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George Engelmann fu l’uomo degli incontri, il ponte discreto ma decisivo tra mondi e persone. Arrivò negli Stati Uniti dalla Germania con una missione affidatagli dalla famiglia, già nelle vesti di mediatore tra due continenti. Fu medico e botanico, figura chiave per la scoperta della flora dell’Ovest grazie alla rete di raccoglitori costruita con Gray e Torrey. Discreto, ma essenziale, anche il suo contributo alla nascita dell’orto botanico del Missouri e alla soluzione della crisi della filossera. Prediligeva le piante tassonomicamente difficili o ancora poco studiate: soprattutto i cactus, ma anche conifere, viti, giunchi e yucche. Lo ricordano oggi cactacee e conifere, e la “margherita di Engelmann”, Engelmannia peristenia, omaggio dell'amico Gray. Dalla Germania all'America Tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, un numero crescente di giovani tedeschi lascia la Germania per cercare nuove opportunità negli Stati Uniti; non è ancora l’emigrazione di massa che seguirà il fallimento della rivoluzione del ’48, ma il flusso è già cospicuo. Sono soprattutto contadini, spinti dalla crisi agraria e dalla sovrappopolazione delle campagne, numerosi artigiani, ma anche intellettuali che vivono con disagio un’atmosfera politica chiusa e soffocante. Il fenomeno mostra già i tratti che lo caratterizzeranno nella seconda metà del secolo: più rurale che cittadino, basato su reti familiari e alimentato da lettere e testimonianze che raccontano l’America come una terra di libertà e di possibilità illimitate. Uno di quei giovani, sbarcato a Baltimora nell’autunno del 1832, è Georg Engelmann, che negli Stati Uniti diventerà George Engelmann (1809–1884). È arrivato con un compito ben preciso: cercare e valutare terre adatte all’insediamento di famiglie tedesche, su proposta di uno zio. Ha ventitré anni e forse non immagina che quella scelta sarà definitiva, ma in essa si intravede già uno dei tratti del suo destino: essere un uomo‑ponte, un connettore tra luoghi, persone e idee. Lo era forse fin dalle origini familiari. Il padre, Julius Engelmann, apparteneva a una famiglia che per generazioni aveva offerto ministri della Chiesa riformata a Bacharach, in Renania, ma si era trasferito a Francoforte dove aveva fondato una scuola femminile – un’iniziativa all’epoca pionieristica – che gestiva con l’aiuto della moglie, Julie Antoinette May, proveniente invece da una famiglia di artisti. Georg era il maggiore di tredici figli (ma solo nove arrivarono all’età adulta); iniziò gli studi al ginnasio di Francoforte. Secondo i suoi stessi ricordi, il suo interesse per la botanica nacque intorno ai quindici anni. Decise così di studiare scienze e medicina e nel 1827 si iscrisse all’Università di Heidelberg, dove strinse amicizia con due studenti di botanica con i quali condivideva l’interesse per la morfologia vegetale, Karl Friedrich Schimper e Alexander Braun; soprattutto con quest’ultimo l’amicizia sarebbe durata per tutta la vita. Ma dopo meno di un anno fu espulso dall’università per aver partecipato a manifestazioni studentesche. Continuò gli studi prima a Berlino, poi a Würzburg, dove si laureò in medicina nel 1831. Allora la botanica era ancora considerata quasi un ramo della medicina, e alla botanica era dedicata la sua tesi: De Antholysi Prodromus, sulla morfologia delle piante, con particolare riguardo alle aberrazioni e mostruosità. Il libretto - illustrato con cinque tavole disegnate e incise da lui stesso - destò l'attenzione di Goethe che vi vide una conferma della sua teoria della metamorfosi delle piante. Nel 1832 Engelmann visse per qualche tempo a Parigi, dove ritrovò Braun e conobbe suo cognato Louis Agassiz. Gli anni di studio gli avevano dato un metodo rigoroso, stimoli intellettuali, amicizie durature; ma gli avevano anche fatto sperimentare di persona l’oppressione poliziesca e i limiti di un ambiente accademico vincolato dal potere. Così, quando uno zio gli propose di partire per l’America, accettò senza esitazioni. In