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Ci sono momenti in cui una disciplina cambia direzione, non con un terremoto o un suono di fanfare, ma in modo pur tuttavia avvertibile. La botanica compie quella virata all’inizio dell’Ottocento, più precisamente tra il 1813 e il 1824, se come fatto scatenante scegliamo due opere. Sono la Théorie élémentaire de la botanique e il primo volume del Prodromus di Augustin Pyrame de Candolle. La Théorie élémentaire non è accolta come un manifesto, eppure viene subito tradotta, travisata, adattata nei corsi universitari: segno che qualcosa si sta muovendo. E quando arriva il primo volume del Prodromus, la svolta diventa evidente. È finita l’era del sistema artificiale di Linneo, dei tentativi di tenere aggiornato Systema vegetabilium. Ora si respira aria nuova: è nato un nuovo paradigma. Non l’unico, certo, ma quello che ha cambiato tutto. Da qui in avanti, la botanica non sarà più la stessa. Prologo sulle rive della Senna Nel 1798 un ragazzo di diciannove anni arriva a Parigi in cerca di fortuna. Tecnicamente è cittadino francese: la sua città, Ginevra, è stata appena annessa alla République. Forse considera questo viaggio un ritorno alle origini familiari. Si chiama Augustin Pyrame de Candolle (1778-1841). I suoi antenati, nobili provenzali di fede calvinista, nel Cinquecento avevano lasciato la Francia per rifugiarsi a Ginevra, dove, una generazione dopo l'altra, avevano servito la città come magistrati e notabili. Il curioso secondo nome, Pyrame o Pyramus, è quello di un nonno, ma anche del protagonista di una storia antica raccontata da Ovidio: dettaglio rivelatore degli interessi letterari della famiglia e dell'ambiente permeato di cultura classica in cui è cresciuto. E' stato un bambino di salute fragile ma di mente acuta, con grande sensibilità per le lingue e persino un precoce poeta. In una Ginevra in cui la cultura è parte della vita civile, ha ricevuto una formazione che unisce rigore calvinista e apertura illuminista. Anche se il padre immagina per lui una carriera di funzionario e una laurea in legge, al Collegio di Ginevra ha scoperto la botanica grazie a uno dei suoi professori, il teologo Jean Pierre Étienne Vaucher. Quando Ginevra viene annessa alla Francia, i progetti della famiglia cambiano. Gli eventi bellici e rivoluzionari hanno assottigliato il patrimonio familiare; gli è dunque necessaria una professione. Arriva a Parigi con l'intento dichiarato di studiare medicina e diventare medico, e con quello meno esplicito ma più profondo di fare della botanica la sua vera professione. La capitale francese è l'unico luogo al mondo in cui questo sogno può diventare realtà. Finiti i furori e le speranze degli anni caldi della Rivoluzione, Parigi vive il confuso periodo del Direttorio, tra difesa delle conquiste fondamentali della rivoluzione, guerra cronica, intrighi di potere, corruzione e trionfo degli speculatori. Ma è anche la capitale europea della scienza, con un cuore pulsante; il Jardin des Plantes, divenuto il Muséum national d'histoire naturelle. E proprio al Muséum Augustin Pyrame dirige i suoi primi passi, con una lettera di presentazione per il direttore René Louiche Desfontaines. Quest'ultimo lo indirizza da una parte allo studio della fisiologia vegetale, dall'altro lo raccomanda a L'Héritier de Brutelle, che cerca qualcuno che lo aiuti a riordinare il suo erbario. Da quel lavoro dell’estate 1798 per L’Héritier de Brutelle, la reputazione del volenteroso e acuto studente ginevrino comincia a crescere nell’ambiente dei botanici parigini. Nel 1799, sulle "Mémoires de la Société d’Histoire Naturelle de Paris", pubblica il suo primo genere, Senebiera, dedicato al suo primo maestro. Lo stesso anno scrive i testi per Histoire des plantes grasses con le tavole di Redouté, un altro dei protetti di L’Héritier, firmandosi prudentemente A. P. Decandolle: il “de” imbarazza ancora, in una Francia che non ha rinnegato del tutto la rivoluzione. Dalla collaborazione con Redouté nasce anche Astragalogia (1802), non più un lavoro eminentemente descrittivo, ma già di taglio tassonomico, con la creazione dei generi Oxytropis e Lessertia, in onore di una delle sue frequentazioni parigine, Benjamin Delessert. Grazie a queste prime prove arrivarono gli incontri — fisici e metodologici — con i tre grandi maestri delle scienze naturali al Muséum: Georges Cuvier, Jean‑Baptiste de Lamarck e Antoine‑Laurent de Jussieu. Da tutti de Candolle assorbì insegnamenti e suggestioni, che poi seppe integrare in una visione originale. Sul piano della carriera accademica e scientifica, gli incoraggiamenti maggiori vennero da Cuvier e Lamarck. Nel 1802, quando divenne titolare della cattedra al Muséum, Cuvier volle de Candolle come supplente di fisiologia vegetale al Collège de France; Lamarck invece dapprima gli affidò la redazione di alcuni articoli della Ecyclopédie méthodique, quindi quella della terza edizione della sua Flore française. L'opera, pubblicata in quattro volumi e cinque tomi nel 1805, è la prima flora in cui le piante sono organizzate per famiglie. Anche se sul frontespizio compaiono entrambi i nomi (il nostro continua a firmarsi prudentemente Decandolle), fu scritta integralmente da de Candolle, autore anche del suggio introduttivo Principes élémentaires de botanique, con un'introduzione alla botanica e elementi di fisiologia vegetale. La relazione con Jussieu, meno diretta sul piano personale ma fondamentale su quello scientifico, fu segnata da una profonda contraddizione. De Candolle ammirava in Jussieu l’autore dell’“immortale” (la definizione è sua) Genera plantarum; per la sua tesi, Essai sur les propriétés médicales des plantes comparées avec leurs formes extérieures et leur classification naturelle (1804), scelse di verificare e sviluppare l’ipotesi jussieana secondo cui piante appartenenti al medesimo ordine naturale tendono a condividere anche le proprietà medicinali. Non solo gli dedicò la tesi, ma volle che Jussieu ne presiedesse la discussione: un gesto che rivela quanto tenesse a quel riconoscimento. Eppure, come emerge da molti passi delle sue memorie, de Candolle vedeva chiaramente che Jussieu, dopo aver definito con grande lucidità i principi e le leggi della classificazione naturale, non li aveva né sviluppati né applicati, e nessuno lo aveva fatto dopo di lui. Il suo era dunque un metodo in potenza, che attendeva ancora un’attuazione. Il primo passo lo fece de Candolle stesso nella Flore française, con l’organizzazione delle piante in famiglie naturali e la definizione di criteri chiari per generi e specie; ma non si trattava ancora di un sistema compiuto, né — anche se lo fosse stato — de Candolle avrebbe osato proporlo: era un neolaureato senza alcuna posizione ufficiale, e ogni passo falso, ogni eccessiva audacia rischiava di alienargli l’appoggio dei suoi protettori Desfontaines, Cuvier e Lamarck. In ogni caso, quel lavoro aveva fatto nascere in lui “una folla di idee di classificazione” che avrebbero trovato pieno sviluppo quasi un decennio dopo; inoltre aveva potuto constatare che molte province non erano mai state davvero esplorate e che, di conseguenza, la geografia botanica della Francia era lontana dall’essere pienamente conosciuta. Ne nacque l’idea ancora vaga di viaggi botanici che colmassero la lacuna; ne parlò con Delessert, che lo mise in contatto con il segretario generale del ministero dell’interno Gérando. In accordo con quest’ultimo, de Candolle propose che per cinque anni un botanico percorresse le zone poco esplorate per studiarne la flora in relazione con la geografia e l’agricoltura. Il ministero approvò il piano e de Candolle fu scelto per attuarlo, con un rimborso spese di 4000 franchi l’anno. Il primo viaggio iniziò nel giugno 1806 e lo portò nella Francia occidentale; nel 1807 seguirono i Pirenei, ma le circostanze in cui nacque questo viaggio si intrecciano con la nomina a Montpellier e con la seconda tappa della vita di de Candolle. Sulle rive del Mediterraneo: la teoria prende forma Dopo nove anni a Parigi, de Candolle era ancora in attesa di una posizione ufficiale, tanto più necessaria perché ora si era sposato e c'era un giovane famiglia da mantenere. La sua massima aspirazione era essere ammesso all'Institut de France, l'istituzione che dal 1795 aveva sostituito le precedenti accademie. La nomina gli avrebbe garantito stabilità economica e prestigio accademico; significava entrare a far parte dell'élite scientifica del paese, mentre chi ne era escluso, come scrive con amara lucidità nelle sue memorie, era considerato un apprendista o un dilettante. La sua candidatura era già stata presentata nel 1800, quando era molto più giovane degli altri candidati e aveva considerato la bocciatura un atto dovuto; nel 1806, invece, con numerose pubblicazioni all’attivo (oltre a quelle citate, diverse memorie negli Annales du Muséum), era sicuro di farcela. L’Institut gli preferì invece Palisot de Beauvois, che era sì molto più anziano, ma non aveva ancora pubblicato quasi nulla. La delusione fu cocente. Qualche mese dopo, si aprì la possibilità di una nomina alla cattedra di botanica della facoltà di medicina di Montpellier, in seguito alla malattia e poi alla morte di Pierre Marie Auguste Broussonet. Inizialmente, de Candolle era assai esitante: certo si trattava di un incarico prestigioso (l'orto botanico di Montpellier era stato il primo in Francia e a lungo i suoi botanici, tra cui Magnol, il primo a introdurre il concetto di famiglia, erano stati all'avanguardia), ma significava lasciare Parigi e rinunciare, forse per sempre, al sogno non accantonato dell'Institut. Per capire come fosse ora la situazione e se davvero Montpellier facesse per lui, decise di andare a vedere di persona: chiese al ministro che la meta del suo viaggio estivo fossero i Pirenei, in modo da fare tappa nella capitale della Linguadoca senza parere di esserci andato apposta. Dalla sosta a Montpellier ricavò impressioni positive, ma poi partì all'esplorazione dei Pirenei, nella prima traversata del settore occidentale: un'avventura scientifica entusiasmante che lo convinse che il suo destino era essere "botaniste voyageur" e non professore universitario. Così, al ritorno a Parigi, si presentò al ministro Emmanuel Crétet e rifiutò l'incarico. Uomo burbero e diretto, il ministro lo convinse invece a cambiare idea, garantendogli che avrebbe potuto conservare entrambi gli incarichi, coniugando l'attività accademica con la ricerca sul campo, e continuare i suoi viaggi estivi per altri tre anni. Dopo le solite lungaggini burocratiche, nel febbraio 1808 de Candolle ricevette la nomina e a marzo arrivò a Montpellier insieme alla moglie e al figlio Alphonse, che aveva allora diciotto mesi. L’ambiente era accogliente e gli fece percepire immediatamente che qui non era più un commençant: l’apprendistato era finito, ora era un’autorità, il titolare di una cattedra universitaria e il direttore di un orto botanico. Accelerò i tempi in modo da concentrare i corsi tra aprile e maggio, e il primo giugno era pronto per partire per il suo terzo viaggio, meta la Toscana. Continuava a considerare quella di Montpellier una parentesi passeggera. Al termine della spedizione tornò a Parigi, dove scoprì che, in seguito alla morte di Ventenat, c’era nuovamente un posto vacante all’Institut. La candidatura fu presentata per la terza volta, e per la terza volta respinta. Non ce ne sarebbe stata una quarta. Ora era chiaro che il suo destino era Montpellier. Nelle estati dei tre anni successivi, ci furono ancora tre spedizioni, in Piemonte e in Savoia, in Alsazia e in Belgio, nella Francia centrale. Nel 1810, in seguito al riassetto delle Università voluto da Napoleone, fu istituita una cattedra di botanica presso la nuova facoltà di scienze naturali, di cui de Candolle divenne il primo titolare; era una cattedra più prestigiosa, con una migliore remunerazione, legata anche al rinnovamento dell'orto botanico, che, notevolmente accresciuto e dotato di finanziamenti più generosi, avrebbe dovuto diventare una stazione pilota per il rilancio dell'agricoltura del Midi. Così, nel novembre 1811, al rientro dall'ultimo viaggio, come scrive de Candolle nelle sue memorie, per la prima volta "si ritenne definitivamente stabilito a Montpellier". Furono anni di attività febbrile: da una parte c'era la direzione dell'orto botanico, che richiedeva una presenza costante, interventi strutturali, relazioni di scambio con altre istituzioni; dall'altra l'attività accademica, con le noie burocratiche, le riunioni, gli esami; la didattica, che, benché continuasse a concentrarsi nei mesi di aprile e maggio come da tradizione, era assai impegnativa. C'erano le lezioni ex cathedra, dove de Candolle introdusse, tra l'entusiasmo degli studenti e il disappunto dei colleghi, l'uso di "improvvisare", ovvero di parlare a braccio anziché leggere un testo scritto; e c'erano le periodiche e faticosissime erborizzazioni: si partiva alla mattina alle cinque, si trascorreva la mattina ad erborizzare, a rispondere alle domande, a spiegare concetti; poi un frugale pranzo condiviso; al pomeriggio si continuava, quasi sempre fino alle cinque o alle sei. Dopo dodici ore a camminare sotto il sole implacabile della Linguadoca, rispondendo a tutti i quesiti e tenendo d'occhio il gruppo, anche di cento o duecento studenti, perché non capitasse "nulla di sgradevole", de Candolle rientrava esausto, con il solo pensiero di buttarsi sul letto. Ma insegnare era anche gratificante, e intorno a lui si formò un gruppo scelto di allievi che talvolta diventarono anche amici. Il caso più noto è quello di Michel Félix Dunal. E nonostante tutto questo, e ancora la vita sociale, gli amici, la famiglia, c'era il tempo per scrivere e per pensare. Ora, con le ricerche, lo studio di altre flore, l'ampliamento dell'erbario, la "folla di idee di classificazione" che si erano delineate all'epoca di Flore française si andava definendo in un disegno compiuto. Era ora di metterle nero su bianco. In uno dei passi più affascinanti delle sue memorie, de Candolle racconta la vera e propria furia creativa da cui nacque la Théorie élémentaire de la botanique. Anche se da anni meditava sull’argomento, fu sorpreso egli stesso delle nuove idee che si affollavano alla sua mente; ogni dato doveva essere ripreso, riorganizzato e ricollocato in un nuovo quadro. Tante erano le idee, tanti i nuovi sviluppi, che egli se ne spaventava e temeva di aver perso il senno. Così si presentava all’amatissima moglie Fanny Torras e la pregava di osservare se stava dando segni di follia. Non era follia, ma lucidità. A Parigi c’era un amico con il quale de Candolle aveva discusso più di chiunque altro dei criteri di classificazione: l’abate portoghese José Correia da Serra, uomo di vasti interessi scientifici e di retto sentire. Da quelle conversazioni aveva maturato tre idee decisive e concatenate. La prima era la necessità di applicare alla botanica il metodo anatomico comparativo, già pienamente sviluppato in zoologia dalla scuola parigina di Buffon, Lamarck e Cuvier: osservare la struttura interna, non l’apparenza, per riconoscere l’ordine naturale. Ne derivava il concetto di simmetria tra le parti vegetali, intesa come disposizione strutturale che rivela la coerenza interna delle famiglie. Infine quello delle affinità, intese come legami profondi tra le forme, da privilegiare rispetto alle differenze superficiali. Erano le idee che ora costituivano il nucleo concettale della Théorie élémentaire. Così, quando il testo fu finito, portò con sé il manoscritto a Parigi e lo sottopose a Correia, attendendone trepidante il giudizio. Che il portoghese espresse in una sola parola: Imprimez, stampatelo. Pubblicata nel febbraio 1813, la Théorie élémentaire de la botanique suscitò discussioni, critiche e plauso. Fu recensita, tradotta, spesso anche deformata, ma presto si impose come un classico e già nel 1819 ne venne stampata una seconda edizione. Per de Candolle, però, la Théorie élémentaire non era un punto d’arrivo. Il destino del "libro immortale" di Jusseu gli aveva mostrato che se una teoria non si traduce in realtà, rimane lettera morta. Le opere generali di botaniche, ancora concepite secondo il metodo linneano, erano ormai superate. Era ora di redigerne una basata sui principi del metodo naturale "non solo per l'insieme ma nei particolari": insomma, l'enumerazione dell'intero mondo vegetale di cui la Théorie élémentaire sarebbe stata, per così dire, la prefazione. La forma giusta era quella di una serie di monografie sulle singole famiglie. La prima fu la trattazione delle Ranuncolaceae, seguita da alcune altre: il primo nucleo del futuro Regni vegetabilis systema naturale. Questa volta portò il manoscritto al vecchio Desfontaines, che ne fu enchanté. Era una conferma, e una consacrazione. Nel periodo di straordinaria fecondità di Montpellier nacaquero anche altre opere. La ricognizione della flora francese si tradusse, oltre che in tre relazioni pubblicate nelle "Mémoires de la Société d’agriculture", in un volume aggiuntivo alla Flore française, uscito nel 1815, in cui descrisse circa duemila nuove specie, incluse circa centotrenta specie di funghi dell’area mediterranea, un ambito cui dedicò particolare attenzione anche per le sue conseguenze sull’agricoltura e sulla salute pubblica. Nel 1816 pubblicò un'edizione ampliata di Essai sur les propriétés médicales cui volle premettere una dedica ai "botanici fondatori della teoria delle relazioni naturali", che suona come una genealogia, un lascito da lui raccolto e portato a compimento: «Jean e Gaspard Bauhin, Tournefort, Magnol, Ray, Morison che l’hanno presagita; Bernard de Jussieu che l’ha provata; Adanson che l’ha sviluppata; Antoine-Laurent de Jussieu che l’ha sottoposta a leggi fisse; Desfontaines che l’ha collegata all’anatomia vegetale; Richard che l’ha chiarita studiando i frutti; Robert Brown che l’ha estesa con l’esame delle piante della Nuova Olanda». L’arrivo a Montpellier di Mociño, che — devastato dalla malattia e dal crollo di tutte le sue speranze — gli affidò le tavole superstiti della spedizione in Messico raccomandandogli «Continuate, vi ho affidato la custodia della mia gloria», fu l’inizio dei suoi studi sulla flora messicana; mentre dalle sue stesse esperienze di botanico viaggiatore e di osservatore delle relazioni tra piante e territorio cominciava a gettare le basi di un’opera sulla fitogeografia. A tutti questi progetti, a questi fili che andavano intrecciandosi, misero bruscamente fine le storia e la politica. Nelle convulse circostanze del crollo dell'impero napoleonico e del ritorno dei Borbone, gli fu affibbiata l'etichetta di bonapartista e fu di fatto costretto a dimettersi. Così, nel settembre 1816, lo scenario della sua vita cambiò per la seconda volta, con il ritorno a Ginevra. Sulle rive del Lemano: il sistema Un ritorno, dunque, non un esilio. Non aveva mai interrotto le relazioni con Ginevra, dove spesso tornava per fare visita ai genitori; aveva accettato con orgoglio il titolo di professore onorario dell'Accademia di Ginevra; fin dal settembre 1814 aveva prudentemente iscritto Alphonse al liceo a Ginevra e da mesi era in trattative segrete per ottenere una cattedra di botanica nella città natale. Tanto meno una fuga: si impegnò persino a tornare a Montpellier a tenere un ultimo corso, cosa che avrebbe fatto nel maggio 1817. Agli occhi del mondo, a determinare il suo ritorno sulle rive del Lemano fu dunque un invito formale del governo cantonale, con l’assegnazione della nuova cattedra di scienze naturali. Lo attendevano due compiti, diversi ma altrettanto grandiosi. Da una parte, creare dal nulla un orto botanico che fosse allo stesso tempo terreno di sperimentazione agricola, spazio di bellezza con le serre calde e la limonaia per le piante esotiche, centro di studio con una scuola di botanica, un erbario e una biblioteca. Dall’altra, riannodare i fili interrotti a Montpellier e tradurre il metodo naturale in sistema. Come scrive egli stesso, tra il serio e il faceto, nelle sue memorie: dopo aver emulato von Haller e la sua Flora helvetica con la Flore française, dopo aver scritto la Théorie élémentaire per essere degno di Bernard de Jussieu, ora gli toccava sostituire l’opera di Linneo. Riprese a lavorare alle monografie sulle famiglie di piante, pubblicando i primi due volumi di Regni vegetabilis systema naturale. Il primo, uscito nel 1818, contiene