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Usteria guineensis è una specie poco studiata dell’Africa tropicale: una liana discreta, quasi invisibile nella letteratura scientifica, che porta però un nome pesante. Ricorda infatti lo svizzero Paul Usteri, oggi quasi dimenticato, ma al suo tempo figura di primo piano della botanica europea, non come teorico, bensì come instancabile pubblicista ed editore di due riviste innovative e prestigiose. Il suo fervore botanico fu però tanto intenso quanto breve: dopo pochi anni, abbandonò completamente la scienza per dedicarsi alla politica, divenendo un protagonista della vita pubblica elvetica. Dalle riviste botaniche ai pamphlet rivoluzionari Nel 1787 due ragazzi zurighesi, Paul Usteri e Jakob Römer, arrivano a Gottinga per completare gli studi di medicina. Zurigo ha una lunga tradizione medica e botanica, illustrata tra l’altro da figure come i fratelli Scheuchzer, ma è meno dinamica e più provinciale della città tedesca: un vivacissimo centro intellettuale dove, tra aule universitarie e salotti letterari, giovani venuti da tutta la Germania si incontrano, discutono, progettano il futuro. Del resto, Paul Usteri (1768–1831) ha tutte le credenziali per immergersi in quell’ambiente e assorbirne le idee. Suo padre è il teologo e pedagogista Leonhard Usteri, promotore della riforma delle scuole cittadine e della loro apertura alle donne, corrispondente e ammiratore di Rousseau, amico personale di Winckelmann, figura attiva nella vita sociale e intellettuale zurighese. Il suo padrino, colui che lo ha indirizzato alla medicina e lo ha educato allo spirito illuminista, è Johannes Gessner, amico e compagno di viaggio di von Haller, fondatore della Società di scienze naturali e dell’istituto medico, corrispondente tra gli altri di Lavater, Rahn e Waser. A Gottinga, presto si forma un piccolo circolo svizzero: oltre a Usteri e Römer, lo animano due giovani destinati a lasciare un segno nella scienza e nella vita politica elvetica, Albrecht Rengger e Hans Conrad Escher; il più vecchio, Rengger, ha ventitré anni, gli altri, quasi coetanei, appena venti. Sono curiosi di tutti, e di tutto discutono: di scienza, di medicina, di letteratura, e molto, moltissimo, di politica. Ma ci sono altri incontri: con il botanico olandese Christiaan Hendrik Persoon e con Alexander von Humboldt, anche lui studente all'università Georg-August. È in questo contesto che i ventenni Usteri e Römer decidono di pubblicare il Magazin für die Botanik, la prima rivista di botanica in lingua tedesca. Il primo numero, stampato a Zurigo presso l’editore Füssli, esce nel 1787. Si apre con una lunga prefazione firmata Die Herausgeber, i curatori, in cui viene rivendicato un approccio dichiaratamente multidisciplinare, aperto non solo alla botanica descrittiva ma anche all’anatomia, alla fisiologia, alla fisica e alla coltivazione delle piante. La struttura della rivista è quadripartita: una prima sezione riservata ai contributi personali dei curatori; una seconda dedicata ad articoli tradotti o ripresi da prestigiose pubblicazioni straniere; le recensioni, che occupano oltre metà delle pagine; infine una sezione di notizie e scambi, pensata per favorire la circolazione delle informazioni all’interno della comunità botanica. L’interesse per la sistematica emerge già dal lungo saggio di apertura, un esame degli sviluppi più recenti della tassonomia, con particolare attenzione al sistema di Allioni. Le traduzioni provengono da saggi già pubblicati altrove: è evidente che la rivista è stata integralmente pensata, scritta e curata dai due amici, che non firmando mai individualmente i loro contributi non permettono di distinguere il lavoro dell’uno da quello dell’altro. Tra il 1787 e il 1790 usciranno quattro volumi del Magazin für die Botanik, articolati in dodici fascicoli. La struttura rimane invariata, ma i due giovani svizzeri riescono ora a coinvolgere altri collaboratori: la rivista cresce, con nomi del calibro di Roth e Willdenow, e una rete europea nella quale spiccano Scopoli e Cavanilles. Poi, nel 1790, Römer si dimette e la rivista cessa le pubblicazioni. Ma, come una duplice fenice, rinascerà dalle sue ceneri in due nuove riviste, una diretta da Usteri e l’altra da Römer. Nel frattempo anche le loro vite avevano iniziato a prendere strade diverse. Entrambi si laureano: Römer dopo pochi mesi, Usteri nel 1788. Il primo torna a Zurigo, diventa medico cittadino e rimane fedele a una carriera di botanico e naturalista, che approfondirò in un altro post. Usteri, invece, dopo la laurea compie un lungo viaggio che lo porta in molte città tedesche, visitando ospedali e istituzioni scientifiche. Nel 1789 rientra anche lui a Zurigo, dove la morte precoce del padre segna la fine della sua giovinezza e lo getta nella vita adulta. Una vita impegnatissima, di cui la botanica sarà solo una parte. Lavora come medico generico, insegna all’Istituto di medicina, cura l’orto botanico della Società di scienze naturali. E si fa un nome non come ricercatore, ma come pubblicista. Tra il 1789 e il 1791 pubblica una bibliografia delle opere mediche uscite tra il 1745 e il 1774 in due volumi; tra il 1790 e il 1793, sotto il titolo Delectus opusculorum botanicorum, una raccolta di trattati botanici rari; nel 1791 un saggio sulla sanità pubblica; nel 1792 una biografia del padre, apparsa in Famous Men of Helvetia di Leonhard Meister. Nel 1791 riprende anche il filo interrotto del Magazin für die Botanik con una nuova rivista, intitolata Annalen der Botanik. Ne usciranno ventiquattro numeri, fino al 1800, dapprima sempre presso Füssli a Zurigo, poi, dal 1795, a Lipsia. La struttura del periodico rimane immutata, ma ora lo spazio che era dei due autori‑curatori è occupato da articoli di prestigiosi collaboratori internazionali: moltissimi tedeschi (Roth, Schrank, Willdenow, Hedwig, Hoffmann, Humboldt), un nutrito gruppo di italiani (Nocca, Olivi, Morozzo, Savi), ma anche francesi, olandesi e naturalmente svizzeri. Pur non scrivendo più saggi originali, Usteri è attentissimo alle novità: nel 1791 (a soli due anni dall’uscita) pubblica un’edizione tedesca annotata di Genera plantarum di Antoine‑Laurent de Jussieu; sulla rivista compaiono, tra l’altro, uno dei primi studi innovativi sui funghi di Persoon (1794) e una disamina degli sviluppi della tassonomia post‑linneana di Steven Jan van Geuns. Poi c’è la politica, sempre più coinvolgente man mano che gli echi della Rivoluzione francese raggiungono l’apparente tranquillità svizzera. Nel 1794 Usteri pubblica anonimi alcuni numeri di un Diario del Tribunale rivoluzionario; quindi, nel 1795, per sfuggire alla censura fonda a Lipsia una casa editrice specializzata in riviste ispirate alla Rivoluzione francese, tra cui Klio, ufficialmente diretta da Ferdinand Huber. Oltre a pubblicarle, comincia a collezionare opuscoli e giornali del periodo rivoluzionario, creando un’imponente raccolta oggi conservata nella Biblioteca comunale di Zurigo. Nel 1797 è eletto al Gran Consiglio della città di Zurigo; nel 1798, quando l’esercito francese invade il Vaud e scoppia la Rivoluzione elvetica, si trova in prima fila insieme al vecchio amico Escher: prima come redattore di un giornale rivoluzionario, poi come membro dell’assemblea cantonale, infine come rappresentante di Zurigo al Senato elvetico incaricato di elaborare la nuova costituzione. Da quel momento diventa uno degli uomini di punta del movimento liberale, e l’impegno politico cancella la botanica dai suoi interessi. Continua a scrivere e pubblicare riviste, ma per diffondere i suoi ideali politici e combattere la censura e il governo conservatore; è presidente del Consiglio legislativo nel periodo rivoluzionario, per molti anni capo dei liberali nel Piccolo Consiglio di Zurigo, più volte membro del Consiglio federale, Consigliere di Stato e ancora presidente della commissione costituzionale tra il 1830 e il 1831. Nel 1831 è eletto sindaco di Zurigo, ma muore prima di assumere l’incarico. Usteria, chi è costei? Nella breve stagione in cui dirige gli Annalen der Botanik (1791–1800), Paul Usteri si trova, quasi senza volerlo, al centro della botanica europea. Non come autore — pubblica pochissimo di suo — ma come editore, mediatore, diffusore della conoscenza. È membro di numerose società scientifiche; e di anno in anno, mentre i nomi dei collaboratori della rivista si fanno sempre più prestigiosi, crescono anche le affiliazioni che elenca con orgoglio sotto il proprio nome nel frontespizio. Sa curare la sua immagine nella “repubblica delle lettere botanica”, scegliendo con attenzione il dedicatario di ciascun fascicolo — da Medicus, nel primo numero, a Desfontaines, nell’ultimo, passando per Humboldt, Seguier, Hoffmann e Willdenow. Questa centralità, costruita più con la regia che con la produzione scientifica, lascia un’impronta sorprendente: nel giro di pochi anni, quattro botanici gli dedicano un genere. Un riconoscimento che dice molto del prestigio internazionale raggiunto da un giovane svizzero che, per un breve momento, si trovò al crocevia della botanica europea. Due dediche arrivarono contemporaneamente nel 1790, una da parte di Willdenow, l'altra da parte di Medicus; poiché è impossibile stabilire una priorità e il solo nome a circolare è quello di Willdenow, è quello considerato valido. Ci fu poi una terza Usteria, stabilita da Cavanilles nel 1793, e infine da una quarta da Dennstedt nel 1818, quando Usteri non si occupava più da tempo di botanica, ma evidentemente il suo nome non era ancora dimenticato. Usteria Willd. è un genere monotipico della famiglia Loganiaceae, rappresentato dalla sola U. guineensis, un rampicante che cresce ai margini delle foreste, lungo i corsi d'acqua, i bordi delle strade e i coltivi nei paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, nell'Africa tropicale occidentale. Probabilmente non è rara, ma è pochissimo studiata. Scarse informazioni e alcune fotografie recenti sono state pubblicate in una tesi discussa nel 2014 presso l'Università di Lagos in Nigeria, dedicata alle Loganiaceae dell'Africa occidentale. Oltre a evidenziarne la vicinanza tassonomica al genere Strychnos, per altro diversissimo dal punto di vista morfologico, se ne segnalano le potenziali proprietà antimalariche. In base alle descrizioni storiche, risulta un arbusto rampicante alto fino a tre metri, con rami glabri, foglie ovate coriacee e fittamente reticolate, piccoli fiori bianchi densamente aggregati in cime panicolate ascellari o terminali. Le fotografie mostrano frutti carnosi, digitati, di colore verde. Una pianta marginale, quasi invisibile, che però è bastata a conservare il nome di Usteri nella tassonomia botanica.
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Christiaan Hendrik Persoon è una figura singolare nella storia della botanica e della micologia. Nato al Capo di Buona Speranza, formatosi in Germania e vissuto per oltre trent’anni in una stanza modesta del quartiere più povero di Parigi, lavorò quasi sempre ai margini delle istituzioni scientifiche. Eppure il suo contributo in entrambi i campi fu decisivo. È considerato il vero fondatore della sistematica micologica: fu il primo a dare ordine a un ambito ancora frammentario, definendo criteri, strumenti e terminologia, e scrivendo opere di riferimento che avrebbero orientato generazioni di studiosi. Anche in botanica si distinse come valido sistematico della scuola linneana: pur non avendo il peso innovativo dei suoi lavori micologici, la terza edizione di Systema plantarum e la Synopsis plantarum ebbero un ruolo significativo nella transizione dal sistema linneano ai sistemi naturali. Riconosciuto dall’ambiente scientifico nonostante il suo volontario isolamento, già in gioventù meritò la dedica del genere Persoonia, una Proteacea australiana. Dal Sudafrica a Gottinga, alla scoperta di una vocazione Tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento, la botanica di ispirazione linneana — più che una scuola, un metodo che aveva trasformato il modo di guardare la natura — avanzò lungo due direzioni complementari. Da una parte, c’era il compito di completare e aggiornare il catalogo del mondo vivente, mantenendo la fedeltà al sistema del maestro. Dall’altra, la sfida più ardua: portare ordine nei territori che Linneo aveva solo sfiorato, quei regni minori, oscuri, caotici, dove la tassonomia sembrava ancora impossibile. A unire queste due strade in un’unica vita fu Christiaan Hendrik Persoon (1761-1836): celebre come uno dei fondatori della micologia moderna, ma anche instancabile revisore e continuatore del sistema linneano. Un uomo che non scelse tra fedeltà e innovazione, perché per lui erano la stessa cosa: continuare Linneo significava spingersi dove Linneo non era arrivato. Uomo schivo e riservato, Persoon non ha quasi lasciato tracce della propria vita personale. Di lui è stato scritto che la sua biografia coincide con le opere — e in effetti, al di fuori di quelle opere immense, resta poco. Ci è giunta una narrazione frammentaria, sulla quale, fin da subito, sono fiorite invenzioni e leggende. A cominciare dalla sua stessa nascita, collocata talvolta addirittura al 1755. Come chiarisce Valerio Bertolini in un recente studio, egli nacque invece tra la fine del 1761 e l’inizio del 1762. Certo è il luogo: Città del Capo. La sua vita comincia già con un’assenza e con un’identità complessa. La madre, di lingua olandese e discendente da una famiglia stabilita da tempo nella colonia, morì quando lui aveva pochi mesi. Il padre, suddito olandese ma di lingua tedesca, originario dell’isola di Usedom, era arrivato al Capo come sarto della VOC e aveva poi costruito una discreta fortuna come commerciante di merci di ogni genere, compresi gli schiavi. Le fonti — o forse le ricostruzioni successive, perché nel suo caso è difficile distinguerle — parlano di un ragazzo chiuso, poco socievole. Intorno ai quattordici anni, nel 1775, fu mandato a studiare in Europa. Dopo un breve passaggio ad Amsterdam, approdò al Gymnasium luterano di Lingen. Poco dopo gli giunse la notizia della morte del padre, che desiderava per lui una carriera teologica e aveva destinato un lascito per sostenerne gli studi. Come orfano, l’amministrazione dell’eredità — da dividere con due sorelle maggiori — passò alla Camera degli orfani del Capo, che nominò un tutore. Ma durante il lungo percorso di studi europeo, quel patrimonio, mal gestito e forse anche intaccato da ruberie, si rivelò spesso insufficiente a coprire le spese. Alla fine, si dissolse del tutto. Alle difficoltà economiche si aggiunsero le incertezze di un ragazzo — poi di un giovane uomo — solo, senza famiglia e senza nessuno che lo guidasse nelle scelte. Nel 1783, a ventidue anni, iniziò il corso di teologia all’Università di Halle, ma, incerto sul proprio futuro, tornò presto a Lingen. Tre anni dopo lo troviamo a Leida, dove intraprese lo studio della medicina e delle scienze naturali; studi che proseguì poi a Gottinga, dove si trasferì nel 1787. All’epoca, Gottinga era uno dei maggiori centri scientifici tedeschi: un’università prestigiosa, un orto botanico ricchissimo, numerose società erudite. E benché Albrecht von Haller vi fosse ancora venerato come genius loci, la città era ormai diventata uno dei cuori della botanica linneana in terra tedesca, grazie a Johan Andreas Murray, che dal 1769 vi insegnava botanica e dirigeva l’orto botanico. Persoon visse a Gottinga per circa quindici anni: probabilmente il periodo più fecondo della sua vita, ma anche il più oscuro. Sappiamo che seguì i corsi di botanica e di scienze naturali, e forse anche quelli di medicina, ma non si laureò mai (nel 1799 la Leopoldina gli conferì una laurea honoris causa in filosofia). Sappiamo che strinse amicizie — o forse sarebbe più corretto dire contatti — destinati in alcuni casi a durare tutta la vita: tra gli altri, Alexander von Humboldt, che studiò a Gottinga nel 1789. Presto si fece un nome come studioso indipendente, ma non sappiamo come si mantenesse. Sappiamo che viaggiò in Germania, in Olanda, in Francia, in Svizzera, ma non possediamo gli itinerari; solo gli esemplari del suo erbario botanico e micologico testimoniano quei percorsi. Una sola certezza emerge da questi anni: a Gottinga Persoon trovò un metodo e una vocazione. Il metodo era quello linneano, appreso nella sua forma più rigorosa; la vocazione era quella di portare ordine nel caos, di conoscere e trasformare in sistema ciò che appariva informe: la botanica in generale, i funghi in particolare. Alcuni incontri furono decisivi in questo processo. In primo luogo Johann Andreas Murray, che gli trasmise il metodo linneano e la disciplina tassonomica. Poi Paul Usteri e Johann Jacob Römer, che lo misero in contatto con gli ambienti scientifici e pubblicarono i suoi primi lavori sulle loro riviste. Infine — e sopra tutti — Georg Franz Hoffmann, autore di alcuni dei primi studi autorevoli sulle crittogame, professore di botanica e direttore dell’orto botanico di Gottinga dopo la morte di Murray: fu lui a orientarlo, o forse a incoraggiarlo, verso il vasto e ancora sconosciuto mondo dei funghi. I primi lavori pubblicati di Persoon comparvero su riviste come Neues Magazin für die Botanik e Annalen der Botanik; il primo in assoluto è probabilmente la descrizione di dieci specie di funghi da lui rinvenute nell'area di Gottinga, pubblicata nel terzo fascicolo di Abbildungen der Schwämme di Hoffmann. Ai funghi sono poi dedicati numerosi articoli usciti tra il 1793 e il 1795, fino a giungere già nel 1796 alla prima delle opere maggiori, con la prima parte di Observationes mycologicae. Persoon vi delinea già un metodo, getta le basi di un nuovo sistema di classificazione e crea un intero nuovo vocabolario descrittivo, in gran parte in uso ancora oggi. Ma la botanica non è dimenticata: nel 1797, rispondendo alla richiesta di un libraio, dà alle stampe la terza edizione di Systema vegetabilium, nel cui titolo si definisce procurator, ovvero continuatore dell'eredità tanto di Linneo quanto di Murray: Caroli a Linné ... Systema vegetabilium secundum classes ordines genera species cum characteribus et differentiis. Editio decima quinta quae ipsa est recognitionis a b. Io. Andrea Murray institutae tertia procurata a C. H. Persoon. Non si tratta di una semplice ristampa dell'edizione diMurray: Persoon aggiorna differenze specifiche — le brevi formule che distinguono una specie dall’altra — ormai insufficienti, integra osservazioni recenti, corregge i caratteri generici alla luce delle nuove conoscenze e distingue rigorosamente le proprie aggiunte, indicandole tra parentesi. Nel trattare l’ultima classe accenna, con la sua consueta discrezione, alla necessità di una revisione più ampia delle crittogame, anticipando così gli sviluppi del proprio lavoro micologico. Sviluppi che negli anni successivi daranno luogo a una messe di contributi di grande interesse, poi confluiti nelle tre parti delle Observationes mycologicae (1795–1799) e nell’ultimo grande lavoro della stagione di Gottinga, Synopsis methodica fungorum (1801). Anche se la proposta di assumerla come punto di partenza delle denominazioni micologiche — analogamente a Species plantarum per le piante — fu respinta dal Congresso di Sydney del 1981, la Synopsis resta l’opera fondativa della sistematica dei funghi: un sistema di nuova concezione, con la trattazione di 71 generi, molti dei quali nuovi, e 1526 specie distribuite secondo criteri originali. Per quanto riguarda il lavoro editoriale — che non mancò, e che forse gli procurò almeno un piccolo cespite di entrate — non va dimenticata la cura dei tre volumi delle