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Non fu un tassonomista “puro” a rivoluzionare la classificazione delle conifere, ma un giardiniere che scrisse un trattato proprio per offrire a chi le coltivava — come lui — uno strumento chiaro per riconoscerle. Così nacque il Traité général des conifères di Élie‑Abel Carrière, capo giardiniere del Jardin des Plantes di Parigi, l’opera in cui per la prima volta i pini vennero definitivamente separati da abeti, pecci, larici, cedri e tsughe. A ricordarlo non è una conifera, ma una salicacea dell’Estremo Oriente: Carrierea, omaggio di Franchet, che seppe vedere l’uomo saggio e generoso nascosto dietro la scorza quasi misantropa che Carrière amava esibire. Una rivoluzione tassonomica nata tra le aiuole Il rinnovato interesse per le conifere, inaugurato dall’opera monumentale di Lambert (A Description of the Genus Pinus) e alimentato dall’arrivo continuo di nuove specie dal Nord e Sud America, dall’Himalaya, dalla Cina, dal Giappone e dall’Australia, rese evidente la necessità di mettere ordine in un gruppo di piante che appariva insieme sempre più ricco e sempre più eterogeneo. Il primo tentativo organico in questa direzione fu Synopsis coniferarum di Stephan Endlicher (1847), in cui le conifere, sulla base di caratteri morfologici quali la struttura del seme, del cono e del fogliame, vennero classificate in cinque ordines (corrispondenti alle famiglie nella terminologia attuale): Cupressineae, Abetineae, Podocarpeae, Taxineae, Gnetaceae. Inoltre egli introdusse numerosi nuovi generi, tra cui Libocedrus, Sequoia, Widdringtonia, e trattò anche conifere fossili. L’opera di Endlicher fu il punto di partenza da cui mosse il francese Élie-Abel Carrière (1818–1896) per il suo Traité Général des Conifères; eppure, pur attenendosi rigorosamente agli ordines endlicheriani, rispettandone l’ordine di esposizione e spesso anche la struttura interna, le due opere non potrebbero essere più diverse. La sinossi di Endlicher è un repertorio conciso, in latino, destinato agli specialisti; il trattato di Carrière, scritto in francese, si rivolge invece a un pubblico ampio — orticoltori, giardinieri, amministratori di parchi, amatori e collezionisti — e tratta le conifere non come entità da classificare, ma come piante vive da osservare, distinguere e coltivare. L’occhio di Carrière non è quello del tassonomista, benché la correttezza della classificazione gli stia a cuore, ma quello dell’orticoltore. Per comprendere questa differenza di sguardo, è necessario conoscere meglio il personaggio e il percorso che lo condusse a concepire e scrivere il trattato che lo consacrò come massimo conoscitore delle conifere del suo tempo. Carrière nacque in un villaggio della Seine‑et‑Marne, in una famiglia contadina. Ricevette un’educazione rudimentale alla scuola comunale e, dopo aver lavorato fin dall'infanzia nei campi con i suoi familiare, a quattordici anni divenne ortolano. Trasferitosi a Parigi, dopo un periodo presso alcuni fiorai fu assunto al Muséum d’histoire naturelle come semplice operaio. Abile, curioso e instancabile, avanzò rapidamente fino a diventare giardiniere capo delle coltivazioni. Consapevole dei limiti della propria formazione, studiò da autodidatta scienze, latino e inglese. Dopo un breve incarico all’orto botanico di Saragozza, tornò al Muséum, dove il direttore dell’orto botanico, Joseph Decaisne, lo scelse come responsabile dei servizi di vivaio. Questo ruolo lo spinse, da un lato, a perfezionare le tecniche di moltiplicazione e ibridazione di piante spesso difficili e di recente introduzione; dall’altro, a studiare gruppi ancora poco noti. A una di queste novità dedicò il suo primo articolo, Greffe sur racines de pivoines en arbre, pubblicato sulla "Revue horticole", rivista di cui sarebbe diventato uno dei principali collaboratori e, dal 1866, redattore capo. Negli anni successivi scrisse di piante da aiuola, rose rifiorenti, tecniche colturali. Tra le piante di nuova introduzione che spesso era chiamato a moltiplicare e innestare c’erano le conifere: un gruppo al tempo stesso poco conosciuto e cruciale per il ripopolamento forestale, tema che gli stava particolarmente a cuore. Si accorse però presto che non solo mancavano testi francesi affidabili, ma anche le opere in latino, inglese o tedesco raramente rispondevano alle esigenze pratiche di chi le coltivava. Da questa constatazione nacque il progetto che sarebbe diventato il Traité Général des Conifères. Per prepararlo, Carrière lesse tutte le pubblicazioni disponibili, visitò collezioni ed erbari, e si spinse fino in Inghilterra — «il paese per eccellenza delle conifere» — per osservare dal vivo le specie descritte nei libri o segnalare quelle di cui «non trovavo traccia in alcun libro». Per mettere ordine nel caos, gli serviva un punto di partenza: lo trovò nella sinossi di Endlicher, non perché la ritenesse perfetta, ma perché era la più completa disponibile. Tuttavia, quell’opera poteva offrirgli solo una direzione, poiché — come scrisse — «il sapiente professore troppo spesso si limita ad elencare i sinonimi della specie che sta trattando senza aggiungere una descrizione, la sola che può permettere a chi coltiva le conifere di distinguere una specie dall’altra». Le descrizioni accurate, non solo delle specie ma anche delle varietà note, sono infatti uno dei punti di forza del trattato di Carrière, scritto da un giardiniere per giardinieri e arboricoltori come lui. Ma il Traité segnò anche una svolta nella tassonomia delle conifere, discostandosi dal sistema di Endlicher in due punti decisivi. Anzitutto, Carrière trasferì correttamente nelle Cupressaceae diversi generi che Endlicher aveva collocato nelle Abetineae (oggi Pinaceae). In secondo luogo — ed è la sua scelta più rivoluzionaria — ruppe la tradizione risalente a Linneo di raggruppare tutte le Abetineae nel genere Pinus, riconoscendo finalmente come generi autonomi e ben distinti Abies, Picea, Larix, Cedrus e Tsuga. Per separare Pinus dagli altri, adottò un criterio tanto semplice quanto fondato morfologicamente: da una parte le specie con aghi singoli, dall’altra i veri pini, caratterizzati da foglie riunite in fascetti di almeno due. Il Traité Général des Conifères, pubblicato in prima edizione nel 1855, segnò una svolta nello studio delle conifere e rese noto a tutti il nome del fino ad allora oscuro capo del vivaio del Jardin des Plantes. Carrière, da parte sua, continuò a essere attivissimo: pubblicò una guida alle tecniche di riproduzione (Guide pratique du jardinier multiplicateur, 1856), articoli sulla germinazione del grano e sugli innesti, revisioni dei generi Diervilla e Yucca, oltre a contributi più teorici sul concetto stesso di specie. In quegli anni, Decaisne stava preparando una pubblicazione sulle piante da frutto coltivate all’orto botanico parigino e chiese a Carrière di studiare i peschi. Si aprì così per il giardiniere‑botanico un capitolo nuovo, che lo portò a occuparsi anche di altri alberi da frutto e a esplorare temi come il dimorfismo sessuale e la variabilità dei colori dei fiori. Fu in questo contesto che avvenne un episodio che ai nostri occhi può sembrare marginale, ma che per Carrière ebbe la forza di un cataclisma. La sua relazione con Decaisne, improntata alla stima reciproca, era cordiale, se non amichevole. Tra le piante di nuova introduzione coltivate al Jardin des Plantes c’erano alcuni kaki appena giunti dal Giappone: Carrière riteneva si trattasse di una specie non ancora descritta, mentre Decaisne propendeva per identificarla con Diospyros schi‑tse di Bunge. Quando Decaisne pubblicò le sue conclusioni sul "Gardener’s Chronicle", criticando il suo capo giardiniere, Carrière lo visse come un affronto personale e rispose sulla "Revue horticole", difendendo il proprio punto di vista, pubblicando la specie come D. costata e denunciando i modi scorretti del suo superiore verso i sottoposti. L’atmosfera al Muséum divenne presto irrespirabile, finché Carrière scelse il pensionamento. Proprio a ridosso dell’increscioso incidente uscì la seconda edizione del Traité (1867); un segnale eloquente del mutato clima è l’assenza di qualsiasi dedica, laddove la prima edizione era stata offerta proprio a Decaisne. Non si tratta di una semplice ristampa, ma di un'edizione ampliata, resa necessaria da una parte dai nuovi arrivi avvenuti nel frattempo, dall'altra dalla pubblicazione di varie opere sulle conifere, stimolata dal trattato stesso. Nella prefazione, egli lo spiega lucidamente, in termini quasi filosofici: "Niente, in natura, è assolutamente stabile; al contrario, tutto si muove e si modifica costantemente. Conseguenza fatale, nessun lavoro può essere perfetto e quando è finito, dopo pochi giorni, anzi addirittura quando ha appena iniziato, l'autore si accorge che dovrebbe già fare qualche modifica. Dunque la nuova edizione di un libro non può mai essere simile a quella precedente. Nelle scienze non andare avanti è tornare indietro." E nella chiusa, pur sicuro della serietà del proprio metodo di lavoro e della completezza dei risultati, lo ribadirà: "Questo significa che questo libro è perfetto e va considerato come l'ultima parola della scienza? Certamente no, e da questo punto di vista mi faccio meno illusioni di molti altri. Tuttavia osa dire che è completo nella misura in cui lo permettono le conoscenze che possediamo oggi sull'argomento; domani forse potrò esprimermi in modo diverso". Tra le due edizioni l’impianto rimane invariato, ma numerose sono le aggiunte: nuovi generi, nuove specie e varietà di nuova introduzione. L’incremento più significativo riguarda le molte specie di Pinus scoperte in Messico da Roezl, a proposito delle quali Carrière non manca di polemizzare con il botanico inglese George Gordon, autore di The Pinetum, mostrando una sicurezza di sé e una vis polemica del tutto assenti dodici anni prima. Il pensionamento non mise fine alla sua attività: al contrario, Carrière moltiplicò il suo impegno come capo redattore della "Revue horticole". Come giornalista era onnipresente in esposizioni, concorsi, giurie; continuava a scrivere con prodigiosa regolarità, affrontando anche temi per lui nuovi — i vitigni, l’origine delle specie coltivate, e ancora le piante da frutto, in particolare i meli ornamentali. Scrisse persino di filosofia, forse per trovare un contrappeso interiore a una vita che non lo aveva risparmiato. Già vedovo di una prima moglie morta in giovane età, si era risposato e dalla seconda ebbe due gemelle: una la perse subito, l’altra, che era la sua gioia e la sua consolazione, morì a otto anni. A funestare la sua vecchiaia sopraggiunse una malattia dolorosissima che per sette anni lo relegò nella stanza da letto. Infine, la morte della seconda moglie, che precedette di poco la sua, nell’agosto del 1896. Édouard François André, suo più stretto collaboratore alla "Revue horticole" e autore del necrologio, lo ricordò come un uomo che visse “cercando ardentemente la verità e facendo il bene”. E, accostandolo a Pierre‑Antoine Poiteau per le origini familiari, il dispiegarsi dell’intelligenza, il lavoro incessante, i servizi resi alla scienza, la dirittura di carattere e il disprezzo per le vanità mondane, concluse: “Uomini siffatti onorano l’umanità e la scienza che hanno scelto”. Una delicata dedica commemorativa Il lascito più importante di Carrière resta naturalmente il suo Traité général des conifères, che rimase l’opera di riferimento per quasi mezzo secolo. La tassonomia botanica, invece, fu piuttosto avara nei suoi confronti: meno di una decina le specie che portano l’eponimo carrierei, solo due delle quali oggi considerate valide, Cinnamomum carrierei e Tillandsia carrierei, quest’ultima un omaggio dello stesso André. Ma a restituirci davvero il posto che Carrière occupò nel cuore di coloro che lo conobbero, lavorarono al suo fianco e lo stimarono come giardiniere, botanico e soprattutto essere umano, valgono più di tutto le parole di Adrien René Franchet. I due avevano condiviso gli stessi anni al Muséum: l’uno nel suo ufficio a classificare piante, l’altro nel vivaio, in giardino e nelle serre a moltiplicarle e coltivarle; entrambi, ciascuno a suo modo, a studiarle, conoscerle e amarle. Nel dedicargli il genere Carrierea, egli infatti scrisse: "Da Linneo in poi è uso costante dei botanici attribuire a un vegetale il nome di un uomo che, poco o tanto, ha contribuito all'avanzamento della conoscenza delle piante. Se è una persona ancora viva, spesso si tratta di una testimonianza speciale per viaggi pericolosi, ricerche laboriose, scoperte che segnano la scienza; se è morto, è la suprema consacrazione che deve conservare nella botanica il ricordo di un'intera vita di lavoro. Questo il pensiero di Linneo. Ed è proprio il caso di Carrière [...]. E' stato un orticoltore abile tra tutti, uno sperimentatore di profonda sagacia, un introduttore convinto di tutto ciò che poteva veramente contribuire all'utilità e all'ornamento dei giardini e al futuro delle foreste. E' stato anche, e questo può sorprende chi lo conosceva solo dai suoi libri, un profondo pensatore, oserei dire un filosofo, che seppe dare al suo pensiero una forma forse bizzarra ma senza dubbio sorprendente, che molti scrittori avrebbero potuto invidiargli. Sono titoli sufficienti, io credo, a meritargli il modesto onore di avere il suo nome conservato nell'immenso repertorio in cui sono registrati i nomi delle piante". Viene ovviamente dall’Estremo Oriente il genere Carrierea Franch., famiglia Salicaceae. I semi della specie tipo, C. calycina, furono inviati al Jardin des Plantes da padre Farges, che li raccolse nel Sichuan, nei boschi d’altura intorno ai 1400 metri; il primo esemplare fiorì nell'orto botanico parigino nel 1894. Oggi il genere comprende quattro specie di alberi, distribuite tra Cina e Vietnam. La maggior parte sono decidue, mentre C. leyensis, di recentissima scoperta, è sempreverde. Piuttosto rare, vivono nelle foreste montane umide, tra 1.000 e 2.500 metri, spesso in zone ombrose e ricche d’acqua. Piante di media grandezza, hanno portamento slanciato ed elegante, con rami sottili e una chioma leggera. Le foglie, rette da un lungo picciolo, sono semplici, alterne, ovate o ellittiche, con margine intero o appena dentellato, e tre evidenti nervature che partono dalla base. Dioiche, hanno fiori unisessuali riuniti in infiorescenze che, pur non essendo vistose, hanno una grazia sottile: molto profumati, sono privi di petali, ma hanno cinque grandi sepali bianchi o verdastri di consistenza papiracea con una plica laterale. I fiori maschili, ricchi di stami, sono più appariscenti; quelli femminili, con ovario allungato e molti staminoidi, più discreti. La fioritura avviene in primavera, spesso prima della completa espansione delle foglie. Il frutto è una capsula allungata che in C. calycina ricorda un corno; da qui il nome cinese mandarino shan yang jiao shu shu, "albero del corno di capra". I semi sono muniti di una cospicua ala papiracea che ne facilita la dispersione a opera del vento. Sono piante dal fascino discreto, legate agli ambienti montani umidi — la loro presenza è spesso indicatrice di foreste ben conservate. Benché almeno C. calycina e C. dunniana siano state introdotte in Europa e siano presenti in qualche orto botanico, non si sono mai affermate nei circuiti commerciali. Ma forse proprio questa presenza quasi inavvertibile ne fa un omaggio perfetto per Carrière, che spesso nascondeva la sua vera personalità dietro modi arcigni, quasi da misantropo.
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Dopo aver condiviso con Humboldt uno dei viaggi scientifici più celebri dell’età moderna, Bonpland avrebbe potuto vivere di gloria riflessa, limitandosi a collaborare in seconda fila alla monumentale pubblicazione dei risultati. Invece, scelse altre strade. Accettò l’invito di Joséphine de Beauharnais di dirigere i giardini della Malmaison, dove coltivò e classificò specie esotiche con la stessa passione con cui le aveva raccolte. Ma fu il richiamo del Sud America a segnare davvero la sua vita: un ritorno che, da volontario esilio, si trasformò in scelta definitiva. Tra Argentina, Paraguay e Brasile, Bonpland visse da scienziato, medico, agronomo, e persino prigioniero politico. L'amicizia con Humboldt non cessò mai, anche se ora continuava solo per corrispondenza. Si spensero quasi contemporaneamente. A Buenos Aires, accanto alla via dedicata all'amico di sempre, una strada ricorda anche Bonpland, così come due città argentine, un cratere lunare e il genere Bonplandia (Polemoniaceae). Francia, America spagnola, Francia Aimé Bonpland non è stato solo il compagno di viaggio di Humboldt, o ancor meno la sua spalla. Era un promettente botanico già prima di conoscerlo e, soprattutto, dopo quel viaggio fece scelte autonome che lo resero protagonista di un'avventura tutta per sé. Nato a La Rochelle, figlio di un chirurgo e discendente di una famiglia di farmacisti, il suo vero nome era Aimé Jacques Alexandre Goujaud, ma diversi membri della famiglia avevano adottato il soprannome Bonpland. Si racconta che, mentre sorvegliava l'impianto di una vigna, il nonno fosse stato avvertito della nascita del secondogenito ed esclamasse: «Dio sia lodato! C’est bon plant (= è una buona pianta)». Infondato, invece, l’aneddoto secondo cui il nome gli sarebbe stato attribuito dal padre vedendolo coltivare con passione le piante del suo giardino. Verso il 1790, il diciassettenne Aimé lasciò La Rochelle per raggiungere a Parigi il fratello maggiore Michel, che studiava medicina. Insieme seguirono corsi di anatomia e frequentarono assiduamente il Jardin des Plantes e le lezioni di botanica di Lamarck, Jussieu e Desfontaines. Nel 1794 i fratelli Goujaud-Bonpland si arruolarono come medici militari: Michel nell'esercito, Aimé in marina, lavorando prima nell'ospedale di Rochefort e poi a Tolone. Dopo un anno, terminato il servizio militare, Aimé tornò a Parigi e si laureò in medicina nel 1797. I suoi talenti di botanico attirarono l'attenzione dei professori, in particolare di André Thouin, da cui apprese le tecniche di acclimatazione delle piante esotiche. Così, quando il Direttorio cominciò a progettare una spedizione intorno al mondo diretta dal vecchio ammiraglio Bougainville, Bonpland fu designato come naturalista. Era al colmo dell'eccitazione per quel viaggio da sogno quando incontrò Alexander von Humboldt: fu l'incontro di due anime gemelle per passioni, progetti e ideali di vita. Poi, come ho raccontato in questo post, i progetti del Direttorio cambiarono: a Bougainville succedette Baudin, alla seconda circumnavigazione del globo una spedizione nelle Terre australi; i tempi si dilatarono, e gli impazienti Humboldt e Bonpland andarono alla ricerca dell'avventura nell'America spagnola. In quell'epico viaggio, il ruolo di Bonpland – amico e segretario – non fu per nulla quello di una spalla irrilevante. Intrepido, seguì Humboldt in tutte le avventure, anche le più rischiose, ma soprattutto diede un rilevantissimo contributo scientifico. Come già sottolineava suo fratello Wilhelm, il vero genio di Humboldt, naturalista a 360 gradi, era connettere le conoscenze in una visione d'insieme; Bonpland, invece, era soprattutto un botanico, e fu lui a fare il grosso delle raccolte: alla fine, il bottino ammontò a 60.000 esemplari e a 6.000 specie ignote alla scienza. Già durante il viaggio, scrisse dal vivo un numero impressionante di descrizioni di queste nuove specie. Dopo cinque anni, il 3 agosto 1804 i due amici erano di ritorno in Francia. Aimé andò a La Rochelle per ritrovare la famiglia, mentre Alexander proseguì per Parigi e poi per Berlino a raccogliere i primi frutti della sua gloria. Quando si riunirono a Parigi, iniziò l'immane lavoro della pubblicazione dei risultati della spedizione. Humboldt redigeva le parti di geografia, astronomia, zoologia, mentre a Bonpland spettava il compito di classificare e pubblicare le piante, i cui esemplari era stati donati al Muséum d'histoire naturelle. La sua speranza di ricevere una posizione ufficiale in questa istituzione andò però delusa, e, mentre l'amico diventava il leone dei salotti, si accorse di preferire di gran lunga il lavoro sul campo a quello alla scrivania. Così, anche se tutti i volumi di Voyage aux régions équinotiales du Nouveau Continent e di Nova genera et species plantarum usciranno sempre con i due nomi affiancati - "par Humboldt et Bonpland", in quest'ordine - e l'amicizia non verrà mai meno, non mancarono gli screzi. Humbold (le cui capacità di lavoro erano letteralmente sovrumane) trovava che Bonpland impiegasse troppo tempo a trasformare le sue note manoscritte in testi pronti per la stampa: una volta, quando in otto mesi l'amico scrisse solo dieci descrizioni, commentò infastidito: "A qualsiasi altro botanico sarebbero bastate due settimane!". Così premeva affinché almeno i doppioni fossero inviati a Berlino, per essere pubblicati dal suo maestro Willdenow. Bonpland tergiversò, ma alla fine, nel 1807, numerosi esemplari presero la via della capitale prussiana. Dal 1813, anche quelli