questa scelta la botanica ebbe senza dubbio un ruolo: infatti, uno dei primi incontri appena sbarcato al di là dell’Atlantico sarà con il botanico e cacciatore di piante Thomas Nuttall. Gli Engelmann erano una grande famiglia, vicina ai circoli liberali tedeschi e con legami sempre più stretti con gli Stati Uniti. Non fu solo Georg a emigrare: altri rami della famiglia si stabilirono nel Midwest, e quando lui arrivò nel 1832 trovò già una rete di parenti e connazionali. Per tre anni visse a Belleville, nell’Illinois, accanto a Gustav Körner, figura di spicco dell’emigrazione democratica tedesca e marito di una sua cugina. La sua missione di esplorare e valutare terre per conto dello zio si inseriva dunque in un più ampio movimento familiare verso l’America. Engelmann svolse il compito con scrupolo e competenza, come era nel suo carattere, unendo conoscenze scientifiche e spirito pratico. Per tre anni, da Belleville, si mosse spesso da solo a cavallo, percorrendo Missouri, Arkansas e Illinois, disegnando mappe, conducendo prospezioni geologiche e minerarie, affrontando difficoltà di ogni genere, incluse malattie, ma senza mai venire meno ai suoi doveri e ai suoi programmi. A rendere tutto meno gravoso c’erano le piante, che raccoglieva lungo i suoi spostamenti, annotando con rigore ogni osservazione in un quaderno di campo. Molte le inviò all’Orto botanico di Berlino. Una rete botanica alla scoperta della flora dell'Ovest Nel 1835 il suo incarico di agente della famiglia Engelmann giunse al termine; Georg, ormai definitivamente George, decise di restare negli Stati Uniti e di stabilirsi a St. Louis come medico. Non aveva messo da parte nulla e, per aprire il suo studio, fu persino costretto a vendere il cavallo che per tre anni era stato il suo fedele compagno di viaggio. St. Louis era ancora un piccolo avamposto di frontiera, con un’economia in gran parte legata al commercio delle pellicce. Engelmann, tuttavia, ne intuì le potenzialità. La città era un crogiolo di culture e di popoli — francesi, americani, immigrati tedeschi e irlandesi, neri liberi e schiavizzati — e l’introduzione della navigazione a vapore stava già trasformando il porto in uno snodo di primaria importanza, la vera porta d’accesso al West. Era dunque il luogo ideale per un uomo‑ponte come Engelmann, che della trasformazione della città — tra il 1835 e il 1840 la popolazione raddoppiò, e nel 1850 era già triplicata — non fu solo testimone, ma attivo protagonista. Nel 1836 fondò il giornale in lingua tedesca "Das Westland", che ebbe un ruolo decisivo da un lato nel far conoscere l’America in Germania, dall’altro nel favorire l’integrazione degli immigrati tedeschi nella nuova patria. Medico scrupolosissimo, incominciò a crearsi una reputazione e una clientela e nel 1840 aveva messo da parte abbastanza soldi per ritornare in Germania, dove si sposò con la cugina Dorothea Horstmann, per poi fare ritorno con lei in America. Nello stesso periodo anche Asa Gray si trovava in Germania, dove visitò l’Orto botanico di Berlino; nell’erbario fu colpito dalle numerose piante nordamericane raccolte da Engelmann. Al ritorno di entrambi negli Stati Uniti, Gray e Engelmann si incontrarono per la prima volta a New York, gettando le basi di una collaborazione — e di un’amicizia — che sarebbe durata per tutta la vita. Negli anni seguenti Engelmann diventò un medico di successo, trovando un’ampia clientela non solo nell’ambiente degli immigrati tedeschi, ma anche tra i francofoni che apprezzavano un medico di cultura europea. Ciò gli permise, pur senza abbandonare mai l’attività medica, di concedersi lunghe pause da dedicare a viaggi nella madrepatria, spedizioni e ricerche botaniche. Nel 1842 pubblicò il suo primo lavoro di botanica, una monografia sul complesso genere Cuscuta. Per Gray e Torrey, che stavano scrivendo a quattro mani A Flora of North America, Engelmann divenne il ponte verso la flora dell’Ovest, all’epoca ancora poco nota e studiata. Intere regioni non erano mai state esplorate; Gray chiese a Engelmann di individuare possibili