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Lo hanno definito un collezionista nato. Fin da ragazzino, Aylmer Bourke Lambert raccoglieva conchiglie e fiori e, adulto, grazie al patrimonio familiare e alla reputazione scientifica - fu tra i soci fondatori della Linnean Society e ne fu vicepresidente per mezzo secolo - creò un erbario e una biblioteca botanica secondi solo a quelli di Banks, suo amico e modello. La collezione si accrebbe con acquisti prestigiosi e con esemplari inviati da tutto il mondo da una vasta rete di corrispondenti. Non erano solo esemplari secchi da conservare nelle pagine di un erbario, ma anche semi che Lambert faceva germogliare nel giardino e nella serra di Boyton nel Wiltshire. Tra queste piante molti pini, o meglio conifere, che divennero le sue preferite: le descrisse e le fece illustrare dai migliori artisti del tempo nella spettacolare A Description of the Genus Pinus. A ricordarlo non è una conifera, ma la proteacea Lambertia. Aylmer Bourke Lambert il collezionista All'inizio dell'Ottocento, le conifere erano ancora un gruppo mal conosciuto. Anche se molte specie sono native dell'Europa e diverse furono descritte dai botanici europei a partire dal Rinascimento, la pionieristica opera cinquecentesca di Pierre Belon De arboribus coniferis, resiniferis, aliis quoque nonnullis sempiterna fronde virentibus (ne ho parlato in questo post) non aveva trovato seguito. Linneo non le riconobbe come categoria distinta; nella prima edizione di Species plantarum ne descrisse tre generi e quindici specie nella classe Monoecia monadelphia (Pinus con dieci specie, Thuja con due, Cupressus con tre) e due generi con undici specie (Juniperus con nove e Taxus con due) nella classe Dioecia monadelphia. Nel suo Gardener's dictionary Miller aggiunse i generi Abies, Larix e Cedrus. Eppure l'interesse per le conifere era vivo; come piante forestali, apprezzate per le costruzioni navali, e come piante ornamentali, soprattutto dopo l'arrivo dalle colonie americane di nuove specie che avevano incominciato a popolare i parchi paesaggistici all'inglese. A colmare la lacuna, più di 250 anni dopo l'operina di Belon, fu il botanico inglese Aylmer Bourke Lambert (1761-1842) con la spettacolare A description of the Genus Pinus. Egli era figlio di Edmund Lambert, proprietario terriero del Wiltshire, e di Bridget Bourke, figlia dell'ottavo visconte Mayo. Educato dapprima da precettori privati a Boyton Manor, la casa di famiglia, dodicenne fu inviato alla Newcome's School di Hackney, un prestigioso istituto privato londinese dove i ragazzi erano avviati anche al teatro. Già allora si distingueva per la passione collezionistica: raccoglieva conchiglie e fogli d’erbario, incoraggiato dal botanico Richard Pultney e dalla duchessa di Portland, che conobbe nel Dorset durante le vacanze presso un fratellastro della madre. Nel 1779 si iscrisse a Oxford, che frequentò per tre anni senza conseguire la laurea. Qui strinse amicizia con Daniel Lysons, futuro topografo e antiquario, e poco dopo entrò in contatto con Joseph Banks e James Edward Smith. Nel 1788 fu tra i soci fondatori della Linnean Society, di cui nel 1794 divenne vicepresidente, carica che mantenne fino alla morte. Era un membro attivo, con comunicazioni di zoologia e botanica poi pubblicate nelle "Transactions". Nel 1791 fu ammesso alla Royal Society, presieduta da Banks, che divenne il suo modello e amico: frequentava regolarmente la sua casa e la sua biblioteca, e basandosi su esemplari di Banks pubblicò nel 1797 il suo primo lavoro indipendente, A Description of the Genus Cinchona, dedicato proprio a lui e alla Linnean Society. Dalla madre Lambert aveva ereditato proprietà in Irlanda e piantagioni in Giamaica, che gli garantirono indipendenza economica e mezzi per coltivare la passione di collezionista. Probabilmente il primo acquisto importante fu parte della collezione della duchessa di Portland, messa all’asta nel 1786. Nel 1802, alla morte del padre, lasciò Salisbury e tornò a Boyton Manor, dove allestì un gabinetto apposito per l’erbario, con armadi a cassettiera per i 50.000 esemplari organizzati secondo il sistema linneano. Vi erano anche un giardino e una serra per acclimatare piante rare. La sua biblioteca era sterminata, e come Banks Lambert apriva erbario e libri agli studiosi, considerandosi più custode e organizzatore del sapere che semplice collezionista. La collezione si accrebbe con acquisti prestigiosi: gli erbari di William Hudson, di lord Bute (con le raccolte svizzere di Laurent Garcin), di Georg Forster con le piante dei mari del Sud, di Henry de Ponthieu con esemplari delle Antille, di John White e George Caley dal Nuovo Galles del Sud, di Franz Sieber da Creta, Egitto e Palestina. Nel 1808 si aggiudicò all’asta l’erbario di Peter Simon Pallas, che comprendeva anche le raccolte della Spedizione dell’Accademia e l’intero erbario di Johann Reinhold Forster. Nel 1816 acquistò da Pavon migliaia di esemplari raccolti da lui e Ruiz in Perù e Cile, e da Sessé e Mociño in Messico: una collezione che per numero raddoppiava quella di Humboldt e Bonpland. Accanto agli acquisti, Lambert ricevette doni e invii da botanici e raccoglitori come Patrick Browne, Robert Brown, Francis Masson, Alexander Anderson, Broussonet, Labillardière, Cavanilles, William Roxburgh e suo figlio John; e da funzionari coloniali come Lord Seaforth, Sir George Staunton e Philip G. King. Particolarmente rilevanti furono le raccolte di Francis Buchanan Hamilton e Nathaniel Wallich, con circa 1500 esemplari dall’India e dal Nepal, che David Don utilizzò per il Prodromus florae nepalensis (1825). Lambert infatti ebbe anche un ruolo di mecenate: sostenne Don e Pursh, che ospitò per permettergli di completare la Flora Americae Septentrionalis; alla sua morte, ne acquistò gli erbari dalla vedova. Negli ultimi anni, per ragioni di salute, si trasferì vicino ai Kew Gardens, continuando a seguire le sue collezioni. La straordinaria importanza del suo erbario emerge dalla nota scritta da Don per il secondo volume di A description of the Genus Pinus: un patrimonio organizzato e accessibile che trasformava piante vive e exsiccata in memoria scientifica condivisa. Un magnifico repertorio di conifere Accanto agli erbari e ai libri, Lambert riceveva anche semi da ogni parte del mondo. Li faceva germogliare nel giardino e nella serra di Boyton Manor, sperimentando l’acclimatazione di specie rare. Tra queste, le conifere divennero presto le sue predilette. Ne piantò molte attorno alla casa, le osservò nel suo e in altri giardini, confrontando le caratteristiche delle diverse specie. Nacque così l’idea di raccogliere in un’opera organica le conoscenze disponibili: non un trattato accademico, ma un libro che unisse descrizione botanica, consigli di coltivazione e attenzione all'importanza economica ed ecologica, corredato da spettacolari tavole illustrate dei migliori artisti del tempo. Così vide la luce A Description of the Genus Pinus, il primo grande repertorio dedicato alle conifere: non inganni infatti il titolo. Lambert seguiva la classificazione di Linneo, che aveva incluso in Pinus specie oggi assegnate ad altri generi della famiglia Pinaceae come Abies, Picea, Cedrus; inoltre vengono trattate anche specie, soprattutto di nuova introduzione, appartenenti ad altri generi e famiglie. Il primo volume, pubblicato in tre parti tra il 1803 e il 1807 e dedicato a Banks, comprende la descrizione dettagliata, la distribuzione geografica e le note di coltivazione di 32 specie di Pinus. A concludere il volume, contributi sugli usi medici e industriali dei prodotti ricavati da questo genere, come le resine, e un’appendice con due nuovi generi (Dombeya, oggi Araucaria, e Dacridion) e due specie di Cupressus. Le 43 tavole, accuratissime, disegnate con precisione scientifica e gusto artistico da Ferdinand Bauer, Dyonisius Ehret e James Sowerby, con i particolari distintivi di rami, aghi, organi florali e coni, sono parte integrante del progetto. Il secondo volume, dedicato a sir R. C. Hoare, uscì nel 1824, con l’aggiunta di diverse specie, quindici tavole e la già citata analisi dell’erbario di Lambert scritta da Don. Erano però gli anni in cui le spedizioni di David Douglas (1824–1834) negli Stati Uniti occidentali stavano rivoluzionando le conoscenze, con la scoperta di numerose nuove specie di conifere. Fu così necessario predisporre una seconda edizione, che incominciò ad uscire nel 1828. Tra le nuove specie qui descritte e introdotte da Douglas, il peccio di Sitka (Picea sitchensis), l’abete nobile (Abies procera), il pino di Ponderosa (Pinus ponderosa), e la specie che volle dedicare a Lambert, il gigante del genere, Pinus lambertiana. Le descrizioni si devono per lo più a David Don, che pubblicò anche Sequoia sempervirens (come Taxodium sempervirens) e Cryptomeria japonica. Stampati in bianco e nero e poi acquerellati a mano, i volumi erano sontuosi in folio dal prezzo proibitivo di 40 ghinee l’uno. Lambert ebbe scarso controllo sull’acquerellatura, affidata dall’editore a vari coloristi: non esistono due copie esattamente uguali, e anche il numero di tavole varia da una tiratura all’altra. Nel 1832 venne così pubblicata una più maneggevole ed economica edizione litografata in quarto, con alcune immagini ridotte, un’appendice sulle conifere della Nuova Zelanda di G. Bennett e una tavola sinottica delle specie, che costituiva anche una prima organizzazione sistematica. Aylmer Bourke Lambert morì ottantenne nel 1842. Lasciava al mondo due preziose eredità: la prima trattazione sistematica delle conifere, che grazie a lui acquisirono definitivamente lo status di gruppo a sé, e un altrettanto favoloso erbario, raccolto con grande spesa e dedizione per impedirne la dispersione. Ma dispersione ci fu dopo la sua morte: messo all’asta e suddiviso in 317 lotti, finì nelle mani di molti acquirenti, e oggi gli esemplari che ne facevano parte sono sparsi in erbari di diverse parti del mondo. Un grande albero e piccoli gioielli australiani Nella nomenclatura botanica sono diverse le specie dedicate a Lambert, grande collezionista ma anche generoso mecenate che metteva a disposizione di tutti le sue raccolte. Il più fastoso di questi omaggi è ovviamente Pinus lambertiana: originario delle zone montane dell’Oregon e della California, con i suoi 60 metri d'altezza — ma se ne conoscono anche esemplari di 80 — è la Pinacea più alta. Douglas ne sentì parlare in termini quasi leggendari dalle sue guide indiane e infine la trovò in Oregon. Era la pianta più alta e maestosa che avesse mai visto. Data l’altezza, era molto difficile raccoglierne le pigne; Douglas, solo con il suo cane, non trovò altra soluzione che farle cadere a fucilate. Era riuscito a procurarsene tre quando arrivò un gruppo di nativi, con i volti dipinti con pitture di guerra, che lo rimproverarono aspramente: era una pianta sacra. Per fortuna Douglas riuscì a calmarli e a convincerli a raccogliere per lui qualche pigna in cambio di tabacco; appena si allontanarono per cercarle, se la diede a gambe. Al suo ritorno in patria, sulle "Transactions" della Linnean Society, la dedica a Lambert — massimo esperto di conifere del suo tempo — fu quasi un atto dovuto. Si deve invece a uno degli amici di sempre, James Edward Smith, fondatore della Linnean Society, la dedica del genere Lambertia, già nel 1798. Smith ne ricordava l’unica opera edita all’epoca: «Ho dedicato questo nuovo genere in onore del mio ottimo amico Aylmer Bourke Lambert, membro della Royal Society e della Linnean Society, autore di un opuscolo su Cinchona.» Anche questa dedica denota ammirazione e rispetto: Smith scelse infatti la bellissima Lambertia formosa, introdotta in Inghilterra da semi spediti nel 1788 dal Nuovo Galles del Sud al vivaio Lee & Kennedy. E se Smith fu laconico, lo è meno Andrews in "The Botanist Repository": «Questo bel genere ha ottenuto il suo nome per volontà del Dr. Smith da Aylmer Bourke Lambert, membro della Royal Society e della Linnean Society; un gentiluomo il cui zelo per l’avanzamento della conoscenza è illimitato, così come i suoi sforzi per rendere la botanica un beneficio universale.» Oggi il genere Lambertia, famiglia Proteaceae, comprende dieci-undici specie di piccoli alberi o arbusti sclerofilli endemici dell'Australia. Il nome comune wild honeysuckle "caprifoglio selvatico" è dovuto ai fiori asimmetrici con lungo tubo fiorale e lobi strettamente arrotolati su se stessi, rossi, aranciati, gialli o giallo-verdastri. L. formosa, con fiori da rosati a rossi, è l'unica specie originaria dell'Australia orientale, dove vive in varie aree del Nuovo Galles del Sud; tutte le altre specie vivono invece nell'Australia sudoccidentale. Alcune furono raccolte per la prima volta da Robert Brown durante la spedizione Flinders. Tutte sono piante di notevole bellezza e meriterebbero una menzione. L. illicifolia ha fiori giallo dorato e foglie che ricordano quelle dell'agrifoglio; L. inermis presenta invece due varietà, una con fiori gialli e l'altra con fiori aranciati; L. orbifolia, caratterizzata da foglie quasi circolari e da fiori rosso-arancio, è invece stata scoperta solo nel 1945 e descritta nel 1964; è presente solo in due aree, in due sottospecie distinte, che crescono l'una nel sottobosco delle foreste di Banksia, l'altro in densi arbusteti di Ericaceae. Qualche informazione in più nella scheda. La somiglianza di Lambertia con il nostro caprifoglio non sta solo nella forma e nei colori vibranti dei fiori; essi sono una preziosa fonte di nettare per le api e gli uccelli nettarivori; oltre ad offrire la loro bellezza, hanno anche un importante ruolo ecologico. Insomma, un omaggio perfetto per il colto e generoso Mr. Lambert.
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Karl Sigismund Kunth non mise mai piede in Sud America, eppure fu lui a dare la prima forma sistematica alla sua flora, pubblicando con rigore e rara efficacia le raccolte di Humboldt e Bonpland. Nei decenni successivi proseguì con un’opera tassonomica monumentale in cui descrisse e classificò migliaia di specie, consolidando il suo ruolo di pioniere della sistematica moderna. Il suo nome è oggi ricordato da Kuntheria pedunculata, una rara pianta delle foreste australiane. Parigi: alle prese con le raccolte di Humboldt e Bonpland Come ho anticipato in questo post, alla fine a pubblicare le raccolte botaniche della spedizione di Humboldt e Bonpland e a dar loro l’ordine definitivo fu Karl Sigismund Kunth (1788‑1850). Tra i numerosi giovani scienziati che Humboldt sostenne e incoraggiò, egli occupa una posizione particolare, non solo per il lungo periodo trascorso come suo assistente e collaboratore più stretto, ma anche per i legami familiari e scientifici che lo univano a lui. Era infatti nipote di Gottlob Johann Christian Kunth, il pedagogo che aveva contribuito all’educazione dei fratelli Humboldt, e allievo di Carl Ludwig Willdenow, maestro di Alexander e figura di riferimento della botanica berlinese. Sempre più insoddisfatto della lentezza e della dispersione di Bonpland, aggravate dal suo incarico alla Malmaison, Humboldt cercava un botanico dotato di precisione metodica ed efficienza operativa, capace di trasformare le raccolte americane in un corpus scientifico coerente. Fu proprio grazie a Willdenow e allo zio Gottlob Johann Christian Kunth che incontrò il giovane Karl Sigismund, allora venticinquenne. Trasferitosi a Berlino nel 1806 per difficoltà familiari, aveva dovuto interrompere gli studi a Lipsia e lavorava alla Banca di Stato, ma approfittava di ogni occasione per colmare le lacune della sua formazione. Sotto la guida di Willdenow si avvicinò alla botanica e nel 1813 pubblicò la sua prima opera, una flora di Berlino. Quello stesso anno accettò la proposta di Humboldt di trasferirsi a Parigi come suo assistente, con l’incarico di occuparsi della pubblicazione sistematica delle raccolte americane. Come ha osservato Hans Walter Lack, “solo ora – nove anni dopo il ritorno di Humboldt e Bonpland a Parigi – iniziò la registrazione metodica dei risultati della spedizione, e il lavoro svolto da Kunth è ancora oggi considerato ammirevole e di straordinaria importanza.” Per procedere, tuttavia, erano indispensabili i diari di campo (Journal de botanique), in cui Humboldt e Bonpland avevano annotato le descrizioni dal vivo delle piante (numerate da 1 a 4528). Uno dei primi, sgradevoli, compiti di Kunth fu dunque recarsi a Le Havre per convincere Bonpland a consegnargli i diari, evitando che li portasse con sé in Sud America. Parigi, all’epoca una delle capitali della botanica, offriva a Kunth un ambiente ideale: condivideva l’appartamento con Humboldt, aveva accesso alle collezioni del Jardin des Plantes e del Muséum d’Histoire naturelle, arricchite dalle raccolte donate dallo stesso Humboldt, e alla grande collezione provata del barone Delessert; poté giovarsi dei contatti con botanici come Antoine Laurent de Jussieu e Louis Claude Marie Richard. Un viaggio a Londra lo mise in contatto con Robert Brown e gli aprì le porte delle collezioni prima di Banks poi del British Museum. Nei nove anni dal 1816 al 1825 riuscì a completare i sette volumi di Nova Genera et Species Plantarum, curandone la regolare pubblicazione e realizzando persino i disegni analiti delle parti florali su cui Pierre Jean François Turpin basò le 700 incisioni. L'opera comprende 4500 specie, circa 3600 delle quali descritte per la prima volta, organizzate in famiglie naturali: un risultato straordinario ottenuto in tempi eccezionalmente rapidi, che segna non solo uno dei primi grandi traguardi della sistematica, ma anche la vera fondazione dello studio della flora sudamericana. Kunth è stato descritto come il classico botanico da scrivania: utilizzava una lente montata su supporto per mantenere le mani libere, selezionava i campioni con rigore quasi ossessivo e mostrava una capacità di lavoro inesauribile. Oltre a portare a termine la sua opera principale, avviò anche Mimoses et autres plantes Légumineuses du Nouveau Continent e Synopsis plantarum. Era ormai un membro riconosciuto della botanica internazionale: nel 1818 divenne membro corrispondente dell'Accademia delle scienze di Parigi, dal 1822 fu accolta nella Leopoldina, dal 1826 nell'Accademia di Gottinga. Per i suoi meriti botanici, gli venne anche conferita la legion d'onore. Berlino: il tassonomista che ordinò la natura Nel 1827 Humboldt tornò a Berlino e Kunth lo seguì due anni dopo. Fu nominato professore ordinario di botanica all'Università di Berlino e vicedirettore dell'orto botanico, nonché membro dell'Accademia delle scienze di Berlino. All'epoca, Humboldt sognava di esplorare la flora dell'Himalaya ed era in trattative con la Compagnia inglese delle Indie per ottenere i necessari permessi; in quel viaggio, pensava, Kunth avrebbe potuto essere il suo compagno. Così lo mandò Svizzera a studiare la flora delle Alpi. I permessi non arrivarono e il viaggio non avvenne mai, ma la puntata in Svizzera - l'unica ampia esplorazione sul campo del nostro botanico da scrivania - fu utile a Kunth per una migliore comprensione degli ecosistemi alpini. La sua vita si divideva tra le lezioni, le conferenze, lo studio e la preparazione di numerose pubblicazioni. Nel 1831 per i suoi studenti pubblicò un manuale di botanica, nel 1833 completò una monografia sulle graminacee sudamericane, iniziata a Parigi, e avviò la pubblicazione di Enumeratio plantarum omnium hucusque cognitarum, secundum familias naturales disposita, che lo avrebbe impegnato fino alla fine dei suoi giorni. L’opera fu concepita come una grande sintesi delle piante conosciute, ordinate secondo famiglie naturali. Si trattava di un progetto ambizioso, portato avanti in solitudine e rimasto incompiuto a causa della sua morte. Comprende anche centinaia di descrizioni di nuove piante, frutto delle sue esplorazioni personali, dei materiali inviati da corrispondenti e amici, e soprattutto delle osservazioni condotte nell’orto botanico di Berlino. Il valore dell’opera è confermato dal fatto che numerosi generi e specie da lui istituiti sono tuttora considerati validi. Purtroppo gli ultimi anni di questo instancabile botanico furono segnati da sofferenze crescenti. Intorno ai cinquant’anni cominciò a patire dolori reumatici sempre più tormentosi, che finirono per limitarne i movimenti. Nel 1845 pensò di recarsi a Salisburgo per tentare una cura termale, ma la malattia lo costrinse a fermarsi a Monaco di Baviera. Alle difficoltà fisiche si aggiunsero quelle interiori: una depressione sempre più profonda che nel 1850 pose tragicamente fine alla sua vita. Nel suo epitaffio, Humboldt espresse il dolore e il rimpianto per la perdita dell’amico di “35 anni di comunanza di ideali e di aspirazioni” e riconobbe pienamente l’importanza del suo contributo: “gli devo gran parte del favore e dell’attenzione che il pubblico ha dedicato così abbondantemente e costantemente alle ricerche botaniche nella zona equinoziale mie e di Bonpland”. I viaggi e le avventure sono la parte della botanica che più ci affascina, ma sono i botanici da scrivania come Kunth a dare ordine ai risultati e a far progredire le conoscenze. Un ultimo lascito alla scienza fu l'erbario - con circa 60.000 esemplari di 44.500 era uno dei maggiori posseduti da un privato - che alla sua morte passò al Museo botanico di Berlino, di cui all'epoca andò a costituire il fondo più ricco. Kuntheria: una dedica tardiva venuta da lontano Qualche cifra ci dà un'idea della vastità del lavoro di Kunth: l'International Plant Names Index gli assegna la pubblicazione di 7047 nomi di specie o generi; secondo Plants of the World on line, il data base di Kew, i generi da lui istituiti sono 244, 121 dei quali accettati: una notevole percentuale, a un secolo e mezzo di distanza, che ce ne