la trattazione di Ranuncolaceae, Dilleniaceae, Magnoliaceae, Annonaceae e Menispermataceae; il secondo, pubblicato nel 1821, quella di Berberidaceae, Podophyllaceae, Nymphaeaceae, Papaveraceae, Fumariaceae e Cruciferae. Le dimensioni stesse dell’opera (550 pagine il primo volume, 750 il secondo) e il tempo necessario per completarla gli diedero la misura della vastità del compito e dell’impossibilità di portarlo a termine. Decise così di riprenderlo in forma abbreviata e sintetica, dando al nuovo progetto il titolo di Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis, con il quale voleva sottolineare che si trattava solo dell'abbozzo dell'opera di cui aveva già pubblicato due volume, e che si illudeva di potere riprendere un giorno. Un'illusione di cui non era ancora consapevole. La scrittura del Prodromus avrebbe accompagnato tutta la sua vita: dal primo volume, pubblicato nel 1824, al settimo, uscito nel 1838, quando i crescenti problemi di salute l’avevano già costretto a cedere la cattedra e la direzione dell’orto botanico al figlio Alphonse. E poi sarebbe continuata per altri dieci volumi e per oltre trent’anni dopo la sua morte, sotto la direzione dello stesso Alphonse e con il coinvolgimento di decine di botanici, senza tuttavia esaurire il compito di catalogare l’intero regno vegetale: dovette limitarsi alle Dicotiledoni. I primi sette volumi del Prodromus sono spesso considerati un one man work: è vero che il contributo di Augustin Pyrame de Candolle fu immenso — scrisse da solo due terzi dell’opera, per un totale di 4300 pagine e 28.234 specie — ma si avvalse anche della collaborazione di altri botanici, come l’allievo prediletto Dunal o Jacques-Denis Choisy. L'opera è uno dei caposaldi della botanica ottocentesca e il suo impatto fu incalcolabile, eppure non esaurì l'attività di de Candolle. Come docente, era ormai un caposcuola, con allievi che venivano anche dall'estero per seguire i suoi corsi, tanto all'Accademia quanto come allievi privati (una pratica che aveva inaugurato per arricchire le non cospicue entrate); viaggiava in Svizzera e all'estero, accoglieva volentieri i visitatori che venivano a fargli omaggio, non rinunciava alla vita sociale, era membro di infinite società scientifiche e spesso accettava incarichi civici. Né la sua opera botanica si limitò al pur immenso Prodromus. Vanno ricordati almeno la Flore du Mexique (1819), per la quale gli vennero in soccorso le sue amiche, le dame ginevrine che copiarono le tavole prima che le restituisse a Mociño, come ho raccontato in questo post; e soprattutto Essai élémentaire de géographie botanique, un testo fondamentale per comprendere la relazione tra le piante e l'ambiente e opera fondativa della fitogeografia. Il suo pensiero e le sue opere hanno lasciato una traccia profonda non solo nella tassonomia (per inciso, un termine introdotto proprio da lui), ma anche negli studi sulla fisiologia e alle biologia vegetale, nell'agronomia e nella micologia. In poche parole, dopo de Candolle, la botanica non è più stata la stessa. Due lasciti ancora vanno ricordati. In primo luogo Mémoires et souvenirs, che de Candolle iniziò a scrivere forse nel 1821 e fu pubblicato postumo dal figlio, con note piene di reverenza e affetto: un documento ineguagliabile per conoscere la vita di de Candolle, l’evoluzione del suo pensiero e, allo stesso tempo, un ritratto sociale e culturale delle tre città in cui visse — Parigi, Montpellier e Ginevra. E poi l’erbario, lo strumento sul quale lui e suo figlio edificarono Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis, ancora accresciuto dal nipote Casimir e dal bisnipote Augustin. Conta quasi 45.000 esemplari, di cui oltre 22.000 tipi; oggi è custodito all’orto botanico di Ginevra, cui fu donato dalla famiglia de Candolle, seguendo la volontà del fondatore, che fu tra i primi a dare libero accesso alle sue raccolte ai ricercatori. Tanti nomi, una pianta Che il fondatore della tassonomia abbia lasciato un'impronta senza uguali (Linneo a parte) nella nomenclatura botanica è quasi lapalissiano. I taxa seguiti dalla inconfondibile sigla DC. secondo Plants of the World on line sono 27.898, di cui oltre 4000 tuttora accettati. Più di 100 taxa, di cui una trentina accettati, portano gli eponimi candollei e più di 200, di cui una cinquantina accettati, candolleanus (certo molti in condivisione con Alphonse). Per cinque volte gli è stato dedicato un genere Candollea: nel 1803 da Mirbel, che cinque anni dopo gli avrebbe soffiato il posto all'Institut; nel 1805 da Laballardière, che fu invece uno dei primi a capirne il valore e sempre votò a suo favore; nel 1810 da Baumgarten; nel 1840 da Steudel; e ancora nel 2021 dal botanico turco Yıldırımlı. Nessuno è accettato. Ma, per sua e mia fortuna, a sottrarre de Candolle dal destino di botanico “senza Nobel” provvide nel 1966 R.S. Cowan, istituendo Candolleodendron. Nel 1953 egli studiò il tipo di Swartzia brachystachya nell’erbario de Candolle; confrontandolo con esemplari ricevuti da altri erbari, decise di elevare quella specie a genere, scegliendo di nominarlo per commemorare “uno dei più perspicaci pionieri dello studio dei legumi tropicali, Augustin Pyrame de Candolle”. Candolleodendron R.S.Cowan è oggi un genere monotipico della famiglia Fabaceae, che continua ad ospitare unicamente C. brachystachyum, un raro albero del Brasile amazzonico. Poco studiato, è caratterizzato da foglie paripennate con rachide robusto, fiori zigomorfi gialli e aranciati, frutti legnosi e oblunghi, tipici delle leguminose tropicali. Un piccolo omaggio, non un vasto genere monumentale. Credo che non sarebbe spiaciuto a Augustin Pyrame, che sapeva ironizzare su stesso: mai avrebbe voluto diventare un monumento. Aveva una concezione della botanica non eroica ma etica, e ha lasciato pagine incisive sulla responsabilità sociale e morale dello scienziato. Del resto, altri omaggi non gli sono mancati: il genere di funghi Candolleomyces; la rivista "Candollea", organo dell'Orto botanico di Ginevra; rue de Candolle, tanto a Parigi, quanto a Montpellier e a Ginevra; il Collège de Candolle a Ginevra. E poi c'è la sua opera, che parla da sé e continua a offrire idee fertili alla botanica, come fa da generazioni.
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Forse un giorno, magari in Puglia, vi siete imbattuti in un prato colmo di papaveri dai fiori rosso‑aranciati che ondeggiavano al vento. Uno spettacolo mozzafiato. Solo che non erano papaveri, ma Roemeria. Niente paura: la confusione è più che comprensibile. Per almeno due secoli anche i botanici hanno faticato a distinguerli, e per fare finalmente chiarezza è stato necessario ricorrere all’analisi del DNA. Così è risorto a nuova vita il genere Roemeria, che celebra il mite, modesto e prudente medico e botanico svizzero Jacob Römer: un uomo che negli ultimi anni della sua vita conobbe una sorprendente seconda giovinezza scientifica come coautore della monumentale quarta edizione del Systema vegetabilium, scritta a quattro mani con Josef August Schultes. Un botanico prudente diventato tassonomista… non per caso Strano destino, quello del botanico svizzero Jacob Römer (1763 -1819). I contemporanei lo descrivono come un uomo mite, modesto, posato, prudente: uno che non pubblicava nulla senza averlo verificato di persona, uno che preferiva la solidità alla brillantezza, la continuità all’impeto. Eppure, all’inizio come alla fine della sua carriera scientifica, si trovò a far coppia con colleghi dal temperamento opposto: in gioventù con il fervente e impegnato Paul Usteri, in vecchiaia con il vulcanico Josef August Schultes. Almeno nel secondo caso, con risultati straordinari. Römer nacque a Zurigo in una famiglia di modesti mezzi, che tuttavia poté garantirgli buoni studi, nei quali dimostrò diligenza, ottima memoria e una naturale propensione per le lingue classiche. Tra i suoi insegnanti vi fu Johann Heinrich Füssli, che lo spinse a interessarsi di entomologia e botanica. Tuttavia il padre voleva farne un commerciante e, a tal fine, nel 1780 lo inviò a Bergamo come apprendista presso uno zio. Vi rimase tre anni, apprendendo alla perfezione l’italiano, ma comprendendo anche una volta per tutte che la sua vocazione era un’altra. Grazie alla mediazione del prozio e padrino Johann Jakob Bodmer, noto esponente dell’Illuminismo svizzero, il padre gli permise di iniziare gli studi di medicina. Nel 1784 si spostò quindi all’Università di Gottinga, dove strinse amicizia con il concittadino Paul Usteri. Avevano entrambi vent’anni e li univa una fervida passione per la botanica; così, come ho già raccontato in questo post, nel pieno dell’entusiasmo giovanile, nel 1787 vararono il "Magazin für die Botanik". L’impresa comune durò tre anni, finché nel 1790 Römer si dimise e Usteri continuò la pubblicazione da solo. Forse la scelta di Römer fu determinata dalle pressioni della vita adulta: nel 1786 si era laureato con una tesi di argomento ginecologico, quindi era tornato a Zurigo, si era sposato e aveva avviato una carriera medica alla quale, sempre a corto di soldi, affiancava traduzioni, recensioni e scritti di varia natura. Ma forse — senza che la rottura sia mai stata esplicitata da nessuno dei due — ormai li dividevano anche questioni caratteriali e di metodo. Neppure Römer aveva infatti abbandonato l’idea di una rivista di botanica in lingua tedesca che affiancasse pubblicazioni originali, estratti di altre opere, recensioni e notizie, secondo il modello del "Magazin für die Botanik". Nel 1794 pubblicò "Neues Magazin für die Botanik", di cui uscì una sola annata, seguito da "Archiv für die Botanik" (1796–1805), in nove volumi complessivi. Nel 1789 aveva poi pubblicato la sua prima monografia, Genera insectorum Linnaei et Fabricii iconibus illustrata, di argomento entomologico. Divenuto medico dell’ospedale cittadino, Römer insegnò anche nell’istituto medico-chirurgico di Zurigo. Durante gli anni rivoluzionari (1799–1803), tuttavia, si dimise dal corpo docente, per assumere nuovamente la cattedra solo nel 1804, quando l’istituzione divenne istituto cantonale. Lontano dall’impegno politico diretto di Usteri, non era però disimpegnato: preferiva piuttosto dimostrare il suo impegno civico nei fatti. Nel 1798, su richiesta del comune, assunse la gestione dell’ospedale militare e fu nominato membro del Consiglio Medico. Nel 1800, la Società Scientifica Svizzera gli affidò la direzione dell’orto botanico: di fatto, si trattava di ricostruirlo dopo la distruzione causata dalle truppe di Suvorov nel 1799. Römer, che nel frattempo era entrato a far parte di numerose società scientifiche e aveva stretto contatti epistolari con colleghi di tutta Europa, grazie a queste relazioni poté ricreare rapidamente le collezioni. Era inoltre attivamente impegnato nella traduzione e nella divulgazione della letteratura botanica: gli si devono, tra l’altro, le versioni tedesche della Flora Britannica di James Edward Smith e della Théorie élémentaire de la botanique di de Candolle. Scrisse ampiamente anche di medicina e pubblicò un’opera zoologica dedicata ai mammiferi svizzeri. In campo botanico, la sua opera principale di questi anni è Flora europaea inchoata, che si proponeva come un’opera illustrata sulla flora spontanea europea, di costo contenuto accessibile a un pubblico ampio. Era articolata in fascicoli, ciascuno dei quali conteneva la descrizione latina di otto piante, preceduta da un’illustrazione di buona qualità: per ogni specie venivano indicati la classificazione nel sistema linneano, i caratteri generici e specifici, la distribuzione geografica, una descrizione sintetica, eventuali osservazioni e riferimenti bibliografici. Tra il 1797 e il 1811 Römer ne pubblicò quattordici fascicoli, per un totale di 112 piante, finché la pubblicazione venne sospesa, presumibilmente per la scarsità di adesioni. Si tratta sostanzialmente di un’opera compilatoria, con le descrizioni riprese per lo più da altri autori. L’unico merito che Römer si attribuiva era di averli scelti con cura. Egli sarebbe forse rimasto un buon divulgatore più che uno studioso originale, se intorno al 1811, in uno dei suoi viaggi europei, Josef August Schultes non fosse capitato a Zurigo, forse proprio con l’intenzione di incontrarlo. Da quell’incontro, e dalla corrispondenza che ne seguì, nacque l’idea di pubblicare una nuova edizione di Systema vegetabilium, dopo quella curata da Persoon nell’ormai lontano 1797. Nel frattempo i nuovi arrivi si erano moltiplicati, e un semplice aggiornamento come quelli di Murray e Persoon non era più sufficiente: si prospettava dunque un’impresa titanica. La prudenza metodica di Römer e la febbre tassonomica di Schultes si rivelarono una combinazione perfetta: l’uno portava ordine, bibliografia, verifica; l’altro energia, velocità, una capacità quasi vulcanica di produrre diagnosi. Eppure Römer — sebbene nel 1813 si fosse manifestata una grave malattia cardiaca, che andò rapidamente aggravandosi — si gettò nell’impresa con un entusiasmo inaspettato. Forse sapeva che il tempo era poco, e proprio per questo lavorò come non aveva mai fatto prima. Tra il 1817 e il 1819 uscirono in rapida successione i primi quattro volumi, per un totale di oltre duemila specie di nuova denominazione. Tuttavia Römer morì all’inizio del 1819; Schultes provvide alla pubblicazione del quarto volume, scritto ancora a quattro mani, e al completamento del quinto, uscito nel 1820. Poi, come ho raccontato in questo post, i tempi si dilatarono e in dieci anni, nonostante l’aiuto del figlio, riuscì a pubblicare solo altri tre volumi. Segno che il defunto aveva avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Fondamentale per la riuscita dell’impresa, proprio come per la ricostruzione dell’orto botanico di Zurigo, fu la sua rete di contatti, che garantì l’invio di un gran numero di esemplari tipo. Römer lasciò ai contemporanei la reputazione di uno studioso di estremo rigore e ai posteri, oltre alla partecipazione a questa pietra miliare della tassonomia, un eccezionale erbario di circa 14.000 esemplari, oggi custodito al British Museum, dove è giunto nel 1877 come parte della collezione Shuttleworth. Un papavero che non è un papavero La reputazione internazionale di Römer è testimoniata anzitutto dalla sua ammissione a numerose società scientifiche, non solo in Svizzera e nell’area germanica, ma anche in Italia e in Svezia: già nel 1793 fu accolto come membro dell’Accademia delle scienze di Stoccolma. Un secondo indicatore è costituito dalle dediche multiple che gli furono tributate: quattro generi Roemeria e un genere Roemera. Colpisce, con un’unica eccezione, l’assenza di motivazioni esplicite: un silenzio eloquente, che suggerisce come Römer fosse figura ben nota e rispettata nell’ambiente botanico, pur senza occupare una posizione di assoluto rilievo tale da richiedere una dedica “argomentata”. Le tre dediche più antiche risalgono al periodo giovanile, quando Römer collaborava con Usteri, e provengono da botanici che pubblicavano sulle sue riviste. La prima in assoluto – e l’unica tuttora valida – fu proposta nel 1792 da Friedrich Kasimir Medikus negli "Annalen der Botanik", all’interno di un ampio studio sulle Papaveraceae. Due anni più tardi Conrad Moench dedicò una seconda Roemeria (oggi sinonimo di Amaranthus) nel catalogo dell’orto botanico di Marburgo, accompagnandola da una motivazione estremamente concisa: «In memoria dell’illustre Roemer, medico di Zurigo». La terza Roemeria, pubblicata nel 1798 e oggi sinonimo di Heeria, si deve a Carl Peter Thunberg, legato all’ambiente di Gottinga anche grazie alla sua amicizia con Murray; Thunberg aveva collaborato alle riviste di Usteri e fu con ogni probabilità lui a favorire l’ammissione di Römer all’Accademia delle scienze svedese. Diversa la logica che sembra guidare la dedica di Roemera (oggi sinonimo di Morisonia) da parte di Trattinick nel 1802, verosimilmente connessa all’attività di Römer come direttore dell’orto botanico di Zurigo. All’ultima fase della sua carriera, quella della collaborazione alla quarta edizione del Systema vegetabilium, risalgono invece le due dediche più tarde: la quarta Roemeria (oggi sinonimo di Diarrhena), pubblicata dagli stessi Römer e Schultes su indicazione di Francisco Antonio Zea, e la quinta (oggi sinonimo di Scaevola) proposta da Dennstedt. Particolarmente significativa la dedica di Zea – colombiano, ma direttore dell’orto botanico di Madrid tra il 1803 e il 1808 – che testimonia come la rete di relazioni di Römer si estendesse ormai anche alla penisola iberica. Torniamo a Roemeria Medik., la cui storia tassonomica è un caso esemplare dei mutamenti che stanno rivoluzionando le denominazioni botaniche in seguito al passaggio dalla determinazione morfologica a quella basata sul DNA. Nel 1792 Medikus separò il genere da Papaver sulla base della forma delle capsule, allungate e lineari anziché tondeggianti. Tuttavia la sua proposta fu quasi immediatamente respinta dalla comunità scientifica: già a partire da de Candolle Roemeria venne reintegrata in Papaver, ora come sottogenere, ora come sezione. Uno studio del 1987, ancora sulla base delle caratteristiche della fruttificazione, propose di rielevarlo a genere, assegnandogli due specie, R. hybrida e R. refracta. Quindi, all'inizio del nostro secolo le analisi molecolari dimostrarono la polifilia di Papaver, ovvero il fatto che le specie allora incluse nel genere non discendono tutte da un antenato comune; nel 2006 il genere Roemeria fu ristabilito formalmente, includendo le specie precedentemente assegnate a Papaver sezione Argemonidium. Oggi gli sono assegnate sedici specie, con un'ampia distribuzione boreale: dalla Macaronesia fino Himalaya attraverso il Mediterraneo e il Vicino Oriente. Decisivi nella ridefinizione recente del genere sono stati gli studi dei tassonomisti italiani, in particolare il lavoro di Banfi et al. (2022), che ha chiarito i confini di Roemeria e proposto le nuove combinazioni oggi accolte da gran parte della comunità scientifica. Quello di Roemeria è un caso da manuale perché sono numerosi i generi che, creati nell’Ottocento o addirittura in precedenza sulla base di minuscole differenze morfologiche, tornano oggi utili: etichette già pronte per accogliere i gruppi che le analisi molecolari dimostrano essere distinti. Al primo sguardo Roemeria si presenta indubbiamente come un papavero. Dei papaveri condivide i fusti esili, spesso pelosi, le foglie pennate e finemente dissette, i fiori solitari retti da lunghi peduncoli: papaverosi al 100%. Quattro petali coloratissimi, di consistenza quasi cartacea, spesso con una macchia nera alla base dei numerosissimi stami che formano una rosetta centrale attorno al pistillo. L’unica differenza evidente è la capsula, più stretta e allungata. Come molti papaveri mediterranei, le Roemeria sono annuali e condividono gli stessi ambienti: specie ruderali, xerofile, talvolta infestanti dei coltivi. Nella nostra flora sono presenti quattro specie, tutte ovviamente in precedenza — e fino a pochissimi anni fa — classificate come Papaver: Roemeria apula, R. argemone, R. hybrida e R. sicula. R. apula, il “papavero pugliese”, oltre che in Italia è presente nella penisola balcanica; è di notevole valore ornamentale per i grandi fiori da rossi ad aranciati, con una macchia nera all’unghia dei petali e stami nero‑blu. R. argemone è invece una specie euro‑mediterranea, con una distribuzione che va dalle Canarie al Nord Africa, all’Europa continentale e al Mediterraneo fino alla penisola anatolica. Vive spesso in terreni disturbati e, rispetto alla precedente, ha petali più stretti, rosso‑aranciati. R. hybrida (il nome deriva dall’antica convinzione che fosse un ibrido: Linneo la descrisse come Chelidonium hybridum) è la star del genere. Con una distribuzione che dalle Canarie arriva fino al Pakistan passando per il Mediterraneo e l’Asia centrale, si distingue per gli spettacolari fiori viola profondo; è talvolta coltivata nei giardini, anche se meriterebbe di esserlo molto di più. R. sicula è anch’essa una specie di ampia diffusione, dalle Canarie all’Himalaya passando per il Mediterraneo e la penisola arabica. La sua caratteristica più peculiare sono le capsule spinose. Arrivata con le coltivazioni di cereali in molte parti del mondo, è considerata un’infestante invasiva. Per completare il quadro, almeno una specie esclusiva dell’Asia: R. refracta, distribuita tra l’Anatolia