Dissertationes academicae di Thunberg, pubblicati a Gottinga tra il 1799 e il 1801, ulteriore testimonianza del suo legame con la scuola linneana. Parigi: il solitario del faubourg souffrant Nel 1802, con una decisione che ha stupito più di un biografo, Persoon lasciò Gottinga per stabilirsi a Parigi. In Germania era noto, rispettato, membro di prestigiose società scientifiche; a Parigi non aveva nessuno, e doveva ancora una volta cambiare ambiente e lingua. Eppure non fu una scelta impulsiva, ma preparata e meditata. Poté pesare anche la situazione politica: negli anni delle guerre napoleoniche la Germania era un campo di battaglia, mentre Parigi era la capitale scientifica d’Europa. Ma la Parigi in cui approdò Persoon — pur accolto con tutti gli onori e riconosciuto per il suo lavoro — non era quella dei salotti, dove brillava l’ex condiscepolo Humboldt, né quella dei collezionisti come il barone Delessert, né quella delle istituzioni di Jussieu, Lamarck e de Candolle. Fu la Parigi del lavoro metodico e solitario, condotto quasi da asceta della botanica e della micologia in una stanza al sesto piano del quartiere più povero della città, il faubourg souffrant: mal illuminata, poco aerata, difficile da riscaldare, arredata con l’indispensabile — un letto, un tavolo, una sedia, un fornello. C’era però ciò che contava davvero: il suo erbario, i libri, una lente mediocre e pacchi di esemplari che gli arrivavano da tutta Europa e talvolta dall’America. La corrispondenza, e soprattutto gli indirizzi con titoli altisonanti in latino (illustrissimus, clarissimus, Princeps mycologorum), stupivano il portinaio e i vicini, che forse si chiedevano se quell’uomo modesto, sempre chiuso nella sua stanza a lavorare, non fosse un principe in incognito. E in un certo senso lo era davvero: non di un regno degli uomini, ma di quello, immensamente più vasto e ancora in gran parte da esplorare, dei funghi — un continente biologico misterioso e interconnesso, che oggi sappiamo contare centinaia di migliaia di specie descritte e forse milioni ancora ignote. La vita materiale era ridotta all’indispensabile, immensa l’opera scientifica. Persoon divenne, in un certo senso, il centro motore di un intero settore della scienza nel suo nascere: studiava, scriveva, corrispondeva con centinaia di colleghi; era il maestro riconosciuto e il mentore degli studiosi delle generazioni successive, come Magnus Fries. Nel 1803, quasi in coincidenza con il suo arrivo a Parigi, incominciò a pubblicare tra Parigi e Strasburgo le Icones pictae specierum rariorum fungorum: forse una delle ragioni che l’avevano attirato nella capitale era che solo qui — e forse a Londra — era possibile realizzare un’opera con una qualità grafica e tipografica impossibile a Gottinga. E poi a Parigi c'era il Jardin des Plantes, con il suo immenso deposito di fogli d'erbario. Nei primi anni parigini, parallelamente agli studi micologici, Persoon affrontò di petto il problema che aveva incontrato curando la terza edizione di Systema vegetabilium: il numero crescente di specie conosciute e gli avanzamenti della botanica richiedevano un aggiornamento molto più profondo e sistematico. La risposta fu Synopsis Plantarum, seu Enchiridium botanicum, complectens enumerationem systematicam specierum hucusque cognitarum, in due volumi, usciti rispettivamente nel 1805 e nel 1807: 20.000 specie distribuite distribuite in 2300 generi e classificate secondo il sistema linneano, di fatto tutte le fanerogame conosciute all'epoca. E che Persoon non sia stato solo il principe dei micologhi, ma anche un botanico di primo piano, ce lo dicono le oltre 2600 occorrenza della sigla d'autore Pers. in IPNI, con decine di nuovi generi e centinaia di specie. Ovviamente i funghi rimasero il centro del suo lavoro anche negli anni parigini. Continuavano a uscire i fascicoli delle Icones (l’ultimo, il quarto, nel 1808). Scriveva recensioni di opere micologiche per il Journal de Botanique diretto da Desvaux e non trascurava la divulgazione, come mostra il Traité sur les champignons comestibles (1818). La sua competenza nella preparazione degli erbari era riconosciuta ovunque: nel 1825 pubblicò il lungo articolo Sur la manière de recueillir et de préparer les champignons pour les herbiers, che divenne un riferimento tecnico. Tra il 1817 e il 1822, a testimonianza dell’attenzione internazionale, a San Pietroburgo uscì in sei volumi Species plantarum, una versione lievemente corretta di Synopsis plantarum. L’opera più importante degli ultimi anni resta però Mycologia europaea, concepita come descrizione completa dei funghi del continente. Persoon ne pubblicò tre volumi tra il 1822 e il 1829. Poi il lavoro si interruppe, soprattutto perché non poté più servirsi del suo erbario. Con l’età che avanzava e i problemi di salute che cominciavano a farsi sentire, continuare a vivere e lavorare in povertà estrema nel faubourg souffrant divenne sempre più difficile. All’inizio degli anni Venti un gruppo di amici e corrispondenti tentò di sostenerlo con una sottoscrizione, ma egli rifiutò sdegnato. Nel 1825, su invito del medico Joseph Kerckhoffs, il governo olandese decise infine di concedergli una pensione di 800 fiorini l’anno; in cambio, Persoon dovette cedere l’erbario — oltre 14.000 esemplari — e gran parte della biblioteca. Alla prima rata, l’ambasciatore olandese a Parigi fece porre i sigilli all’erbario, che Persoon non poté più consultare, anche se esso partì per Leida, destinato all’erbario nazionale, solo nel 1828. Negli ultimi anni poté vivere più dignitosamente nel quartiere di Val-de-Grâce. Ottenne alcuni riconoscimenti, come l’ammissione alla Société linnéenne de Paris, di cui fu anche vicepresidente per un periodo. Partecipò a grandi opere collettive: la relazione sul viaggio delle corvette Uranie e Physicienne, per la quale curò la parte micologica (1826), e la Flore générale de France (1828). Tuttavia, la stagione creativa si era chiusa con la perdita dell’erbario. Morì a Parigi nel novembre 1836, all’età di 74 anni, e fu sepolto al cimitero di Père Lachaise. Sulla tomba volle una semplice lapide con la scritta: «Chretien Henry Persoon, Botaniste, Né au Cap de Bonne Espérance, décédé le 15 Novembre 1836». Peersonia, una Proteacea diversa dalle altre Nel campo micologico, l’eredità scientifica di Persoon è immensa. Fu il primo a portare ordine nella tassonomia di quel vasto e oscuro gruppo di organismi, lasciando un’impronta imprescindibile per tutti coloro che se ne occuparono contemporaneamente e dopo di lui. Anche la sua opera botanica, come abbiamo visto, è significativa. La terza edizione di Systema plantarum per qualche anno sostituì come opera di riferimento la seconda edizione di Murray e fornì la base per l’edizione francese Système sexuel des végétaux (1798). La monumentale Synopsis plantarum offrì un quadro completo e rigoroso delle conoscenze botaniche del tempo. Anche se entrambe furono presto superate dall’opera di altri botanici, segnarono comunque due tappe importanti della transizione dal sistema linneano ai diversi sistemi naturali. A Persoon, oltre a Persoonia — una delle maggiori riviste internazionali di micologia — sono stati dedicati due generi di funghi, Persooniana e Persooniella, e alcune specie botaniche, come Landolphia persooniana e Myosotis persoonii. Il genere Persoonia fu invece istituito tre volte: da Smith nel 1798, da Willdenow nel 1799 e da Michaux nel 1803. Per la legge della priorità è valido il primo. La dedica di Smith, come si vede, precede le grandi opere di Persoon, ma testimonia che la sua fama aveva già varcato la Manica. Scrive infatti: «In memoria del celeberrimo C. H. Persoon, famoso per varie operine sui funghi». Il genere Persoonia Sm. comprende oggi un centinaio di specie di arbusti o piccoli alberi della famiglia Proteaceae, per lo più endemiche dell’Australia; una specie è presente in Nuova Zelanda e un’altra in Nuova Caledonia. In Australia, con l’eccezione di P. pertinax, endemica del Great Victoria Desert, e di poche altre specie, prediligono le zone non aride, da temperate a subtropicali, dell’Australia sudoccidentale e sudorientale, inclusa la Tasmania. Sono note con il nome comune geebung, derivato da una lingua aborigena. Diffuse in una varietà di habitat — dalle pianure sabbiose dell’Australia sudoccidentale alle pianure costiere e al Great Dividing Range nell’Australia sudorientale, fino alle specie alpine della Tasmania e delle Alpi australiane — le Persoonia sono alquanto varie. Sono prevalentemente arbusti, da prostrati a eretti, più raramente piccoli alberi, con fogliame molto variabile da una specie all’altra. I fiori, ermafroditi, sono talvolta solitari, ma più spesso raccolti in racemi più o meno allungati che in alcune specie continuano a crescere terminando in una foglia. I tepali, liberi o più spesso saldati alla base, hanno apici retroflessi e sono solitamente di colore giallo. I frutti, drupe contenenti uno o due semi, in diverse specie sono eduli. Tra le specie più note si ricordano P. pinifolia, un grande arbusto dal fogliame aghiforme e dai lunghi racemi penduli, endemico dell’area di Sydney e particolarmente apprezzato come pianta da giardino per il suo valore ornamentale; P. levis, comune nelle foreste del sud‑est australiano, con foglie asimmetriche a forma di sciabola e racemi eretti, seguiti da drupe molto apprezzate da uccelli, canguri e opossum; P. chamaepeuce, un arbusto nano prostrato adattato agli ambienti alpini della Tasmania e delle Alpi australiane, con foglie lineari e fiori solitari caratterizzati da quattro tepali pelosi, fusi alla base e retroflessi all’apice. All’interno della vasta famiglia delle Proteaceae, Persoonia si distingue per alcune peculiarità. In primo luogo, manca del caratteristico apparato radicale (le radici proteoidi), formato da brevi radichette molto ravvicinate che facilitano l’assorbimento dei nutrienti inorganici: per questo motivo predilige suoli ben drenati, acidi e poveri di nutrienti. In secondo luogo, non presenta le grandi infiorescenze ricche di nettare tipiche di molte specie di questa famiglia, ma fiori molto più piccoli. Si ritiene che siano impollinate non da uccelli o piccoli mammiferi, come altre Proteaceae, ma da insetti come api e vespe. I frutti di molte specie costituiscono poi un’importante risorsa alimentare per la fauna. La dedica di Smith, forse nata con una certa libertà, fu comunque molto gradita a Persoon. Nel 1805, nel primo volume della Synopsis plantarum, egli poté ricambiare l’onore delineando uno dei primi profili del genere e attribuendogli cinque specie, tre delle quali di sua determinazione. Due di queste, P. hirsuta e P. laurina, sono tuttora valide, a testimonianza dell’acume di Persoon come tassonomista anche in campo botanico. Lavorò su esemplari d’erbario, senza aver mai visto una Persoonia viva, e su un genere allora quasi sconosciuto, prima che le grandi novità portate da Robert Brown e dai suoi studi sulle Proteaceae ne definissero i contorni. In questo senso, la dedica di Smith appare oggi meno casuale di quanto sembri: fu il riconoscimento precoce di un sistematico rigoroso, capace di orientarsi anche in territori inesplorati. Nella seconda metà del Settecento la Gran Bretagna diventa uno dei principali centri di irradiazione del sistema linneano, grazie a traduzioni e opere divulgative che superano la barriera del latino. Tra i suoi interpreti più efficaci figura Erasmus Darwin — medico, inventore, filosofo naturale — che contribuì alla fortuna del sistema sia traducendo Linneo sia reinventandolo in forma poetica. Lo ricorda il sorprendente genere australiano Darwinia. Tradurre Linneo senza tradirlo Intorno al 1775, in una cittadina delle Midlands, tre amici apparentemente mal assortiti decidono di mettere mano a un’impresa che, senza proclami, ha qualcosa di rivoluzionario. Vogliono tradurre in ingleseSystema vegetabilium, l’edizione della parte botanica di Systema naturae curata da Johan Andreas Murray da poco pubblicata in Germania (1774). Rendere quel testo accessibile a chi non legge il latino significa aprire la botanica linneana a un pubblico nuovo: studenti, dilettanti colti, donne, farmacisti, giardinieri, medici di provincia. Significa, in sostanza, portare Linneo fuori dalle accademie. L’impresa, artigianale nella sostanza e nei metodi, richiederà sette anni. Tra il 1782 e il 1783 escono i due volumi di A System of Vegetables; subito dopo, i tre alzano il tiro pubblicando l’ancora più ambizioso The Families of Plants, che fonde Genera plantarum e le Mantissae di Linneo con il Supplementum plantarum di Carl von Linné Junior e gli aggiornamenti di L’Héritier de Brutelle e Thunberg. Anche questa volta in due volumi, pubblicati nel 1787. Entrambe le opere sono firmate “A Botanical Society at Lichfield”. Ma cos’è questa società? O meglio: chi è? Consiste esattamente in tre persone, ed è ora di conoscerle. Il più noto, allora come oggi, è il medico, filosofo, poeta, inventore e naturalista Erasmus Darwin (1731–1802). Darwin come Charles: sì, proprio il nonno dello scienziato Charles Darwin. Fu quasi certamente lui a suggerire l’idea e a fondare la società, coinvolgendo due amici molto diversi tra loro. Il primo è Sir Brooke Boothby (1744–1824), baronetto, proprietario terriero, spirito colto ed eccentrico, come Darwin membro del circolo intellettuale noto come Lunar Society. Il secondo è William Jackson (1734–1798), procuratore della cattedrale di Lichfield: dei tre, il più oscuro. Di origini modeste, con una cultura un po’ irregolare, ma con una conoscenza professionale del latino che lo rendeva indispensabile. Fu presumibilmente lui a stendere la prima versione della traduzione, che poi Darwin e Sir Brooke rivedevano, correggevano, levigavano. In altre parole: Jackson era il lavoratore silenzioso, quello che preparava il testo su cui gli altri due intervenivano. Il legame tra Darwin e Jackson non era solo intellettuale. Intorno al 1777, nel pieno della sua fascinazione botanica e in coincidenza con l’avvio della traduzione del futuro A System of Vegetables, Darwin creò un orto botanico poco fuori Lichfield: un luogo insieme di passione, di studio e di ispirazione poetica, modellato secondo una visione del tutto personale. Jackson se ne sentiva un po’ il custode naturale e, quando il dottore lasciò Lichfield, lo acquistò, preservandolo intatto nella sua bellezza finché visse. La botanica, infatti, per Erasmus Darwin fu solo uno degli innumerevoli interessi: una tappa centralissima, certo, ma pur sempre una delle molte che costellano il suo percorso esistenziale poliedrico. Prima di diventare il promotore della botanica linneana in Inghilterra e il poeta delle piante, Erasmus Darwin si era già messo in luce come medico e membro fondatore di uno dei circoli intellettuali più originali e influenti dell'Illuminismo inglese. Figlio di Robert Darwin, un medico non estraneo agli interessi naturalistici (gli si deve la comunicazione alla Royal Society di uno dei primi fossili di dinosauro), si formò come medico alle università di Cambridge e Edimburgo. Nel 1756 esercitò con poca fortuna la medicina a Nottingham; dopo qualche mese, si trasferì a Lichfield, dove la straordinaria guarigione di un giovane pescatore che tutti davano per spacciato gettò le basi di un successo professionale che per mezzo secolo non sarebbe mai venuto meno, fino a giungere all'invito a diventare Royal Physician, che egli rifiutò. Come medico era richiestissimo in tutta la regione; di carattere gioviale, esuberante, di parola inarrestabile - benché balbuziente -, abile nello stringere e coltivare amicizie, incominciò presto a stringere duraturi legami intellettuali e personali con le persone più diverse, come lui innamorate del sapere, soprattutto se non astratto, ma traducibile in azione, invenzioni, miglioramento tanto della vita quotidiana quanto della società: di fatto, i promotori e le menti della rivoluzione industriale. Da quegli incontri, da quella rete, prese via via forma una singolare associazione, che non ricevette per altro mai uno status formale. Gli aderenti si incontravano ogni mese un lunedì di luna piena - la notte chiara, nelle strade non illuminate, rendeva più facile rientrare a casa in sicurezza, senza incidenti e incontri indesiderati - per dibattere, discutere, mostrare e confrontare idee, esperimenti e invenzioni. Chiamavano se stessi lunatics e il club Lunary Society. Unico biglietto da visita: la curiosità intellettuale, senza barriere sociali. I membri erano intellettuali, medici, ma anche e forse soprattutto artigiani, inventori, industriali (categorie tra le quali, all'epoca, spesso non c'era distinzione netta): Matthew Boulton, che fabbricava fibbie e bottoni e sarebbe diventato socio di Watt; lo stesso Watt, padre della macchina a vapore; John Mitchell, professore di Cambridge, studioso di geologia, astronomia, magnetismo; l'orologiaio John Whitehurst, autore di un libro di geologia; i chimici William Small e James Kier; il proprietario terriero, inventore e pedagogista Richard Edgeworth; l'armaiolo Samuel Galton, cultore della zoologia e dell'ottica; l'industriale Josiah Wegdwood, fondatore della più importante fabbrica britannica di ceramiche. Tutte le scienze, ogni campo di attività, nella Lunar Society trovavano i loro cultori; non poteva mancare la botanica, che – soprattutto grazie a Linneo e alla semplicità funzionale dei nomi binomiali e del sistema sessuale – stava diventando una scienza alla moda, favorita dall’arrivo di nuove piante da ogni parte del mondo e dal diffondersi del gusto per i giardini paesaggistici. Come medico, Erasmus Darwin non poteva ignorarla. Ma la fascinazione vera e propria arrivò probabilmente proprio grazie agli amici della Lunar Society: il già citato Sir Brooke Boothby e, soprattutto, William Withering, medico dell’ospedale di Birmingham e autore di The Botanical Arrangement of All the Vegetables Naturally Growing in Great Britain, la prima flora britannica basata sul sistema linneano. Withering, però, aveva “edulcorato” Linneo: nella sua flora omise ogni riferimento esplicito alla riproduzione sessuale delle piante, dichiarando di voler “proteggere la modestia femminile”. Fu anzi proprio in reazione al libro dell'amico che Darwin decise di tradurre Systema vegetabilium. A Withering lo univa il desiderio di rendere la botanica accessibile al più ampio pubblico possibile, ma del suo testo - molto letto e decisivo per la diffusione dei principi linneani in Gran Bretagna - contestava sia l'eccessiva anglicizzazione del linguaggio sia, soprattutto, quell'atteggiamento censorio. Linneo non doveva essere "adattato", ma restituito nella piena integrità, con la massima fedeltà possibile. Iniziò così la grande impresa di A system of vegetables; si trattava spesso creare un nuovo vocabolario e per farlo Darwin, Boothby e Jackson si avvalsero della consulenza di Samuel Johnson, autore del celebre Dictionary e nume tutelare della società intellettuale di Lichfield, di cui era nativo. Con quell'opera e poi con The Families of Plants entrarono così nel lessico britannico termini come stamen e pistil. Le scelte linguistiche della "Società botanica di Lichfield" si imposero, e lo stesso Withering fu costretto ad adottarle nelle successive edizioni della sua Flora. All'epoca, la sua amicizia con Erasmus Darwin si era già interrotta. Nel 1785 egli pubblicò la monografia An Account of the Foxglove, basata su 163 casi clinici, e rivendicò come propria la scoperta dell’uso della Digitalis purpurea come rimedio per l’idropisia. Darwin contestò questa priorità, sostenendo che tale conoscenza terapeutica fosse