conferma la qualità. Non gli spiaceva dedicare i suoi generi a colleghi, come modo per esprimere la sua stima e il riconoscimento per il loro contributo scientifico; tra gli altri, Chamissoa, per il "collega" berlinese Adalbert von Chamisso oppure Guilleminea, Perrottetia, Gaylussacia, Brongniartia e molti altri per i vecchi amici del Jardin des Plantes. Fu ricambiato con la dedica di due generi Kunthia. Il primo omaggio, quasi obbligato, venne da Bompland (e indirettamente da Humboldt) che nel 1813 nel secondo volume di Plantes équinoxiales istituì Kunthia, Arecaceae (oggi sinonimo di Camaedorea). Fu invece un altro botanico tedesco che condivideva i suoi interessi tassonomici, August Wilhelm Dennstedt, a dedicargli nel 1818 il secondo Kunthia, Burseraceae, oggi sinonimo di Gariga. Anche Kunth, dunque, rischiava di unirsi alla lunga schiera di botanici rimasti privi di un genere valido. A rimediare, quasi due secoli dopo, pensarono nel 1987 i botanici australiani J. G. Conran e H. T. Clifford con la dedica di Kuntheria. All'epoca era attribuito alla famiglia Liliaceae, e proprio a ciò fa riferimento la laconica dedica: "Nominato in onore del botanico tedesco Carl Sigismund Kunth (1788–1850) che lavorò su molte Liliaceae". Oggi trasferito alla famiglia Colchicaceae, Kuntheria è un genere monotipico rappresentato unicamente da K. pedunculata, una specie endemica delle foreste pluviali del Queensland nord‑orientale, dove cresce nel sottobosco in poche località. Si tratta di un arbusto rizomatoso alto fino a due metri, con molti tronchi glabri ed eretti e rami che crescono a zig zig. Ha foglie distiche percorse da nervature parallele e reticolate, piccoli fiori a stella giallo-aranciato raccolti in ombrelle e frutti capsulari trilobati. E' affine al genere Schelhammera; infatti fu inizialmente descritta nel 1891 da Ferdinand von Müller come Schelhammera pedunculata. Anche se al momento è ancora poco coltivata, ha un grande potenziale come pianta ornamentale, sia per contenitori sia in giardini dal clima mite in posizione ombrosa e protetta. Dopo aver condiviso con Humboldt uno dei viaggi scientifici più celebri dell’età moderna, Bonpland avrebbe potuto vivere di gloria riflessa, limitandosi a collaborare in seconda fila alla monumentale pubblicazione dei risultati. Invece, scelse altre strade. Accettò l’invito di Joséphine de Beauharnais di dirigere i giardini della Malmaison, dove coltivò e classificò specie esotiche con la stessa passione con cui le aveva raccolte. Ma fu il richiamo del Sud America a segnare davvero la sua vita: un ritorno che, da volontario esilio, si trasformò in scelta definitiva. Tra Argentina, Paraguay e Brasile, Bonpland visse da scienziato, medico, agronomo, e persino prigioniero politico. L'amicizia con Humboldt non cessò mai, anche se ora continuava solo per corrispondenza. Si spensero quasi contemporaneamente. A Buenos Aires, accanto alla via dedicata all'amico di sempre, una strada ricorda anche Bonpland, così come due città argentine, un cratere lunare e il genere Bonplandia (Polemoniaceae). Francia, America spagnola, Francia Aimé Bonpland non è stato solo il compagno di viaggio di Humboldt, o ancor meno la sua spalla. Era un promettente botanico già prima di conoscerlo e, soprattutto, dopo quel viaggio fece scelte autonome che lo resero protagonista di un'avventura tutta per sé. Nato a La Rochelle, figlio di un chirurgo e discendente di una famiglia di farmacisti, il suo vero nome era Aimé Jacques Alexandre Goujaud, ma diversi membri della famiglia avevano adottato il soprannome Bonpland. Si racconta che, mentre sorvegliava l'impianto di una vigna, il nonno fosse stato avvertito della nascita del secondogenito ed esclamasse: «Dio sia lodato! C’est bon plant (= è una buona pianta)». Infondato, invece, l’aneddoto secondo cui il nome gli sarebbe stato attribuito dal padre vedendolo coltivare con passione le piante del suo giardino. Verso il 1790, il diciassettenne Aimé lasciò La Rochelle per raggiungere a Parigi il fratello maggiore Michel, che studiava medicina. Insieme seguirono corsi di anatomia e frequentarono assiduamente il Jardin des Plantes e le lezioni di botanica di Lamarck, Jussieu e Desfontaines. Nel 1794 i fratelli Goujaud-Bonpland si arruolarono come medici militari: Michel nell'esercito, Aimé in marina, lavorando prima nell'ospedale di Rochefort e poi a Tolone. Dopo un anno, terminato il servizio militare, Aimé tornò a Parigi e si laureò in medicina nel 1797. I suoi talenti di botanico attirarono l'attenzione dei professori, in particolare di André Thouin, da cui apprese le tecniche di acclimatazione delle piante esotiche. Così, quando il Direttorio cominciò a progettare una spedizione intorno al mondo diretta dal vecchio ammiraglio Bougainville, Bonpland fu designato come naturalista. Era al colmo dell'eccitazione per quel viaggio da sogno quando incontrò Alexander von Humboldt: fu l'incontro di due anime gemelle per passioni, progetti e ideali di vita. Poi, come ho raccontato in questo post, i progetti del Direttorio cambiarono: a Bougainville succedette Baudin, alla seconda circumnavigazione del globo una spedizione nelle Terre australi; i tempi si dilatarono, e gli impazienti Humboldt e Bonpland andarono alla ricerca dell'avventura nell'America spagnola. In quell'epico viaggio, il ruolo di Bonpland – amico e segretario – non fu per nulla quello di una spalla irrilevante. Intrepido, seguì Humboldt in tutte le avventure, anche le più rischiose, ma soprattutto diede un rilevantissimo contributo scientifico. Come già sottolineava suo fratello Wilhelm, il vero genio di Humboldt, naturalista a 360 gradi, era connettere le conoscenze in una visione d'insieme; Bonpland, invece, era soprattutto un botanico, e fu lui a fare il grosso delle raccolte: alla fine, il bottino ammontò a 60.000 esemplari e a 6.000 specie ignote alla scienza. Già durante il viaggio, scrisse dal vivo un numero impressionante di descrizioni di queste nuove specie. Dopo cinque anni, il 3 agosto 1804 i due amici erano di ritorno in Francia. Aimé andò a La Rochelle per ritrovare la famiglia, mentre Alexander proseguì per Parigi e poi per Berlino a raccogliere i primi frutti della sua gloria. Quando si riunirono a Parigi, iniziò l'immane lavoro della pubblicazione dei risultati della spedizione. Humboldt redigeva le parti di geografia, astronomia, zoologia, mentre a Bonpland spettava il compito di classificare e pubblicare le piante, i cui esemplari era stati donati al Muséum d'histoire naturelle. La sua speranza di ricevere una posizione ufficiale in questa istituzione andò però delusa, e, mentre l'amico diventava il leone dei salotti, si accorse di preferire di gran lunga il lavoro sul campo a quello alla scrivania. Così, anche se tutti i volumi di Voyage aux régions équinotiales du Nouveau Continent e di Nova genera et species plantarum usciranno sempre con i due nomi affiancati - "par Humboldt et Bonpland", in quest'ordine - e l'amicizia non verrà mai meno, non mancarono gli screzi. Humbold (le cui capacità di lavoro erano letteralmente sovrumane) trovava che Bonpland impiegasse troppo tempo a trasformare le sue note manoscritte in testi pronti per la stampa: una volta, quando in otto mesi l'amico scrisse solo dieci descrizioni, commentò infastidito: "A qualsiasi altro botanico sarebbero bastate due settimane!". Così premeva affinché almeno i doppioni fossero inviati a Berlino, per essere pubblicati dal suo maestro Willdenow. Bonpland tergiversò, ma alla fine, nel 1807, numerosi esemplari presero la via della capitale prussiana. Dal 1813, anche quelli rimasti a Parigi furono affidati definitivamente al botanico tedesco Karl Sigismund Kunth, al quale passò la redazione finale. Bonpland soffriva certamente per la sua posizione, anche finanziariamente incerta. Così, nel 1808, quando l’imperatrice Giuseppina gli chiese di succedere a Ventenat come botanico e curatore dei giardini della Malmaison (e più tardi anche di Navarre), accettò. Come abbiamo visto in questo post, l’imperatrice era una grande appassionata di piante e, nel giardino e nella grande serra, faceva coltivare specie rare, incluse quelle australiane giunte in seguito alla spedizione Baudin. Nel nuovo ruolo di intendente, Bonpland dimostrò notevoli capacità manageriali e viaggiò spesso in tutta Europa alla ricerca di nuove piante. Nel 1813 pubblicò la descrizione delle piante rare coltivate nel giardino, con illustrazioni di Redouté (Description des plantes rares cultivées à Malmaison et à Navarre). Viaggio di sola andata in Sud America La caduta di Napoleone, seguita quasi immediatamente dalla morte della sua protettrice, fu uno choc tale che Bonpland decise di lasciare l’Europa. Sia lui sia Humboldt avevano mantenuto molti contatti con il Sud America e a Parigi avevano conosciuto Simón Bolívar. In un primo momento Bonpland pensò di accettare l’offerta di quest’ultimo di trasferirsi in Venezuela. Ma, contattato da Bernardino Rivadavia – allora in missione diplomatica in Europa – optò per Buenos Aires, dove gli era stata offerta una cattedra di scienze naturali alla facoltà di medicina. Portando con sé strumenti scientifici e materiali per creare un orto botanico e un museo di scienze naturali, arrivò a Buenos Aires il 26 novembre 1816. Nel 1817 fu ammesso all’Accademia delle scienze di Parigi come membro corrispondente; negli anni successivi, avrebbe inviato al Muséum molti esemplari botanici, zoologici e mineralogici. Il governo delle Province Unite del Río de la Plata lo accolse con favore, ma la situazione politica – con la guerra d’indipendenza in corso – era altamente instabile, e i suoi progetti dovettero essere ridimensionati. Per tre anni visse a Buenos Aires, lavorando come medico e insegnando scienze naturali al Consulado de Comercio e Materia medica all’Instituto Médico. Desideroso di riprendere le ricerche sul campo, nel 1820 si trasferì nella provincia di Corrientes, punto di partenza di numerose spedizioni verso il nord del paese e lungo la costa, in alcune delle quali fu accompagnato dal pittore Pierre Benoît. Nel 1821 fondò una tenuta agricola a Santa Ana – oggi nella provincia di Misiones, allora territorio di frontiera conteso tra Argentina e Paraguay – dove coltivava piante medicinali e officinali. Avendo scoperto il meccanismo di riproduzione del mate (Ilex paraguariensis), iniziò a coltivarlo e commercializzarlo. Poiché la colonia era stata creata senza il permesso del governo paraguaiano, che deteneva il monopolio del mate, queste attività irritarono il Dictador Supremo del Paraguay, José Gaspar Rodríguez de Francia, che ordinò la distruzione della colonia e l’arresto di Bonpland. Nella notte del 21 dicembre 1821, una forza di 500 soldati paraguayani fece irruzione nella colonia, uccise diversi contadini, incendiò gli edifici e i campi e catturò Bonpland, che, ferito, venne portato via in catene. Fu confinato a Santa María (oggi nel dipartimento di Misiones, Paraguay) in residenza sorvegliata. Qui assistette come medico gli indigeni guaraní, aprì un ospedale e arrotondò le entrate con l’allevamento del bestiame e attività come una pasticceria, una bottega di falegname e una distilleria. I guaraní lo chiamavano karai arandu, “signore intelligente”, per la sua conoscenza della medicina e delle piante. La sua detenzione si protrasse per dieci anni, fino al 1831, nonostante le numerose pressioni in suo favore. Per la sua liberazione intervenne lo stesso Bolívar, che minacciò di invadere il Paraguay se il “suo medico” non fosse stato rilasciato. Una volta liberato, Bonpland riprese le sue attività e le ricerche botaniche, continuando a percorrere il territorio di frontiera tra Brasile, Argentina e Uruguay. Si stabilì dapprima a São Borja, in Brasile, poi nella provincia di Corrientes, e infine, dal 1838, definitivamente a Santa Ana (dipartimento di Corrientes). Nel 1835 inviò al Museo di scienze naturali di Parigi 25 casse con le sue raccolte. Si sposò con la figlia di un capo guaraní, da cui ebbe un figlio e una figlia, e continuò a esercitare come medico, imprenditore e scienziato. Nel 1854, ormai ottantenne, ricevette il titolo – forse ormai quasi onorifico – di "Director del Museo de la Provincia de Corrientes." A Santa Ana trascorse gli ultimi anni della sua vita e morì l’11 maggio 1858. In suo onore, la municipalità decise di cambiare nome alla località, che da quel momento venne ribattezzata Bonpland. Anche la prima Santa Ana, quella del dipartimento di Misiones dove aveva fondato la sua colonia agricola, oggi si chiama Bonpland. Omaggi botanici (e non solo) Così si concluse il lungo viaggio di Aimé Goujaud detto Bonpland, iniziato alla Rochelle e terminato in Corrientes, Argentina. A ricordarlo, oltre alle due località argentine, un fiume, un picco delle Ande venezuelane - che però non scalò mai - in Argentina ci sono parchi, musei, strade. A Santa Maria lo commemorano una via, una scuola e la casa-museo dove fu confinato per dieci anni. La scienza gli ha dedicato un cratere lunare, il genere di funghi ascomiceti Banplandiella, diverse decine di specie botaniche con l'eponimo bonplandii, bonplandianus e due generi Bonplandia: Bonplandia (Polemoniaceae), istituito da Cavanilles nell'1800, e Bonplandia (Rutaceae), da Willdenow nel 1804. Per la regola della priorità a essere valido è il primo. Senza dimenticare il periodico "Bonplandia", organo dell'Instituto de Botánica del Nordeste, Corrientes, giusto e duraturo omaggio a colui che fondò la ricerca botanica in quell'area dell'Argentina. A lungo dimenticato, o almeno oscurato dall’immensa personalità di Humboldt, Bonpland è oggi oggetto di una riscoperta soprattutto in Sudamerica. Nel 2023, in occasione dei 250 anni dalla nascita, gli è stato dedicato un convegno congiunto sia nella città natale La Rochelle sia in Argentina, accompagnato da una mostra virtuale visitabile a questo indirizzo. La dedica di Cavanilles risale al periodo in cui Bonpland e Humboldt frequentavano a Madrid gli ambienti dei botanici spagnoli, in attesa dell’udienza reale e del passaporto per l’America. Lo cita come semplice accompagnatore del suo più importante amico – non ancora celebre ma pur sempre barone – e come diligente allievo di illustri maestri, trascrivendone il cognome ad orecchio: «Ho dedicato questo genere al giovane cittadino A. Goujou [sic!] Bonpland che accompagna come botanico il barone von Humboldt, dopo aver seguito con applicazione e frutto i professori Jussieu e Desfontaines». Cavanilles scelse una pianticella della famiglia Polemoniaceae raccolta in Messico da Née e la battezzò Bonplandia geminiflora. A lungo rimase l'unica specie riconosciuta, finché all'inizio del Novecento si aggiunse B. linearis, però oggi spesso considerata una sua variante, riducendo nuovamente il genere a monotipico. Questa specie, nota con il nome volgare hierba del toro, è infatti molto variabile. Anche se in alcuni repertori è considerata un arbusto, è per lo più annuale, ma nel corso della stagione può raggiungere i due metri d'altezza e tende a lignificare alla base. Ha fusti esili molto ramificati, densamente coperti di peli ghiandolosi-viscosi, e foglie opposte e picciolate dalla forma molto variabile. I fiori, prodotti all'ascella fogliare, sono riuniti in coppia; hanno tubo quasi sempre bianco e corolla con cinque lobi, da azzurri a viola, da oblunghi a oblanceolati, i due superiori in genere più grandi dei tre inferiori, quello centrale lievemente arretrato: per la forma e il colore, possono ricordare una violetta. Il frutto è una capsula. Diffuso dal Messico al Guatemala, cresce soprattutto nelle comunità secondarie derivate da boschi caducifogli tropicali, inclusi ambienti rupicoli e ruderali. In alcune comunità è utilizzata per curare piccole ferite cutanee. L'unica parte edita del grande progetto dell'Accademia delle scienze francese di una storia generale delle piante che coniughi descrizioni accurate, illustrazioni dal vero, ricerche fisiologiche e chimiche, esce nel 1676 sotto forma di una memoria con 40 piante descritte da Marchant e un'ampia introduzione di Dodart, che ne espone con chiarezza i principi teorici. Medico giansenista diviso tra nobili pazienti e attenzione ai più poveri, non si adonterà troppo quando l'ambizioso programma verrà abbandonato. Al di là delle diverse posizioni scientifiche, Tournefort gli dimostrerà la sua stima con la dedica del genere Dodartia. Medico della nobiltà e dei poveri Come ho anticipato in questo post, nel 1676 l'Accademia francese delle scienze pubblicò Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes, preludio alla futura Histoire des Plantes, ma di fatto l'unico esito di quell'impresa destinata ad essere abbandonata. A scrivere l'ampia prefazione, intitolata Projet de l'Histoire des plantes, fu il medico e botanico Denis Dodart (1634-1707) che almeno per qualche anno sembrò dare nuovo slancio all'iniziativa. Figlio di un notaio parigino e cresciuto in un ambiente borghese, Dodart aveva ricevuto un'eccellente educazione, che oltre alle lingue classiche comprendeva anche il disegno e la musica. Secondo la tradizione familiare (anche la madre veniva da una famiglia di legali), iniziò gli studi di legge, ma poi passò a medicina. Nel 1660 conseguì il dottorato, mettendosi in luce per l'erudizione, l'eloquenza e l'apertura mentale. Guy Patin, il decano della facoltà, celebre per la sua lingua tagliente, in una lettera ne parla così: "Oggi abbiamo dato la licenza a sette baccellieri, il più fecondo si chiama Dodart, di 25 anni, è uno degli uomini più saggi e sapienti di questo secolo. Questo giovanotto è un prodigio di saggezza e sapienza, monstrum sine vitio". E in un'altra lettera: "Il nostro licenziato [...] è un ragazzone molto saggio, molto modesto, che conosce a memoria Ippocrate, Galeno, Aristotele, Cicerone, Seneca e Fernel. E' un ragazzo incomparabile, non ha ancora 26 anni ma la facoltà gli ha fatto grazia dei pochi mesi che gli mancavano vista la buona opinione che ce ne eravano fatti". Oltre che per l'erudizione e la competenza, si distingueva per l'assennatezza e la devozione, un insieme di virtù che attirarono l'attenzione della duchessa di Longueville, sorella del gran Condé, che lo scelse come medico personale. Grazie al suo favore, Dodart divenne medico dell'alta nobiltà, legandosi in particolare alle famiglie Condé e Conti di cui avrebbe curato i membri per tre generazioni. Dopo una vita burrascosa dedita agli amori e alla politica, la nobildonna era divenuta molto pia e si era ritirata a vivere nei pressi dell'Abbazia di Port Royal. Per suo tramite, il giovane medico conobbe quell'ambiente di religiosi e laici penitenti, divenne amico di molti di essi - tra i quali Jean Racine che lo cita spesso nella sua corrispondenza -. ne adottò il rigorismo morale e, oltre che medico dei ricchi, divenne medico dei poveri, che curava gratuitamente e soccorreva con la sua carità. Nel 1666 fu nominato professore di farmacia; nel 1672, su proposta di Condé. divenne consigliere medico reale. Incominciava anche a farsi conoscere con qualche scritto di medicina e botanica e nel 1673, su proposta di Colbert, fu ammesso all'Accademia delle scienze come secondo botanico. Da quel momento presentò all'Accademia una serie di memorie di argomento vario, ma accomunate da un approccio sperimentale. Utilizzando se stesso come oggetto di osservazione e servendosi di strumenti per misurare le variazioni quantitative, studiò la traspirazione e gli effetti della dieta sul peso; fu tra i primi a collegare l'ergotismo (fuoco di sant'Antonio) con la segale cornuta. Raccolse anche dati e statistiche sui rimedi e i farmaci usati per curare i poveri, poi confluiti nel libro Médecine des pauvres (1692). Appassionato di musica, di cui progettava di scrivere una storia, studiò i meccanismi della voce umana, sottolineando il ruolo fondamentale delle corde vocali. Come botanico, studiò la circolazione della linfa, l'influsso della gravità sullo sviluppo delle radici e sulla riproduzione. Descrisse inoltre un certo numero di piante, soprattutto introdotte dal Canada. Tra di esse, un'angelica canadese a fiori gialli (Angelica acadensis flore luteo), descritta nel 1666 in una memoria sul miele e le api; l'anno dopo, certamente non a caso, avrebbe chiamato la sua unica figlia Marguerite-Angelique. Il suo più importante contributo alla botanica è però la già citata introduzione a Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes. Il testo inizia con una breve avvertenza in cui Dodart insiste sul carattere collettivo dell'opera: tutti gli accademici hanno contribuito, almeno con pareri, ed essa è il risultato "delle proposte, delle esperienze e delle riflessioni di diversi membri di questa assemblea". Segue il primo capitolo, "De la description des plantes", in cui Dodart fissa le regole da seguire nelle descrizioni: senza cadere in eccessi, bisogna che "ogni pianta sia descritta in modo tale che sia impossibile confonderla con nessuna né di quelle che sono già state scoperte né di quelle che si potrà scoprire [in futuro]". Le descrizioni non potranno essere corte, e per studiare le strutture potrà essere necessario l'uso del microscopio. Le descrizioni, però, per precise che siano, non possono sostituire le illustrazioni, Ad esse Dodart dedica il secondo capitolo, "Des figures des plantes". Le dimensioni delle tavole devono essere le più grandi possibili, in modo da rappresentare le piante a grandezza naturale; le specie più piccole e i particolari devono essere disegnati "come si vedono al microscopio"; le piante poi devono essere ritratte dal vero, nel loro ambiente naturale "cioè ancora nella terra da dove sono nate". Di fatto, Dodart esprime a posteriori il metodo a cui Nicolas Robin si atteneva fin da quando lavorava per il duca d'Orlèans; e indubbiamente la maggiore riuscita dell'Histoire des