raccoglitori e di istruirli sui loro compiti. Con il suo spirito pratico, Engelmann sottolineò che, non essendoci fondi per pagarli, i raccoglitori avrebbero dovuto ricavare il proprio sostentamento dalle raccolte stesse, e suggerì di offrire i duplicati in vendita. Gray accettò e un annuncio in tal senso venne prontamente pubblicato sull’American Journal of Science. Da quel momento Engelmann divenne un ponte — o, se vogliamo, un mediatore — tra un gruppo di attivi raccoglitori di piante e i loro possibili clienti: non solo Gray e Harvard, ma anche orti botanici europei, in particolare Berlino e San Pietroburgo. I più importanti raccoglitori reclutati da Engelmann sono Ferdinand Lindheimer che esplorò il Texas e August Fendler che fece raccolte nell'area di Santa Fe e nel New Mexico nel corso della guerra tra Stati uniti e Messico. I risultati scientifici furono rilevantissimi, anche se non sempre tutto funzionava come sperato: Engelmann preparò un catalogo delle piante precedentemente raccolte in Missouri e Illinois da Karl Andreas Geyer, poi si accordò con lui perché continuasse le sue ricerche in quello che all'epoca era noto come Territorio dell'Oregon, finanziando gran parte della spedizione di tasca sua. Effettivamente Geyer esplorò quel territorio, ma invece di spedire gli esemplari a Engelmann secondo gli accordi, si imbarcò per l'Inghilterra e li vendette a William Jackson Hooker per i Kew Gardens. Per qualche anno Engelmann gestì lo studio medico in società con Friedrich Adolph Wislizenus, che lo aveva sostituito durante il viaggio in Europa. Nel 1846, poco prima dello scoppio della guerra messico‑statunitense, Wislizenus partecipò a una spedizione scientifica nel Messico settentrionale, ma a causa della situazione di tensione fu detenuto per diversi mesi; al suo ritorno a St. Louis affidò le sue raccolte a Engelmann, che grazie ad esse incominciò a interessarsi alle Cactaceae. La guerra messico‑statunitense cambiò radicalmente anche il mondo della raccolta botanica. I raccoglitori indipendenti come Lindheimer o Fendler lasciarono il posto a vaste spedizioni finanziate dallo Stato, in cui gli obiettivi scientifici si intrecciavano con quelli politici e militari. Ma questo non mise fine al ruolo di mediazione di Engelmann: anzi, lo moltiplicò. Era ormai riconosciuto come il massimo esperto della flora delle aree di confine, soprattutto per i cactus, e i raccoglitori della Boundary Commission — tra cui Charles Christopher Parry, Charles Wright e John Milton Bigelow — gli inviavano regolarmente le loro raccolte. Poiché la pubblicazione dei materiali della Boundary Commission e dei Pacific Railroad Surveys procedeva a rilento, Engelmann pubblicò numerose brevi descrizioni di nuove specie di cactus e nel 1856 diede alle stampe una sinossi delle Cactaceae degli Stati Uniti, suddivise per habitat e distribuite in otto regioni geografiche. Nel 1859, nell’ambito della relazione ufficiale della Boundary Commission, uscì Cactaceae of the Boundary, forse la sua opera più importante. Al momento della pubblicazione Engelmann era da poco rientrato dalla più lunga delle sue pause di lavoro. Nel 1856 aveva lasciato St. Louis per trasferirsi con la famiglia a Harvard, dove trascorse l’intera estate lavorando fianco a fianco con Asa Gray nell’erbario. Seguirono quindici mesi in Europa, in un viaggio che toccò Londra, Parigi, Ginevra, Napoli, Roma, Vienna e varie città tedesche. Incontrò molte personalità, tra cui l’ormai anziano Humboldt e l’esperto di Cactaceae Salm‑Dyck e, ancora una volta, svolse un ruolo di mediatore: voleva far conoscere all’Europa l’Accademia delle Scienze di St. Louis, di cui era stato il primo presidente. Apparentemente defilato, ma in realtà imprescindibile, fu anche il suo contributo alla nascita del precursore dell’attuale orto botanico del Missouri. Tra i più ricchi abitanti di St. Louis c’era l’inglese Henry Shaw, che aveva fatto fortuna con il commercio grazie alla posizione strategica della città come snodo tra l’Est e l’Ovest. Nel 1849, durante un viaggio in