già presente nella sua cerchia familiare e professionale. La disputa si trascinò a lungo e coinvolse anche Jonathan Stokes, un altro medico lunatic, inizialmente collaboratore di Withering. L’episodio, seppur marginale, illumina bene il clima appassionato, ma anche competitivo e talvolta spigoloso, della comunità scientifica delle Midlands nel pieno dell’Illuminismo industriale. Mettere Linneo in scena D’altra parte, l’episodio illustra bene anche il carattere sanguigno, passionale, a volte intollerante dello stesso Darwin, che viveva ogni cosa fino in fondo, con la mente ma anche con il corpo. La botanica non era per lui soltanto una passione intellettuale: implicava una relazione fisica e totalizzante con le piante, oggetti da osservare, toccare, odorare. E cantare. Perché la botanica divenne la sua musa, e gli dettò il più immaginifico dei suoi poemi, The Botanic Garden, soprattutto nella sua seconda parte, The Loves of Plants. Lo stimolo, ancora una volta, venne da una delle sue amicizie. Nel 1778, Anna Seward, poetessa nota con il soprannome di "Cigno di Lichfield", figura eminente dei circoli intellettuali della cittadina delle Midlands e intima amica di Darwin e della sua famiglia, pubblicò il poema Verses Written in Dr. Darwin's Botanic Garden, ispirato al suo giardino. Come avrebbe confidato a Seward, anche grazie a quei versi - li apprezzava tanto da includerli in una delle versioni a stampa del proprio poema, senza indicarne la paternità e senza il permesso dell'autrice che non la prese benissimo - capì che "il sistema di Linneo è un terreno poetico inesplorato e un soggetto felice per la Musa. Suggerisce metamorfosi di tipo ovidiano, anche se invertite". Con queste parole, Darwin sottolinea il meccanismo retorico fondamentale del suo testo: mentre nelle Metamorfosi di Ovidio si raccontano miti che vedono la trasformazione di esseri umani, ninfe e dei in piante, egli antropomorfizza le piante, trasformandole in dame e cavalieri, caste vergini e donne fatali, pastori e pastorelle. The Loves of Plants si inserisce in uno dei generi più praticati nel Settecento, il poema didascalico, in Inghilterra brillantemente rappresentato dall’Essay on Man di Alexander Pope, che mette in versi la meccanica celeste di Newton. Ma se l’intento è lo stesso – diffondere la conoscenza in una forma accessibile e accattivante – e uguale la gabbia formale dei distici eroici, lo stile e i risultati sono profondamente diversi. Pope mira alla sintesi, all’astrazione, a un equilibrio razionale; Darwin, invece, trasforma la tassonomia in teatro, la classificazione in scena, la fisiologia in immaginazione sensoriale. Il poema, diviso in quattro canti, non ha andamento narrativo; è invece costituito da 83 quadri o episodi, ciascuno dedicato a una specie. Questa struttura modulare, quasi enciclopedica, ricorda un erbario, ma un erbario animato: ogni pianta diventa un personaggio, ogni descrizione un piccolo dramma. Linneo aveva usato metafore come matrimonio, letto nuziale, sposo e sposa; Darwin va molto oltre, rovesciando in un certo senso lo schema linneano – che parte dal numero e dalla disposizione degli organi maschili – e ponendo al centro di ogni quadro una figura femminile, la personificazione della pianta stessa. Queste figure femminili, pur rappresentate secondo codici relativamente convenzionali, seguono una progressione che rispecchia fedelmente la tassonomia: spose caste nei fiori con organi sessuali maschili e femminili in numero pari; aiutanti o compagne di un gruppo di fratelli nelle piante con stami fusi; femmes fatales seducenti e sfrenate, o al contrario verginelle insidiate e bisognose di protezione, quando gli stami incominciano a farsi numerosi; e infine, quando gli organi maschili sono numerosissimi, regine, sante, maghe, sacerdotesse. È un crescendo teatrale che segue la classificazione ma la trasfigura in iconografia. Nel mondo dei fiori non ci sono però rapimenti, stupri, violenza: il sesso è innocente e naturale, necessario alla vita per riprodurre se stessa. L’erotismo vegetale, pur esplicito, non è mai trasgressivo: è un gesto vitale, non morale. In un secolo ossessionato dalla decenza, questa innocenza è insieme disarmante e scandalosa. A rendere il poema ancora più singolare è il ruolo delle note, che occupano spesso più spazio del testo in versi. Non sono semplici chiarimenti eruditi: sono digressioni scientifiche, aneddoti, osservazioni mediche, racconti mitologici, descrizioni di esperimenti, citazioni, micro-saggi. Le note espandono ogni quadro, lo collegano ad altri saperi, aprono percorsi laterali. Il lettore è continuamente invitato a saltare dal verso alla prosa, dalla scena alla spiegazione, dal mito alla botanica. È una struttura che anticipa la logica dell’ipertesto: un poema che si legge su più livelli, in cui ogni pianta è un nodo di una rete di conoscenze. The Loves of Plants esce anonimo nel 1789, per i tipi del noto libraio londinese Joseph Johnson. Darwin teme che un poema così teatrale e così esplicitamente fondato sulla sessualità possa nuocere alla sua reputazione di medico e scienziato; l’anonimato è anche un ballon d’essai: vuole capire fino a che punto il pubblico è pronto ad accettare un poema che fonde scienza e immaginazione. Anche se il libro è piuttosto costoso, il successo è immediato: se ne discute in tutti i salotti, ne parlano tutte le riviste e tutti vogliono leggerlo. Qualcuno è scandalizzato, ma il pubblico colto – tanto nelle Midlands quanto a Londra – lo accoglie con curiosità e divertimento. La teatralizzazione della botanica, così nuova e così audace, diventa un fenomeno di moda. Due anni dopo, Darwin, questa volta sotto il proprio nome, dà alle stampe The Botanic Garden, in cui The Loves of Plants è preceduto da The Economy of Vegetation, anch’esso un poema didascalico in quattro canti che celebra la natura nelle sue diverse manifestazioni e allo stesso tempo esalta il progresso scientifico e le innovazioni tecnologiche, dalla macchina a vapore alla forgiatura dell’acciaio. Le note si fanno ancora più numerose, lunghe ed enciclopediche: veri e propri saggi in miniatura che collegano i versi a un vasto orizzonte di saperi. Più ancora che in precedenza, il poema assume pienamente la forma di un ipertesto ante litteram, in cui ogni quadro si apre in una costellazione di rimandi, digressioni e approfondimenti. The Economy of Vegetation riflette anche il tumultuoso allargamento degli interessi dell’autore. Nel 1780 si sposò in seconde nozze con Elizabeth Pole e si trasferì nella proprietà della moglie nei dintorni di Derby. Vendette il giardino a Jackson e smise anche di frequentare la Lunar Society. Non era però meno attivo e poliedrico: continuava a esercitare la medicina, a progettare macchine, a scrivere, a sperimentare. Il centro della sua vita si spostò, ma non la sua energia creativa, che trovò nel nuovo ambiente ulteriori stimoli e nuovi campi d’azione. Il maggiore impegno di questi anni fu Zoonomia or the Laws of Organic Life, un trattato in due volumi (pubblicati tra il 1794 e il 1796) in cui argomenti più schiettamente medici - la fisiologia, la patologia, l'anatomia - si fondono con la psicologia. L'opera è anche nota per aver sviluppato una prima idea di evoluzionismo, in una linea però più vicina a quella di Lamarck piuttosto che quella imboccata dal nipote Charles. Antischiavista come i suoi amici della Lunar Society, Darwin si occupò anche di politica, nonché di educazione femminile, scrivendo A plan for the conduct of female education in boarding schools (1797). Né mancò una terza ampia opera poetica, The Temple of Nature; or, The Origin of Society, uscito postumo nel 1803, centrato proprio sul concetto di evoluzione, tracciando il progresso della vita dagli organismi microscopici alla società civilizzata. Personaggio assai sociale e socievole, Erasmus Drawin, oltre che della Lunar Society e della fantasmatica Botany Society at Lichefield - sempre si rammaricò di non essere riuscito ad allargarla oltre i tre soci fondatori - fu membro della Royal Society, alla quale fu ammesso nel 1761, della Derby Philosophical Society, alla quale presentò i suoi esperimenti sull'uso terapeutico di alcuni gas, della American Philosophical Society, della quale entrò a far parte tramite Benjamin Franklin. Meritano almeno una menzione le sue numerose invenzioni: un mulino a vento orizzontale, progettato per Josiah Wedgwood; una carrozza che non si rovesciava; un servosterzo, che sarebbe stato applicato alle automobili più un secolo dopo la sua morte; una copiatrice; una macchina per parlare, ovvero una laringe meccanica; un ascensore per chiatte; strumenti per il monitoraggio meteorologico; un motore a idrogeno e ossigeno; un uccellino meccanico. Erano oggetti di uso immediato e pratico, piccoli divertimenti e curiosità, e intuizioni davvero avveniristiche. Una miscela che dice molto della sua mente, del suo ingegno che rifiutava le gerarchie. Le colorate campane di Darwinia, australiana eccentrica A lungo, fino a un certo recupero in anni recenti, Erasmus Darwin è stato soprattutto il nonno eccentrico di Charles Darwin. Ma per i suoi contemporanei era una presenza costante e influente, spesso discussa ma mai indifferente. Le sue poesie furono ammirate da Wordsworth (ma detestate da Coleridge), e persino il Frankenstein di Mary Shelley sembra sia stato ispirato da alcuni suoi esperimenti. Era inevitabile che lasciasse una traccia anche nella nomenclatura botanica. Nel 1816 Edward Rudge gli dedicò una pianta australiana, Darwinia fascicularis, con una dedica laconica ma rivelatrice dell’ampia diffusione delle sue opere: “Ho nominato questo genere in onore del fu dottor Erasmus Darwin di Lichfield, autore di The Botanic Garden, Zoonomia e della traduzione del Systema Vegetabilium di Linneo con la Botanical Society at Lichfield”. Nel 1817 seguì un secondo genere Darwinia, non valido, omaggio di Dennstedt, e un terzo nel 1818, da parte di Rafinesque, anch’esso non valido. Darwinia è un genere di arbusti della famiglia Myrtaceae, endemico dell'Australia. Sorprendentemente variabile, ha una distribuzione frammentata, con alcune specie formate da micro‑popolazioni isolate, spesso ristrette a un’unica collina o a un tipo di suolo. Questa frammentazione crea problemi tassonomici — a seconda delle fonti e dei criteri adottati, il numero di specie riconosciute oscilla da una cinquantina a circa settanta — e comporta anche una forte vulnerabilità. Molte Darwinia sono minacciate proprio perché vivono in aree minuscole, separate tra loro e sensibili a qualsiasi cambiamento. La maggior parte delle specie si concentra nel sud‑ovest dell’Australia, ma alcune si trovano anche nel sud‑est, con una distribuzione disgiunta tipica di molti gruppi della flora australiana. Sempreverdi, sono molto variabili per dimensioni (da 20 cm a 3 metri) e portamento, anche se per lo più si tratta di arbusti prostrati. Molte specie hanno foglie semplici, coriacee, quasi aghiformi, per adattarsi all'aridità; spesso sono aromatiche per la presenza di oli essenziali. Molto particolare la struttura dei fiori: un calice di cinque sepali solitamente molto piccoli, una corolla di cinque petali, bianca, verdastra o colorata, che racchiude dieci stami e dieci staminoidi, solitamente non visibili, mentre lo stimma è protruso; in molte specie, il fiore è racchiuso in grandi brattee colorate che gli danno l'aspetto di una campa, da cui il nome comune mountain bell o bell. E' il caso di una delle specie più apprezzate nei giardini australiani, D. meeboldii, un grande arbusto spinoso con attraenti fiori penduli a campana avvolti da brattee verdi, bianche e rosse. E' originario dell'aree costiere dell'Australia sudoccidentale, in particolare sui suoli torbosi della parte occidentale delloStirling Range National Park. Ancora più vistosa D. macrostegia, con grandi fiori a campana avvolti in brattee bicolori bianche e rosse; vive nella stessa area dell'Australia, ma è ancora più rara, essendo distribuita in appena cinque popolazioni tra lo Stirling Range National Park, le Esperance Plains e la Jarrah Forest. La specie più coltivata è probabilmente D. citriodora, caratterizzata da foglie profumate di limone e da piccoli fiori rossi, gialli e aranciati, con lunghi stimmi protrusi, raggruppati in gruppi di quattro all'apice dei rami e circondati da brattee verdi. Più robusta e adattabile delle altre specie, è spesso utilizzata come portainnesto. Come ho già accennato, diffuse in habitat ristretti, molte Darwinia sono minacciate. Tra le più fragili, un'altra bellezze delle aree costiere dell'Australia sudoccidentale, D. oxylepis, di cui si conoscono solo quattro popolazioni, nei parchi nazionali dello Stirling Range e di Porongurup, dove crescono in aree stagionalmente allagate. Oltre alla minaccia del fuoco e della raccolta indiscriminata (hanno vistosi fiori con brattee rosse), un grave pericolo è costituito da un patogeno fungino, il cosiddetto fungo della cannella Phytophthora cinnamomi. Legata a condizioni molto particolari, questa specie non è solitamente coltivata. Tutte le specie citate sono originarie dell'Australia sudoccidentale; è invece tipica dell’Australia sudorientale Darwinia biflora, un piccolo arbusto endemico del Sydney Basin. Molto diversa dalle specie occidentali, ha foglie minute e infiorescenze compatte, prive delle grandi brattee vistose delle “mountain bells”. Cresce su suoli sabbiosi poveri, spesso in aree disturbate, e la sua distribuzione è estremamente ristretta: poche popolazioni isolate tra Hornsby, Arcadia e Maroota, in un mosaico di boscaglie aperte e affioramenti arenacei. Anche questa specie è considerata vulnerabile, minacciata dall’espansione urbana, dagli incendi e dalla frammentazione dell’habitat. Molto esigenti, le Darwinia non sono solitamente disponibili sul mercato europeo. A quanto mi risulta, l'unica specie coltivata in Italia è D. carnea, caratterizzata da piccoli fiori raggruppati all'apice dei rami in gruppi da 10 a 14 circondati da bratteole da verdastre a rosa carnacino; peculiare la sua distribuzione, in due aree separate da circa 250 km: una piccola popolazione presso Narrogin e tre presso Mogumber. Chissà come Erasmus Darwin avrebbe descritto Darwinia, se l’avesse conosciuta. Forse una ninfa tutt’altro che pudica, che protende il lungo stimma colorato oltre le brattee, mentre dieci timidi amanti nascosti nella corolla le offrono in silenzio il loro omaggio. Certo, questo genere così vario e così teatrale nelle sue specie dalle fioriture più vistose non avrebbe mancato di affascinarlo. È come curatore — o, come preferiva dire con modestia, “allestitore” — del linneano Systema vegetabilium che l’allievo di Linneo Johan Andreas Murray ha lasciato il suo contributo più duraturo alla storia della botanica. A lui si devono anche la riorganizzazione dell’orto botanico universitario di Gottinga secondo il sistema linneano, un ruolo di mediazione tra gli ambienti accademici svedesi e tedeschi e una significativa opera di farmacognosia. Lo ricorda il genere Murraya, ottenuto da Linneo dopo qualche insistenza. La carriera tedesca di un allievo devoto Ci sono opere di riferimento in cui il nome dell’autore sopravvive all’autore stesso: accade ai grandi dizionari, come lo Zingarelli, o ai manuali giuridici, che continuano a portare il nome originario per decenni, anche dopo la morte del loro primo creatore, quando ad aggiornarli sono ormai mani diverse. Qualcosa di simile capitò anche a Systema naturae, l’opera in cui Linneo condensò la sua classificazione della natura, divisa nei tre regni degli animali, delle piante e dei minerali. Lui vivente ne uscirono dodici edizioni: dalla prima, pubblicata a Rotterdam nel 1735 e costituita da appena dodici pagine in folio, all’ultima, stampata a Stoccolma tra il 1766 e il 1768, in tre volumi e quattro tomi, per un totale di circa 2400 pagine. Tuttavia, solo cinque di queste edizioni furono davvero scritte da lui: la prima, la seconda, la sesta, la decima e appunto la dodicesima. Le altre erano riedizioni, spesso con nomi volgari in tedesco o in francese anziché in svedese, talvolta con ampliamenti più o meno estesi. Lo stesso Linneo le elenca puntigliosamente nella prefazione del primo volume della dodicesima edizione, limitandosi a registrare anno e luogo di stampa, curatore ed eventuali aggiunte. Era certo compiaciuto della diffusione della sua opera, ma forse anche un po’ seccato da quel proliferare di versioni spesso non autorizzate, come traspare dall’unica nota davvero polemica, quella riservata all’edizione pirata di Lipsia del 1762, definita "viziosa e uscita furtivamente. Non aggiunge nulla". Il nome “Linnaeus” era ormai diventato un marchio di fabbrica, una garanzia di autorevolezza. Così non stupisce che, dopo la sua morte, si sia aperta una lunga vicenda non solo di riedizioni e traduzioni, ma anche di edizioni aggiornate che continuarono a uscire con il nome di Linneo in testa al frontespizio, mentre quello del curatore — quando compariva — era relegato più in basso e in corpo minore. Contemporaneamente, mentre Linneo era ancora un naturalista a tutto campo, capace di spaziare dalla botanica alla zoologia e alla mineralogia, l’esplosione delle conoscenze rendeva inevitabile la specializzazione. Le edizioni postume del Systema naturae seguirono così due strade divergenti: da un lato la tredicesima edizione di Johann Friedrich Gmelin (1748–1804), un’opera monstre in tre volumi e dieci tomi, pubblicata a Lipsia tra il 1788 e il 1792, che continua a trattare i tre regni della natura ma di fatto apporta contributi significativi solo alla zoologia, con il primo volume esploso in sette parti; dall’altro la via inaugurata da Johan Andreas Murray, che isola la parte botanica e nel 1774 pubblica la prima edizione della sua revisione sotto il titolo Systema vegetabilium. Come vedremo, basata integralmente su materiale linneano e pubblicata mentre Linneo era ancora vivente e coinvolto nella revisione, questa edizione può essere considerata un’opera di soglia: segna il passaggio dalla fase linneana a quella postlinneana, inaugurando una tradizione editoriale autonoma. Johan Andreas Murray (1740–1791), nonostante il cognome scozzese, era nato in Svezia. Uno dei suoi antenati si era rifugiato in Prussia negli anni della guerra civile inglese, e suo padre, il teologo Andreas Murray, si era poi trasferito a Stoccolma come secondo pastore della chiesa tedesca, diventando in seguito dottore in teologia a Uppsala. La famiglia manteneva tuttavia solidi legami con la cultura e l’ambiente accademico tedeschi: il fratello maggiore, Johann Philipp, era professore di storia all’università di Gottinga, dove — come vedremo — avrebbe studiato e insegnato anche Johan Andreas. Altri due fratelli rimasero invece in Svezia: Gustaf divenne vescovo di Västerås, mentre Adolf, anch’egli allievo di Linneo, divenne professore di anatomia e chirurgia all’università di Uppsala. Questa doppia identità — allo stesso tempo svedese‑linneana e tedesca — si riflette anche nella formazione e nella carriera accademica di Johan Andreas. Ricevette la prima istruzione presso la scuola tedesca di Stoccolma, per poi trasferirsi sedicenne a Uppsala, dove seguì tra l’altro le lezioni di botanica, storia naturale e farmacia di Linneo e quelle di medicina di Niels Rosén von Rosenstein. La permanenza fu breve, appena tre anni, ma ebbe la forza di un imprinting. L’incontro con Linneo — il suo carisma, il suo metodo, la sua visione — dovette essere folgorante per quel ragazzo dotato, che proprio nell’anno del suo arrivo pubblicò la sua prima opera, Enumeratio vocabulorum