Plantes sta proprio nella bellezza e nella precisione delle tavole, che apriranno la strada alla perfezione scientifica dei disegni di Aubriet, che di Robin fu allievo e successore come "pittore del re". Il terzo capitolo, "De la culture des plantes", è essenzialmente una dichiarazione d'intenti: Dodart auspica che la futura storia della piante includa osservazioni e esperienze sulla germinazione, la crescita, l'acclimatazione e il miglioramento di numerose specie. Il quarto capitolo, "Des vertues des plantes" è il più ampio (oltre quaranta pagine su una cinquantina totali); analizza la questione che più stava a cuore all'Accademia, la verifica delle virtù medicinali delle piante attraverso l'analisi chimica; questo approccio, tuttavia, si rivelò anche il maggior fallimento dell'Histoire des Plantes: le analisi di Bourdelin, pur portate avanti per anni, non approdarono a nulla e non furono mai pubblicate. L'ultimo capitolo, infine, "Mémoires que la Compagnie doit donner au public sur l'Histoire des Plantes", è una sintesi del progetti editoriali futuri; progetti che, come sappiamo, non vennero mai realizzati, o almeno non si tradussero in alcuna ulteriore pubblicazione. Lo stesso Dodart, tra il 1680 e il 1681 fu attivamente impegnato nella scrittura di una ipotetica seconda parte, dedicata alle piante alimentari native, "il coriandolo, la lattuga, la cicoria selvatica e coltivata, il crescione". Aveva già messo insieme un volume di adeguate dimensioni quando, rientrando a Parigi con il manoscritto pronto per la stampa, fu derubato da un gruppo di banditi di strada, Dovette riscrivere tutto da capo, ma anche il suo lavoro non fu né completato né pubblicato. Con la morte di Colbert (1684) vennero meno sia lo slancio sia i finanziamenti. Così, quando nel 1694 l'Histoire Naturelle viene defintivamente accantonata, Dodart si rassegnò senza troppi rimpianti. Del resto, ora era molto impegnato come medico. La sua vicinanza a Port Royal non era vista di buon occhio dal re Sole, che più volte pensò di cacciarlo dalla corte. Ma i suoi modi irreprensibili, la competenza professionale e soprattutto la protezione di Mme de Mantenon lo impedirono, tanto che nel 1698 divenne medico di corte con una pensione di 1000 scudi e medico della scuola di Saint-Cyr. Faceva la spola tra Parigi, Versailles e Fontainebleau e continuava a dividersi tra i clienti altolocati - era il primo medico della principessa vedova di Conti e dei suoi figli - e l'assistenza ai poveri, con i quali poteva persino essere confuso. Magrissimo, quasi calvo e senza parrucca, con abiti modestissimi, un giorno mentre si trovava in una chiesa fu scambiato da una nobildonna che lo conosceva per un "povero vergognoso" (come venivano chiamate le persone di buona famiglia cadute in povertà che si vergognavano di mendicare). E fu proprio il suo spirito di carità a portarlo alla morte: nel 1707, settantreenne, curando alcuni dei suoi pazienti più poveri prese freddo, contrasse la polmonite e ne morì nell'arco di dieci giorni. Dopo la sua morte, la principessa di Conti prese come medico suo figlio Jean-Baptiste Dodart. Avrebbe fatto una carriera anche più brillante di quella paterna, divenendo primo medico di Luigi XV. Un omaggio dal Levante Come il suo amico e successore all'Accademia delle scienze Louis Morin, Denis Dodart deve il suo ingresso tra i dedicatari di un genere di piante a Joseph Pitton de Tournefort, che aveva grande stima della sua figura morale. In Relation d'un Voyage du Levant leggiamo: "Quel giorno avemmo il piacere di stabilire un nuovo genere di piante e gli imponemmo il nome di uno degli uomini più sapienti di questo secolo, ugualmente stimato per la modestia e la purezza dei costumi. E' quello di M. Dodart dell'Accademia reale delle scienze, medico di sua altezza la principessa vedova di Conti". Validato da Linneo, Dodartia (famiglia Mazaceae) è un genere monospecifico, rappresentato unicamente da D. orientalis, un'erbacea perenne diffusa dall'Ucraina e dalla Russia alla Cina settentrionale attraverso l'Anatolia, il Caucaso e l'Asia centrale, principalmente in ambienti aridi. Cresce anche come infestante dei campi. Alta da 25 a 40 cm, è dotata di un grosso rizoma carnoso da cui emergono numerosi steli ramificati, con foglie piatte, molto spaziate tra loro, quelle inferiori opposte e ovate, quelle superiori alternate e lanceolate. I fiori, raccolti da 3 a 8 in racemi laschi, hanno corolla viola tubolare, asimmetrica, con quattro lobi: quelli laterali quasi orbicolari, quello mediano ligulato, quello superiore bilobato e eretto. I frutti sono capsule con apice apiculato che contengono numerosi semi neri. Nella medicina tradizionale cinese questa specie è stata usata per trattare bronchite, rinite allergica e orticaria. Tra il 1799 e il 1804, insieme all'amico-segretario Aimé Bonpland, il naturalista tedesco Alexander von Humboldt percorse per cinque anni l'America spagnola in uno dei più memoriabili viaggi naturalistici di tutti i tempi; allo stesso tempo mineralogista, geologo, geografo, zoologo, botanico, economista, etnografo, antropologo, fece scoperte geografiche come il canale naturale che unisce i bacini nell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni e la corrente di Humboldt, esplorò la foresta tropicale e i paesaggi andini, scalò vulcani, registrò e mise in connessione masse di dati con rigoroso metodo scientifico, raccolse migliaia di esemplari di minerali, animali, piante. Con il suo viaggio e i suoi libri, che si estendono per più di trenta volumi, fondò la biogeografia, la scienza del clima e gettò le basi dell'ecologia. Tra tanti lasciti straordinari, il più importante è una nuova concezione della natura, vista come un sistema vivo in cui ogni elemento è interconnesso. Incalcolabile anche la sua influenza sugli scienziati che vennero dopo di lui, primo tra tutti Charles Darwin. Lo ricordano i nomi di centinaia di specie e il genere Humboldtia. Anni di apprendistato Il 22 giugno 1802 tre giovani amici, un tedesco, un francese e un equadoregno, raggiungono il villaggio di Calpi, ai piedi del Chimborazo, all'epoca creduto la montagna più alta del mondo. Il giorno dopo ne intraprenderanno la scalata. Sono Alexander von Humboldt (1769-1859), Aimé Bonpland e Carlos Montúfar. Quell'ascensione segnerà il momento culminante del viaggio di Humboldt in America, ne farà lo scienziato più famoso del suo tempo e da diversi punti di vista cambierà per sempre la sua (e la nostra) concezione della natura. Humboldt nacque in una ricca famiglia della nobiltà prussiana, e insieme al fratello Wilhelm cui era legatissimo - aveva appena due anni più di lui - fu educato da precettori privati nella tenuta di famiglia a Tegel, alla periferia di Berlino. La vocazione naturalistica nacque prestissimo: bambino, raccoglieva e collezionava piante, insetti, conchiglie, guadagnandosi il soprannome di "piccolo farmacista". Quando Wilhelm aveva dodici anni e Alexander dieci, il padre Alexander Georg von Humboldt morì; dell'educazione dei figli da quel momento si occupò la madre, Marie Elisabeth von Colomb; spesso giudicata emotivamente fredda e distaccata, garantì però ai figli ottimi insegnanti che aprirono loro le porte del mondo intellettuale berlinese. Tra di essi Carl Ludwig Willdenow, futuro primo direttore dell'orto botanico di Berlino, che incoraggiò Alexander ad approfondire lo studio della botanica, e il medico e filosofo Markus Herz, che insieme alla moglie Henriette de Lemos fece della propria casa un luogo d'incontro dell'élite intellettuale. Nel 1787 i fratelli Humboldt si iscrissero all'università di Francoforte sull'Oder, scelta dalla madre per la relativa vicinanza a Berlino, per seguire i corsi Wilhelm di legge, Alexander di economia politica e finanza: la madre infatti progettava per loro una carriera come funzionari pubblici. Dopo un semestre, entrambi si spostarono alla più prestigiosa università di Gottinga, dove Alexander seguì i corsi di Georg Friedrich Lichtenberg, che lo introdusse al metodo sperimentale, e dello zoologo e antropologo Johann Friedrich Blumenbach. A Gottinga strinse amicizia con lo studente di medicina olandese Steven Jan van Geuns, con il quale nell'autunno 1789 - l'anno della rivoluzione francese che lo entusiasmò - visitò la Germania meridionale; a Magonza essi furono ospitati da Georg Forster, amico e corrispondente di Lichtenberg. L'incontro influenzò profondamente Alexander per il quale Forster, che giovanissimo aveva partecipato al secondo viaggio di Cook e ora era un intellettuale politicamente impegnato e versato in molti campi, dalla botanica all'etnologia alla geografia regionale, rappresentava un modello. Risultato di questo primo viaggio fu la prima pubblicazione di Humboldt, Mineralogische Beobachtungen über einige Basalte am Rhein (Osservazioni mineralogiche su alcuni basalti del fiume Reno, 1790). L'anno successivo insieme a Forster si recò per la prima volta all'estero, visitando l'Olanda, il Belgio, Parigi e Londra dove fece visita a Banks che gli mostrò il proprio erbario, rafforzando il suo desiderio di esplorare paesi lontani. Ne nacque un'amicizia scientifica destinata a durare fino alla morte di Banks. Era ora di pensare a una collocazione professioniale. Per sei mesi Humboldt frequentò l'accademia commerciale di Amburgo, quindi nel 1791 si iscrisse alla scuola mineraria di Freiberg dove fu allievo di Abraham Gottlob Werner, geologo seguace della teoria nettunista. Contemporaneamente a Jena studiò astronomia e anatomia e perfezionò la capacità di usare strumenti scientifici. Nel 1792 si diplomò alla scuola mineraria e fu assunto dal Dipartimento prussiano delle miniere come ispettore di Bayreuth e delle Fichtelgebirge; il lavoro, in cui si domostò eccellente incrementando la produzione, lo rese cosciente delle difficili condizioni dei lavoratori; a sue spese, fondò per essi una scuola di formazione e cercò di istituire un fondo di emergenza per le vittime di incidenti. Nel 1793 pubblicò uno studio sulla vegetazione delle miniere di Freiberg che attirò l'attenzione di Goethe; lo aveva già conosciuto da bambino, ma ora lo scrittore desiderava incontrarlo per discutere con lui la sua teoria della metamorfosi delle piante. Wilhelm von Humboldt, che all'epoca viveva a Jena, non troppo distante da Weimar, organizzò un incontro, da cui nacque una nuova amicizia. Goethe fu profondamente impressionato dalla personalità del giovane amico: non aveva mai conosciuto nessun tanto versatile. Grazie a lui, Humboldt fu ammesso al circolo letterario di Weimar, entrando in contatto anche con Schiller, sulla cui rivista pubblicò un'allegoria scientifico-filosofica. Fino al 1797, quando si dimise da ispettore minerario, ci furono altri viaggi, sia professionali, sia di studio. Visitò tra l'altro Vienna, dove fu impressionato dalle collezioni botaniche di Schönbrunn, la Slesia, il Tirolo, la Svizzera, dove fece le sue prime scalate e perfezionò la sua capacità di raccogliere vaste serie di dati. Nel 1796 la madre morì. Alexander non aveva mai provato alcun affetto per lei e non partecipò al funerale. Un'eredità di 100.000 talleri (equivalenti a 100 volte lo stipendio annuo di un pubblico funzionario) metteva il suo destino nelle sue mani; l'avrebbe investita nel viaggio che sognava da sempre, diventando naturalista ed esploratore. Il viaggio, prima parte: preparativi, Venzuela e Cuba In quel periodo il fratello Wilhelm viveva con la moglie a Parigi, dove frequentava i circoli intellettuali. Alexander lo raggiunse e incontrò tra gli altri l'ammiraglio Bougainville, che contava di essere nominato comandante di una spedizione intorno al mondo e lo invitò ad accompagnarlo. Il Direttorio invece scelse Baudin; anche questi però ribadì l'invito e Humboldt cominciò a preparare gli strumenti e i materiali necessari. Ma a causa della situazione di guerra, la partenza fu continumente rinviata e egli non poteva più aspettare. Nel frattempo aveva incontrato il giovane medico e botanico Aimé Bonpland e i due decisero di viaggiare insieme. Si recarono a Marsiglia con il progetto di raggiungiere Napoleone in Egitto; tuttavia la situazione militare era difficile e le autorità negarono loro il permesso di imbarcarsi. Forse con l'intento iniziale di recarsi in Marocco, decisero allora di passare in Spagna, e qui fecero centro. La monarchia iberica, nell'intento di rivitalizzare la propria economia e di modernizzare le proprie strutture, stava vivendo una stagione di riformismo illuminato e negli ultimi decenni aveva già varato diverse spedizioni scientifiche nei propri domini coloniali. Con la sua formazione polivalente e l'esperienza come ispettore minerario, Humboldt aveva le carte giuste da giocare, tanto più che avrebbe finanziato da sè il proprio viaggio. Con l'aiuto determinante del barone Farell, l'ambasciatore della Sassonia assai interessato alla mineralogia, egli poté così presentare al ministro degli esteri un progetto formale di spedizione scientifica nell'America spagnola e ottenere un'udienza del re Carlo IV, al quale presentò le sue credenziali e spiegò le proprie intenzioni. Furono soprattutto le sue competenze in mineralogia a interessare il re e i suoi ministri; nel maggio 1799, Humboldt ottenne così per sè e Bonpland il sospirato passaporto reale che, oltre ad aprirgli le parte dell'America spagnola, gli assicurava il sostegno delle autorità locali e il diritto di viaggiare e soggiornare a spese della Corona. Entrati in Spagna nei primissimi giorni del 1799, Humboldt e Bompland vi trascorsero cinque mesi estremamente produttivi: oltre a ottenere il consenso reale e completare la preparazione (diversi esperimenti e misurazioni consentirono di testare il vasto assortimemento di strumenti scientifici acquistati a Parigi), visitarono l'orto botanico e il Museo di scienze naturali, dove poterono esaminare le raccolte delle spedizioni di Sessé e Mociño in Messico e di Ruiz e Pavòn in Perù e in Cile. Humboldt, che tra i suoi tanti talenti aveva anche quello delle relazioni umane, strinse utili contatti con i colleghi spagnoli. Finalmente il 5 giugno 1799 Humboldt e Bompland si imbarcarono sul Pizarro al porto di La Coruña. Nei loro bagagli 42 strumenti d'avanguardia della massima precisione: barometri, telescopi, termometri, cronometri. La nave fece scalo per sei giorni a Tenerife; non mancò la rituale scalata del Teide; Humboldt documentò meticolosamente la vegetazione e la sua distribuzione e misurò l'altezza del vulcano. Le Canarie lo affascinarono profondamente e l'ascensione fu un'esperienza determinante, dalla quale cominciò a maturare l'idea della distribuzione della vegetazione in fasce altitudinali. La nave era originariamente diretta a Cuba, ma lo scoppio a bordo di un'epidemia di tifo costrinse il comandante a prendere terra al porto di Cumaná in Venezuela, dove arrivarono il 6 luglio. Humboldt non aveva predisposto un itinerario preciso, e il cambio di destinazione gli giunse gradito, perché gli avrebbe permesso di esplorare aree poco note. Iniziò la sua esplorazione dalla valle di Aragua, occupata da vaste piantagioni di zucchero, caffè, cotone e soprattutto cacao; studiando le cause del rapido abbassamento delle acque del lago Valencia, le attribuì alla deforestazione che non permetteva più al terreno di trattenere l'acqua. Visitò poi la missione di Caripe ed esplorò la caverna del Guácharo e il lago d'asfalto del Guanoco; tornato a Cumaná, nella notte tra l'11 e il 12 novembre osservò una straordinaria pioggia di meteoriti. Si diresse poi con Bonpland a Caracas, dove scalò il monte Avila con il poeta Andrés Bello, che era stato maestro di Simón Bolívar (avrebbe incontrato il libertador qualche anno dopo a Parigi). Nel febbraio del 1800, Humboldt e Bonpland lasciarono la costa per esplorare il bacino dell'Orinoco; in quattro mesi, avrebbero percorso per lo più in canoa 2776 km in un territorio selvaggio e spesso disabitato, tracciando una mappa dettagliata del corso del Casiquiare che unisce i bacini dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni. Humboldt documentò inoltre la vita e il linguaggio di alcune tribù native. L'incontro con alcune pericolose anguille elettriche lo spinse a riflettere sull'elettricità animale e sul magnetismo. Nei Llanos venezuelani, incontrò una ricchissima biodiversità, Tornati infine sulla costa, i due esploratori alla fine di novembre si imbarcarono per Cuba, dove arrivarono il 19 dicembre e incontrarono il cacciatore di piante John Fraser e suo figlio, sopravvissuti a stento a un naufragio. Erano privi di tutto e non avevano neppure il permesso di fermarsi nell'isola. Humboldt li aiutò fornendo vestiti e denari e convinse i funzionari della corona a rilasciare un permesso per Fraser padre, che si trattenne a fare raccolte, mentre il figlio partiva per l'Europa con due casse di piante raccolte da Humboldt e Bompland e destinate a Willdenow per l'orto botanico di Berlino. Humboldt e Bompland rimasero a Cuba per tre mesi, visitando soprattutto le principali zone zuccheriere; Humboldt raccolse principalmente informazioni statistiche sulla popolazione, la tecnologia e l'economia. Si imbarcarono poi per Cartagena de las Indias in Colombia, dando inizio alla parte centrale e più eccitante del loro viaggio. Dalle Ande al Messico Da Cartagena, risalendo il fiume Magdalena fino a Honda, raggiunsero Bogotá, dove arrivarono il 6 luglio 1801. Qui incontrarono José Celestino Mutis, che condivise con loro generosamente i risultati della spedizione botanica da lui diretta. Humboldt fu profondamente impressionato dalla sapienza del vecchio botanico, dalla ricchezza delle raccolte e dalla biblioteca, seconda solo a quella di Banks. Mentre Bonpland cercava di superare un attacco di malaria, Humboldt esplorava i dintorni, misurava l'altezza delle montagne e raccoglieva ossa fossili. Andò anche a Popayán per incontrare Francisco José de Caldas che però era assente; il padre gli mostrò i suoi quaderni e i suoi strumenti. A settembre Humboldt e Bonpland lasciarono Bogotá alla volta di Quito; avevano saputo che la spedizione Baudin era finalmente salpata e in Ecuador contavano di imbarcarsi per il Messico e poi per il Pacifico nella speranza di intercettarla. L'ultimo giorno dell'anno, già in Ecuador incontrarono Caldas e viaggiarono con lui fino a Quito. Lungo la strada, fecero misurazioni e raccolte comuni, tanto che Caldas già si illudeva di essere accettato da Humboldt come compagno di viaggio. Quando però arrivarono a Quito, fu amaramente deluso. Humboldt fu amichevolmente accolto dal governatore provinciale Juan Pío de Montúfar y Larrea e strinse amicizia con il figlio ventunenne Carlos de Montúfar. Benché non avesse alcuna precedente preparazione scientifica, fu lui a diventare il terzo membro della spedizione, non Caldas, che la prese malissimo. Anziché proseguire per Callao per cercare un imbarco, affascinato da quello che egli stesso battezzò il "viale dei vulcani", Humboldt cambiò ancora una volta programma e trascorse in Ecuador, ospite della tenuta di Montúfar nei dintorni di Quito, otto mesi, durante i quali con i suoi compagni scalò diversi di di quei vulcani: l'Antisana, il Cotopaxi, il Pichincha (conquistato al terzo tentativo), per concludere con il più memorabile di tutti, il Chimborazo. La scalata iniziò all'alba del 23 giugno, dopo aver trascorso la notte nel villaggio di Calpi. Humboldt, Bonpland e Montúfar erano accompagnati da José de la Cruz, un servitore indio che il barone aveva assunto a Cumaná e al quale aveva affidato il preziosissimo barometro, e da un gruppo di guide locali e mule che trasportavano gli strumenti. Quando fu raggiunto il limite delle nevi, attorno a 4000 metri di altitudine, le mule dovettero fermarsi e si proseguì a piedi. La scalata incominciò a farsi impegnativa, su rocce scivolose in mezzo ad alte pareti di basalto; quando si alzò la nebbia, intorno a 4700 metri, le guide si rifiutarono di proseguire. Ora erano rimasti in quattro: Humboldt, Bonpland, Montúfar e José. Procedevano su una cengia larga non più di 25 cm, con la neve da una parte e l'abisso dall'altra; ogni cento piedi di dislivello, misuravano la temperatura dell'aria e del suolo, la pressione atmosferica, l'umidità. Le mani, non protette da guanti, erano ferite dalle rocce e dentro gli stivali si facevano sentire i morsi delle pulci. In queste condizioni, salirono per circa un'ora. Poi arrivò, violentissimo, il mal di montagna: vertigini, vomito, difficoltà respiratorie, epistassi. In questa situazione drammatica, la nebbia si levò: davanti a loro, apparentemente vicinissima, si mostrò la cima della montagna ammantata di neve. Secondo i calcoli di Humboldt, mancavano circa 500 metri alla vetta. Ma conquistarla fu impossibile: a bloccare loro la strada, un crepaccio invalcabile. Il barometro misurò un'altitudine di 5917 metri (5878 secondo le misurazioni attuali): nessuno, neppure in mongolfiera, era salito così in altro, Per poco contemplarono il paesaggio desolato d'alta montagna, poi la nebbia li avvolse di nuovo. Non restava che tornare indietro. Mentre scendevano in tutta fretta, fermandosi solo di tanto in tanto a riempirsi le tasche di campioni geologici, prima incapparono in una grandinata, poi in una nevicata. Nel primo pomeriggio, esausti, ritrovarono le guide e le mule che li attendevano a limite delle nevi e li riportarono a valle. Probabilmente, furono fortunati. Se quel crepaccio non avesse sbarrato loro la strada, Humboldt si sarebbe ostinato a proseguire e forse lui e i suoi amici avrebbero perso la vita. Anche se non avevano conquistato la vetta (ci sarebbe riuscito, con ben altri mezzi, quasi ottant'anni dopo, l'alpinista britannico Edward Whymper nel 1880), l'ascensione al Chimborazo assunse i colori del mito e più di ogni altra avventura nell'America spagnola contribuì a rivestire