rimasti a Parigi furono affidati definitivamente al botanico tedesco Karl Sigismund Kunth, al quale passò la redazione finale. Bonpland soffriva certamente per la sua posizione, anche finanziariamente incerta. Così, nel 1808, quando l’imperatrice Giuseppina gli chiese di succedere a Ventenat come botanico e curatore dei giardini della Malmaison (e più tardi anche di Navarre), accettò. Come abbiamo visto in questo post, l’imperatrice era una grande appassionata di piante e, nel giardino e nella grande serra, faceva coltivare specie rare, incluse quelle australiane giunte in seguito alla spedizione Baudin. Nel nuovo ruolo di intendente, Bonpland dimostrò notevoli capacità manageriali e viaggiò spesso in tutta Europa alla ricerca di nuove piante. Nel 1813 pubblicò la descrizione delle piante rare coltivate nel giardino, con illustrazioni di Redouté (Description des plantes rares cultivées à Malmaison et à Navarre). Viaggio di sola andata in Sud America La caduta di Napoleone, seguita quasi immediatamente dalla morte della sua protettrice, fu uno choc tale che Bonpland decise di lasciare l’Europa. Sia lui sia Humboldt avevano mantenuto molti contatti con il Sud America e a Parigi avevano conosciuto Simón Bolívar. In un primo momento Bonpland pensò di accettare l’offerta di quest’ultimo di trasferirsi in Venezuela. Ma, contattato da Bernardino Rivadavia – allora in missione diplomatica in Europa – optò per Buenos Aires, dove gli era stata offerta una cattedra di scienze naturali alla facoltà di medicina. Portando con sé strumenti scientifici e materiali per creare un orto botanico e un museo di scienze naturali, arrivò a Buenos Aires il 26 novembre 1816. Nel 1817 fu ammesso all’Accademia delle scienze di Parigi come membro corrispondente; negli anni successivi, avrebbe inviato al Muséum molti esemplari botanici, zoologici e mineralogici. Il governo delle Province Unite del Río de la Plata lo accolse con favore, ma la situazione politica – con la guerra d’indipendenza in corso – era altamente instabile, e i suoi progetti dovettero essere ridimensionati. Per tre anni visse a Buenos Aires, lavorando come medico e insegnando scienze naturali al Consulado de Comercio e Materia medica all’Instituto Médico. Desideroso di riprendere le ricerche sul campo, nel 1820 si trasferì nella provincia di Corrientes, punto di partenza di numerose spedizioni verso il nord del paese e lungo la costa, in alcune delle quali fu accompagnato dal pittore Pierre Benoît. Nel 1821 fondò una tenuta agricola a Santa Ana – oggi nella provincia di Misiones, allora territorio di frontiera conteso tra Argentina e Paraguay – dove coltivava piante medicinali e officinali. Avendo scoperto il meccanismo di riproduzione del mate (Ilex paraguariensis), iniziò a coltivarlo e commercializzarlo. Poiché la colonia era stata creata senza il permesso del governo paraguaiano, che deteneva il monopolio del mate, queste attività irritarono il Dictador Supremo del Paraguay, José Gaspar Rodríguez de Francia, che ordinò la distruzione della colonia e l’arresto di Bonpland. Nella notte del 21 dicembre 1821, una forza di 500 soldati paraguayani fece irruzione nella colonia, uccise diversi contadini, incendiò gli edifici e i campi e catturò Bonpland, che, ferito, venne portato via in catene. Fu confinato a Santa María (oggi nel dipartimento di Misiones, Paraguay) in residenza sorvegliata. Qui assistette come medico gli indigeni guaraní, aprì un ospedale e arrotondò le entrate con l’allevamento del bestiame e attività come una pasticceria, una bottega di falegname e una distilleria. I guaraní lo chiamavano karai arandu, “signore intelligente”, per la sua conoscenza della medicina e delle piante. La sua detenzione si protrasse per dieci anni, fino al 1831, nonostante le numerose pressioni in suo favore. Per la sua liberazione intervenne lo stesso Bolívar, che minacciò di invadere il Paraguay se il “suo medico” non fosse stato rilasciato. Una volta liberato, Bonpland riprese le sue attività e le ricerche botaniche, continuando a percorrere il territorio di frontiera tra Brasile, Argentina e Uruguay. Si stabilì dapprima a São Borja, in Brasile, poi nella provincia di Corrientes, e infine, dal 1838, definitivamente a Santa Ana (dipartimento di Corrientes). Nel 1835 inviò al Museo di scienze naturali di Parigi 25 casse con le sue raccolte. Si sposò con la figlia di un capo guaraní, da cui ebbe un figlio e una figlia, e continuò a esercitare come medico, imprenditore e scienziato. Nel 1854, ormai ottantenne, ricevette il titolo – forse ormai quasi onorifico – di "Director del Museo de la Provincia de Corrientes." A Santa Ana trascorse gli ultimi anni della sua vita e morì l’11 maggio 1858. In suo onore, la municipalità decise di cambiare nome alla località, che da quel momento venne ribattezzata Bonpland. Anche la prima Santa Ana, quella del dipartimento di Misiones dove aveva fondato la sua colonia agricola, oggi si chiama Bonpland. Omaggi botanici (e non solo) Così si concluse il lungo viaggio di Aimé Goujaud detto Bonpland, iniziato alla Rochelle e terminato in Corrientes, Argentina. A ricordarlo, oltre alle due località argentine, un fiume, un picco delle Ande venezuelane - che però non scalò mai - in Argentina ci sono parchi, musei, strade. A Santa Maria lo commemorano una via, una scuola e la casa-museo dove fu confinato per dieci anni. La scienza gli ha dedicato un cratere lunare, il genere di funghi ascomiceti Banplandiella, diverse decine di specie botaniche con l'eponimo bonplandii, bonplandianus e due generi Bonplandia: Bonplandia (Polemoniaceae), istituito da Cavanilles nell'1800, e Bonplandia (Rutaceae), da Willdenow nel 1804. Per la regola della priorità a essere valido è il primo. Senza dimenticare il periodico "Bonplandia", organo dell'Instituto de Botánica del Nordeste, Corrientes, giusto e duraturo omaggio a colui che fondò la ricerca botanica in quell'area dell'Argentina. A lungo dimenticato, o almeno oscurato dall’immensa personalità di Humboldt, Bonpland è oggi oggetto di una riscoperta soprattutto in Sudamerica. Nel 2023, in occasione dei 250 anni dalla nascita, gli è stato dedicato un convegno congiunto sia nella città natale La Rochelle sia in Argentina, accompagnato da una mostra virtuale visitabile a questo indirizzo. La dedica di Cavanilles risale al periodo in cui Bonpland e Humboldt frequentavano a Madrid gli ambienti dei botanici spagnoli, in attesa dell’udienza reale e del passaporto per l’America. Lo cita come semplice accompagnatore del suo più importante amico – non ancora celebre ma pur sempre barone – e come diligente allievo di illustri maestri, trascrivendone il cognome ad orecchio: «Ho dedicato questo genere al giovane cittadino A. Goujou [sic!] Bonpland che accompagna come botanico il barone von Humboldt, dopo aver seguito con applicazione e frutto i professori Jussieu e Desfontaines». Cavanilles scelse una pianticella della famiglia Polemoniaceae raccolta in Messico da Née e la battezzò Bonplandia geminiflora. A lungo rimase l'unica specie riconosciuta, finché all'inizio del Novecento si aggiunse B. linearis, però oggi spesso considerata una sua variante, riducendo nuovamente il genere a monotipico. Questa specie, nota con il nome volgare hierba del toro, è infatti molto variabile. Anche se in alcuni repertori è considerata un arbusto, è per lo più annuale, ma nel corso della stagione può raggiungere i due metri d'altezza e tende a lignificare alla base. Ha fusti esili molto ramificati, densamente coperti di peli ghiandolosi-viscosi, e foglie opposte e picciolate dalla forma molto variabile. I fiori, prodotti all'ascella fogliare, sono riuniti in coppia; hanno tubo quasi sempre bianco e corolla con cinque lobi, da azzurri a viola, da oblunghi a oblanceolati, i due superiori in genere più grandi dei tre inferiori, quello centrale lievemente arretrato: per la forma e il colore, possono ricordare una violetta. Il frutto è una capsula. Diffuso dal Messico al Guatemala, cresce soprattutto nelle comunità secondarie derivate da boschi caducifogli tropicali, inclusi ambienti rupicoli e ruderali. In alcune comunità è utilizzata per curare piccole ferite cutanee. L'unica parte edita del grande progetto dell'Accademia delle scienze francese di una storia generale delle piante che coniughi descrizioni accurate, illustrazioni dal vero, ricerche fisiologiche e chimiche, esce nel 1676 sotto forma di una memoria con 40 piante descritte da Marchant e un'ampia introduzione di Dodart, che ne espone con chiarezza i principi teorici. Medico giansenista diviso tra nobili pazienti e attenzione ai più poveri, non si adonterà troppo quando l'ambizioso programma verrà abbandonato. Al di là delle diverse posizioni scientifiche, Tournefort gli dimostrerà la sua stima con la dedica del genere Dodartia. Medico della nobiltà e dei poveri Come ho anticipato in questo post, nel 1676 l'Accademia francese delle scienze pubblicò Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes, preludio alla futura Histoire des Plantes, ma di fatto l'unico esito di quell'impresa destinata ad essere abbandonata. A scrivere l'ampia prefazione, intitolata Projet de l'Histoire des plantes, fu il medico e botanico Denis Dodart (1634-1707) che almeno per qualche anno sembrò dare nuovo slancio all'iniziativa. Figlio di un notaio parigino e cresciuto in un ambiente borghese, Dodart aveva ricevuto un'eccellente educazione, che oltre alle lingue classiche comprendeva anche il disegno e la musica. Secondo la tradizione familiare (anche la madre veniva da una famiglia di legali), iniziò gli studi di legge, ma poi passò a medicina. Nel 1660 conseguì il dottorato, mettendosi in luce per l'erudizione, l'eloquenza e l'apertura mentale. Guy Patin, il decano della facoltà, celebre per la sua lingua tagliente, in una lettera ne parla così: "Oggi abbiamo dato la licenza a sette baccellieri, il più fecondo si chiama Dodart, di 25 anni, è uno degli uomini più saggi e sapienti di questo secolo. Questo giovanotto è un prodigio di saggezza e sapienza, monstrum sine vitio". E in un'altra lettera: "Il nostro licenziato [...] è un ragazzone molto saggio, molto modesto, che conosce a memoria Ippocrate, Galeno, Aristotele, Cicerone, Seneca e Fernel. E' un ragazzo incomparabile, non ha ancora 26 anni ma la facoltà gli ha fatto grazia dei pochi mesi che gli mancavano vista la buona opinione che ce ne eravano fatti". Oltre che per l'erudizione e la competenza, si distingueva per l'assennatezza e la devozione, un insieme di virtù che attirarono l'attenzione della duchessa di Longueville, sorella del gran Condé, che lo scelse come medico personale. Grazie al suo favore, Dodart divenne medico dell'alta nobiltà, legandosi in particolare alle famiglie Condé e Conti di cui avrebbe curato i membri per tre generazioni. Dopo una vita burrascosa dedita agli amori e alla politica, la nobildonna era divenuta molto pia e si era ritirata a vivere nei pressi dell'Abbazia di Port Royal. Per suo tramite, il giovane medico conobbe quell'ambiente di religiosi e laici penitenti, divenne amico di molti di essi - tra i quali Jean Racine che lo cita spesso nella sua corrispondenza -. ne adottò il rigorismo morale e, oltre che medico dei ricchi, divenne medico dei poveri, che curava gratuitamente e soccorreva con la sua carità. Nel 1666 fu nominato professore di farmacia; nel 1672, su proposta di Condé. divenne consigliere medico reale. Incominciava anche a farsi conoscere con qualche scritto di medicina e botanica e nel 1673, su proposta di Colbert, fu ammesso all'Accademia delle scienze come secondo botanico. Da quel momento presentò all'Accademia una serie di memorie di argomento vario, ma accomunate da un approccio sperimentale. Utilizzando se stesso come oggetto di osservazione e servendosi di strumenti per misurare le variazioni quantitative, studiò la traspirazione e gli effetti della dieta sul peso; fu tra i primi a collegare l'ergotismo (fuoco di sant'Antonio) con la segale cornuta. Raccolse anche dati e statistiche sui rimedi e i farmaci usati per curare i poveri, poi confluiti nel libro Médecine des pauvres (1692). Appassionato di musica, di cui progettava di scrivere una storia, studiò i meccanismi della voce umana, sottolineando il ruolo fondamentale delle corde vocali. Come botanico, studiò la circolazione della linfa, l'influsso della gravità sullo sviluppo delle radici e sulla riproduzione. Descrisse inoltre un certo numero di piante, soprattutto introdotte dal Canada. Tra di esse, un'angelica canadese a fiori gialli (Angelica acadensis flore luteo), descritta nel 1666 in una memoria sul miele e le api; l'anno dopo, certamente non a caso, avrebbe chiamato la sua unica figlia Marguerite-Angelique. Il suo più importante contributo alla botanica è però la già citata introduzione a Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes. Il testo inizia con una breve avvertenza in cui Dodart insiste sul carattere collettivo dell'opera: tutti gli accademici hanno contribuito, almeno con pareri, ed essa è il risultato "delle proposte, delle esperienze e delle riflessioni di diversi membri di questa assemblea". Segue il primo capitolo, "De la description des plantes", in cui Dodart fissa le regole da seguire nelle descrizioni: senza cadere in eccessi, bisogna che "ogni pianta sia descritta in modo tale che sia impossibile confonderla con nessuna né di quelle che sono già state scoperte né di quelle che si potrà scoprire [in futuro]". Le descrizioni non potranno essere corte, e per studiare le strutture potrà essere necessario l'uso del microscopio. Le descrizioni, però, per precise che siano, non possono sostituire le illustrazioni, Ad esse Dodart dedica il secondo capitolo, "Des figures des plantes". Le dimensioni delle tavole devono essere le più grandi possibili, in modo da rappresentare le piante a grandezza naturale; le specie più piccole e i particolari devono essere disegnati "come si vedono al microscopio"; le piante poi devono essere ritratte dal vero, nel loro ambiente naturale "cioè ancora nella terra da dove sono nate". Di fatto, Dodart esprime a posteriori il metodo a cui Nicolas Robin si atteneva fin da quando lavorava per il duca d'Orlèans; e indubbiamente la maggiore riuscita dell'Histoire des Plantes sta proprio nella bellezza e nella precisione delle tavole, che apriranno la strada alla perfezione scientifica dei disegni di Aubriet, che di Robin fu allievo e successore come "pittore del re". Il terzo capitolo, "De la culture des plantes", è essenzialmente una dichiarazione d'intenti: Dodart auspica che la futura storia della piante includa osservazioni e esperienze sulla germinazione, la crescita, l'acclimatazione e il miglioramento di numerose specie. Il quarto capitolo, "Des vertues des plantes" è il più ampio (oltre quaranta pagine su una cinquantina totali); analizza la questione che più stava a cuore all'Accademia, la verifica delle virtù medicinali delle piante attraverso l'analisi chimica; questo approccio, tuttavia, si rivelò anche il maggior fallimento dell'Histoire des Plantes: le analisi di Bourdelin, pur portate avanti per anni, non approdarono a nulla e non furono mai pubblicate. L'ultimo capitolo, infine, "Mémoires que la Compagnie doit donner au public sur l'Histoire des Plantes", è una sintesi del progetti editoriali futuri; progetti che, come sappiamo, non vennero mai realizzati, o almeno non si tradussero in alcuna ulteriore pubblicazione. Lo stesso Dodart, tra il 1680 e il 1681 fu attivamente impegnato nella scrittura di una ipotetica seconda parte, dedicata alle piante alimentari native, "il coriandolo, la lattuga, la cicoria selvatica e coltivata, il crescione". Aveva già messo insieme un volume di adeguate dimensioni quando, rientrando a Parigi con il manoscritto pronto per la stampa, fu derubato da un gruppo di banditi di strada, Dovette riscrivere tutto da capo, ma anche il suo lavoro non fu né completato né pubblicato. Con la morte di Colbert (1684) vennero meno sia lo slancio sia i finanziamenti. Così, quando nel 1694 l'Histoire Naturelle viene defintivamente accantonata, Dodart si rassegnò senza troppi rimpianti. Del resto, ora era molto impegnato come medico. La sua vicinanza a Port Royal non era vista di buon occhio dal re Sole, che più volte pensò di cacciarlo dalla corte. Ma i suoi modi irreprensibili, la competenza professionale e soprattutto la protezione di Mme de Mantenon lo impedirono, tanto che nel 1698 divenne medico di corte con una pensione di 1000 scudi e medico della scuola di Saint-Cyr. Faceva la spola tra Parigi, Versailles e Fontainebleau e continuava a dividersi tra i clienti altolocati - era il primo medico della principessa vedova di Conti e dei suoi figli - e l'assistenza ai poveri, con i quali poteva persino essere confuso. Magrissimo, quasi calvo e senza parrucca, con abiti modestissimi, un giorno mentre si trovava in una chiesa fu scambiato da una nobildonna che lo conosceva per un "povero vergognoso" (come venivano chiamate le persone di buona famiglia cadute in povertà che si vergognavano di mendicare). E fu proprio il suo spirito di carità a portarlo alla morte: nel 1707, settantreenne, curando alcuni dei suoi pazienti più poveri prese freddo, contrasse la polmonite e ne morì nell'arco di dieci giorni. Dopo la sua morte, la principessa di Conti prese come medico suo figlio Jean-Baptiste Dodart. Avrebbe fatto una carriera anche più brillante di quella paterna, divenendo primo medico di Luigi XV. Un omaggio dal Levante Come il suo amico e successore all'Accademia delle scienze Louis Morin, Denis Dodart deve il suo ingresso tra i dedicatari di un genere di piante a Joseph Pitton de Tournefort, che aveva grande stima della sua figura morale. In Relation d'un Voyage du Levant leggiamo: "Quel giorno avemmo il piacere di stabilire un nuovo genere di piante e gli imponemmo il nome di uno degli uomini più sapienti di questo secolo, ugualmente stimato per la modestia e la purezza dei costumi. E' quello di M. Dodart dell'Accademia reale delle scienze, medico di sua altezza la principessa vedova di Conti". Validato da Linneo, Dodartia (famiglia Mazaceae) è un genere monospecifico, rappresentato unicamente da D. orientalis, un'erbacea perenne diffusa dall'Ucraina e dalla Russia alla Cina settentrionale attraverso l'Anatolia, il Caucaso e l'Asia centrale, principalmente in ambienti aridi. Cresce anche come infestante dei campi. Alta da 25 a 40 cm, è dotata di un grosso rizoma carnoso da cui emergono numerosi steli ramificati, con foglie piatte, molto spaziate tra loro, quelle inferiori opposte e ovate, quelle superiori alternate e lanceolate. I fiori, raccolti da 3 a 8 in racemi laschi, hanno corolla viola tubolare, asimmetrica, con quattro lobi: quelli laterali quasi orbicolari, quello mediano ligulato, quello superiore bilobato e eretto. I frutti sono capsule con apice apiculato che contengono numerosi semi neri. Nella medicina tradizionale cinese questa specie è stata usata per trattare bronchite, rinite allergica e orticaria. A un mese dalla fondazione, l'Accademia francese delle scienze vara il grandioso progetto di una storia universale delle piante, in cui le proprietà officinali siano messe alla prova della chimica. Alla scienza del tempo però mancano gli strumenti per realizzare un progetto del genere; e fallimentare è anche la scelta di rinunciare a priori a ogni sistema di classificazione. Le ambizioni si scontrano con la realtà e dopo dieci verrà pubblicata la descrizione di appena 40 piante. Dovrebbe essere un saggio dimostrativo dell'opera futura, invece non verrà pubblicato neient'altro. A mettere fine a quel progetto, allo stesso tempo velleitario e anacronistico, sarà la pubblicazione dell'epocale Elemens de botanique di Pitton de Tournefort. Tra le persone coinvolte, c'è ancora una coppia di botanici padre e figlio: Nicolas e Jean Marchant. Il loro compito, come membri dell'accademia e responsabili della coltivazione, era procurare e coltivare in una sorta di giardino sperimentale piante inedite da studiare, descrivere e illustrare dal vero. Ricavato all'interno stesso del Jardin du roi, fu visto come un corpo estraneo da Fagon fino ad essere spazzato via quando venne meno la protezione di Colbert e lo stesso Fagon divenne intendente. La vittima finale fu Marchant figlio, che non vide mai pubblicati i suoi lavori se non molto parzialmente. Eppure non era né un incompetente né un conservatore, come dimostra anche il fatto che fu il primo a scoprire che un organismo che tutti credevano un lichene era in realtà una pianta. In onore di suo padre la chiamò Marchantia; era la prima epatica riconosciuta e ancora oggi dà il nome all'intera divisione delle epatiche (Marchantiophyta). Un progetto ambizioso e irrealizzabile Scrivendo intorno al 1674, John Ray lamentò che lo studio delle piante richiedesse la consultazione di una moltitudine di testi perché una storia generale delle piante ancora mancava. L'ultima opera in tal senso era stata il Pinax teatri botanici di Caspar Bauhin, ma dalla sua pubblicazione (1596) gli arrivi e le scoperte di nuove piante si erano moltiplicati vertiginosamente. In