Europa, visitò Chatsworth House e i Kew Gardens, rimanendo così impressionato da entrambi da decidere di trasformare parte di una sua proprietà a ovest di St. Louis in un orto botanico. Ne parlò direttamente con Hooker, che gli suggerì il nome più autorevole: Engelmann. Fu lui a convincere Shaw a prevedere non solo un giardino, ma anche un erbario e una biblioteca; e durante il viaggio europeo si occupò direttamente degli acquisti per entrambi. A Lipsia negoziò inoltre con gli eredi l’acquisto dell’erbario di Johann Jacob Bernhardi, ricco di 62.000 esemplari appartenenti a circa 40.000 specie. Nel 1859 venne completato anche il Museo botanico e l’orto botanico Shaw aprì le sue porte al pubblico. Alla morte di Shaw, nel 1889, la proprietà passò alla città di St. Louis, diventando ufficialmente il Missouri Botanical Garden. Dopo il ritorno dall’Europa nel 1859, Engelmann dedicò sempre meno tempo all’attività medica — chiuse lo studio e visitava a domicilio solo i vecchi pazienti, pur senza negare mai il suo aiuto a chi ricorreva a lui — e sempre di più alla botanica. Studiò diversi gruppi di piante, privilegiando quelli con una tassonomia complessa. Pubblicò, tra l’altro, uno studio sulle specie americane del genere Vitis, un interesse che avrebbe avuto conseguenze impreviste. Negli anni Settanta dell’Ottocento la viticoltura francese fu quasi distrutta da un’epidemia misteriosa; le cause erano ignote, finché Émile Planchon, membro della commissione incaricata di indagare, identificò il colpevole: un afide, che battezzò Phylloxera vastatrix, arrivato dall’America come ospite non notato di alcune piante infette. Il governo francese decise allora di inviare a St. Louis un emissario per prendere contatto con l’entomologo statale del Missouri, Charles Riley, che, prima di partire per la Francia per esaminare le aree colpite, coinvolse Engelmann come esperto riconosciuto di viti americane. Quest'ultimo aveva verificato che alcune varietà erano indenni dalla fillossera; inoltre aveva osservato che Vitis riparia, una specie selvatica della valle del Mississippi, non si ibrida facilmente con specie meno resistenti, mantenendo così intatta la tolleranza naturale al parassita. Queste informazioni furono decisive per Planchon e, dopo di lui, per l’agronomo Pierre Viala, nel giungere alla soluzione del problema: innestare le viti europee su portainnesti ibridi americani resistenti, selezionati dopo anni di prove e osservazioni. Da parte sua, Engelmann inviò in Francia milioni di semi e di barbatelle, contribuendo in modo concreto al salvataggio della viticoltura europea. Gli ultimi anni furono ancora pieni di viaggi, ricerche e incontri. Negli anni Settanta ci fu un tour nelle regioni montane del Colorado e del New Mexico, dove incontrò tra l’altro le due conifere che portano il suo nome, Picea engelmannii e Pinus engelmannii; seguirono brevi viaggi nell’area del Lago Superiore e nel Territorio Indiano, e uno più lungo, dagli Appalachi del Tennessee e della Carolina del Nord fino al Territorio dello Utah. Nel 1879 la morte dell’amatissima moglie lo prostrò; ma nell’estate del 1880, quando Charles Sprague Sargent — un uomo il cui carattere è stato spesso descritto come difficile — lo invitò ad accompagnarlo nell’esplorazione delle foreste del Pacifico nord‑occidentale, uno dei regni delle conifere che più amava studiare, la sua curiosità si ridestò. Fu una lunga spedizione, che li portò attraverso le Montagne Rocciose fino alla Columbia Britannica e, sulla strada del ritorno, nel deserto di Sonora in Arizona. Nel 1883, l’ultimo viaggio, con suo figlio e la nuora, lo vide nuovamente in Germania. Morì poco dopo il ritorno, il 4 febbraio 1884. Un fiore dell'Ovest per Engelmann Alla scienza lasciava ancora una preziosa eredità: nel 1892 suo figlio, il ginecologo Georg Julius Engelmann, donò all’orto botanico del Missouri l’erbario del padre, che conteneva oltre 97.000 esemplari, insieme ai manoscritti, alle carte e a circa 5000 lettere. Engelmann, un uomo sempre aperto agli altri e alle amicizie, corrispondeva