quorundam, un trattato sui nomi botanici degli antichi. Poi lasciò Uppsala, ma non dimenticò mai gli insegnamenti di colui che continuò a considerare il suo vero maestro. Nel 1760, dopo un viaggio in Svezia e un soggiorno a Copenhagen, si trasferì a Gottinga per raggiungere il fratello maggiore e nel 1763 si laureò in medicina con una tesi sull’inoculazione del vaiolo in Svezia. Già l’anno dopo fu nominato professore associato della facoltà di medicina, iniziando a dividere i suoi interessi tra botanica e farmacologia. Il bilinguismo ne fece presto un mediatore tra la cultura svedese e quella tedesca: tradusse la terza parte del viaggio di Kalm in America (le prime due erano state tradotte dal fratello) e un influente trattato di Rosén sulle malattie pediatriche. Nel 1769 fu nominato professore ordinario di filosofia naturale e direttore dell’orto botanico; si affrettò a comunicarlo a Linneo, promettendogli che avrebbe onorato, con i suoi scritti e le sue parole, i grandi meriti del maestro. A stretto giro Linneo si congratulò per quella nomina che lo poneva a capo di un orto botanico in “clima felicissimo”, aggiungendo: «Quale maggiore soddisfazione per me che vedere i miei allievi diffondersi in tutta Europa e diventare i generali che comanderanno l’armata di Flora». Una vittoria forse ancora più dolce, se si pensa che quel giardino era stato fondato — ed era stato il regno — del rivale e ormai nemico Albrecht von Haller. Murray avrebbe mantenuto quella cattedra per un ventennio, fino alla morte, avvenuta nel 1791. Il suo principale impegno fu la ristrutturazione e il potenziamento dell'orto botanico, che riorganizzò secondo il sistema linneano, arricchì di piante esotiche, soprattutto nordamericane e siberiane, e dotò di nuove strutture, tra cui serre con temperature differenziate (frigidarium, tepidarium, calidarium), secondo il modello dell'orto botanico di Linneo a Uppsala. Grazie alla profonda conoscenza della materia e all'erudizione anche in altri campi, le sue lezioni erano molto frequentate; inoltre, secondo l'insegnamento sia di von Haller sia di Linneo, le integrava con escursioni sul campo, dirette soprattutto nei Monti Harz, una regione mineraria che lo interessava anche per la sua ricchezza geologica. E alla flora degli Harz dedicò un ampio approfondimento in Prodromus designationis stirpium Gottingensium, pubblicato nel 1770, che è allo stesso tempo una flora dei dintorni di Gottinga e un catalogo dell'orto botanico universitario. Murray pubblicò anche osservazioni su piante rare nelle Commentationes della Società delle scienze di Gottinga, ma il campo in cui raggiunse risultati davvero originali, più che la botanica, fu la farmacognosia. Tra il 1776 e il 1790, pubblicò Apparatus medicaminum tam simplicium quam praeparatorum et compositorum in praxeos adiuventum consideratur, in cinque volumi - completato nel 1792 da un sesto volume postumo a cura di Ludwig Christoph Althof - dedicato soprattutto alla medicina vegetale e considerato il primo trattato del genere in Germania. Come nacque Systema vegetabilium Torniamo ora a Systema vegetabilium e alle circostanze in cui nacque. Dopo aver lasciato la Svezia nel 1760, Murray non vi fece ritorno per dodici anni. Nel 1772 ottenne finalmente un congedo e l’esonero temporaneo dall’attività accademica: poté così recarsi a Stoccolma per far visita al padre ormai anziano e, subito dopo, raggiungere Uppsala. Qui, con commozione di entrambi, incontrò Linneo, con il quale aveva mantenuto per tutti quegli anni una fitta e apprezzata corrispondenza. L’allievo ritrovò nel maestro “la stessa cordialità, la stessa vivacità di spirito, lo stesso desiderio di raccogliere rarità dalla storia naturale” che lo avevano affascinato adolescente. Linneo gli mostrò un manoscritto con le sue integrazioni alla parte botanica di Systema naturae: la revisione era molto avanzata, ma egli non aveva alcuna intenzione di imbarcarsi nuovamente nell’impresa di una nuova edizione. Fu Murray a convincerlo ad affidargli il manoscritto e a permettergli di cercare un editore tedesco per questa sezione. Nella primavera del 1773 era nuovamente a Stoccolma, dove tenne una lezione all’Accademia delle scienze alla presenza del re; quindi rientrò in Germania portando con sé il testo linneano. Trovò un editore ideale in Johann Christian Dieterich, trasferitosi a Gottinga ma ancora attivo anche a Gotha. Murray seguì personalmente le trattative e la cura della pubblicazione, attenendosi in modo scrupoloso al manoscritto linneano e sottoponendo al maestro ogni dubbio e ogni proposta di integrazione. L’opera uscì nel 1774 nelle sedi editoriali di Gotha e Gottinga. I diritti d’autore — 2460 talleri di rame svedesi — andarono integralmente a Linneo. Rispetto alla dodicesima edizione di Systema naturae, le integrazioni consistono in circa novanta nuove introduzioni o aggiornamenti nomenclaturali; invariata rimane invece la parte teorica introduttiva. Il solo contributo originale di Murray è la prefazione, in cui racconta in tono commosso l’incontro con Linneo e la genesi dell’opera. Il titolo completo — Systema vegetabilium secundum classes ordines genera species cum characteribus et differentiis. Editio decima tertia accessionibus et emendationibus novissimis manu perillustris auctoris scriptis adornata a Joanne Andrea Murray — chiarisce la natura ibrida del volume: un’opera autonoma che si presenta però come tredicesima edizione di Systema naturae, scelta che avrebbe generato non poca confusione. Per definire il proprio ruolo, Murray usa il verbo adornare: allestire, ordinare, preparare. Non un curatore in senso moderno, ma un redattore fedele. Lo stesso anno della pubblicazione, Linneo fu colpito dal primo della serie di ictus che lo avrebbero condotto al declino e poi alla morte nel 1778. L’edizione murrayana è dunque l’ultima alla quale poté mettere mano. Dieci anni dopo, tra maggio e giugno 1784, Murray tornò su Systema vegetabilium pubblicando una seconda edizione (designata anche come quattordicesima di Systema naturae). Il titolo — Caroli a Linné… Systema vegetabilium… Editio decima quarta praecedente longe auctior et correctior curante Jo. Andrea Murray — chiarisce che il suo ruolo è mutato: ora è autore, correttore e curatore. Integra infatti il testo con la descrizione di numerose specie, soprattutto piante giapponesi comunicate da Carl Peter Thunberg. Poiché la pubblicazione di Murray precedette di qualche mese Flora japonica (uscita nello stesso anno), ha la priorità rispetto a quest’ultima; la paternità rimane però a Thunberg, da cui la formula d’autore Thun. ex Murray. Con Systema vegetabilium si apre un capitolo influentissimo della storia editoriale linneana e postlinneana. La prima edizione fornì la base per la traduzione inglese pubblicata tra il 1783 e il 1785 dalla Lichfield Society sotto il titolo A System of Vegetables. Della seconda edizione uscirono una traduzione tedesca nel 1786 e una italiana nel 1789. Nel 1798 comparve poi a Parigi, per i tipi di Didot, una ristampa che si presenta come quindicesima edizione ma è in realtà una semplice riproduzione della cosiddetta quattordicesima. Una confusione destinata a durare a lungo — come ho già mostrato parlando dell’edizione di Roemer e Schultes. Una dedica molto desiderata Murray desiderava ardentemente che Linneo gli dedicasse un genere, e glielo scrisse più volte. Ma Linneo — ormai pressato da richieste continue e consapevole della delicatezza del gesto — in una lettera del novembre 1769 gli rispose con franchezza che, per evitare accuse di favoritismo, prima avrebbe dovuto pubblicare qualcosa di significativo in campo botanico. Murray accettò la condizione senza esitazioni. Nel 1770 pubblicò negli Atti dell’Accademia svedese delle scienze un articolo su Aletria capensis, seguito l’anno successivo daCommentatio naturam foliorum de arboribus cadentium expendens nelle Commentationes della Società delle scienze di Gottinga. Soddisfatto il requisito, Linneo poté finalmente fargli omaggio del genere Murraya, comparso in Mantissa Plantarum Altera. Per evitare ulteriori sospetti, scelse una pianta comunicatagli da un altro allievo, Johann Gerhard König, attivo in India: da qui la formula d’autore J.Koenig ex L. Oggi il genere Murraya (Rutaceae) comprende otto specie di arbusti o piccoli alberi distribuiti dall’India all’Australia e alle isole del Pacifico, con centro di diversità in Cina e nel Sudest asiatico. Con foglie sempreverdi, spesso aromatiche, si distinguono per i fiori candidi e profumatissimi seguiti da bacche carnose nere, rosse o aranciate. La specie più nota è Murraya paniculata (nota anche come M. exotica), talvolta coltivata anche da noi: un piccolo alberello sempreverde, adatto alla coltivazione in vaso, ma usato per le siepi nei climi miti, apprezzato per i corimbi di fiori bianchi dal profumo intenso — da cui il nome inglese jasmine-orange, che allude sia al profumo sia all’appartenenza alle Rutaceae. Originaria delle foreste pluviali del Sudest asiatico e dell’Australia, è stata introdotta altrove come ornamentale e in alcune regioni, come il Queensland e le isole del Pacifico, si è naturalizzata diventando invasiva. Recentemente, sulla base della morfologia pollinica e di studi filogenetici, dal genere — un tempo molto più ampio — è stata separata la sezione Bergera, ora riconosciuta come genere autonomo. È così che l’albero del curry, in precedenza Murraya koenigii, è stato riclassificato come Bergera koenigii. Possiamo rimpiangere che il nome precedente non sia più riconosciuto, perché costituiva un legame simbolico tra due allievi di Linneo dal destino diversissimo: Murray, professore universitario in Germania e mediatore tra gli ambienti accademici svedesi e tedeschi, curatore di un’opera che avrebbe segnato la storia della sistematica; e Johann Gerhard König, naturalista della Compagnia delle Indie a Madras, figura chiave nella trasmissione della flora indiana al mondo scientifico britannico. Riuniti nello stesso nome, erano una piccola ma eloquente testimonianza della profondità e della varietà del contributo degli allievi linneani alla botanica del Settecento. Quasi negli stessi anni – e per un lungo tratto contemporaneamente – furono attivi negli Stati Uniti ottocenteschi due medici appassionati di botanica: Jacob Bigelow e John Milton Bigelow. Stessi anni, stessa professione, stessa passione, stesso cognome. Che talvolta siano stati confusi non stupisce. Eppure diversissimi furono il loro campo d’azione e il modo in cui la botanica li ha ricordati: con il genere Bigelowia il primo, con una costellazione di specie del Sud‑Ovest il secondo. Gemelli diversi: Jacob Bigelow l'accademico Nel corso dell’Ottocento, negli Stati Uniti operarono due medici omonimi, entrambi attivi anche in botanica: Jacob Bigelow (1787–1879) e John Milton Bigelow (1804–1878). Il primo, più anziano, era una figura di spicco della Boston accademica, professore universitario e autore di un’opera che divenne un classico. Il secondo viveva in provincia, nell’Ohio; si interessò alla flora locale e, quando era ormai maturo, partecipò a due grandi spedizioni di esplorazione del Nord America: quella del confine con il Messico e la spedizione Whipple. Stesso cognome, percorsi diversi, due modi diversi di essere botanici in un paese che stava cercando una propria autonomia scientifica dall’Europa. Iniziamo, dunque, in ordine di apparizione, da Jacob Bigelow. Nato nel Massachusetts, nell’area di Boston, dove poi avrebbe trascorso tutta la vita, nel 1810 si laureò in medicina presso l’Università della Pennsylvania, seguendo le lezioni di botanica di Benjamin Smith Barton. Tornato a Boston, aprì uno studio medico che, per sessant’anni, ne avrebbe fatto uno dei più stimati professionisti della città. Teneva anche conferenze di botanica e studiava sistematicamente la flora locale; le sue raccolte confluirono nel 1814 nella prima edizione di Florula bostoniensis. Allargò poi le sue indagini al New Hampshire e al Vermont, pubblicando nel 1824 una seconda edizione che rimase per un quarto di secolo il testo di riferimento per la flora del New England. Segue ancora la classificazione linneana, forse l'ultimo testo a farlo, e per questo motivo è ricercata dai bibliofili come curiosità. Intanto era decollata anche la sua carriera accademica. Nel 1815 fu nominato professore di materia medica alla Harvard Medical School (cattedra che avrebbe mantenuto per quarant’anni), cui dal 1816 al 1827 si aggiunse l’insegnamento di scienze applicate all’Harvard College. Uomo di molteplici interessi, oltre che di medicina e botanica si occupò anche di tecnologia e meccanica, alle quali dedicò un trattato. La sua opera principale tuttavia congiunge medicina e botanica: American Medical Botany, in tre volumi pubblicati tra il 1817 e il 1820 e illustrati da lui stesso, utilizzando una tecnica di acquaforte migliorata di sua invenzione. Nel 1820 fu inoltre coinvolto nella revisione della farmacopea statunitense. Per Jacob Bigelow, al di là dell’interesse per la flora locale, la botanica rimaneva sostanzialmente un’ancella della medicina e rientrava nella sua preoccupazione principale: la salute pubblica e l’igiene. Come medico denunciò trattamenti e farmaci poco efficaci, quando non controproducenti, e si batté contro le poco igieniche sepolture nelle chiese, facendosi promotore del Mount Auburn Cemetery, concepito come un giardino, un cimitero rurale. Né gli mancarono i riconoscimenti: nel 1818 fu ammesso all’American Philosophical Society e per 67 anni fu membro della American Academy of Arts and Sciences, di cui fu presidente dal 1847 al 1863. Gemelli diversi: John Milton Bigelow, botanico della frontiera Lasciando per ora le dediche botaniche, sulle quali tornerò più avanti, passiamo a John Milton Bigelow. Il più giovane dei due Bigelow nacque nel Vermont, ma la sua infanzia si svolse interamente in Ohio, dove la famiglia si trasferì poco dopo la sua nascita e dove egli avrebbe trascorso quasi tutta la vita. Nel 1832 si laureò in medicina al Medical College di Cincinnati; subito dopo si sposò e si stabilì a Lancaster, dove avrebbe esercitato per trent’anni come medico molto stimato. Proprio negli anni universitari si era avvicinato alla botanica, forse grazie alle lezioni di John Riddell; ma l’incontro decisivo avvenne più tardi, quando conobbe William Starling Sullivant, il medico e botanico di Columbus che lo coinvolse nelle sue ricerche sulla flora locale e lo mise in contatto con Torrey. Nel 1840 Sullivant pubblicò una florula dell’area di Columbus; l’anno successivo Bigelow lo seguì con Florula lancastriensis, il cui titolo riecheggia Florula bostoniensis dell’altro Bigelow, opera che con ogni probabilità conosceva, essendo presente nella biblioteca di Sullivant. In quegli anni il suo modo di intendere la botanica non era molto diverso da quello dell'omonimo: in un territorio ancora di frontiera, la conoscenza delle proprietà medicinali delle piante locali era centrale, e John Milton Bigelow ne era un convinto sostenitore. Nel 1841, intervenendo alla Convenzione dei medici dell’Ohio, definì la botanica “la più importante scienza collaterale della medicina”, lamentando la disattenzione di molti colleghi; nel 1849 pubblicò una lista delle piante officinali dell’Ohio. Nel 1850, a quarantacinque anni, con una famiglia numerosa – otto figli, l’ultima una bambina di meno di due anni – accettò un incarico che avrebbe cambiato la sua vita: medico, chirurgo e botanico nella Spedizione di rilevamento del confine tra Stati Uniti e Messico. La scelta, probabilmente sostenuta da Sullivant e Torrey, fu dettata in primo luogo dalla sua lunga esperienza clinica: ogni distaccamento della spedizione contava centinaia di persone da assistere in condizioni difficili, spesso in aree desertiche e lontane da qualsiasi insediamento. Ma si rivelò felice anche dal punto di vista botanico. La relazione dei risultati, redatta da Torrey, documenta circa 140 specie raccolte da Bigelow, cui si aggiungono una quarantina di Cactaceae trattate da Engelmann in Cactaceae of the Boundary. Bigelow operò nel settore centro-orientale della spedizione: le raccolte si concentrano soprattutto nel Texas centrale e occidentale, tra El Paso, il bacino del Rio Grande e Eagle Pass, per poi spostarsi nel New Mexico, attorno a Santa Rita del Cobre, sede del quartier generale dal 1852. Ma il suo raggio d’azione fu più ampio, includendo non solo le pianure e la linea di frontiera, ma anche le montagne del Texas occidentale e del New Mexico. Tra le scoperte più notevoli figurano Parthenium argentatum, il guayale – una composita da cui si ricava una gomma naturale – raccolto nel settembre 1852 presso l’Escondido Creek, e Quercus sinuata var. breviloba, la “quercia di Bigelow”, raccolta nel 1851 in una gola montana presso Howard Springs. Nel 1853, concluso l’incarico con la Spedizione del confine, John Milton Bigelow non tornò alla vita di medico di provincia. Al contrario, aderì immediatamente a una nuova impresa: la spedizione di rilevamento ferroviario del 35° parallelo, guidata dal luogotenente Amiel Weeks Whipple, sotto il quale Bigelow aveva già servito in alcune sezioni della precedente missione. Delle vicende generali della spedizione ho già scritto in questo post; qui mi concentro sul contributo botanico di Bigelow, documentato da numerose testimonianze dirette che lo descrivono come medico abile e sempre disponibile, naturalista curioso e appassionato, capace di affrontare con entusiasmo anche le fasi più dure del viaggio. Uno dei compagni di spedizione, il pittore Baldwin Möllhausen, ne ha lasciato un vivido ritratto: “Anche se era il più vecchio della compagnia, era il favorito di tutti, un modello di dolcezza e pazienza, non solo un botanico zelante, ma anche uno sportivo entusiasta. Con i suoi pazienti era gentile e premuroso, e il suo mulo, Billy, era come un bambino viziato.” A differenza della Spedizione del confine, Bigelow non era più un semplice raccoglitore: era il responsabile delle ricerche botaniche. La parte botanica della relazione finale della spedizione, pubblicata nel 1856, documenta ampiamente il suo lavoro. Egli redasse la descrizione generale della flora delle regioni attraversate, con osservazioni su suolo, formazioni vegetali, specie caratteristiche e potenzialità economiche; un capitolo sugli alberi forestali, sia osservati lungo il percorso sia studiati in California; un contributo sulle Cactaceae, scritto insieme a George Engelmann, che proprio in quegli anni stava definendo la tassonomia della famiglia. La trattazione sistematica delle piante raccolte fu affidata a John Torrey, con l’eccezione di Composite e Scrophulariaceae, curate da Asa Gray; il capitolo finale, dedicato a muschi ed epatiche, fu redatto da William S. Sullivant, allora in ascesa come padre della briologia statunitense. Le aree più interessanti si rivelarono, da una parte, il territorio indiano, dove Bigelow raccolse diverse specie delle grandi pianure; il Llano Estacado, con la sua abbondanza di Cactaceae tra cui la formidabile Opuntia arborescens; e, ancora per le Cactaceaee, le valli del Tucumcari, del Pecos, del Rio Grande; nell'ultima parte della spedizione, il Bill William's Fork, ricco di una flora peculiare ma visitato nella stagione meno favorevole. Gli ultimi mesi, trascorsi nel cuore dell’inverno tra passi e canyon labirintici, furono i più difficili e i meno generosi di novità botaniche. Forse anche per questo, quando alla fine di marzo la spedizione raggiunse Los Angeles, Bigelow decise di trattenersi in California. Stava iniziando la primavera, la stagione delle fioriture: un’occasione imperdibile. Tra aprile e inizio giugno egli esplorò intensamente la flora californiana, dalla Valle Centrale alla Sierra Nevada, concentrandosi soprattutto sulle valli del San Sacramento, del San Joaquin e dei loro tributari. Una parte significativa delle nuove specie scoperte durante la spedizione – circa una sessantina – proviene proprio da questa fase californiana. Lo troviamo poi a Washington per occuparsi della redazione della sua sezione della relazione finale. Nel 1856 tornò a Lancaster e riprese l'attività medica, ma per breve tempo. Tra il 1860 e il 1867 partecipò alla ricognizione idrografica dei Grandi laghi, come membro della divisione meteorologica, quindi si trasferì a Detroit, come chirurgo del Marine Hospital. A questi anni risalgono alcuni articoli di botanica medica pubblicati sulla Detroit Review of Medicine and Pharmacy. Dopo il pensionamento, nel 1873, si ritirò in una fattoria nei dintorni di Detroit, dove morì nel 1878. Dediche ed equivoci Era inevitabile che la presenza – e per molti anni la contemporanea attività – di due medici‑botanici di cognome Bigelow generasse qualche confusione. Anche studiosi autorevoli vi sono inciampati. La pur informata Lotte Burchard, nella voce dedicata a Engelmann, indica come coautore di alcuni dei suoi scritti sulle Cactaceae Jacob Bigelow, mentre come abbiamo visto egli collaborò unicamente con John Milton Bigelow per la trattazione delle Cactaceae della spedizione Whipple. In direzione opposta, con un errore speculare, la versione italiana di Wikipedia, alla voce Bigelowia, afferma che il genere sarebbe stato dedicato al “dottore John M. Bigelow, farmacista e botanico”. È dunque opportuno fare un po’ di chiarezza. I due Bigelow erano separati da diciassette anni di età, quasi una generazione. Jacob (1787–1879) ebbe una vita lunghissima e morì solo pochi mesi dopo John Milton (1817–1878), ma quando il maggiore pubblicò la prima edizione della Florula bostoniensis (1814) e iniziò la carriera universitaria, il più giovane era ancora un bambino. Le loro traiettorie scientifiche non si sovrapposero mai: Jacob fu figura di spicco della botanica e della medicina bostoniana, professore ad Harvard, autore di opere di grande risonanza; John Milton fu medico di frontiera, esploratore e raccoglitore instancabile nelle grandi spedizioni dell’Ottocento americano. Sono dunque quasi gli esponenti di due fasi - vicine nel tempo, ma profondamente differenti - della botanica americana. Le dediche botaniche più antiche riguardano ovviamente Jacob. Già nel 1817, proprio in qualità di autore della Florula bostoniensis, Rafinesque gli dedicò un primo Bigelowia (oggi sinonimo di Stellaria). Seguirono altre dediche – da parte di James Edward Smith, Sprengel, de Candolle – nessuna delle quali è oggi accettata, ma tutte testimoniano la risonanza europea della sua attività. La dedica definitiva arrivò nel 1836, ancora una volta per mano di de Candolle, con parole che non lasciano dubbi sull’identità del dedicatario: “L’ho dedicato al celebre Jacob Bigelow, che aggiunse alla flora americana l’aurea corona della sua flora di Boston e medica.” L’immagine dell’“aurea corona” è quasi certamente suggerita dai fiori dorati di queste Asteraceae. Oggi il genere Bigelowia DC. comprende tre specie di suffrutici endemici degli Stati Uniti sud‑orientali, dal Texas alla Florida, caratterizzati da capolini gialli molto piccoli ma estremamente numerosi. Sono piante cespitose, talvolta provviste di caudice, capaci di formare colonie più o meno dense. Crescono in ambienti diversi, con una preferenza marcata per i suoli sabbiosi, spesso poveri e ben drenati. Altre informazioni nella scheda, Come abbiamo visto, il genere fu creato nel 1836, preceduto da altri generi omonimi non validi. Quando John Milton Bigelow iniziò la sua attività di botanico – con la Florula lancastriensis del 1841 – la casella era dunque già occupata. Era abitudine di Torrey e Gray dedicare generi ai botanici e ai raccoglitori che più stimavano, e il secondo Bigelow rientrava certamente tra questi. Ma la dedica di un genere – a meno di ricorrere a qualche escamotage a cui evidentemente non pensarono – era ormai esclusa. Arrivarono però, sia da parte loro sia da altri botanici americani come Sereno Watson, numerosissime dediche di taxa con l’eponimo bigelovii (o, meno frequentemente, bigelowii), che testimoniano meglio di un genere, e con maggiore aderenza alla sua figura, l’ampiezza e la qualità delle raccolte di Bigelow, botanico della frontiera. Secondo POWO, sono circa 140 denominazioni, una quarantina delle quali accettate. Si tratta spesso di piante emblematiche delle zone e degli habitat da lui esplorati: tra le altre, Bidens bigelovii, un’annuale che cresce lungo i corsi d’acqua di mezza montagna, raccolta lungo il Rio Limpia nel Texas centrale; la rara Abronia bigelovii, un endemismo del New Mexico; quindi, a rappresentare le specie delle grandi pianure e del Sud‑Ovest, Artemisia bigelovii, di casa negli habitat aridi; per le Cactaceae, l’iconica Cylindropuntia bigelovii, tipica delle aree desertiche del Colorado e della California; e ancora le rare specie montane dell’Arizona e del New Mexico, come Allium bigelovii e Clematis bigelovii; o le numerose specie californiane, dallo spettacolare Helenium bigelovii al raro Scoliopus bigelovii. Così, se Jacob Bigelow ha ottenuto la gloria di un genere valido, John Milton Bigelow ha lasciato un’eredità più vasta e concreta, disseminata nelle numerose specie che portano il suo nome e che raccontano, a chiunque ami le piante, la sua presenza nella flora dell’Ovest americano. Dopo la grande spedizione del confine con il Messico, negli anni '50 dell'Ottocento il governo degli Stati Uniti investì uomini e risorse finanziarie in una serie di estese ricognizioni delle vaste aree del proprio territorio ancora inesplorate; all'interno di esse, spiccano i Railroad Surveys, finalizzati a individuare il tracciato migliore della ferrovia che avrebbe finalmente congiunto l'est con l'ovest, l'Atlantico con il Pacifico. Per i risultati scientifici forse il più notevole fu quello guidato dal capitano Whipple, ricordato tra l'altro dal genere endemico Whipplea. Una ricognizione ferroviaria lungo il 35° parallelo Dei cinque generi di Hydrangeaceae endemici del Nord America, Whipplea è forse il meno appariscente, come suggeriscono sia l’eponimo dell’unica specie, W. modesta, sia il nome comune modesty. È infatti un piccolo arbusto del sottobosco delle foreste montane di conifere della costa pacifica degli Stati Uniti, dove può formare un tappeto di foglie verdi persistenti, da cui alla fine della primavera emergono dense infiorescenze di minuscoli fiori bianchi. Non porta il nome di un botanico, ma di un militare: l’ingegnere topografo Amiel Weeks Whipple (1817–1863), che tra il 1853 e il 1854 comandò una delle ricognizioni ferroviarie decise dal Congresso, quella lungo il 35° parallelo, meglio nota come spedizione Whipple. Lo fece con abilità e competenza, come ricorda Torrey dedicando questo nuovo genere al “valente comandante della spedizione”. Whipple era nato nel Massachusetts e aveva trascorso l'infanzia a Concord, dove il padre gestiva una locanda. Ventenne, entrò all'accademia di West Point, dove si diplomò a pieni voti nel 1841. Entrò immediatamente nel servizio topografico, partecipando al rilevamento del Patapasco River, alla mappatura degli accessi a New Orleans e al rilevamento della baia di Portsmouth. Dal 1844 al 1849, fu la volta del rilievo del confine nordorientale, diretto da James Duncan Graham. Queste esperienze e le ottime capacità tecniche, che includevano anche l'astronomia e uno spiccato interesse etnografico, gli guadagnarono un ruolo direttivo nella Spedizione del confine con il Messico, all'inizio della quale servì come capo topografo ad interim, in attesa che William H. Emory assumesse il comando. La lunga e impegnativa spedizione ebbe per teatro uno dei territori più ignoti e difficili del paese, e Whipple, oltre che con un terreno vario e accidentato, dovette fare i conti con i problemi logistici, le temperature estreme dell'ambiente desertico, l'ostilità latente degli Apaches. Superò brillantemente queste sfide e nel 1851 fu promosso luogotenente. Era ovvio pensare a lui quando il Congresso decretò un vasto programma di ricognizioni topografiche per decidere il migliore percorso della ferrovia che avrebbe finalmente collegato la costa atlantica a quella pacifica, una necessità sempre più urgente dopo l’annessione della California e l’improvvisa pressione migratoria innescata dalla corsa all’oro. A Whipple fu affidato il comando di una delle due spedizioni meridionali, quella che si sarebbe mossa lungo il 35° parallelo nord. Al tempo stesso rilievo topografico, spedizione militare e ricognizione delle risorse naturali dei territori attraversati, essa comprendeva, oltre ai militari e alle guide, un nutrito gruppo di scienziati e artisti, scelti in accordo con lo Smithsonian, destinatario delle future raccolte. La presenza del noto geologo svizzero Jules Marcou, che aveva già partecipato a importanti rilievi geologici sia in Europa sia negli Stati Uniti, e dell’artista tedesco Balduin Möllhausen, raccomandato da Humboldt in persona, conferiva al team una portata internazionale. C’erano poi il medico e botanico John Milton Bigelow, il “vecchio” della spedizione con i suoi quarantanove anni, anche lui reduce dalla Spedizione del confine; l’ingegnere civile e artista Albert H. Campbell; lo zoologo Caleb Kennerly; e, come assistente, il giovane John Pitts Sherburne, il cui diario, scritto con l’entusiasmo dei vent’anni, è una delle testimonianze più vive della spedizione. Tra i militari figurava anche il secondo topografo Joseph Ives, futuro comandante di altri importanti rilievi. Il compito era molto preciso: valutare l’idoneità del territorio per una ferrovia, misurando distanze e pendenze, individuando i passi montani più percorribili e, allo stesso tempo, rilevando la disponibilità di risorse come acqua, legname e combustibile. Dalle precedenti esperienze attraverso il “grande deserto americano” si era imparato molto, migliorando logistica ed equipaggiamento. Fu così un’imponente carovana quella che si mise in moto il 14 luglio 1853 da Fort Smith, in Arkansas: una settantina di uomini, duecento mule, un grosso gregge di pecore, un convoglio di carri con provviste e attrezzature. Si procedeva con lentezza, poche decine di miglia al giorno, in direzione ovest, grosso modo lungo la riva sud del Canadian River, seguendo per quanto possibile strade già battute. Si entrò così nel Territorio Indiano (l’attuale Oklahoma), scarsamente abitato dopo il trasferimento forzato delle popolazioni native. Long, che l’aveva percorso trent’anni prima in un’estate eccezionalmente calda, l’aveva descritto come un deserto; Whipple e i suoi, invece, osservarono terreni adatti all’agricoltura, praterie ben fornite di acqua, alberi e persino qualche giacimento di carbone. Ci furono numerosi incontri con nativi — un mosaico di diverse tribù — che si mostrarono ospitali e persino aperti alle opportunità offerte da una ferrovia. Whipple era molto interessato alle loro lingue e ai loro costumi e, insieme ai suoi colleghi, annotò vocaboli e usanze. Nella tarda estate la spedizione raggiunse il Texas Panhandle (la “maniglia” nordoccidentale del Texas): ora i sentieri erano meno battuti, la temperatura più cocente, le fonti d’acqua più scarse. A settembre si giunse nel Llano Estacado, l’area di confine con il New Mexico. Era un territorio pianeggiante, con scarsi dislivelli, e nonostante l’estrema aridità appariva perfetto per la posa di futuri binari. All’inizio di ottobre Whipple e i suoi giunsero ad Albuquerque, il principale stanziamento militare dopo l’occupazione del New Mexico, dove furono raggiunti dal gruppo guidato dal luogotenente Ives, che aveva seguito una strada più meridionale attraverso il Texas, e da Antoine Leroux, una guida molto esperta ingaggiata per la sua conoscenza delle vie verso la California. L’esplorazione vera e propria iniziava ora, in territori in gran parte ignoti e mai cartografati. Nell’attuale Arizona la spedizione attraversò i villaggi Pueblo, le cui architetture e la cui cultura affascinarono sia Whipple sia Möllhausen. Attraversando il Painted Desert e seguendo antichi sentieri nativi raggiunsero il Little Colorado River. L’inverno si avvicinava: l’acqua e l’erba si facevano sempre più scarse e, salendo di quota, gli esploratori incontrarono le prime chiazze di neve. Si stavano ora avvicinando alle San Francisco Peaks. Guidati da Leroux, alla fine dell’anno trovarono un valico che li portò nel bacino del Colorado, un arido labirinto di altopiani e canyon. Il filo di Arianna per uscirne lo offrirono due guide Mohave, unitesi alla spedizione nel momento più opportuno. Per raggiungere il fiume Colorado bisognava seguire il corso di un tributario che Leroux, anni prima, aveva battezzato Bill Williams Fork in onore di un montanaro; ma per due settimane cercò inutilmente l’imboccatura tra canyon e gole che sembravano tutte uguali. A indicare la strada giusta furono infine gli scout Mohave. I guai non erano finiti. Ora bisognava attraversare il grande fiume, con le sue correnti gelide e impetuose. Approntare zattere per tutte quelle persone e quei bagagli non era semplice: una zattera improvvisata si rovesciò, alcuni carri vennero travolti e una parte delle raccolte scientifiche andò perduta, ma tutti gli uomini raggiunsero sani e salvi l’altra riva. Restava da attraversare il deserto Mojave, e anche qui le guide Mohave si rivelarono indispensabili, conducendo il gruppo lungo antichi sentieri che collegavano i pozzi d’acqua fino al fiume Mojave, dove poterono trovare acqua ed erba per il bestiame. Seguendo il fiume, raggiunsero l’antica via commerciale spagnola. L’ultimo ostacolo furono le montagne di San Bernardino: ma si trattava ormai di strade note, e attraverso il Cajon Pass, già molto frequentato da viaggiatori e carovane, poterono raggiungere la valle di San Bernardino e, da qui, Los Angeles, termine della spedizione, dove giunsero il 4 marzo 1854. In otto mesi avevano percorso e mappato 1800 miglia. Lasciti e omaggi I risultati della spedizione furono imponenti e andarono molto al di là del compito di base, pur perseguito da Whipple e compagni con competenza e determinazione. Bigelow (ma su di lui tornerò in un altro post) raccolse centinaia di esemplari, tra cui molte specie ignote alla scienza; Marcou studiò le formazioni rocciose, ipotizzò l’origine vulcanica di rilievi come le San Francisco Peaks, individuò filoni di carbone e giacimenti minerari, producendo il primo transetto geologico del Sud‑Ovest; Möllhausen, oltre a collaborare ai rilievi topografici, dipinse splendide vedute paesaggistiche e realistiche rappresentazioni dei nativi e dei loro costumi; lo stesso Whipple raccolse e documentò una massa di informazioni sulla loro vita, le strutture sociali, le pratiche agricole e compilò liste di parole: dati preziosi che altrimenti sarebbero andati perduti. I resoconti ufficiali delle spedizioni ferroviarie — in tutto cinque principali — furono pubblicati tra il 1853 e il 1860 in una serie monumentale intitolata Reports of explorations and surveys, to ascertain the most practicable and economical route for a railroad from the Mississippi River to the Pacific Ocean, in dodici volumi. Quello della spedizione del 35° parallelo, contenuto nel terzo volume (1856), comprende il rapporto preliminare e la relazione finale di Whipple, l’itinerario dettagliato, l’illustrazione del percorso — da lui caldamente raccomandato —, un approfondimento sulle tribù indiane, anch’esso di suo pugno, e la relazione geologica di Marcou. Sono raccolti invece nel quarto volume i risultati botanici, zoologici e astronomici. Nonostante l’enorme investimento finanziario e umano, nell’immediato le spedizioni ferroviarie non portarono a una decisione, a causa delle profonde divisioni politiche; poi la guerra civile, iniziata nel 1861, impose uno stop. Fu dunque solo nella seconda metà degli anni Sessanta che la ferrovia transcontinentale venne effettivamente realizzata, scegliendo però un itinerario molto più settentrionale rispetto a quello della spedizione Whipple. Che, tuttavia, fu tutt’altro che inutile: individuando i migliori passaggi, dimostrò che una ferrovia nel Sud‑Ovest era possibile, e il corridoio del 35° parallelo venne più tardi utilizzato per la Pacific and Atlantic Railroad. Whipple stesso, però, non poté godere di questo riconoscimento tardivo. Fu infatti una delle vittime della guerra civile. Nominato capitano al termine della spedizione, fu incaricato di supervisionare l’apertura della navigazione sui Grandi Laghi a navi di maggiori dimensioni, approfondendo alcuni canali, e fu anche comandante del distretto dei fari dal Lago Superiore al fiume San Lorenzo. Allo scoppio della guerra civile assunse il comando di un’avveniristica unità di ricognizione aerea, effettuando egli stesso un volo in mongolfiera oltre le linee confederate. Servì poi come capo topografo dell’Armata del Potomac e, come brigadiere generale dei volontari, partecipò a diverse battaglie. Ferito a morte a Chancellorsville il 4 maggio 1863, fu trasportato a Washington, dove morì pochi giorni dopo. Al suo funerale partecipò anche Lincoln, che ne aveva grande stima. A ricordarlo restano alcune località: due forti militari, Fort Whipple in Arizona e Fort Whipple in Virginia (oggi però ribattezzato Fort Myer) e soprattutto, per volontà del suo secondo, il luogotenente Joseph Ives, le Whipple Mountains e il Whipple Peak, ovvero la porzione più orientale delle montagne di San Bernardino, tra il deserto di Mojave e il fiume Colorado, teatro della parte più ardua della spedizione. Il suo contributo alla scienza come efficace e resoluto comandante di una spedizione che lasciò una profonda impronta nella conoscenza dell'Ovest è ricordato dalla dedica di due pesci, Etheostoma whipplei e Cyprinella whipplei, entrambi istituiti dall'ittiologo francese Charles Frédéric Girard che per qualche tempo lavorò allo Smithsonian e poté esaminare le raccolte di Kennerly, lo zoologo della spedizione (morto in giovane età nel 1861). Più numerose le dediche botaniche: Torrey, che redasse la descrizione delle nuove specie raccolte, gli dedicò la statuaria Yucca whipplei (oggi Hesperoyucca whipplei) e Bigelow e Engelmann, che pubblicarono insieme le Cactaceae, Opuntia whipplei (oggi Cylindropuntia whipplei) e Echinocactus whipplei (oggi Sclerocactus whipplei). Tra queste dediche merita qualche parola in più Hesperoyucca whipplei, una delle piante più iconiche del Sud‑Ovest: un ciuffo di foglie rigide da cui si innalza, una sola volta nella vita, un’infiorescenza alta fino a tre metri, quasi una torcia nel deserto. Torrey, che amava scegliere piante capaci di “ritrarre” il dedicatario, qui colse nel segno: robusta, resistente, endemica dei paesaggi attraversati dalla spedizione, strettamente connessa alle culture dei nativi, è un omaggio che sembra raccontare Whipple meglio di molte parole. Ma sempre, grazie a Torrey, come ho anticipato all’inizio, c’è anche il genere Whipplea, con la sua unica specie W. modesta. Non una pianta imponente, un monumento vegetale, ma una presenza discreta del sottobosco dei boschi di conifere, in particolare di Sequoia sempervirens, dove tende a formare un denso tappeto grazie ai fusticini che radicano ai nodi. Alta pochi centimetri, ha foglie ovate, verde scuro e lucide, rette da brevi piccioli, persistenti a meno che vengano bruciate dalle nevicate; alla fine