Humboldt dell'aura eroica di impavido pioniere della scienza. Per il naturalista tedesco, quella scalata fu come un viaggio dai tropici al polo. Durante il viaggio di avvicinamento da Quito a Campas e poi su per la montagna, insieme ai suoi compagni raccolse campioni di vegetali e documentò i piani della vita vegetale alle diverse altitudini, dalle piante tropicali del piano basale ai licheni al limite delle nevi. Per lui, quel viaggio fu un'epifania che gli rivelò che la natura è Cosmos, un sistema in cui tutto - il clima, l'altitudine, le forme di vita - è interconnesso. Dopo il suo ritorno in Europa, avrebbe dato a questa intuizione una forma visibile nel suo celebre Tableau Physique, un diagramma che rappresenta una sezione del Chimborazo con una dettagliata annotazione della vegetazione alle diverse altitudini. Ma torniamo al viaggio. Lasciata Quinto, sulla via di Lima si immersero nell'alta Amazzonia, alla ricerca della sorgente del grande fiume. A Lima trascorsero due mesi, poi a Callao il 9 novembre 1802 osservarono il transito di Venere; cercarono inutilmente un imbarco per il Pacifico, infine si rassegnarono a imbarcarsi a Guayaquil alla volta del Messico. Durante il viaggio Humboldt misurò la velocità e la temperatura della corrente oceanica che ora porta il suo nome. Inoltre rettificò le carte e determinò la corretta longitudine della baia di Acapulco, dove sbarcarono il 15 febbraio 1803. Quindi visitarono Taxco, una città mineraria, Cuernavaca e Morelos, per raggiungere Città del Messico dove ottennero dal viceré un passaporto speciale che consentiva l'accesso ai registri della corona, alle miniere, alle proprietà terriere e alle antichità preispaniche. Per un anno, visitarono molte città dell'altopiano centrale, il distretto minerario settentrionale e la miniera d'argento di Guanajuato, all'epoca la più importante dei domini spagnoli. Ovunque Humboldt misurò le altitudini, rettificò le carte, raccolse esemplari e dati di ogni genere. Si interessava di tutto - economia, politica, società - e nutrì un profondo interesse per le civiltà preispaniche, raccogliendo anche immagini di manoscritti. Né poteva trascurare i vulcani, un'altra delle sue passioni; fece osservazioni sul Popovatépetl e l'Iztaccìhuatl e nel settembre 1803, insieme a Bonpland, al piantatore di origine basca Ramón Epelde e a due servitori locali, scalò il Jorullo, misurando l'altezza della montagna, la temperatura e la composizione dei gas emessi dal cratere. Lasciato il Messico alla fine del 1803, nei primi giorni del 1804 i viaggiatori (Montúfar era con loro) tornarono a Cuba dove si trattennero quasi cinque mesi, raccogliendo campioni di minerali, piante e animali. Invece di imbarcarsi subito per l'Europa, Humboldt optò per una breve puntata negli Stati Uniti; a tal fine scrisse al presidente Jefferson, che lo invitò senza esitazioni a fargli visita alla Casa Bianca. A Filadelfia incontrò molti degli studiosi americani di punta, tra cui il medico Caspar Wistar e il botanico per-una-botanica-americana-benjamin-smith-barton.htmlBenjamin Smith Barton. A Washington ebbe invece numerose vivaci discussioni con Jefferson, a cui lo univano gli interessi scientifici, ma da cui lo dividevano le idee sulla schiavitù (avversata da Humboldt e accetta da Jefferson, lui stesso proprietario di piantagioni lavorate da schiavi neri). Infine dopo sei settimane, Humboldt e si amici i suoi imbarcarono per l'Europa, sbarcando a Bordeaux il 3 agosto 1804. Dopo i viaggi, il tempo della scrittura Humboldt scoprì che la fama dei suoi viaggi l'aveva preceduto e che ora era uno degli uomini più celebri d'Europa, secondo solo allo stesso Napoleone. Che nel frattempo aveva fatto carriera. Il 2 dicembre 1804, insieme a Bonpland e Montúfar, assistette alla sua incoronazione. Quindi si stabilì a Parigi, dove visse fino al 1827, divenendo una delle figure più riconosciute del mondo scientifico. Dedicava le giornate allo studio e alla scrittura, le serate ai salotti, dove era sempre al centro dell'attenzione con i suoi discorsi allo stesso tempo inarrestabili e affascinanti. Napoleone lo guardava con sospetto e lo faceva sorvegliare dalla polizia. Parigi era la capitale europea della scienza e qui Humboldt trovava i giusti stimoli intellettuali, musei e collezioni, scienziati con cui confrontarsi, incisori, tipografi ed editori per pubblicare un enorme mole di libri. Rimase a Parigi anche dopo la caduta di Napoleone, ma queste pubblicazioni esaurirono quanto restava del suo patrimonio; anche se il re di Prussia lo nominò ciambellano (un incarico puramente onorifico) e gli concesse una pensione, alla fine fu giocoforza tornare a Berlino. Qui si dedicò soprattutto a studi sul magnetismo e tenne pubbliche letture, che furono il punto di partenza per la sua ultima grande opera, Kosmos (1845-62). Furono ancora le ristrettezze finanziarie a spingerlo ad accettare l'invito del governo russo, per incarico del quale tra il maggio e il novembre 1829 studiò la geologia e le risorse minerairie degli Urali, della Siberia occidentale e della regione attorno al mar Caspio, Muovendosi sempre in carrozza, in sei mesi percorse 19.000 km, senza poter approfondire nulla e senza muovere un passo senza imbattersi in uno dei soldati (o poliziotti) che lo proteggevano o lo sorvegliavano, Così quando lo zar rinnovò l'invito, rifiutò. Tra il 1830 e il 1848 gli furono affidate missioni diplomatiche, come quella che lo riportò a Parigi dopo l'ascesa di Luigi Filippo; vi sarebbe rimasto tre anni, Poi sarebbe ritornato a Berlino, dove sarebbe morto a 89 anni nel 1859. La sua opera è immensa e occupa una trentina di volumi. Impossibile darne conto qui, neppure per sommi capi. Scienziato di profonda cultura letteraria e umanistica, grande affabulatore, Humboldt seppe coniugare nei suoi libri il rigore dell’osservazione scientifica con il fascino del racconto, rendendo la conoscenza della natura accessibile e appassionante anche per i non specialisti. Le sue opere, dal Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent al monumentale Kosmos, descrivevano la natura come un organismo vivente, dove ogni elemento è connesso agli altri. Per Humboldt, per conoscere una pianta bisogna capire tutto ciò che la circonda. Onori e omaggi Reso popolare dai suoi libri e dalle sue avventure, Humboldt era uno degli uomini più celebri del suo tempo. Le accademie e le società scientifiche - dalla Royal Society all'Institut de France - facevano a gara per averlo tra i loro membri. Come abbiamo visto, il re di Prussia lo nominò ciambellano e, dopo l'indipendenza, il presidente del Messico gli conferì la cittadinanza e il titolo onorario di benemérito de la nación. Oltre che dal re di Prussia, ricevette onorificenze dagli Stati Uniti, dalla Baviera, dal Messico e persino l'ordine di san Maurizio e Lazzaro dal re di Sardegna. Non si contano i luoghi, le vie, le piazze che portano il suo nome, nonché le statue e i monumenti che lo ritraggono. L'università di Berlino, fondata nel 1809 tra gli altri da suo fratello Wilhelm - eminente filosofo, linguista, pedagogista - è dedicata ad entrambi i fratelli, unendò così nel suo nome le scienze umane e naturali, ma porta il nome di Alexander anche un'università in Venezuela e una in Colombia, L'influenza di Humboldt sugli intellettuali delle generazioni successive alla sua fu enorme. Quando viveva a Parigi, ispirò e incoraggiò gli studi del brillante giovane scienziato peruviano Mariano Eduardo de Rivero y Ustariz, e aiutò anche finanziariamente il biologo e geologo Louis Agassiz, al quale le unì una lunga amicizia. Trassero ispirazione dal suo pensiero Henry David Thoreau per Walden e William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge per i loro poemi; i fratelli Schomburgk decisero di diventare esploratori e geografi per ripercorrere le sue tracce; anche per il giovane Darwin era un eroe e un modello scientifico di imitare: durante il viaggio del Beagle leggeva e rileggeva i suoi resoconti di viaggio, tanto da riprodurne anche lo stile. L'idee humboldtiane di una natura interconnessa e dello stretto legame tra ambiente e distribuzione delle specie fornirono le basi della sua teoria evolutiva. Per quanto riguarda la botanica, prima di lui i botanici erano soprattutto concentrati sulla identificazione, la descrizione e la classificazione delle specie; Humboldt legò la botanica alla geografia, studiando come le piante si distribuiscono sul territorio in base all'altitudine, alla temperatura e al clima. Il suo Tableau Physique fu il primo modello delle future mappe vegetazionali. Per il suo Essai sur la géographie des plantes è considerato il fondatore della fitogeografia, influenzando direttamente de Candolle, che lo frequentò negli anni parigini e la scuola biogeografica tedesca, che culminò con Adolf Engler e Die Vegetation der Erde. Humboldt affidò la catalogazione e la pubblicazione delle immense raccolte botaniche a Karl Sigismund Kunth, un altro dei giovani studiosi che incoraggiò ed aiutò. In dieci anni di lavoro, tra il 1815 e il 1827 questi pubblicò Nova genera et species plantarum quas in peregrinatione ad plagam aequinoctialem orbis novi collegerunt Bonpland et Humboldt, una pietra miliare dello studio della flora del continente americano. Humboldt inoltre inviò molti esemplari a Willdenow e all'orto botanico di Berlino e diversi furono pubblicati da lui o da botanici berlinesi come von Chamisso, con il quale condivideva lo spirito romantico, i viaggi avventuorosi e il talento letterario. Sono decine e decine le specie con eponimo humboldtii e humboldianus, dalla quercia delle Ande Quercus humboldtii al tropicale Caladium humboldtii, dal colombiano Solanum humboldtianum alla messicana Karwinskia humboldtiana. Stranamente il genere che celebra il grande scienziato berlinese arrivò molto prima che intraprendesse il suo viaggio, quando aveva all'attivo solo lo studio sulla flora mineraria di Freiberg. Nel 1794, quasi contemporanemente, Ruiz e Pavon pubblicarono Humboldtia (Orchidaceae) e Martin Vahl Humboldtia (Fabceae). Ad essere considerato valido (nomen conservandum) è quest'ultimo. Comprende otto specie di arbusti e alberi diffusi nell'India meridionale, diverse delle quali endemiche dei Ghati occidentali, dove vivono nelle foreste sia di pianura sia montane; una specie, H. laurifolia, raggiunge anche Sri Lanka. Sono caratterizzate da foglie composte con coppie di foglioline e fiori da bianchi a rosa raccolti in brevi racemi; in H. bourdillonii e H. ponmudiana crescono direttamente sul tronco. Alcune specie, in particolare H. brunonis, presentano fusti con cavità agli internodi, che ospitano colonie di formiche in una relazione mutualistica: la pianta offre rifugio e cibo, con il proprio nettare, mentre le formiche forniscono nitrogeni e forse anche protezione dagli erbivori. La corteccia di diverse specie ha usi medicinali. A un mese dalla fondazione, l'Accademia francese delle scienze vara il grandioso progetto di una storia universale delle piante, in cui le proprietà officinali siano messe alla prova della chimica. Alla scienza del tempo però mancano gli strumenti per realizzare un progetto del genere; e fallimentare è anche la scelta di rinunciare a priori a ogni sistema di classificazione. Le ambizioni si scontrano con la realtà e dopo dieci verrà pubblicata la descrizione di appena 40 piante. Dovrebbe essere un saggio dimostrativo dell'opera futura, invece non verrà pubblicato neient'altro. A mettere fine a quel progetto, allo stesso tempo velleitario e anacronistico, sarà la pubblicazione dell'epocale Elemens de botanique di Pitton de Tournefort. Tra le persone coinvolte, c'è ancora una coppia di botanici padre e figlio: Nicolas e Jean Marchant. Il loro compito, come membri dell'accademia e responsabili della coltivazione, era procurare e coltivare in una sorta di giardino sperimentale piante inedite da studiare, descrivere e illustrare dal vero. Ricavato all'interno stesso del Jardin du roi, fu visto come un corpo estraneo da Fagon fino ad essere spazzato via quando venne meno la protezione di Colbert e lo stesso Fagon divenne intendente. La vittima finale fu Marchant figlio, che non vide mai pubblicati i suoi lavori se non molto parzialmente. Eppure non era né un incompetente né un conservatore, come dimostra anche il fatto che fu il primo a scoprire che un organismo che tutti credevano un lichene era in realtà una pianta. In onore di suo padre la chiamò Marchantia; era la prima epatica riconosciuta e ancora oggi dà il nome all'intera divisione delle epatiche (Marchantiophyta). Un progetto ambizioso e irrealizzabile Scrivendo intorno al 1674, John Ray lamentò che lo studio delle piante richiedesse la consultazione di una moltitudine di testi perché una storia generale delle piante ancora mancava. L'ultima opera in tal senso era stata il Pinax teatri botanici di Caspar Bauhin, ma dalla sua pubblicazione (1596) gli arrivi e le scoperte di nuove piante si erano moltiplicati vertiginosamente. In Inghilterra a colmare la lacuna pensarano da una parte Robert Morison, con la sua Historia Plantarum Universalis Oxoniensis, di cui però riuscì a completare solo un volume (1680), e lui stesso, con la sua Historia Plantarum, pubblicata a partire dal 1686. Dall'altra parte della Manica, un progetto analogo nelle intenzioni, ma del tutto diverso nella concezione e negli esiti, prese forma nello stesso torno di tempo per iniziativa della neonata Académie royale des sciences. Era un'istituzione recentissima, creata per impulso del ministro Colbert, la cui seduta inaugurale si tenne il 22 dicembre 1666. Circa un mese dopo, il medico Claude Perrault (1613-1688) - forse più noto come architetto: gli si deve tra l'altro il colonnato del Louvre - presentò un progetto che si rifaceva a un analogo programma esposto qualche mese prima da Christian Huygens all'Accademia delle scienze olandesi: pubblicare una storia naturale basata sul metodo induttivo baconiano, ovvero sull'osservazione e la raccolta dei dati, guidate dalla ragione. Tuttavia, al contrario di Huygens , egli non propose una storia naturale onnicomprensiva, ma una coppia di opere dedicate rispettivamente ai regni animale e vegetale. La futura Histore des Plantes in prospettiva avrebbe dovuto comprendere tutte le piante note, ma per iniziare Perrault proponeva di concentrarsi sulle specie già edite; la novità sarebbe piuttosto venuta dal metodo, che avrebbe affiancato a descrizioni precise ed accurate analisi chimiche e lo studio delle funzioni fisiologiche. D'altra parte (a differenza di Ray e Morison) si rinunciava in partenza a ogni classificazione: proprio come nel Pinax, che per Perrault era ancora il modello insuperato. le piante sarebbero state elencate in ordine alfabetico. Mentre lo stesso Perrault si dedicava all'opera gemella sugli animali (tra il 1671 e il 1676 sarebbe stato uno dei principali autori di Mémoires pour servir à l'histoire naturelle des animaux, con contributi importantissimi sull'udito, la vista e il volo degli uccelli), la direzione dell'Histore des Plantes fu assunta dal chimico Samuel Cottereau du Clos (detto Duclos); nell'edificio che ospitava l'Accademia fu aperto un laboratorio di chimica e Duclos si diede con un certo vigore a distillazioni e analisi. Di fatto, la chimica vegetale era ancora agli esordi e queste ricerche non approdarono a nulla, anzi finirono per rallentare l'opera. Un motivo di contrasto se non aperto, almeno sotterraneo, fu la decisione di Duclos di concentrarsi sulla flora francese, suscitando i malumori dei botanici il cui interesse principale andava alle specie esotiche. A mettere d'accordo tutti era esigenza di illustrare ogni pianta con incisioni della massima precisione e realismo, secondo il modello dei vélins realizzati da Nicolas Robert per il duca d'Orléans a Blois e trasferiti a Parigi alla Biblioteca reale dopo la morte di questi nel 1660. Insieme ai vélins e al loro autore nominato"peintre ordinaire de Sa Majesté", a Parigi era arrivato anche il medico e botanico Nicolas Marchant (+ 1678). Laureato in medicina a Padova, era entrato al servizio del duca d'Orléans come farmacista, collaborando con i tre botanici che si succedettero alla direzione del suo orto botanico: Abel Brunyer, Robert Morison e Jean Laugier. Forse nel 1656 accompagnò Morison in un'escursione botanica a La Rochelle. Sappiamo che già all'epoca aveva intrapreso la revisione del Pinax. Certamente entrò al servizio del re, ma ci è ignoto con quale ruolo; è probabile che sia stato coinvolto nel progetto dell'Histore des Plantes fin dall'inizio, visto che fu immediatamente ammesso all'Accademia, di cui fu il solo botanico fino al 1673, quando fu affiancato da Denis Dodart. Si era comunque solo ai preliminari. Mentre Duclos si concentrava sulle analisi chimiche e il fisico Mariotte studiava la circolazione della linfa, secondo la testimonianza purtroppo scritta molti anni dopo dell'Histore de l'Academie Royale des Sciences (1733), Marchant "ogni giorno portava una delle descrizioni che aveva fatto, che l'Accademia paragonava con la pianta stessa". Sempre secondo la stessa fonte, nel 1670 "si lavorò molto alla storia delle piante; vennero fatti fare disegni esatti e si cominciò a seminare semi di piante straniere e a coltivarli. M. Marchant li descrisse [...] Quell'anno ne furono descritte 26". Lo stesso anno Duclos lesse una memoria "sul modo di analizzare le piante" e il laboratorio di chimica fu affidato a Claude Bourdelin che quell'anno esaminò 42 piante. Si trattava di ben poca cosa rispetto all'immensità del mondo vegetale. Un nuovo impulso fu dato nel 1673 dall'arrivo di Dodart - il teorico - con il quale si precisò anche il ruolo di Marchant - il pratico, o se preferite, la mente e il braccio. Il compito di Dodart sarebbe stato quello di esaminare tutto ciò che Antichi e moderni avevano scritto sul soggetto, per arrivare a una corretta identificazione delle piante vive; a Marchant spettava sia coltivarle sia descriverle. Perrault chiese venisse istituito un apposito "giardino accademico"; nel 1674, all'interno del Jardin royal des plantes médicinales venne riservato uno spazio alla coltivazione di piante per l'Accademia, noto come Petit jardin, affidato alla direzione di Marchant come “concierge et directeur de la culture des plantes du Jardin Royal". Inevitabili furono le tensioni con il personale del Jardin, ed in particolare con il sottodimostratore, ovvero il professore di botanica, al quale, fino a quel momento, era affidata la direzione delle coltivazioni. Dal 1671, il sottodimostratore era Guy-Crescent Fagon, non certo una persona conciliante e remissiva. Infatti, nei manoscritti di Marchant conservati presa la biblioteca nazionale, Yves Laissus ha trovato una lettera di Nicolas Marchant a Colbert, non datata ma presumbilmente risalente alla seconda metà degli anni '70, in cui lamenta "la conduitte de M. Fagon", accusato di una serie di sgarbi, ma soprattutto di intrigare alle sue spalle. Finalmente, nel 1676 vide la luce Mémoires pour servir à l'histoire des plantes, che avrebbe dovuto essere il preludio all'enciclopedica Histore des Plantes, ed invece sarebbe rimasto senza seguito. L'opera è divisa in due parti: un'ampia prefazione, intitolata Projet de l'Histoire des plantes, scritta da Dodart (la esaminerò nel post dedicato a quest'ultimo) e Descriptions de quelques plantes nouvelles, con le descrizioni di 40 piante rare o comunque mai descritte in precedenza, nella maggior parte dei casi provenienti dall'America, scritte da Marchant. Di lunghezza assai variabile, da qualche riga a una pagina, esse per lo più si concentrano sugli elementi distintivi, dalla radice ai fiori, aggiungendo l'eventuale odore, il gusto, il periodo di fioritura e qualche indicazione di coltivazione; in contraddizione con la premessa teorica, l'analisi chimica non è mai presente e anche le descrizioni stesse non corrispondono agli alti standard esposti da Dodart nella prefazione: "E' desiderabile che ogni pianta sia descritta in modo tale che sia impossibile confonderla con quelle che sono già state scoperte, e, anche, se osiamo dirlo, con nessuna di quelle che potranno essere descritte". Talvolta è indicato chi procurò la pianta; ad esempio di Trifolium echinatum capite (Trefle teste herissée) leggiamo: "M. Magnol, dottore in medicina, assai curioso e sapiente nella conoscenza delle piante, ce l'ha inviata da Montpellier". La descrizione di ciascuna specie è preceduta da un'incisione a piena pagina di ammirevole precisione e finezza, disegnata e incisa ad acquaforte da Nicolas Robert. Nei dieci anni successivi, il progetto va avanti e si precisa una specie di lenta routine. Robert e altri, tra cui Louis de Châtillon che ne prosegue l'opera dopo la sua morte nel 1685, disegnano e incidono 319 tavole, con una spesa che dovette essere indubbiamente notevole, poiché il disegno di ogni tavola è pagato 22 livres e l'incisione tra 85 e 97 livres, Bourdelin, fino alla morte nel 1699, fa numerose analisi, senza tuttavia raggiungere alcun risultato concreto. Nel Petit Jardin Nicolas Marchant coltiva piante rare, le descrive e passa gli esemplari ai pittori e a Bourdelin. Nel 1676 muore, ma il suo lavoro viene continuato dal figlio Jean (1650-1738) che nel solo 1680 fa venire "da paesi stranieri" i semi di ben 500 piante. Eppure né le sue descrizioni né le analisi di Bourdelin saranno mai pubblicate e l'opera finì per essere accantonata. Certamente contò non poco la morte di Colbert (1683); i suoi successori, prima Louvois poi Pontchartrain, dimostrarono un interesse quanto meno tiepido verso il progetto. Ma soprattutto Marchant perse il suo principale protettore proprio mentre il suo anniversario Fagon faceva carriera, divenendo prima medico della regina e dal 1693 archiatra e intendente del Jardin du roi. Contemporaneamente, proprio