Inghilterra a colmare la lacuna pensarano da una parte Robert Morison, con la sua Historia Plantarum Universalis Oxoniensis, di cui però riuscì a completare solo un volume (1680), e lui stesso, con la sua Historia Plantarum, pubblicata a partire dal 1686. Dall'altra parte della Manica, un progetto analogo nelle intenzioni, ma del tutto diverso nella concezione e negli esiti, prese forma nello stesso torno di tempo per iniziativa della neonata Académie royale des sciences. Era un'istituzione recentissima, creata per impulso del ministro Colbert, la cui seduta inaugurale si tenne il 22 dicembre 1666. Circa un mese dopo, il medico Claude Perrault (1613-1688) - forse più noto come architetto: gli si deve tra l'altro il colonnato del Louvre - presentò un progetto che si rifaceva a un analogo programma esposto qualche mese prima da Christian Huygens all'Accademia delle scienze olandesi: pubblicare una storia naturale basata sul metodo induttivo baconiano, ovvero sull'osservazione e la raccolta dei dati, guidate dalla ragione. Tuttavia, al contrario di Huygens , egli non propose una storia naturale onnicomprensiva, ma una coppia di opere dedicate rispettivamente ai regni animale e vegetale. La futura Histore des Plantes in prospettiva avrebbe dovuto comprendere tutte le piante note, ma per iniziare Perrault proponeva di concentrarsi sulle specie già edite; la novità sarebbe piuttosto venuta dal metodo, che avrebbe affiancato a descrizioni precise ed accurate analisi chimiche e lo studio delle funzioni fisiologiche. D'altra parte (a differenza di Ray e Morison) si rinunciava in partenza a ogni classificazione: proprio come nel Pinax, che per Perrault era ancora il modello insuperato. le piante sarebbero state elencate in ordine alfabetico. Mentre lo stesso Perrault si dedicava all'opera gemella sugli animali (tra il 1671 e il 1676 sarebbe stato uno dei principali autori di Mémoires pour servir à l'histoire naturelle des animaux, con contributi importantissimi sull'udito, la vista e il volo degli uccelli), la direzione dell'Histore des Plantes fu assunta dal chimico Samuel Cottereau du Clos (detto Duclos); nell'edificio che ospitava l'Accademia fu aperto un laboratorio di chimica e Duclos si diede con un certo vigore a distillazioni e analisi. Di fatto, la chimica vegetale era ancora agli esordi e queste ricerche non approdarono a nulla, anzi finirono per rallentare l'opera. Un motivo di contrasto se non aperto, almeno sotterraneo, fu la decisione di Duclos di concentrarsi sulla flora francese, suscitando i malumori dei botanici il cui interesse principale andava alle specie esotiche. A mettere d'accordo tutti era esigenza di illustrare ogni pianta con incisioni della massima precisione e realismo, secondo il modello dei vélins realizzati da Nicolas Robert per il duca d'Orléans a Blois e trasferiti a Parigi alla Biblioteca reale dopo la morte di questi nel 1660. Insieme ai vélins e al loro autore nominato"peintre ordinaire de Sa Majesté", a Parigi era arrivato anche il medico e botanico Nicolas Marchant (+ 1678). Laureato in medicina a Padova, era entrato al servizio del duca d'Orléans come farmacista, collaborando con i tre botanici che si succedettero alla direzione del suo orto botanico: Abel Brunyer, Robert Morison e Jean Laugier. Forse nel 1656 accompagnò Morison in un'escursione botanica a La Rochelle. Sappiamo che già all'epoca aveva intrapreso la revisione del Pinax. Certamente entrò al servizio del re, ma ci è ignoto con quale ruolo; è probabile che sia stato coinvolto nel progetto dell'Histore des Plantes fin dall'inizio, visto che fu immediatamente ammesso all'Accademia, di cui fu il solo botanico fino al 1673, quando fu affiancato da Denis Dodart. Si era comunque solo ai preliminari. Mentre Duclos si concentrava sulle analisi chimiche e il fisico Mariotte studiava la circolazione della linfa, secondo la testimonianza purtroppo scritta molti anni dopo dell'Histore de l'Academie Royale des Sciences (1733), Marchant "ogni giorno portava una delle descrizioni che aveva fatto, che l'Accademia paragonava con la pianta stessa". Sempre secondo la stessa fonte, nel 1670 "si lavorò molto alla storia delle piante; vennero fatti fare disegni esatti e si cominciò a seminare semi di piante straniere e a coltivarli. M. Marchant li descrisse [...] Quell'anno ne furono descritte 26". Lo stesso anno Duclos lesse una memoria "sul modo di analizzare le piante" e il laboratorio di chimica fu affidato a Claude Bourdelin che quell'anno esaminò 42 piante. Si trattava di ben poca cosa rispetto all'immensità del mondo vegetale. Un nuovo impulso fu dato nel 1673 dall'arrivo di Dodart - il teorico - con il quale si precisò anche il ruolo di Marchant - il pratico, o se preferite, la mente e il braccio. Il compito di Dodart sarebbe stato quello di esaminare tutto ciò che Antichi e moderni avevano scritto sul soggetto, per arrivare a una corretta identificazione delle piante vive; a Marchant spettava sia coltivarle sia descriverle. Perrault chiese venisse istituito un apposito "giardino accademico"; nel 1674, all'interno del Jardin royal des plantes médicinales venne riservato uno spazio alla coltivazione di piante per l'Accademia, noto come Petit jardin, affidato alla direzione di Marchant come “concierge et directeur de la culture des plantes du Jardin Royal". Inevitabili furono le tensioni con il personale del Jardin, ed in particolare con il sottodimostratore, ovvero il professore di botanica, al quale, fino a quel momento, era affidata la direzione delle coltivazioni. Dal 1671, il sottodimostratore era Guy-Crescent Fagon, non certo una persona conciliante e remissiva. Infatti, nei manoscritti di Marchant conservati presa la biblioteca nazionale, Yves Laissus ha trovato una lettera di Nicolas Marchant a Colbert, non datata ma presumbilmente risalente alla seconda metà degli anni '70, in cui lamenta "la conduitte de M. Fagon", accusato di una serie di sgarbi, ma soprattutto di intrigare alle sue spalle. Finalmente, nel 1676 vide la luce Mémoires pour servir à l'histoire des plantes, che avrebbe dovuto essere il preludio all'enciclopedica Histore des Plantes, ed invece sarebbe rimasto senza seguito. L'opera è divisa in due parti: un'ampia prefazione, intitolata Projet de l'Histoire des plantes, scritta da Dodart (la esaminerò nel post dedicato a quest'ultimo) e Descriptions de quelques plantes nouvelles, con le descrizioni di 40 piante rare o comunque mai descritte in precedenza, nella maggior parte dei casi provenienti dall'America, scritte da Marchant. Di lunghezza assai variabile, da qualche riga a una pagina, esse per lo più si concentrano sugli elementi distintivi, dalla radice ai fiori, aggiungendo l'eventuale odore, il gusto, il periodo di fioritura e qualche indicazione di coltivazione; in contraddizione con la premessa teorica, l'analisi chimica non è mai presente e anche le descrizioni stesse non corrispondono agli alti standard esposti da Dodart nella prefazione: "E' desiderabile che ogni pianta sia descritta in modo tale che sia impossibile confonderla con quelle che sono già state scoperte, e, anche, se osiamo dirlo, con nessuna di quelle che potranno essere descritte". Talvolta è indicato chi procurò la pianta; ad esempio di Trifolium echinatum capite (Trefle teste herissée) leggiamo: "M. Magnol, dottore in medicina, assai curioso e sapiente nella conoscenza delle piante, ce l'ha inviata da Montpellier". La descrizione di ciascuna specie è preceduta da un'incisione a piena pagina di ammirevole precisione e finezza, disegnata e incisa ad acquaforte da Nicolas Robert. Nei dieci anni successivi, il progetto va avanti e si precisa una specie di lenta routine. Robert e altri, tra cui Louis de Châtillon che ne prosegue l'opera dopo la sua morte nel 1685, disegnano e incidono 319 tavole, con una spesa che dovette essere indubbiamente notevole, poiché il disegno di ogni tavola è pagato 22 livres e l'incisione tra 85 e 97 livres, Bourdelin, fino alla morte nel 1699, fa numerose analisi, senza tuttavia raggiungere alcun risultato concreto. Nel Petit Jardin Nicolas Marchant coltiva piante rare, le descrive e passa gli esemplari ai pittori e a Bourdelin. Nel 1676 muore, ma il suo lavoro viene continuato dal figlio Jean (1650-1738) che nel solo 1680 fa venire "da paesi stranieri" i semi di ben 500 piante. Eppure né le sue descrizioni né le analisi di Bourdelin saranno mai pubblicate e l'opera finì per essere accantonata. Certamente contò non poco la morte di Colbert (1683); i suoi successori, prima Louvois poi Pontchartrain, dimostrarono un interesse quanto meno tiepido verso il progetto. Ma soprattutto Marchant perse il suo principale protettore proprio mentre il suo anniversario Fagon faceva carriera, divenendo prima medico della regina e dal 1693 archiatra e intendente del Jardin du roi. Contemporaneamente, proprio grazie al sostegno di Fagon, Pitton de Tournefort si affermava come nuova stella della botanica francese. Arrivato a Parigi nel 1683 come sotto dimostratore supplente di Fagon, presto divenne un caposcuola e un insegnante carismatico; nel 1691 fu ammesso all'Accademia delle scienze come terzo botanico accanto a Dodart e Jean Marchant. Secondo l'Histoire de l'Academie Royale des Sciences tra il 1691 e il 1693 collaborò con loro alle descrizioni per l'Histoire des plantes, ma di fatto si era ormai verificato un mutamento di paradigma scientifico. Contemporaneamente, per i suoi studenti stava scrivendo l'opera fondativa della botanica moderna, Elemens de botanique. L'era dei cataloghi sul modello del Pinax era tramontata, per lasciare il posto alla sistematica. Nel 1694, a sancire il passaggio, tre eventi simbolici: la pubblicazione di Elemens de botanique, la ristrutturazione delle aiuole del Jardin con le piante classificate secondo il sistema di Tournefort, la sopressione del posto di "concierge et directeur de la culture des plantes". L'Accademia prese atto del cambiamento di paradigma e abbandonò definitivamente l'Histoire des plantes. Mentre Dodart, uomo disinteressato dal carattere mite, accettò il fatto compiuto, Marchant non si rassegnò. Rimasto senza incarichi ufficiali, senza finanziamenti, né una pensione, privato del giardino sperimentale, continuò a descrivere nuove piante, forse in vista di un'opera propria che non riuscì a finire. L'Accademia pubblicò sporadicamente qualche sua memoria, in cui si rivela eccellente osservatore. Tra le più significative, Sur la Production de nouvelles especes de plantes, pubblicato nel 1719 in cui fu tra i primi a documentare, attraverso lo studio di Mercurialis annua, che le forme delle piante possono mutare, contraddicendo così l'idea allora dominante che le specie non cambiano nel tempo e conservano la forma data da Dio al momento della creazione. E' dunque considerato uno dei primi precursori dell'evoluzionismo. Un errore fecondo, ovvero la scoperta di Marchantia Le capacità di osservazione, ma anche l'indipendenza di pensiero di Jean Marchant sono confermate da un'altra memoria, pubblicata negli atti dell'Accademia nel 1713, Nouvelle Découverte des Fleurs et des Graines D'une Plante rangée par les Botanistes sous le genre du Lichen. Osservando con la lente di ingrandimento una pianta nota fin dai tempi antichi e classificata tra i licheni, osservò strutture riproduttive che prese per fiori e semi. Non lo erano; giusta invece la conclusione: non si trattava di un lichene, ma una pianta appartenente a un genere del tutto nuovo. Lo chiamò Marchantia in memoria di suo padre "il fu M. Marchant che per primo ebbe l'onore di occupare il posto di botanico in questa accademia, quando il re creò questa istituzione nel 1666". Ne approfittò anche per togliersi un sassolino dalle scarpe: per definire le caratteristiche dei licheni fece riferimento al "più moderno di questi autori"e alle sue Institutiones rei herbariae, ovvero a Tournefort; dopo aver dimostrato anche partendo da questa premessa che la specie in questione non è un lichene, concluse: "La scoperta di questo fenomeno [= la fioritura di Marchantia] è stata a lungo celata ai botanici, dal momento che lo stesso M. Tournefort, che ha definito il carattere generico di Lichen, non ne fa menzione". Ufficializzato da Linneo, Marchantia è uno dei generi più noti e tipici delle epatiche, tanto da dare il nome non solo a una famiglia (Marchantiaceae), ma alla divisione (Marchantiophyta) che comprende tutte le epatiche. Insomma, almeno da questo punto di vista, la mossa di Jean Marchant per sottrarre suo padre dall'oblio si è rivelata decidamente vincente. Marchantia comprende da venti a quaranta specie (il numero varia di molto da uno studioso all'altro), presenti in tutto il mondo, soprattutto in ambienti umidi. Sono caratterizzate da un tallo appiattito a forma quasi di nastro, differenzato in due strati: quello superiore, con epidermide ben definita e provvista di pori, che provvede alla fotosintesi; quello inferiore con funzione di riserva. Il tallo presenta piccole strutture a forma di coppa chiamate gemme, contenenti piccoli pezzi di tessuto utilizzati per la riproduzione asessuata. Può infatti riprodursi sia in modo asessuato, sia in modo sessuato, tramite strutture riproduttive dette anteridi (maschili) e archegonia (femminili). Non producono semi, ma spore. La specie studiata da Marchant è M. polymorpha, un'epatica a diffusione planetaria (tutti i continenti ad eccezione dell'Antartide), altamente variabile, con numerose sottospecie. Dioica, presenta strutture riproduttive maschili e femminili su piante separate; probabilmente a ingannare Marchant che li scambiò per fiori furono gli archegoniofori costituiti da uno stelo con raggi a forma di stella. Questa specie è spesso visibile anche nei nostri giardini dove può infestare vasi e strutture. E' anche una pianta pioniera, spesso la prima a crescere dopo un incendio. A causa della forma del tallo, che può ricordare vagamente quella del fegato, sulla base della dottrina delle segnature per secoli è stata ritenuta un rimedio per le malattie di questo organo; da questa credenza deriva il nome "epatica". Secondo Fontenelle, che come d'uso fu incaricato dall'Accademia delle scienze di scriverne l'elogio funebre, la vita del dottor Morin era regolata in modo rigidissimo, "con un ordine quasi altrettanto uniforme e preciso dei movimenti dei corpi celesti". Ogni sera, andava a letto alle sette, per alzarsi alle due. Dedicava poi tre ore alla preghiera, spesso assisteva a una messa a Notre Dame, quindi trascorreva la mattinata in ospedale. Alle undici era ora di mangiare (una cosa di poco momento, visto che si nutriva di pane e acqua); se faceva bello, andava al Jardin des Plantes, dove rimaneva fino alle due. C'erano poi le visite ai poveri, quindi si richiudeva nella sua camera a studiare. Se qualcuno veniva a trovarlo, pazienza: "Quelli che vengono a trovarmi mi fanno onore, ma quelli che non vengono mi fanno piacere". Fu questa vita così regolare, così scandita con precisione dall'orologio a fare di Louis Morin un precursore della meteorologia: infatti per cinquant'anno annotò prima su un grosso registro, poi, quando divenne troppo pesante per le sue scarse forze di vecchio, su fogli volanti, la temperatura rilevata tre volte al giorno a ore fisse, le variazioni di pressione e umidita, lo stato del cielo e tutti i fenomeni atmosferici. Un materiale preziosissimo che fa la gioia di storici del clima e non solo. Non ha scritto nulla di botanica, che pure amava con passione, ma si è guadagnato la stima e la riconoscenza di Tournefort, che gli dedicò lo spinoso ma bellissimo genere Morina. Il registro del clima del dottor Morin Nel 1700, prima di partire per il suo viaggio in Oriente, Joseph Pitton de Tournefort cercò un supplente che lo sostituisse nelle dimostrazioni al Jardin des Plantes. Invece di rivolgersi a uno dei giovani assistenti del giardino, come Sébastien Vaillant, pensò a un medico già anziano, ma di grande esperienza e reputazione, Louis Morin (1635-1715), detto di Saint-Victor. Morin era nato a Le Mans e, secondo un cliché ricorrente nelle biografie dei botanici, si innamorò delle piante fin da ragazzino; il suo primo maestro fu un contadino che riforniva di "semplici" le farmacie della città. Si dice che gli pagasse le "lezioni" passandogli una parte del suo cibo; in tal modo, iniziò quell'abitudine alla sobrietà da cui mai si sarebbe discostato. Venuto a Parigi per studiare medicina, si nutriva solo di pane e acqua per dedicarsi interamente allo studio. Nel 1662 si laureò e incomincò ad avere fama di medico eccellente; entrò così all'Hôtel-Dieu; continuava a vivere da asceta, concedendosi talvolta qualche frutto, e, di nascosto, metteva i suoi guadagni nella cassetta delle elemosine. Per la sua grande reputazione, fu scelto come medico personale dalla duchessa di Guisa; mentre in precedenza si muoveva solo a piedi, ciò lo costrinse a prendere una carrozza. Ma nel 1688, quando la dama morì, se ne sbarazzò, e si ritirò a vivere nell'abbazia di San Victor, senza neppure un domestico, nonostante Mlle de Guise gli avesse lasciato una pensione di 2000 livres. Da quel momento, curò solamente i poveri. Gli anni e le infermità della vecchiaia lo costrinsero a integrare la dieta con un po' di riso e un'oncia di vino al giorno (circa 30 ml) attentamente misurata e assunta come una medicina. Della sua abilità come medico fa fede il medico reale Denis Dodart che scrisse: "Morin è indubbiamente il medico più abile di Parigi, e il meno ciarlatano". Non aveva però mai abbandonato l'interesse per la botanica; creò un notevole erbario e nel 1699 proprio come botanico fu ammesso come membro associato all'Accademia delle scienze; nel 1707 divenne membro effettivo, succedendo proprio a Dodart. Oltre a sostituire Tournefort durante la sua assenza, partecipò al catalogo del Jardin des Plantes dove, secondo la testimonianza di Fontenelle, se il tempo era bello si recava ogni giorno. Il suo contributo più importante riguarda la meteorologia. Per circa cinquant'anni, annotò su un apposito registro la temperatura, osservata tre volte al giorno (presumibilmente, tra le 5 e le 6 il mattino, tra le 14 e le 15 il pomeriggio e tra le 18 e le 19 la sera), le variazioni barometriche, l'umidità dell'aria, il vento, la nebbia, lo stato del cielo, la pioggia e altri fenomeni atmosferici. Alla fine degli anni '80 del Novecento questo diario meteorologico è stato riscoperto e attentamente studiato da Jean-Pierre Legrand et Maxime Le Goff; si tratta in effetti di un documento di estremo interesse tanto per i meteorologi quanto per gli storici. Morin si spense serenamente a 79 anni, "senza malattia, unicamente per mancanza di forze", sempre secondo Fontenelle. Grande erudito, dedicava il tempo libero dagli impegni professionali allo studio, e lasciò una notevole biblioteca, un medagliere e un erbario. Scrisse invece pochissimo; compilò un indice assai completo delle opere di Ippocrate in greco e in latino, rimasto però allo stato di manoscritto. Una pianta "orrida" ma bellissima Questo medico austero o santo laico entra nella tassonomia botanica grazie a Tournefort che al suo ritorno dall'Oriente espresse la sua riconoscenza al proprio "supplente" con la dedica di una pianta orientale. Le circostanze di questa dedica sono così raccontate nella relazione del viaggio. Tournefort e i suoi compagni si trovavano in una amena valle nei pressi di Erzurum dove c'erano numerosi mulini: "In uno di questi mulini avemmo il piacere di procedere alla nomina di uno dei più bei generi di piante del Levante, dandogli il nome di una persona molto stimabile per la sua scienza e la sua virtù. E' il signor Morin dell'Accademia reale delle Scienze, dottore in medicina della facoltà di Parigi, che per una singolare fortuna ha coltivato questa pianta da seme nel suo giardino all'abbazia di Saint Victor. Dico una singolare fortuna perché i semi non sono germinati né al Jardin Royal né in altri giardini dove li avevo fatti seminare. Sembra che [la pianta] si glori di portare il nome di M. Morin, che ha sempre amato e coltivato la botanica con passione". Grazie alla testimonianza di Tournefort, scopriamo così che a Saint Victor Morin aveva un giardino, dove fu il primo a coltivare Morina orientalis, ribattezzata M. persica da Linneo, che ufficializzò il genere istituito da Tournefort. In precedenza assegnato a una famiglia propria (Morinaceae), oggi fa parte delle Caprifoliaceae e comprende una quindicina di erbacee perenni distribuite nell'Eurasia, dai Carpazi all'Himalaya orientale e al Myanmar, attraverso il Vicino oriente, l'Asia centrale e la Cina, il principale centro di diversità con otto specie. Sono soprattutto specie montane, anche se crescono in una varietà di ambienti, tra cui affioramenti rocciosi, prati alpini, pendii aridi, margini di pinete, e persino aree umide di alta quota fino a 4800 metri. Ricche di costituenti chimici e aromatici, alcune specie trovano impiego nella medicina tradizionale cinese. Sono robuste erbacee perenni, talvolta munite di un breve caudice legnoso, Le foglie, unite in verticilli di 3-4, piuttosto varie da una specie