e la Mongolia. Ha petali rosso scarlatto con una macchia nera alla base degli stami, talvolta circondata da un orlo bianco; ne esiste anche una forma alba. Come molte papaveracee contiene alcaloidi (reframina, reframidina e reframolina). È un’interessante pianta da giardino, sia per la rosetta di foglie finemente dissette, sia per le dimensioni e la vivacità del colore dei fiori. E, forse esagerando un po’, si potrebbe dire che come Römer negli ultimi anni della sua vita trovò una seconda giovinezza collaborando da pari a una delle opere più decisive della storia della tassonomia, così Roemeria, dopo quasi due secoli passati “travestita” da papavero, rinasce oggi come un genere ben definito, interessante, e sorprendentemente attuale: una piccola mediterranea pronta ad aggiungere colore ai nostri giardini sempre più assetati. Usteria guineensis è una specie poco studiata dell’Africa tropicale: una liana discreta, quasi invisibile nella letteratura scientifica, che porta però un nome pesante. Ricorda infatti lo svizzero Paul Usteri, oggi quasi dimenticato, ma al suo tempo figura di primo piano della botanica europea, non come teorico, bensì come instancabile pubblicista ed editore di due riviste innovative e prestigiose. Il suo fervore botanico fu però tanto intenso quanto breve: dopo pochi anni, abbandonò completamente la scienza per dedicarsi alla politica, divenendo un protagonista della vita pubblica elvetica. Dalle riviste botaniche ai pamphlet rivoluzionari Nel 1787 due ragazzi zurighesi, Paul Usteri e Jakob Römer, arrivano a Gottinga per completare gli studi di medicina. Zurigo ha una lunga tradizione medica e botanica, illustrata tra l’altro da figure come i fratelli Scheuchzer, ma è meno dinamica e più provinciale della città tedesca: un vivacissimo centro intellettuale dove, tra aule universitarie e salotti letterari, giovani venuti da tutta la Germania si incontrano, discutono, progettano il futuro. Del resto, Paul Usteri (1768–1831) ha tutte le credenziali per immergersi in quell’ambiente e assorbirne le idee. Suo padre è il teologo e pedagogista Leonhard Usteri, promotore della riforma delle scuole cittadine e della loro apertura alle donne, corrispondente e ammiratore di Rousseau, amico personale di Winckelmann, figura attiva nella vita sociale e intellettuale zurighese. Il suo padrino, colui che lo ha indirizzato alla medicina e lo ha educato allo spirito illuminista, è Johannes Gessner, amico e compagno di viaggio di von Haller, fondatore della Società di scienze naturali e dell’istituto medico, corrispondente tra gli altri di Lavater, Rahn e Waser. A Gottinga, presto si forma un piccolo circolo svizzero: oltre a Usteri e Römer, lo animano due giovani destinati a lasciare un segno nella scienza e nella vita politica elvetica, Albrecht Rengger e Hans Conrad Escher; il più vecchio, Rengger, ha ventitré anni, gli altri, quasi coetanei, appena venti. Sono curiosi di tutti, e di tutto discutono: di scienza, di medicina, di letteratura, e molto, moltissimo, di politica. Ma ci sono altri incontri: con il botanico olandese Christiaan Hendrik Persoon e con Alexander von Humboldt, anche lui studente all'università Georg-August. È in questo contesto che i ventenni Usteri e Römer decidono di pubblicare il Magazin für die Botanik, la prima rivista di botanica in lingua tedesca. Il primo numero, stampato a Zurigo presso l’editore Füssli, esce nel 1787. Si apre con una lunga prefazione firmata Die Herausgeber, i curatori, in cui viene rivendicato un approccio dichiaratamente multidisciplinare, aperto non solo alla botanica descrittiva ma anche all’anatomia, alla fisiologia, alla fisica e alla coltivazione delle piante. La struttura della rivista è quadripartita: una prima sezione riservata ai contributi personali dei curatori; una seconda dedicata ad articoli tradotti o ripresi da prestigiose pubblicazioni straniere; le recensioni, che occupano oltre metà delle pagine; infine una sezione di notizie e scambi, pensata per favorire la circolazione delle informazioni all’interno della comunità botanica. L’interesse per la sistematica emerge già dal lungo saggio di apertura, un esame degli sviluppi più recenti della tassonomia, con particolare attenzione al sistema di Allioni. Le traduzioni provengono da saggi già pubblicati altrove: è evidente che la rivista è stata integralmente pensata, scritta e curata dai due amici, che non firmando mai individualmente i loro contributi non permettono di distinguere il lavoro dell’uno da quello dell’altro. Tra il 1787 e il 1790 usciranno quattro volumi del Magazin für die Botanik, articolati in dodici fascicoli. La struttura rimane invariata, ma i due giovani svizzeri riescono ora a coinvolgere altri collaboratori: la rivista cresce, con nomi del calibro di Roth e Willdenow, e una rete europea nella quale spiccano Scopoli e Cavanilles. Poi, nel 1790, Römer si dimette e la rivista cessa le pubblicazioni. Ma, come una duplice fenice, rinascerà dalle sue ceneri in due nuove riviste, una diretta da Usteri e l’altra da Römer. Nel frattempo anche le loro vite avevano iniziato a prendere strade diverse. Entrambi si laureano: Römer dopo pochi mesi, Usteri nel 1788. Il primo torna a Zurigo, diventa medico cittadino e rimane fedele a una carriera di botanico e naturalista, che approfondirò in un altro post. Usteri, invece, dopo la laurea compie un lungo viaggio che lo porta in molte città tedesche, visitando ospedali e istituzioni scientifiche. Nel 1789 rientra anche lui a Zurigo, dove la morte precoce del padre segna la fine della sua giovinezza e lo getta nella vita adulta. Una vita impegnatissima, di cui la botanica sarà solo una parte. Lavora come medico generico, insegna all’Istituto di medicina, cura l’orto botanico della Società di scienze naturali. E si fa un nome non come ricercatore, ma come pubblicista. Tra il 1789 e il 1791 pubblica una bibliografia delle opere mediche uscite tra il 1745 e il 1774 in due volumi; tra il 1790 e il 1793, sotto il titolo Delectus opusculorum botanicorum, una raccolta di trattati botanici rari; nel 1791 un saggio sulla sanità pubblica; nel 1792 una biografia del padre, apparsa in Famous Men of Helvetia di Leonhard Meister. Nel 1791 riprende anche il filo interrotto del Magazin für die Botanik con una nuova rivista, intitolata Annalen der Botanik. Ne usciranno ventiquattro numeri, fino al 1800, dapprima sempre presso Füssli a Zurigo, poi, dal 1795, a Lipsia. La struttura del periodico rimane immutata, ma ora lo spazio che era dei due autori‑curatori è occupato da articoli di prestigiosi collaboratori internazionali: moltissimi tedeschi (Roth, Schrank, Willdenow, Hedwig, Hoffmann, Humboldt), un nutrito gruppo di italiani (Nocca, Olivi, Morozzo, Savi), ma anche francesi, olandesi e naturalmente svizzeri. Pur non scrivendo più saggi originali, Usteri è attentissimo alle novità: nel 1791 (a soli due anni dall’uscita) pubblica un’edizione tedesca annotata di Genera plantarum di Antoine‑Laurent de Jussieu; sulla rivista compaiono, tra l’altro, uno dei primi studi innovativi sui funghi di Persoon (1794) e una disamina degli sviluppi della tassonomia post‑linneana di Steven Jan van Geuns. Poi c’è la politica, sempre più coinvolgente man mano che gli echi della Rivoluzione francese raggiungono l’apparente tranquillità svizzera. Nel 1794 Usteri pubblica anonimi alcuni numeri di un Diario del Tribunale rivoluzionario; quindi, nel 1795, per sfuggire alla censura fonda a Lipsia una casa editrice specializzata in riviste ispirate alla Rivoluzione francese, tra cui Klio, ufficialmente diretta da Ferdinand Huber. Oltre a pubblicarle, comincia a collezionare opuscoli e giornali del periodo rivoluzionario, creando un’imponente raccolta oggi conservata nella Biblioteca comunale di Zurigo. Nel 1797 è eletto al Gran Consiglio della città di Zurigo; nel 1798, quando l’esercito francese invade il Vaud e scoppia la Rivoluzione elvetica, si trova in prima fila insieme al vecchio amico Escher: prima come redattore di un giornale rivoluzionario, poi come membro dell’assemblea cantonale, infine come rappresentante di Zurigo al Senato elvetico incaricato di elaborare la nuova costituzione. Da quel momento diventa uno degli uomini di punta del movimento liberale, e l’impegno politico cancella la botanica dai suoi interessi. Continua a scrivere e pubblicare riviste, ma per diffondere i suoi ideali politici e combattere la censura e il governo conservatore; è presidente del Consiglio legislativo nel periodo rivoluzionario, per molti anni capo dei liberali nel Piccolo Consiglio di Zurigo, più volte membro del Consiglio federale, Consigliere di Stato e ancora presidente della commissione costituzionale tra il 1830 e il 1831. Nel 1831 è eletto sindaco di Zurigo, ma muore prima di assumere l’incarico. Usteria, chi è costei? Nella breve stagione in cui dirige gli Annalen der Botanik (1791–1800), Paul Usteri si trova, quasi senza volerlo, al centro della botanica europea. Non come autore — pubblica pochissimo di suo — ma come editore, mediatore, diffusore della conoscenza. È membro di numerose società scientifiche; e di anno in anno, mentre i nomi dei collaboratori della rivista si fanno sempre più prestigiosi, crescono anche le affiliazioni che elenca con orgoglio sotto il proprio nome nel frontespizio. Sa curare la sua immagine nella “repubblica delle lettere botanica”, scegliendo con attenzione il dedicatario di ciascun fascicolo — da Medicus, nel primo numero, a Desfontaines, nell’ultimo, passando per Humboldt, Seguier, Hoffmann e Willdenow. Questa centralità, costruita più con la regia che con la produzione scientifica, lascia un’impronta sorprendente: nel giro di pochi anni, quattro botanici gli dedicano un genere. Un riconoscimento che dice molto del prestigio internazionale raggiunto da un giovane svizzero che, per un breve momento, si trovò al crocevia della botanica europea. Due dediche arrivarono contemporaneamente nel 1790, una da parte di Willdenow, l'altra da parte di Medicus; poiché è impossibile stabilire una priorità e il solo nome a circolare è quello di Willdenow, è quello considerato valido. Ci fu poi una terza Usteria, stabilita da Cavanilles nel 1793, e infine da una quarta da Dennstedt nel 1818, quando Usteri non si occupava più da tempo di botanica, ma evidentemente il suo nome non era ancora dimenticato. Usteria Willd. è un genere monotipico della famiglia Loganiaceae, rappresentato dalla sola U. guineensis, un rampicante che cresce ai margini delle foreste, lungo i corsi d'acqua, i bordi delle strade e i coltivi nei paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, nell'Africa tropicale occidentale. Probabilmente non è rara, ma è pochissimo studiata. Scarse informazioni e alcune fotografie recenti sono state pubblicate in una tesi discussa nel 2014 presso l'Università di Lagos in Nigeria, dedicata alle Loganiaceae dell'Africa occidentale. Oltre a evidenziarne la vicinanza tassonomica al genere Strychnos, per altro diversissimo dal punto di vista morfologico, se ne segnalano le potenziali proprietà antimalariche. In base alle descrizioni storiche, risulta un arbusto rampicante alto fino a tre metri, con rami glabri, foglie ovate coriacee e fittamente reticolate, piccoli fiori bianchi densamente aggregati in cime panicolate ascellari o terminali. Le fotografie mostrano frutti carnosi, digitati, di colore verde. Una pianta marginale, quasi invisibile, che però è bastata a conservare il nome di Usteri nella tassonomia botanica. Tra i botanici il cui nome di autore è seguito dall'abbreviazione f. (filius) troviamo anche Scheuchzer f. Si tratta del medico e botanico svizzero Johann Scheuchzer che fu tra l'altro direttore dell'orto botanico di Zurigo negli ultimi anni del Settecento. Molto più illustri di lui furono però il padre Johann Gaspar, pioniere dello studio delle Poaceae, e ancor più lo zio Johann Jakob, naturalista a tutto campo e grande studioso delle Alpi (comprese le piante alpine). Ad entrambi, per i loro rispettivi contributi alla scienza, Linneo in persona dedicò il genere Scheuchzeria. Lo zio: alla scoperta delle Alpi Per conoscere le motivazioni dei generi celebrativi linneani, bisogna cercarle in Critica botanica, in cui Linneo, oltre a difendere la legittimità della dedica di generi a studiosi e benefattori della botanica ("la sola gloria per un botanico"), chiarisce i meriti dei dedicatari di numerosi generi. Nel caso di Scheuchzeria lo fa con insolita ampiezza: "cheuchzeria è una pianta graminiforme e alpina, e deriva [il nome] dalla celebre coppia dei fratelli Scheuchzer, uno dei quali eccelleva nelle Graminaceae, l'altro nelle piante alpine". In effetti i fratelli Johann Jakob (1672-1733) e Johann Gaspar Scheuchzer (1684-1738) si distinsero come studiosi innovativi nei due campi indicati da Linneo, entrambi con un ruolo pionieristico. Erano figli di Johann Jakob Scheuchzer (1645-1688), medico cittadino della città di Zurigo, e della moglie Barbara Fäsi; anche il padre è una figura interessante: si formò e laureò a Montpellier e intraprese diversi viaggi nelle Alpi, tra l'altro sul Rigi e sul Pilatus, dove fece rilievi altimetrici e raccolte botaniche. Purtroppo però morì a poco più di quarant'anni. Al momento della sua morte, il figlio maggiore e omonimo Johann Jakob era un adolescente di 16 anni, mentre il più piccolo Johann Gaspar era un bimbo di appena 4 anni. Probabilmente grazie al sostegno della famiglia materna (il nonno insegnava alla scuola latina, di cui fu anche rettore supplente) Johann Jakob poté completare gli studi e ricevere un'eccellente formazione universitaria. Nel 1692 iniziò gli studi di filosofia all'università di Altdorf presso Norimberga, dove fu introdotto alle tecniche sperimentali da Johann Christoph Sturm, professore di matematica e fondatore del Collegium Curiosum, ispirato al modello della fiorentina Accademia del Cimento. L'anno successivo si trasferì a Utrecht dove nel 1694 si laureò in medicina. Seguì un secondo soggiorno ad Altdorf e Norimberga, dove completò lo studio della matematica e studiò astronomia con Georg Eimmart. Nel 1695 tornò a Zurigo, dove fu nominato medico dell'orfanatrofio e allo stesso tempo direttore della biblioteca municipale e della camera d'arte e scienze naturali; divenne anche segretario di una società erudita, il Collegium der Wohlgesinnten, dove teneva anche lezioni di filosofia. Erano incarichi modesti, che tuttavia gli permisero di mantenere se stesso e la famiglia e di dedicarsi alla ricerca. Solo nel 1710 gli fu assegnata la cattedra di matematica al Carolinum di Zurigo, con la promessa di estenderla quanto prima all'insegnamento della fisica. Ma la promozione a professore di fisica arrivò solo nel 1733, insieme alla nomina a primo medico cittadino. Sarebbe morto pochi mesi dopo. A una carriera tanto lenta e modesta si contrappone una multiforme e straordinaria attività scientifica. Risale al 1694 il primo dei suoi viaggi scientifici sulle Alpi, nel corso del quale scalò il Rigi, il Pilatus e altre cime, compì misurazioni altimetriche utilizzando un barometro (fu uno dei primi a farlo) e raccolse campioni di piante e minerali. Dal quel momento e fino al 1714, le sue spedizioni avrebbero avuto cadenza quasi annuale. Interessato a tutti gli aspetti dello spazio alpino, compreso quello umano, nel 1699 compilò e inviò alle autorità cantonali un questionario dettagliato per raccogliere informazioni sul paesaggio e le comunità alpine; i risultati però furono deludenti. Nel 1701 pubblicò la sua prima opera scientifica Physica oder Natur-Wissenschaft, un eclettico manuale di filosofia naturale in cui cercò di conciliare la religione con le teorie di Cartesio e Newton. L'anno successivo fu la volta di Ouresiphoítes Helveticus (Il "frequentatore di monti elvetico") contenente il resoconto dettagliato di un viaggio nelle Alpi; è la prima parte di Itinera alpina; nel 1708 fu infatti seguito da un secondo volume, pubblicato a Londra e finanziato da diversi soci della Royal Society (inclusi il presidente Newton e Sloane), con illustrazioni di grande impatto visivo; nel 1723, l'edizione definitiva dei suoi itinerari alpini uscì a Leida, in quattro volumi in quarto. Per la botanica è la sua opera più importante perché contiene la descrizione di molte piante alpine, spesso descritte per la prima volta. Fu quest'opera, almeno fino a von Haller, a trasmettere all'Europa l'immagine delle Alpi svizzere, lasciando una traccia riconoscibile ancora nel Guglielmo Tell di Schiller. Scheuchzer era stato ammesso alla Royal Society nel 1704 e da allora collaborò attivamente alle Philosophical Transactions; era membro anche di altre società scientifiche, tra cui l'Academia naturae curiosorum (la futura Leopoldina) e corrispondeva assiduamente con altri scienziati (i suoi corrispondenti furono circa 800). Scriveva anche sulle riviste da lui stesso fondate Beschreibung der Natur-Geschichten des Schweizerlands e Historischer und politischer Mercurius. La sua vocazione pedagogica è riconoscibile anche in Seltsamer Naturgeschichten des Schweitzer-Lands wochentliche Erzehlung (1706-08) con il quale cercò di avvicinare alla scienza un vasto pubblico, confutando allo stesso tempo le credenze popolari superstiziose. Per diversi anni pubblicò inoltre la rassegna bibliografica Nova literaria Helvetica (1702-15). L'esplorazione della natura elvetica si tradusse in una serie di opere: Beschreibung der Natur-Geschichten des Schweizerlands (in tre volumi, 1706–1708), Helvetiae historia naturalis oder Naturhistorie des Schweitzerlandes (1716–1718), e in una carta della Svizzera formata da quattro tavole (Nova Helvetiae tabula geographica), rimasta celebre per l'accuratezza e la bellezza delle scene ornamentali, disegnate da Johann Melchior Füssli. Importanti le sue ricerche sui cristalli e sui fossili, di cui raccolse la maggiore collezione dell'epoca; ne comprese la natura organica ma li ritenne resti del diluvio universale. Tornò più volte su questa tesi, in particolare nel trattato Piscium querelae et vindiciae (1708), in Herbarium diluvianum (1709), in Lithographia Helvetica (1726) in cui pubblicò tra l'altro un fossile trovato a Öhningen sul lago di Costanza comeHomo diluvii testis ("uomo testimone del diluvio"), ritenendo si trattasse dei resti di un essere umano annegato durante il biblico diluvio. Anche se diversi studiosi espressero dubbi sull'identificazione, a svelarne la vera natura fu infine Cuvier all'inizio dell'Ottocento, il quale dimostrò che si trattava di una salamandra fossile. Nel 1837 lo studioso svizzero Johann Jakob von Tschudi lo battezzò Andrias (ovvero "umanoide") scheuchzeri. Il culmine dell'opera di Scheuchzer fu Physica Sacra, in cui interpretò la storia naturale alla luce della Bibbia. In quattro volumi pubblicati contemporaneamente in latino, tedesco e francese tra il 1731 e il 1733, è un commento a 760 versetti biblici (il testo è quello di re Giacomo), ciascuno accompagnato da un'incisione su rame (questa particolarità gli ha guadagnato il soprannome Kupfer-Bibel, ovvero Bibbia di rame) e da un testo che lo illustra alla luce delle conoscenze scientifiche. Ovviamente all'episodio del diluvio sono dedicate diverse tavole, sia per ribadire la propria tesi "diluvista", sia per mostrare i pezzi più pregiati della propria collezione di fossili. La botanica non è dimenticata; ad esempio, per illustrare il versetto del Cantico dei Cantici "il mio amato è per me un grappolo di cipro della vigna di Engaddi", il commento di Scheuchzer si concentra sull'identificazione di "cipro", proponendo diverse interpretazioni e allinenando dotte citazioni di botanici, eruditi e viaggiatori, compreso un ampio passo delle Amoenitates exoticae di Kaempfer su Laurus camphorifera, ovvero Cinnamomum camphora, pur ammettendo che non può trattarsi della pianta citata nella Bibbia. E' un tipico esempio dell'erudizione ancora di stampo barocco di Johann Jakob Scheuchzer, che tuttavia può essere considerato un precursore dell'Illuminismo per il metodo sperimentale e la vocazione pedagogica. Fondamentale il suo contributo alla nascita della paleobotanica e della paleontologia. Il padre: la nascita dell'agrostologia Rimasto orfano nella prima infanzia, Johann Gaspar Scheuchzer ebbe nel fratello maggiore un secondo padre; ancora adolescente lo accompagnò nelle spedizioni sulle Alpi e, prima di intraprendere a sua volta lo studio della medicina, prese parte alle sue attività scientifiche. Si