con settanta persone negli Stati Uniti e con novantanove all’estero. Tra di loro figuravano molti dei maggiori botanici del tempo. Anche se non aveva mai voluto essere un protagonista, ma sempre un compagno di viaggio, un facilitatore e un mediatore, gli onori e i riconoscimenti non mancarono. Fu membro, effettivo, corrispondente o onorario, di innumerevoli società scientifiche, tanto negli Stati Uniti quanto in Germania. Anche la Linnean Society lo ammise tra i suoi soci. I riconoscimenti che gli saranno stati senza dubbio più cari furono però le dediche di numerose specie che aveva contribuito a far conoscere con i suoi scritti. Quelle che si fregiano dell’eponimo engelmannii sono più di 180, 44 delle quali oggi accettate; oltre alle due conifere già citate, ricordiamo almeno le cactacee Opuntia engelmannii ed Echinocereus engelmannii. Gli sono stati dedicati anche tre generi Engelmannia, due dei quali ovviamente non validi: Engelmannia Pfeiff., sinonimo di Cuscuta, e Engelmannia Klotzsch, sinonimo di Croton. Quello accettato venne invece dall'amico Gray, che nel 1840 ne propose il nome a Thomas Nuttall per la rivista della American Philosophical Society. Due anni dopo, lo riprese insieme a Torrey in Flora of North America, mantenendo vivo l’omaggio, giusto riconoscimento per una collaborazione tanto fruttuosa. Engelmannia Torr. & A. Gray è un genere monospecifico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da E. peristenia, nativa degli Stati Uniti centro‑meridionali — soprattutto Texas, New Mexico, Oklahoma e Colorado sud‑occidentale — con qualche popolazione isolata negli stati confinanti. È un’alta erbacea perenne che dalla primavera all’inizio dell’estate produce moltissimi fiori simili a margherite, con otto fiori del raggio dorati e 40–50 fiori del disco giallo‑aranciato. Vive in diversi habitat, dalle praterie alle boscaglie di ginepro e alle pinete. Un fiore di semplice bellezza, modesto, ma legato ai luoghi di cui studiò la flora: una dedica che certo fu molto gradita all’ottimo medico e costruttore di ponti George Engelmann.
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Non c'è dubbio che Joseph Dalton Hooker, che sempre si firmò modestamente Hook.f., sia stato un botanico ancora più grande del padre, uno dei maggiori e più influenti dell'Ottocento. In gioventù visitò luoghi che nessun botanico aveva toccato primo di lui: le isole e i gelidi mari australi, i monti del Sikkim e dell'Assam. Rischiò di morire in un naufragio e per le sue amate piante affrontò la prigionia. Raccoglitore instancabile, arricchì i giardini e l'erbario di Kew, dove ora regnava suo padre, con migliaia e migliaia di esemplari (e anche i nostri giardini con piante meravigliose, primi tra tutti gli amati rododendri). Amico e confidente di Darwin, si batté per l'affermazione scientifica dell'evoluzionismo. Come direttore di Kew, non dovette affrontare né le tempeste e i ghiacci dell'Antartide, né i sospetti di un raja, ma l'invidia e la malvagità di un piccolo politicante da strapazzo. Affrontò anche questa battaglia con calma e razionalità, com'era nel suo carattere e nel suo stile. Lo ricordano due piccoli generi, ciascuno originario dei due mondi di cui fu esloratore: le isole dei mari meridionali e l'India. Un'avventura tra i ghiacci Il 7 luglio 1860, sette mesi dopo la pubblicazione dell'Origine delle specie di Darwin, nel Museo dell'Università di Oxford va in scena il celebre "Oxford evolution debate". Solitamente, come partecipanti più incisivi sono ricordati, da una parte, contro Darwin il vescovo Samuel Wilberforce, dall'altra, a suo favore, Thomas Henry Huxley; tuttavia l'intervento forse più convincente fu quello di Joseph Dalton Hooker, che concluse la serata. Ai suoi argomenti, Wilberfoce non trovò nulla da contrapporre: "Sam rimase zitto, non ebbe una parola da dire in risposta e la riunione fu immediatamente sciolta". Al momento del dibattito Joseph Dalton Hooker (1817-1911), figlio del direttore di Kew sir William Jackson Hooker ed egli stesso vicedirettore, era già un