all'altra, sono spesso spinose e profumate, I fiori sono riuniti in diversi giri successivi (verticillastri), protetti da bratte simili a foglie; avvolti da un involucello con denti spinosi, hanno lungo tubo calicina e corolla irregolare con due labbra e lembo diffuso. Il frutto è un achenio colonnare rugoso. Alcune specie, come le himalayane M. longifolia e M. nepalensis, sono talvolta coltivate in bordure assolate e giardini rocciosi, in particolare la seconda, una specie in miniatura di notevole bellezza. PS In alcuni siti si legge che il genere è dedicato al giardiniere parigino René Morin che nella prima metà del Seicento possedeva un notevole giardino con piante rare. Si tratta di un'informazione errata; la dedica di Tournefort è inequivocabile, e ad essa fa riferimento Linneo che in Hortus cliffortianus precisa: "Questa pianta, tanto terribile per le spine quanto bella e piacevole per i fiori, fu dedicata da Tournefort al dott. Morin suo supplente nell'orto botanico parigino nel periodo del suo viaggio". Potremmo anche pensare a un ritratto vegetale: le temibili spine di M. persica potrebbero alludere alla spigolosità del carattere del buon dottore, che a ogni compagnia preferiva se stesso, la bellezza dei fiori alla sua bontà caritatevole. Il tassonomista francese Adrien Franchet è stato uno dei maggiori studiosi della flora cinese e più in generale dell'Estremo Oriente. Eppure non ha mai messo piede né in Cina né in altri paesi dell'Asia orientale. Sono state piuttosto le piante cinesi a venire da lui, sotto forma di esemplari d'erbario spediti soprattutto dai missionari delle Missions Etrangères de Paris. Quando aveva ormai superato la quarantina, fu assunto al Museo di scienze naturali di Parigi per classificare le piante di Armand David; poi arrivarono quelle di Delavay, Farges, Soulié ed altri, moltissime delle quali inedite. Fu così che Franchet classificò e descrisse migliaia di nuove piante acquisendo una conoscenza senza pari della flora di quei paesi che mai aveva visto di persona. Lo ricorda, immancabilmente, una pianta cinese, Sinofranchetia chinensis. Dalla flora della valle della Loira a quella giapponese Come ho raccontato in questo post, il missionario francese Armand David tra il 1866 e il 1874 fece tre spedizioni in Cina, dalle quali inviò ingenti materiali al Museo di scienze naturali di Parigi. Per quanto riguarda le piante, si trattava di migliaia di esemplari d'erbario da esaminare, classificare e pubblicare, considerando che in una notevole percentuale erano nuove per la scienza. Nel 1880, Édouard Bureau, professore di botanica del Muséum, decise di affidare il lavoro al botanico Adrien René Franchet (1834-1900), che aveva attirato la sua attenzione come coautore di un volume sulla flora giapponese; grazie alla sua insistenza, egli fu assunto al Muséum come botanico ausiliario e si mise alacremente all'opera. Lavorando sui materiali raccolti dal padre David e poi da altri missionari attivi in Cina, Giappone e Corea, sarebbe diventato il massimo esperto della flora dell'estremo oriente, anche se non visitò mai di persona nessuno di quei paesi. Franchet era nato a Pezou, un paesino della valle della Loira, non lontano da Blois. Il padre era giardiniere e viticultore, ma morì quanto egli era ancora piccolo. Già era appassionato di piante e a dieci anni iniziò il suo primo erbario; quando ne aveva 12, la madre pensò di collocarlo come apprendista presso un farmacista di Blois. Il ragazzino ne fu felicissimo; si alzava all'alba e, prima di prendere servizio, andava ad erborizzare nella foresta di Russy. Ma ogni giorno gli era più difficile smettere; arrivava al lavoro sempre più in ritardo, finché in capo a un mese la madre lo ritirò e lo mandò a studiare al Petit séminaire de Saint François de Sales di Blois, una scuola secondaria di ottima reputazione che formava sia futuri seminaristi sia allievi laici. Qui seguì i classici studi liceali, ma senza dimenticare la passione per la botanica, cui dedicava il tempo libero. Al termine degli studi, forse pensava di diventare insegnante. Nel 1857 insegnava come supplente al collegio di Pontlevoy. Era un giovane serio e preparato e fu segnalato al marchese Paul de Vibraye, proprietario del castello di Cheverny, che lo assunse come curatore della sua collezione archeologica, geologica e paleontologica. Franchet si trasferì a Cour-Cheverny e divenne il braccio destro del marchese, uno dei pionieri degli studi preistorici in Francia, partecipando anche a scavi archeologici in Dordogna. Mentre la collezione del marchese cresceva (tra quelle private, era una delle più ricche, con decine di migliaia di oggetti tra cui 6000 reperti preistorici), Franchet continuava a dedicare il tempo libero alla botanica; erborizzava a Cheverny e nei dintorni, e accresceva il suo erbario con le raccolte e con gli scambi con altri appassionati. Al momento, si interessava solo di flora locale. Nel 1866 pubblicò il suo primo articolo (uno studio sulla distribuzione delle fanerogame nel dipartimento del Loir-et-Cher) e fu ammesso alla Société botanique. Nel 1868 il suo primo lavoro di sistematica, dedicato al genere Verbascum, incominciò a farlo conoscere negli ambienti scientifici. Più o meno nello stesso periodo cominciò a corrispondere con Ludovic Savatier (1830-1891), che nel 1865 era stato inviato a Yokosuka in Giappone come medico di una missione francese incaricata di costruire un complesso siderurgico, per poi divenire il responsabile sanitario dell'arsenale. Nei dieci anni durante i quali rimase in Giappone (1865-1876) Savatier contribuì allo scambio botanico tra Europa e Giappone sia raccogliendo e facendo raccogliere ai suoi collaboratori piante nipponiche, sia acclimatando piante europee nel paese del Sol Levante, sia soprattutto cercando di colmare la distanza culturale tra la botanica europea e quella nipponica. In Europa erano uscite due opere complessive su quella flora, Flora japonica di Thunberg (1784) e Flora japonica di Siebold e Zuccarini (1835-1848); in Giappone erano disponibili tre opere illustrate, Kwa-wi ("Raccolta di piante") di Shimada Yonan (1759), Honzo Zufu ("Trattato illustrato di botanica") di Iwasaki Tsunemasala (1828) e Somoko Zusetsu ("Illustrazioni e descrizioni di piante") di Jinuma Yokusai (1856). Anche se in quest'ultimo le piante erano organizzate secondo il sistema linneano e talvolta erano dati i nomi latini, non c'era corrispondenza sistematica tra il modo in cui le piante erano presentate in queste opere, con i loro nomi volgari, e la nomenclatura scientifica europea. Sollecitato dai suoi amici giapponesi, Savatier si era proposto di colmare questo gap, in primo luogo traducendo Kwa-wi con l'aiuto del suo allievo Saba, poi con un'opera illustrata che familiarizzasse i botanici nipponici con la nomenclatura e i sistemi di classificazione europei. A tal fine, fece intense raccolte, arricchite dagli invii di residenti europei e collaboratori giapponesi, mettendo insieme un erbario di almeno 1600 specie, di cui un centinaio nuove per la scienza; inoltre fece disegnare numerose tavole botaniche da artisti giapponesi. Non sappiamo esattamente come e quando cominciò la sua amicizia epistolare con Franchet; ci sono rimaste 221 lettere che egli inviò al botanico francese tra l'ottobre 1866 e il 1878 (non possediamo invece le risposte). Nonostante la distanza che rendeva lenti e difficili gli scambi, l'amicizia divenne intensa e a un certo punto Savatier coinvolse Franchet nel progetto; anche se fino ad allora si era occupato solo di piante europee, anzi prevalentemente del suo dipartimento natale, egli accettò, occupandosi da una parte del riscontro con la letteratura botanica europea, dall'altro con qle piante recentemente raccolte dal botanico russo Maximowicz e custodite presso l'orto botanico di San Pietroburgo, di cui poté ottenere i doppioni. Il risultato del lavoro a quattro mani fu Enumeratio plantarum: in Japonia sponte crescentium, in due volumi, usciti tra il 1875 e il 1879 a spese dello stesso Savatier, che con suo rammarico a causa dei costi dovette rinunciare a inserirvi le illustrazioni. Come leggiamo nella prefazione, voleva essere un manuale pratico: "Questo lavoro è stato redatto su richiesta dei botanici giapponesi e nella forma che essi stessi hanno indicato come più adatta a facilitare la ricerca e la conoscenza delle piante del loro paese". Le piante (circa 2600) sono organizzate in famiglie, generi e specie e per ciascuna specie sono dati i riferimenti alla letteratura botanica europea, l'eventuale riferimento alla letteratura botanica e iconografica nipponica, l'habitat, la distribuzione, il nome giapponese. Nel secondo volume, oltre all'aggiunta di specie segnalate nel frattempo fino al 1877, vengono date la diagnosi delle specie descritte per la prima volta (circa 400), chiavi per il riconoscimento di numerosi generi e una bibliografia aggiornata sulla flora nipponica. Non si tratta ovviamente di una flora completa del Giappone, ma è di notevole valore; sul piano storico, inoltre, fu la prima ad essere pubblicata dopo l'apertura delle frontiere agli stranieri. Per Franchet, cui si deve probabilmente gran parte del lavoro tassonomico, fu l'iniziazione alla flora dell'Asia orientale e, come ho anticipato, il biglietto d'ingresso al Museo di scienze naturali di Parigi. Pubblicare le piante dei missionari Nel 1880 il marchese di Vibraye morì e Franchet, dopo più di vent'anni al suo fianco, si trovò all'improvviso disoccupato; accettò dunque di buon grado la proposta di Bureau e nel 1881 si trasferì a Parigi. Da quel momento avrebbe lavorato al Muséum fino alla morte, prima come botanico aggiunto, poi dal 1886 come ripetitore presso il laboratorio di Alti Studi della cattedra di botanica, per le classi di classificazione e famiglie naturali. Di fatto fu distaccato all'erbario e si specializzò nella flora dell'estremo oriente. Il suo primo compito fu occuparsi delle piante inviate dal padre David, che dal 1875 viveva a Parigi nella casa madre del suo ordine. Gli era dunque possibile consultare il raccoglitore in persona, con il quale nacque anche un'amicizia personale. Nacquero così i due volumi di Plantae davidianae ex sinarum imperio, pubblicati tra il 1884 e il 1888, il primo dedicato alle piante raccolte in Mongolia e nella Cina centrale, il secondo a quelle del Tibet orientale. Quest'ultimo è certamente il più importante, sia per il gran numero di specie nuove (circa 150) sia per il loro carattere himalayano. Spiccano in particolare i numerosissimi rododendri (nella sua vita, Franchet ne avrebbe studiati e classificati 193). Tra le piante più note Davidia involucrata (che però fu descritta per la prima volta da Baillon, non da Franchet), Acer davidii, Buddleja davidii, Lilium duchartrei, Viola mongolica. Nel 1881 un altro missionario attivo in Cina, il padre Jean Marie Delavay, di passaggio a Parigi tra una missione e l'altra, incontrò padre David che lo presentò a Franchet. Egli durante una prima missione in Cina aveva già raccolto alcune piante, che però aveva consegnato al console britannico per il British Museum e per Kew. Franchet lo convinse a inviare invece al Muséum le piante che avrebbe raccolto nella nuova sede. Delavay fu assegnato allo Yunnan nordoccidentale, una regione ricchissima di biodiversità e sconosciuta ai botanici prima di lui. Fu l'inizio di un incredibile flusso di piante; tra il 1882 e il 1895 egli avrebbe raccolto e inviato al museo circa 200.000 esemplari appartenenti a oltre 4000 specie, 1500 delle quali di nuova segnalazione. Molte furono pubblicate da Franchet in vari articoli e nella sua seconda grande opera dedicata alla flora cinese, Plantae Delavayanae. Plantes de Chine recueillies au Yun-nan par l'abbé Delavay (1889-1890), che contiene tra l'altro 142 piante descritte per la prima volta; purtroppo, a causa del costo elevato delle numerose illustrazioni, ne uscirono solo tre fascicoli. Intanto, incoraggiati dai loro superiori, altri missionari dalle Missions Etrangères de Paris avevano incominciato a fare raccolte ed inviarle al Muséum. Tra quelli che furono pubblicati da Franchet, possiamo citare gli invii di Jean-André Soulié che raccolse più di 7000 specie in Tibet; di Paul Guillaume Farges, attivo a Chengkou nel Sichuan nord-orientale, raccoglitore di quasi 4000 specie; di Émile-Marie Bodinier dal Guizhou; di Urbain Jean Faurie dal Giappone, dalla Corea e da Formosa. In loro onore creò i generi Delavaya, Fargesia e Souliea (quest'ultimo, oggi non più accettato). Inoltre, in collaborazione con Bureau, studiò l'erbario della spedizione in Asia centrale, Tibet e Cina condotta nel 1890 da Gabriel Bonvalot e dal principe Henri d'Orléans. Anche se occasionalmente si occupò anche di piante di altre aree (ad esempio, pubblicò le piante raccolte in Somalia durante la missione Révoil del 1884), dedicò gran parte della sua attività alla flora dell'Asia orientale, con oltre ottanta tra libri ed articoli. In molti di essi approfondì la tassonomia di generi come Delphinium, Epimedium, Primula, Syringa, Gentiana, Lilium, Adonis, maturando sempre più la convinzione della profonda analogia tra la flora alpina europea e quella dei monti asiatici e dell'importanza dello studio di quella flora per comprendere la genesi delle piante delle nostre montagne; così nel 1896, a proposito di una nuova specie di Gentiana, scrisse: "Nel nostro periodo geologico, è proprio nell'Asia centrale e più propriamente nella Cina occidentale che si trova il maggior centro specifico di gran parte dei generi considerati a ragione caratteristici della regione alpina europea". Era su questo terreno che indirizzò i suoi studi negli ultimi anni della vita, ma senza poter giungere a un'opera complessiva, a causa della morte che lo colse improvisa nel 1900, all'età di 66 anni. Nella sua operosissima attività di botanico aveva pubblicato diverse migliaia di piante, 1400 delle quali tuttora accettate, e 17 generi validi. Grappoli di bacche viola-blu Non stupisce che questo grandissimo tassonomista, in contatto con i principali orti botanici, ed in particolare con Kew e San Pietroburgo, sia ricordato da una pletora di eponimi; sono almeno 138 le piante che si fregiano della denominazione franchetii o franchetianus, la più nota delle quali è probabilmente Cotoneaster franchetii. Ben quattro furono i generi che gli furono dedicati: in ordine di tempo, Franchetia, da parte di Baillon nel 1885; Franchetella da parte di Pierre nel 1890; un'altra Franchetella da parte di Kuntze nel 1891, (1891), Sinofranchetia da parte di Hemsley nel 1907 (ma già creati come sottogenere di Holboellia da Diels nel 1900). Solo quest'ultimo è tuttora accettato. Sinofranchetia (Diels) Hemsley è un genere monotipico della famiglia Lardizabalaceae, rappresentato dalla sola S. chinensis. Franchet era stato il primo a descriverla nel 1894, come Parvatia chinensis. E' una rampicante legnosa originaria delle foreste dense e dei margini forestali della Cina centro-meridionale. E' caratterizzata da belle foglie tripennate, con fogliolina centrale largamente obovata e foglioline laterali ovato-ellittiche disposte obliquamente, glauche nella pagina inferiore. I fiori unisessuali (talvolta portati su esemplari diversi), verdastri, piccoli e poco appariscenti, sono raccolti in lunghi racemi penduli. A farsi notare sono piuttosto i frutti, bacche blu-violaceo delle dimensioni di un chicco d'uva, disposti a coppie o in fascetti di tre a ogni nodo dell'infruttescenza pendula, lunga anche una ventina di centimetri. Sono eduli, ma insipidi. A differenza di specie di generi affini come Holboellia S. chinensis è quasi rustica. Nel 1586, presso l'editore Rouillé di Lione, comparvero i due tomi di Historia generalis plantarum, nota anche come "erbario di Lione". Il primo elemento che ci colpisce aprendo quest'opera poderosa è che, nonostante il reboante sottotitolo che promette al lettore la descrizione di tutte le piante note agli antichi nonché di quelle prima ignote scoperte "nelle parti orientali ed occidentali" e oltre un migliaio di illustrazioni "riccamente superiori a tutte le precedenti", il frontespizio non rechi il nome di alcun autore. Eppure un autore, o almeno un autore principale, c'era, e aveva lavorato a quell'opera per almeno un quarto di secolo. Era il medico, botanico e filologo Jacques Daléchamps. È troppo per pensare che fosse così insoddisfatto della redazione finale, che l'editore aveva affidato ad altri, da preferire che il suo nome non comparisse? Confusa, piena di errori, pesantemente censurata da Caspar Bauhin, con le sue oltre 2700 piante era comunque l'opera più ampia e ambiziosa dell'epoca e nonostante i difetti fu molto letta e consultata, specie nell'edizione francese. A ricordare il dottissmo Daléchamps, autore anche di una notevolissima edizione di Plinio, il genere Dalechampia, omaggio di Plumier replicato da Linneo. Un autore, troppi autori e un'opera anonima Nel Cinquecento, in seguito ai viaggi di esplorazione, il numero di piante conosciute incominciò ad aumentare drammaticamente, dalle poche centinaia note agli antichi alle migliaia incontrate dai viaggiatori europei nelle Americhe, in Asia, in Africa. I botanici del tempo, però, si illudevano ancora che il loro numero fosse gestibile, che fosse ancora possibile a una singola persona racchiuderle tutte in una singola opera. Dal De plantis di Andrea Cesalpino al Pinax di Caspar Bauhin, che con le sue 6000 piante segnerà allo stesso tempo il culmine e la fine di questo filone, il secondo Cinquecento è tutto un fiorire di queste opere enciclopediche che si vorrebbero onnicomprensive. Tra i tentativi più grandiosi ma allo stesso tempo sfortunati, spicca Historia generalis plantarum di Jacques Daléchamps (1513-1588). Figlio egli stesso di un medico di Caen, nel 1545, già ultratrentenne, si iscrisse all'università di Montpellier, dove fu uno dei primissimi allievi di Rondelet, con il quale rimase in termini di stretta amicizia, scrivendo in suo onore anche due dei poemi encomiastici che si leggono in De piscibus. Dopo la laurea, per qualche tempo visse a Valence e a Grenoble, finché intorno al 1550 si stabilì a Lione dove sarebbe vissuto fino alla morte. Nel 1552 fu nominato medico dell'Hôtel-Dieu dove avrebbe esercitato per circa trent'anni, nel corso dei quali fu sempre più presente nella vita cittadina. Erano anni difficili per Lione, devastata dalle guerre di religione, della povertà, dalla sifilide, da ripetute epidemie di peste. Daléchamps si fece un nome come ottimo medico e chirurgo e fu più volte chiamato a far parte delle commissioni mediche nominate dal consiglio cittadino o dal governatore per cercare di contrastare quel terribile flagello. Proprio alla peste dedicò quella che è probabilmente la sua prima opera a stampa (De Peste libri tres opera Jacobi Dalechampii, 1552), che non è un lavoro originale, ma la riedizione di un trattato trecentesco del medico di Montpellier Raymond Chalin de Vinario. È l'ingresso di Daléchamps nel mondo dell'editoria che aveva in Lione una delle sue capitali. Da quel momento egli fu molto attivo sia come autore (gli si deve tra l'altro una Chirurgie Françoise, pubblicata nel 1570), sia come filologo, traduttore e divulgatore di opere dell'antichità: tradusse in latino e commentò I deipnosofisti di Ateneo di Naucrati; tradusse in francese dal greco l'opera di Galeno e le opere mediche di Paolo Egineta e dal latino le opere mediche di Celio Aureliano. La più importante delle sue opere filologiche è senza dubbio l'edizione commentata della Naturalis historia di Plinio (1584), un lavoro dottissimo e assai apprezzato che lo impegnò per almeno un decennio. Al momento della morte, lasciò manoscritta un'edizione delle opere dei due Seneca, il retore e il filosofo, e una traduzione latina di tutte le opere superstiti di Teofrasto. Furono presumibilmente proprio questi molteplici impegni editoriali ad impedirgli di curare di persona la pubblicazione di Historia generalis plantarum e in definitiva a determinarne il fallimento. D'altra parte l'iniziativa di pubblicare una grande opera illustrata che raccogliesse tutte le piante note agli antichi e ai moderni presumibilmente non venne da lui, ma dall'editore Rouillé; nella prefazione (Lettera al lettore), quest'ultimo scrive: "Più di 20 anni fa, entrando nello studio di Jacques Daléchamps, trovai questo eccellente medico intento a consultare un grosso manoscritto di disegni di piante; la vista di questi disegni rari e squisiti mi fece pensare che avrebbero potuto essere l'infanzia e l'origine di un'opera estesa". Questa versione è confermata dal medico lionese Jacques Pons, una fonte molto affidabile in quanto collega ed amico di Daléchamps. Rouillé (in latino Rovillus), che si era formato a Venezia con i Giolito, era un abilissimo imprenditore che nei suoi 45 anni di attività pubblicò circa 830 testi, spaziando dai classici alla letteratura francese, italiana e spagnola, al diritto, alla religione, alla medicina e alle scienze. Sapeva scegliere i suoi collaboratori ed era perfettamente consapevole che il successo commerciale di