grazie al sostegno di Fagon, Pitton de Tournefort si affermava come nuova stella della botanica francese. Arrivato a Parigi nel 1683 come sotto dimostratore supplente di Fagon, presto divenne un caposcuola e un insegnante carismatico; nel 1691 fu ammesso all'Accademia delle scienze come terzo botanico accanto a Dodart e Jean Marchant. Secondo l'Histoire de l'Academie Royale des Sciences tra il 1691 e il 1693 collaborò con loro alle descrizioni per l'Histoire des plantes, ma di fatto si era ormai verificato un mutamento di paradigma scientifico. Contemporaneamente, per i suoi studenti stava scrivendo l'opera fondativa della botanica moderna, Elemens de botanique. L'era dei cataloghi sul modello del Pinax era tramontata, per lasciare il posto alla sistematica. Nel 1694, a sancire il passaggio, tre eventi simbolici: la pubblicazione di Elemens de botanique, la ristrutturazione delle aiuole del Jardin con le piante classificate secondo il sistema di Tournefort, la sopressione del posto di "concierge et directeur de la culture des plantes". L'Accademia prese atto del cambiamento di paradigma e abbandonò definitivamente l'Histoire des plantes. Mentre Dodart, uomo disinteressato dal carattere mite, accettò il fatto compiuto, Marchant non si rassegnò. Rimasto senza incarichi ufficiali, senza finanziamenti, né una pensione, privato del giardino sperimentale, continuò a descrivere nuove piante, forse in vista di un'opera propria che non riuscì a finire. L'Accademia pubblicò sporadicamente qualche sua memoria, in cui si rivela eccellente osservatore. Tra le più significative, Sur la Production de nouvelles especes de plantes, pubblicato nel 1719 in cui fu tra i primi a documentare, attraverso lo studio di Mercurialis annua, che le forme delle piante possono mutare, contraddicendo così l'idea allora dominante che le specie non cambiano nel tempo e conservano la forma data da Dio al momento della creazione. E' dunque considerato uno dei primi precursori dell'evoluzionismo. Un errore fecondo, ovvero la scoperta di Marchantia Le capacità di osservazione, ma anche l'indipendenza di pensiero di Jean Marchant sono confermate da un'altra memoria, pubblicata negli atti dell'Accademia nel 1713, Nouvelle Découverte des Fleurs et des Graines D'une Plante rangée par les Botanistes sous le genre du Lichen. Osservando con la lente di ingrandimento una pianta nota fin dai tempi antichi e classificata tra i licheni, osservò strutture riproduttive che prese per fiori e semi. Non lo erano; giusta invece la conclusione: non si trattava di un lichene, ma una pianta appartenente a un genere del tutto nuovo. Lo chiamò Marchantia in memoria di suo padre "il fu M. Marchant che per primo ebbe l'onore di occupare il posto di botanico in questa accademia, quando il re creò questa istituzione nel 1666". Ne approfittò anche per togliersi un sassolino dalle scarpe: per definire le caratteristiche dei licheni fece riferimento al "più moderno di questi autori"e alle sue Institutiones rei herbariae, ovvero a Tournefort; dopo aver dimostrato anche partendo da questa premessa che la specie in questione non è un lichene, concluse: "La scoperta di questo fenomeno [= la fioritura di Marchantia] è stata a lungo celata ai botanici, dal momento che lo stesso M. Tournefort, che ha definito il carattere generico di Lichen, non ne fa menzione". Ufficializzato da Linneo, Marchantia è uno dei generi più noti e tipici delle epatiche, tanto da dare il nome non solo a una famiglia (Marchantiaceae), ma alla divisione (Marchantiophyta) che comprende tutte le epatiche. Insomma, almeno da questo punto di vista, la mossa di Jean Marchant per sottrarre suo padre dall'oblio si è rivelata decidamente vincente. Marchantia comprende da venti a quaranta specie (il numero varia di molto da uno studioso all'altro), presenti in tutto il mondo, soprattutto in ambienti umidi. Sono caratterizzate da un tallo appiattito a forma quasi di nastro, differenzato in due strati: quello superiore, con epidermide ben definita e provvista di pori, che provvede alla fotosintesi; quello inferiore con funzione di riserva. Il tallo presenta piccole strutture a forma di coppa chiamate gemme, contenenti piccoli pezzi di tessuto utilizzati per la riproduzione asessuata. Può infatti riprodursi sia in modo asessuato, sia in modo sessuato, tramite strutture riproduttive dette anteridi (maschili) e archegonia (femminili). Non producono semi, ma spore. La specie studiata da Marchant è M. polymorpha, un'epatica a diffusione planetaria (tutti i continenti ad eccezione dell'Antartide), altamente variabile, con numerose sottospecie. Dioica, presenta strutture riproduttive maschili e femminili su piante separate; probabilmente a ingannare Marchant che li scambiò per fiori furono gli archegoniofori costituiti da uno stelo con raggi a forma di stella. Questa specie è spesso visibile anche nei nostri giardini dove può infestare vasi e strutture. E' anche una pianta pioniera, spesso la prima a crescere dopo un incendio. A causa della forma del tallo, che può ricordare vagamente quella del fegato, sulla base della dottrina delle segnature per secoli è stata ritenuta un rimedio per le malattie di questo organo; da questa credenza deriva il nome "epatica". Secondo Fontenelle, che come d'uso fu incaricato dall'Accademia delle scienze di scriverne l'elogio funebre, la vita del dottor Morin era regolata in modo rigidissimo, "con un ordine quasi altrettanto uniforme e preciso dei movimenti dei corpi celesti". Ogni sera, andava a letto alle sette, per alzarsi alle due. Dedicava poi tre ore alla preghiera, spesso assisteva a una messa a Notre Dame, quindi trascorreva la mattinata in ospedale. Alle undici era ora di mangiare (una cosa di poco momento, visto che si nutriva di pane e acqua); se faceva bello, andava al Jardin des Plantes, dove rimaneva fino alle due. C'erano poi le visite ai poveri, quindi si richiudeva nella sua camera a studiare. Se qualcuno veniva a trovarlo, pazienza: "Quelli che vengono a trovarmi mi fanno onore, ma quelli che non vengono mi fanno piacere". Fu questa vita così regolare, così scandita con precisione dall'orologio a fare di Louis Morin un precursore della meteorologia: infatti per cinquant'anno annotò prima su un grosso registro, poi, quando divenne troppo pesante per le sue scarse forze di vecchio, su fogli volanti, la temperatura rilevata tre volte al giorno a ore fisse, le variazioni di pressione e umidita, lo stato del cielo e tutti i fenomeni atmosferici. Un materiale preziosissimo che fa la gioia di storici del clima e non solo. Non ha scritto nulla di botanica, che pure amava con passione, ma si è guadagnato la stima e la riconoscenza di Tournefort, che gli dedicò lo spinoso ma bellissimo genere Morina. Il registro del clima del dottor Morin Nel 1700, prima di partire per il suo viaggio in Oriente, Joseph Pitton de Tournefort cercò un supplente che lo sostituisse nelle dimostrazioni al Jardin des Plantes. Invece di rivolgersi a uno dei giovani assistenti del giardino, come Sébastien Vaillant, pensò a un medico già anziano, ma di grande esperienza e reputazione, Louis Morin (1635-1715), detto di Saint-Victor. Morin era nato a Le Mans e, secondo un cliché ricorrente nelle biografie dei botanici, si innamorò delle piante fin da ragazzino; il suo primo maestro fu un contadino che riforniva di "semplici" le farmacie della città. Si dice che gli pagasse le "lezioni" passandogli una parte del suo cibo; in tal modo, iniziò quell'abitudine alla sobrietà da cui mai si sarebbe discostato. Venuto a Parigi per studiare medicina, si nutriva solo di pane e acqua per dedicarsi interamente allo studio. Nel 1662 si laureò e incomincò ad avere fama di medico eccellente; entrò così all'Hôtel-Dieu; continuava a vivere da asceta, concedendosi talvolta qualche frutto, e, di nascosto, metteva i suoi guadagni nella cassetta delle elemosine. Per la sua grande reputazione, fu scelto come medico personale dalla duchessa di Guisa; mentre in precedenza si muoveva solo a piedi, ciò lo costrinse a prendere una carrozza. Ma nel 1688, quando la dama morì, se ne sbarazzò, e si ritirò a vivere nell'abbazia di San Victor, senza neppure un domestico, nonostante Mlle de Guise gli avesse lasciato una pensione di 2000 livres. Da quel momento, curò solamente i poveri. Gli anni e le infermità della vecchiaia lo costrinsero a integrare la dieta con un po' di riso e un'oncia di vino al giorno (circa 30 ml) attentamente misurata e assunta come una medicina. Della sua abilità come medico fa fede il medico reale Denis Dodart che scrisse: "Morin è indubbiamente il medico più abile di Parigi, e il meno ciarlatano". Non aveva però mai abbandonato l'interesse per la botanica; creò un notevole erbario e nel 1699 proprio come botanico fu ammesso come membro associato all'Accademia delle scienze; nel 1707 divenne membro effettivo, succedendo proprio a Dodart. Oltre a sostituire Tournefort durante la sua assenza, partecipò al catalogo del Jardin des Plantes dove, secondo la testimonianza di Fontenelle, se il tempo era bello si recava ogni giorno. Il suo contributo più importante riguarda la meteorologia. Per circa cinquant'anni, annotò su un apposito registro la temperatura, osservata tre volte al giorno (presumibilmente, tra le 5 e le 6 il mattino, tra le 14 e le 15 il pomeriggio e tra le 18 e le 19 la sera), le variazioni barometriche, l'umidità dell'aria, il vento, la nebbia, lo stato del cielo, la pioggia e altri fenomeni atmosferici. Alla fine degli anni '80 del Novecento questo diario meteorologico è stato riscoperto e attentamente studiato da Jean-Pierre Legrand et Maxime Le Goff; si tratta in effetti di un documento di estremo interesse tanto per i meteorologi quanto per gli storici. Morin si spense serenamente a 79 anni, "senza malattia, unicamente per mancanza di forze", sempre secondo Fontenelle. Grande erudito, dedicava il tempo libero dagli impegni professionali allo studio, e lasciò una notevole biblioteca, un medagliere e un erbario. Scrisse invece pochissimo; compilò un indice assai completo delle opere di Ippocrate in greco e in latino, rimasto però allo stato di manoscritto. Una pianta "orrida" ma bellissima Questo medico austero o santo laico entra nella tassonomia botanica grazie a Tournefort che al suo ritorno dall'Oriente espresse la sua riconoscenza al proprio "supplente" con la dedica di una pianta orientale. Le circostanze di questa dedica sono così raccontate nella relazione del viaggio. Tournefort e i suoi compagni si trovavano in una amena valle nei pressi di Erzurum dove c'erano numerosi mulini: "In uno di questi mulini avemmo il piacere di procedere alla nomina di uno dei più bei generi di piante del Levante, dandogli il nome di una persona molto stimabile per la sua scienza e la sua virtù. E' il signor Morin dell'Accademia reale delle Scienze, dottore in medicina della facoltà di Parigi, che per una singolare fortuna ha coltivato questa pianta da seme nel suo giardino all'abbazia di Saint Victor. Dico una singolare fortuna perché i semi non sono germinati né al Jardin Royal né in altri giardini dove li avevo fatti seminare. Sembra che [la pianta] si glori di portare il nome di M. Morin, che ha sempre amato e coltivato la botanica con passione". Grazie alla testimonianza di Tournefort, scopriamo così che a Saint Victor Morin aveva un giardino, dove fu il primo a coltivare Morina orientalis, ribattezzata M. persica da Linneo, che ufficializzò il genere istituito da Tournefort. In precedenza assegnato a una famiglia propria (Morinaceae), oggi fa parte delle Caprifoliaceae e comprende una quindicina di erbacee perenni distribuite nell'Eurasia, dai Carpazi all'Himalaya orientale e al Myanmar, attraverso il Vicino oriente, l'Asia centrale e la Cina, il principale centro di diversità con otto specie. Sono soprattutto specie montane, anche se crescono in una varietà di ambienti, tra cui affioramenti rocciosi, prati alpini, pendii aridi, margini di pinete, e persino aree umide di alta quota fino a 4800 metri. Ricche di costituenti chimici e aromatici, alcune specie trovano impiego nella medicina tradizionale cinese. Sono robuste erbacee perenni, talvolta munite di un breve caudice legnoso, Le foglie, unite in verticilli di 3-4, piuttosto varie da una specie all'altra, sono spesso spinose e profumate, I fiori sono riuniti in diversi giri successivi (verticillastri), protetti da bratte simili a foglie; avvolti da un involucello con denti spinosi, hanno lungo tubo calicina e corolla irregolare con due labbra e lembo diffuso. Il frutto è un achenio colonnare rugoso. Alcune specie, come le himalayane M. longifolia e M. nepalensis, sono talvolta coltivate in bordure assolate e giardini rocciosi, in particolare la seconda, una specie in miniatura di notevole bellezza. PS In alcuni siti si legge che il genere è dedicato al giardiniere parigino René Morin che nella prima metà del Seicento possedeva un notevole giardino con piante rare. Si tratta di un'informazione errata; la dedica di Tournefort è inequivocabile, e ad essa fa riferimento Linneo che in Hortus cliffortianus precisa: "Questa pianta, tanto terribile per le spine quanto bella e piacevole per i fiori, fu dedicata da Tournefort al dott. Morin suo supplente nell'orto botanico parigino nel periodo del suo viaggio". Potremmo anche pensare a un ritratto vegetale: le temibili spine di M. persica potrebbero alludere alla spigolosità del carattere del buon dottore, che a ogni compagnia preferiva se stesso, la bellezza dei fiori alla sua bontà caritatevole. Non c'è dubbio che Joseph Dalton Hooker, che sempre si firmò modestamente Hook.f., sia stato un botanico ancora più grande del padre, uno dei maggiori e più influenti dell'Ottocento. In gioventù visitò luoghi che nessun botanico aveva toccato primo di lui: le isole e i gelidi mari australi, i monti del Sikkim e dell'Assam. Rischiò di morire in un naufragio e per le sue amate piante affrontò la prigionia. Raccoglitore instancabile, arricchì i giardini e l'erbario di Kew, dove ora regnava suo padre, con migliaia e migliaia di esemplari (e anche i nostri giardini con piante meravigliose, primi tra tutti gli amati rododendri). Amico e confidente di Darwin, si batté per l'affermazione scientifica dell'evoluzionismo. Come direttore di Kew, non dovette affrontare né le tempeste e i ghiacci dell'Antartide, né i sospetti di un raja, ma l'invidia e la malvagità di un piccolo politicante da strapazzo. Affrontò anche questa battaglia con calma e razionalità, com'era nel suo carattere e nel suo stile. Lo ricordano due piccoli generi, ciascuno originario dei due mondi di cui fu esloratore: le isole dei mari meridionali e l'India. Un'avventura tra i ghiacci Il 7 luglio 1860, sette mesi dopo la pubblicazione dell'Origine delle specie di Darwin, nel Museo dell'Università di Oxford va in scena il celebre "Oxford evolution debate". Solitamente, come partecipanti più incisivi sono ricordati, da una parte, contro Darwin il vescovo Samuel Wilberforce, dall'altra, a suo favore, Thomas Henry Huxley; tuttavia l'intervento forse più convincente fu quello di Joseph Dalton Hooker, che concluse la serata. Ai suoi argomenti, Wilberfoce non trovò nulla da contrapporre: "Sam rimase zitto, non ebbe una parola da dire in risposta e la riunione fu immediatamente sciolta". Al momento del dibattito Joseph Dalton Hooker (1817-1911), figlio del direttore di Kew sir William Jackson Hooker ed egli stesso vicedirettore, era già un botanico stimatissimo, protagonista di due avventurose spezioni e autore tra l'altro di opere come Flora Anctartica, The Rhododendrons of Sikkim–Himalaya, Flora indica e Handbook of the British Flora. Nel 1865, alla morte del padre, gli sarebbe succeduto, confermandosi come figura leader della botanica non solo britannica. William Jackson Hooker e la moglie Maria Sarah Turner avevano avuto due figli, William Dawson e appunto Joseph Dalton, e tre figlie. Il maggiore era un botanico promettente; si laureò in medicina e ad appena 21 anni pubblicò il resoconto di un viaggio in Norvegia. Non godeva però di buona salute e, nella speranza di un miglioramento, si trasferì in Giamaica dove morì ventiquattrenne nel 1840. A seguire le orme del padre fu dunque il secondogenito Joseph. Si dice che abbia sviluppato un precoce interesse per la botanica, seguendo le lezioni paterne fino dall'età di sette anni. Dal padre, apprese anche l'arte del disegno, che gli sarebbe stata molto utile nei suoi viaggi. Studiò alla Glasgow High School, quindi all'università di Glasgow, laureandosi in medicina nel 1839. Fresco di laurea, entrò nel servizo medico navale e prese parte parte alla spedizione Ross in Antartico come assistente chirurgo della nave Erebus. Protrattasi per quasi quattro anni (1839-43), la spedizione, promossa dalla British Association for the Advancement of Science (BA) aveva lo scopo di esplorare i mari antartici per individuare il polo magnetico meridionale. Sotto la guida dal capitano James Clark Ross, un marinaio di grande esperienza che aveva preso parte all'individuazione del polo magnetico settentrionale e aveva percorso otto volte i mari antartici, comprendeva due navi dallo scafo irrobustito per affrontare i ghiacci, Erebus, comandata dallo stesso Ross, e Terror, comandata dal secondo Francis Crozier. Nelle stive, equipaggiamenti all'avanguardia, abiti pesanti, un piccolo gregge di pecore e viveri per tre anni, compresi barili di crauti e zuppe di verdura per prevenire lo scorbuto. Con i suoi 23 anni, Hooker era il più giovane dei 129 uomini dell'equipaggio. Il suo compito, come assistente del primo chirurgo Robert McCormick, era raccogliere esemplari zoologici e geologici; il suo "capo" era un veterano, avendo già visitato i mari meridionali come chirurgo del secondo viaggio del Beagle, quello al quale avena partecipato come "gentiluomo viaggiatore" Charles Darwin; e nella nutrita biblioteca che Hooker portò con sé c'era anche il resoconto darwiniano di quel viaggio. Le navi partirono il 30 settembre 1839 e nella loro rotta verso i mari del sud toccarono diverse isole: Madera, Tenerife, Santiago e Santa Maria nell'arcipelago di Capo Verde, l'isolotto di São Paulo e Trindade al largo del Brasile, Sant'Elena; ovunque Hooker fece raccolte di piante, incominciando ad elaborare la sua teoria sulla flora insulare. Durante la navigazione, invece, raccolse esemplari di alghe e animali marini servendosi di due reti. Le navi quindi doppiarono il Capo di Buona Speranza, entrando nell'Oceano meridionale. Sostarono brevemente nell'Île de la Possession nell'arcipelago Crozet, quindi raggiunsero le Kerguelen, dove si fermarono alcuni giorni, permettendo a Hooker di esplorare a fondo la flora: il suo bottino fu di 18 angiosperme, 35 muschi ed epatiche, 25 licheni e 51 alghe. La tappa successiva fu Hobart in Tasmania, dove giunsero nell'agosto 1840. Seguirono cinque mesi di navigazione nei mari antartici per individuare il Polo magnetico meridionale. Il giorno di Natale avvistarono il primo iceberg e il capodanno del 1841 superarono il Circolo polare antartico. Tre giorni dopo raggiunsero il limite della banchisa e, speronando il bordo del ghiaccio, riuscirono ad aprirsi un varco e a proseguire una difficile navigazione tra il mare aperto e banchi di ghiaccio. Finalmente, dopo una settimana, raggiunsero una vasta laguna: era il mare di Ross, come sarebbe stato chiamato in onore del comandante. A sud, finalmente, avvistarono terra. Dopo averne seguito la costa per due settimane, il 27 gennaio assistettero all'eruzione di un altissimo vulcano, battezzato Erebus in onore della nave ammiraglia, mentre un secondo vulcano fu battezzato Terror. Qualche giorno dopo, la scoperta di una barriera di ghiaccio invalicabile mise fine a questa parte del viaggio. Del resto, dopo cinque mesi di navigazione in mari così difficili, era ora di raddobbare le navi. Si tornò quindi per il raddobbo a Hobart. Poi fu la volta di Sydney e della Baia delle Isole (Bay of Islands) in Nuova Zelanda, eslorata tra agosto e novembre 1841. Era di nuovo estate (le stagioni nell'emisfero sud sono invertite) ed era ora di affrontare una seconda volta i ghiacci antartici. Ebbero però meno fortuna; nel gennaio 1842 nel mare in burrasca entrambe le navi persero i timoni e l'Erebus fu spogliato del rivestimento di rame. Solo dopo molti giorni poterono liberarsi dalla morsa dei ghiacci e invertire la navigazione. Avevano raggiunto il punto più a sud mai toccato in navigazione (78° 11'); sarebbe rimasto insuperato per sessant'anni. Il 13 marzo un incidente rischiò di mettere fine in modo tragico alla spedizione. L'Erebus entrò in collisione con la Terror, spezzandone il bompresso. Le due navi andarono alla deriva verso due iceberg, separati tra loro da appena 18 metri. Prima la Terror, poi l'Erebus riuscirono a insinuarsi nello stretto passaggio. Navigando verso nord raggiunsero le Falkland, dove Hooker strinse amicizia con il governatore Moody, che gli mise a disposizione la sua eccellente biblioteca. Fu poi la volta della Terra del Fuoco e nuovamente delle Falkland. Nel dicembre 1872 iniziò la terza sortita antartica, che fu più breve e non si spinse così a sud come le precedenti. Dopo uno scalo nell'isola Cockburn, fu infatti esplorata la penisola antartica, l'estremità più settentrionale del continente. La grande avventura era giunta al termine: toccando il Capo, Sant'Elena e l'Ascension, le navi rientrarono in Inghilterra il 4 settembre 1843. Ross aveva confermato che l'Antartide era un continente, mappandone un tratto di costa, e fu premiato con il cavalierato. Quanto a Hooker, non si era certo annoiato in quei mari che i naturalisti che li avevano affrontati prima di lui avevano considerato privi di vita e di interesse. Oltre alle piante, raccolse una miriade di origanismi marini, dalle diatomee ai piccoli