botanico stimatissimo, protagonista di due avventurose spezioni e autore tra l'altro di opere come Flora Anctartica, The Rhododendrons of Sikkim–Himalaya, Flora indica e Handbook of the British Flora. Nel 1865, alla morte del padre, gli sarebbe succeduto, confermandosi come figura leader della botanica non solo britannica. William Jackson Hooker e la moglie Maria Sarah Turner avevano avuto due figli, William Dawson e appunto Joseph Dalton, e tre figlie. Il maggiore era un botanico promettente; si laureò in medicina e ad appena 21 anni pubblicò il resoconto di un viaggio in Norvegia. Non godeva però di buona salute e, nella speranza di un miglioramento, si trasferì in Giamaica dove morì ventiquattrenne nel 1840. A seguire le orme del padre fu dunque il secondogenito Joseph. Si dice che abbia sviluppato un precoce interesse per la botanica, seguendo le lezioni paterne fino dall'età di sette anni. Dal padre, apprese anche l'arte del disegno, che gli sarebbe stata molto utile nei suoi viaggi. Studiò alla Glasgow High School, quindi all'università di Glasgow, laureandosi in medicina nel 1839. Fresco di laurea, entrò nel servizo medico navale e prese parte parte alla spedizione Ross in Antartico come assistente chirurgo della nave Erebus. Protrattasi per quasi quattro anni (1839-43), la spedizione, promossa dalla British Association for the Advancement of Science (BA) aveva lo scopo di esplorare i mari antartici per individuare il polo magnetico meridionale. Sotto la guida dal capitano James Clark Ross, un marinaio di grande esperienza che aveva preso parte all'individuazione del polo magnetico settentrionale e aveva percorso otto volte i mari antartici, comprendeva due navi dallo scafo irrobustito per affrontare i ghiacci, Erebus, comandata dallo stesso Ross, e Terror, comandata dal secondo Francis Crozier. Nelle stive, equipaggiamenti all'avanguardia, abiti pesanti, un piccolo gregge di pecore e viveri per tre anni, compresi barili di crauti e zuppe di verdura per prevenire lo scorbuto. Con i suoi 23 anni, Hooker era il più giovane dei 129 uomini dell'equipaggio. Il suo compito, come assistente del primo chirurgo Robert McCormick, era raccogliere esemplari zoologici e geologici; il suo "capo" era un veterano, avendo già visitato i mari meridionali come chirurgo del secondo viaggio del Beagle, quello al quale avena partecipato come "gentiluomo viaggiatore" Charles Darwin; e nella nutrita biblioteca che Hooker portò con sé c'era anche il resoconto darwiniano di quel viaggio. Le navi partirono il 30 settembre 1839 e nella loro rotta verso i mari del sud toccarono diverse isole: Madera, Tenerife, Santiago e Santa Maria nell'arcipelago di Capo Verde, l'isolotto di São Paulo e Trindade al largo del Brasile, Sant'Elena; ovunque Hooker fece raccolte di piante, incominciando ad elaborare la sua teoria sulla flora insulare. Durante la navigazione, invece, raccolse esemplari di alghe e animali marini servendosi di due reti. Le navi quindi doppiarono il Capo di Buona Speranza, entrando nell'Oceano meridionale. Sostarono brevemente nell'Île de la Possession nell'arcipelago Crozet, quindi raggiunsero le Kerguelen, dove si fermarono alcuni giorni, permettendo a Hooker di esplorare a fondo la flora: il suo bottino fu di 18 angiosperme, 35 muschi ed epatiche, 25 licheni e 51 alghe. La tappa successiva fu Hobart in Tasmania, dove giunsero nell'agosto 1840. Seguirono cinque mesi di navigazione nei mari antartici per individuare il Polo magnetico meridionale. Il giorno di Natale avvistarono il primo iceberg e il capodanno del 1841 superarono il Circolo polare antartico. Tre giorni dopo raggiunsero il limite della banchisa e, speronando il bordo del ghiaccio, riuscirono ad aprirsi un varco e a proseguire una difficile navigazione tra il mare aperto e banchi di ghiaccio. Finalmente, dopo una settimana, raggiunsero una vasta laguna: era il mare di Ross, come sarebbe stato chiamato in onore del comandante. A sud, finalmente, avvistarono terra. Dopo averne seguito la costa per due settimane, il 27 gennaio assistettero