iscrisse alla facoltà di medicina a Basilea, ma nel 1703 interruppe gli studi per arruolarsi nell'esercito olandese. In Olanda conobbe Luigi Ferdinando Marsigli, lo accompagnò nei suoi viaggi in Svizzera, Paesi Bassi e Inghilterra, e infine si trasferì a Bologna come suo segretario. Forse riprendendo ricerche iniziate in patria, si occupò di rilievi geologici e nel 1705 pubblico per l'accademia fondata da Marsigli un saggio sulla stratificazione delle montagne, in cui introdusse il concetto di corrugamento alpino. Quindi tornò in Svizzera per completare gli studi, conseguendo il titolo di dottore in medicina a Basilea all'inizio del 1706. Tornò poi in Olanda, servendo come medico militare fino al 1710. Dimostrò anche notevole abilità nella progettazione di fortezze, grazie alle ottime competenze matematiche. Nel 1708 fu ammesso alla Academia curiosorum e pubblicò Agrostographiae helveticae prodromus, un'anticipazione della sua maggiore opera di botanica, Agrostographia sive Graminum, Juncorum, Cyperorum, Cyperoidum, iisque affinium historia (1719). Entrambe trovarano ottima accoglienza nella comunità scientifica, ma non bastarono ad assicurargli una cattedra; egli, infatti, tra il 1707 e il 1720, tentò più volte invano di ottenerne una a Bologna, Padova, Basilea e Zurigo. Non conosciamo nei particolari le vicende successive; nel 1724 lo ritroviamo in Svizzera, dove fu nominato cancelliere del distretto di Baden per dieci anni. Solo nel 1733, dopo la morte del fratello, tornò a Zurigo per succergli come protomedico cittadino e professore di fisica al Carolinum. Poté godere di questa posizione di prestigio per appena cinque anni; morì infatti nel 1738 a 51 anni. Le opere botaniche di Johann Gaspar Scheuchzer sono l'atto di fondazione dell'agrostologia, ovvero della branca della botanica che studia le graminacee, da intendersi nel suo caso in senso lato, visto che si occupò anche di Juncaceae e Cyperaceae (all'epoca, tutte etichettate come "gramina"); sono corredate da illustrazioni di buona qualità: 8 tavole, per un totale di 32 piante a figura intera nel Prodromus e 11 nell'Agrostographia, con particolari importanti per l'identificazione. La medesima accuratezza si trova nelle descrizioni, attente a particolari in precedenza sfuggiti ai botanici, come la ligula, da lui denominata membranula. Estremamente precisa è poi l'indicazione dei luoghi di raccolta. Fu assai stimato da Linneo che lo cita ripetutamente nelle sue opere, adottandone spesso le descrizioni. I figli Veniamo ora ai figli, al plurale perché oltre a Johann Scheuchzer, ovvero Scheuchzer f., tra i botanici di famiglia c'è anche suo cugino Johann Caspar. Cominciamo da lui. Johann Caspar Scheuchzer (1702-1729) era il terzo figlio di Johann Jakob, che come abbiamo visto era in stretto contatto con la Royal Society. Probabilmente su raccomandazione del padre, egli si trasferì a Londra come bibliotecario di Sloane che gli affidò la traduzione di un manoscritto inedito di Kaempfer, che egli aveva acquistato insieme al resto delle collezioni del botanico tedesco. Intitolato Heutiges Japan ("Giappone di oggi") contiene informazioni sulla politica, la società, la geografia fisica e la natura nipponiche. Il risultato fu History of Japan, in due volumi, pubblicati nel 1727. Appena due anni dopo il giovane svizzero morì per cause sconosciute e fu sepolto nel cimitero della chiesa vecchia di Chelsea. Veniamo infine a Johann Scheuchzer (1738-1815), figlio invece dell'agrostologo Johann Gaspar. Come il padre e lo zio fu medico; si laureò infatti a Leida nel 1760 con la tesi De alimentis farinosis. Nel 1767 collaborò al riallestimento dell'orto botanico di Zurigo; tra il 1787 e il 1794 ne avrebbe assunto la direzione. Negli stessi anni era anche amministratore dell'ex convento di Allerheiligen di Sciaffusa, e dal 1789 al 1795 fu capo bibliotecario della biblioteca cittadina di Zurigo. Dal 1803 esercitò la carica di giudice di pace. Anche se l'International Plant Names Index (IPNI) ne registra il nome d'autore, non gli attribuisce la pubblicazione di alcuna specie. Una pianta delle paludi sempre più rara Come abbiamo visto nell'introduzione, Linneo dedicò ai fratelli Scheuchzer il genere Scheuchzeria perché la sua sola specie, S. palustris, è una pianta alpina e graminiforme; usò il termine gramen, che aveva un significato più esteso dell'attuale graminacee. In effetti oggi è attribuita a una famiglia propria Scheuchzeriaceae, di cui è l'unica rappresentante. Diffusa in un ampio areale circumboreale che si estende dal Nord America all'Europa e all'Asia, cresce però in ambienti molto particolari, le torbiere di sfagno, ed è dunque piuttosto rara e minacciata per la riduzione del suo habitat naturale. In Italia è presente in pochissime stazioni sulle Alpi dalla Lombardia al Friuli. E' un'erbacea perenne con un lungo rizoma ramificato e strisciante, fusti eretti, ma nodosi e a lievemente a zig zag, un po' appiattiti con alla base con i resti di guaine delle foglie più vecchie. Le foglie lineari sono erette e rigide e provviste di guaine membranacee pelose all'interno. I fiori, riuniti in brevi racemi terminali di 3-10, sono circondati da brattee; hanno sei segmenti sepaloidi persistenti, giallo verdastri, ovario supero largamente elissoidale, sei stami con lunghi filamenti filiformi. Il frutto è costituito da 1-4 follicoli globoso-ovoidi ciascuno dei quali contiene due semi. Il nome comune italiano è giuncastrello delle torbiere. Fresco di laurea, il medico di Basilea Werner de Lachenal si affrettò ad inviare la sua tesi ad Albrecht von Haller. Per anni, mentre lavorava come medico e farmacista, ne fu uno dei più assidui corrispondenti, informatori e raccoglitori, divenendo un reputato esperto della flora di Basilea e del Giura. Solo dopo diversi anni ottenne la cattedra di anatomia e botanica presso l'Università di Basilea, illustrandosi con due benemerenze: fece rinascere l'orto botanico universitario, pagando in gran parte di tasca propria, e salvò quanto rimaneva dell'erbario di Caspar Bauhin, oggi perla dell'erbario di Basilea. A ricordarlo il bellissimo genere di bulbose sudafricane Lachenalia, che meriterebbe di essere coltivato più spesso. Una lunga collaborazione con von Haller Come abbiamo visto in questo post, per ottenere gli esemplari e le informazioni necessari alle due edizioni della sua monumentale flora della Svizzera, Albrecht von Haller si servì, oltre della raccolta diretta, di una vasta rete di informatori, corrispondenti, raccoglitori. Ciò divenne tanto più indispensabile quando l'età, la gotta e la corpulenza lo costrinsero a delegare ad altri il grosso del lavoro di raccolta. I candidati ideali erano giovani medici o studenti di medicina, di cui nel suo saggio Making Natural History: Doing the Enlightenment, Bettina Dietz ha tracciato un identikit: "essere fisicamente abbastanza robusti da far fronte alle fatiche di escursioni in montagna protratte per diverse settimane; avere una buona conoscenza della botanica; avere scarse pretese per i pagamenti, che Haller sborsava di tasca propria; seguire le sue istruzioni su cosa cercare; consegnare ad Haller il bottino delle loro escursioni botaniche in ottimo stato". Quando entrò in contatto con von Haller, il neo-medico di Basilea Werner de Lachenal (1736-1800), che fu uno dei principali raccoglitori-informatori per Historia stirpium indigenarum Helvetiae inchoata, apparve subito riunire tutti in requisiti. Figlio di un farmacista, fu egli stesso avviato alla farmacia, per poi iscriversi all'università di Basilea; nel 1755 ottenne il titolo di magister di filosofia e nel 1759 la licenza per esercitare la medicina con una tesi (Specimen Inaugurale Observationum Botanicarum) dedicata ad alcune piante poco note o mal determinate della flora locale. Si affrettò a mandarne copia a von Haller che ne fu piacevolmente colpito, gli rispose con una lettera di elogi e gli chiese di inviargli campioni di alcune di quelle specie rare. La corrispondenza proseguì mentre il giovane medico completava la sua formazione all'università di Strasburgo e il tirocinio pratico a Montbéliard con il medico di corte del Württemberg David Charles Emmanuel Berdot. Avendo ormai verificato la sua preparazione e la sua affidabilità, Haller gli propose una prima escursione botanica per suo conto e a sue spese, che nell'estate del 1760 portò Lachenal nel Vallese e nelle Alpi Graie fino al Piccolo San Bernardo. L'estate successiva, insieme a un altro giovane medico, Jean Jacques Châtelain (1736-1822), lo inviò fino a Mendrisio in Canton Ticino. un'area che riteneva quasi inesplorata. Anche se Lachenal fu piuttosto deluso della flora della meta designata, molto meno ricca di quanto pensasse, durante il viaggio fece molte raccolte e ne informò puntualmente von Haller, così soddisfatto del lavoro dei due botanici da elogiarli con insolito calore: "Non potevo sperare di riunire in un medesimo viaggio due compagni di uguale ardore. E' impossibile che l'uno superi l'altro per perizia e per passione". L'anno dopo avrebbe ancora voluto inviare Lachenal in Valtellina e in Engadina, ma questa terza spedizione non avvenne mai. Per il medico di Basilea era infatti ora di pensare a una sistemazione stabile. Haller aveva sì cercato di usare tutta la sua influenza per fargli assegnare una cattedra a Gottinga, ed egli era stato incluso nella terna dei nomi selezionabili, ma non si era andati oltre. Nel 1763 Lachenal conseguì il dottorato in medicina, quindi rilevò la licenza decennale per una farmacia. Con gli impegni professionali come medico e farmacista, i lunghi viaggi erano fuori discussione; continuò invece ad esplorare la flora dei dintorni e quella del vicino Giura borgognone e a soddisfare con sollecitudine le richieste di Haller, che non di rado gli chiedeva di procurargli questa o quella pianta. Raccoglieva anche per sè, in vista di una flora della regione di Basilea. La relazione tra Lachenal e Haller non era ovviamente paritaria, ma tipicamente quella tra discepolo e maestro; una volta il bernese giunse persino a rimproverare il suo giovane corrispondente per aver usato il nome linneano per designare Trifolium fragiferum; al che Lachenal ritenne necessario giustificarsi, spiegando che aveva usato quel nome perché al momento non ne aveva a disposizione nessun altro La corrispondenza tra i due botanici svizzeri durò 18 anni (dal 21 aprile 1759 al 31 giugno 1774). Durante questo lungo periodo, che lo vide trasformarsi da giovanissimo neolaureato in affermato medico di mezza età e riconosciuto esperto della flora locale, oltre che con moltissimi invii di campioni di erbario, Lachenal si rese utile al suo maestro come correttore delle bozze dei supplementi alla flora elvetica (Emendationes et auctaria ad stirpium Helveticarum historiam), pubblicati presso un tipografo di Basilea; compito difficilissimo e ingrato, vista l'impazienza di Haller e la sua grafia sempre più illeggibile. La rinascita dell'orto botanico La grande svolta nella vita di Lachenal, forse inattesa persino per lui, avvenne nel 1776, quando per sorteggio gli fu infine assegnata la cattedra di anatomia e botanica all'università di Basilea. Era una cattedra prestigiosa con una lunga storia: quella di anatomia era stata creata addirittura nel 1571 da Felix Platter, grande anatomista e allievo di Rondelet a Montpellier, a sua volta maestro di Caspar Bauhin che nel 1589 fondò l'orto botanico universitario, uno dei più antichi d'Europa, e il fu il primo titolare della cattedra di anatomia e botanica. Quando Lachenal assunse la cattedra, erano glorie del passato. Il suo predecessore Johann Rudolf Stähelin (titolare della cattedra di anatomia e botanica dal 1753, dal 1776 passò alla cattedra di medicina teorica) all'insegnamento preferiva l'esercizio della professione e i segni della trascuratezza si facevano sentire. Da un sopralluogo di quello stesso anno il teatro anatomico risultò "così fatiscente che rischiava di crollare da un momento all’altro”. Lachenal suggerì addirittura di demolirlo e trasferirlo nell'orto botanico; il consiglio cittadino preferì ristrutturarlo, rendendolo più ampio e luminoso. Né migliore era la situazione dell'orto botanico; c'era un solo giardiniere, che, salvo qualche piccola regalia occasionale, non riceveva alcun salario; di fatto, gli era stato permesso di trasformare l'orto botanico in orto, frutteto e vigna, dalla vendita dei cui prodotti ricavava il suo unico reddito. Nel 1754 il Comune fece costruire una modesta casetta, composta da un atrio, due stanze e alcuni locali laterali, che serviva sia da appartamento del professore sia da auditorium per le lezioni. Anch'essa era inadeguata. Lachenal chiese la ristrutturazione del giardino, condizioni migliori per il giardiniere, un appartamento dignitoso per il professore. Offrì di pagare un quarto delle spese e di cedere all'università la sua biblioteca; in cambio, chiedeva di mantenere la cattedra vita natural durante e il versamento di una pensione alla moglie, nel caso gli fosse sopravvissuta. Nell'agosto 1777 le condizioni furono accettate e i lavori procedettero abbastanza celermente. L'orto botanico poté disporre di un budget annuale e da quel momento rinacque. Venne anche costruita una serra che, a quanto pare, Lachenal pagò di tasca propria. Nel venticinquennio in cui insegnò all'università di Basilea, egli acquisì una solida reputazione internazionale, anche se non pubblicò quasi nulla. Corrispondeva con numerosi colleghi, con i quali scambiava esemplari d'erbario, scriveva articoli per qualche rivista, ma non riuscì mai a completare e pubblicare la sua flora di Basilea (Catalogus stirpium Basiliensis). Conosciamo la sua esistenza, oltre che dalla corrispondenza con von Haller, che più volte lo sollecitò a concluderla, da diverse testimonianze contemporanee, ma dopo la morte di Lachenal l'opera scomparve. Il manoscritto incompleto è stato riscoperto solo nel 1987 durante lavori di ristrutturazione dell'Istituto botanico di Basilea e rimane inedito. Presumibilmente, Lachenal lo aveva lasciato in eredità all'istituto botanico, insieme a tutti i suoi libri e al suo erbario, di enorme importanza storica perché egli vi aveva incluso l'erbario di Caspar Bauhin, che aveva acquistato da un discendente del grande botanico intorno al 1774. Contrariamente all'uso del tempo, l'erbario di Bauhin non era rilegato, ma costituito da fogli sciolti, che egli poteva così facilmente riorganizzare per i suoi lavori tassonomici. Ciò ne aveva però favorito anche la dispersione, perché nel corso dei decenni la famiglia Bauhin aveva permesso a diversi botanici di consultarlo e anche di attingervi; quando Lachenal lo acquistò, era ridotto a un terzo dell'originale. Nuovamente separato da quello di Lachenal, oggi costituisce una collezione separata dell'erbario di Basilea ed è preziosissimo, sia come testimonianza del lavoro di uno dei padri fondatori della botanica moderna, sia come uno dei pochissimi erbari rinascimentali giunti fino a noi, Quanto all'erbario personale di Lachenal, comprendeva circa 3000 specie, in prevalenza elvetiche, ma anche un certo numero di esotiche, ottenute da corrispondenti o orti botanici; è interessante notare che per etichettare le piante svizzere egli usò le denominazioni di von Haller, per tutte le altre quelle di Linneo. Splendide bulbose sudafricane A ricordare Lachenal è oggi un busto nell'orto botanico di Basilea che ebbe il merito di far rinascere, l'eponimo di alcune piante più o meno rare che fu il primo a raccogliere o segnalare, come Hieracium lachenalii, Carex lachenalii, Festuca lachenalii e Oenanthe lachenalii, ma anche il bellissimo genere sudafricano Lachenalia, omaggio di Joseph Franz von Jacquin (il figlio di Nikolaus) che era uno dei suoi corrispondenti e gli fece visita quando passò dalla Svizzera durante il suo viaggio in Europa del 1788-91. In una lettera dell'ottobre 1790 al padre, lo ricorda con grande affetto e gli chiede di scrivergli per ringraziarlo delle tante cortesie che gli ha dimostrato. Ma a ben vedere lo aveva già ringraziato lui anticipatamente (la dedica risale al 1784) dedicandogli questo notevolissimo genere. Lachenalia (famiglia Asparagaceae) comprende circa 130 specie di bulbose perenni originarie della Namibia e del Sudafrica, distribuite in zone con piogge invernali; durante la stagione estiva, calda e arida, vanno in dormienza per poi entrare in vegetazione alle prime piogge autunnali; la fioritura, che è di relativamente lunga durata, avviene in inverno o all'inizio della primavera. Le foglie, che in alcune specie sono emesse prima dei fiori, in altre quasi contemporaneamente ad essi, sono basali e spesso graziosamente maculate, così come gli steli fiorali. I fiori campanulati, tubolari o cilindrici sono raccolti in spighe o racemi; a seconda delle specie, le corolle presentano una grande varietà di colori, dal bianco al rosa, dal lilla all'azzurro, dal giallo all'arancio e al rosso vivo. Il colore più raro e straordinario è il verde-turchese dei fiori di L. viridiflora. In varie specie, i fiori sono di molti colori grazie agli apici più scuri. Lachenalia ha una lunga storia orticola, ma non è mai diventato un genere popolare. La prima attestazione è un disegno dell'attuale L. hirta, risalente alla spedizione del Namaqualand del 1685-1686; da quel momento varie specie, sotto vari nomi, fecero qua e là la loro comparsa nel mercato dei bulbi e nelle raccolte dei collezionisti; il primo a studiare sistematicamente questo genere fu però verso la fine del Settecento von Jacquin padre, grazie alle raccolte sudafricane dei cacciatori di piante di Schönbrunn; come ho anticipato, il genere fu creato nel 1784 da suo figlio. Mano a mano che venivano scoperte nuove specie, con la loro grande varietà di dimensioni, forme e colori, attirarono l'attenzione degli ibridatori; il primo ibrido riconosciuto venne realizzato nel 1888 dal reverendo John G. Nelson, incrociando L. reflexa e L. aloides. A partire dal 1965, un vasto programma di ibridazioni è stato avviato dal Roodeplant Vegetable and Ornamental Plant Institute del Sudafrica; lo scopo era produrre, più che bulbi da giardino, fiori da taglio (i fiori di Lachenalia durano da due a quattro settimane) e piante fiorite in vaso per l'esportazione. I primi ibridi furono commercialmente disponibili nel 1997-1998, ma il programma fu rallentato da vari fattori, che vanno dall'isolamento politico del paese a causa dell'apartheid alle peculiarità del clima sudafricano che resero difficile adattare le condizioni di crescita di crescita all'emisfero nord. I primi ibridi (è la serie African Beauty) furono commercializzati alla fine del secolo, ma la risposta del mercato europeo fu minore di quanto sperato; il potenziale di queste splendide piante è ancora in gran parte da scoprire. Sono ancora soprattutto piante da collezionisti, piuttosto costose e non sempre facili da reperire. Anche in Olanda sono essenzialmente commercializzate da specialisti di bulbose rare; talvolta, come altre bulbose sudafricane, come Albuca o Ledebouria, sono offerte tra le succulente. Eppure sono bellissime e, a quanto pare, di non difficile coltivazione. Morto a soli 35 anni senza aver pubblicato nulla, il botanico inglese Edmund Davall - visse però gran parte della sua vita adulta in Svizzera - non avrebbe lasciato molte tracce di sé se non fosse stato amico e assiduo corrispondente di James Edward Smith, presidente e fondatore della Linnean Society. Una selezione delle sue lettere, pubblicata nelle memorie di Smith, ci fanno conoscere da vicino questo giovane di grande sensibilità e humour, un vero figlio del preromantcismo diviso tra l'entusiasmo per la natura e la malinconia di quello che considerava un vero e proprio esilio. Grazie a Smith, a ricordarlo ci sono soprattutto le bellissime felci del genere Davallia. Una vita attraverso le lettere Nel 1832, la vedova di James Edward Smith, Pleasance Reeve Smith, completò e pubblicò le memorie del defunto consorte, che includono una scelta della sua ampissima corrispondenza. Come sottolineava Mme de Lessens nella sua recensione di Memoirs and Correspondence of Sir James Edward Smith, "tra i corrispondenti più gradevoli di Mr. Smith, c'è un giovane svizzero, Mr. Davall di Orbe, entusiasta della botanica, della natura e del grande apprezzamento che ricevono in Inghilterra. Le sue lettere sono assai piacevoli". Queste lettere sono quasi tutto ciò che rimane di