della primavera o all’inizio dell’estate ne emergono infiorescenze di piccoli fiori bianchi, con 5–6 petali ovati, candidi e profumatissimi. Presumibilmente fu raccolta al termine della spedizione in qualche località della California da Bigelow; infatti Torrey, nell’istituire il genere, si limita a precisare: “aprile, California”. Non era però la prima raccolta in assoluto. Un anno prima, nell’aprile 1853, era già stata individuata dal cacciatore di piante scozzese John Jeffrey nell’Umpqua Valley, sempre in California. Egli ne aveva inviato almeno un esemplare all’orto botanico di Edimburgo, ma senza attribuirgli un nome; così la sua scoperta non lasciò traccia, finché anni dopo quell’esemplare anonimo non venne riconosciuto come Whipplea modesta. Piuttosto comune nelle foreste del Nord America occidentale, dal British Columbia alla California, questa specie è talvolta coltivata nei giardini, dove è apprezzata per la sua capacità di adattarsi all’ombra e a suoli difficili, formando un eccellente coprisuolo, magari alternato a piante dalle fioriture più vistose come Heuchera. Anche se preferisce suoli umidi e gradisce qualche annaffiatura estiva, una volta stabilita è sorprendentemente resistente alla siccità. I popoli indigeni le riconoscevano anche virtù medicinali, e in passato è stata usata per trattare una varietà di affezioni. A modo suo, è anche lei un omaggio giusto per Whipple, che per tutta la vita, in vesti diverse, non smise mai di servire. La vita scientifica della briologa australiana Ilma Grace Stone iniziò dopo i quarant’anni, quando, dopo vent’anni da moglie e madre casalinga, rientrò all’università e riprese gli studi. Presto si affermò per le sue ricerche innovative sui muschi australiani, soprattutto i più piccoli e invisibili a occhi non allenati. A ricordarla oggi sono due generi di briofite: Stoneobryum e Stonea. Dai muschi delle zone aride a quelli tropicali I muschi sono ovunque. Hanno personalità, forme, dimensioni diverse: sono un intero mondo. Ma quasi nessuno li guarda. Che a scoprire i più piccoli tra loro — poco più di una testa di spillo in un intrico vegetale, o una macchia crostosa su una roccia — sia stata una donna ha quasi il valore di una metafora. Si chiamava Ilma Grace Stone (1913–2001) e tra i briologi australiani era una leggenda. Quando compì ottant’anni — era ancora attiva nella ricerca sul campo, nonostante due interventi alla cataratta — gli omaggi raccolti dai colleghi sull’"Australasian Bryological Newsletter" ci restituiscono non solo una rigorosa tassonomista che ha rivoluzionato la conoscenza dei muschi australiani, ma una docente trascinante e una ricercatrice capace di vedere ciò che sfuggiva a tutti. La vediamo in azione, mentre, là dove per gli altri c’è solo una roccia arida o un tronco marcito, munita di un casalingo spruzzatore pieno d’acqua, fa “rivivere” muschi rinsecchiti. Oppure la immaginiamo sul campo, seguita a qualche passo dal marito che la accompagnava nelle spedizioni: lui guidava, lei scendeva, si chinava, e lui restava a guardarla con quell’ammirazione silenziosa che si riserva a chi sa vedere l’invisibile. O ancora la ritroviamo nei ricordi di Rod Seppelt, che aveva giurato di non studiare mai più nulla che crescesse al suolo… finché non incontrò Ilma, e lei gli mise in mano un Ditrichum dicendogli semplicemente: “Impara a conoscerlo bene”. Nata a Brunswick, un sobborgo di Melbourne, con il nome di Ilma Grace Balfe, fu una studentessa dotata e precoce. Nel 1930, diciassettenne, si iscrisse al Dipartimento di Botanica dell’Università di Melbourne, completando il Master nel 1934, ad appena vent’anni; la tesi, dedicata alla sclerotinia delle piante ornamentali colpite da parassiti fungini, ottenne la dignità di stampa e fu pubblicata nel 1935. A questo avvio promettente non seguì però una carriera universitaria. Anche se il nonno si era offerto di finanziarle gli studi a Cambridge, decise diversamente: nel 1936 si sposò con Alan George Stone, ingegnere civile, e da quel momento si dedicò alla famiglia. Per vent’anni, così, la botanica passò in secondo piano. Nel 1957, a quarantaquattro anni — ora le due figlie e il figlio erano grandi — Ilma Grace Stone ritornò alla ricerca. Quasi per caso, mentre stava stirando, sentì alla radio che l’Università di Melbourne cercava dimostratori di laboratorio. Ne parlò al marito che la incoraggiò a telefonare al Dipartimento di Botanica per chiedere se avessero bisogno di assistenti. La risposta fu positiva, e Ilma fu assunta come dimostratrice e ricercatrice part‑time, mentre riprendeva gli studi per conseguire il dottorato. Lo completò nel 1963, con la tesi A morphogenetic study of stages in the life-cycle of some Victorian cryptogams, e subito dopo entrò nello staff come ricercatrice a tempo pieno. Nei primi anni si dedicò soprattutto alle felci; ma, dopo una serie di studi su Mittenia plumula, arrivò il fascino dei “piccoli muschi”, che a partire dal 1969 divennero il suo campo di studio privilegiato. Era anche un terreno molto promettente, perché — come lei stessa scrisse — “era un campo molto trascurato in Australia e molto bisognoso di revisione”. E fu esattamente ciò che avrebbe fatto per più di trent’anni, sia come tassonomista sia come ricercatrice sul campo: rivedere generi problematici, descrivere specie nuove, chiarire confini tassonomici incerti e costruire, passo dopo passo, una base solida per lo studio dei muschi australiani. Negli anni Settanta, Stone studiò principalmente le briofite dell’Australia meridionale, in particolare dello Stato di Victoria, dando un contributo decisivo alla conoscenza dei muschi effimeri: minuscoli, raso terra, spesso invisibili a un’osservazione superficiale. Le si devono la scoperta e la prima descrizione di varie specie dei generi Acaulon, Archidium e Tortula, e l’istituzione del nuovo genere Phascopsis, fondato nel 1980 con la specie tipo Phascopsis rubicunda, da lei scoperta e descritta per la prima volta. Nel 1976, insieme a David Scott, dopo cinque anni di lavoro pubblicò The Mosses of Southern Australia, ancora oggi un testo di riferimento, notevole anche per le splendide illustrazioni di Celia Rosser. Stone andò in pensione nel 1978, ma non cessò né di fare ricerca né di guidare i giovani studiosi, prima come Associata senior e poi come Professoressa Associata. Con più tempo a disposizione, poté estendere le sue indagini ad altre regioni dell’Australia: la costa meridionale, l’Australia sud‑occidentale e, soprattutto, il Queensland. Così, dopo aver esplorato i muschi delle zone aride, la sua specialità divennero quelli delle aree tropicali umide dell’Australia settentrionale. Arrivarono nuove scoperte e nuovi studi approfonditi. Tra i più importanti si collocano la rassegna dei muschi del Northern Territory e la revisione del genere Fissidens, entrambi realizzati in collaborazione con David Catcheside. Alla fine degli anni Ottanta pubblicò le revisioni dei generi Phascum e Acaulon; negli anni Novanta — quando aveva già superato gli ottant’anni — affrontò le famiglie Ephemeraceae e Encalyptaceae, confermando una vitalità scientifica fuori dal comune. Due generi: un piccolo muschio, un muschio minuscolo I lavori pubblicati da Stone nel corso di una carriera quarantennale sono più di settanta, gli esemplari raccolti più di ventimila e le nuove specie scoperte più di venticinque. Una presenza incisiva che ne fece una delle figure più riconosciute della briologia australiana, come testimoniano anche le specie a lei dedicate da colleghi e allievi, in generi molto diversi tra loro — da Dicostroma a Syrrhopodon e Macromitrium. A questi riconoscimenti si aggiungono quelli ancora più rari di due generi, Stoneobryum e Stonea. Il primo (famiglia Orthotricaceae) fu istituito da Norris e Robinson nel 1981, con la dedica "in onore della Dr. Ilma Stone”, in riconoscimento dell'autorevolezza crescente. Con areale disgiunto, comprende due specie distribuite tra Australia e Sudafrica. S. banyaense, la specie tipo, fu descritta dal Queensland meridionale, dove cresce su tronchi caduti nelle foreste umide dei Monti Bunya; S. mirum, già noto come Orthotrichum mirum, è diffuso nell’Africa australe. Una revisione recente (2023) ha confermato la validità del genere, basata su caratteri sporofitici e gametofitici distintivi, e ha fornito nuove descrizioni dettagliate di entrambe le specie, da cui Stoneobryum emerge come un piccolo genere morfologicamente coerente, epifita o rupicolo. Più legato alle ricerche specifiche di Stone è il genere Stonea (Pottiaceae), istituito otto anni più tardi, nel 1989, da R.H. Zander, con una dedica che lo dichiara esplicitamente: “per la dr. Ilma G. Stone, le cui trattazioni dei muschi australiani delle zone aride costituiscono un importante contributo allo studio delle Pottiaceae”. L’unica specie del genere, Stonea oleaginosa, deriva infatti da Tortula oleaginosa, uno dei primi muschi scoperti e descritti da Stone. È un muschio minuscolo delle regioni aride e semi–aride dell’Australia meridionale, con fusti lunghi appena 0,3 mm e foglie di mezzo millimetro, epigeo o rupicolo, aderente al suolo. Insomma, un perfetto esempio di quei “piccoli muschi” che Ilma ha tanto contribuito a far conoscere e apprezzare. Raso terra, quasi invisibile, ma non per lei. La botanica franco‑argentina Alicia Lourteig, nata a Buenos Aires da padre francese e madre argentina, dopo la formazione e i primi anni di carriera in patria approdò in Europa per lavorare nei grandi erbari storici, depositari di oltre tre secoli di raccolte sudamericane. Dal 1955 fu ricercatrice del laboratorio delle fanerogame del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi, dove visse e lavorò fino alla morte. Il suo contributo alla tassonomia di famiglie come Malpighiaceae, Lythraceae, Ranunculaceae e Oxalidaceae fu enorme; altrettanto decisive la competenza e la disponibilità con cui accompagnò e facilitò le ricerche dei molti colleghi che bussavano alla sua porta. Onore probabilmente unico per una botanica, la ricordano tre generi validi: Lourteigia, Lourtella, Alicia. Anni di formazione: da Buenos Aires a Tucumán Per quasi quarant’anni, Alicia Lourteig (1913–2003) lavorò al Laboratorio delle Fanerogame del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, diventando una delle figure più autorevoli della botanica del XX secolo e un punto di riferimento imprescindibile per gli studi sulla flora sudamericana. Non era però nata a Parigi, ma a Buenos Aires, la più europea delle città sudamericane. Il padre proveniva dalla Francia, più precisamente da Beuste, nei Pirenei Atlantici, mentre la madre era argentina di origini castigliane. Crebbe così tra due lingue e due culture. Dopo il baccalaureato nel 1932, nel 1937 si diplomò in farmacia e biochimica all’Università di Buenos Aires. L’incontro decisivo avvenne nelle aule universitarie, nel luglio 1933, quando la ventenne Alicia, insieme ai compagni del corso di farmacia, si trovò ad affrontare un compito arduo per ragazzi cresciuti tra asfalto e cemento: creare un erbario. A insegnare come farlo non furono né il capo del dipartimento né lo studente diplomato – neppure loro sapevano davvero come procedere – ma un ragazzo di poco più grande, Carlos Alberto O’Donnell (1912–1954), che durante le vacanze invernali ed estive si prodigava come “studente ad honorem”. Sotto la sua guida, nei giorni festivi, gruppi di studenti che quasi mai erano usciti dalla città esplorarono le rive del Río de la Plata e il bosco di Palermo, ai margini di Buenos Aires, imparando la botanica sul campo. E, in laboratorio, appresero a preparare sezioni istologiche e a usare quelle sostanze misteriose – balsamo del Canada, coloranti, alcool assoluto – che davano forma a un mondo nuovo. Dopo il diploma, Lourteig era ormai decisa: non sarebbe diventata farmacista, ma botanica. E fu nuovamente O’Donnell, diplomatosi anch’egli nel 1937, a indicarle la strada. Iscrittosi al primo anno del dottorato in biochimica, accettò un incarico temporaneo come ricercatore alla Fondazione Miguel Lillo di Tucumán. Dopo qualche mese ne tornò entusiasta: la flora misteriosa e lussureggiante della selva, e un erbario ricchissimo ancora tutto da investigare! Nel 1938 il suo incarico divenne definitivo; il suo entusiasmo contagiò Alicia, che nello stesso anno entrò come ricercatrice alla Fondazione. La Fondazione Miguel Lillo era nata dal lascito di Miguel Lillo (1861–1931), un’eccezionale figura di naturalista, collezionista e docente. Interessato a tutti i campi della natura e del sapere scientifico, nel corso della sua vita aveva creato una vasta biblioteca e imponenti collezioni naturalistiche, tra cui un erbario di più di 20.000 esemplari appartenenti a oltre 6.000 specie. Prima di morire donò tutte le sue proprietà – incluso un esteso terreno e una cospicua somma di denaro – all’Università di Tucumán che, per portare avanti le sue ricerche, nel 1933 istituì la fondazione che porta il suo nome, strettamente collegata al Museo di Scienze Naturali di cui Lillo era stato prima direttore e poi direttore onorario. Ma quando O’Donnell e Lourteig arrivarono a Tucumán, la Fondazione era poco più di un nome su documenti burocratici. A darle forma e forza fu un terzo arrivo contemporaneo: quello del farmacista, biochimico e botanico Horacio Raúl Descole (1910–1984), nominato nel 1937 professore di botanica generale alla Facoltà di Farmacia e Biochimica dell’Università di Tucumán e direttore della sezione botanica del Museo di Historia Natural. Energico e politicamente vicino al peronismo, Descole si impegnò attivamente nello svecchiamento e nella rifondazione dell’Università, avviando la realizzazione della città universitaria. Come animatore e guida della sezione botanica della Fondazione, creò la rivista "Lilloa" e concepì l'ambizioso progetto di una flora dell’intera Argentina (Genera et species plantarum Argentinarum). È un lavoro titanico ma entusiasmante quello in cui si getta a capofitto un gruppo di giovani ricercatori – sono tutti quasi coetanei –, senza paura di confrontarsi con la difficoltà del compito e con “l’opposizione decisa e occulta di antichi elementi che si opponevano a ogni cambiamento”. Ma, come scriverà Lourteig anni dopo commemorando O’Donnell, “c’era molto da fare, tutto andava fatto, ma che gioia fare tutto il necessario, soprattutto quando ogni cosa procede”. L’erbario viene riorganizzato in modo sistematico, si allacciano contatti con ricercatori negli Stati Uniti e in Europa, la rivista "Lilloa" viene lanciata e diventa rapidamente un punto di riferimento, e iniziano i lavori preparatori per la Flora. Lourteig è coinvolta immediatamente. Nel 1939, accanto a Descole e O’Donnell, firma il suo primo articolo, Plantae novae Lilloanae, dedicato ad alcune specie inedite dell’erbario di Lillo. Poi lavora a due famiglie di grande peso nella flora argentina: le Zygophyllaceae, ancora con entrambi, e le Euphorbiaceae, con O’Donnell. La trattazione di entrambe, preceduta da una serie di articoli su "Lilloa", compare nel 1943 nel primo volume di Genera et species plantarum Argentinarum. Intanto la ricerca si allarga ad altre famiglie e il ritmo di lavoro si fa frenetico: nel 1942, con O’Donnell, oltre all’esame di diverse tribù di Euphorbiaceae, Lourteig pubblica su "Lilloa" la revisioni delle Primulaceae argentine; nel 1943, con Descole, quella delle Malpighiaceae e, da sola, quella delle Lythraceae, seguita da un Addenda nel 1944. Poi il silenzio: per tre anni, fino al 1948, Lourteig non pubblicherà più nulla; e non scriverà più su "Lilloa", tranne un necrologio dell’amico‑maestro O’Donnell, nel 1959. Non abbiamo risposte precise, solo indizi. Non sappiamo neppure con esattezza quando Lourteig lasciò Tucumán. Molte fonti collocano la fine della collaborazione con la Fondazione al 1946, altre al 1947; lei – sempre pudica nel raccontare di sé – lo archivia come qualcosa che è avvenuto, e basta. Ma forse era tornata a Buenos Aires già da tempo, nel 1946 o addirittura nel 1945. Sappiamo per certo che nel 1946 era nella città natale per completare il dottorato, conseguito proprio quell’anno. Forse pesarono la situazione familiare – la malattia o la morte dei genitori? – e la situazione generale dell’Argentina: Lourteig parla di “uno dei periodi più neri della storia argentina”. Il piccolo miracolo economico favorito dalla seconda guerra mondiale, quando il paese sudamericano, rimasto neutrale, si trovò a fornire materie prime ai belligeranti, era finito. Iniziavano gli scontri sociali, culminati prima nella nascita e nell’ascesa del peronismo, poi nel golpe del 1955 e nella dittatura militare. Erano tempi difficili per la scienza: finanziamenti sempre più scarsi, carriere bloccate, ricercatori costretti a cercare sbocchi altrove. A partire non fu solo Lourteig: il gruppo si disperse: “La ricerca scientifica si ridusse al minimo […]. Con grande dolore, vedemmo partire i ricercatori stranieri demoralizzati da una situazione economica e morale che peggiorava ogni giorno”. La dispersione del gruppo originario del Lillo sarebbe culminata nel 1955 con il licenziamento e l’esilio del troppo peronista Descole. Ma a quel punto Lourteig era già da tempo in Europa. Parigi: un erbario, una vita Nel 1948 Lourteig entrò come ricercatrice al Darwinion di San Isidro e riprese il filo interrotto, pubblicando su "Darwiniana", la rivista dell’Istituto, gli Addenda sulle Primulaceae e sulle Lythraceae. Ma il Darwinion fu solo un punto di passaggio verso la carriera internazionale: nel 1949, ancora su "Darwiniana", uscì un terzo Addenda alle Lythraceae argentine, una breve nota su un campione raccolto da Tweedie che Lourteig aveva rintracciato nell’erbario di Kew. Aveva infatti ottenuto una borsa di ricerca del British Council e dal 1948 si trovava già in Europa. Anche il suo campo di ricerca cambiò rispetto agli anni di Tucumán: forse per marcare il distacco dalla “lussureggiante e misteriosa flora tropicale” scelse ora una famiglia botanica di casa sia in Europa sia nell’America temperata, le Ranuncolaceae. Da Kew, dove lavorò dal 1948 al 1950, le sue ricerche si irradiarono in numerosi erbari storici del continente, e la portarono anche negli Stati Uniti (New York e Harvard), in altri erbari britannici (Kew, British Museum, Cambridge, Edimburgo, Oxford), e poi a Ginevra, Losanna, Bruxelles, Parigi, Copenhagen, Stoccolma. Il risultato fu un lavoro imponente che nel luglio 1950 Lourteig presentò a una seduta del Congresso internazionale di botanica, il primo dei molti cui avrebbe partecipato. Pur tornando periodicamente in Argentina per seguire la pubblicazione dei suoi lavori, da questo momento il centro della sua ricerca era ormai altrove: dal 1950 al 1951 lavorò a Stoccolma, nel 1951 a Copenhagen, dal 1952 al 1953 a Boston, nel 1953 a Washington. Accanto alle Ranuncolaceae, il suo campo di studi privilegiato tornarono a essere le Lythraceae, con numerosi contributi pubblicati in riviste argentine e internazionali a partire dal 1954. La sua competenza e la profonda conoscenza degli erbari storici — dove per più di tre secoli era confluita gran parte delle raccolte della flora latinoamericana — furono notate da Jean-Henri Humbert, capo del dipartimento di Fanerogamia del Muséum national d’histoire naturelle di Parigi e responsabile dell’erbario, che ne caldeggiò l’assunzione. Così, nel 1955, Lourteig lasciò definitivamente Buenos Aires e approdò a Parigi, che sarebbe diventata la sua casa fino alla morte. Il Muséum e il dipartimento di Fanerogamia furono la sua casa scientifica per quasi quarant’anni: prima come ricercatrice, poi dal 1976 come Maître de Recherche e dal 