crostacei, Senza contare la fauna di dimensioni maggiori, come foche, leoni marini, pinguini e altri uccelli. In tutti gli scali, e specialmente in Tasmania, Nuova Zelanda e nelle Falkand, raccolse un vasto numero di esemplari. Ne diede contro nei sei volumi di The Botany of the Antarctic Voyage; i primi due, Flora Antartica, furono pubblicati tra il 1844 e il 1847; documentavano molte piante di nuova scoperta e divennero un testo di riferimento per la botanica dell'Antartide e dell'emisfero sud. La reputazione di Hooker come tassonomista e come esperto di queste flore gettò le basi dell'amicizia con Darwin; i due si erano già incontrati una volta prima del viaggio e, come abbiamo visto, Hooker aveva portato con sè Viaggio di un naturalista intorno al mondo; al suo ritorno dall'Antartide, Darwin gli chiese di aiutarlo a classificare le piante raccolte alle Galapagos e in Sud America. Hooker accettò e da quel momento divenne amico e confidente di Darwin, che incoraggiò e seguì nell'elaborazione dell'evoluzionismo con i suoi consigli assennati e tranquilli. Anni dopo Darwin avrebbe scritto di lui: "E' l'unica anima viva da cui abbia ricevuto costantemente simpatia". All'esplorazione della flora indiana e himalayana Mentre Joseph Dalton Hooker navigava i mari antartici, suo padre aveva fatto carriera. Nel 1841 era stato nominato direttore di Kew e aveva lasciato Glasgow e la cattedra di botanica. La sua nuova posizione e le connessioni con l'ammiragliato gli permisero di ottenere da quest'ultimo una sovvenzione di 1000 sterline per le tavole illustrate di Botany of the Antarctic Voyages e uno stipendio annuo di 200 sterline per Joseph. Non poté invece incidere sulla sua carriera accademica. Nel 1845 Joseph Dalton Hooker fece domanda per la cattedra di botanica all'università di Edimburgo. Tuttavia gli fu contrapposto e preferito in quanto botanico locale John Hutton Balfour. Venne così a liberarsi la cattedra all'università di Glasgow, alla quale Balfour era succeduto a Hooker padre, ma Joseph Dalton Hooker la rifiutò, accettando invece la posizione di botanico del Geological Survey of Great Britain, che gli avrebbe permesso di rafforzare le sue abilità di ricerca sul campo. Incominciò così a interessarsi di paleobotanica, per studiare le piante fossili contenute nei carboni dei giacimenti del Galles. Vi lavorò però per appena un anno, perché il suo vero obiettivo era tornare a viaggiare. Nel 1847 ricevette ufficialmente dal padre l'incarico di viaggiare in India e nell'Himalaya come raccoglitore di Kew. Il servizio geologico lo incaricò anche di studiare piante fossili in India e in Borneo. Lasciò l'Inghilterra nel novembre 1847. Era l'inizio di un viaggio di tre anni, molto più confortevole e meno pericoloso del precedente. Imbarcatosi sulla Sidon, raggiunse Suez per reimbarcarsi alla volta di Calcutta, dove giunse il 12 gennaio 1848. Pochi giorni dopo ne ripartiva per unirsi alla ricognizione geologica sotto la guida di David Hiram Williams; già il 3 marzo però lasciò i geologi per spostarsi in elefante a Mirzipur, e da qui in battello sul Gange fino Siliguri e poi a cavalo di un pony fino a Darjeeling, dove arrivò il 16 aprile e stabilì la propria base. Ospitato dal naturalista Brian Houghton Hodgson, incontrò il rappresentante della Compagnia delle Indie che negoziò con delegati del Rajah del Sikkim l'ammissione propria e di Hooker nel paese. Mentre le trattative si dilungavano, Hooker esplorò il Bengala con il residente locale Charles Barnes, quindi navigò lungo il Runjeet River fino alla confluenza con il Teesta River, esplorando il monte Tonglu al confine con il Nepal. Il 27 ottobre 1848, accompagnato da numerosi portatori, era in partenza per il Nepal; via Zongri esplorò il Kangchenjunga, qui passò nel Tibet da dove contava di entrare nel Sikkim. Nella primavera del 1849 il gruppo, che ora comprendeva anche Campbell, si mosse lungo la valle di Lachen, quindi il Kongra Lama Pass e il Lachoong Pass. Erano paesaggi magnifici, pieni di fiori, tra cui spiccavano i rododendri, e le raccolte compensavano gli attacchi delle sanguinsughe e l'incessante pioggia gelida. Mentre si dirigevano verso il passo Cho Lo Campbell e Hooker furono arrestati per ordine del primo ministro del Sikkim e portati a Tumlong, all'epoca capitale del paese. L'intenzione era probabilmente usarli come ostaggi nel braccio di ferro che contrapponeva il Sikkim alla Compagnia delle Indie per i diritti doganali sul Morang. Ne seguì una crisi diplomatica, che si ritorse pesantemente contro il paese himalayano. Immediatomente truppe della compagnia si ammassarono a Darjeeling, mentre la stampa britannica parlava di "barbarie" e di oscurantismo contro la scienza e il progresso, e invocava a gran voce la necessità di impartire una lezione "se necessario, con la forza". Di fronte alla minaccia di invasione, il rajah capitolò e dopo un mese e mezzo di detenzione Campbell e Hooker furono rilasciati. Ma la loro avventura aveva offerto ai britannici il migliore dei casus belli: seguì una spedizione punitiva e nel 1853 il distretto di Morang fu annesso all'India britannica, mentre il Sikkim perse l'indipendenza divenendo un protettorato. Ma torniamo a Hooker, forse inconsapevole cavallo di Troia di questa ordinaria storia di colonialismo. Tornato a Darjeeling, dedicò i primi mesi del 1850 a rivedere il diario, a sostituire gli esemplari persi durante la detenzione e a pianificare la prossima meta. Non aveva intenzione né di tornare in Sikkim né di spostarsi in Borneo, secondo gli accordi iniziali con il servizio geologico; optò invece per l'Assam, dove avrebbe esplorato le Khasi Hills, dove lo attendeva la più elusiva delle orchidee: l'azzurra Vanda coerulea. Accompagnato da Thomas Thomson, amico e compagno di studi all'università di Glasgow, lasciò Darjeeling il 1 maggio per raggiungere la Baia del Bengala e addentrarsi nell'interno a dorso d'elefante. Stabilì poi il suo quartier generale a Curra, dove rimase fino all'inizio di dicembre, al momento della partenza per Inghilterra. La spedizione fruttò la raccolta di circa 7000 specie, numerose delle quali ancora sconosciute alla scienza. Ad arricchirsene fuorno in primo luogo le collezioni di Kew, ma anche i giardini britannici. Insieme a Thomson, pubblicò Flora indica, una descrizione sistematica della flora dell'India britannica; anche se per mancanza di fondi poté pubblicarne solo il primo volume, il saggio introduttivo è considerato una pietra miliare sia della geografia della flora indiana sia più in generale della fitogeografia. Con la collaborazione di Fitch, che rivide e corresse i disegni di artisti locali, pubblicò poi Illustrations of Himalayan Plants (1855), una collezione di splendide tavole con le proprie descrizioni. Non meno importante il diario di viaggio (Himalayan Journals), pubblicato nel 1855 e dedicato a Darwin. Proprio i suoi viaggi lo avevano convinto della fondatezza delle idee dell'amico di cui, come abbiamo visto all'inizio, prese pubblicamente le difese non solo nel dibattito di Oxford, ma anche nelle sue opere. Nel 1859, nel saggio introduttivo a Flora Tasmaniae fu il primo scienziato a sostenere apertamente le teorie darwiniane. A partire dal 1864, fu uno dei nove membri del cosiddetto x-Club che, da gruppo di amici che si incontravano per cenare insieme, si trasformò in una potente lobby a sostegno dell'evoluzonismo e da una scienza liberata da ogni influenza teologica, Direttore a Kew, tra onori e scontri Ne era in effetti uno dei membri più noti ed influenti. Fin dal ritorno dall'Antartide e ancora più dopo il viaggio indiano, i risultati straordinari delle sue raccolte e le pubblicazioni ne avevano fatto una delle figure più eminenti della scienza britannica. Nel 1855 fu nominato vicedirettore di Kew; dieci anni dopo, sarebbe succeduto al padre come direttore, incarico che avrebbe mantenuto per vent'anni, fino al pensonamento. Nel 1847, appena trentenne, era stato ammesso alla Royal Society e dal 1873 al 1877 ne sarebbe stato il presidente. Nel 1869 fu nominato cavaliere dell'ordine del bagno e da quel momento, come suo padre, poté anteporre al suo nome il titolo onorifico Sir. Proprio come il padre, univa a una vigorosa attività ammnistrativa come direttore dell'orto botanico, di cui continuava ad accrescere le collezioni e il peso scientifico, una poderosa massa di pubblicazioni. Ci furono anche alcuni altri viaggi, più brevi e meno avventurosi di quelli giovanili. Nell'autunno del 1860 visitò la Siria e la Palestina insieme a Daniel Hanbury; in una serie di articoli che ne trasse Hooker riconobbe tre regioni fitogeografiche: Siria e Palestina occidentale; Siria e Palestina orientale; regioni montane della Siria centrale e superiore. Tra aprile e giugno 1871, con alcuni amici e un giardiniere di Kew, visitò il Marocco. Infine nel 1877 visitò gli Stati uniti su invito di Asa Gray, da tempo suo corrispondente. Lo scopo era, da una parte, stabilire la linea di demarcazione tra la flora artica dell'America e quella della Groenlandia, dall'altra indagare il problema scientifico della presenza nella flora dell'America orientale di connessioni con le flore dell'Asia orientale e del Giappone. Un esempio tipico è quello del glicine (genere Wisteria), con quattro specie, una cinese, due giapponesi e una degli Stati Uniti orientali. Hooker e Gray ipotizzarno un precedente collegamento terrestre e distruzioni di biodiversità causate dalle glaciazioni. Hooker visitò numerose città e istituzioni botaniche, si mosse in ferrovia ma fece anche lunghe escursioni a piedi e scalò la Sierra Blanca. Tra i luoghi visitati, Colorado Springs, Denver e Salt Lake City per un'escursione alla Wasatch Range, Reno, Carson City, Silver City e la Sierra Nevada, Yosemite e Calaveras Grove. Il viaggio si concluse a San Francisco e a ottobre Hooker tornò a Kew con un migliaio di exsiccata. Tra le opere principali, oltre a quelle già citate, il completamento delle Florae Anctarticae con i volumi dedicati alle flore della Nuova Zelanda (1853) e della Tasmania (1859); Flora of British India, pubblicato in sette volumi tra il 1872 e il 1897, che gli guadagnò la nomina a Knight Grand Commander dell'ordinde della Stella dell'India (di cui era già Knight Commander dal 1877); la momentale Genera plantarum in collaborazione con George Bentham; il completamento di The Handbook of the British flora, iniziato da Bentham. Ancora a 87 anni, nel 1904, pubblicò A sketch of the Vegetation of the Indian Empire. Continuò il progetto paterno di Icones plantarum e la cura del "Curtis's". Tuttavia nel 1877 ruppe con Fitch, che fino a quel momento aveva illustrato tutte le sue pubblicazioni. Dopo un breve interregno durante il quale le illustrazioni furono preparate da sua figlia Harriet, l'incarico di illustratrice ufficiale di Kew passò a Mathilda Smith. Non fu la sua sola amarezza con direttore di Kew. La crescita dell'erbario, di cui fu il massimo responsabile con le migliaia di esemplari raccolti in Antartide e in India, portò a una rivalità con l'erbario del British Museum e il suo direttore, Sir Richard Owen. A rendere ancora più tese le relazioni con quest'ultimo, fu l'adesione al darwinismo e al x-club. Si arrivò alla rottura quando nel 1868 Hooker propose che l'intera collezione di Banks fosse trasferita dal British Museum a Kew, accusando tra l'altro il museo di cattiva gestione. Owen trovò un sostenitore in parlamento nel deputato Acton Smee Ayrton, nominato da Gladstone primo segretario del dipartimento delle finanze e membro del Board of Works da cui Kew dipendeva per i finanziamenti. Nell'intento di ridurre le spese pubbliche, Ayrton propose di trasferire le costose attività scientifiche di Kew, considerato un puro doppione, e di trasformare il giardino in un semplice parco pubblico, Cercò inoltre di minare l'influenza di Hooker agendo alle sue spalle, interferendo con tutte le decisioni, tagliando i finanziamenti e sottraendogli tutte le nomine, Lo scopo ultimo era costringere Hooker alle dimissioni. Il disgusto per l'orribile personaggio quasi lo spinse in questa direzione, finché si decise a contattare il segretario privato di Gladstone, Algernon West. John Lubbock presentò ai comuni una dichiarazione firmata da Darwin, Huxley, Bentham e altri a sostegno del valore scientifico di Kew e altri documenti furono presentati alla Camera dei Lord. Lord Derby chiese di visionare tutta la corrispondenza. Dall'inchiesta emerse anche che Ayrton aveva commissionato a Owen un rapporto, mantenuto segreto e quindi mai mostrato a Hooker, in cui accusava lui e suo padre di aver gestito male le piante e che il loro approccio alla botanica non fosse altro che "associare barbari binomi a erbacce straniere". Hooker rispose alle accuse punto per punto e anche la sua replica si aggiunse al dossier. Se ne discusse in parlamento e sulla stampa, provocando l'indignazione dell'opinione pubblica, che si schierò sempre di più con Kew e Hooker. Anche il Tesoro lo sostenne e censurò il comportamento di Ayrton. Non si arrivò però a un voto parlamentare; la faccenda finì in una bolla di sapone nel 1874 quando Gladstone trasferì Ayrton nominandolo Giudice Avvocato Generale. Poi il suo governo cadde e Ayrton non fu rieletto in Parlamento. Kew era salvo; l'elezione di Hooker a presidente della Royal Society nel 1873, proprio nel bel mezzo di questa polemica, testimonia della stima che i suoi colleghi scienziati nutruvano per lui e il suo lavoro. Nel 1885 Hooker - aveva compiuto 68 anni - decise di andare in pensione e di lasciare la direzione dell'orto botanico; gli succedette William Turner Thiselton-Dyer, marito di sua figlia Harriett. Nessuno dei suoi figli seguì le sue orme e la dinastia botanica Hooker terminò con lui. Non cessò per altro di studiare, scrivere, pubblicare. Tra l'altro, curò la pubblicazione del diario di Banks del viaggio dell'Endevour, diversi volumi indipendenti di Imperial Gazetteer of India e completò una flora di Ceylon. Attivo, in buona salute fisica e mentale, si spense nel sonno a 94 anni, nel 1911, dopo una breve malattia. Omaggi botanici L'opera di Joseph Dalton Hooker (Hook.f.) è ancora più imponente di quella del padre. L'International Plant Names Index (IPNI) gli attribuisce la creazione di oltre 9000 taxa; secondo Plants of the World on line, quelli accettati sono quasi 4000. Centinaia sono le piante con gli eponimi hookeri, hookerianus; molti certo ricordano il padre, ma la maggioranza si riferiscoe a lui; sono le piante del suo viaggio antartico, come Sagina hookeri, Pleurophyllum hookeri, Raoulia hookeri, le specie indiane e himalayane come Magnolia hookeri, Pleione hookeriana, Ficus hookeriana, Dendrocalamus hookeri e tante e tante altre, comprese quelle che non raccolse di persona ma studiò e pubblicò nei suoi numerosissimi libri e articoli. Gli furono dedicati quattro generi, due dei quali accettati. Partiamo da quelli che non lo sono: nel 1895 Tieghem pubblicò Hookerella, sinonimo di Tristerix; nel 1891 Kuntze Hookerina, sinonimo di Heteranthera. Quasi cent'anni dopo, il botanico russo Alekseev gli rese omaggio con Hookerochloa (Poaceae); questo piccolissimo genere comprende due specie di graminacee perenni dell'Australia orientale, presenti soprattutto nelle boscaglie e nelle foreste subalpine e montane, H. hookeriana e H. eriopoda. La prima fu raccolta in Tasmania da Hooker e pubblicata da Mueller sulla base della sua descrizione come Festuca hookeri. Il secondo genere valido ha una storia travagliata. Nel 1851 il chirurgo e botanico della Compagnia delle Indie Wight pubblicò come Josephia due orchidee indiane; ma il nome non era valido, perché bloccato da un precedente omonimo, dedicato da Salisbury a sir Joseph Banks (anch'esso non valido, ma ciò non ha importanza per le regole della nomenclatura). Nel 1883 in Genera Plantarum Bentham e lo stesso Hooker tentarono di rimediare togliendo una i, ma anche il loro Josepha rimaneva inaccettabile. A rimediare fu Kuntze che nel 1883 ribattezzò il genere Sirhookera; comprende due specie di piccole orchidee, S. lanceolata e S. latifolia, native delle foreste sempreverdi dell'India meridionale e dello Sri Lanka. Sono epifite, la prima acaule, la seconda con uno stelo brevissimo. Hanno foglie da oblunghe a ellittiche e piccoli fiori bianchi o bianchi con tocchi viola solitari o raccolti in un lungo racemo composto. Per quasi mezzo secolo, succedendo l'uno all'altro, William Jackson Hooker (Hook.) e suo figlio Joseph Dalton Hooker (Hook. f.) ressero l'orto botanico di Kew, che sotto la loro direzione si consolidò ed espanse, divenendo di gran lunga il maggiore del mondo. Impegnati in mille iniziative e autori prolifici, entrambi furono tra i più eminenti e influenti botanici delle loro rispettive generazioni. Il padre in gioventù fu un promettente briologo, e proprio agli anni giovanili risale la dedica del genere che lo onora, Hookeria, che dà anche il nome a una famiglia di muschi (Hookeriaceae); più tardi è venuto ad aggiungersi la dedica indiretta di un secondo genere di muschi, Hookeriopsis. Ritratto di un botanico da cucciolo Nelle coppie di padre e figli botanici che abbiamo incontrato finora, per le diverse vicende della tassonomia solo uno dei membri (solitamente il padre) è celebrato da un genere valido. Non è così per gli Hooker, entrambi onorati da almeno un genere accettato. Cominciamo dunque con il padre: William Jackson Hooker (1785–1865). Egli nacque a Norwich in una famiglia legata al commercio tessile. Il padre, Joseph Hooker, dopo un primo impiego presso i Baring Brothers, si dedicò agli affari a Norwich; uomo colto e curioso, era un appassionato botanico dilettante, in particolare di piante succulente. La madre, Lydia Vincent, proveniva invece da una famiglia di tessitori e artisti, che gli trasmise sensibilità estetica e inclinazione per il disegno. William da ragazzo amava leggere libri di scienze naturali, disegnare e raccogliere insetti, insieme al fratello maggiore Joseph. Entrò così in contatto con il reverendo Kirby, fondatore dell'entomologia britannica, che nel 1805 gli dedicò Apion hookeri, poi ribattezzato Apion hookerorum in onore di entrambi i fratelli. Fu invece la scoperta di un raro muschio (attualmente chiamato Buxbaumia aphylla) a metterlo in contatto con James Edward Smith che gli consigliò di rivolgersi al briologo Dawson Turner. Si interessava anche di ornitologia e amava studare e disegnare gli uccelli dal vero. L’eredità di una proprietà terriera dal padrino William Jackson gli garantì una certa indipendenza economica, permettendogli di viaggiare e di dedicarsi ai suoi interessi scientifici. Nel 1806 fu ammesso alla Linnean Society e si recò a Londra, dove visitò numerosi naturalisti, tra cui Banks. Sul piano personale, la sua relazione più importante fu tuttavia quella con Dawson Turner. Pur essendo un banchiere di professione, Turner dedicava tutto il suo tempo libero alla raccolta sul campo ed era un esperto riconosciuto di alghe e muschi. Tra il 1806 e il 1809, Hooker fu spesso ospite a Yarmouth da Turner e produsse le illustrazioni per la sua opera in quattro volumi Historia Fucorum. Nel 1807, durante un'escursione botanica, fu morso da una vipera: quasi in fin di vita, fu trasportato a casa Turner, dove fu curato e si rimise lentamente. Dopo la convalescenza, viaggiò in Scozia con Turner e sua moglie Maria, una notevole pittrice. In società con Turner e Samuel Paget, fu anche coinvolto nella gestione di una birreria, ma con scarso successo: gli mancava totalmente il senso degli affari. Nel 1808 visitò nuovamente la Scozia con l'amico William Borrer; sul Ben Nevis scoprì la nuova specie di muschio Andreaea nivalis, oggetto di una delle sue prime pubblicazioni. Sulle sue raccolte di muschi nei pressi di Holt si basò lo stesso anno James Edward Smith per stabilire il nuovo genere Hookeria, in un articolo illustrato da disegni dello stesso Hooker. Ormai un botanico promettente e riconosciuto, il suo vero sogno era viaggiare in paesi lontani. Su suggerimento di Banks — che a sua volta aveva visitato l'isola — il suo primo viaggio all'estero lo portò in Islanda. Arrivò a Reykjavík nel giugno 1809, quasi in coincidenza con il tentativo di rivolta indipendentista promossa dall'avventuriero danese Jørgen Jørgensen. Durante il viaggio di ritorno, un gruppo di prigionieri danesi incendiò la nave su cui viaggiava, con il risultato che quasi tutte le sue raccolte andarono perdute. Grazie alla sua buona memoria e all'aiuto di Banks, che gli mise a disposizione le sue collezioni, poté però scrivere, a partire da ciò che era rimasto del suo diario, una relazione sull'isola, i suoi abitanti e la sua flora: A Journal of a Tour in Iceland (1809), pubblicato nel 1811. Tra il 1810 e il 1811, fece notevoli sacrifici finanziari, vendendo anche la proprietà ereditata, nella speranza di unirsi al nuovo governatore di Ceylon, sir Robert Brownrigg; la situazione politica, con la ripresa della guerra, fece fallire il progetto. Pensò allora di partire per Giava, ma fu dissuaso da amici e parenti. Ripiegò su un viaggio europeo: partì per Parigi in compagnia dei Turner, per poi proseguire da solo nella Francia meridionale, in Svizzera e in Lombardia. Dopo nove mesi tornò a casa e, nel 1815, si sposò con la figlia maggiore dei Turner, Maria. I muschi continuarono a essere il suo principale campo di interesse: nel 1816 pubblicò British Jungermanniae e, tra il 1818 e il 1820, Musci exotici. Professore a Glasgow A imprimere una svolta alla sua vita non fu un viaggio impossibile, ma la nomina a professore di botanica dell'Università di Glasgow, dove nel 1820, grazie al sostegno di Banks, fu chiamato a sostituire Robert Graham, trasferitosi a Edimburgo. Si trattava di un'istituzione recentissima: in precedenza non c’era un insegnamento della botanica separato dalla medicina. La