un'opera di botanica dipendeva soprattutto dall'apparato iconografico, come avevano dimostrato i recenti esempi di Historia stirpium di Fuchs (1542) e dell'edizione latina illustrata dei Commentari di Mattioli (1554). Non stupisce che sia stata attratto e colpito, più che dal sapere botanico e filologico di Daléchamps, dalla sua grande ed eccellente collezione di immagini. Daléchamps iniziò a collaborare con Rouillé nel 1552 curando il già citato trattato sulla peste; nel 1558 l'editore lo coinvolse in una riedizione del commento a Dioscoride di Amato Lusitano. Stando al sottotitolo, "sono state aggiunte a quest'opera, oltre alla correzione dei lemmi, le annotazioni di R. Constantin nonché le immagini dei semplici di Leonhardt Fuchs, Jacques Daléchamps e altri", il suo ruolo dovette limitarsi a procurare alcune immagini, mentre le altre furono "piratate" da Fuchs ed altri. Della cura del testo si occupò un altro medico e filologo, Robert Constantin. Anche lui era originario di Caen e buon amico di Daléchamps, cui dedicò la sua opera più nota, il Lexicon graeco-latinum (1562). Se già a questa data egli aveva messo insieme quel grosso manoscritto di "disegni rari e squisiti", possiamo ipotizzare che Daléchamps avesse iniziato ad erborizzare, disegnare o far disegnare piante, se non nella sua giovinezza in Normandia, per lo meno negli anni di studio a Montpellier, secondo l'insegnamento di Rondelet, che incoraggiava i suoi allievi a percorrere le campagne alla ricerca di piante. Dovette dunque aderire con entusiasmo al progetto editoriale di Rouillé, che da parte sua si fece carico delle costosissime matrici xilografiche, sia originali, sia copiate da altre opere; mise a disposizione di Daléchamps il suo grande giardino, la Recluserie de Ste Hélène, dove secondo Pierre Jacquet, "i botanici lionesi coltivavano le piante descritte in Historia generalis plantarum"; tramite la sua vasta rete commerciale, gli fece inviare campioni di piante da tutto l'Occidente; infine, gli trovò in successione due aiutanti. Il primo fu Jean Bauhin (1541-1613). Allievo di Fuchs e Gessner, nell'ottobre 1561, appena ventenne, si iscrisse alla facoltà di medicina di Montpellier, laureandosi l'anno successivo. Anche lui allievo di Rondelet, durante il soggiorno in Linguadoca erborizzò intensamente con il condiscepolo Leonhard Rauwolf. Viaggiò poi in Italia e nel settembre 1563 si stabilì a Lione, prendendo alloggio a casa di Rouillé. Qui lavorò a un'opera sulle piante che, secondo diversi commentatori, altro non sarebbe che Historia generalis plantarum. Nel 1568, come protestante, dovette però lasciare la città con la famiglia (nel frattempo si era sposato con una lionese) e rifugiarsi in Svizzera. Nella sua prefazione, Rouillé non fa parola di questa collaborazione, mentre in una lettera scritta circa trent'anni anni dopo, a proposito di Historia generalis plantarum Jean Bauhin scrive "Quando questa storia mi è stata affidata, mi dedicai ad essa con coraggio e con qualche successo". Pierre Jacquet, che verso la fine del Novecento ha dedicato un approfondito articolo ai botanici lionesi del Rinascimento, soffermandosi in particolare su Daléchamps e sull'erbario di Lione, ritiene si tratti di una vanteria, corrispondente all'aspirazione di Bauhin di "essere riconosciuto come collaboratore di questa grande impresa, ma le circostanze hanno fatto sì che la sua partecipazione sia fallita e ne è derivato un grande risentimento". Jacquet è però in controtendenza; generalmente si ritiene che l'opera a cui lavorava Jean Bauhin quando viveva a Lione fosse Historia generalis plantarum e che egli abbia iniziato a lavorare alla sua Historia plantarum universalis molto dopo. Del resto, visto il pessimo giudizio di Bauhin sull'opera, è strano che desiderasse intestarsela. Tuttavia, il suo soggiorno a Lione durò appena cinque anni, il che dovette forzatamente limitare la portata del suo contributo. Daléchamps dovette continuare a lavorare alacremente al grandioso progetto nel corso degli anni '70, da una parte moltiplicando le ricerche sul campo, dall'altra leggendo, annotando, confrontando, chiosando le opere botaniche di antichi e moderni. Jacquet ha documentato una serie di viaggi in Normandia, a Parigi (dove potrebbe aver visitato giardini pubblici e privati con collezioni di piante esotiche), in Alvernia, nelle Cevenne, nel Delfinato, nel Giura, nel Vallese, nella regione di Ginevra. Daléchamps corrispondeva (e scambiava materiali) con molti botanici di primo piano, tra i quali troviamo Gessner, Camerarius e Lobel. Tuttavia, con l'intensificarsi degli altri impegni editoriali - il commento a Plinio, dopo un impegno ventennale, fu completato e pubblicato nel 1587, contemporaneamente a Historia generalis plantarum, e in quegli anni Délechamps lavorava anche alle traduzioni di Teofrasto e Seneca - egli dovette rassegnarsi ad affidare ad altri la redazione finale di quella che in una lettera all'amico Camerarius definisce la "nostra opera monumentale sulle piante"; la scelta dell'editore cadde sul medico Jean Desmoulins (1530-1582). Anch'egli aveva studiato a Montpellier, ma probabilmente non fu allievo di Rondelet, morto lo stesso anno della sua iscrizione alla facoltà di medicina; collaborava da tempo con Rouillé per il quale aveva curato la traduzione francese dei Commentarii di Mattioli (Les Commentaires de M. Pierre-André Matthiole, médecin sénois, sur les six livres de P. Dioscoride, 1572 e nuovamente 1579). La natura del contributo di Desmoulins è chiarita dal ben informato Pons che, dopo aver ricordato la genesi dell'opera, il debito con gli antichi e i moderni (cita Mattioli, Dodoens, Anguillara, Fuchs, Lobel e Pena, Bock e un misterioso Tenerus) e le "non poche" descrizioni e immagini messe insieme da Daléchamps, scrive: "Il medico Molinaeus [= Jean Desmoulins], uomo di singolare erudizione e dottrina, con la massima cura e diligenza divise questa massa di piante [ovvero sia quelle raccolte e descritte da Daléchamps, sia quelle ricavate dalle opere di autori antichi e moderni] in ordini e classi, ne aggiunse molte dagli antichi, e anche qualcuna di suo, avvalendosi del consiglio di Daléchamps". Insomma, il suo ruolo fu quello di editor o, se vogliamo usare l'espressione impiegata da Jacquet, di negro, incaricato di trasformare le note più o meno organizzate accumulatesi in 25 anni di lavoro in un testo compiuto. Inoltre contemporaneamente attese a una traduzione parziale in francese. Forse la cosa avrebbe potuto funzionare, se Desmoulins non fosse morto nel 1582, quando era stata completata la stampa solo dei primi 4 libri (su 17 totali). Daléchamps - vecchio, malato, sovraccarico di lavoro - non poteva occuparsene, Rouillé voleva pubblicare a tutti i costi, viste le ingenti spese già sostenute; di fatto, tra dilazioni e ritardi, a occuparsi di quanto rimaneva sarebbero stati i tipografi, con l'accumularsi di errori di ogni tipo. Scrivendone a Clusius in una lettera del 1603, Lobel indica un colpevole: "M. Chaubin [presumibilmente il proto che si occupò della messa in pagina] è imputabile degli errori e dei gravi abusi di questo erbario e di ben 400 figure usate due o anche tre volte per la stessa pianta in paragrafi diversi". Adriaan van der Spiegel nella sua Isagoge in rem herbariam (1606) aggiunge altri responsabili: "si afferma da fonte sicura che [Daléchamps] aveva lasciato incompiuto il suo erbario; così questo libro contiene molti errori dovuti ai copisti che hanno preparato l'erbario per la stampa". Infine i due volumi furono pronti per la fiera di Lione del gennaio 1586 (a causa dell'ennesimo refuso, il primo volume reca la data 1587), ma sul frontespizio non compare il nome di nessun autore; la spiegazione più probabile è che, vedendo il disastro, Daléchamps abbia preferito non figurare come autore di un'opera così sconciata. Forse sperava di firmare una prossima seconda edizione rivista; tuttavia egli morì nel 1588, Rouillé lo seguì l'anno dopo, e il suo erede non aveva alcun interesse a mettere mano a una seconda edizione, tanto più che la prima non era esaurita; solo molti anni dopo, nel 1617, avrebbe pubblicato l'edizione francese nella traduzione di Jean Desmoulins che, al contrario, di quella latina, fu un successo editoriale . Luci e ombre di un'opera monumentale Per dimensioni e numero di piante trattate si trattava effettivamente di un'opera enciclopedica: due volumi in folio per 2034 pagine complessive, illustrate con 2686 incisioni; le piante trattate sono 2700, molte di più di qualsiasi opera precedente (per fare due soli esempi, in Stirpium adversaria nova di Pena e Lobel erano 1200, in De plantis di Cesalpino 1500). Le piante non sono esposte in ordine alfabetico, ma raggruppate in diciotto categorie, ognuna delle quali occupa un libro. A differenza proprio di Cesalpino o anche di Lobel, non abbiamo a che fare però con un sistema, ma con raggruppamenti eclettici, basati ora sull'habitat, ora sugli usi, ora su caratteristiche delle piante stesse. Iniziando dal Libro I, troviamo gli alberi che crescono spontaneamente nei boschi; quindi gli arbusti che crescono spontaneamente nelle siepi e nei cespugli (libro II); gli alberi piantati nei frutteti (libro III); grani, leguminose e erbe selvatiche che li accompagnano (libro IV); ortaggi e erbe che crescono nei giardini e negli orti (libro V); le ombellifere (libro VI); le piante che piacciono per i loro fiori (libro VII); piante aromatiche (libro VIII); piante palustri (libro IX); piante che crescono in luoghi aspri, sabbiosi, rocciosi o aridi (libro X); piante dei luoghi ombrosi, umidi, fangosi, umiferi (libro XI); piante delle rive del mare e del mare stesso (libro XII); piante rampicanti (libro XIII); cardi e altre piante spinose e pungenti (libro XIV); piante bulbose, con radici carnose e geniculate (libro XV); piante purgative (libro XVI); piante velenose (libro XVII); piante esotiche (libro XVIII), ovvero le plantae peregrinae come si chiamavano allora. È il libro più ampio - oltre 170 pagine -attinto soprattutto da Mattioli, Clusius e Lobel. Segue un amplissimo indice plurilingue (latino, greco, arabo, francese, italiano, spagnolo, tedesco, olandese, ceco e inglese) di una cinquantina di pagine. A questo punto l'editore dovette accorgersi che qualcosa rimaneva fuori e volle ancora aggiungere due appendici, la prima sulle piante esotiche poco note, ricavata essenzialmente dalle opere di Acosta e Garcia da Orta, la seconda sulle piante egizie e siriane inviate da Rauwolf. Dalle lettere di Daléchamps a Camerarius sappiamo che questa aggiunta fu un'idea esclusiva di Rouillé, che rallentò ulteriormente la pubblicazione e lo contrariò assai. Da eccellente editore qual era, Rouillé garantì un'opera graficamente curata, con bei capilettera e capitoli chiaramente scanditi da sottotitoli a margine; ogni capitolo è dedicato a una pianta, di cui vengono esposti i nomi (nomina), le sottospecie o tipi (genera), l'aspetto (forma), l'habitat (locus), le proprietà medicinali e gli usi, con riferimenti puntuali e citazioni di antichi e moderni; l'opera vuole infatti presentarsi come una summa di tutto ciò che è stato scritto sulle piante fino a quel tempo. Secondo Jacquet, gli autori citati sono oltre 300. Tra gli antichi i più citati sono Plinio e Dioscoride, tra i moderni Mattioli, Pena e Lobel. Un enorme sovraccarico informativo che è crollato su se stesso quando la cura dell'opera è rimasta abbandonata a Rouillé e ai suoi tipografi. I possibili disastri sono ben esemplificati dalla voce Primula del settimo libro (riprendo l'esempio dal bell'articolo di B. Olgivie The Many Books of Nature: Renaissance Naturalists and Information Overload); dopo averne elencato i nomi, vengono descritti i tre tipi menzionati da Dodoens, cui se ne aggiungono altri tre, per un totale di sei, ma le illustrazioni sono sette. Segue un lungo excursus in cui si discute se questa pianta va identificata con il verbascum di Dioscoride, che risulta del tutto inutile dato che esso viene confuso con verbasculum. Così, quando infine l'opera uscì, per citare ancora Olgivie, "molti contemporanei condivisero l'impressione che fosse una raccolta di note mal editate". Clusius la attendeva con impazienza, ma dopo la sua pubblicazione non la menzionò mai, forse anche offeso dall'omissione di molte piante trattate nelle sue opere. Anche il medico e naturalista sassone Caspar Schwenckfeld ne fu profondamente deluso: in una lettera a Caspar Bauhin, scrive che il libro è stato messo insieme con poco giudizio e in un ordine confuso. Durissimo il giudizio di Jean Bauhin: "A dire il vero, colui che ha messo insieme questo erbario di Lione ha usato i nostri materiali, ma con molte altre cose, li ha accatastati con poco giudizio, talvolta separando i generi dalle specie, talvolta introducendo, spesso a sproposito, descrizioni e rappresentazioni. Ovviamente non poteva fare diversamente, essendo mal informato in materia di piante e poco al corrente delle dotte riflessioni del sapientissimo Daléchamps, che confonde indistintamente con le nostre e quelle di qualcun altro. Ne risulta una storia confusa, mal digerita e senza giudizio e, si potrebbe dire, senza grande utilità per il vero botanico". Se Bauhin poteva essere mosso dal risentimento personale, si deve invece al devoto ricordo dell'amico scomparso e al desiderio di salvare il salvabile l'intervento di Jacques Pons. Nell'opuscolo In Historium generalem plantarum Rouillii, duobus tomis et appendice comprehensam breves annotationes & animadversiones compendiosæ, pubblicato nel 1600, dopo una breve prefazione utile per ricostruire la genesi dell'erbario di Lione, egli elencò e corresse 294 errori, per la più tipografici e non sostanziali. Pons dimostra grande ammirazione per Daléchamps, non critica l'opera in sé e di fatto il suo è un errata corrige, di cui infatti gli eredi Rouillé tennero conto nell'approntare l'edizione francese (Histoire générale des plantes, sortie latine de la bibliothèque de M. Jacques Daléchamps, puis faite française, par M. Jean de Moulins, 1615). Hanno invece tono e intento demolitorio le Animadversiones in historiam generalem plantarum Lugduni editam pubblicate nel 1601 da Caspar Bauhin; le sue critiche puntano in particolare contro le descrizioni e le figure prese di peso da altre opere e soprattutto il pasticcio delle figure, 400 delle quali sono ripetute due o anche tre volte. Le tristi vicende editoriali della sua opera botanica hanno finito anche per occultare a lungo il contributo personale di Daléchamps non come erudito o chiosatore di opere altrui, ma come botanico sul campo. Il primo ha sottolineare questo aspetto fu forse Dominique Villars nel 1786 scrivendo: "Quanto ne avrebbe guadagnato la reputazione di Dalechamps se, invece di affidare le sue note a medici che poco sapevano di botanica, a tipografi, a gente che voleva racchiudere tutto in una storia generale, avesse potuto redigere egli stesso e darci ciò che aveva visto, senza obbligare G. Bauhin a scrivere [...] un libro per rilevare gli errori grossolani in cui essi erano caduti". Qualche anno dopo, in Historia rei herbariae (1807) Curd Sprengel diede un primo elenco di 57 piante del Lionese e della Francia occidentale descritte per la prima volta da Daléchemps; tuttavia, il suo contributo come pioniere dello studio della flora delle Alpi occidentali è stato messo in luce solo all'inizio del Novecento dallo svizzero Hermann Christ. Nel suo articolo più volte citato, Jacquet ha infine individuato "131 piante nuove descritte da nostro semplicista lionese", fornendone l'elenco con i nomi di Daléchamps e quello attuali. Nel mare magnum di Historia generalis plantarum, rappresentano appena il 6%, ma sono sufficienti a dimostrare che non sbagliava Linneo in Philosophia botanica a classificare il nostro non solo tra i "commentatori degli antichi" (pensava certo al suo Plinio), ma anche tra i "descrittori utilissimi". Una pianta degli orti e un genere singolare Il XVI capitolo del V libro, quello sulle umili piante degli orti, è dedicato a Hieracium. Se ne illustra il nome in greco, latino e francese, quindi si passa ai tipi: "Dioscoride gli assegna due tipi, il grande e il piccolo, ai quali Daléchamps aggiunge Hieracium macrocaulon [...]. Quest'ultimo prende il nome dalla lunghezza del fusto". Questo "Hieracium" dal fusto lungo e sottile oggi si chiama Hypochaeris radicata ed in realtà era già stato descritto da Dodoens e Lobel. La vera novità è il supposto H. magnum di Dioscoride, di cui Daléchamps, contestando la precedente identificazione di Mattioli, fornisce una propria illustrazione e un'accuratissima descrizione. Sono le prime in assoluto di una pianta che ancora porta il suo nome: è il boccione maggiore Urospermum dalechampii. Ma, per volere di Plumier confermato da Linneo, Daléchamps è ricordato anche da un genere esotico, che mai vide e conobbe. Dalechampia (famiglia Euphorbiaceae) è un grande genere di un centinaio di specie diffuso soprattutto dal Messico all'America tropicale, con un numero minore di specie in Africa, Madagascar e Asia meridionale; il numero maggiore di specie si concentra invece in Brasile, con una settantina di specie e una cinquantina di endemismi. È caratterizzato da fiori unisessuali secondariamente uniti in infiorescenze bisessuali (pseudanthia) che fungono da unità di impollinazione. Ciascuna infiorescenza, a simmetria bilaterale, è caratterizzata da due brattee grandi e vistose oppure piccole e ridotte a stipole, un pleiocasio di 4-50 fiori staminati (maschili) e una cimetta di 1-3 fiori pistillati (femminili); diverse specie sono munite di ghiandole resinifere. La singolarità dei fiori, unici in questa famiglia (tanto che il genere è l'unico rappresentante di una propria tribù, Dalechampiinae), e la grande varietà di forme di impollinazione ne hanno fatto uno dei gruppi più studiati tra le Euphorbiaceae. La maggior parte delle specie neotropicali sono impollinate da femmine di varie specie di imenotteri che usano la resina per costruire i nidi; una dozzina di specie è però impollinata da imenotteri maschi, che si servono della resina profumata per attirare le femmine. Le specie asiatiche sono impollinate da api Megachile raccoglitrici di resina, mente quelle malgasce lo sono sia da api raccoglitrici di resina sia da api raccoglitrici di polline. Le Dalechampia sono prevalentemente rampicanti, in alcuni casi liane, più raramente arbusti o suffrutici. Hanno rami cilindrici, in alcune specie muniti di peli urticanti, morfologia fogliare molto varia, con foglie da intere a composte, con lamina lineare, obovata, cordata, lanceolata, talvolta profondamente lobata, con grande variabilità anche nello stesso individuo. Alcune specie con brattee vistosamente colorate sono talvolta coltivate; quella più comunemente offerta dai vivai è Dalechampia aristolochiifolia, con brattee viola, anche se, a causa della scorretta identificazione iniziale, è per lo più commercializzata come D. dioscoreifolia. Nel 1546, quando parte per il suo memorabile viaggio in Oriente, il francese Pierre Belon è già un naturalista completo, formatosi niente meno che alla scuola del geniale Valerius Cordus. Visita quei paesi da vero uomo del Rinascimento, deciso a tutto osservare e tutto annotare. Il suo obiettivo principale è identificare in situ le piante e gli animali citati nelle opere di Galeno e Dioscoride, ma non mancherà di soffermarsi sulla geografia, i monumenti, gli usi e i costumi, la medicina. Al suo ritorno, oltre a descrivere ciò che ha visto e osservato nel suo libro più celebre, Les observations de plusieurs singularitez et choses memorables trouvées en Grèce, Asie, Judée, Egypte, Arabie et autres pays étrangèrs, continua a viaggiare in Europa e pubblica moltissimo, forse nell'intento di scrivere una grande storia naturale. Incisivo soprattutto il suo contributo alla zoologia, con due notevoli trattati, uno sui pesci e l'altro sugli uccelli, celebre per contenere il primo tentativo di anatomia comparata. Come botanico, scrive la prima opera dedicata esclusivamente alle conifere e un trattato di arboricoltura, che riflette il suo interesse per l'acclimatazione di piante esotiche; gli è attribuita l'introduzione in Francia di diverse piante mediterranee, dal cedro del Libano all'albero di Giuda. Grazie a Plumier e Linneo, lo ricorda il piccolo genere Bellonia (Gesneriaceae), endemico di Cuba e Haiti. Anni di apprendistato: Francia, Germania, Italia Dopo il disastro della battaglia di Pavia (1526), per controbilanciare lo strapotere di Carlo V, il re di Francia Francesco I cerca l'alleanza di Solimano il Magnifico. Dal 1537 c'è un ambasciatore permanente presso la Sublime Porta. Il primo è Jean de la Forest, che negozia le Capitolazioni che concedono alla Francia gli stessi privilegi di cui già godevano Venezia e Genova: la sicurezza dei beni e delle persone, l'extraterritorialità e la libertà di trasportare e vendere beni a condizione di pagare i diritti di dogana; tuttavia, la sua missione è complessivamente un fallimento e le Capitolazioni saranno ratificate solo nel 1569. Si succedono diversi altri