1980, dopo il pensionamento, come ricercatrice onoraria. Negli anni parigini il lavoro tassonomico di Lourteig si amplia e si approfondisce. Accanto alle famiglie e ai generi studiati in gioventù — in particolare le Lythraceae, che non abbandonerà mai — apre nuovi fronti di ricerca: le Mayacaceae e, a partire dagli anni Settanta, le Oxalidaceae, di cui diventerà una delle massime esperte mondiali. La sua produzione scientifica si diversifica e si inserisce, come specialista riconosciuta, in grandi progetti internazionali: Flora del Uruguay, Flora Ilustrada Catarinense, Flora de Venezuela, Flora of Panama, Flora Patagonica, Flora of Ecuador, Flora of Venezuelan Guayana, cui si aggiungerà - pubblicata postuma - la trattazione di Lythraceae e Ranuncolaceae per la Flora della Real Expedición Botánica del Nuevo Reino de Granada. Non trascura la flora francese, collaborando ai supplementi della revisione della Flore de France. Numerose sono le revisioni monografiche, e costante l’attenzione alla correttezza nomenclaturale: partecipa assiduamente alle sessioni dedicate al Codice internazionale di nomenclatura botanica nell’ambito dei congressi internazionali, un impegno che dal 1982 si traduce nella vasta serie Nomenclatura Plantarum Americanarum. È inoltre molto attiva nelle istituzioni internazionali, tra cui Flora Neotropica e la Société de Biogéographie, di cui per molti anni fu tesoriera e segretaria. Grande esperta di erbari, Lourteig non era una botanica da scrivania. All’assidua attività in erbario unì infatti numerose spedizioni sul campo, una pratica inaugurata negli anni fondativi di Tucumán e coltivata per tutta la vita. Visitò gran parte dei paesi dell’America tropicale e, alla ricerca di Ranuncolaceae e Oxalidaceae di montagna, esplorò le valli andine di Colombia, Perù ed Ecuador. Tra il 1963 e il 1964, e nuovamente nel 1969, partecipò come membro della Commission Française de Recherches Antarctiques a due spedizioni botaniche nella cosiddetta “Francia antartica”. Era un territorio — e una flora — del tutto diversi sia dall’Europa temperata sia dall’America tropicale. Qui studiò in particolare la distribuzione della flora vascolare delle Kerguélen, confrontando un ambiente subantartico estremo con i paesaggi botanici che aveva conosciuto fino ad allora. Nel corso degli anni Lourteig divenne una figura di riferimento per generazioni di giovani botanici. Non era soltanto una specialista autorevole, ma una mediatrice capace di mettere in relazione studiosi, istituzioni e collezioni. Seguiva tesi, orientava ricerche, apriva porte. Non diceva mai di no ai colleghi che le chiedevano aiuto per ritrovare un tipo nomenclaturale o per interpretare la scrittura indecifrabile di un manoscritto o di un’etichetta d’erbario. Da ogni parte del Sudamerica le arrivavano esemplari da identificare, e il suo sostegno non mancava ai giovani ricercatori che venivano a Parigi per completare le loro tesi: li aiutava a portare a termine il lavoro e, dopo, a inserirsi in un laboratorio nei loro paesi d’origine per iniziare la carriera scientifica. Di questa disponibilità, unita ad autorevolezza e rigore, ci resta un’affettuosa testimonianza diretta di un’altra grande tassonomista argentina, Carmen Lelia Cristóbal. Come racconta nel necrologio scritto dopo la morte di Lourteig, entrò in contatto con lei negli anni Cinquanta, quando era una studentessa dell’Università di Tucumán alle prese con la sua tesi sul genere Ayenia. Lourteig non solo le rispose con cortesia, ma si sobbarcò il compito di riprodurre gli esemplari tipo necessari calcandoli su carta di seta — all’epoca non esistevano metodi affidabili di riproduzione fotografica. Nella lettera allegata le scrisse di non preoccuparsi della spesa: un giorno avrebbe restituito il favore comportandosi allo stesso modo con gli studenti che si sarebbero rivolti a lei. Quando poi Cristóbal e suo marito Antonio Krapovickas arrivarono a Parigi con una borsa di studio di nove mesi, Lourteig moltiplicò le attenzioni, fino a sobbarcarsi una lunga coda per procurare loro i biglietti per una matinée all’Opéra. Era certamente il lascito del suo apprendistato a Tucumán: la ricerca concepita come un’opera collettiva, non individuale, in cui chi sa di più ha il dovere di condividere il proprio sapere. Lavorando sugli erbari storici, Lourteig incontrò indirettamente anche coloro che li avevano raccolti e creati, e iniziò così a interessarsi alla storia della botanica. Nel 1966 pubblicò un articolo sull’erbario di Paul Hermann, seguito nel 1971 da osservazioni sulle raccolte brasiliane di Casaretto. Ma l’incontro più importante fu quello con Aimé Bonpland, il cui percorso di vita fu opposto e complementare al suo: anziché da Buenos Aires a Parigi, da Parigi all’Argentina. A Bonpland dedicò profili biografici, pubblicò i suoi diari e i manoscritti conservati al Muséum, e ne visitò persino la casa, in una sorta di pellegrinaggio intellettuale. Sugli erbari storici tornò poi con quello che è forse il suo ultimo scritto — altri uscirono successivamente, ma presumibilmente risalivano a ricerche precedenti — la descrizione di cinquantatré erbari conservati nel laboratorio di fanerogamia del Muséum. Il lavoro, iniziato da Paul Jovet, morto nel 1991, fu completato e pubblicato da Lourteig nel 1997, quando aveva ottantaquattro anni. Su uno di essi, l’erbario raccolto da Surian nelle Antille, annunciava l’intenzione di pubblicare uno studio approfondito. Ma l’età avanzava e la salute si faceva sempre più fragile, e il progetto rimase incompiuto. Morì nella sua casa dal simbolico indirizzo 17, rue Linné — a due passi dall’ingresso del Muséum — nel 2003, all’età di ottantanove anni, e volle essere sepolta a Beuze, la cittadina dei Pirenei Atlantici da cui suo padre era partito alla volta dell’Argentina. Una vita scientifica in tre generi Cristóbal ha definito l’opera di Alicia Lourteig “ciclopica”. La sua produzione scientifica conta 203 pubblicazioni tra articoli, monografie e contributi a grandi opere collettive, con la descrizione di circa 290 taxa. Partecipò a una cinquantina di congressi e simposi, che sfruttava per consultare erbari e svolgere ricognizioni sul campo, accumulando non meno di una trentina di missioni botaniche. Straordinaria poi la sua attività di facilitatrice e mediatrice del lavoro altrui, grazie all'ineguagliabile conoscenza degli erbari storici, come testimoniano i ringraziamenti che costellano le revisioni tassonomiche dei tanti colleghi che si avvalsero del suo aiuto, tra cui spicca l’elogio collettivo firmato da R.S. Cowan, F.R. Fosberg, L.B. Smith, F.A. Stafleu e J.J. Wurdack e pubblicato su "Taxon" 25 (1975). La sua presenza ha lasciato tracce anche fuori dalla botanica: le sono dedicati il Lac Alicia nell’arcipelago delle Kerguelen e il sentiero “Mademoiselle Alicia Lourteig” nella Reserva Biológica de Sapitandura (Serra do Mar, Paraná). Una ventina di specie vegetali portano gli eponimi lourteigiae — come la spettacolare Heliconia lourteigiae — o più raramente aliciae, tra cui Peruviasclepias aliciae, da lei scoperta in Perù. Caso rarissimo nella botanica del Novecento, e probabilmente unico per una botanica, le furono dedicati tre generi validi: Lourteigia (1971), Lourtella (1987) e Alicia (2006). È una testimonianza eloquente della profondità dell'impronta lasciata nella comunità scientifica. Quando nel 1971 Robert Merrill King e Harold Ernest Robinson istituirono il genere Lourteigia, sottolinearono il suo ruolo centrale nella tassonomia della flora latinoamericana: «È con grande piacere che nominiamo questo genere in onore della dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi. Il suo lavoro ha dato un grande contributo alla tassonomia delle piante americane». Ascritto alla tribù Eupatorieae (Asteraceae), il genere comprende una dozzina di erbacee perenni distribuite tra Colombia e Venezuela, soprattutto nelle valli andine. Alcune specie — in particolare L. ballatifolia e L. stoechadifolia, la specie tipo — trovano impiego nella medicina tradizionale; studi recenti ne confermano attività antiossidanti, antinfiammatorie e antimicrobiche, grazie ai composti fenolici e ai metaboliti secondari tipici della tribù. Anche Lourtella, istituito nel 1987 da Shirley A. Graham, Pieter Baas e Hiroshi Tobe, celebra Alicia Lourteig soprattutto nel suo ruolo di tassonomista e specialista delle Lythraceae. Nel protologo gli autori scrivono: «Questo genere monotipico è appropriatamente dedicato alla dottoressa Alicia Lourteig del laboratorio delle fanerogame del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi, che, con il suo interesse di lunga durata per le Lythraceae, ha dato un contributo fondamentale alla moderna conoscenza tassonomica della famiglia». Il genere comprende un’unica specie, Lourtella resinosa, un raro arbusto andino raccolto originariamente in Perù da Graham e presente anche in Bolivia. All’interno delle Lythraceae è morfologicamente distintivo per la presenza di tricomi globosi e soprattutto per la copiosa secrezione resinosa che ricopre i giovani getti e le foglie, carattere che lo rende immediatamente riconoscibile. Con Alicia, istituito dopo la sua morte da William R. Anderson, si chiude idealmente il percorso degli omaggi dedicati a questa grande botanica. Pur ricordando il suo contributo alla tassonomia delle Malpighiaceae — in particolare come coautrice della prima trattazione argentina della famiglia (O’Donnell, Lourteig 1943) — Anderson rende soprattutto omaggio alla sua figura umana di facilitatrice e mediatrice della conoscenza. Nel protologo scrive: «Sono felice di nominare questo genere in onore della mia amica Alicia Lourteig (1913–2003), coautrice della prima trattazione delle Malpighiaceae dell’Argentina. Nel 1981, durante la mia visita di studio al grande patrimonio di Malpighiaceae dell’erbario del Muséum d’Histoire naturelle di Parigi, la dottoressa Lourteig fu incessantemente utile e amichevole, rendendo il mio soggiorno parigino allo stesso tempo piacevole e fruttuoso». Il genere, istituito per distinguere un piccolo gruppo di Malpighiaceae sudamericane precedentemente incluse in Mascagnia, comprende oggi due specie, Alicia anisopetala e A. macrodisca, rampicanti legnose ampiamente diffuse nelle foreste sudamericane: dalla foresta amazzonica alla Mata Atlântica brasiliana, fino alle foreste decidue e più aride dell’Argentina settentrionale. Questa distribuzione, insieme al tono affettuoso e riconoscente della dedica, chiude idealmente il cerchio della ciclopica attività di Lourteig: iniziata esplorando i boschi planiziali di Tucumán e conclusa tra i fogli delle grandi raccolte sudamericane dell’erbario di Parigi. Lourteigia, Lourtella, Alicia: tre dediche, tre ritratti complementari di Alicia Lourteig, che, nella tradizione linneana - la dedica come sola gloria che spetta a un botanico (e a una botanica!) - ci consegnano la sua memoria come tassonomista, specialista di grandi famiglie, figura scientifica e umana. Agnes Arber (1879–1960) è stata una delle figure più originali e indipendenti della botanica del Novecento. Storica della botanica, morfologa, filosofa delle forme vegetali, autrice di libri che hanno segnato la disciplina, lavorò per tutta la vita fuori dalle strutture accademiche, in un equilibrio raro tra rigore scientifico e libertà intellettuale. La sua opera attraversa campi diversi – dagli erbari rinascimentali alla morfologia comparata, dalla storia della scienza alla filosofia naturale – ma conserva una coerenza profonda: l’idea che per comprendere le piante occorra guardare alle forme, ai processi, alle trasformazioni, e che questo sguardo sia insieme scientifico e umano. A ricordarla un piccolo genere di bambù neotropicali, Arberella. Nascita di una vocazione scientifica Durante la seconda guerra mondiale, la Luftwaffe scatenò una campagna sistematica di bombardamenti contro il Regno Unito. Oltre alle infrastrutture strategiche, furono deliberatamente colpiti luoghi simbolici – il Palazzo reale, la cattedrale di St Paul, il Big Ben – nel tentativo di fiaccare il morale della popolazione. Anche Cambridge, nonostante il suo carattere universitario, finì nel mirino. Già nel giugno del 1940 subì uno dei primi attacchi: vari edifici della Vicar’s Terrace furono distrutti e una decina di persone perse la vita. La vita accademica proseguì così tra vetri oscurati, allarmi e lunghe ore nei rifugi. In questo clima, Agnes Arber decise di rinunciare al piccolo laboratorio che da anni aveva allestito sul retro della propria casa. Procurarsi reagenti e materiali era diventato difficile, ma soprattutto conservare sostanze infiammabili in un’abitazione esposta ai bombardamenti rappresentava un rischio per lei, per la figlia e per il vicinato. Per senso civico, Arber chiuse dunque quel “laboratorio tutto per sé” dove per oltre quindici anni aveva condotto ricerche originali e di grande valore. Da quel momento tornò al suo primo amore scientifico – la storia della botanica – per poi orientarsi verso studi di portata più generale e filosofica. Fu una svolta drastica, perché toccava ciò che per lei era sempre stato essenziale: un luogo di lavoro che facesse da perno alle sue ricerche, anche quando queste prendevano strade nuove. Senza quel centro, la sua attività cambiò direzione; e infatti, da quel momento, non avrebbe più pubblicato studi di morfologia vegetale, il campo che per decenni era stato il suo terreno privilegiato. Era nata a Londra, nel 1879, come Agnes Robertson; suo padre, Henry Robert Robertson, era un artista, e da lui imparò a usare il suo primo strumento d’indagine: la matita. Da bambina esercitò lo sguardo prima ancora della mano: osservare, confrontare, fissare le forme sulla carta. Fu poi una studentessa brillante e, nel suo percorso formativo, ebbe la fortuna di incontrare diverse influenti figure femminili: Frances Buss, fondatrice della North London Collegiate School e pioniera dell’educazione femminile; Edith Aitken, la sua insegnante di scienze, che le fece scoprire la botanica e la incoraggiò a pubblicare le prime ricerche sulla rivista della scuola; e soprattutto Ethel Sargant, studiosa di morfologia vegetale, che teneva spesso conferenze nel club scientifico dell’istituto. Superato brillantemente l’esame di botanica, ottenne una borsa di studio e nel 1897 si iscrisse all’University College di Londra, conseguendo la laurea in scienze nel 1899. Grazie a una borsa di ammissione poté poi entrare al Newnham College di Cambridge, dove completò il corso di Scienze Naturali nel 1902. Poi, per un anno, lavorò nel laboratorio privato di Ethel Sargant, un’esperienza che segnò profondamente il suo modo di fare ricerca. Sargant era una morfologa vegetale di grande reputazione, nota per i suoi studi sull’embriologia e sull’anatomia comparata delle monocotiledoni. Per conciliare la ricerca con i compiti di cura verso la madre e una sorella, scelse di allestire un laboratorio nella casa di famiglia: una soluzione autonoma, tipica delle strategie femminili dell’epoca. Il suo laboratorio, attrezzato con rigore, divenne un luogo di formazione per giovani ricercatrici. Per Agnes Robertson, quell’anno fu decisivo: lì affinò le tecniche microscopiche e trovò un modello concreto di ricerca indipendente, capace di integrare vita e scienza. Nel 1903 pubblicò il suo primo lavoro, dedicato all’anatomia di una Cycadacea. Nello stesso anno tornò allo University College di Londra grazie alla Quain Studentship in Biology, una prestigiosa borsa di ricerca; qui concentrò le sue indagini sulle gimnosperme, pubblicando diversi studi sulla loro morfologia e anatomia. Nel 1905 conseguì il Doctor of Science, uno dei più alti titoli accademici britannici. Durante gli anni di studio a Cambridge aveva conosciuto Edward Arber, paleobotanico e dimostratore del Woodwardian Museum, che sposò nel 1909. Con il trasferimento definitivo a Cambridge, la sua attività si articolò lungo due filoni distinti: da una parte la storia della botanica, un interesse nato già nel 1894, quando le capitò tra le mani A niewe herball di Henry Lyte; dall’altra la ricerca sperimentale, avviata anni prima nel laboratorio di Ethel Sargant e ora proseguita grazie all’accesso al Balfour Biological Laboratory for Women. Quest’ultimo, aperto dal Newnham College nel 1884, offriva alle studentesse un’opportunità fino ad allora negata: seguire le lezioni accanto agli uomini era possibile, ma i laboratori restavano loro preclusi. Agnes Arber aveva iniziato la sua ricerca sugli erbari a stampa del Rinascimento e della prima età moderna già a Londra, dove aveva studiato le collezioni del British Museum; le biblioteche universitarie di Cambridge le offrirono ulteriori materiali, integrati anche da un viaggio in Olanda, per esaminare testi rari a Leida e Haarlem. Il risultato fu il suo primo libro, Herbals, their origin and evolution, a chapter in the history of botany, 1470–1670, pubblicato nel 1912. In questo lavoro pionieristico, la storia della botanica – il suo sviluppo come disciplina autonoma, l’identificazione delle piante, i modelli descrittivi, l’origine della sistematica – si intreccia con la storia dell’arte. Non a caso, Arber lo dedicò al padre. Una seconda edizione aggiornata sarebbe uscita nel 1936, e una terza nel 1986, molti anni dopo la sua morte. Dalle ricerche di laboratorio alla filosofia della natura Contemporaneamente, nel Balfour Laboratory Arber continuava le ricerche sull'anatomia e sulla morfologia delle monocotiledoni, iniziate sotto l'egida di Sargant. La ricchezza di ambienti acquatici nell'area di Cambridge e le peculiarità di questo gruppo di piante, che più di ogni altra sono modellate dall'ambiente, la spinsero poi a concentrare la sua indagine sulle piante acquatiche. Nacque così il suo secondo libro, Water Plants: A Study of Aquatic Angiosperms, pubblicato nel 1920. Ma nel frattempo la sua vita personale era mutata drammaticamente: il marito, già da tempo afflitto da una salute fragile, morì nel 1918, lasciandola con una bimba di appena cinque anni, Muriel Agnes Arber. Arber, la cui unica posizione ufficiale era quella di dimostratrice del laboratorio, dovette così conciliare la ricerca, portata avanti in modo indipendente e non finanziata da nessuna istituzione, con la vita domestica, in condizioni finanziarie difficili. Anni dopo la figlia avrebbe così descritto questo “equilibrismo” della madre: “Lei strappava il tempo per scrivere facendo il minimo delle faccende domestiche, non il contrario.” Ma torniamo a Water Plants, un’opera ancora più innovativa e pionieristica della precedente. Era infatti la prima volta che uno studio approfondito veniva dedicato a questo gruppo di piante. Arber, dopo aver esaminato nella prima parte i cicli biologici (life‑history) di otto gruppi specifici, nella seconda analizza le caratteristiche generali degli organi vegetativi e riproduttivi, nella terza le condizioni fenologiche della vita nell’acqua, nella quarta la filogenesi e l’evoluzione delle piante acquatiche. Il libro è di straordinaria importanza sia per le conclusioni sia per il metodo di ricerca, chiaramente esposto; gran parte dei disegni sono dell’autrice, ottima disegnatrice fin dall’infanzia. Nel 1921, in occasione della riunione annuale della British Association for the Advancement of Science (BAAS), tenutasi a Edimburgo, fu proposta la sua candidatura alla presidenza della sezione di botanica. L’establishment botanico insorse, obiettando che già l’anno prima, a Cardiff, era stata scelta una donna legata a Cambridge (Edith Saunders). Unendo avversione a Cambridge e maschilismo, Frederick Orpen Bowden giunse a dire: “Edimburgo ha il diritto