte Orizaba, dove coltivava canna da zucchero e distillava alcoolici con buona fortuna. Botanico più che dilettante, amava esplorare la flora dei dintorni e raccogliere piante; ospite generoso e accogliente, trasformò il Mirador in un polo di ricerca che, nel corso degli anni, accolse molti dei botanici e cacciatori di piante attivi in Messico, da Galeotti, Linden e Ghiesbreght a Karl Hartweg. Lindheimer rimase al Mirador per sedici mesi e imparò dal suo ospite come raccogliere, conservare e montare piante e insetti. Fu la sua iniziazione alla botanica. Le notizie della rivolta scoppiata in Texas contro il governo centralista messicano lo spinsero a ripartire per arruolarsi come volontario. Alla fine del 1835 lasciò il Messico e, dopo un naufragio sulla costa di Mobile, in Alabama, giunse in Texas il giorno dopo la battaglia di San Jacinto, l'evento che di fatto ne sancì l'indipendenza. Per qualche tempo combatté nelle file dell'esercito della Repubblica del Texas. E' probabile che già allora sia stato colpito dalla flora texana, all'epoca ancora quasi sconosciuta, e abbia continuato ad arricchire l'erbario inaugurato al Mirador. Quando fu smobilitato, dopo aver lavorato per qualche tempo in una fattoria, su invito di Georg Engelmann - anch'egli era nativo di Francoforte e si erano già conosciuti in Germania - si trasferì a St Louis; vi trascorse l'inverno del 1839-40, ma il clima troppo freddo non giovava ai suoi polmoni, così decise di tornare in Texas. Engelmann gli chiese di raccogliere piante per lui e per Gray. Per Lindheimer si aprì così un periodo di precarietà e di continui spostamenti nel Texas, sostenendosi come raccoglitore indipendente e con una combinazione di lavori manuali e agricoltura di sussistenza presso le comunità di coloni tedeschi. Raccoglitore, giornalista, cittadino in Texas A cambiare la sua vita, e a dargli finalmente stabilità, furono due eventi in rapida successione. Tra il 1843 e il 1844 le raccolte per Engelmann e Gray si trasformarono in un ingaggio formale, facendo di Lindheimer il primo raccoglitore permanente della flora del Texas. Lasciata St Louis, dove aveva nuovamente trascorso l’inverno, nella primavera del 1843 si imbarcò per Galveston e quindi, a bordo di un carro a due ruote carico di risme di carta, provviste, una pressa e altre attrezzature, si mosse verso ovest per la sua prima spedizione. Con l'unica compagnia di due cani da caccia, si addentrò nella natura selvaggia, spesso senza incontrare nessun essere umano e vivendo dei proventi della caccia. Nel 1844, nella contea di Comal, incontrò un gruppo di coloni tedeschi intenti a fondare una città nelle terre acquistate dal principe Carl von Solms‑Braunfels, commissario generale della Mainzer Adelsverein, l’associazione creata da un gruppo di nobili tedeschi per organizzare l’immigrazione di massa in Texas; in suo onore, la nuova città si sarebbe chiamata New Braunfels. Più tardi Lindheimer incontrò lo stesso principe e decise di unirsi alla colonia. I primi anni di New Braunfels furono difficili, anche per la scarsa esperienza amministrativa e finanziaria del principe che, mentre si accingeva a far rientro in Germania, fu addirittura arrestato per debiti. A salvare la situazione fu il suo successore come commissario generale, Otfried Hans von Meusebach — che negli Stati Uniti avrebbe mutato il nome in John. Energico, di orientamento liberale e fortemente interessato alle scienze, aveva deciso di trasferirsi in Texas affascinato dalla sua natura. Più tardi sarebbe diventato per Lindheimer un amico e un compagno di raccolte botaniche. Nella giovane colonia tedesca, un uomo di cultura e con una buona conoscenza del territorio come Lindheimer era benvenuto. Dal 1844 fino alla morte, New Braunfels divenne la sua casa e la sua comunità. Gli fu assegnato un appezzamento lungo il Comal Creek, dove creò anche un piccolo orto botanico, ma fino al 1851 la raccolta di piante rimase la sua attività principale. Le sue copiose raccolte, soprattutto attorno agli insediamenti tedeschi di New Braunfels, Fredericksburg e Bettina, ne fanno il padre della botanica texana. Gli esemplari venivano inoltrati a Engelmann e da questi a Gray, che si incaricava anche di distribuire gli exsiccata tra i sottoscrittori. Una lettera di Gray a Engelmann ne elenca trenta: oltre a collezionisti privati statunitensi ed europei, a Torrey e agli stessi Engelmann e Gray, figurano grandi nomi della botanica europea (Bentham, Harvey, Webb) e istituzioni come lo Smithsonian, l’erbario Boissier, l’orto botanico di Parigi e il British Museum. Tra il 1845 e il 1850 Engelmann e Gray pubblicarono due fascicoli di Plantae lindheimerianae, per un totale di 754 specie; dopo la morte di Engelmann, sulla base degli esemplari conservati nel suo erbario, la pubblicazione delle raccolte di Lindheimer fu completata da J. W. Blankinship nel 1907. Intanto, mentre la comunità dei coloni si espandeva e si stabilizzava — altri insediamenti sorsero a Fredericksburg e a Bettina, chiamata così in onore della scrittrice e musicista progressista Bettina Brentano von Arnim — anche la vita di Lindheimer trovava un assetto stabile. Nel 1846 si sposò con Eleanor Reinartz, da cui ebbe due figlie e due figli. Nel 1852 fu nominato direttore del Neu‑Braunfelser Zeitung, un settimanale in lingua tedesca che diede