ambasciatori, che sono soprattutto militari, e negli anni successivi i turchi intervengono a più riprese a fianco dei francesi contro gli imperiali; tuttavia nel 1545, Francesco I è costretto ad accettare la pace di Crépy che prevede il riconoscimento del dominio di Carlo V sull'Italia e un armistizio tra turchi e imperiali. Il re francese l'ha siglata a malincuore, e non sogna altro che riprendere la guerra. Conta più che mai sull'alleato ottomano, che vorrebbe convincere a rompere la tregua e a intervenire sia in Italia sia in nord Africa. Per recuperare il prestigio intaccato da tante sconfitte e da una politica esitante, nel 1546 invia a Costantinopoli una grandiosa ambasceria. A capeggiarla è Gabriel de Luetz, signore di Aramon, un diplomatico esperto che conosce bene la corte ottomana per aver già partecipato a missioni precedenti, accompagnato un grandioso seguito di settantacinque o ottanta persone. E' una missione diplomatica, ma anche scientifica; del gruppo fanno parte l'erudito Pierre Gilles, con il compito di procurare manoscritti per la biblioteca reale, e il naturalista Pierre Belon, con la missione di recensire le risorse dell'impero ottomano in vista di una futura partnership commerciale. Più tardi, saranno raggiunti dall'avventuroso André Thevet e dal geografo Nicolas de Nicolay. Tutti al loro ritorno in Francia pubblicheranno resoconti dei loro viaggi. Quello più importante dal nostro punto di vista, e non solo per lo spazio privilegiato occupato dalle piante e dagli animali, è quello di Pierre Belon, Les observations de plusieurs singularitez et choses memorables trouvées en Grèce, Asie, Judée, Egypte, Arabie et autres pays étrangèrs. Belon è un erudito, che affronta il suo viaggio in Oriente con il bagaglio di molte letture, ma è soprattutto un osservatore meticoloso, deciso a mettere al primo posto l'esperienza diretta. E' il metodo che ha appreso dal suo maestro, il botanico tedesco Valerius Cordus, di cui in qualche modo raccoglie l'eredità: visitare il Levante per verificare sul posto la tradizione botanica degli antichi era il grande sogno di Cordus, morto troppo presto. Pierre Belon (1517-1564) nasce nel villaggio di Souletières, a una trentina di km da Le Mans, che più tardi avrebbe considerato la sua patria, tanto da firmarsi alla latina Petrus Bellonius Centomanus. Non conosciamo quasi nulla dei suoi primi anni: nato probabilmente in una famiglia contadina, trascorre l'infanzia in Bretagna, in un ambiente dove già stava penetrando il protestantesimo (forse nelle terre dei Rohan), con una natura varia e affascinante che accende il suo interesse per le scienze naturali. Adolescente, entra come apprendista nella bottega di un conterraneo, il farmacista René des Prez, e nel 1535 lo segue in Alvernia al servizio di Guillaume du Prat, vescovo di Clermont. Tre anni anni dopo torna nel Maine e passa al servizio di René du Bellay, vescovo di Les Mans, probabilmente come farmacista. Il vescovo era il più giovane dei quattro fratelli du Bellay (Guillaume, Jean, Martin e appunto René) che, come diplomatici, uomini politici, religiosi, mecenati delle arti e scrittori essi stessi, ebbero un ruolo di primo piano nella politica e nella cultura francese del Rinascimento. Erano inoltre cugini del grande poeta Joachim du Bellay, uno dei sette fondatori della Pléiade. E' forse la comune passione per le piante che fa scoprire al vescovo il talento di quel giovane farmacista. A Touvoie, non lontano da Les Mans, il vescovo possiede un raffinato giardino che anni dopo sarà lodato da Conrad Gessner: "E' impossibile lodare a sufficienza il giardino di René du Bellay, vescovo di Les Mans, per la coltivazione delle erbe e degli alberi più rari; è il più nobile tra tutti quelli che oggi possiamo vedere non solo in Germania ma nella stessa Italia, tanto che nulla si può aggiungere all'assoluta cura e diligenza d'un giardino ben coltivato e ricolmo di innumerevoli ricchezze di piante". Lo stesso Belon lo definirà «un vasto vivaio di alberi e arbusti esotici»; è considerato uno dei primi giardini botanici francesi, ma più correttamente si trattava di un giardino di acclimatazione nonché di un arboretum. La relazione tra Belon e il giardino di Touvoie non è molto chiara. Scrivendone molti anni dopo la morte del suo protettore, dopo aver lodato la singolare liberalità e bontà del cancelliere di Francia François Olivier, Belon aggiunge: "Lo stesso si può dire del fu monsignor René du Bellay, vescovo di Le Mans, dal quale in passato nella nostra giovane età abbiamo ricevuto benefici, e non per avergli portato i semi di parecchie piante dall'Italia, dalla Germania e dalle Fiandre, alcune delle quali ancora sopravvivono, abbellendo il giardino Touvoie che egli ha creato vicino alla città di Les Mans". Una base molto esile per dedurne che Belon in quel giardino avesse il ruolo di giardiniere, di curatore o addirittura di progettista, come si legge in varie parti. E' invece certo che il vescovo decide di prendere sotto la sua ala protettrice il promettente giovanotto e di finanziargli gli studi. Così, nel 1540 Belon parte per una meta sorprendente nell'Europa dilaniata dai conflitti religiosi: l'università di Wittenberg, ossia il maggiore centro culturale del luteranesimo, fondata dal protettore di Lutero Federico il Saggio e profondamente influenzata dal suo braccio destro Filippo Melantone. Meno sorprendente conoscendo il ruolo dei fratelli du Bellay nella diplomazia ufficiale, ufficiosa e segreta della Francia di Francesco I. Il capo della famiglia, Guillaume (soldato lodato per il suo coraggio, fine diplomatico, storico e scrittore di talento, autore di molti dei testi ufficiali di Francesco I), prima in Italia e poi nel resto d'Europa intessé una rete informale di corrispondenti, informatori ed agenti, reclutata soprattutto tra i letterati e gli eruditi che temevano lo strapotere imperiale. Du Bellay alimentava ovunque era possibile la contestazione contro Carlo V, in particolare in Germania, dove intratteneva rapporti ufficiosi con i principi protestanti della Lega di Smalcalda. Non sappiamo se prima di partire per la Germania Belon abbia incontrato il potente fratello del suo protettore, e se già a questo punto sia stato reclutato nella sua rete; ma certo in Germania non perde tempo. Egli, che ha appreso il latino e il greco da autodidatta, segue le lezioni di farmacia, chimica e botanica del brillante Valerius Cordus che commenta Dioscoride, ma soprattutto insegna ai suoi allievi un metodo rigoroso che, senza negare il patrimonio di conoscenze ereditato dai classici, lo verifica alla luce dell'esperienza diretta; da lui impara ad osservare meticolosamente, a cogliere affinità e differenza, a osservare i particolari che distinguono una pianta dalla altra. Insieme a Cordus, che ha appena due anni più di lui ed è ormai un amico, viaggia incessantemente alla scoperta della flora tedesca: "Nessuno se n'è mai andato altrettanto vagando per i paesi di Sassonia, Turingia, Pomerania quanto me, anzi in tutte le foreste di Germania e di Boemia. Nello spazio di quattro mesi percorremmo tutte le contrade della Germania, ospiti talvolta di teologi talvolta di medici, finché giungemmo nella Germania settentrionale". Benoît Léthenet, che ha studiato attentamente i movimenti di Belon, dimostrando che è stato innegabilmente un "informatore reale", fa notare che questo viaggio naturalistico non è tanto diverso da una ricognizione militare nelle terre imperiali. In ogni caso, al suo ritorno in Francia nel 1542, Belon porta nei suoi bagagli non solo semi per il vescovo di Les Mans, una formazione all'avanguardia in chimica e in botanica, ma anche una perfetta conoscenza dell'area tedesca e della sua lingua. Continua gli studi in medicina a Parigi (si laureerà solo molti anni dopo, nel 1560) e, grazie alla presentazione dei du Bellay, trova un nuovo protettore in un altro personaggio di primo piano della corte francese: il cardinale François de Tournon, che è stato definito "il ministro degli esteri in pectore" di Francesco I. Nel 1543 ritorna in Germania, certamente per incontrare il suo maestro, ma anche nei panni di agente reale: gli vengono affidate sia lettere per i principi tedeschi che si stanno avvicinando alla Francia, sia per l'ambasciatore francese ad Augusta. Poi è a Soletta in veste di interprete dell'ambasciata francese; è un luogo strategico: in questa città cattolica anche in passato legata alla Francia viene organizzato il reclutamento di mercenari elvetici. A Ginevra si fa trascinare in una disputa teologica; arrestato, rimane sei mesi in carcere. Liberato, passa da Lione, visita la Provenza e prosegue per l'Italia. In Liguria ritrova Valerius Cordus; probabilmente è uno dei compagni del suo ultimo viaggio e assiste alla sua morte per malaria a Roma. Nelle sue opere Belon cita molte località italiane che potrebbe aver visitato in questi anni, ma i particolari della sua vita in questo periodo sono oscuri. Di sicuro nel 1546 è tornato in Francia, alloggia nell'abbazia di Saint-Germain-en-Laye, di cui il cardinale Tournon è abate, e frequenta la corte. Ed è certo grazie al suo influente protettore che viene aggregato all'ambasceria Aramon a Costantinopoli. Come consulente scientifico, certamente; come diplomatico, probabilmente; come agente speciale, forse. Come vedremo, è finanziato abbastanza generosamente da viaggiare anche in modo indipendente. Il viaggio in Oriente Conosciamo minuziosamente l'itinerario del suo viaggio in Oriente, che durerà tre anni, grazie a Les observations. L'ambasceria lasciò segretamente Parigi nel dicembre 1546 e, dopo aver attraversato la Francia e la Svizzera, nel gennaio 1547 si imbarcò a Venezia su tre galee. La piccola flotta attraversò l'Adriatico fino a Ragusa, da dove il viaggio proseguì via terra fino a Adrianopoli (oggi Edirne). Invece Belon e Bénigne de Villers, un farmacista di Digione, proseguirono via mare; visitarono Corfù, Zante e Citera; a Paxos, mentre Belon stava erborizzando, il suo compagno e diversi marinai furono rapiti dai pirati. Belon sfuggì alla cattura e poté proseguire per Creta; l'isola aveva fama di essere un paradiso botanico, e il naturalista francese non mancò di scalare il monte Ida e i monti della regione di Sfakia, visitò Rethymnon, si illuse di aver identificato il famoso labirinto nelle cave di Ampelouzos, studiò l'estrazione del labdano (la resina tratta da Cistus ladanifer), ma soprattutto, come aveva fatto in Germania con Cordus, andò in giro, raccolse piante, osservò e fece domande su tutto ciò che lo colpiva. Infine si imbarcò su una feluca veneziana diretta a Costantinopoli. Al largo di Kea, sfuggì a un altro attacco di pirati. Forse alla fine della primavera o all'inizio dell'estate, era a Costantinopoli, dove si ricongiunse all'ambasceria. Affascinato dalla capitale, che esplorava in compagnia di Pierre Gilles, si concentrò soprattutto sulle piante medicinali e sugli altri semplici venduti nelle botteghe del bazar, che costituivano la principale merce di importazione dei mercanti veneziani. Per identificarle, si serviva di un glossario turco, che aveva compilato lui stesso sulla scorta del canone di Avicenna con l'aiuto di un amico turco che conosceva l'arabo. Tra i prodotti medicinali più famosi c'era la cosiddetta terra lemnia, che per le sue proprietà astringenti era utilizzata per curare le ferite e le emorragie interne. Come già abbiamo capito, Belon non era tipo da accontentarsi del sentito dire, e decise di andare a vedere di persona i luoghi di estrazione. Munito di salvacondotti e lettere di raccomandazione, si imbarcò su un brigantino alla volta di Lemno. Ancora una volta i pirati incrociarono la sua strada, e, prima di raggiungere la meta, fu costretto a rifugiarsi per due giorni nel porto di Imbros. A Lemno lo attendeva una delusione: scoprì che la famosa terra lemnia veniva estratta solo una volta l'anno, il 6 agosto, la festa della Trasfigurazione di Gesù. Si consolò esplorando a fondo l'isola, la sua flora e la sua fauna e riuscì se non altro a visitare i depositi del prezioso minerale. In compagnia di due monaci, raggiunse Thasos e da qui il Monte Athos; visitò la sacra montagna con occhio di geografo, di antropologo, di erudito e di naturalista. Non trascurò i monasteri (nelle Observations ne enumererà 24), osservò la vita quotidiana dei monaci, si informò sulle attività economiche, sugli aspetti religiosi, politici e amministrativi. Ma ovviamente il suo interesse maggiore andava alle piante, sia quelle coltivate dai monaci erboristi, sia quelle selvatiche; la montagna gli apparve un vero giardino naturale "colmo di erbe in tutti i luoghi dove abbiamo messo i piedi; e non c'è pianta insigne che non sia conosciuta con il nome antico lasciato per iscritto da Teofrasto, Dioscoride e Galeno". Per quanto riguarda gli alberi, constatò che il monte offriva un microclima particolarmente favorevole; e nelle Observations cita con entusiasmo gli allori, gli olivi selvatici, i mirti, e soprattutto i platani, la cui altezza era seconda solo a quella dei cedri che avrebbe visto in Siria e in Anatolia. Già zoologo oltre che botanico, si occupò anche di insetti, uccelli e i pesci. Fu dunque con i quaderni pieni di osservazioni e i bagagli colmi di esemplari che ripartì alla volta di Salonicco. Nella penisola Calcidica visitò le miniere di Siderocapsa, in Macedonia diverse città, le rovine di Filippi e le miniere di allume di Sapes. Attraverso la Tracia, all'inizio di agosto era di ritorno a Costantinopoli, dove scoprì che Francesco I era morto e che il suo successore Enrico II aveva inviato a informarne il sultano uno dei suoi gentiluomini di camera, François de Fumel. Quando, alla fine di settembre, Fumel con un grosso seguito di gentiluomini francesi e una scorta di servitori, dragomanni (interpreti) e giannizzeri, parte per l'Egitto, Belon è ovviamente della partita. Uscendo dai Dardanelli, egli è il primo europeo a localizzare le rovine di Troia. Il viaggio quindi tocca Lesbo, Chio, dove Belon si informa sulla preparazione del mastice, Patmos, Leros e altre isole del Dodecaneso, per gettare infine l'ancora a Rodi. Da quasi trent'anni i turchi l'avevano strappata ai Cavalieri, ma era ancora un porto e un mercato molto animato che aveva molto da offrire alla curiosità di Belon. Infine si fa rotta direttamente per Alessandria d'Egitto, raggiunta in tre giorni di navigazione. Belon e i suoi compagni visitano puntigliosamente le antiche rovine, ma lo sguardo curioso del nostro viaggiatore si posa sui costumi degli abitanti, i loro vestiti, i vini e i mille prodotti alimentari che si vendono nelle botteghe, compresi certi grossi sacchi di semi di cumino nero (Nigella sativa). Non dimentica le piante, ma lo incuriosiscono soprattutto gli animali, inclusi quelli esotici venduti nei bazar: coccodrilli, ippopotami, una gazzella che forse è l'oryx dei greci, giraffe, pesci di molte specie. Il più affascinante è il camaleonte, che ama mimetizzarsi sotto i rami di Rhamnus alaternus, mutando colore dal verde al giallo al blu. Per raggiungere il Cairo, i francesi navigano lungo la costa fino a Rosetta, dove a colpire Belon sono soprattutto le coltivazioni di papiro, Musa (banani), canna da zucchero, Colocasia (un alimento importantissimo nella dieta degli egiziani), sicomori. Quindi si imbarcano su uno dei bracci del Nilo fino al Cairo, dove trascorreranno gran parte del loro soggiorno egiziano. Oltre a visitare i principali monumenti cittadini, compreso il Nilometro, il giardino di Matariyeh e l'obelisco di Heliopolis, Belon va a Giza per vedere le piramidi, la sfinge e qualche mastaba. Quindi accompagna l'ambasciatore al monte Sinai e al monastero di Santa Caterina. Alla fine di ottobre, il gruppo lascia il Cairo alla volta della Palestina. Il viaggio, via terra, dura dieci giorni. In Terra Santa visitano le località consuete dei pellegrinaggi (Gerusalemme, la Galilea, Nazareth, Betlemme e Gerico); Belon si commuove debitamente nei luoghi santi, ma anche qui è in primo luogo un naturalista e un erudito, che confronta ciò che vede con i testi degli antichi, identifica ed enumera animali rari, pietre più o meno preziose, alberi e altre piante. Da naturalista più che da devoto, a Gerusalemme studia minuziosamente le piante spinose per tentare di identificare quella con cui fu fatta la corona di Cristo. Dalla Palestina, in cinque giorni di marcia attraverso campi di sesamo e cotone, i francesi raggiungono Damasco; poi, sempre procedendo verso nord, sarà la volta delle rovine di Baalbek, delle foreste di cedri, di Aleppo, Antiochia e Adana. Raggiunta l'Anatolia, i viaggiatori toccano Konya e Aksehir e svernano a Afyonkarahisar, dove Belon mette a frutto la sosta raccogliendo informazioni sulle origini dei turchi, la vita privata e pubblica, l'amministrazione dell'Impero ottomano, i costumi religiosi e le credenze dei musulmani. Nel primavera del 1548 si riparte; Belon visita Kütahya e Bursa, e infine ritorna per la terza volta a Costantinopoli, dove l'ambasciatore d'Aramon si prepara a seguire Solimano in una spedizione militare contro la Persia. Belon lo accompagna solo per un breve tratto, fino a Nicomedia (Izmit), poi ritorna a Costantinopoli e all'inizio del 1549 si imbarca per Venezia. Intanto in Francia, con l'ascesa al trono di Enrico II, la situazione politica era cambiata e il cardinale Tournon era stato estromesso dal consiglio reale. Al momento si trovava a Roma per partecipare al conclave seguito alla morte di Paolo III. Belon lo raggiunse; fece così conoscenza con il medico personale del cardinale, Guillaume Rondelet, e poté ammirare la sua collezione di illustrazioni di pesci. Incontrò anche un altro dei padri dell'ittiologia, Ippolito Salviani, che era il medico di un altro partecipante al conclave, il cardinale Cervini che anni dopo sarebbe diventato papa come Marcello II. Certamente tra i tre scienziati ci furono confronti e scambi di materiali, anche se più tardi sarebbero stati divisi da gelosie e accuse incrociate di plagio. Nel 1550, Belon tornò a Parigi e si stabilì nuovamente a Saint-Germain-des-Prés. Anche se il cardinale, in disgrazia a Parigi, sarebbe rimasto in Italia per ben dieci anni, evidentemente gli era ancora molto legato, e lo sarebbe rimasto anche quando trovò un nuovo protettore nello stesso sovrano; ancora nel 1550, presumibilmente anche come "informatore reale", è a Londra, dove è ospite dell'ambasciatore veneziano Daniele Barbaro, che gli mostra la sua collezione di 300 illustrazioni di uccelli e lo autorizza a servirsene. Ritornato a Parigi, Belon si dedica intensamente alla scrittura. Nell'arco di pochi anni si susseguono, per citare solo le opere maggiori, due trattati sugli animali acquatici (L'histoire naturelle des estranges poissons marins, 1551 e De aquatilibus libri duo, 1553); un trattatello sulle conifere e i sempreverdi (De arboribus coniferis, resiniferis [...], 1553); un trattato in tre volumi sulle abitudini funerarie degli antichi (De admirabili operi antiquorum, 1553); il resoconto del viaggio in Oriente (Les observations de plusieurs singularitez et choses memorables trouvées en Grèce, Asie, Judée, Egypte, Arabie et autres pays étrangèrs, 1554), un trattato sugli uccelli (L'histoire de la nature des oyseaux, 1555); un trattato sull'arboricoltura e l'introduzione di specie esotiche (Les Remonstrances sur le default du labour et culture des plantes, 1556). Sebbene scriva e pubblichi tanto, Belon continua anche a viaggiare, benché solo in Europa: torna più volte in Alvernia e in Svizzera; nel 1556 si trova a Metz, appena liberata dalle truppe di Carlo V, ma a Thionville è arrestato dagli spagnoli che lo rilasciano solo dopo tre mesi; nel 1557 va Zurigo a visitare Conrad Gessner; nel 1558 viaggia in Italia; nel 1562 è a Moulins e Bourges, appena liberata, in compagnia del governatore. Secondo Benoît Léthenet, in questi viaggi che si muovono spesso in località di frontiera, le ricerche naturalistiche sono anche una perfetta copertura per la sua attività di informatore, spia o agente segreto al servizio successivamente dei re Francesco I, Enrico II e Carlo IX. Les observations sono un enorme successo; il libro conosce molte edizioni, e lo stesso avverrà per la traduzione latina Plurimarum singularium & memorabilium rerum in Graecia, Asia, Aegypto, Iudaea, Arabia, aliisque exteris provinciis ab ipso conspectarum observationes, commissionata da Plantin a Clusius e pubblicata per la prima volta nel 1589. Belon è ormai un naturalista di fama e nel 1556 Enrico II gli concede una pensione reale di duecento scudi che però non gli viene versata; Belon rilancia indirizzando al sovrano una rimostranza in cui presenta un articolato progetto di acclimatazione di piante esotiche. Nel 1559 Enrico II gli affida la cura del Bois de Boulogne e Carlo IX gli mette a disposizione un appartamento nel castello di Madrid, al margine del Bois. Ed è proprio nel mentre fa rientro a casa, nell'aprile 1565, che una sera incappa in un gruppo di banditi che lo picchiano a morte. Ma è stato anche ipotizzato che gli assassini non fossero ladri capitati lì per caso, ma nemici