questo sfortunato botanico, morto troppo presto e senza aver potuto pubblicare nulla. Al contrario di quanto scrive Mme de Lessens, Edmund Davall (1762-1798) non era propriamente svizzero, ma piuttosto anglo-elvetico. Era infatti nato a Londra dall'omonimo Edmund Davall, ufficiale di approvvigionamento dell'ammiragliato, e da Charlotte Thomasset, figlia di una vedova svizzera che si era trasferita nella capitale inglese dove insieme alle sue figlie gestiva con un certo successo una scuola per giovinette. Come racconta egli stesso in una delle sue lettere al "più caro degli amici" Smith, benché avesse un'inclinazione per le scienze naturali, il loro studio non aveva fatto parte della formazione del giovane Edmund. Si interessava però di giardinaggio, e aveva acquistato una copia di The Gardeners Calendar di Miller, dove per la prima volta vide uno schema del sistema linneano, Ne fu "istantaneamente ispirato" e decise di "perseguire uno studio che certamente mi avrebbe procurato maggior felicità di qualsiasi progetto volto a un vantaggio pecuniario". Iniziò dunque a studiare la botanica da autodidatta e nel febbraio 1784 arrivò in Svizzera, deciso a esplorare la flora delle sue montagne. Si stabilì a Orbe, nella casa delle sue numerose zie Thomasset che erano tornate in Svizzera intorno al 1777; pochi mesi dopo, il padre morì in seguito a un'amputazione e la madre decise di tornare in patria. Quattro anni dopo sarebbe morta anche lei, lasciando definitivamente legato il figlio a Orbe e alle "buone vecchie zie", di cui nelle lettere egli traccia un memorabile ritratto dolce-amaro. Se in Inghilterra erano considerate povere, in Svizzera un piccolo patrimonio e qualche terra al sole le facevano senz'altro rientrare nella "bonne societé". Amavano ricevere e trascorrevano ore intere a giocare alle carte. A sentire il nipote, il jeu de Quadrille era la loro unica passione e il loro unico argomento di conversazione, al punto che una di loro sarebbe "letteralmente morta con le carte in mano". La migliore stanza della casa era dedicata alle interminabili partite di carte che riunivano il "gregge troppo numeroso" della buona società di Orbe, "eternamente desideroso di ammazzare il tempo che non sapeva come impiegare" e che esprimeva "la sua stima per chi aveva interessi intellettuali con un'alzata di spalle". Per sfuggire alla noia, Davall si gettò più che mai nella botanica. Creò un giardino che curava personalmente e intensificò le escursioni alla ricerca di piante da trapiantare e da montare nel suo erbario. Orbe sorge in un'amena posizione nel cuore del Giura svizzero; con una breve passeggiata si può raggiungere la cima del Suchet, dalla quale si gode uno splendido panorama sugli altopiani del Giura e su tutto l'arco alpino. Sulle sue pendici calcaree Davall trovò una flora particolare e interessante. Nell'estate del 1787 scoprì alcune piante rare in compagnia di Albrecht von Haller junior, il figlio omonimo del grande von Haller. Davall avea infatti cominciato a farsi conoscere nell'ambiente dei botanici svizzeri, in ciò incoraggiato da Charles Victor de Bonstetten, ultimo balivo di Nyon e membro del "gruppo di Coppet", un sodalizio intellettuale informale che si riuniva attorno a Mme de Stael e Benjamin Constant. Entrò così in contatto con il pastore e naturalista di Berna Jakob Samuel Wyttenbach, con il pastore, bibliotecario e botanico di Ginevra Jean Senebier e con il professore di anatomia e botanica dell'Università di Basilea Werner de Lachenal. Saussure nel suo Voyage dans les Alpes ricorda di avergli fatto visita ad Orbe. Nel 1784, munito di lettere di presentazione di Wyttenbach e Senebier, Davall partì per Londra e si presentò a James Edward Smith che aveva da poco creato la Linnean Society. Smith lo accolse con grande affabilità, lo ospitò in casa sua, lo presentò ai suoi amici e lo fece entrare nella Linnean Society, di cui Davall fu così uno dei primissimi membri. Da parte sua, Davall introdusse Smith presso la marchesa di Rockingham, con la quale forse era in contatto grazie alla posizione del padre all'ammiragliato. La nobildonna, grande appassionata di piante esotiche, avrebbe poi ispirato a Smith le magnifiche Icones pictae, in cui Sowerby ritrasse numerose piante coltivate nelle serre e nei giardini di Hillingdon. I giardini inglesi con le loro collezioni di piante esotiche, le società scientifiche con le loro animate discussioni, la grande considerazione in cui era tenuta la botanica entusiasmarono Davall e fecero del soggiorno londinese "il periodo più memorabile e felice della mia vita", nonostante cominciassero già a manifestarsi imprimi segni di una salute malferma. Lui e Smith erano quasi coetanei e strinsero una profonda amicizia, destinata a durare quanto la sua vita, anche se dopo il suo ritorno a Orbe non si sarebbero mai più incontrati. Continuarono invece a scriversi con assiduità; le lettere di Davall, pervase dall'entusiasmo e dal sentimento religioso per la natura, ma anche da quello che egli stesso definisce mal du pays, ovvero dalla nostalgia per l'Inghilterra, piacevolissime e spesso piene di humour, informano di gioie e dolori (il matrimonio, la nascita dei figli, la dolorosissima morte della primogenita a soli undici mesi), dei fastidi di una piccola vita di provincia, delle aspirazioni intellettuali presto frustrate da un ambiente chiuso, dalle necessità pratiche, ma soprattutto da una salute sempre più traballante. Nella casa di Orbe, dove il salotto buono rimaneva intoccabile santuario all'eterno gioco di carte, poté ricavare per sé solo un piccolo studio, dove un "angolo sacro" riuniva le opere di Linneo, il suo modesto erbario e due preziosi cimeli incorniciati sotto vetro: un esemplare di Diapensia lapponica, raccolto da Linneo in persona, dono dell'amico Smith ("un frammento della vera croce è meno prezioso per un cattolico bigotto"), e uno di Smithia sensitiva. Una grande fonte di piacere era il giardino, che egli coltivava di persona dedicandogli molto tempo e cura; e un'altra le escursioni botaniche in montagna. Ne riportava piante per il suo giardino ed esemplari che essiccava per il suo erbario e che spediva regolarmente all'amico Smith. Visitò ripetutamente il Suchet, ma le lettere documentano anche viaggi a più ampio raggio: attraversò il ghiacciaio di Valsorey nel Vallese alla ricerca di una pianta segnalata da von Haller e si spinse fino al Gran San Bernardo. Sappiamo che lavorò a lungo a un saggio sulla flora svizzera, ma non riuscì a terminarlo. Più ancora delle contingenze della vita materiale, a impedirglielo furono i problemi di vista sempre più gravi e una salute sempre più precaria. Le lettere stesse incominciarono a diradarsi. Davall iniziò l'ultima il 13 febbraio 1798. Ma ormai stava così male che non poté finirla; Smith l'avrebbe ricevuta solo dopo la sua morte. Certo avrà letto con grande commozione le ultime righe: "a lungo la mia più cara e unica speranza è stata quella di incontrare il mio amico in un mondo diverso e migliore". A informarci degli ultimi mesi di Davall sono le lettere a Smith di un altro amico comune: il veterinario Bracy Clark. Tra il 1797 e il 1798 egli fu impegnato in un grand tour continentale, anche se le condizioni di guerra gli impedirono di visitare la Francia. Soggiornò invece per qualche tempo in Svizzera; nel dicembre 1797 a Berna fece visita a Wyttenbach che lo informò che l'amico di Smith Davall aveva sofferto gravemente, forse di una paralisi, e gli scrisse una lettera di presentazione per lui. Il cattivo tempo e copiose nevicate impedirono a Clark di recarsi ad Orbe fino alla fine di marzo. Davall lo accolse cordialmente e lo ospitò a casa sua; era assai provato nel corpo e profondamente turbato dalla situazione politica, con i venti della rivoluzione che soffiavano anche in Svizzera. Durante l'estate, che Clark trascorse per lo più a Orbe, sembrò migliorare; poi la situazione precipitò e il 27 settembre Davall morì, ad appena 35 anni. Onorando le sue ultime volontà, la vedova fece pervenire a Smith la lettera mai terminata, l'erbario, i libri e i manoscritti del marito. Quest'ultimi sono tuttora conservati nella biblioteca della Linnean Society, mentre l'erbario è andato perduto. Nel pubblicare la corrispondenza di Davall con il marito, Pleasance Reeve scrive: "Assomigliava all'amico scelto dal suo cuore nel calore e nella devozione degli affetti, ma poté resistere meno di lui ai mali della vita. Molti passi delle lettere [...] mostrano il valore, la tenerezza, il raro affetto, la devozione alla scienza, il suo amore per la natura strettamente legato all'amore di Dio [...]. Se qualcuno considerasse [questi sentimenti] troppo acuti o riprovevoli, si ricordi che «quei teneri desideri che assorbivano la sua anima, logoravano il suo spirito, minavano la sua salute», erano i dolori di un uomo esiliato. Lasciamo che coloro che possono comandare a piacimento tanto il piacere quanto la società contemplino con profonda compassione il generoso e disinteressato Davall". Rizomi con la pelliccia Nella speranza che l'amico con le sue opere occupasse prima o poi il posto che gli spettava nella scienza delle piante, fin dal 1793 Smith aveva provveduto ad eternarne il nome con la dedica del genere Davallia, scrivendo: "Ho dedicato questo nuovo genere con grandissimo piacere al botanico instancabile e acutissimo, amabile di carattere, così come illustre per scienza, Edmund Davall, membro della Linnean Society, che vive in Svizzera". Gli dedicò anche Carex davalliana, una specie che cresceva copiosa nelle aree unide di Orbe e che Davall aveva distinto per primo. Al contrario della insignificante Smithia - una dedica lievemente maligna, come ho raccontato in questo post, di cui il presidente della Linnean Society avrebbe volentieri fatto a meno - il genere dedicato all'amico del cuore è davvero un dono sontuoso. Davallia è l'unico genere della famiglia Davalliaceae (alcuni studiosi però preferiscono classificarla nelle Polypodiaceae, intese in senso largo) e raggruppa una cinquantina di specie di felci epifite o litofite delle aree tropicali e subtropicali del Vecchio mondo e dell'Australia. La caratteristica più evidente sono i lunghi rizomi aerei grazie ai quali si abbarbicano sulla corteccia degli alberi o si insinuano nelle fessure delle rocce. Intricati e solitamente ricoperti da fitte squame simili a una pelliccia, le hanno guadagnato nomignoli come "felce ragno", "felce zampa di coniglio", "felce zampa di scoiattolo". Curiose e molto decorative, diverse specie sono apprezzate come piante da interni. Alcune però sono rustiche e possono essere coltivate in giardino. È il caso della giapponese D. mariesii, una piccola felce decidua con sottili rizomi pelosi e fronde triangolari, che può essere utilizzata come coprisuolo in angoli ombrosi e umidi. Meno resistente al freddo è invece D. canariensis, una specie originaria della Macaronesia e del Mediterraneo occidentale (Marocco e penisola iberica occidentale), che in natura cresce sui tronchi e i rami degli alberi e sulle rocce silicee umide e muschiose, soprattutto dove può godere dell'umidità oceanica. Da noi viene solitamente coltivata in vaso o anche su zattera o bark per orchidee, in modo da godere dell'intrico delle radici che si intersecano e pendono al di fuori. Tra le specie solitamente coltivate all'interno, la più nota è probabilmente D. solida var. fejeensis, originaria delle isole Figi, un'epifita caratterizzata da rizomi densamente ricoperti da squame grigio-rosate e da brevi fronde triangolari. Per mettere in risalto la bellezza dei rizomi, è spesso coltivata in cestini appesi, così come D. tyermannii, originaria della Cina e dell'Asia orientale, nota anche come felce tarantola o felce ragno per l'intrico di lunghi rizomi pelosi che evocherebbero questi animali. A Bex i Thomas non erano i soli a raccogliere piante e a commercializzare campioni d'erbario e semi di piante alpine. A far loro concorrenza, negli ultimissimi anni del Settecento e nei primi due decenni dell'Ottocento, c'era il farmacista di origini tedesche Johann Christoph Schleicher, che fu il primo ad avere l'idea di pubblicizzare il suo commercio prima con annunci in riviste scientifiche, poi con un catalogo che comprendeva circa 2000 piante e giunse a quattro edizioni. Pubblicò anche a più riprese cataloghi specifici per le crittogame. Per qualche anno ottenne un notevole successo, come testimonia la presenza dei suoi campioni negli erbari di moltissime istituzioni e di qualche pianta nata dai suoi semi nei cataloghi dei vivai inglesi. Poi si fecero sentire l'età e la concorrenza del molto più giovane e aguerrito Emmanuel Thomas, tanto che fu costretto a vendere il suo erbario e terminò i suoi giorni in miseria. Oltre all'eponimo di diverse specie, lo ricorda il genere asiatico Schleichera (Sapindaceae). Campioni d'erbario e semi a modico prezzo Intorno al 1790, si stabilì a Bex nel Vaud un giovane di origine tedesca, Johann Christoph Schleicher (1768/70-1834), che nella nuova patria si sarebbe fatto chiamare anche Jean Charles. Talvolta viene definito dottore, ma era piuttosto farmacista, e difficilmente, per la giovane età, avrà avuto una formazione completa. Dei suoi primi anni sappiamo pochissimo. Incerta è la stessa data di nascita, 1768 secondo alcune fonti, 1770 secondo altre. Nato a Hofgeismar nell'Assia da Anna Marie Sawitzky, ebbe inizialmente il cognome materno per poi assumere quello con cui è noto quando fu adottato da un certo Carl Schleicher. Nulla sappiamo della sua formazione; secondo varie fonti, incluso il data base biografico dell'Università di Gottinga, il botanico Heinrich Schräder sarebbe stato il suo padrino; la notizia è certamente priva di fondamento per banali ragioni anagrafiche: i due erano praticamente coetanei, essendo nato Schräder nel 1767. Al momento dell'arrivo di Schleicher, a Bex il ricordo (e il magistero) di Albrecht von Haller era tenuto vivo, oltre che dall'attività commerciale della famiglia Thomas, dai medici Bernard Jean François e Jean David Ricou. Bernard Jean François Ricou (1730-1798), medico cittadino, farmacista e capo chirurgo dell'ospedale, negli anni '50 era stato uno dei raccoglitori di von Haller, per il quale aveva erborizzato nelle valli di Saint-Nicolas e di Bagnes e nelle regioni del Sempione, del Gran San Bernardo, di Alesse e di Fully. Nel 1764, insieme al pastore Abram-Louis Decoppet, pubblicò nelle "Memorie della società economica" di Berna una lista di 128 piante della flora elvetica con i nomi in dialetto, francese e latino (Essai d'une collection de noms vulgaires ou patois des principales plantes de Suisse). Certamente si deve a lui la creazione del "bell'erbario" segnalato nel 1804 nella guida della Svizzera di Johann Gottfried Ebel, all'epoca di proprietà del figlio Jean David, anch'egli medico. Schleicher dovette legarsi strettamente alla famiglia Ricou (probabilmente lavorò per loro come aiuto farmacista e nel 1797 sposò Julie, figlia di Jean David) e fu probabilmente l'esempio delle raccolte di Bernard Jean François a spingerlo a sua volta a percorrere le montagne alla ricerca di piante rare. Il suo scopo era chiaramente commerciale: l'opera di von Haller aveva attirato l'attenzione dei botanici e degli amatori sulla flora elvetica e il mercato di campioni d'erbario era fiorente. Dotato di notevole spirito imprenditoriale, ispirato dall'esempio di raccoglitori di piante tedeschi, già nel 1794, nel numero 41 della rivista di Lipsia "Annalen der Botanik" Schleicher, sotto forma di lettera ai signori Le Royer e Tingry, proprietari di un'importante farmacia di Ginevra, offrì in vendita, al prezzo di 2 talleri francesi, una centuria di piante svizzere, assicurando la consegna in 4-6 settimane. Altre due centurie avrebbero fatto seguito nel numero successivo, pubblicato lo stesso anno. Nel 1796, ancora su "Annalen der Botanik" la snelle centurie si trasformarono in una più ambiziosa lista di quasi 700 "piante raccolte nel Vallese e nelle Alpi vicine nel 1795 da Schleicher", indicate con un nome binomiale, preceduto però (tranne un'appendice di una quarantina di specie scoperte successivamente alla pubblicazione di quest'opera) dal numero con cui compaiono in Historia stirpium indigenarum Helvetiae inchoata di von Haller; non compaiono più né prezzi né indicazioni esplicite del fine commerciale, non perché Schleicher avesse cambiato intenzioni, ma probabilmente perché aveva ormai una clientela consolidata. Due anni dopo, sempre sulla stessa rivista, comparve una seconda lista sotto il titolo "Indice delle piante raccolte nel Vallese e nella Svizzera transalpina nel 1796 da C. Schleicher"; le modalità erano le stesse, ma la lista si era allungata, passando da 9 a 12 pagine, e, soprattutto, ora compariva a parte un elenco di 84 Musci & Algae (in realtà ci sono anche felci e numerosi licheni). Si trattava di un nuovo segmento di mercato che, come vedremo, sarebbe diventato una specialità del raccoglitore tedesco. Poi, nel 1800, il salto di qualità. Con quello che dovette essere un notevole impegno anche finanziario, Schleicher pubblicò a Bex quello che è considerato il primo catalogo commerciale di piante svizzero, Catalogus plantarum in Helvetia cis- et transalpina sponte nascentium; il sottotitolo precisa: "raccolte dall'autore con continui viaggi ad uso dei botanofili e verificate con sommo studio sulle descrizioni e le immagini degli autori più celebri". Nel volumetto di una settantina di pagine sono elencate circa 2000 piante, con il nome binomiale seguito dal nome d'autore e preceduto, nella maggior parte dei casi, dal rinvio numerico all'opera di Haller. Mentre le felci sono elencate nel catalogo generale, sono presentate nuovamente a parte alcune centinaia di Musci, Algae et Fungi. A chiudere il catalogo, una selezione di semi "raccolti e offerti da Schleicher"; come facevano anche i Thomas, anche i semi, come i campioni d'erbario, erano per lo più raccolti in natura. Anzi, da questo punto di vista sembra che Schleicher non andasse tanto per il sottile; secondo una nota pubblicata nel "Bulletin de l’Association pour la protection des plantes" del 1884, "distrusse [appositamente] diverse specie al solo scopo di aumentare il valore dei campioni che vendeva agli erbari, rendendole rare". Almeno alcune piante tuttavia dovevano essere coltivate nell'orto botanico che Schleicher aveva creato a Bévieux, non lontano dalla salina. Sempre secondo la guida di Ebel, meritava una visita; dopo aver parlato dell'erbario di Ricou, egli ci informa inoltre che "Suo genero M. Schleicher, abile erborizzatore che ha percorso gran parte delle montagne della Svizzera occidentale e meridionale, ha un consideravole magazzino di piante essiccate che vende per un luigi il centinaio. Ha scoperto una quantità di specie prima sconosciute in Svizzera". Per qualche anno il commercio di piante di Schleicher dovette andare a gonfie vele; numerosi suoi campioni sono presenti nei principali erbari europei; era in corrispondenza con molti importanti botanici (vendette molti esemplari a Balbis e ci è rimasta una lettera a Persoon); forniva semi al celebre vivaio londinese Loddiges che lo cita come fornitore di varie piante alpine offerte per la prima volta sul mercato britannico. L'ampliamento dell'offerta è testimaniato dalle successive edizioni del catalogo (1807, 1815, 1821, le ultime due con il titolo Catalogus hucusque absolutus omnium plantarum in Helvetia cis et transalpina sponte nascentium), e da una serie di cataloghi specifici, uno riservato ai salici (1807) e diversi alle crittogame (Plantae Cryptogamicae Helvetiae 1803-1807), parzialmente riprodotti nella rivista diretta da Schräder "Neues Journal für die Botanik", nella quale nel 1805 Schleicher pubblicò anche il resoconto di un viaggio nella Svizzera italiana. Nelle liste delle crittogame si precisa che esse erano state reccolte e essicate da Schleicher; la precisazione è significativa se considerimo che al raccoglitore tedesco si deve l'introduzione del sublimato corrosivo (cloruro di mercurio) per la trattazione dei campioni d'erbario. Tra riedizioni, supplementi e cataloghi specifici, le pubblicazioni si intensificarono tra il 1803 e il 1808, poi intorno al 1815 il successo dovette cominciare a declinare. Ne è spia la curiosa iniziativa che Schleicher prese nel 1816: una lotteria il cui premio era costituito da exsiccata. Probabilmente, incominciava a farsi sentire la concorrenza