cattedra era stata creata proprio per Graham nel 1818 e, in parte grazie a fondi della corona e dell’università, in parte con il sostegno di molti cittadini, nel 1817 era stato creato un piccolo orto botanico, aperto al pubblico nel 1819. Un giovane botanico come Hooker, attivo, entusiasta e già ben inserito negli ambienti scientifici in patria e all’estero (nel 1812 era stato ammesso alla Royal Society e nel 1815 all’Accademia delle scienze svedese), era la scelta ideale per far crescere questa realtà ancora in embrione. Eppure, quando nel febbraio 1820 seppe della nomina, Hooker si preparò ad assumere l’incarico non senza apprensione. Per lui era una vera sfida: non aveva mai insegnato e, botanico autodidatta, si riteneva impreparato su molti aspetti della disciplina. Preparò con cura la prolusione e, con l’aiuto del suocero, cultore di studi classici, la presentò in latino nel maggio 1820, senza sfigurare di fronte all’ambiente accademico, che lo accolse con cordialità. Egli si impose soprattutto con la qualità e la portata innovativa delle sue lezioni, che attirarono un numero crescente di studenti: dai 30 del primo anno ai 130 di dieci anni dopo. Nella biografia del padre, Joseph Dalton Hooker sottolinea le qualità che gli permisero di trasformarsi rapidamente da colto dilettante in autorevole docente: "Aveva risorse che gli permettevano di superare tutti gli ostacoli: familiarità con la sua materia, dedizione al suo studio, energia, eloquenza, una presenza autorevole, modi urbani e, soprattutto, l'arte di far amare allo studente la scienza che insegnava". Le lezioni iniziavano con alcuni approfondimenti sulla storia della botanica e sulle caratteristiche generali della vita vegetale. Successivamente erano strutturate in due parti: la prima mezz’ora dedicata alla teoria (organi e morfologia delle piante, sistematica), la seconda all’analisi di campioni portati dagli studenti, sia condotta dal professore sia da studenti volontari. Molto importanti erano i supporti visivi: Hooker illustrava le lezioni con disegni alla lavagna, mentre alle pareti erano appesi grandi disegni a colori, soprattutto di piante medicinali, e litografie degli organi delle piante, originariamente di sua mano. Particolarmente gradite erano le escursioni botaniche guidate dal professore. Ogni sessione estiva ne comprendeva generalmente tre: due sabati nei dintorni di Glasgow, e una terza di più giorni, che coinvolgeva una trentina di persone tra studenti e visitatori, muovendosi anche in zone impervie delle Highlands occidentali, come le Breadalbane. Largamente frutto delle ricerche sul campo fu la sua prima opera del periodo di Glasgow, Flora scotica, pensata come libro di testo per i suoi studenti, Pubblicata nel 1821, comprendeva una prima parte limitata alle Fanerogame classificate secondo il sistema linneano, e una seconda parte, più innovativa, con Fanerogame e crittogame disposte secondo il sistema naturale. Per quest’opera si avvalse della collaborazione di Lindley e Greville, trattando in tutto 1784 piante, 802 delle quali crittogame. Il lavoro di docente era relativamente leggero, sebbene mal pagato: il salario iniziale, poi leggermente aumentato, era di appena 114 sterline, e fu necessario integrarlo con ripetizioni a ragazzi benestanti. Le lezioni si tenevano unicamente d’estate (solo negli ultimi anni egli le estese volontariamente all’inverno), lasciandogli molto tempo per studiare e scrivere. Prendeva molto sul serio anche il suo compito di direttore dell’orto botanico, che con le sue collezioni era per lui una finestra sul mondo. Glasgow, città industriale e commerciale in espansione, permise a Hooker di far crescere rapidamente le collezioni: da circa 9.000 specie nel 1821, si passò a 12.000 nel 1825, con un incremento annuo di circa 300-500 specie. Quando lasciò l’incarico, il giardino ospitava 20.000 piante, tanto da rendere necessario il trasferimento in un sito più ampio. Hooker sfruttò le sue relazioni internazionali per inserire il giardino nella rete di scambi degli orti botanici: nel 1828 aveva rapporti con 12 giardini britannici e irlandesi, 21 europei e 5 tropicali, oltre a 300 giardini privati. Sponsorizzò anche spedizioni di raccolta, come quella organizzata nel 1830 insieme all’orto botanico di Edimburgo e sottoscrittori privati per inviare Thomas Drummond in Nord America. Si deve inoltre a lui la "scoperta" di David Douglas: arrivato a Glasgow come aiuto giardiniere quasi in coincidenza con la nomina di Hooker, divenne il suo assistente nelle spedizioni di raccolta e imparò a preparare gli esemplari, per poi essere raccomandato alla Horticultural Society. Sul piano intellettuale, il periodo di Glasgow fu il più produttivo della sua vita. Tra le numerose opere pubblicate in questi anni, vanno segnalate almeno la seconda edizione di Flora londinensis di Curtis (1817-1828), a cui contribuì anche con gran parte delle tavole; i resoconti delle piante raccolte durante i viaggi artici di Parry e Sabine (1823-1828); la prima edizione di British Flora (1830), che avrebbe raggiunto otto edizioni, l'ultima nel 1860. Ancora più incisive le opere sulla flora esotica, in primo luogo Flora boreali-americana (1829-1840), dedicata alla flora del nord America, per la quale si avvalse delle scoperte e degli invii di numerosi viaggiatori e corrispondenti, tra cui lo stesso Douglas e l'esploratore artico John Franklin; in due volumi in folio, con numerose illustrazioni di suo pugno, include 2500 specie, comprese numerose felci. The Botany of Captain Beechey's Voyage to the Bering Sea (1830-1841), scritto in collaborazione con Walker Arnott, va molto al di là del resoconto di viaggio, per descrivere oltre 2700 specie, notevoli anche per appartenere a molte flore diverse. Nel 1837 avviò la grande serie di Icones Plantarum, inizialmente dedicata all'illustrazione delle piante nuove e rare del suo erbario. Come direttore di un orto botanico in crescita, a cui affluiva un gran numero di specie rare o del tutto ignote, ne pubblicò molte in riviste a puntate, iniziando da "Exotic Flora", di cui curò tre volumi dal 1823 al 1827, con 232 tavole a colori, Nel 1827, tuttavia, subentrò a Sims come curatore del "Curtis's", che da quel momento divenne lo strumento principale per pubblicare le nuove specie, anche se collaborò in modo più o meno ampio con altre riviste e, come vedremo meglio più avanti, pubblicò anche serie di carattere meno divulgativo. Un altro capitolo, iniziato a Glasgow e proseguito per tutta la vita, fu lo studio delle felci, campo in cui sarebbe diventato il massimo esperto. Come ho accennato, ne trattò diverse in Flora boreali-americana; tra il 1828 e il 1831 pubblicò i due volumi di Icones Filicum, con 240 tavole di R. K. Greville; nel 1832, con lo stesso illustratore, seguì Enumeratio filicum, inteso come un'opera complessiva sulle specie nuove o poco note; il progetto fu però abbandonato, e ripreso in altra veste negli anni di Kew. Nel 1836, in riconoscimento dei suoi meriti botanici, Hooker fu nominato cavaliere dell'Ordine reale guelfo e da quel momento poté fregiarsi del titolo di sir. Tuttavia si sentiva sempre più deluso dalla tiepida considerazione delle autorità accademiche e dalla posizione periferica di Glasgow. Così nel 1841 la nomina a direttore dei Kew Gardens giunse estremamente gradita. Direttore di Kew Quando Hooker arrivò a Kew, i tempi d’oro erano lontani: il suo compito era far rivivere il giardino e renderlo degno di una grande nazione. Dopo la morte di Banks nel 1820, il glorioso orto botanico era stato trascurato. Non c’era nessun direttore, neppure ufficioso, come era stato Banks, e il sovrintendente, il capo giardiniere William Townsend Aiton, era impegnato soprattutto a creare e curare i giardini del Royal Pavilion di Brighton e di Buckingham Palace. Al contrario del padre, il nuovo sovrano Giorgio IV non amava Kew e lo abbandonò a se stesso, così come il successore Guglielmo IV. Alla morte di questi, nel 1837, il Parlamento nominò una commissione formata da John Lindley, Joseph Paxton e Joseph Wilson per valutare lo stato dei giardini e decidere se mantenerli o chiuderli definitivamente. La relazione evidenziava degrado e cattiva amministrazione, ma sosteneva che il giardino andasse rilanciato "nell’interesse della scienza". Il governo invece decise inizialmente di smantellare il giardino e di trasferirne le collezioni in vari giardini reali. A salvare Kew fu Lindley, che riuscì ad animare un vasto movimento di opinione a favore della sopravvivenza dei giardini. Così, nel 1840, con delibera del Tesoro, essi passaroni dal patrimonio della Corona all’Ufficio dei boschi e delle foreste come orto botanico nazionale, e nel 1841 William Jackson Hooker ne fu nominato primo direttore. Il compito era gravoso ma adatto alla sua personalità e al suo talento. Oltre che scienziato, Hooker era un perfetto uomo di mondo, dotato di fascino, tatto e savoir-faire. A Glasgow aveva coltivato una vasta rete di relazioni e acquisito esperienza gestionale, ora messa a frutto. Doveva trasformare un giardino reale trascurato in una vera istituzione scientifica e una risorsa per tutta la nazione. Una delle prime iniziative fu la creazione di un Museo di botanica economica, con l’obiettivo di mostrare applicazioni pratiche e potenziale economico della botanica, stimolando la ricerca di piante utili. Esponeva prodotti vegetali da tutto l’Impero britannico non rappresentati né dalle piante vive né dagli esemplari di erbario. C'era davvero di tutto; carta, vestiti, corde, cestini, giocattoli, medicinali, gomme, resine, oli, cibi e bevande, attrezzi, modelli, e così via. A Kew non c’era un erbario. Gli esemplari inviati dai raccoglitori erano custoditi nella collezione personale di Banks a Soho Square, poi passata al British Museum. Hooker portò con sé il suo vastissimo erbario personale, sistemandolo nella sua residenza privata e rendendolo disponibile ai ricercatori. Nel 1852, Hunter House, un edificio su Kew Green, fu ristrutturato per ospitare l’erbario di Hooker e quello di William Arnold Bromfield. Da quel momento ebbe inizio l’erbario ufficiale di Kew, che si arricchì grazie a donazioni e invii da tutto il mondo, incluso l’importante contributo dell’erbario di Bentham nel 1865. L'anno dopo anche le collezioni di Hooker diventarono ufficialmente di proprietà statale. Veniamo ora ai giardini. Durante la gestione di William Jackson Hooker la superficie dell'orto botanico passò da 11 a 75 acri, e l'arboreto e i giardini di piacere a 270 acri. Egli usò tutta la sua inflenza e le sue capacità diplomatiche per acquisire molti dei terreni reali circostanti, a cominciare da parti del Deer Park, aggiunte nel 1845. Le aiuole furono ristrutturate in modo più logico e scientificamente fondato. Le vecchie serre - erano una decina - vennero smantellate e sostituite da 25 serre di maggiore dimensione e concezione moderna. Tra di esse spicca la famosa Palm House, realizzata tra il 1844 e il 1848 da Richard Turner su progetto di Decimus Burton. Destinata alla coltivazione di palme e altre piante tropicali, era interamente realizzata in ferro e vetro e all'epoca era la più grande del mondo. Altrettanto grandiosa la serra temperata, costruita sempre da Burton e Turner a partire dal 1860, e completata solo nel 1897, molto dopo la morte di Hooker. Hooker sfruttò le sue relazioni internazionali e la diplomazia con governi e istituzioni per incoraggiare spedizioni botaniche che portarono a Kew piante da tutto il mondo. Prima del suo arrivo, il giardino non era aperto al pubblico. Nel 1841 introdusse un orario di apertura di cinque ore pomeridiane, dall’una alle sei, che consentì l’accesso libero a visitatori e studiosi. Il primo anno si registrarono circa 9.000 presenze, ma entro il 1865 erano oltre 529.000, testimoniando la trasformazione dell’orto da giardino privato della famiglia reale e della corte a istituzione pubblica. Sebbene l’impegno organizzativo e gestionale a Kew assorbisse gran parte delle sue energie, Hooker non interruppe l'attività di ricerca. La sua produzione scientifica fu meno copiosa che negli anni di Glasgow, ma rimase significativa e contribuì a consolidare la reputazione internazionale del giardino. Pubblicò numerose monografie su generi e famiglie botaniche e continuò a curare il "Botanical Magazine" che sotto la sua direzione acquisì maggiore rigore scientifico e un pubblico ancora più vasto; le tavole, di eccellente qualità scientifica e artistica, erano opera del grande illustratore Walter Hood Fitch; originario di Glasgow, aveva incominciato a collaborare con la rivista nel 1834 e nel 1841 segui Hooker a Londra, divenendo l'illustratore ufficiale del giardino. Già a Glasgow, accanto al "Botanical Magazine", Hooker aveva iniziato a pubblicare serie illustrate rivolte a un pubblico più specialistico. La prima fu "Botanical Miscellany", di cui uscirono solo tre annate tra il 1830 e il 1833; seguì "The Journal of Botany" (1834-1842), poi divenuto "The London Journal of Botany (1842–1848) e "Hooker's Journal of Botany and Kew Garden Miscellany" (1849–1857); in questa veste divenne anche uno strumento per far conoscere le acquisizioni del giardino e consolidare la sua reputazione come centro di ricerca internazionale. Inoltre Hooker incoraggiò il lavoro di altri botanici e sovrintese all’uscita di opere collettive di grande respiro, spesso in collaborazione con specialisti di diversi paesi, rafforzando la funzione di Kew come centro globale di conoscenze botaniche. Tra di esse le cosiddette Florae Antarcticae (Flora Antarctica, Flora Novae-Zelandiae, Flora Tasmaniae, 1844–1860), basate sulle raccolte di James Clark Ross; Niger Flora (1849), di cui curò la parte botanica con Bentham e altri collaboratori; flore coloniali come Flora of British India, iniziata da lui e completata da suo figlio con Bentham e Baker. Un impegno di grande rilievo fu la direzione del monumentale Icones Plantarum, avviato a Glasgow e proseguito con continuità a Kew, che divenne un punto di riferimento per la tassonomia grazie alle dettagliate illustrazioni di piante rare o nuove. Parallelamente, promosse la catalogazione sistematica delle collezioni vive e dell’erbario, pubblicando repertori che gettarono le basi per il lavoro tassonomico dei decenni successivi. Un settore che coltivò con particolare intensità fu lo studio delle felci, delle quali pubblicò descrizioni e tavole illustrate in diverse serie e monografie. Ai primi lavori già citati per gli anni di Glasgow, nel 1842 si aggiunse Genera Filicum, con illustrazioni di altissima qualità realizzate da Franz Bauer, in cui presentò i caratteri distintivi dei principali generi di felci. E' considerata una delle opere fondative della moderna pteridologia. Era la premessa per un'opera di grandissimo impegno, cui continuò a lavorare per vent'anni fino ai suoi ultimi giorni, Species Filicum (1846-1864), in cui si proponeva di descrivere tutte le specie conosciute. In cinque volumi, è una pietra miliare dello studio delle felci che ebbe enorme risonanza tra studiosi e collezionisti, alimentando l’interesse del pubblico colto e degli appassionati di questo affascinante gruppo di piante nel pieno della "pteridomia" vittoriana. Ottantenne, ancora attivo, lavorava all’ultimo volume di Species Filicum quando fu vittima di una malattia respiratoria epidemica, descritta all’epoca come “epidemic sore throat”, che aveva colpito diverse persone a Kew. Alla sua morte, la direzione dei Kew Gardens passò al figlio Joseph Dalton Hooker, protagonista del prossimo post. Dediche briologiche In oltre cinquant'anni di attività instancabile, William Jackson Hooker pubblicò più di 300 lavori scientifici, realizzò migliaia di disegni e tavole botaniche – stimati in circa 8.000 – e trasformò Kew da giardino reale trascurato a istituzione scientifica di rilievo internazionale, lasciando un’eredità duratura sia nelle collezioni vive e negli erbari, sia nella sistematica delle piante e nello studio delle felci. La sua impronta nella tassonomia e nella nomenclatura botanica è rilevantissima. Secondo IPNI, pubblicò oltre 7500 taxa; sono poi centinaia e centinaia le specie con l'eponimo hookeri o hookerianus, anche se è difficile definire il numero preciso di quelle a lui dedicate perché molte si riferiscono al figlio Joseph Dalton Hooker o a entrambi. Tra le specie sicuramente dedicate a lui ne ricordiamo due di coltivazione relativamente frequente, Anthurium hookeri e Epiphyllum hookeri. Abbiamo già visto che nel 1808, quando aveva appena 23 anni, James Edward Smith gli intitolò il genere Hookeria. Tuttora valido, comprende circa nove specie di muschi prevalentemente tropicali. Ha dato il nome alla famiglia Hookeriaceae. Tra le specie più ampiamente diffuse troviamo H. lucens, che vive invece in aree temperate dell'emisfero boreale - America, Europa, Asia occidentale, isole atlantiche - soprattutto in zone costiere umide. È particolarmente associata a diversi biomi della costa pacifica del Nord America, come boscaglie sempreverdi umide, margini lacustri e torbiere, dove colonizza facilmente tronchi in decomposizione Appartiene invece alla famiglia Pilotrichaceae un secondo genere di muschi indirettamente dedicato a Hooker, Hookeriopsis ("simile a Hookeria"), creato da Jaeger nel 1877, al quale Bryophyte Portal attribuisce circa 20 specie, distribuite soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali dell'America centrale e meridionale, con qualche rappresentante nelle Antille. Tipicamente epifiti, questi muschi vivono su rami e tronchi d'albero. A William Dalton Hooker fu dedicato ancheWilliamia, da Baillon (1858), poi ridotto a sezione di Phyllanthus. 1841. Un padre e un figlio insieme descrivono e disegnano piante, Stanno lavorando a un'iconografia della flora mitteleuropea. Il padre, Ludwig Reichenbach (Rchb.) è professore universitario, medico, ornitologo, botanico, direttore del Museo di scienze naturali, dell'orto botanico e dello zoo di Dresda; il figlio Heinrich Gustav Reichenbach (Rchb. f.) è uno studente di 18 anni. Proprio da quell'esperienza nascerà il suo amore di tutta la vita, le orchidee, di cui diventerà il massimo esperto della seconda metà dell'Ottocento. Questa volta, la sindrome di Crono è rotta: non ci sono un padre prorompente e un figlio sua pallida ombra, ma due grandissimi botanici. Le strane vicende della tassonomia fanno sì che solo il padre sia ricordato da un genere valido, Reichenbachia, perché quelli dedicati al figlio sono stati ridotti a sinonimi. Ma a ricordare entrambi sono le loro opere e l'enorme contributo alla botanica, di cui rappresentarono due generazioni successive: il padre ancora naturalista a tutto tondo, il figlio iperspecializzato in un campo specifico. Ludwig Reichenbach e la flora mitteuropea Il padre, botanico, ma anche zoologo, direttore di un museo, fondatore di un orto botanico, autore di oltre 200 opere, aveva certo tutte le caratteristiche di una figura ingombrante. Heinrich Gottlieb Ludwig Reichenbach (1793 – 1879) nacque a Lipsia, la città di Bach e Wagner. Suo padre Johann Friedrich Jakob, autore del primo dizionario tedesco-greco, era il preside della Thomasschule. Ludwig crebbe in un ambiente intellettualmente stimolante; tra gli amici di famiglia c'era il botanico e briologo Johann Hedwig che risvegliò in lui l'interesse per le scienze naturali; dallo zio Friedrich Barthel apprese invece le tecniche del disegno dal vero. Dopo aver completato gli studi liceali presso la Thomasschule, si iscrisse alla facoltà di medica nella città natale. Nel 1813 fu tra i sanitari chiamati in soccorso dei numerosissimi feriti della "battaglia delle nazioni"; le condizioni sanitarie erano pessime e contrasse il tifo, ma, al contrario di molti, ne guarì. Nel 1815 conseguì il dottorato in filosofia e nel 1817 la laurea in medicina, con una tesi sull'importanza delle piante per la farmacologia, pubblicata come Florae lipsiensis pharmaceuticae specimen. Oltre a lavorare come medico, conseguì l'abilitazione all'insegnamento e tenne, come libero docente, lezioni sulla flora della Sassonia, accompagnate da seguitissime erborizzazioni, che gli valsero la nomina a professore associato della facoltà di medicina. Il 1820 segnò una svolta nella sua vita. Si sposò e, nominato professore di storia naturale all'Accademia di medicina e chirurgia e Ispettore del Gabinetto Imperiale di Storia Naturale, si trasferì a Dresda. Il Gabinetto di Storia Naturale, ospitato nel palazzo dello Zwinger, riuniva le ricchissime collezioni accumulate dai sovrani sassoni fin dal Cinquecento e aveva ancora le caratteristiche di un gabinetto di curiosità; Reichenbach lo trasformò in un vero Museo di storia naturale, accentuandone la funzione didattica. A Dresda mancava ancora un orto botanico. Per ospitarlo, nel 1815 il re cedette all'Accademia di medicina e chirurgia un terreno presso il bastone Mars della fortezza cittadina, ma i lavori di allestimento non erano ancora iniziati. Reichenbach presentò un proprio progetto al re Federico Augusto I che lo approvò e lo sostenne. Con l'aiuto dei giardinieri di corte Carl Adolph e Johann Gottfried Terscheck, Reichenbach fondò e creò il giardino in tempi rapidissimi. Dopo la posa della prima pietra nello stesso 1820, già l'anno dopo poté pubblicare il primo Index seminum per gli scambi con altri orti botanici; nel 1822, grazie ad essi e alle ricche collezioni dei giardini e dei parchi reali, il giardino ospitava già 7800 specie o varietà; Reichenbach lo avrebbe diretto per quasi sessant'anni, fino alla sua morte nel 1879. Nelle adiacenze venne anche creato uno zoo. L'orto botanico divenne per Reichenbach un laboratorio all'aperto dove approfondire gli studi di sistematica. Fin dal suo primo anno a Dresda si dedicò a un'intensa attività pubblicistica, inaugurata da una monografia sul genere