politici ugonotti, che volevano fargli pagare le sue posizioni recisamente filocattoliche. Al momento della morte, aveva 49 anni e stava lavorando al commento delle opere di Dioscoride e Teofrasto. Tra zoologia e botanica Belon, oltre ad essere uno dei primissimi naturalisti viaggiatori, è anche il maggiore naturalista francese del suo tempo. Nel resoconto del viaggio in Oriente come nei trattati di vario argomento, si segnala per la profonda erudizione, la capacità di osservazione, l'attenzione minuziosa ai particolari, lo spirito critico, l'esattezza delle informazioni, le intuizioni originali. Les observations divennero un classico e riscossero il plauso sia di Clusius, che come abbiamo visto ne fu il primo traduttore, sia di Pitton de Tournefort, che un secolo e mezzo dopo Belon avrebbe ripercorso diverse tappe del suo viaggio. Anche se la sua prima passione andava alla botanica, ha lasciato i maggiori contributi come zoologo. I due trattati sui pesci (anzi, più in generale sugli animali acquatici) ne fanno uno dei padri dell'ittiologia, con Rondelet, Salviati e Aldovrandi; il primo contiene la prima accurata descrizione del delfino e il secondo è corredato da ottime illustrazioni, probabilmente fornite da Barbaro, come quelle che accompagnano quello sugli uccelli (o sui volatili, visto che include i pipistrelli). Quest'ultimo libro è celebre soprattutto per contenere due immagini affiancate, una dello scheletro di un essere umano, l'altra dello scheletro di un uccello, con tiranti e didascalie che ne mostrano le affinità. Si tratta dunque del primo tentativo di anatomia comparata. Belon ha dedicato moltissime pagine delle Observations alla flora dei paesi visitati, descrivendo per primo dozzine di piante tra cui il platano Platanus orientalis, l'acacia arabica Vachellia nilotica, il cedro del Libano Cedrus libani e forse il lillà Syringa vulgaris. Ha invece riservato alla botanica solo due piccole opere, una in latino, l'altra in francese. La prima, De arboribus coniferis, resiniferis, aliis quoque nonnullis sempiterna fronde virentibus, è un trattatello di una trentina di pagine che ha il merito storico di essere la prima opera in assoluto a trattare specificamente le conifere, nome che si deve proprio a lui, anche se fu adottato e diffuso da Gessner. Non è il solo motivo di interesse di quest'opera: come tutti i botanici del suo tempo, anche l'obiettivo principale di Belon è identificare le piante citate dagli antichi; tuttavia, anche se conosce a menadito i loro testi e non lesina le citazioni erudite, non lo fa con gli strumenti del filologo, ma con quelli del botanico, ovvero osservando le piante analiticamente e mettendole a confronto quasi con chiavi dicotomiche ante litteram; ecco quanto dice, ad esempio, a proposito di un'entità che propone di chiamare Pinaster: "Perciò ritengo a ragione che vada chiamato Pinaster; infatti Abies, il Cedrus grande [ovvero il cedro del Libano], Sapinus e Larix estendono i loro rami ai lati del tronco come le braccia di una persona, per poi discendere arcuati; invece Pinaster, Pinus e Picea li emettono storti". L'altra opera, Les Remonstrances sur le default du labour et culture des plantes, et de la cognoissance d'icelles, ha natura totalmente diversa: scritta non a caso in lingua volgare, è al tempo stesso un trattato di arboricoltura, con molte indicazioni tecniche, e un programma per rilanciare il patrimonio forestale francese depauperato da secoli di sfruttamento. Belon, sul modello soprattutto di ciò che ha visto in Italia, sogna una Francia dove nelle parti non utilizzate delle tenute vengano piantate grandi quantità di alberi, scelti per la loro utilità (sono alberi da legname, non fruttiferi), la facilità di coltivazione, ma anche la bellezza estetica. Gli alberi autoctoni, seminati in estesi vivai, vi si mescoleranno a quelli esotici di cui raccomanda l'introduzione. A tal fine, acclude anche un lungo elenco di alberi "tanto selvatici quanto addomesticati" adatti ad essere "allevati ed educati in ogni luogo". Egli stesso, come riferisce anche Gessner, fece esperimenti di acclimatazione nel suo giardino a Parigi (forse prima a Saint Germain poi al Bois de Boulogne) e gli è solitamente attribuita l'introduzione in Francia di un lungo elenco di piante esotiche che avrebbe riportato con sé dal suo viaggio in Oriente ma anche dall'Italia: l'albero di Giuda Cercis siliquastrum, la quercia da sughero Quercus suber, il leccio Quercus ilex, il pistacchio Pistacia vera, il mirto Myrtus communis, il ginepro rosso Juniperus oxycedrus e le due piante che più aveva ammirato in Oriente, il cedro del Libano Cedrus Libani e il platano Platanus orientalis. Solo di quest'ultimo, di cui tentò l'introduzione a Touvois, ci sono tracce documentate; tutti gli altri sono nominati nei suoi testi, ma non abbiamo alcuna prova che ne abbia veramente riportato con sé i semi, come nelle Remonstrances invita a fare i naturalisti viaggiatori. Un piccolo genere alquanto singolare Del suo eventuale ruolo come arricchitore della flora francese non fa per altro menzione padre Plumier, che nel dedicargli il genere Bellonia (con due enne, sulla base del nome latino) ne ricorda invece le opere e la tragica morte: "Pierre Belon (Petrus Bellonius Cenomanus) fu medico, uomo di indefesso lavoro e studio, che possiamo in qualche modo percepire dal frutto delle sue veglie che divulgò in parte in latino in parte in francese. Infatti in latino ha lasciato un libro sulle conifere, in francese libri sugli uccelli e sui pesci, un commento a Dioscoride e un libro di agricoltura. Altro ancora progettava di scrivere, ma, mentre si accingeva a tal lodevole intento, fu interrotto dall'inattesa morte inflitta dalla mano di un empio ladrone". Nacque così il genere Bellonia, poi ufficializzato da Linneo, inizialmente con una sola specie, B. aspera, cui più tardi se ne aggiunse una seconda, B. spinosa. Il piccolo genere, endemico di Cuba e di Hispaniola, appartiene alla famiglia Gesneriaceae, nell'ambito della quale appare unico da diversi punti di vista. In primo luogo, le due specie sono veri e propri arbusti, con rami legnosi; in secondo luogo, B. spinosa è la sola specie dotata di spine dell'intera famiglia. Infine i fiori presentano le caratteristiche tipiche dei fiori impollinati per sonicazione. Mentre nella maggior parte dei fiori le antere si aprono longitudinalmente per rilasciare il polline, in una minoranza di angiosperme (8-10%), lo rilasciano parsimoniosamente come risposta a stimoli sonori. Le caratteristiche tipiche di questi fiori che si ritrovano in Bellonia, sono: posizione del fiore inclinata, petali che si allargano a formare una campana, corolla bianca, stami eretti con brevi filamenti e grandi antere gialle che formano una specie di cono e si aprono solo all'apice da un poro o una breve fessura, polline polveroso, assenza di nettare. Gli impollinatori (alcuni tipi di imenotteri e di surfidi) avvicinano il fiore dal basso; dopo l'atterraggio, lo afferrano con le zampe e usando i muscoli del torace (ma senza muovere le ali) emettono un ronzio, percepibile a breve distanza, che fa vibrare le antere e stimola l'apertura dei pori apicali e il rilascio del polline. Ecco perché questo particolare tipo di impollinazione, oltre che sonicazione, è detta impollinazione a ronzio (buzz pollination). Le due specie sono piuttosto simili (tanto che per qualche tempo sono state considerate una specie sola) ma B. spinosa differisce da B. aspera non solo per la presenza di spine, ma anche per i fiori solitari, anziché raccolti in cime di 2-4, il tubo più breve e alcune caratteristiche del polline. La prima è presente sia a Cuba sia a Hispaniola, in una varietà di substrati, mentre la seconda è endemica dell'area meridionale di Haiti in terreni calcarei. Il medico alsaziano Gustav Mülhenbeck per quasi trent'anni esplorò la flora della sua regione, condivise generosamente le sue raccolte, si fece un nome come esperto di crittogame. Tuttavia non scrisse mai nulla di botanica, e la morte gli impedì di scrivere l'opera sui funghi che progettava. Il suo vero lascito è un enorme erbario, perfettamente montato e accuratamente classificato secondo gli standard dell'epoca, oggi parte dell'erbario dell'Università di Strasburgo. A ricordarlo provvede anche il variabile genere Muehlenbeckia, di cui almeno una specie (o forse due) è coltivata anche nei nostri giardini. Un raccoglitore generoso, modesto e instancabile Con oltre mezzo milione di esemplari, l'erbario dell'Università di Strasburgo è uno dei più grandi d'oltralpe. Oltre alla collezione generale ed erbari specifici per la flora alsaziana e le crittogame, conserva separatamente anche una serie di erbari storici. Tra i più importanti l'erbario H. G. Mülhenbeck, risalente alla prima metà dell'Ottocento e qui depositato dalla Société Industrielle de Mulhouse. A crearlo fu l'alsaziano Henri Gustave Mulhenbeck (in tedesco Heinrich Gustav Mülhenbeck, 1798-1845), medico di professione e botanico e micologo per passione. Nato a Sainte-Marie-aux-Mines, una cittadina mineraria a ridosso dei Vosgi e rimasto presto orfano, Mülhenbeck studia medicina e chirurgia a Strasburgo e Parigi, dove si laurea nel 1822. La scoperta della botanica avviene negli anni universitari a Strasburgo, quando è allievo di Christian Gottfried Nestler, che gli trasmette la passione per le erborizzazioni, le crittogame e gli erbari. Da diversi anni, Nesteler affianca Jean-Baptiste Mougeot nella creazione di una grande collezione di exsiccata di crittogame (Stirpes cryptogamae vogeso-rhenanae) i cui fascicoli di cento esemplari o centuriae sono via via pubblicati anche in una versione a stampa a partire dal 1810. Il giovane allievo viene coinvolto nelle ricerche e stringe amicizia con Mougeot che sarà per lui un punto di riferimento e un modello di vita: proprio come più tardi Mülhenbeck, egli si divideva infatti tra la medicina e le scienze naturali, e per più di sessant'anni percorse instancabilmente i Vosgi alla ricerca di fossili e piante. Simile è anche la vita di Mülhenbeck, quando, fresco di laurea, si stabilisce come medico generico a Guebwiller, una cittadina ai piedi del Ballon d'Alsace all'imbocco della Valle del Florival. Nell'agosto 1823 così scrive proprio a Mougeot: "Percorrendo la valle per visitare i malati, si trova la strada meno lunga grazie alla diversità dei prodotti di Flora"; e una volta a casa, nel proprio gabinetto medico "non si può trovare società migliore dell'erbario, che è dunque il mio migliore amico e diventa di giorno in giorno più caro: si sta tranquilli con lui!". Nel tempo libero, le passeggiate si allungano per esplorare la flora delle colline calcaree dei dintorni, dove scopre diverse piante segnalate per la prima volta nella regione. Non che il giovane dottore sia un asociale. Nel 1828 viene iniziato alla loggia massonica La Parfaite armonie di Mulhouse, dove incontra un medico dalle idee progressiste, Pierre Paul Jaenger, che più tardi aderirà alle idee socialiste di Fourier. La loggia è soprattutto l'espressione della borghesia imprenditoriale della città, un importante centro tessile, i cui membri, quasi tutti protestanti calvinisti di idee liberali, negli anni napoleonici avevano avuto un ruolo di primo piano nella vita politica locale e ora, negli anni della restaurazione, promuovono iniziative economiche, educative, assistenziali. Nel 1825 viene fondata la Societé industrielle de Mulhouse (SIM); tra i 22 soci fondatori, 12 sono membri della loggia. L'obiettivo principale della SIM è "fare passere l’industria dallo stato empirico al rango di una vera scienza"; per perseguirlo, nel 1829 la società si doterà di un Comitato di scienze naturali (Comité des sciences de la Nature), che con gli anni diventerà una vera e propria società scientifica, con tre sezioni dedicate alla botanica, all'ornitologia e alla paleontologia. Mülhenbeck ne diventa il segretario e nel 1831 è tra i membri fondatori della Société médicale du Haut-Rhin. Ormai molto riconosciuto nella sua professione, nel 1833 egli si traferisce a Mulhouse, dove vive ed esercita fino alla morte. Si interessa di storia locale e nei primi anni '30 pubblica diversi articoli sulla Revue d'Alsace. Anche se la botanica non è mai dimenticata, per qualche anno passa un po' in secondo piano. Ritorna prepotentemente al centro della sua vita grazie all'amicizia con Wilhelm Philippe Schimper, che nel 1836 pubblica insieme a Philipp Bruch il primo dei sei volumi di Bryologia europea; i due lo coinvolgono nelle loro ricerche; Mülhenbeck erborizza con loro, condivide le sue raccolte e nel 1839 li accompagna in una lunga escursione attraverso le Alpi; nel 1844, sarà di nuovo con loro nei Grigioni. Con Schimper, Bruch e Mougeot, ormai anziano ma sempre attivo, scopre diverse specie di muschi precedentemente mai segnalate in Svizzera, appartenenti alla flora nordica, da considerare relitti della flora preglaciale. Esplora anche l'area di Basilea e comunica diversi ritrovamenti a Carl Meissner e Karl Friedrich Hagenbach, che lo cita ripetutamente nel secondo volume di Tentamen florae basileensis. Come Schimper, oltre che ai muschi, si interessa ai fossili e alla paleontologia, ma non scrive nulla né di questi argomenti né di botanica, accontentandosi di condividere generosamente le sue raccolte con amici e corrispondenti. Progetta invece di scrivere un libro sui funghi e inizia addirittura a farne disegnare e dipingere un gran numero; ma il progetto non si concretizzerà, perché muore prima dei cinquant'anni, nel 1847. Un genere variabile... con qualche confusione Della sorte delle illustrazioni di funghi, che dopo la sua morte secondo Kirschleger furono acquistate dal banchiere Édouard Vaucher, non sappiamo nulla. Rimane invece come maggiore lascito proprio "l'amico erbario". Mülhenbeck non aveva mai cessato di arricchirlo fin da quando, studente universitario, partecipava alle prime escursioni con Nestler e Mougeot; alla sua morte, contava ben 20.000 esemplari, accuratamente montati e classificati secondo il sistema che andava alla maggiore ai suoi tempi, quello di de Candolle. Le sue raccolte personali erano considerevoli, molto l'ottenne con scambi con altri botanici, ma soprattutto non lesinò spese per acquistare esemplari messi in vendita da altri raccoglitori. Così quell'erbario, che nel 1857 Kirschleger, autore di Flore d'Alsace, definì "magnifico", oltre a specie della flora dell'Alsazia e della Svizzera o più un generale europea, comprende anche exsiccata di piante esotiche: tra le altre, piante raccolte in Algeria da Bové; in Medio Oriente da Boissier, Kotschy e Pinard ; nel Caucaso da Hohenacker; in varie parti dell'Asia da Helfer; in Indonesia da Kollman; in Sudafrica da Ecklon, Zehyer e Drège; in Australia da Preiss; nelle Americhe da Hartweg, Hostmann, Blanchet e von Martius. In tal modo costituisce un'importante testimonianza dell'attività di alcuni dei principali raccoglitori della prima metà dell'Ottocento. Alla morte di Mülhenbeck , l'erbario fu messo in vendita dagli eredi; con un notevole sforzo finanziario e ricorrendo a una sottoscrizione, riuscì ad aggiudicarselo per 10.000 franchi la Societé industrielle de Mulhouse; ospitato in un'intera stanza della sede dell'istituzione, il prezioso lascito riuscì a superare indenne le vicissitudini e i bombardamenti di due conflitti mondiali, finché, non avendo né le risorse finanziarie né le strutture per assicurarne l'adeguata conservazione, la società decise di depositarlo presso l'Università di Strasburgo. Nel 2007 ne è iniziata la digitalizzazione, compito non facile vista l'ingentissima mole. Come tappa preliminare, si è provveduto all'inventario delle famiglie e dei generi rappresentati, inizialmente sotto la nomenclatura usata dallo stesso Mühlenbeck. Si passerà poi all'allineamento con la nomenclatura attuale, anche allo scopo di scegliere le famiglie o i generi da digitalizzare in modo prioritario. A ricordare il medico alsaziano, oltre al gigantesco erbario, ha provveduto da tempo la dedica di alcune piante, come il muschio Bryum muehlenbeckii, e il genere Muehlenbeckia. A dedicarglielo nel 1841, dunque quando Mühlenbeck era ancora in vita, fu uno dei suoi corrispondenti, lo svizzero Carl Meissner, professore di botanica dell'Università di Basilea, che così scrive: "Ho dedicato questo genere al chiarissimo amico Gustav Mühlenbeck, dottore in medicina, medico a Mulhouse, esploratore e osservatore instancabile della flora alsaziana, specie di quella crittogamica, autore di un'opera micologica che sarà presto pubblicata". Meissner scrisse tra l'altro una monografia sulle Polygonaceae e pubblicò molte piante australiane. E infatti creò il genere a partire da due specie del continente australe, M. australis, originaria della Nuova Zelanda, e M. adpressa, originaria dell'Australia meridionale. Oggi al genere sono assegnate circa 25 specie distribuite tra la Papuasia e l'Australasia e dal Nord America subtropicale al Sud America. La sua caratteristica saliente è la variabilità: raccoglie infatti erbacee perenni, arbusti eretti più o meno legnosi, liane tanto rampicanti quanto tappezzanti. Tutte hanno radici rizomatose, ma differiscono in tutto il resto: nella forma delle foglie, dotate o meno di picciolo, sempreverdi o decidue; nelle dimensioni dei fiori, verdastri e insignificanti in alcune specie, relativamente vistosi in altre; alcune specie sono dioiche, altre ginodioche, altre monoiche. Nei nostri giardini la più coltivata è M. complexa, anche se non di rado è commercializzata sotto il nome arbitrario di M. axillaris. Le due specie, in effetti, entrambe originarie della Nuova Zelanda (M. complexa è presente anche in Tasmania e nell'Australia meridionale), si assomigliano, anche se non al punto di confondersi. M. axillaris è una tappezzante bassa che forma densi tappeti anche di un metro di diametro, espandendosi sia tramite rizomi sia radicando ai nodi. In estate produce masse di minuscoli fiori bianco crema, portati in gruppi fino a tre all'ascella fogliare. M. complexa ha fusti volubili molto più sottili, che possono ricedere o arrampicarsi sulle rocce o sulla vegetazione circostante e forma molti rami che tendono a intrecciarsi strettamente. Porta foglie picciolate sempreverdi (possono però cadere negli inverni più rigidi), lucide, più o meno arrotondate, ma variabili nella forma e nelle dimensioni anche sulla stessa pianta. I piccoli fiori a stella, raccolti in spighe lunghe circa 2 cm che emergono all'ascella dei rami, sono profumati e seguiti da bacche traslucide. Ottima come ricadente da muretti, è adatta anche alla coltivazione in vaso. Forse perché limitatamente rustiche, le Muehlenbeckia da noi non hanno finora manifestato le potenzialità invasive delle sorelle Fallopia e Reynoutria. Ma non è ovunque così: in California M. complexa è diventata così problematica da essere sottoposta a programmi di eradicazione. Per un approfondimento sulle specie neozelandesi, in tutto cinque, due delle quali endemiche, nonché su qualche altra specie interessante o curiosa, si rinvia alla scheda. Nel 1787, Ramond de Carbonnères, che all'epoca è il segretario del cardinale di Rohan, capita un po' per caso nei Pirenei. Da quel momento lo scopo della sua vita sarà scoprire i segreti della formazione geologica della catena, che all'epoca costituiva un enigma; per svelarli, ne esplora per decenni la sezione centrale, con un'ossessione: riuscire a scalare quella che al tempo se ne riteneva la massima cima, il Monte Perdido o Mont Perdu. Vero padre della scoperta scientifica dei Pirenei, Ramond era anche un appassionato botanico e uno specialista della flora di alta montagna. La dedica del bel genere Ramonda, che annovera un endemismo dei Pirenei e due specie balcaniche, è assolutamente perfetta. Da poeta a scienziato: un percorso di vita Nella primavera del 1787, quando per la prima volta arriva nei Pirenei, Louis Ramond (1755–1827) non sa ancora che quelle montagne diventeranno la sua passione, anzi la sua ossessione. Ha poco più di trent'anni, ma è come se avesse già vissuto almeno due vite. Nato a Strasburgo, una città-frontiera, è diviso tra due culture anche nell'identità personale, figlio com'è di un padre francese della Linguadoca e di una madre alsaziana di origine tedesca. Dunque, nulla di strano che sia tra i primi a scoprire il preromanticismo tedesco dello Sturm und Drang. Ha appena diciannove anni quando esce I dolori del giovane Werther di Goethe; la lettura di quel romanzo generazionale è una tale folgorazione che decide di diventare a sua volta scrittore e nel 1777 (ora ha ventidue anni) pubblica a sua volta Les Dernières aventures du jeune d'Olban, che, come il suo modello goethiano, si conclude con un colpo di pistola. Come Werther, anche Louis (che quell'anno si è anche laureato in legge) ha vissuto un amore impossibile, ma lascia che a suicidarsi per lui sia il suo eroe, e per consolarsi parte per la Svizzera; è alla ricerca di paesaggi che nutrano la sua ispirazione poetica e, come scrive in una lettera al padre, si mette in viaggio per "osservare e non per arrivare"; ci