dei fratelli Thomas, che avevano pubblicato il loro primo catalogo intorno al 1806. Seguendo il loro esempio, nel catalogo del 1815, Schleicher aggiunse all'offerta minerali e plantule di conifere; c'erano anche campioni di erbario di piante esotiche, provenienti da Francia meridionale, Italia e Ungheria, e prezzi differenziati: cento esemplari costavano 36 lire francesi per acquisti di meno di 200 campioni, 30 lire da 200 a meno di 400, solo 24 lire da 400 in su. Offriva inoltre erbari completi della flora Svizzera, collezioni di piante medicinali, i semi di "tutte le piante che si coltivano o si possono coltivare in giardino" al costo di 24 lire il centinaio, piante a radice nuda pronte da piantare a 6 soldi l'una quelle erbacee, 9 soldi quelle arbustive e arboree. L'offerta non finiva qui. Leggiamo infatti: "Quest'anno e i seguenti, se Dio vorrà, a casa mia nel villaggio subalpino di Bex, darò lezioni di botanica - un corso completo di questa scienza - ai giovani botanici che me ne faranno richiesta. Quando il tempo lo permetterà, accompagnerò gli allievi in escursioni botaniche, non solo perché vedano e raccolgano le piante nel loro luogo natale, ma anche perché osservino con me le caratteristiche della flora d'altitudine. Mostrerò loro il metodo per essiccare le piante durante il viaggio stesso, in modo che conservate nel modo più perfetto possano ornare l'erbario". Lezioni in lingua francese e prezzi da concordare. Sei anni dopo, nella quarta e ultima edizione, escursioni botaniche e lezioni private non ci sono più (ora Schleicher era sulla cinquantina, e probabilmente non se la sentiva più). Scompaiono anche i minerali, mentre rimangono inalterati prezzi e offerta di exisiccata, erbari completi, semi e piante vive. Compare invece una nuova postilla che ci informa su cosa coltivasse Schleicher nel suo giardino botanico: "Oltre alle piante svizzere, coltivo un grande numero di sassifraghe esotiche, indicate in una speciale appendice in calce al catalogo. In questo giardino spuntano già diverse specie dei generi Aconithum, Delphinium, Narcissus e Allium di cui gli amanti di questi generi possono trovare presso di me un catalogo annuale, sia delle specie che possiedo sia di una moltitudine di piante esotiche che giungono per scambi con gli amici". Non abbiamo traccia di questi cataloghi annuali (erano forse manoscritti? o non furono mai realizzati?). In ogni caso, gli anni felici erano orami alle spalle. Vecchio e malato, Schleicher non poteva più salire in montagna e per sopravvivere dovette smantellare il suo prezioso erbario personale. Contrasse molti debiti; tra i suoi creditori c'era anche Emmanuel Thomas, al quale fu costretto a cedere, come pagamento, tutte le crittogame dell'erbario e diversi generi di fanerogame. Nel 1832 si rivolse al Consiglio di Stato per mettere in vendita quanto rimaneva: "Dal momento che la mia età e la mia salute non mi consentono più di salire in montagna e di continuare il mio commercio di piante, mi vedo costretto a vendere la mia biblioteca e il mio erbario per vivere". Le autorità incaricarono della perizia il direttore delle saline Jean de Charpentier, che provvide con l'assistenza dell'amico Emmanuel Thomas; nella sua relazione, emerge che l'erbario delle piante straniere (circa 10.000) "un tempo veramente magnifico, ha considerevolmente perso valore perché ne sono state tolte le specie più rare e interi generi"; per contro, il lotto di 4073 specie e varietà della flora svizzera "era ed è ancora unico nel suo genre, perché è senza discussione la collezioni più completa e curata della Svizzera. Vi si trovano non solo le piante selvatiche, ma anche le variazioni che subiscono in coltivazione". La vendita andò in porto e l'erbario delle fanerogame fu acquistato dal Museo di scienze naturali di Losanna. Schleicher investì una parte del ricavato per riscattare gli esemplari che aveva dovuto cedere a Emmanuel Thomas. Morì due anni dopo, nel 1834; nel 1837 gli eredi vendettero allo stesso museo l'erbario delle crittogame. La parte più preziosa di questa collezione è costituita dai licheni; nella proposta d'acquisto dei conservatori del museo leggiamo: "Questa collezione, composta da più di 1060 campioni, la maggior parte su pietra o legno, è preziosa da ogni punto di vista [...]. Ha grande valore agli occhi dei botanici perché i campioni sono stati determinati con cura e perché è il frutto del lavoro di molti anni e ha potuto essere formata solo a prezzo di pene, cure e spese". Dalla Svizzera all'Asia sud-orientale Il significativo ruolo per la conoscenza della flora elvetica di questo farmacista divenuto cacciatore e commerciante di piante alpine è testimoniato dalla sua notevole presenza nella nomenclatura botanica. In primo luogo, anche se i suoi cataloghi sono meri elenchi, grazie al riferimento numerico alla flora di Haller (che, lo ricordo, usava nomi polinomiali, quindi non validi) ha introdotto alcuni nomi validi, come Hieracium canescens e Cnicus nudiflorus. Più numerose le denominazioni risalenti a lui ma introdotte attraverso altri autori che lo conobbero, erborizzarono con lui o furono sui clienti, come Campanula excisa introdotto da Murith, Phyteuma umile, Pedicularis ascendens e Festuca valesiaca introdotti da Gaudin, Lotus alpinus introdotto da Ramond. Una ventina di taxa portano in suo onore gli epiteti schleicheri e schleicherianus; si tratta di specie delle Alpi elvetiche per lo più presenti nei suoi cataloghi o nel suo erbario, ma in qualche caso anche da lui introdotte nei giardini britannici attraverso i vivai che acquistavano i suoi semi. Quattro sono tuttora validi: Alpagrostis schleicheri, Erigeron schleicheri, Fumaria schleicheri, Rubus schleicheri. Nel 1806 Willdenow, direttore di uno degli orti botanici cui forniva campioni e sementi, quello di Berlino, gli dedicò il genere Schleichera, purtroppo senza esplicitare la motivazione; si limitò infatti a scrivere "Ho nominato questo genere in memoria del celebre Schleicher, svizzero". Con questo genere monotipico della famiglia Sapindaceae ci allontaniamo dalle Alpi svizzere per spostarci sulle pendici dell'Himalaya, sull'altopiano del Deccan e nelle foreste del sudest asiatico. Il suo unico rappresentante S. oleosa è infatti un albero tropicale presente soprattutto nelle aree aride e aperte del subcontinente indiano, di Ceylon, della Thailandia e dell'Indonesia. L'epiteto è dovuto all'alto contenuto di olio dei suoi semi; quest'ultimo, noto come olio di kusum, dal nome più comune della pianta in India, viene utilizzato per la cura dei capelli, ma anche come combustibile, in cucina e come unguento medicinale. Lo svizzero Albrecht von Haller fu una delle personalità più eminenti del secolo dei Lumi. Come poeta, ha mutato il modo di vedere la montagna, ha influenzato il sentimento romantico della natura e lanciato la moda delle escursioni alpine; come medico, ha distinto le funzioni dei nervi da quella dei muscoli e dato la prima descrizione completa delle funzioni del corpo umano; genio universale, poligrafo, giornalista e polemista, i suoi scritti si contano a migliaia, incluse le 9000 recensioni di pubblicazioni su argomenti che vanno dalla filosofia alla religione alla politica alla letteratura alle scienze naturali; ha influenzato il pensiero di personalità tanto diverse tra loro come Kant, Schiller e Hegel. Come botanico, ha donato alla Svizzera la flora più completa del suo tempo. Non era né amabile né modesto, anzi adorava la polemica, e Linneo era uno dei bersagli preferiti dei suoi strali; tuttavia non gli ha fatto mancare la dedica del vistoso genere Halleria. Poeta, fisiologo, bibliografo... Nel luglio 1777, di ritorno da Parigi, dove si era recato anche per risolvere l'imbarazzante situazione matrimoniale della sorella Maria Antonietta (a sette anni dalle nozze, mancava ancora un erede, per una ragione molto semplice: il matrimonio non era mai stato consumato), l'imperatore Giuseppe II passò da Berna. Viaggiava in incognito, sotto il nome di conte di Falkestein, e fece visita a una sola persona: il medico e scienziato Albrecht von Haller (1708-1777); tralasciò invece Ferney, con grande disappunto di Voltaire. Haller era da tempo malato (sarebbe morto pochi mesi dopo) e ricevette l'augusto e inatteso il visitatore in veste da camera e berretto da notte, semisdraiato su una bergère. L'imperatore conversò con lui per oltre un'ora, riconoscendo in quel vecchio piegato dalla malattia almeno lo spirito che l'aveva reso uno degli uomini più ammirati dell'Europa dei Lumi. A commento dell'episodio, nella mostra che il Museo storico di Berna dedicò al più illustre dei bernesi in occasione del trecentenario della nascita leggiamo: "Il segno di ammirazione più prestigioso gli fu tributato dall'imperatore d'Austria Giuseppe II che andò a fargli visita nella sua casa di Berna". E prosegue: "Un erudito universale e enciclopedico: Albrecht von Haller fu uno degli ultimi a poter abbracciare tutte le conoscenze del suo tempo". La sua cultura era vastissima e la sua opera ha lasciato un'impronta profonda nei campi più disparati: come poeta e cantore delle Alpi, mutò la concezione della montagna e lanciò la moda del turismo alpino in Svizzera; come medico, gettò le basi della moderna fisiologia del corpo umano; come botanico, scrisse la prima flora completa della Svizzera. Ma si occupò anche politica, della relazione tra scienza e fede, scrisse tre romanzi, creò una delle biblioteche più importanti d'Europa (ben 23.000 volumi). La sua corrispondenza conta quasi 17.000 lettere, scambiate con 1.139 corrispondenti. Haller (per quarant'anni non ci sarà alcun von davanti al suo cognome) era figlio di un avvocato e funzionario; dopo la formazione iniziale nella città natale, adolescente iniziò gli studi di medicina a Tubinga, poi li continuò a Leida dove fu allievo del grande Boerhaave, che gli trasmise un metodo strettamente sperimentale. A Leida incontrò un altro svizzero affamato di conoscenza, lo zurighese Johannes Gessner, con il quale strinse una fervida amicizia. Dopo la laurea nel 1727, approfondì gli studi di medicina a Londra e a Parigi; qui assistette a molti interventi chirurgici, praticamente tutti mortali, e decise che non sarebbe stato chrirugo, ma anatomista. A Parigi ritrovò anche Gessener, con il quale andò a Basilea per seguire i corsi di matematica di Bernoulli e nell'estate fece un memorabile viaggio a piedi nel Giura e nelle Alpi. Reduce dal soggiorno parigino, fu profondamente colpito dalla maestosità delle Alpi e dalla semplicità della vita dei loro abitanti, che contrapponeva a quella artificiosa e corrotta dei cittadini; sono i sentimenti che ispirarono il più celebre dei suoi poemi, Die Alpen ("Le Alpi"), scritto nel 1729. Come vedremo meglio più avanti, l'incontro con le montagne fu anche quello con la flora alpina. Per qualche anno fu attivo come medico a Berna, dove creò un teatro anatomico, ma non ebbe molto successo; dal 1735 fu bibliotecario della città. Anche se aveva già iniziato le ricerche di fisiologia e botanica che lo avrebbero reso famoso, in questi anni era noto soprattutto come poeta (è del 1732 la raccolta Versuch schweizerischer Gedichte): la sua è una poesia filosofica, in cui riflette sulla fede e sui limiti della ragione, sull'origine del male, sull'eternità. Aspirava a una carriera politica e polemizzò ferocemente contro la corruzione e la degenerazione oligarchica del governo della sua città; ciò finì per chiudergli tutte le porte. Nel 1736, quando le sue candidature a medico cittadino e professore di eloquenza furono respinte, decise di accettare la cattedra di anatomia, chirurgia e botanica all'Università di Gottinga. L'università Georg-August era appena nata (era stata fondata due anni prima dall'elettore di Hannover, ovvero dal re d'Inghilterra Giorgio II), Gottinga era ancora una cittadina di provincia, non mancarono le difficoltà e i lutti privati (la morte delle prime due mogli), ma si respirava un'atmosfera aperta di libera ricerca. Haller creò il teatro anatomico, l'orto botanico e la prima clinica ostetrica di Germania. Come insegnante, attirò frotte di studenti da tutta la Germania. All'insegnamento poté affiancare un'ampissima attività sperimentale; grazie a non meno di 350 autopsie e a esperimenti sistematici sugli animali (purtroppo sì, su di essi praticava la vivisezione) diede una descrizione completa del sistema arterioso, approfondì le conoscenze sulla respirazione e lo sviluppo del feto e dimostrò che l'irritabilità è dovuta ai muscoli e la sensibilità ai nervi. Cominciarono a susseguirsi una serie di opere monumentali, a cominciare dai sette volumi di Erläuterungen zu Boerhaaves Institutiones (1739-1744) e dagli otto fascicolo delle Icones anatomicae (1743-1756), per culminare con gli otto volumi di Elementa physiologiae corporis humani (1757-1766). In questo testo di riferimento fondamentale, riedito fino all'inizio del Novecento, che lo fece salutare "padre della fisiologia", diede una descrizione completa delle strutture del corpo umano e delle loro funzioni. Non meno importante il suo ruolo come organizzatore culturale. Nel 1747 fu nominato direttore scientifico della rivista Göttingische Anzeigen von gelehrten Sachen, che nel 1752 mutò il titolo in Göttingische Gelehrte Anzeigen e dal 1753 divenne l'organo della Società reale delle Scienze di Gottinga. Di quest'ultima, fondata nel 1751 per volontà di Giorgio II, fu uno dei soci fondatori e presidente a vita. La rivista, seguitissima anche al di fuori della Germania, aveva (anzi ha, visto che ancora esiste ed è la più antica rivista scientifica di lingua tedesca ancora in attività) carattere universalistico e pubblicava recensioni critiche delle pubblicazioni tedesche e straniere in campo letterario, scientifico, economico, storico, ecc. Per Haller divenne la palestra dove esercitare il suo sapere enciclopedico e il suo spirito critico (e non di rado la sua vis polemica). Continuò a scrivervi anche dopo il ritorno a Berna, pubblicando più di 9000 recensioni. Inoltre collaborava con moltissime altre riviste scientifiche, sulle quali pubblicava soprattutto articoli di medicina e botanica. La fama e gli onori incominciarono a moltiplicarsi. Nel 1743 fu ammesso alla Royal Society, nel 1747 all'Accademia delle Scienze svedese; le università di Oxford e Utrecht gli offrirono una cattedra, le rifiutò così come l'invito di Federico II a trasferirsi a Berlino. Accolse invece con soddisfazione il cavalierato e il titolo onorifico di medico di corte conferitogli da Giorgio II e il titolo nobiliare che venne dall'imperatore Francesco. Ma il suo vero sogno era tornare in patria e ottenere il meritato riconoscimento di una carriera pubblica. Fin dal 1745, benché risiedesse a Gottinga, era membro del Gran consiglio della città e nel 1753, rifiutato per la seconda volta l'invito di Federico II, tornò a Berna. Come si sa, nemo propheta in patria. I maggiorenti della città non aveva dimenticato le satire politiche dell'età giovanile. Ottenne solo incarichi di secondo piano: dal 1753 al 1757 fu intendente di palazzo della città (Rathausammann); fu eletto presidente della Società economica e cofondatore dell'orfanatrofio. Nel 1758 fu nominato direttore delle saline di Roche nel Vaud e dal 1762 vicegovernatore d'Aigle; fino al 1764, quando l'incarico terminò, visse a Roche, dove ebbe modo di estendere i suoi studi ai modi più economici per ricavare il sale e poté riprendere le ricerche sulla flora alpina. Nel 1764 acquistò la signoria de Goumoens-le-Jux e assunse il nome di Haller von Goumoens. Fece poi ritorno a Berna. Tra il 1764 e il 1773, per ben nove volte, si candidò al Piccolo consiglio, ma non fu mai eletto. Nel 1769, fu richiamato a Gottinga nella veste di cancelliere, ma rifiutò in seguito alla nomina ad assessore perpetuo del Consiglio della sanità di Berna. A trattenerlo a Berna era anche la salute ormai compromessa. Da ragazzo, era stato malaticcio, ma poi le camminate e le scalate lo avevano reso un agile e vigoroso alpinista. A Göttingen, con il superlavoro, vennero l'insonnia, i mal di testa feroci, lo stomaco in disordine. Con l'età si aggiunsero verigini, artrite, gotta, obesità, una tormentosa infezione delle vie urinarie. Per ritrovare il sonno ed alleviare il dolore incominciò a ricorrere all'oppio; ne divenne dipendente e dovette assumerme quantità sempre maggiori. I suoi ultimi anni furono quelli di un valetudinario, precocemente invecchiato. Eppure riuscì ancora a scrivere un'altra opera gigantesca, la quattro Bibliothecae, in parte pubblicate postume: Bibliotheca botanica (1771-72), Bibliotheca anatomica (1774-1777), Bibliotheca chirurgica (1774-1775), Bibliotheca medicinae practicae (1788). Si tratta di una bibliografia completa, e spesso di un esame critico, di tutto ciò che era stato pubblicato su queste materie dall'antichità ai suoi tempi, per un totale di 52.000 titoli. Nei suoi ultimi anni, la maggiore preoccupazione di von Haller andava alla sorte della sua immensa biblioteca. Dopo la sua morte, gli eredi la vendettero al governo austriaco, a condizione che fosse mantenuta intatta; destinata alla Lombardia, fu invece smembrata tra varie biblioteche. I due fondi più consistenti sono conservati alla Braidense di Milano e alla biblioteca universitaria di Pavia, con circa 3000 volumi e altrettante dissertazioni. A Pavia era giunto anche l'immenso erbario di Haller; durante la Campagna d'Italia nel 1796 i francesi se ne appropriarono e fu portato a Parigi; dopo la caduta di Napoleone, il governo austriaco non lo reclamò (scarso interesse per la botanica?) e lì è rimasto. I suoi 59 volumi in folio sono oggi conservati all'Herbier national presso il Museum d'Histoire naturelle. E botanico! Quel gigantesco erbario era frutto degli invii dei suoi numerosissimi corrispondenti, ma in larga parte anche delle raccolte dirette di van Haller che nella sola Svizzera compì almeno 25 escursioni botaniche. Infatti la botanica, dopo la fisiologia e l'anatomia, fu il campo scientifico cui più applicò il suo genio. Egli aveva trascorso l'infanzia in una piccola proprietà a circa cinque km da Berna, sulla riva dell'Aar, tra una collina e una foresta, un paesaggio amato che indirizzò i suoi futuri sentimenti verso la natura. All'epoca la botanica (dalle piante si ricavano gran parte dei medicamenti) faceva parte del bagaglio professionale di ogni medico, e certo Haller l'avrà studiata già a Tubinga, ma il primo contatto documentato avvenne a Leida, dove il venerato maestro Boerhaave nella stagione propizia aveva l'abitudine di iniziare ogni giornata didattica con una rituale visita all'orto botanico, circondato dai suoi studenti. La botanica era già una passione per l'amico Gessner, che prima di spostarsi a Leida aveva raccolto un erbario nello zurighese e sulle Alpi. È possibile che, quando studiavano insieme a Basilea, sia stato lui a proporre di percorrere a piedi i distretti alpini della Svizzera occidentale e centrale durante le vacanze accademiche, anche e soprattutto per raccogliere piante. Se fino ad allora per Haller il loro studio aveva fatto parte del necessario bagaglio professionale, quel viaggio fatidico ebbe il senso di una duplice scoperta: delle Alpi e dei loro abitanti, cantati nel suo celebre poema, e delle piante alpine. Dopo il ritorno a Berna nella primavera del 1729, Haller rcominciò a dedicare il tempo libero agli studi botanici; fece molte spedizioni, brevi o lunghe, in diverse valli alpine e fino alla sua partenza per Gottinga ogni anno dedicò a questi viaggi botanici almeno un mese delle vacanze estive. Per quest'uomo iperattivo e fondamentalmente asociale, che oggi definiremmo senza mezzi termini workaholic, le lunghe escursioni, le scalate anche impegnative, il contatto con la gente semplice della montagna, la raccolta e la metodica preparazione delle piante alpine aveva anche un forte valore terapeutico. Lettore compulsivo, accompagnava la ricerca sul campo con lo studio metodico di tutto ciò che era stato scritto e si andava scrivendo sulla scienza delle piante; aveva grande venerazione per i grandi botanici del passato, e in particolare per Tournefort, la cui opera a suo parere segnava un tale spartiacque che in Bibliotheca botanica intitolerà il primo tomo "Epoche prima di Tournefort" e il secondo "Da Tournefort ai nostri tempi". Tuttavia il suo approccio era totalmente diverso; anche in botanica era essenzialmente un empirico e rifiutava una