di aspettarsi più di questo. Chiedere a Balfour di stare sotto la presidenza della signora Arber è ridicolo!” Non tutti, per fortuna, la pensavano così: Albert Seward ritirò la propria candidatura e diede le dimissioni da segretario della BAAS. Tuttavia, quando anni dopo la candidatura di Arber venne riproposta, lei rifiutò. Nel 1918, oltre a Edward Arber, era venuta a mancare anche Ethel Sargant, che stava scrivendo un volume sulle monocotiledoni, commissionato dalla Cambridge University Press. Già malata, prima di morire chiese essa stessa ad Agnes Arber di completare il lavoro. Nacque così The Monocotyledons (1925), il suo terzo libro. In continuità con Water Plants, Arber approfondisce l’analisi dell’anatomia interna ed esterna delle monocotiledoni, ma ora la sua riflessione metodologica si fa più esplicita, con l’introduzione della distinzione tra morfologia “pura” e “applicata”, che le permette di giungere a conclusioni originali sull’origine e l’evoluzione di questo gruppo di piante. Nel 1927 il Balfour Laboratory venne chiuso. Fin dal 1914, alle donne era stato aperto l’accesso ai laboratori “maschili” e l’utilità di quella istituzione, così importante per garantire alle donne uno spazio di ricerca e, sia pur limitate, carriere accademiche come dimostratrici, era via via venuta meno, finché l’università decise di vendere l’edificio. Il capo del dipartimento di botanica, Albert Seward, che pure l’aveva sostenuta al congresso di Edimburgo, dichiarò che non c’era posto per lei nella Scuola di botanica. Dove continuare le ricerche? Secondo l’esempio di Ethel Sargant, Arber allestì un laboratorio privato a casa sua, al numero 52 di Huntingdon Road, approfittando dell’opportunità di rilevare le attrezzature che per diciassette anni aveva utilizzato al Balfour Laboratory. Sarebbe stato il suo nuovo luogo di lavoro finché la guerra, come ho anticipato all’inizio, la spinse a chiuderlo. Le sue ricerche ora si appuntavano su un gruppo specifico di monocotiledoni: le graminacee, la famiglia delle erbe e dei cereali, così importanti nell’alimentazione e nella civiltà umana. Così, nel quarto libro The Gramineae, pubblicato nel 1934 e preceduto da dieci articoli apparsi su "The Annals of Botany", la descrizione dei cicli di vita, dell’embriologia e dei processi vegetativi e riproduttivi di erbe, cereali e bambù, condotta secondo i metodi dell’anatomia comparata, si intreccia con la storia di queste piante in relazione agli esseri umani, considerando “l’aspetto più strettamente botanico come uno sviluppo di quello umano”: non dimentichiamo infatti che i cereali, come li conosciamo, sono fondamentalmente cultigeni, ovvero piante modellate dalla selezione e dalla coltivazione umana. Le Poaceae sono caratterizzate da alcune tra le strutture florali più specifiche e raffinate dell’intero mondo vegetale. Fu questo il punto di partenza delle ricerche di Arber dagli anni ’30 al 1942, dedicate all’indagine delle diverse forme assunte dai fiori. Sull’argomento pubblicò una decina di articoli, compresa un’importante rassegna delle idee sulla morfologia fiorale, che possiamo considerare un ponte con l’ultima fase della sua ricerca. Dopo il 1942, infatti, con la chiusura del laboratorio, Arber da una parte tornò alla storia della botanica, che già l’aveva affascinata da giovane, dall’altra si concentrò su argomenti di portata più generale e di taglio più filosofico. Sul primo versante troviamo uno studio comparativo sui due padri dell’embriologia e dell’anatomia vegetale, Grew e Malpighi (1942), e i profili di due figure dominanti della botanica britannica, John Ray (1943) e Joseph Banks (1944). Fu invece l’incontro con Goethe a ispirare la fase per così dire “filosofica”. Nel 1946 pubblicò Goethe’s Botany, una traduzione e un’interpretazione di Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären di Goethe e di Die Natur di Georg Christoph Tobler; nel 1950 fu la volta di The Natural Philosophy of Plant Form, in cui, in forma discorsiva, da una parte indaga l’intera storia degli studi sulla morfologia vegetale, da Aristotele in poi, dall’altra espone la sua teoria del partial‑shoot: “la foglia è un partial‑shoot, un fusto parziale, che rivela una spinta intrinseca a diventare un fusto completo, ma non raggiunge mai questo obiettivo, poiché la simmetria radiale e la capacità di crescita apicale risultano inibite.” La connessione tra scienza e filosofia nel 1956 si tradurrà in The Mind and the Eye: A Biologist’s Standpoint, in cui Arber esamina il modo in cui gli scienziati interpretano ciò che vedono. Questo studio, in cui si affiancano psicologia, storia della scienza e filosofia della percezione, nel sottolineare la componente soggettiva e storica del processo scientifico, è di particolare significato se pensiamo che precede di molti anni l’epocale La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn. Il suo ultimo libro, The Manifold and the One (1957), nel quale la filosofia occidentale si integra con le tradizioni religiose e filosofiche orientali, segna un approccio decisamente mistico, alla ricerca dell’unità dietro il molteplice. Ricercatrice indipendente per tutta la vita, Arber – morì ottantunenne nel 1960 – non ebbe mai una cattedra universitaria, anche se non mancarono alcuni riconoscimenti formali. Nel 1946 fu ammessa alla Royal Society, la terza donna di sempre e la prima botanica. Nel 1948 fu premiata dalla Linnean Society con la medaglia d’oro. Nel 2024, sulla facciata della casa dove aveva vissuto e lavorato per decenni, è stata posta una targa e lo stesso anno l’Università di Cambridge ha istituito in suo onore un premio per le tesi in biologia comparata. Piccoli bambù neotropicali A differenza di molti botanici del suo tempo, Agnes Arber non ha legato il proprio nome a nuove specie: non era una tassonomista, e il suo lavoro si concentrò sulle strutture, sui processi, sui modelli formali più che sulla descrizione di entità nuove. Non sorprende quindi che non esistano specie che portano l'eponimo arberae o arberiae C’è però un’eccezione significativa: Arberella, un piccolo genere di Poaceae istituito nel 1979 da Thomas R. Soderstrom e Cleofé E. Calderón. La dedica è laconica, ma precisa: Arber è ricordata come “eminente morfologa vegetale”, i cui studi sulle graminacee – comprese le bambuseae – le hanno assicurato “un posto speciale nell’agrostologia”. È un omaggio postumo, dunque storico, che riconosce il suo ruolo nella genealogia degli studi sulle Poaceae. Ed è probabilmente il tipo di riconoscimento che Arber, storica della botanica oltre che morfologa, avrebbe apprezzato di più. Istituito nel 1979 - l'anno il cui cadeva il centenario della nascita di Agnes Arber - per accogliere Arberella dressleri, un piccolo bambù erbaceo endemico di Panama, il genere comprende oggi sette specie distribuite dal Costa Rica al Sud America tropicale. Sono graminacee minute, perenni e cespitose, con culmi sottili e solidi alti poco più di trenta centimetri, privi di ramificazioni e di foglie basali. Le foglie, inserite lungo il culmo, hanno lamine piatte e allungate, da lineari‑lanceolate a ovato‑lanceolate. L’aspetto più interessante, e quello che più avrebbe colpito Agnes Arber, è l’organizzazione dei fiori: sono infatti piante monoiche, ma con spighette monosessuali e nettamente diverse tra loro, le femminili all’apice dei rami dell’infiorescenza, le maschili più in basso. Una separazione spaziale e morfologica che rende l’infiorescenza particolarmente complessa, quasi un piccolo laboratorio naturale di forme e simmetrie. Il frutto è una cariosside subglobosa. Ad eccezione di A. flaccida, la cui distribuzione si estende dalla Colombia alle Guyane e al Brasile settentrionale, le specie del genere sono endemismi ristretti, spesso confinati a porzioni minime di territorio. È il caso di A. venezuelae, presente esclusivamente nelle foreste pluviali di bassa quota del bacino dell’Alto Orinoco, nello stato di Amazonas in Venezuela Chi è stata Mildred Mathias? La ragazza che voleva studiare matematica, ma diventò botanica perché la matematica, nell’America degli anni Venti, non era una faccenda da donne. La rigorosa tassonomista che rivoluzionò la classificazione della famiglia delle carote, introducendo più di cento specie. La docente universitaria e la botanica che reinventò un orto botanico. La divulgatrice e affabulatrice che in televisione spiegava cosa e come coltivare in giardino. L’ambientalista che si batteva per creare riserve naturali viste anche come risorse per la scienza e la ricerca. La settantenne e ottantenne che inventò il concetto di ecoturismo e guidò migliaia di appassionati alla scoperta dei tropici. È stata tutto questo, insieme, e senza contraddizioni. Una vita per la botanica, l'ambiente, la divulgazione In un’immensa città come Los Angeles, dove i giardini non mancano ma sono spesso privati, legati a fondazioni specifiche o a pagamento, esiste un solo orto botanico pubblico e gratuito. Non è grande, sette acri appena, ma è un mondo. È l’orto botanico dell’Università della California (UCLA), un mosaico di collezioni botaniche, aree sperimentali e sentieri ombrosi. E porta il nome della botanica che lo ha diretto per quasi vent’anni, lasciando un’impronta indelebile: Mildred E. Mathias. Molte delle collezioni che oggi rendono il Mildred E. Mathias Botanical Garden un piccolo universo — la boscaglia tropicale, le cicadacee, le palme, le piante native, mediterranee, dei deserti e delle Hawaii — sono state ampliate dopo la sua direzione. Ma la loro logica, la loro disposizione, la loro stessa presenza portano ancora la sua firma, quella di una scienziata che negli anni ’50 e ’60 ripensò questo giardino come un laboratorio vivente, aperto alla città e al mondo. Mildred Esther Mathias (1906–1995) nacque nel Missouri; il padre era insegnante, e la sua infanzia e adolescenza furono segnate da continui spostamenti. Era una studentessa brillante e, anche se amava da sempre la natura e il giardinaggio, quando si iscrisse alla Washington University di St. Louis la sua prima scelta fu la matematica. Dopo il primo anno, non poté tuttavia proseguire, perché i corsi superiori erano aperti solo agli uomini. Così si rivolse alla botanica, che ben presto la conquistò. A soli ventidue anni completò il dottorato con una monografia sulle specie di Cymopterus e affini, della famiglia delle Apiaceae: un lavoro rigoroso che segnò l’inizio del suo lungo rapporto con questa famiglia botanica complessa e allora poco studiata. Condusse le ricerche in parte all’Orto botanico del Missouri, in parte visitando le popolazioni di Umbelliferae e i luoghi dei tipi a bordo della sua Ford T, che all’occorrenza sapeva riparare da sé. Nel 1930 si sposò con il fisico Gerald L. Hassler e, per alcuni anni, mentre nascevano quattro figli, continuò le sue ricerche come ricercatrice indipendente. Nel 1939 iniziò a collaborare con Lincoln Constance dell’Università della California a Berkeley: insieme, dal 1940 al 1981, avrebbero pubblicato sessanta lavori sulle Umbelliferae del Nuovo Mondo, dando una nuova sistemazione alla famiglia, con oltre cento nuove specie e alcuni nuovi generi. Nel 1944 gli Hassler si trasferirono in California e, nell’autunno del 1947, Mathias fu assunta all’UCLA come botanica dell’erbario. Nel 1951 divenne lecturer, con il compito di insegnare tassonomia; si interessava però anche di orticoltura, battendosi per l’introduzione in coltivazione di piante tropicali e subtropicali insolite. Nel 1954 fu promossa assistant professor del Dipartimento di botanica e ne divenne vicepresidente. Nel 1956 fu nominata direttrice dell’orto botanico che oggi porta il suo nome, incarico che avrebbe mantenuto fino al 1974. All’epoca le collezioni, pensate soprattutto come strumento didattico, erano limitate. Mathias volle che il giardino fosse aperto al pubblico e diventasse un servizio per l’intera comunità. Grazie all’ottima posizione, esente da gelate, qui era possibile sperimentare l’introduzione di piante subtropicali e tropicali, a beneficio non solo degli studi botanici, ma anche dell’architettura del paesaggio, del giardinaggio e del vivaismo. Per questo privilegiava piante dalle fioriture vistose, come le Bignoniaceae. Gli spazi vennero ridisegnati, con un corso d’acqua e stagni di ricircolo, e un’ampia varietà di collezioni: una boscaglia subtropicale, conifere, palme, felci, Cycadaceae, piante mediterranee, desertiche e native. Con la costruzione del La Kretz Botany Building, un’area assolata venne riservata alla coltivazione di piante destinate agli studi citologici. Alberi tropicali vennero piantati anche attorno al campus universitario. Spesso il giardino ospitava mostre educative pluripremiate, a testimonianza della vocazione divulgativa e del ruolo crescente che Mathias stava assumendo nella vita culturale dell’università e della città. Mathias fu anche molto attiva nella difesa dell’ambiente. Nel 1957 partecipò alla battaglia per trasformare il Rancho Las Tunas di San Gabriel in un parco statale; fu tra i leader della sezione californiana del Nature Conservancy e, negli anni Sessanta, insieme ad altri docenti, si impegnò per creare un sistema di riserve naturali, affinché aree incontaminate fossero acquisite e gestite dall’università per l’insegnamento e la ricerca. Per questo impegno ricevette nel 1962 un premio dal California Conservation Council e, nel 1964, il Nature Conservancy National Award. Accanto all’insegnamento, alla direzione dell’orto botanico e all’impegno ambientale, non mancava la ricerca sul campo. Nel 1958 fece la sua prima spedizione all’estero, visitando la Baja California. Tra il 1959 e il 1964 affiancò Dermot Taylor, presidente del Dipartimento di farmacologia dell’UCLA, nell’esplorazione delle foreste tropicali alla ricerca di nuovi medicinali. Diversi viaggi la portarono nel Perù amazzonico, in Ecuador, in Tanganika e a Zanzibar, dove entrò in contatto con erboristi e uomini di medicina locali. I risultati delle sue ricerche attirarono l’attenzione anche della stampa: nel 1964 il Los Angeles Times la scelse tra le dodici “donne dell’anno”. Del resto era anche un volto noto al grande pubblico: partecipava spesso a meeting e conferenze, pubblicò articoli e libri divulgativi di giardinaggio e, dal 1962 al 1964, tenne una rubrica settimanale alla televisione californiana, The Wonderful World of Ornamentals. Con i viaggi ai tropici, il suo impegno ambientale divenne globale. La sua maggiore preoccupazione era la distruzione delle foreste tropicali, dove specie e specie di piante rischiavano di andare perdute per sempre prima ancora di essere conosciute. Sull’esempio californiano si batté per la creazione dell’Organization for Tropical Studies (OTS), con l’obiettivo di ottenere aree protette da destinare allo studio e alla ricerca. Dell’OTS divenne la voce più conosciuta, soprattutto nei primi anni, quando i fondi erano scarsi, e ne fu presidente dal 1969 al 1970. Tra i maggiori successi, l’incorporazione degli orti botanici della Costa Rica nel sistema dell’OTS e la creazione della stazione biologica di Las Cruces. Dalla seconda metà degli anni Sessanta i suoi impegni ufficiali e le consulenze per numerosi programmi orticoli si fecero frenetici; Mathias descrisse quegli anni come “una serie ininterrotta di riunioni”. Arrivarono però anche premi e riconoscimenti. Nel 1964 fu la prima donna a essere eletta presidente dell’American Society for Plant Taxonomists. Nel 1973 ricevette il Botanical Society of America Merit Award, una sorta di Oscar botanico alla carriera, e nel 1984 fu eletta presidente della Botanical Society of America. Il riconoscimento forse più gradito arrivò nel 1979, quando l’orto botanico che aveva diretto per quasi vent’anni prese ufficialmente il suo nome. Nel 1974, la carriera ufficiale finì con il pensionamento. Ma, come lei stessa disse, non si vedeva nei panni della nonna che se ne sta a casa a preparare torte. Tra il 1977 e il 1981 fu la prima direttrice esecutiva dell’American Botanical Gardens and Arboreta, che sotto la sua guida creò un programma di certificazione orticola capace di fare da ponte tra le università e la formazione pratica. Ma soprattutto, a partire dal 1974, quando l’UCLA Extension le propose di guidare un viaggio naturalistico in Costa Rica, accettò e inventò dal nulla un nuovo concetto — quello di ecoturismo — e una nuova carriera per sé. All’epoca i viaggi turistici in Costa Rica si limitavano a San José e, al massimo, a una puntata a uno dei vulcani; Mildred Mathias, invece, guidò il suo gruppo in una vera e propria spedizione sul campo. Fu il primo dei cinquantatré gruppi — migliaia di appassionati provenienti da tutto il mondo — che avrebbe accompagnato nell’Amazzonia peruviana, in Costa Rica, dove una tappa fissa era la stazione biologica La Selva con le conferenze dei biologi locali, e complessivamente in una trentina di paesi. L’ultimo viaggio, nel 1994, all’età di ottantotto anni, la portò in Cile. Stava già programmando il viaggio del 1995 in Costa Rica e Amazzonia quando, lavorando in giardino, fu colpita dall’ictus che l’avrebbe portata alla morte nel febbraio di quell’anno. Se desiderate saperne di più su questa donna straordinaria, nel sito del Mildred E. Mathias Botanical Garden sono disponibili molti materiali, incluse fotografie scattate da lei all’orto botanico e un filmato‑intervista in cui si racconta. Un'insolita Apiacea messicana Figura eminente della botanica statunitense del Novecento, Mildred E. Mathias ha lasciato un'impronta relativamente discreta nella terminologia botanica. Pur avendo svolto un’intensa attività di ricerca sul campo, il suo contributo più originale non fu la scoperta di nuove specie, bensì il rigore con cui affrontò la tassonomia di una famiglia complessa come le Apiaceae, spesso rideterminando piante già note. Non sorprende che l'eponimia legata al suo nome sia limitata a poche specie: Eryngium mathiasiae, un'Apiacea californiana; la messicana e centroamericana Heliconia mathiasiae; la sudamericana Bronwenia mathiasiae; l'orchidea peruviana × Lycida mathiasiae. Nel 1954, quando la sua straordinaria carriera era ancora agli inizio, Lincoln Constance e C. Leo Hitchcock le dedicarono Mathiasella, scrivendo: "La scoperta di una pianta messicana sorprendentemente unica, non ascrivibile - ne siamo convinti - a un genere precedentemente descritto delle Umbelliferae è un evento importante. Nel collocare questa notevole scoperta in una pubblicazione ufficiale, ci pare appropriato dedicare il genere a un'eccezionale studiosa di questa difficile ma affascinante famiglia". L'unica specie, Mathiasella bupleuroides, fu raccolta nel 1949 da L. R. Stanford sulla Peña Nevada nello stato messicano di Taumalipas. E' una grande erbacea ramificata, con foglie lobate verde-bluastro e ampie ombrelle primaverili di piccoli fiori avvolti da brattee simili a foglie che da verdi virano al rosa e persistono fino all'autunno. Specie dioica, presenta fiori maschili con piccoli petali e fiori femminili privi di corolla, entrambi però circondati da un vistoso collare di brattee. Rustica, resistente alla siccità, capace di prosperare al sole come in mezz’ombra, perfetta anche per i fiori recisi, M. bupleuroides è entrata nei giardini statunitensi e inglesi soprattutto nella cultivar ‘Green Dream’. È una presenza insolita, elegante e un po’ fuori dagli schemi: proprio come le specie che Mildred E. Mathias amava introdurre nei giardini californiani, ampliando con curiosità e gusto sicuro la gamma del coltivabile. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
May 2026
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