sono incontri con personalità importanti, come il patriarca dei naturalisti Albrecht von Haller, il biologo Charles Bonnet e il fondatore della fisiognomica Lavater, ma c'è soprattutto la scoperta delle alte montagne: scala diverse cime del Bernese, poi si sposta al San Gottardo e va all'esplorazione delle Alpi ticinesi. Poi, per tre anni, è soprattutto uno scrittore. Pubblica una raccolta di poesie, poi si trasferisce nella capitale dove dà alle stampe un dramma romantico e la traduzione di Sketches of Swisserland di William Coxe (Lettres de M. William Coxe à M. W. Melmoth sur l'état politique, civil et naturel de la Suisse), che infarcisce di note e osservazioni tratte dal suo viaggio svizzero al punto da irritare l'autore. Il successo letterario a cui aspira non arriva: ci vorranno anni perché il gusto romantico conquisti Parigi; per i milieu letterari, Ramond è uno scrittore appena mediocre, più tedesco che francese. Ma la contestata traduzione ha un merito: attira l'attenzione del vescovo di Strasburgo, il cardinale di Rohan, che nel 1781 lo assume come segretario; per sette anni ne sarà il più ascoltato consigliere e gli sarà fedelissimo; sbriga i suoi affari, organizza le sue feste, lo accompagna in tutti i viaggi, viaggia per suo conto quando il cardinale preferisce rimanere nella prediletta residenza di campagna di Saverne, ai piedi dei Vosgi. Alla colorita corte del cardinale, conosce Cagliostro, che lo inizia alla massoneria e ne fa il suo discepolo nelle sedute di magia e ipnosi. Per adeguarsi al nuovo ambiente, cambia anche nome: ora si fa chiamare Louis Ramond de Carbonnières, pretendendo che si tratti di un vecchio nome che da tre secoli distingue un ramo della sua famiglia . Quando il cardinale viene arrestato in seguito all'affare della collana, Ramond- uno dei pochi del suo entourage rimasto a piede libero - si incarica di far sparire le lettere compromettenti; poi va in Inghilterra a cercare le prove che la collana è stata venduta dai truffatori e il cardinale è stato ingannato; anche grazie ad esse, Rohan viene assolto, ma il re lo manda in esilio all'abbazia di Chaise-Dieu in Alvernia. Ramond è con lui e approfitta di quella che per il suo padrone è una orribile seccatura per immergersi nella natura e dedicarsi alle passeggiate botaniche. Quando arriva l'inverno, il cardinale e il suo seguito sono autorizzati a trasferirsi a Marmoutier, in Touraine. Poi, gli viene permesso di viaggiare per "passare le acque"; così nella primavera del 1787, sua Eminenza lo manda in avanscoperta nei Pirenei. La scelta cade su Barèges, un villaggio a circa 1200 metri d'altitudine, annidato nelle montagne, lungo la strada che conduce al Col Tourmalet, ai piedi del Pic du Midi; all'epoca reputata per le sue acque solforose, è la stazione termale più elevata dei Pirenei. La comitiva del cardinale vi arriva alla fine di luglio, e già il 2 agosto Ramond scala per la prima volta il Pic de Midi: ai suoi occhi si mostra una gran parte dei Pirenei centrali, fino alla vetta culminante, il Monte Perdido/ Mont Perdu. Diverse escursioni seguiranno nei giorni successivi; la maggiore, dal 16 al 24 agosto, lo porta a percorrere ben 250 km e un dislivello di 13 km, da Barèges al ghiacciaio della Maladeta e ritorno. Non sono solo la passione alpinistica e il gusto romantico a spingerlo a percorrere il massiccio, solo o accompagnato da pastori locali; in gioco c'è anche una disputa scientifica. L'idea dominante all'epoca, confermata dall'ascensione al Monte Bianco di Saussure, era che le montagne più alte ed antiche fossero granitiche, mentre quelle più recenti e basse calcaree; secondo Dolomieu (un uomo che destava i sistemi) la catena centrale dei Pirenei faceva eccezione, essendo calcarea. Per verificare se abbia ragione, Ramond si propone di raggiungere il centro della catena, ovvero quel Mont Perdu che ha visto come un miraggio fin dalla sua prima ascensione. Ma come arrivarci nessuno lo sa. Così, quando, venuto l'autunno, tocca ripartire, egli si rassegna a rimandare il problema alla prossima occasione, Nel dicembre 1788, lascia il servizio del cardinale e si trasferisce a Parigi, deciso a fare della scienza la sua nuova professione. Pubblica Observations faites dans les Pyrénées, pour servir de suite à des observations sur les Alpes e segue le lezioni di Antoine Laurent de Jussieu e René Desfontaines al Jardin des Plantes. Ma a imporre una momentanea battuta d'arresto è la politica: nel settembre 1791 è eletto deputato all'Assemblea legislativa; esponente di spicco dei Foglianti, è strettamente legato a La Fayette e avverso ai giacobini. Nell'estate del 1792, mentre la situazione politica precipita, Ramond si allontana prudentemente dalla capitale e torna a Barèges. L'8 agosto è di nuovo sul Pic du Midi. Durante la Convenzione, rimane nei Pirenei, fissando la sua residenza prima a Barèges poi a Gèdre; continua ad esplorare la catena, anche se le tensioni tra Francia e Spagna ostacolano i suoi movimenti. Finché nel gennaio 1794 viene arrestato come "elemento controrivoluzionario" e condotto nel carcere di Tarbes; rimarrà agli arresti per più di sette mesi, fino a novembre, rischiando anche la condanna capitale. Se ne salva grazie ad alcuni amici, tra cui l'illustre botanico Desfontaines. La difficile conquista del Mont Perdu Ora per Ramond de Carbonnières inizia una nuova vita, l'ennesima. Lasciatosi alle spalle l'ambizione politica, vuole essere solo scienziato. Così scrive a Philippe Picot de Lapeyrouse, colui che considera il suo maestro e la sua guida per la storia naturale dei Pirenei: "Non sono posseduto da alcuna ambizione [...]. Sono amico della natura e nient'altro. Non posso essere utile ai miei concittadini che sotto questa forma". Si stabilisce a Bagnères-de-Bigorre, ma Barèges, dove ora abita sua sorella che ha sposato il capo chirurgo del locale ospedale, continua ad essere il punto di partenza delle sue escursioni; arricchisce l'erbario, raccoglie campioni di rocce e fossili, disegna schizzi (è infatti anche un ottimo disegnatore), corrisponde con altri studiosi, tra cui Dominique Villars, grande esperto di flora alpina. Nel 1795, alla creazione della scuola centrale degli Alti-Pirenei a Tarbes, viene nominato professore di storia naturale, e si dedica al nuovo compito con grande serietà. Le sue lezioni entusiasmanti lo rendono presto popolare tra gli studenti, ai quali vuole trasmettere “non la scienza, ma il desiderio e il modo di apprendere”. Momento chiave di questo insegnamento sono le erborizzazioni e le escursioni in natura, anche di più giorni e anche in montagna. Non ha rinunciato al progetto di scalare il Mont Perdu; è convinto che l'unica via per raggiungere quella montagna proibita ("mai, da quando si dà un nome alle montagne, ce n'è stata una con un nome così appropriato") sia la valle d'Estaubé. Nell'estate del 1797 è pronto ad affrontare la sfida con due guide fidate e pochi allievi già esperti alpinisti, quando vede arrivare Picot de Lapeyrouse, che è venuto a Barèges a curarsi i reumatismi. Tra lui e Ramond c'è una disputa: entrambi concordano sulla natura calcarea della catena centrale dei Pirenei, ma mentre il primo pensa che non presenti tracce di fossili e dunque sia di orogenesi primitiva, il secondo ne dubita, convinto che l'ipotesi vada per lo meno verificata sul campo, e che la risposta la darà il Mont Perdu. Così l'11 agosto quello che parte da Barèges è un folto gruppo: Picot de Lapeyrouse, suo figlio Isidore, due allievi e il giardiniere della scuola centrale di Tolosa, due pastori che hanno già accompagnato Ramond in molte gite, Ramond stesso e quattro allievi della scuola centrale di Tarbes; uno di loro è Charles-François Brisseau de Mirbel, futuro padre della citologia vegetale. Da Gèdre il gruppo sale a Coumélie lungo un sentiero tortuoso; Ramond nota qui e là un fiore simile al colchico che annuncia già l'autunno. Lo ritiene un genere nuovo e lo battezza Merendera (oggi l'unico genere da lui creato non è accettato, ed è sinonimo di Colchicum); passano la notte in una grangia e Ramond ingaggia altre tre guide, due pastori di Coumélie e un cacciatore, che aveva fama di conoscere il Mont Perdu ("il fatto è che non ne sapeva niente più di noi"). All'alba del giorno successivo, procedendo lungo i pascoli, si dirigono verso la valle di Estaubé. In quel paesaggio imponente e severo, fioriscono in abbondanza i lunghi pennacchi di Saxifraga longifolia, di cui Lapeyrouse è stato il primo scopritore. Mano a mano che avanzano nella valle, il Mont Perdu sembra giocare a rimpiattino, sempre più nascosto da imponenti bastioni di roccia, fino a scomparire del tutto. Non si scoraggiano e continuano a salire, fino a giungere ai piedi del ghiacciaio mediano di Tuquerouye, dove incontrano un contrabbandiere che, finalmente, sembra saperne qualcosa, e consiglia loro di tornare indietro, ridiscendere e risalire da un'altra via; sono ore di marcia perdute, e Ramond propone ai suoi compagni una strada più diretta e audace: salire fino al ghiacciaio e attraversarlo. Il contrabbandiere approva, e presto si dilegua. Eccoli dunque risalire lungo la morena del ghiacciaio, fino a toccare la neve. La traversata è impegnativa, Lapeyrouse è sempre più in difficoltà, finché Ramond lo convince a fermarsi; lo lascia ad attenderli in compagnia della più fidata delle sue guide, mentre gli altri proseguono. Dopo un'ora di difficile marcia, ritrovano il contrabbandiere, caduto in un precipizio. Lo recuperano e lo uniscono a loro, anche se la disavventura nella quale ha perso, insieme alla piccozza, gran parte della sua sicurezza, semina la sconforto. Finché, superato il punto di massima inclinazione del ghiacciaio, la pendenza si addolcisce visibilmente e riprendono fiducia e slancio. Un grido di gioia annuncia il cambiamento di scena: la montagna, cinta da nubi, avvolta di ghiacci, separata da loro da abissi, si è degnata di mostrarsi, come "un Dio la cui presenza è sentita più che vista e che si manifesta in tutto ciò che lo circonda prima di rivelarsi". La cima è davanti a loro, ma è anche chiaramente irraggiungibile. Ramond e i suoi compagni decidono di esplorare il lago ghiacciato che si occupa una valletta ai piedi della montagna. Lo attraversano e sondano le rocce che lo circondano; dappertutto, trovano "vestigia di abitanti del mare. Sostanzialmente ostriche e una moltitudine di madrepore costituiscono la parte più appariscente di questi venerabili resti". Ormai è mezzogiorno, ed è tempo di ritornare. Pensare di trascorrere lì la notte, al freddo e senza viveri, per tentare la scalata il giorno dopo, sarebbe follia. Ramond, preoccupato per i suoi compagni, provati dalla salita, decide di scendere per la strada inizialmente indicata dal contrabbandiere, che nel frattempo si è ecclissato di nuovo. E' poco meno difficile e pericolosa. Ore dopo, più in basso, al Port de Pinède, ritrovano Lapeyrouse, che Ramond ha fatto avvertire del cambio di programma da una delle guide; gli mostra le sue scoperte che provano l'indubbia natura secondaria dell'asse dei Pirenei. Il vecchio scienziato è amareggiato e deluso e, anche se non cesseranno di corrispondere, continuerà a nutrire rancore verso il più giovane collega, cercando di sminuirne le scoperte. L'8 settembre, ancora con i suoi allievi e le due guide più fidate, Ramond ritorna al lago glaciale per tentare la scalata alla cima; devono di nuovo rinunciare, ma raccolgono altri fossili. Negli anni successivi, è impegnato in molte ascensioni lungo il massiccio, talvolta da solo, talvolta con Mirbel e altri allievi, o amici come Jean-Florimond Boudon de Saint-Amans, professore di storia naturale alla scuola centrale di Agen. Nel 1801, racconta le sue ascensioni ed espone la sua teoria generale sulla formazione dei Pirenei in Voyages au Mont-Perdu et dans la partie adjacente des Hautes-Pyrénées, un libro di grande precisione scientifica ma anche di lettura appassionante, in cui dietro lo scienziato si avverte la mano del poeta romantico. Il Mont Perdu è ancora inviolato. Lo rimane fino al 6 agosto 1802, quando le due fidate guide di Barèges, Rondo e Laurens, inviati in avanscoperta da Ramond, riescono a raggiungere la cima. Tre giorni più tardi vi guidano Ramond, che poi racconterà l'impresa in Voyage au sommet du Mont-Perdu in uno stile che Henri Beraldi ha definito "molto veni, vidi, vici". Lo stesso anno la sua fama di scienziato è consacrata dall'ammissione all'Institut de France (la vecchia Accademia delle scienze) nella classe di scienze fisiche e matematiche. Piante d'alta quota Dopo il colpo di stato di Napoleone, Ramond, molto stimato dal primo console, ha anche ripreso a fare politica. Dal 1800 al 1806 è deputato del corpo legislativo. Nei cinque mesi in cui avvengono le sedute, vive a Parigi; il resto dell'anno è ospite della sorella e del cognato a Barèges. Alle ricerche geologiche e botaniche, si sono aggiunti anche i rilievi barometrici, cui è stato iniziato dall'amico Bon-Joseph Dacier, conservatore della biblioteca imperiale. Nel 1806 Bonaparte lo nomina prefetto del Puy-de-Dome. Come funzionario, è serio ed efficiente come lo è stato come professore. Ma è ancora soprattutto uno scienziato, che fa rilievi barometrici dal balcone della prefettura, esplora i monti Dores, i monts Dômes e il massiccio del Sancy. Frutto di queste ricerche è Nivellement des Monts Dores et des Monts Dômes disposé par ordre de terrains (1815). Nel 1809 l'imperatore premia la sua fedeltà facendolo barone dell'Impero. Nel 1810, torna ancora una volta nei Pirenei e il 28 settembre scala per la 33 e ultima volta il Pic du Mid. La morte della sorella nel 1812, poi del cognato nel 1815, chiude definitivamente il capitolo Pirenei. Nel 1813 lascia la funzione di prefetto, e si stabilisce definitivamente a Parigi, con la giovane moglie, figlia dell'amico Dacier. Anche se durante i Cento giorni è nuovamente deputato, questo volta per il dipartimento di Puy-de-Dome, la Restaurazione lo lascia indenne, tanto che nel 1818 è nominato al Consiglio di Stato. Nell'estate nel 1821, torna in Alvernia e inizia alla geologia e alla botanica del massiccio centrale due giovani naturalisti parigini, Victor Jacquemont e Hippolte Jaubert. Ma è ancora dedicata ai Pirenei l'ultima memoria, Sur l’état de la végétation au sommet du Pic du Midi (1825). Muore a Parigi nel 1827. Anche se i suoi contributi più decisivi sono nel campo della geologia, Ramond è stato un appassionato botanico, fin dai tempi in cui ancora al servizio del cardinale di Rohan erborizzava a Saverne. Le narrazioni delle sue escursioni sono costellate di puntuali riferimenti alla flora; persino nei momenti più difficili, quando ciascuno di noi baderebbe più che altro a dove mette i piedi, non manca di osservare ed elencare le piante che si offrono al suo sguardo attento e innamorato. Il suo contributo principale alla botanica è ovviamente nello studio della flora di alta quota, là dove pochi erano andati ad erborizzare prima di lui. Gli si deve la scoperta di nove specie, sette delle quali endemiche dei Pirenei: Arenaria purpurascens, Asperula hirta (oggi Hexaphylla hirta), Festuca eskia, Leucanthemum maximum, Medicago suffruticosa, Scorzonera aristata, Pinguicola longifolia, scoperta durante una delle sue ascensioni al Mont Perdu. Le altre due sono Potentilla micrantha e Viola pirenaica, presenti rispettivamente nell'Europa centrale e meridionale e nelle montagne europee. Ad eccezione di Asperula hirta, pubblicata dallo stesso Ramond, furono tutte pubblicate da de Candolle, a cui egli aveva affidato le sue osservazioni e i fogli d'erbario. Ramond considerava il suo erbario l'oggetto più prezioso, il custode della memoria della sua vita: "Ora sono vecchio e mi riposo [...]. Diminuisco la mia biblioteca, e conservo solo ciò che è necessario per me e mio figlio, soprattutto il mio erbario, perché è la storia di mezzo secolo della mia vita. Adesso vivo con il mio erbario e i ricordi che lo accompagnano; al di fuori di questo, tutto mi è superfluo". Conservato in 68 sacchi di tela e donato dagli eredi alla Societé Ramond (creata nel 1866 per promuovere la scoperta naturalistica, storica, etnologica e sportiva dei Pirenei), dal 2003 è stato affidato al Conservatoire botanique nationale des Pyrénées et de Midi-Pyrénées, che ne ha curato la pubblicazione on line a questo indirizzo. Gioielli vegetali dai Pirenei e dai Balcani A celebrare il padre degli studi pirenaici non poteva che essere una pianta di quelle montagne. Nel 1805 Louis Claude Richard, nell'assegnare a un nuovo genere una pianta che Linneo aveva descritto come Verbascum myconi, la rinominò Ramonda pyrenaica, "così chiamata in memoria del celebre Ramond per i suoi meriti nell'osservazione delle piante pirenaiche". Qualche anno dopo Lapeyrouse nel suo Histoire Abrégée des Plantes des Pyrénées, forse memore dello sgarbo di Ramond, la ribattezzò Myconia borraginea. Troppo tardi. Il nome valido è quello di Richard, anche se ovviamente la specie ha recuperato il più antico eponimo linneano e oggi si chiama Ramonda myconi. E' una delle tre (o quattro) specie di questo genere della famiglia Gesneriaceae, diffusa soprattutto ai tropici, di cui, insieme a Haberlea e eventualmente Jancaea, è l'unico rappresentante europeo. Vestigio dell'epoca terziaria, quando il nostro continente godeva di un clima subtropicale, più caldo e umido, queste piante all'arrivo delle glaciazioni si sono rifugiate in enclave montane. R. myconi è stata a lungo l'unica specie conosciuta; è ristretta ai Prepirenei, ai Pirenei e alla catena costiera catalana, dove vive nelle gole calcaree e nelle valli umide di montagna. La sua scoperta risale addirittura al Cinquecento, quando venne raccolta nella montagna di Montserrat dal farmacista e botanico catalano Francisco Micó, che la comunicò a Jacques Daléchamps che a sua volta la pubblicò in Historia generalis plantarum sotto il nome Auricula ursi myconi. E' una piccola è graziosissima sempreverde rupicola, con foglie a rosetta e fiori viola che ricordano da vicino quelli della Saintpaulia. Verso la fine dell'Ottocento si aggiunsero altre due specie, scoperte in Serbia da Joseph Pančić, R. serbica e R. nathaliae. Entrambe vivono in habitat calcarei, ma hanno distribuzione diversa. R. serbica, scoperta da Pančić nel 1874 sul monte Rtanj, appartiene al bacino idrografico adriatico ed ha areale più ampio (Serbia, Albania; Montenegro, Macedonia, Grecia settentrionale, tra 200 e 1950 metri sul livello del mare); R. nathaliae, scoperta nel 1884 nella gola di Jelašnica presso Niš dallo stesso Pančić e dal medico di corte Sava Petrović, che la dedicarono alla regina di Serbia Natalija Obrenović, è ristretta alla Macedonia e ad aree adiacenti di Grecia, Serbia e Kosovo ed appartiene al bacino idrografico egeo. Le due specie sono molto simili, ma R. serbica ha foglie più romboidali con margini vistosamente dentati o incisi, fiori più piccoli e meno numerosi portati su lunghi scapi, R. nathaliae foglie più arrotondate, fiori più grandi e scapi più brevi. Nel 1928 il botanico russo Pavel Černjavskij stava riordinando il suo erbario quando casualmente vi rovesciò sopra un bicchiere d'acqua; per rimediare al disastro, lasciò asciugare le carte e le piante per tutta la notte; al mattino dopo, scoprì che un esemplare di R. nataliae, che faceva parte della sua collezione da un anno e mezzo ed era totalmente disseccato, si era reidratato ed appariva vivo e vegeto. Pubblicò subito la scoperta sulla rivista della società botanica russa, con una conseguenza politica; da allora R. nataliae è stata scelta come simbolo della "resurrezione" della Serbia e del suo esercito dopo la Prima guerra mondiale. La rara particolarità di potersi disseccare completamente e di riprendersi alla prima pioggia, diffusa tra licheni, epatiche e muschi, ma rarissima tra le Angiosperme, è condivisa da tutte le specie del genere, anzi da tutte le Gesneriaceae europee; hanno sviluppato questa capacità per poter sopravvivere, nonostante la loro origine tropicale, in aree montane con estati secche e temperature invernali che scendono di molto sotto zero. Nel 1851, Theodor von Heldreich, all'epoca direttore dell'orto botanico di Atene, scoprì sulle pendici del monte Olimpo un'altra gesneriacea, di cui però non vide i fiori. Inizialmente Boissier la classificò come Haberlea heldreichii, poi, dopo la raccolta di esemplari fioriti, la trasferì a un genere proprio, Jancaea, in onore di Viktor Janka, curatore dell'erbario di Budapest ed esploratore della flora dei Balcani. Non tutti erano d'accordo: Alphonse e Casimir de Candolle la collocarono nel genere Ramonda, come R. heldreichii. Recentemente, l'appartenenza a Ramonda è stata supportata da dati molecolari; Plant of the World on line ne prende atto, riducendo Jancaea a sinonimo. Ma poiché la maggioranza dei repertori, inclusi il sito della Gesneriad Society e Flora of Greece on line, lo trattano ancora come genere a sé, così farò anch'io, soprattutto per poter dedicare un post a Janka. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
February 2026
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