netta gerarchia tra classi, ordini, generi. Il suo stesso concetto di specie era aperto e sfumato (e sorprendentemente moderno): al contrario di Linneo, che credeva nella fissità delle specie, immutate dal momento della creazione, egli aveva invece constatato che in natura la variabilità è la norma: non solo la vegetazione muta con l'ambiente e l'altitudine, ma la stessa pianta cresciuta in ambienti diversi, oppure in natura o in coltivazione, assume caratteristiche differenti. Strumento essenziale per studiare questa variabilità era l'erbario, dove raccoglieva molti esemplari della stessa pianta in diversi stadi di sviluppo raccolti in più località e habitat. Mentre andava preparando un'opera complessiva sulla flora svizzera, pubblicò su varie riviste scientifiche brevi articoli di argomento botanico o monografie su generi specifici, come De alii genere naturali (1745); infine nel 1742, diede alle stampe la prima versione della sua flora svizzera, Enumeratio methodica stirpium Helvetiae indigenarum, in due volumi, corredati da 24 eccellenti tavole disegnate dal pittore ginevrino Jean Huber e incise dall'artista di Gottinga G.D. Heumann. Mentre il suo amico Johannes Gessner fu uno due primi ad adottare il sistema linneano, Haller lo considerava del tutto lontano dalla natura; si sforzò dunque di creare un proprio sistema "naturale" basandosi su un insieme di caratteristiche, e in particolare la mancanza o la presenza di fiori e semi, le caratteristiche dei fiori e quelle dei semi. A inaugurare l'opera sono le tre classi delle "piante apetale prive di stami", ovvero alghe, funghi, licheni, "piante apetale prive di stami cospicui", ovvero muschi, licopodi, marsilie, "piante con semi prive di fiori e apici cospicui", ovvero le felci. Seguono le piante "dotate di petali e stami cospicui", suddivise in un numerose classi, generi e ordini (una categoria inferiore al genere, corrispondente grosso modo al sottogenere). Di ogni specie è data una breve diagnosi, che ne è anche il nome polinomiale, seguita dai sinonimi degli autori precedenti, una descrizione più dettagliata, informazioni sulla localizzazione e l'habitat (mai così attente e dettagliate in nessun autore precedente); concludono, ove noti, gli eventuali usi medici e economici. Rilevante per il gran numero di specie descritte e per l'attenzione riservata a distribuzione e habitat, l'opera è particolarmente notevole per le crittogame, molte delle quali descritte per la prima volta. Essa fu pubblicata a Gottinga, che Haller aveva trasformato in un importante centro di studi botanici con la creazione di un orto botanico che si ispirava a quello di Leida. Presto si arricchì di piante fatte venire dai quattro angoli del mondo e divenne una delle principali attrazioni della città. Haller ne diede anche il catalogo; inoltre completò e pubblicò Flora jenensis di Heinrich Bernhard Ruppius. Intanto continuava ad arricchire il suo erbario grazie agli invii dei suoi corrispondenti, perfezionava il suo sistema e meditava una seconda edizione della sua flora. A dare nuovo impulso alle sue ricerche sulla flora elvetica fu però la nomina a sovrintendente delle saline e il trasferimento a Roche, nel cuore delle montagne del Vaud. Riprese a percorrere le montagne, ma soprattutto ingaggiò, perché raccogliessero per lui, le guardie forestali delle saline; i più attivi ed abili si rivelarono Pierre e Abraham Thomas. Anche altri raccoglievano per lui; citiamo almeno il giovane Horace Bénédict de Saussure che fece la sua prima escursione nella Valle di Chamonix proprio come raccoglitore di von Haller. Il risultato non fu una semplice seconda edizione, ma una nuova opera fortemente ampliata, Historia stirpium indigenarum Helvetiae inchoata, in tre volumi, pubblicata a Berna nel 1768. Secondo Cuvier, "a quei tempi era la più ricca flora d'Europa". Arricchito era anche l'apparato iconografico, con 25 tavole aggiuntive. Complessivamente, tra piante da fiore, felci, muschi, licheni, alghe e funghi, le specie trattate sono circa 2000; quelle descritte per la prima volta, prevalentemente alpine, sono circa 300. Il primo volume si apre con una prefazione di enorme importanza storica, De plantis Helveticis, in cui von Haller illustra le caratteristiche geografiche, climatiche, geologiche del paesaggio svizzero, individua una serie di ambienti naturali e analizza la distribuzione delle specie in base all'altitudine e al clima, giungendo anche a definire diverse associazioni vegetali. È insomma un vero saggio di fitogeografia che non mancherà di influenzare Humbold. Rispetto all'ancora incerto sistema di Enumeratio methodica, Haller ha fatto enormi passi nella ricerca di un sistema naturale; ora le piante sono raggruppate in diciannove classi, a partire da quelle dotate di petali e stami fino ai funghi ("plantae staminibus nullis"), procedendo quindi in ordine inverso rispetto all'opera precedente. Siamo ancora lontani dal sistema naturale basato sul concetto di famiglia (anche se qualche famiglia naturale fa qua e là capolino), ma del sistema di Haller si ricordò anche de Candolle. De Candolle ruppe con il sistema sessuale di Linneo a favore di sistema naturale, ma mantenne la nomenclatura binaria. Invece von Haller rimase ostinatamente legato alla tradizionale nomenclatura polinomia. Le motivazioni sono molteplici; c'entravano il rispetto per la tradizione e i grandi botanici del passato, la rivalità personale con Linneo, ma soprattutto per lui era inaccettabile una nomenclatura basata sui concetti di genere e specie; abbiamo già visto che concepiva le specie in modo diverso da Linneo; quanto al genere, a parte qualche caso evidente, distaccandosi anche dall'ammirato Tournefort, lo riteneva un'unità artificiale, una creazione speculativa dei botanici. Non comprendendo l'importanza di separare la denominazione dalla determinazione, riteneva i nomi binomi inadeguati e imprecisi. Questa scelta gli costò cara: dato che la nomenclatura binomiale è diventata lo standard, le specie da lui scoperte, prive di un nome binomiale valido, oggi portano nomi stabiliti da altri; qualcuno lo recuperò, adattandolo, il suo discepolo de Saussure. Alle offese, si risponde con un fiore Fin dalla gioventù, quando si alienò i maggiorenti di Berna con le sue satire, von Haller non si tirava indietro quando si trattava di polemizzare. Polemizzò con Voltaire, di cui lui, luterano profondamente religioso, detestava l'irriverenza, il teismo e la filosofia pessimistica della storia; con il materialismo di La Mettrie, che riduceva il corpo umano a una macchina; con le idee politiche di Rousseau, che pure era un grande ammiratore della sua flora. E soprattutto, polemizzò instancabilmente contrò Linneo, il suo sistema, i suoi nomi, la sua pretesa di essere il "principe dei botanici" e il "nuovo Adamo" che aveva ribattezzato piante e animali. Nelle sue lettere a de Saussure, lo chiamava sarcasticamente "il tiranno del Nord". Al di là delle concezioni profondamente diverse della botanica, contavano molto anche tratti caratteriali e il desiderio di entrambi di imporre la propria supremazia sulla "repubblica delle lettere". Un contemporaneo svedese ebbe a dire: "Assomigliavano a Cesare e Pompeo. Uno, il nostro Linneo, non tollerava uguali, e l'altro, Haller, non tollerava superiori. E vice versa". Per qualche anno i due avevano manifestato reciproca stima, furono addirittura amici di penna e corrisposero a lungo. Nonostante le critiche di Haller alla sua Flora svecica (1743), Linneo manifestò grande apprezzamento per la trattazione della crittogame di Enumeratio methodica e nel 1747 favorì l'ammissione di Haller all'Accademia svedese delle scienze. Poi le cose incominciarono a guastarsi, tra insinuazioni e pettegolezzi dei reciproci entourages, e nel 1749 le relazioni si interruppero definitivamente. Nelle sue recensioni per la rivista di Gottinga, lo svizzero demolì sistematicamente le opere dello svedese e addirittura tra il 1750 e il 1753 incaricò il figlio Gottlieb Emanuel di scrivere una serie di pamphlet contro Linneo. Bisogna ammettere che in questo scontro il più signorile fu quest'ultimo: come aveva promesso al comune maestro Boerhaave non interveniva mai di persona nelle polemiche, e in Species plantarum fu abbastanza magnanimo da confermare la dedica al rivale di un genere che aveva istituito ai tempi della loro amicizia, in Hortus Cliffortianus, Halleria "in onore del dottissimo botanico Albrecht Haller, professor di botanica a Gottinga". E non si tratta di una pianta sgradevole e puzzolente, come la Siegesbeckia affibiata all'odiato Siegesbeck, o di un ritratto vegetale per lo meno ambiguo come Milleria per un altro pervicace oppositore delle denominazioni binomiali, Philip Miller. Le sudafricane Halleria lucida e H. elliptica, le due specie note a Linneo, sono infatti piante di sontuosa bellezza, potremmo dire un omaggio regale. Il genere Halleria (Stilbaceae, in precedenza Scrophulariaceae) comprende cinque specie di alberi e arbusti diffusi nell'Africa tropicale e meridionale e in Madagascar. Per i loro fiori spettacolari in inglese sono dette Tree fuchsia, fuchsia arborea, anche se con le vere fucsie non hanno alcuna parentela. Il centro di diversità è il Sudafrica, dove sono presenti tre specie su cinque, una delle quali (H. ovata) endemica; H. ligustrifolia e H. parviflora sono endemiche del Madagscar; H. lucida ha un ampio areale che va dall'Etiopia al Sudafrica, mentre H. elliptica ha distribuzione disgiunta (Malawi, Sudafrica, Madagascar). La specie di maggiore diffusione è anche probabilmente la più attraente. H. lucida è un piccolo albero dalla chioma arrotondata, con rami elegantemente arcuati e foglie lucide persistenti; diventa spettacolare al momento della fioritura, quando si ricopre di fiori tubolari da arancio a rosso mattone, raccolti in infiorescenze a grappolo alle ascelle delle foglie o portate direttamente sul tronco. Molto attraenti anche i frutti, bacche dapprima verdi poi nere a maturazione, eduli, di sapore dolce ma tendenzialmente allappanti. I fiori sono ricchi di nettare e sono impollinati da uccelli nettarini. Non è raro che un genere celebrativo onori allo stesso tempo due persone: un padre e un figlio, come Tradescantia per i due John Tradescant, due fratelli come Bauhinia per Jean e Gaspard Bauhin, magari due ricercatori che hanno collaborato, come Whitesloanea per gli specialisti di Cactaceae A. C. White e B. L. Sloane. Tuttavia è certo eccezionale il caso del genere Thomasia che celebra ben cinque persone, ovvero tre generazioni della stessa famiglia, quella dei raccoglitori e commercianti di piante svizzeri Thomas. A inaugurare la serie è a metà Settecento Pierre, guida e raccoglitore di Albrecht von Haller; quindi suo figlio Abraham, che ne prosegue l'attività e collabora con molti botanici affascinati dalle piante alpine; infine i suoi tre figli Philippe, esploratore della flora sardo-corsa, Louis, grande raccoglitore della flora calabra e collaboratore di Tenore, e Emmanuel, che trasformò la raccolta di piante e semi in un'impresa commerciale di successo. Tutti insieme scrissero una pagina importante della scoperta delle piante svizzere (ma anche italiane). I fondatori: Pierre e Abraham Nel 1754 il grande scienziato Albrecht von Haller venne nominato sovrintendente delle saline del distretto di Aigle nel Vaud, di proprietà del cantone di Berna. Egli prese molto sul serio l'incarico, benché gli garantisse entrate più che modeste: gli permetteva infatti di ritrovare l'amato paesaggio delle Alpi, alle quali in gioventù aveva dedicato un celebre poema, e di riprendere le ricerche sulla flora svizzera, in vista della seconda edizione ampliata della sua Enumeratio metodica stirpium Helvetiae indigenarum (la prima edizione era uscita nel 1742). Dal 1758 al 1764 visse nel castello di Roche, come un po' pomposamente veniva chiamata la dimora del sovrintendente, vi traferì la sua immensa biblioteca, il suo studio e il suo laboratorio; finché l'età e la salute glielo permisero, percorreva regolarmente le foreste e le montagne del distretto, sia per assolvere le sue funzioni sia per raccogliere piante e studiarle dal vivo. A fargli da guida erano le guardie forestali dipendenti dalle saline, alle quali demandò la raccolta di piante, quando per lui si fece difficile salire in montagna, o, come si espresse poeticamente, "alzarsi come un uccello sulle altezze". Insegnò loro a raccogliere e seccare correttamente gli esemplari, a distinguere le piante rare, a osservare e annotare i luoghi di raccolta, le condizioni di crescita, gli habitat. Nella prefazione a Historia Stirpium Indigenarum Helvetiae Inchoata, Haller ricordò con gratitudine i nomi di alcuni di loro; tra tutti spiccano quelli di Pierre Thomas (1708-1781) e di suo figlio Abraham (1740-1824). Pierre era un montanaro di Frenières; abitava con la moglie Madeleine in uno chalet della frazione di Les Plans, situata a circa 1000 metri in una valle circondata da imponenti monti calcarei; dai documenti risulta che fu assunto ufficialmente come guardia forestale delle saline nel 1761, ma il suo incontro con Haller risale a diversi anni prima. Anche se la sua istruzione era quella modesta dell'abitante di un piccolo villaggio di montagna, era dotato di intelligenza naturale, di una grande capacità di osservazione ed era un camminatore instancabile; a cementare l'insolita amicizia tra questo montanaro taciturno e il patrizio bernese Haller, il comune amore per la montagna e le sue piante. Pierre dapprima lo accompagnò alla scoperta delle montagne che circondano Les Plains, poi percorse per lui alla ricerca di piante il Vallese, i Grigioni e si spinse fino alle Alpi italiane. Ecco l'itinerario di uno di questi viaggi: nel 1763, partito da Bex, Pierre, attraverso il passo di Cheville che collega il Vaud con il Vallese raggiunse Zermatt, quindi passò in Valtournenche, rientrando attraverso il colle del Gran San Bernardo. Gli era compagno il figlio Abraham, che partecipava alle raccolte paterne fin da bambino; era così abile e sveglio che appena diciottenne fu inviato da Haller ad esplorare da solo l'area del Furka. L'opera di Haller aveva attirato l'attenzione dei botanici sulla flora delle montagne svizzere e il ritorno dello studioso a Berna (il suo incarico terminò nel 1764) non mise fine alle attività botaniche di Pierre ed Abraham, che anzi si trasformarono in un piccolo commercio. I Thomas accompagnavano i visitatori come guide in spedizioni botaniche, raccoglievano e preparavano esemplari per i collezionisti; si deve probabilmente a Abraham la creazione di un piccolo orto botanico dove seminava piante alpine destinate soprattutto alla produzione di sementi e piante vendute a radice nuda. Nel 1775, per essere più vicini ai potenziali clienti, i Thomas trasferirono la loro abitazione a Fenalet, a metà strada tra i Plans e Bex. Pierre incominciava a sentire il peso dell'età; nel 1764 chiese alla direzione delle saline di essere affiancato come guardia forestale dal figlio, che nel 1779 gli subentrò. Due anni dopo Pierre moriva all'età di 73 anni. Grazie alle testimonianze dei diversi visitatori che nell'ultimo quarto del secolo frequentarono la casa di Fenalet, trasformata in un vero e proprio cenacolo di botanica da Abraham, conosciamo il figlio molto meglio del padre. Il giardiniere e botanico Thomas Blaikie (il creatore del parco di Bagatelle) che fu più volte ospite dei Thomas nel 1775, ha scritto di lui: "superava suo padre in intelligenza. Era dotato di un'agilità, di un vigore e di una memoria stupefacenti, accompagnati da un vero genio per l'osservazione". Un altro habitué, il poeta tedesco Matthison, afferma: "quest'uomo conosce a memoria e in modo esatto la flora alpina [...]. Mostrategli una qualsiasi montagna del Vallese o del distretto di Aigle: vi indicherà in modo infallibile le piante di ogni zona, il mese di fioritura, se all'ombra o al sole, nelle paludi o vicino a una sorgente, nel bosco o tra le rocce". Furono molti i visitatori che approfittarono della sua sapienza (e della sua agilità: sempre secondo Matthison, già vecchio nelle arrampicate ancora sfidava camosci e stambecchi)le della generosa ospitalità di sua moglie Marie-Susanne-Catherine Echenard - una grande appassionata di mitologia, sempre con un libro in mano mentre si occupava della cucina e delle faccende di casa: il botanico ginevrino Jacques Roux, il naturalista di Nechâtel Louis Perrot, il pastore e botanico Gaudin, autore di Flora helvetica, l'allievo di questi Jacques Étienne Gay, il canonico Laurent-Joseph Murith, autore del primo libro dedicato alla flora del Vallese, Le guide du botaniste qui voyage dans le Valais, che molto deve all'assistenza di Abraham Thomas e di suo figlio Louis, costante compagno di viaggio del canonico. Murith collezionava anche minerali, conchiglie e fossili, che probabilmente su suo suggerimento andarono ad aggiungersi agli oggetti naturali raccolti e forniti dai Thomas. In quarant'anni di attività, Abraham fece progredire la conoscenza delle piante alpine, percorrendo e ripercorrendo le valli di Saas, Saint-Nicolas, Bagnes, Anniviers, Hérens e Binn, le pendici del Gran San Bernardo, del Cervino, del Monte Moro e i passi del Sempione, del Gries, del Furka, del Grimsel, della Gemmi, e molti altri. Stimato dai concittadini, nel 1781 fu nominato "giustiziere e consigliere di Bex per la competenza di Fenalet". Intorno al 1802, la famiglia si spostò ai Dévens, dove Abraham fece costruire per la comodità dei suoi ospiti la "casa rossa", attorno alla quale trasferì il suo orto botanico alpino. Una sola cosa mancava a quest'uomo ammirevole: il senso degli affari. Era troppo generoso con i suoi clienti, che considerava più che tali amici ed ospiti, per arricchirsi con il commercio di exsiccata, sementi, minerali, conchiglie, e di un "tè svizzero" la cui formula gli era stata insegnata da von Haller in persona. Mme la justicière trattava fin troppo generosamente i visitatori che, tra una scalata e l'altra, erano ospiti dello chalet di Fenalet e il marito non di rado inseriva una pianta rara, a titolo gratuito, nel plico di un invio. Intanto la famiglia cresceva: la coppia Thomas ebbe sette figli, due femmine e cinque maschi, ma solo tre raggiunsero l'età adulta: in ordine di età, Philippe, Louis e Emmanuel. I figli: Philippe, Louis e Emmanuel Come il nonno e il padre, i tre ragazzi Thomas avevano la botanica nel DNA. Fin da piccoli furono abituati a percorrere le montagne e ad imparare a distinguere le piante direttamente dal libro della natura, ma contrariamente a loro poterono anche viaggiare e godere di un'educazione formale. Quello che conosciamo meno è il maggiore dei tre sopravvissuti, Philippe (Pierre-Philippe-Louis, 1782-1831), al quale finora non è stato dedicato alcun studio approfondito, nonostante la sua importanza tra i primi esploratori della flora corso-sarda. Sappiamo che studiò medicina e che, oltre che in Svizzera e sulle Alpi, fece raccolte nei Pirenei. Nel 1814 fu la guida di William Jackson Hooker in un ampio viaggio in Svizzera. In una lettera di diversi anni dopo a Henry Fox Talbot, Hooker lo ricorda così: "Il Thomas che mi accompagnò in larghissima parte della Svizzera era Philippe; lo considero un compagno eccellente e onorevole, profondo conoscitore della botanica dell'intero paese [...]. Thomas intendeva visitare alcune isole del Mediterraneo". Qualche anno dopo avrebbe realizzato il suo sogno trasferendosi come medico a Cagliari, dove giunse tra il 1823 e il 1825. Presto entrò in contatto con Moris, di cui divenne uno dei più assidui collaboratori; in Flora sardoa, è citato quasi cento volte per esemplari raccolti sia in Sardegna, sia (sono i più numerosi) in Corsica. Doveva spedire regolarmente le sue raccolte al fratello Emmanuel che vendette piante sarde a musei, orti botanici e collezionisti. Ne troviamo un elenco nei due cataloghi (Catalogue des plantes de Sardaigne, qui se vendent chez Emmanuel Thomas, à Bex), pubblicati da Emmanuel rispettivamente nel 1837 e nel 1841. All'epoca però Philippe era già morto; morì infatti a Cagliari nel 1831. Un ruolo ancora più importante di quello di Philippe per la flora sardo-corsa ebbe Louis (Charles-François-Louis-Alexandre, 1784-1823) per la flora del regno di Napoli. Anch'egli naturalmente ricevette l'addestramento paterno en plein air e fu frequente compagno di escursioni del canonico Murith, che fu dunque il suo secondo maestro. Aveva ereditato dal nonno e dal padre l'occhio clinico e ancora ragazzo scoprì nuove specie. Ma fece anche buoni studi: studiò latino e scienze naturali, quindi si spostò a Parigi e al Jardin des Plantes seguì le lezioni di botanica di Desfontaines e quelle di mineralogia di Haüy. Quindi viaggiò nel sud della Francia, nella Repubblica di Genova, in Piemonte e in Lombardia, dove frequentò per qualche tempo l'università di Pavia. Ritornato in patria, fu nominato guardia forestale del distretto di Aigle. Probabilmente progettava di rimanere in Svizzera e di rilanciare su basi economicamente più solide l'attività di famiglia. Seguendo l'esempio di un vicino e concorrente, J.