voce alla comunità di New Braunfels con annunci, notizie locali, politica texana, rubriche di agricoltura e approfondimenti culturali. Per Lindheimer divenne anche una palestra dove scrivere di politica, cultura, botanica e sfogare i suoi sentimenti anticlericali. Da quel momento, la raccolta di piante — nell’arco di trent’anni ne avrebbe raccolto in totale circa 1500 specie — cessò di essere una professione per diventare un piacere e una passione. In alcune spedizioni fu suo compagno John O. Meusebach, con il quale nel 1849 fece raccolte a Comanche Spring. Quando poi Meusebach diede le dimissioni da commissario della Mainzer Adelsverein e si ritirò nella Loyal Valley, Lindheimer lo visitava spesso e scambiava con lui esemplari botanici. Era ormai uno degli animatori della vita culturale della comunità tedesca e una figura di riferimento anche sul piano istituzionale. Oltre a dirigere il giornale, aprì una scuola privata e più volte servì come sovrintendente alla pubblica istruzione. Fu inoltre il primo giudice di pace di New Braunfels. Nel 1872 lasciò il Neu‑Braunfelser Zeitung e dedicò gran parte del suo tempo allo studio delle scienze naturali, corrispondendo attivamente con studiosi della madrepatria come il botanico Adolf Scheele — cui inviò molti esemplari — e il geologo Ferdinand von Roemer, autore di The Cretaceous Formations of Texas and Their Organic Inclusions, che aveva conosciuto anni prima durante una visita di quest’ultimo alle comunità tedesche del Texas. Lindheimer morì nel 1879; lo stesso anno alcuni dei suoi saggi furono pubblicati postumi sotto il titolo Aufsätze und Abhandlungen. La stella del Texas per l'esploratore della flora texana L’impronta di Lindheimer nella conoscenza della flora del Texas è profondissima. Per trent’anni esplorò una porzione del territorio — quella attorno agli insediamenti tedeschi — in modo sistematico e continuo, gettando le basi di una vera flora regionale, fatta non solo di piante curiose, nuove o vendibili ai collezionisti, ma di comunità vegetali. Le circa 1500 specie da lui raccolte rappresentano, se non un catalogo completo, una percentuale estremamente significativa della flora del Texas centrale. Del resto, era il suo proposito fin dall’inizio. Già nel 1842, rivelando quella che oggi chiameremmo una coscienza ecologica, scrisse: “Ho conservato un esemplare di ogni pianta che conosco. Devo trovare un posto più sicuro da qualche parte qui in Texas dove creare un erbario di piante autoctone. E anche avere un giardino botanico dove proteggere le piante perenni rare.” Le sue raccolte, oggi conservate in oltre venti istituzioni in tutto il mondo, furono formidabili anche per numero (sono stimate tra 80.000 e 100.000 esemplari), ma soprattutto per qualità: le sue note di campo e le sue osservazioni sono eccellenti. Quando arrivò in Texas con la sua pressa e le risme di carta, gran parte di quella flora era sconosciuta, e fu il primo raccoglitore di numerose specie, diverse delle quali portano il suo nome. La più nota — quella che forse lo rende familiare, almeno come eco, anche da noi — è certamente la deliziosa gaura (un tempo Gaura lindheimeri, oggi Oenothera lindheimeri), amatissima nei giardini per i suoi fiori da bianchi a rosati simili a leggere farfalle. Ma le dediche sono molte: un centinaio in totale, una quarantina delle quali oggi valide, dalla bellissima felce Hemionitis lindheimeri dalle fronde vellutate a Ipomoea lindheimeri dai profumatissimi fiori blu cielo, dalla minuscola asteracea rupicola Laphamia lindheimeri al “palo blanco”Celtis lindheimeri, un vero e proprio albero. Per volontà di Engelmann e Gray, c’è anche un genere Lindheimera, che essi gli dedicarono con queste parole: “Abbiamo nominato questo genere straordinario, affine a Berlandiera e Engelmannia, in onore del suo tenace e instancabile scopritore e indagatore della flora texana.” Oggi è un genere monotipico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da Lindheimera texana, che unisce nel nome botanico quelli dello scopritore e del territorio che esplorò. È nota anche con il bel nome comune di Texas star, “stella del Texas”. Oltre che in questo stato, è presente in Oklahoma e nel Messico settentrionale, dove cresce in una varietà di habitat tipicamente assolati e aperti, incluse praterie, bordi di strade e aree disturbate. È una robusta annuale, piuttosto variabile (può rimanere bassa o superare il metro di altezza), assai cespitosa, con foglie basali grossolanamente dentate raccolte a rosetta e foglie cauline opposte e intere; fusto e foglie sono fittamente pelosi. Ogni fusto porta una cima di fiori con 3–6 (più comunemente cinque) fiori del raggio giallo brillante. Di facile coltivazione e di lunga fioritura, negli Stati Uniti è talvolta coltivata nei giardini in stile naturale. Questa dedica di una pianta modesta, quasi un’erbaccia, forse nelle intenzioni di Gray e Engelmann — per via delle sue affinità botaniche — collega Lindheimer allo stesso Engelmann, la linea tedesca, e al franco‑svizzero Berlandier, esploratore della flora del confine messicano, dall’altra parte della frontiera. È la linea dei botanici esploratori “tenaci e instancabili”, di cui Lindheimer è uno dei capofila. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
April 2026
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