Aconitum, con 19 tavole disegnate da lui stesso. Ancota nel 1820 fu ammesso alla Leopoldina. Le sue lezioni di botanica erano seguite non solo dagli studenti dell'Accademia medico-chirurgica, ma anche da molte persone di ogni classe ed età, che partecipavano volentieri anche alle escursioni botaniche. Non c'erano però testi divulgativi accessibili che aiutassero ad identificare le piante coloro che mancavano di una formazione specifica. Nacque così l'idea di Iconographia botanica. Tra il 1823 e il 1836 Reichenbach ne pubblicò undici volumi (centurie), per un totale di più di 1700 specie o varietà e oltre 1100 tavole calcografiche. I testi, su due colonne colonne, in latino e tedesco, sono molto sintetici, ma non mancano osservazioni sull'habitat e sulle differenze con specie simili; una legenda rimanda ai particolari distintivi, che solitamente nelle tavole sono disegnati al piede, ingranditi. Per le incisioni Reichenbach si affidò a diversi artisti, ma i disegni, di mirabile precisione e accuratezza, sono di sua mano; le specie "critiche", ovvero difficili da distinguere e identificare, per evidenziare meglio le differenze e i caratteri distintivi, sono in vari casi raffigurate nella stessa tavola. Lo scopo era presentare, e aiutare a distinguere, specie rare o "critiche" in genere già pubblicate da altri autori, in particolare da Willdenow, Schkuhr, Persoon, Roemer e Schultes; si distacca l'ultimo volume, interamente dedicato a graminacee e ciperacee, da cui il titolo alternativo Agrostographia germanica. Come vedremo meglio tra poco, esso costituisce anche il primo volume di Icones florae Germanicae et Helveticae, in cui le piante sono raggruppate in modo sistematico. Non però il sistema di Linneo o uno dei sistemi naturali elaborati dai botanici del suo tempo, ma un sistema creato da Reichenbach stesso, partendo dalle premesse teoriche di Metamorphose der Pflanzen di Goethe e della filosofia naturale di Lorenz Oken. Al contrario del convincimento dell'autore, che lo considerava dettato dalla natura stessa, ne risultò un sistema del tutto artificiale, che suscitò molte polemiche, ma ebbe anche un certo seguito; infatti, grazie alla sua profonda conoscenza delle piante, egli individuò correttamente la posizione di molte famiglie. Egli lo espose in Conspectus regni vegetabilis per gradus naturales evoluti (1828) e lo illustrò in Handbuch des natürlichen pflanzensystems (1837), dove lo mise anche a confronto con altri sistemi. Ne fece uso in Flora germanica excursoria (1830-32), dove per fortuna abbandonò le denominazioni ostiche di sua invenzione per tornare ai più abituali nomi di famiglia, e appunto in Icones florae Germanicae et Helveticae, il suo capolavoro. Ancor più che in Iconographia botanica, i testi sono brevissimi e il valore dell'opera sta tutto nelle splendide tavole, che ora sono parzialmente a colori. Tra il 1834 e il 1850, ne pubblicò 12 volumi, per un totale di 731 tavole, disegnate da lui o da suo figlio Heinrich Gustav, che incominciò ad affiancarlo nel 1841, quando aveva appena 18 anni. A partire dai volumi 13 e 14 (1851), dedicati alle orchidee, il figlio lo sostituì, continuando la pubblicazione fino al 1867 (voll. 13-21). Nei primi anni del Novecento l'opera fu infine completata dal botanico Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau, curatore dei volumi 22-25. Complessivamente, contiene 3000 calcografie e litografie colorate a mano. L'area toccata non è solo la Germania e la Svizzera, ma l'intera Europa centrale. Ludwig Reichenbach si occupò anche di flora esotica, pubblicando Iconographia botanica exotica (1827–1830) e Flora exotica (1834-1836), con le medesime caratteristiche. Era un attivo divulgatore della botanica; tra il 1821 e il 1826 pubblicò una rivista dedicata alle piante da giardino e nel 1826 fondò la Società sassone per la botanica e l'orticoltura "Flora", di cui fu presidente fino al 1843. Per un trentennio, dal 1836 al 1866 fu anche presidente di "Isis", la più importante società scientifica della Sassonia. Nel 1842 pubblicò ancora Flora Saxonica, ma dalla seconda metà degli anni '30 i suoi interessi avevano cominciato a spostarsi verso il regno animale, anche in questo caso con una messe di opere, da Regnum animale (1834-37) a Deutschlands Fauna (1842) al vastoVollständigste Naturgeschichte des In- und Auslandes in 9 volumi con circa 1000 tavole (1845-54); è stato notato che le tavole zoologiche sono meno impeccabili di quelle botaniche e spesso troppo piccole. Il suo soggetto preferito erano gli uccelli, e in particolare i colibrì, ai quali dedicò Trochilinarum enumeratio (1855): è una semplice lista, per una volta senza illustrazioni. Nell'arco della sua vita, per le sue diverse opere, Reichenbach ne disegnò circa 6000. Nel maggio 1849, in seguito ai disordini politici, lo Zwinger con il Museo di Storia Naturale e la stessa casa in cui viveva Reichenbach furono incendiati e le collezioni a cui aveva dedicato trent'anni di vita andarono in fumo. Con grande energia e facendo appello alla solidarietà di tutti i musei d'Europa, di società scientifiche e collezionisti, in poco tempo riuscì a ricostruire le collezioni, anche se rimase profondamente scosso da quell'evento che ne fece un nemico della democrazia parlamentare. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da dispute e contrasti. Nel 1869, in seguito al morte del Presidente Carl Gustav Carus, nella Leopoldina si aprì una crisi; molti membri auspicavano una profonda riforma dell'Accademia e si accordarono per nominare presidente Wilhelm Friedrich Behn, favorevole alla riforma, anziché Reichenbach, che era contrario. Egli si considerava il naturale successore di Carus e cercò di ostacolare l'elezione di Behn in ogni modo, giungendo persino a fomentare una specie di scissione. Rifiutò infatti di riconoscere la nomina del rivale e si fece eleggere presidente da un gruppo di membri. Tuttavia l'elezione di Behn fu confermata dall'assemblea generale e il vecchio botanico dovette accettare la sconfitta. A inasprire il suo carattere, forse aveva contribuito la solutudine; era rimasto vedovo, e, a parte una figlia che lo accudiva, i figli vivevano lontani. Nel 1864 l'Accademia medico-chirurgica venne sopressa ed egli perdette la cattedra; continuò a dirigere il museo, fino al pensionamento nel 1874, e l'orto botanico fino alla morte. Dopo il 1874, la sua salute cominciò a declinare, soprattutto dopo una caduta da cui non si rimise mai completamente. Morì nel 1879, all'età di 86 anni. Fu uno degli ultimi naturalisti ad essere allo stesso tempo un eminente botanico e zoologo, all'epoca in cui le due discipline si stavano dividendo e acquistavano una propria autonomia disciplinare. Heinrich Gustav Reichenbach e le orchidee Ed eccoci arrivati al figlio, Heinrich Gustav Reichenbach (1824-1889), Rchb. f. come si firmava. Nato a Dresda dopo il trasferimento del padre, vi frequentò gli studi liceali. Già in quegli anni era un esperto della flora locale e un ottimo disegnatore, tanto che assistette il padre per Iconographia botanica e per la redazione delle località di Flora saxonica. Dopo la maturità conseguita nel 1843, una lunga escursione botanica lo impegnò per diversi mesi, portandolo tra l'altro nel Vaud. In Svizzera strinse amicizia con molti botanici, tra cui De Candolle e Boissier, Iniziò poi gli studi di medicina, prima a Dresda, poi a Lipsia, dove fu allievo di Kunze. Intanto, cominciava a scrivere e pubblicare. Nel 1844 collaborò a Histoire naturelle des Canaries di Webb e Berthelot per le Solanaceae e le Orchidaceae e pubblicò su "Linnaea"Orchideae Leiboldianae, dedicato alle raccolte di Friedrich Ernst Leibold a Cuba e in Messico; nel 1845 fu la volta delle orchidee delle raccolte giapponesi di Philip Friedrich Wilhelm Goering e tra il 1846 e il 1847 di Orchidographische Beiträge su "Linnaea", Insomma, non solo era escusivamente un botanico, ma fin da subito si era specializzato in orchidee, di cui si era innamorato diciottenne mentre lavorava al fianco del padre. Nel 1848 il professor Emil Adolf Roßmäßler, che aveva idee politiche opposte a quelle Reichenbach padre, fu eletto all'Assemblea nazionale; il Ministero nominò Heinrich Gustav Reichenbach suo supplente presso l'Accademia di Silvicoltura e Agricoltura di Tharand; qui per cinque semestri egli tenne lezioni di botanica generale, botanica applicata per la silvicoltura e l'agricoltura, fisiologia vegetale, zoologia ed entomologia, e guidò anche escursioni. Continuava per altro a pubblicare articoli sulle orchidee su "Botanische Zeitung", "Linnaea" e "Annalen" di Walpers. Deciso a intraprendere la carriera accademica, tra il 1850 e il 1851 si concentro sulla sua tesi di dottorato, ma riuscì comunque a pubbicare Orchidographia europaea, come volume 13-14 delle Icones paterne; comprende 170 tavole disegnate e colorate da lui ed è il frutto di dieci anni di lavoro. Nel 1852 ottenne il dottorato con una tesi sul polline delle orchidee dal contenuto molto innovativo. Teneva lezioni come libero docente e continuava a pubblicare su diverse riviste articoli sulle amate orchidee; erano gli anni in cui venivano introdotte sempre nuove specie dai cacciatori di piante che lavoravano per orti botanici ma sempre più spesso anche per vivai commerciali. Oltre a numerosi altri articoli, Reichenbach pubblicò le raccolte di Regnell, Warscewicz, Schlim e incominciò a collaborare a "Flore des serres", la rivista di Van Houtte. Continuava a pubblicare, con la cadenza di un volume all'anno, le Icones iniziate dal padre, con disegni suoi: nel 1855 nel volume dedicato alle Gentianaceae ne pubblicò 460. L'anno primo era entrato nella redazione di Pescatorea, la straordinaria pubblicazione sulla collezione di orchidee di Pescatore diretta di Linden e Lindley, e aveva iniziato a pubblicare i primi fascicoli di Xenia Orchidacea, l'opera in cui avrebbe riunito le nuove orchidee che andava pubblicando. Ora cominciava ad essere riconosciuto a livello internazionale. Nel 1855 fu nominato professore straordinario dell'Università di Lipsia e subito dopo custode dell'erbario. Era comunque una situazione non del tutto soddisfacente, perché la cattedra di botanica (e con essa la direzione dell'orto botanico) era ricoperta da Georg Heinrich Mettenius, che aveva appena due anni più di lui. Così Reichenbach cercò una posizione più solida al di fuori di Lipsia, o anche della Germania. La possibilità più ovvia era candidarsi a sostituire permanentemente a Tharand Roßmäßler (dopo la sconfitta dei moti del '48-'49, questi fu addirittura processato per alto tradimento), ma doveva rassegnarsi a rimanere a Lipsia almeno cinque anni, il periodo di insegnamento universitario previsto per i candidati. Nel 1859 suo padre Ludwig cercò goffamente di usare tutta la sua influenza a corte - era molto vicino al re di Sassonia che lo aveva nominato consigliere - per risparmiargli il quinto, con l'unico risultato di provocare le proteste dei professori di Tharand. Così Heinrich Gustav non presentò nemmeno la candidatura. Altri tre fallimenti lo amareggiarono profondamente. Dopo la partenza di Carl Nägeli da Friburgo (1857), Heinrich Gustav Reichenbach fu considerato come possibile successore. La sua candidatura però non ebbe seguito: egli era soprattutto un sistematista e uno specialista di orchidee, mentre in quegli anni le università tedesche cercavano sempre più botanici orientati alla fisiologia sperimentale. Tentò invano di ottenere una cattedra a Liegi, dove incontrò l’opposizione del cardinale di Mechelen (verosimilmente per motivi religiosi, essendo protestante). Subito dopo, fu respinto anche a Copenaghen, perché straniero. La svolta arrivò solo con la morte di Johann Georg Christian Lehmann, nel 1860, che lasciò vacante la direzione dell’Orto Botanico e la cattedra al Ginnasio Accademico di Amburgo. Calorosamente raccomandato da amici e mecenati, Reichenbach si impose su numerosi candidati, ma solo dopo una lunga e penosa attesa di oltre tre anni: l'incarico gli fu affidato ufficialmente solo nel luglio 1863. Gli otto anni come professore straordinario a Lipsia furono per altro estremamente produttivi, Pubblicò numerosi articoli su "Bonplandia", "Gartenflora", "Allgemeine Gartenzeitung", "Hamburger Garten- und Blumenzeitung", sugli annali dell'Accademia di Amsterdam e altre riviste, numerosi contributi su Pescatorea, tre volumi di Icones (vol. 18. Labiatae - Convulaceae; vol. 19 Cicoriaceae - Cucurbitacee, vol. 20 Solanaceae - Lentibularieae, con 630 tavole complessive). Curò la pubblicazione postuma degli ultimi fascicoli di Die Farnkräuter di Kunze e completò il primo volume di Xenia Orchidacea (1858), con 100 tavole. Accanto all'insegnamento a Lipsia, insegnava botanica e zoologia presso la scuola agraria di Lützschena. Con numerosi viaggi in Germania, Inghilterra, Belgio, Olanda, e con relazioni epistolari strinse solidi rapporti scientifici con i più eminenti botanici e naturalisti europei e statunitensi, da Grisebach a Göppert nell'area tedesca, Anderson a Stoccolma, E. Fries a Uppsala, gli Hooker e Lindley in Inghilterra, Edmond Boissier e Alphonse de Candolle a Ginevra, Asa Gray a Boston, Moris a Torino e Parlatore a Firenze. Reichenbach assunse l'incarico ad Amburgo nell'autunno 1863. La sua attività come direttore dell'orto botanico non fu meno incisiva di quella del padre a Dresda. Il giardino, che era stato fondato da Lehmann nel 1821, era già uno dei più importanti del territorio tedesco. Grazie ai suoi contatti internazionali, Reichenbach ne arricchì grandemente le collezoni; furono costruite nuove serre, in particolare per ospitare la crescente collezione di orchidee, ancora oggi ricchissima; lo aprì inoltre al mondo del giardinaggio, cui trasmise le sue conoscenze sulla coltivazione delle esotiche e delle amate orchidee. Il Ginnasio Accademico era una curiosa istituzione, a metà tra scuola accademica e università; Reichenbach vi teneva regolari lezioni di botanica, anatomia e fisiologia vegetale e formò numerosi studenti. Il centro della sua attività rimanevano le orchidee, cui dedicò una messe enorme di lavori. Dopo la morte di Lindley nel 1865, ne divenne il massimo esperto mondiale ed era naturale rivolgersi a lui per catalogare le nuove specie che affluivano copiose dal Messico, dal Sud America, dall'Asia orientale. Egli parlava perfettamente diverse lingue ed era di casa nelle serre dei Kew Gardens, ma anche di vivaisti specializzati nell'introduzione di orchidee tropicali come Veitch e Sanders. Riunì un erbario enorme, con oltre 30.000 esemplari solo per le orchidee. Amava erborizzare e approfittava di viaggi, congressi e ogni occasione per incrementare le sue raccolte. E continuva a scrivere e pubblicare una prodigiosa quantità di opere. Tra il 1865 e il 1889 quasi ogni settimana su "Gardeners' Chronicle" compariva un suo articolo per illustrare questa o quella novità introdotta da uno dei suoi amici inglesi; scriveva poi per molte altre riviste. I suoi scritti di questi anni sono troppo numerosi per essere citati. Tra i più significativi, Contributions to the Orchidology of Central America (1869), in cui descrisse le raccolte di Endres e altri raccoglitori; Otia botanica Hamburgensia, in due parti (1871-1881), Refugium botanicum, con Saunders e Baker (5 voll., 1869-1873). Qualche parola a parte merita Reichenbachia: Orchids Illustrated and Described. Intorno al 1886, il vivaista di origini tedesche Frederick Sander che aveva fondato a St Albans un vivaio specializzato in orchidee, divenuto un'azienda leader, come forma di raffinata pubblicità decise di pubblicare un'opera prestigiosa e lussuosa sul meglio delle proprie collezioni. Egli aveva finanziato le spedizioni di diversi cacciatori di piante e molte delle sue introduzioni erano state descritte da Reichenbach che visitava regolarmente il vivaio durante i suoi soggiorni in Inghilterra. In suo onore, la intitolò Reichenbachia; affidò le illustrazioni, a grandezza naturale, principalmente al pittore Henry George Moon e i testi allo stesso Reichenbach. Pubblicata inizialmente in fascicoli mensili di 4 tavole poi riuniti in volume, l'opera comprende due serie di due volumi ciascuna, pubblicate rispettivamente nel 1888 e nel 1890, in due formati: in folio e "imperiale", ancora più grande, di cui furono stampate solo 100 copie. Ogni volume conteneva 48 illustrazioni con testi in tedesco, francese, inglese. I quattro volumi furono dedicati rispettivamente alla Regina Vittoria, all'imperatrice di Germania, alla zarina e alla regina del Belgio. L'insegnamento, la direzione dell'orto botanico, ma soprattutto la massa di pubblicazioni minori e la cura dell'erbario, che - dopo quello di Bossier, è considerato il più vasto mai appartenuto a un privato - ogni giorno doveva essere aggiornato con le piante che affluivano da tutto il mondo, rallentarono il lavoro di Reichenbach per le opere maggiori, Icones e Xenia. Nel 1867 pubblicò il vol. 21 di Icones florae Germanicae et Helveticae, dedicato alle Umbelliferae, con 210 tavole, ma al momento della sua morte, quasi trent'anni dopo il 22 volume, sulle Leguminosae, non era ancora finito, anche se erano pronte 220 tavole. Il botanico austriaco Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau ne aggiunse una trentina e lo pubblicò postumo nel 1901, e, come ho anticipato, in seguito curò i volumi 23-25. Quanto a Xenia orchidacea, nel 1874 fu completato il secondo volume, ma del terzo vennero finite solo le prime tre decadi; a completarlo fu Fritz Kraenzlin. Verso la metà degli anni '80, anche se aveva poco più di 60 anni, la salute di Reichenbach comiciò a declinare. Era sua intenzione andare in pensione o dimettersi, per tornare a Lipsia e dedicarsi unicamente alle due opere maggiori, ma la morte, sopraggiunta nel 1889, glielo impedì. E' stato descritto come una personalità piuttosto eccentrica; era molto orgoglioso del gran numero di orchidee pubblicate (più di 4500) e ciò a volte lo spinse a descrizioni poco accurate, causando non poche confusioni tassonomiche. Ma forse il danno maggiore venne dopo la sua morte. Tutti si aspettavano che lasciasse la biblioteca, le sue carte e l'immenso erbario (comprendeva anche quello del padre) a Kew dove, come abbiamo visto, era di casa. Invece all'apertura del testamento, si scoprì che li aveva destinati al Museo imperiale di Vienna. Per farlo arrivare a destinazione, occorsero quattro vagoni ferroviari. Si ritiene avesse cambiato idea, contrariato dalla nomina di Robert Allen Rolfe a responsabile dell'erbario delle orchidee di Kew. Rolfe era un autodidatta e Reichenbach non lo stimava. Detestava l'idea che, dopo la sua morte, egli potesse approfittare del suo erbario e pubblicare le "sue" orchidee; così, oltre a destinarlo a Vienna, pose la condizione che non potesse essere consultato per 25 anni, dando luogo a molte descrizioni e denominazioni doppie o multiple. Forse aveva ereditato qualcosa del carattere orgoglioso e tavolta permaloso del padre. Certamente ne aveva ereditato l'abilità nel disegno: contando solo le tavole preparate per Icones e Xenia ammontano a 2180, sempre di ammirevole precisione e accuratezza. Quanto al suo contributo alla classificazione delle orchidee, nonostante le pecche segnalate, è incalcolabile per quantità e qualità. A chi è toccato Reichenbachia? Padre e figlio furono membri di numerose società scientifiche, ben inseriti e rispettati nell'establishment botanico; il figlio, in particolare, era una figura di respiro internazionale, presenza costante in congressi e simposi, con una rete di corrispondenti estesissima. Entrambi ovviamente ebbero molti riconoscimenti in termini di dediche di specie. Tra quelle dedicate al padre le più note sono probabilmente Iris reichenbachii, una bella specie balcanica, e Viola reichenbachiana, comunemente detta viola silvestre, di ampia diffusione in Europa, Nord Africa e Asia occidentale: appartiene a un genere tanto facile da identificare, quanto difficile da classificare a livello di specie, cui egli portò chiarezza con le accuratissime e puntuali tavole del primo volume di Icones; nell'orto botanico di Dresda creò una vasta collezione di Cactaceae, che gli guadagnò la dedica di Echinocactus reichenbachii; inoltre gli vennero dedicati diversi animali, tra cui il colibrì Anabathmis reichenbachii. A ricordare il figlio sono ovviamente numerosi nomi di orchidee: Masdevallia reichenbachiana, Ida reichenbachii, Bulbophyllum reichenbachianum, Phalaenopsis reichenbachiana e molti altri. L'unico genere tuttora valido dedicato a uno dei Reichenbach venne già nel 1823, quando Ludwig era un botanico alle prime armi; nel creare Reichenbachia, Curt Sprengel lo ricorda come studioso della flora della Sassonia e autore di due monografie su Myosotis e Aconitum. Appartenente alla famiglia Nyctaginaceae, esso comprende una sola specie, R. hirsuta, un arbusto o piccolo albero con foglie ovate pelose, fiori tubolari con calice irsuto, seguiti da frutti da verdi a neri o rossi a maturazione; vive nei biomi stagionalmente aridi sul Sudamerica meridionale, dalla Bolivia al Brasile e all'Argentina. Al figlio sono stati dedicati due generi di orchidee, ma, la tassonomia di questa famiglia, per altro vastissima, è complicata e spesso soggetta a revisioni. Nel 1882 il botanico brasiliano João Barbosa Rodrigues creò Reichenbachanthus "in omaggio al sapiente botanico tedesco, il mio amico dr. Heinrich Gustav Reichenbach figlio, il grande orchidologo europeo". Oggi è sinonimo di Scaphyglottis. Nel 1962 Garay e Sweet crearono il genere di ibridi orticoli × Reichenbachara, per le orchidee ottenute dall'incrocio tra Euanthe, Vanda e Vandopsis. Ma poiché più tardi Euanthe è stato assorbito da Vanda, rientrano negli ibridi Vanda × Vandopsis, conosciuti con il nome orticolo Vavanda. |
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