-C. Schleicher, un farmacista di origine tedesca considerato l'inventore del primo catalogo commerciale di piante, Louis predispose e fece stampare il primo Catalogue de plantes suisses, pubblicato intorno al 1806. Nell'avvertenza ai lettori, Louis scrive: «Sull'esempio di mio padre, al quale l'immortale Haller ispirò il gusto per la botanica, consacrandone il nome nei suoi scritti, anch'io, fin dalla più tenera giovinezza ho dedicato gran parte del mio tempo a percorrere diverse parti della Svizzera, e soprattutto le Alpi, nelle cui vicinanze abito. Avendo così formato una numerosa collezione di piante, di cui posso fornire agli amatori esemplari ben preparati, così come semi e radici di specie rare che io coltivo a tale scopo in un giardino, ho ritenuto di dover porre sotto gli occhi del pubblico il catalogo di queste piante. Avrei potuto aumentarlo con un gran numero di specie comuni che non mi è sembrato necessario nominare; tuttavia coloro che desiderano procurarsi un erbario completo della Svizzera lo troveranno presso di me». Forse alla fine del 1806 o all'inizio del 1807, il giovane botanico slesiano Berger, in viaggio per le Calabrie da poco riconquistate dai francesi, di passaggio in Svizzera propose a Louis di unirsi a lui nell'esplorazione della flora di quella regione ancora tutta da scoprire. Egli accettò e i due, muniti di salvacondotti, poterono fare ampie raccolte, che poi affidarono per la pubblicazione a Michele Tenore. Sulla strada del ritorno, erborizzarono in Puglia, quindi rientrarono a Bex dove si divisero. Ma Louis non rimase a lungo in patria; egli soffriva di una grave forma di asma, aggravata dal rigido clima alpino. In Italia era entrato in contatto con Louis Reynier, un funzionario originario del Vaud, appassionato di botanica; nel 1808 Murat lo nominò direttore delle poste e responsabile delle foreste. In questa veste, egli offrì a Louis Thomas l'incarico di ispettore forestale delle due Calabrie. Egli assolse così bene questa funzione che il governo borbonico gli mantenne l'incarico, aggiungendovi anzi la direzione di una salina. Con le sue raccolte della flora calabra, diede un prezioso e imponente contributo alla Flora napoletana di Tenore che così scrive di lui "diligentissimo e dotto botanico, corrispondente al Real Giardino per le Calabrie", arrivando addirittura a definirlo "divus Thomas". Anche se non pubblicò nulla, il suo contributo è ricordato dalle numerose specie da lui scoperte e dedicatogli da Tenore: Crocus thomasii, Sison thomasii, Cerastium thomasii, Quercus thomasii, Ranunculus thomasii, Campanula thomasii. Purtroppo anche in Calabria la sua asma andò progressivamente aggravandosi e Louis Thomas morì nel 1823, a soli 39 anni. A portare avanti gli affari di famiglia rimaneva il solo Emmanuel (Abraham Louis Emmanuel 1788-1859). Aveva ricevuto la stessa educazione dei fratelli e ne condivideva la competenza botanica e l'occhio del raccoglitore, ma in più aveva il senso degli affari. Fu lui a trasformare il piccolo commercio avviato dal nonno e dal padre in un'impresa commerciale di risonanza europea. Come il nonno Pierre aveva scoperto la botanica grazie a Haller, così Emmanuel trovò un amico in un grande studioso, Jean de Charpentier. Nominato direttore delle saline nel 1813, egli le rilanciò, sostituendo l'estrazione diretta del salgemma allo sfruttamento delle acque delle sorgenti salate che andavano progressivamente esaurendosi. Appena arrivato a Dévens, in attesa che la direzione delle saline gli costruisse una casa, Charpentier si stabilì al primo piano della casa rossa, mentre i Thomas abitavano al piano terra. Tra Emmanuel Thomas e Charpentier si stabilì una grande amicizia e uno scambio scientifico, che andava nelle due direzioni: grazie a Charpentier, Thomas divenne un eccellente conoscitore dei minerali della Svizzera, mentre a sua volta incoraggiò Charpentier a creare un erbario e lo assisté nella stesura della sua unica opera di botanica (Catalogue des plantes qui croissent spontanément dans les districts d'Aigle). Ma soprattutto, la presenza di Charpentier (divenuto una celebrità europea per i suoi studi sui ghiacciai) attirò ai Dévens molti rinomati naturalisti. La casa rossa e la casa del direttore delle saline sorgevano l'una vicina all'altra e le piante - alpine ma anche esotiche - passavano da un giardino all'altro, così come i visitatori. Tra di loro, per citare solo qualche nome più familiare agli amanti della botanica, troviamo Alphonse de Candolle, Adrien de Jussieu, Jean Gaudin, Jean Muret, creatore del più completo erbario della flora svizzera; tra i geologhi, Charles Lardy, Elie de Beaumont, Leopold von Buch, Louis Agassiz. L'attività commerciale di Emmanuel è testimoniata dai tre cataloghi (Catalogue des plantes suisses qui se vendent chez Emmanuel Thomas à Bex) che egli pubblicò tra il 1818 e il 1841, cui vanno aggiunti i due già citati cataloghi di piante sarde e due supplementi, usciti rispettivamente nel 1842 e nel 1853. Il più ricco è quello del 1837 che offre più di 600 generi e quasi 2000 specie. Il grosso è costituito da gimnosperme e angiosperme, ma c'è anche una discreta scelta di felci e qualche equiseto e licopodio. Il catalogo del 1841 è invece interamente dedicato alle crittogame e ai licheni, per reggere la concorrenza di Schleicher che era uno specialista di muschi e licheni. Per mettere insieme le collezioni, Emmanuel Thomas continuava a raccogliere in natura, viaggiava molto raccogliendo anche in Piemonte, nelle Alpi italiane, in Austria; per curare le relazioni con la sua clientela internazionale (musei, orti botanici, studiosi, grandi collezionisti) fu anche a Vienna, Parigi, Londra, dove visitò l'esposizione universale. Una parte dello stock di piante vive e semi, probabilmente minoritaria, era coltivata nel giardino-vivaio di Dévens, di cui però non conosciamo l'estensione (dunque neppure le capacità produttive). I prezzi erano modici e le consegne relativamente rapide. Una delle specialità erano le conifere. Nel 1807 già Abraham Thomas pubblicò una memoria sull'utilità di pini e abeti per il rimboschimento. Tra il 1835 e il 1872, la famiglia Thomas consegnò 250.000 pianticelle e più di quattro tonnellate di semi di larice, abete rosso e bianco, pino cembro e altre conifere. Il cliente più importante era il cantone del Vaud, ma molte piante venivano inviate in altre parti della Svizzera, in Francia o addirittura in Inghilterra. Il commercio delle conifere acquistò sempre più importanza mano a mano che ne perdeva quello di exsiccata e piante rare. Dopo la morte di Emmanuel nel 1859, la ditta continuò sotto la direzione del figlio Jean-Louis (1824-1886) e poi dei suoi discendenti, ma i tempi d'oro erano terminati. Gli erbari dei musei e dei grandi orti botanici possedevano già esemplari anche delle piante svizzere più rare e tenere un erbario non era più un hobby alla moda, la concorrenza era sempre più forte e nessuno cercava più guide alpine esperte di piante. Il cliente principale divenne il vivaio Vilmorin, al quale i Thomas inviavano piante vive e sementi. Sempre più in crisi, resistettero fino al 1900, quando la ditta cessò di esistere. Ai Dévens si possono ancora vedere la casa rossa e la casa grigia, che Emmanuel fece costruire intorno al 1825, poco dopo la nascita dell'unico figlio maschio Jean-Louis. L'orto botanico di Abraham e Emmanuel è tornato ad essere un semplice orto. Tuttavia nel 1891 per iniziativa della città di Bex il botanico Ernest Wilczek, direttore dell'orto botanico di Losanna, creò un orto botanico alpino nella Valle di Nant, al di sopra dei Plans-sur-Bex, dove era iniziata l'epopea dei Thomas. Battezzato in loro onore La Thomasia, ospita un arboreto e una collezione di quasi 3000 piante alpine provenienti da tutto il mondo. Un genere australiano per i botanici delle Alpi Abbiamo già visto che Tenore dedicò al "divus Thomas" diverse specie. Lo stesso onore è toccato ai fratelli Philippe, ricordato da specie della flora corsa come Armeria thomasii (oggi A. leucocephala) o sarda come Olopitum thomasii, ed Emmanuel, ricordato da una quindicina di specie alpine. Fu però un antico ospite della famiglia, il botanico Jacques Étienne Gay, nato nel Vaud ma fattosi parigino, a celebrare allo stesso tempo tre generazioni della famiglia con la dedica cumulativa del genere Thomasia: "Ho consacrato questo genere agli svizzeri Pierre e Abraham Thomas, contemporanei di Haller, nonché ai fratelli Philippe, Louis e Emmanuel Thomas, figli di Abraham e nipoti di Pierre, che, presi da fervido amore per la botanica, per un sessantennio non cessarono di percorrere le montagne e di conquistare piante per l'uso dei botanofili, che infine, grazie allo loro operosità, diedero un catalogo della flora svizzera tale che oggi essa è considerata tra le più ricche della superficie terrestre". A questi instancabili raccoglitori della flora elvetica però Gay non dedicò un genere svizzero e neppure alpino: le circa trenta specie del genere Thomasia (famiglia Malvaceae, in precedenza Sterculiaceae) sono infatti endemiche dell'Australia sud-occidentale, eccetto T. petalocalyx che è nativa del Victoria nell'Australia sud-orientale. Vivono in diversi ambienti, che vanno dalle dune sabbiose e gli affioramenti rocciosi, come T. sarotes, al sottobosco delle boscaglie come T. solanacea, alle brughiere come T. purpurea, alle foreste di eucalipti come T. petalocalyx. Sono arbusti da nani a medi, spesso con foglie molto decorative e fiori dai colori pastello resi spettacolari non dai petali, assenti o piccoli e non appariscenti, ma dai sepali che formano corolle a coppa o a campana piatta che ricordano un po' quelle dei Solanum. Tra le più notevoli, T. purpurea che al momento della fioritura si ricopre letteralmente di racemi color malva; T. quercifolia, con foglie molto attraenti e fiori rosa-porpora; T. pygmaea, che forma cespugli bassi e compatti ed è adatta anche alla coltivazione in contenitori. Molto apprezzate dal giardinaggio australiano, anche perché molte sono piante da sottobosco che ben si adattano agli angoli ombrosi, sono praticamente sconosciute in Europa. Alcune specie erano commercializzate nei cataloghi ottocenteschi e risulta che nel giardino Ricasoli sul Monte Argentario verso la fine del secolo si coltivasse, insieme a moltissimi altri arbusti australiani, anche T. solanacea. A parte qualche vivaio californiano, oggi non sembra siano commercializzate al di fuori dell'Australia. Firenze è la sede dell'Erbario centrale italiano, il più grande del nostro paese e uno dei primi dieci al mondo. L'importante collezione di briofite risale al lascito di un medico svizzero appassionato di botanica che si traferì in Italia e si fece fiorentino: Émile Levier. Raccoglitore meticoloso ed entusiasta, erborizzò non solo in Toscana, ma anche in Campania, in Abruzzo, nelle Alpi e, al di fuori dei nostri confini, partecipò a quattro spedizioni in aree all'epoca poco conosciute. Quando le briofite (muschi ed epatiche) occuparono il centro dei suoi interessi, con raccolte proprie e con l'apporto di una gigantesca rete internazionale, creò un vastissimo erbario briologico che dopo la sua morte passò appunto all'Erbario centrale. Lo ricorda l'esotico genere Levieria. Piante montane e briofite Il 21 agosto 1875 due escursionisti affrontano l'impegnativa scalata del Corno grande del Gran Sasso. Sono il medico Émile Levier e sua moglie Mathilde. A motivarli, più della passione sportiva, è l'amore per le piante. Émile (ma da quando dalla nativa Svizzera si è trasferito a Firenze non gli spiace essere chiamato Emilio) è infatti un appassionato botanico e da quando vive in Italia dedica l'estate e tutto il tempo lasciato libero dalla professione medica all'esplorazione della flora e da qualche tempo l'Abruzzo è diventato la sua area di caccia preferita. Sui ghiaioni e nelle fessure delle rocce attorno ai 2700-2900 metri, vivono numerose specie rupicole: Levier riconosce Papaver alpinum (oggi Oreomecon alpina), Draba cuspidata e l'endemismo appenninico Cerastium thomasii. È Mathilde la prima a notare una piccola specie a pulvino con fiori ormai secchi. I due Levier ne raccolgono pochi esemplari per l'erbario. Nel luglio dell'anno successivo la pianticella viene rinvenuta in piena fioritura al di sopra del Campo di Giove sulla Majella da due dei numerosi corrispondenti botanici di Émile, Pierre Edmond Boissier e Louis Leresche, anch'essi svizzeri e appassionati raccoglitori. Gli esemplari prontamente e generosamente condivisi con Levier gli confermano che si tratta di una specie inedita di Androsace; la battezza doverosamente A. mathildae, in onore della "coraggiosa moglie che per prima vide la rara pianticella durante l'ascensione del Gran Sasso [...] e con me ne raccolse pochi esemplari". Segnalata solo in Abruzzo, appunto sulle pendici del Gran Sasso e della Majella, questa deliziosa piccola pianta è forse il più prezioso rinvenimento di Émile Levier (1839-1911). Nato a Berna, dove si laureò in medicina e per tre anni prestò servizio negli ospedali cittadini, dopo un anno trascorso a Parigi come medico interno, nel 1865 si trasferì a Firenze aprendo uno studio di medico-chirurgo. Apprezzato per le capacità professionali, l'affabilità e la conoscenza delle lingue, era ricercato soprattutto dalla folta colonia di stranieri che viveva nella capitale toscana. Per diversi anni, nel periodo estivo prestò servizio come medico termale ai Bagni di Bormio in Valtellina e per qualche estate a Boscolungo nel Pistoiese (oggi è la nota stazione sciistica dell'Abetone). Amava questi soggiorni in montagna perché gli offrivano molte occasioni per coltivare la sua passione per la botanica, nata nell'adolescenza grazie all'amicizia con Charles-Henri Godet. Dotato di "memoria ferrea, occhio sicuro e acuto" (come scrisse Sommier nel suo elogio funebre) era un raccoglitore nato. Dopo il trasferimento a Firenze, iniziò ad esplorare dapprima la flora dei dintorni, per poi allargare sempre più il raggio delle sue esplorazioni. Infatti nella capitale toscana trovò un ambiente assai stimolante; le sue ricerche furono incoraggiate da Filippo Parlatore, impegnato nella pubblicazione della sua Flora d'Italia, e da Teodoro Caruel che si avvalse di molti suoi materiali per i supplementi al Prodromo della flora toscana. Strinse poi una fervida amicizia con Stefano Sommier che, come vedremo, fu suo compagno nella sua più impegnativa avventura botanica. In Italia erborizzò, oltre che in Toscana, nelle Alpi Retiche, nella penisola sorrentina, a Capri, ad Ischia e ripetutamente in Abruzzo dove, oltre al Gran Sasso e alla Majella, esplorò il Monte Velino, Scanno e l'Altopiano delle Cinquemiglia, sempre riportando copiose raccolte che condivise generosamente con il Museo botanico fiorentino, pur andando a costituire anche un ricco erbario personale, accresciuto da scambi con i numerosissimi corrispondenti. Fuori d'Italia, partecipò a quattro spedizioni. Nel 1878 e poi nuovamente nel 1879 visitò il nord della Spagna e del Portogallo con Boissier e Leresche, come lui membri della Société botanique de Genève ; il capo incontestato della spedizione era il più esperto e noto Boissier, mentre a Levier, il solo medico, spettava il compito di "curare i suoi colleghi se si fossero ammalati, senza per questo perdere il suo diritto ad erborizzare". Inoltre, si contava sulla sua energia, visto che era "più giovane della metà e perciò più agile". Il momento culminante della spedizione fu l'esplorazione del Pico de Europa, all'epoca largamente inesplorato, dove i tre botanici poterono raccogliere molte piante alpine, tra cui una nuova specie di Pimpinella pubblicata da Leresche come P. siifolia (oggi Parapimpinella siifolia). Ma Levier poté anche approfittare del "diritto ad erborizzare" per fare un'ampia raccolta di muschi (oltre cento specie e varietà). Ne leggiamo l'elenco in Deux excursions botaniques dans le nord de l'Espagne et le Portugal en 1878 et 1879, scritto a quattro mani da Levier e Leresche. Nel 1880 esplorò la Corsica con Charles Forsyth Major, studiando in particolare le piante montane e le affinità e le differenze con la flora sarda; infine nel 1887 fu la volta di un viaggio di quattro mesi nel Caucaso con Sommier, nel corso della quale i due esaminarono la vegetazione di 85 località diverse, raccogliendo più di diecimila esemplari che poi descrissero in Enumeratio plantarum anno 1890 lectarum. Inizialmente, Levier si occupò di angiosperme, pubblicando una serie di rilevanti lavori sull'origine e la diffusione dei tulipani in Italia e in Europa, ma poi il centro del suo interesse si spostò sempre più verso le crittogame, in particolare i muschi e le epatiche (secondo Sommier "materia adattattissima [sic] al Levier, così oculato indagatore delle cose minute"). L'assidua ricerca di briofite lo portò in Toscana, in Valtellina, nell'alto Novarese e in Valle d'Aosta. Per procurarsi esemplari esotici creò una rete di corrispondenti - così vasta da essere stata definita "universo" - che includeva amici, viaggiatori, missionari, funzionari coloniali. Forse per eccessivo perfezionismo, pubblicò poco, ma diede un enorme contributo ai lavori altrui riorganizzando materiali, determinando esemplari, abbozzando studi che poi altri avrebbero completato. Per anni scrisse contributi e accumulò materiali per una monografia sul genere Riccia, per la quale preparò anche perfette tavole a colori (era un eccellente illustratore botanico), ma la morte gli impedì di completarla, così come uno studio sulla distribuzione altimetrica dei muschi. Forte fumatore, incominciò ad accusare problemi cardiaci che nel 1911 lo portarono alla morte. Una parte dell'erbario fu donato dalla vedova (Mathilde Levier, assidua compagna di escursioni botaniche) all'Erbario centrale di Firenze, il resto fu venduto dagli eredi ed acquistato sempre dalla stessa istituzione. La parte più preziosa è costituita dell'erbario briologico, creato da Levier sia con raccolte dirette sia con gli apporti dei suoi corrispondenti, fino a diventare il più vasto d'Italia. Lo è probabilmente ancora oggi, tanto da essere stato utilizzato ancora all'inizio di questo secolo come base di partenza della Flora dei Muschi d’Italia. Un omaggio dalla foresta pluviale Levier, finché la malattia non glielo impedì, fu un medico e, anche se collaborò al Museo botanico fiorentino e all'erbario, non ebbe mai alcun ruolo accademico o istituzionale (tranne che, a partire dal 1889, come membro della Società botanica italiana di cui fu più volte consigliere). Forse per questo andava a genio anche a quel bastian contrario che fu Odoardo Beccari che nel 1877 volle dedicargli il genere Levieria con parole affettuose: "È all'amico Dr. E. Levier, distinto ed appassionato cultore della botanica, che dedico questo nuovo genere". Con Levieria (famiglia Monimiaceae), dalla Toscana e dai monti d'Italia ci trasferiamo nelle foreste pluviali delle Molucche, della Nuova Guinea e dell'Australia settentrionale. Sono questi l'areale di diffusione e l'habitat delle sue sette specie, costituite da alberi o arbusti, raramente rampicanti, che vivono soprattutto nelle foreste pluviali di bassa montagna, tra 1200 e 3000 metri. Sono dioiche, con piante maschili distinguibili per i tepali separati ed arrotondati portati su un piccolissimo ricettacolo piatto e piante femminili caratterizzate da un ricettacolo a coppa usualmente quadrilobato; in fase di sviluppo le drupe rimangono esposte dall'arricciatura del ricettacolo, con i tepali al margine. Il centro di diversità è la Nuova Guinea, dove sono presenti tutte e sette le specie; una si estende alle Molucche e una al Queensland. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
June 2026
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