all'eruzione di un altissimo vulcano, battezzato Erebus in onore della nave ammiraglia, mentre un secondo vulcano fu battezzato Terror. Qualche giorno dopo, la scoperta di una barriera di ghiaccio invalicabile mise fine a questa parte del viaggio. Del resto, dopo cinque mesi di navigazione in mari così difficili, era ora di raddobbare le navi. Si tornò quindi per il raddobbo a Hobart. Poi fu la volta di Sydney e della Baia delle Isole (Bay of Islands) in Nuova Zelanda, eslorata tra agosto e novembre 1841. Era di nuovo estate (le stagioni nell'emisfero sud sono invertite) ed era ora di affrontare una seconda volta i ghiacci antartici. Ebbero però meno fortuna; nel gennaio 1842 nel mare in burrasca entrambe le navi persero i timoni e l'Erebus fu spogliato del rivestimento di rame. Solo dopo molti giorni poterono liberarsi dalla morsa dei ghiacci e invertire la navigazione. Avevano raggiunto il punto più a sud mai toccato in navigazione (78° 11'); sarebbe rimasto insuperato per sessant'anni. Il 13 marzo un incidente rischiò di mettere fine in modo tragico alla spedizione. L'Erebus entrò in collisione con la Terror, spezzandone il bompresso. Le due navi andarono alla deriva verso due iceberg, separati tra loro da appena 18 metri. Prima la Terror, poi l'Erebus riuscirono a insinuarsi nello stretto passaggio. Navigando verso nord raggiunsero le Falkland, dove Hooker strinse amicizia con il governatore Moody, che gli mise a disposizione la sua eccellente biblioteca. Fu poi la volta della Terra del Fuoco e nuovamente delle Falkland. Nel dicembre 1872 iniziò la terza sortita antartica, che fu più breve e non si spinse così a sud come le precedenti. Dopo uno scalo nell'isola Cockburn, fu infatti esplorata la penisola antartica, l'estremità più settentrionale del continente. La grande avventura era giunta al termine: toccando il Capo, Sant'Elena e l'Ascension, le navi rientrarono in Inghilterra il 4 settembre 1843. Ross aveva confermato che l'Antartide era un continente, mappandone un tratto di costa, e fu premiato con il cavalierato. Quanto a Hooker, non si era certo annoiato in quei mari che i naturalisti che li avevano affrontati prima di lui avevano considerato privi di vita e di interesse. Oltre alle piante, raccolse una miriade di origanismi marini, dalle diatomee ai piccoli crostacei, Senza contare la fauna di dimensioni maggiori, come foche, leoni marini, pinguini e altri uccelli. In tutti gli scali, e specialmente in Tasmania, Nuova Zelanda e nelle Falkand, raccolse un vasto numero di esemplari. Ne diede contro nei sei volumi di The Botany of the Antarctic Voyage; i primi due, Flora Antartica, furono pubblicati tra il 1844 e il 1847; documentavano molte piante di nuova scoperta e divennero un testo di riferimento per la botanica dell'Antartide e dell'emisfero sud. La reputazione di Hooker come tassonomista e come esperto di queste flore gettò le basi dell'amicizia con Darwin; i due si erano già incontrati una volta prima del viaggio e, come abbiamo visto, Hooker aveva portato con sè Viaggio di un naturalista intorno al mondo; al suo ritorno dall'Antartide, Darwin gli chiese di aiutarlo a classificare le piante raccolte alle Galapagos e in Sud America. Hooker accettò e da quel momento divenne amico e confidente di Darwin, che incoraggiò e seguì nell'elaborazione dell'evoluzionismo con i suoi consigli assennati e tranquilli. Anni dopo Darwin avrebbe scritto di lui: "E' l'unica anima viva da cui abbia ricevuto costantemente simpatia". All'esplorazione della flora indiana e himalayana Mentre Joseph Dalton Hooker navigava i mari antartici, suo padre aveva fatto carriera. Nel 1841 era stato nominato direttore di Kew e aveva lasciato Glasgow e la cattedra di botanica. La sua nuova posizione e le connessioni con l'ammiragliato gli permisero di ottenere da quest'ultimo una sovvenzione di 1000 sterline per le tavole illustrate di Botany of the Antarctic Voyages e uno stipendio annuo di 200 sterline per Joseph. Non poté invece incidere sulla sua carriera accademica. Nel 1845 Joseph Dalton Hooker fece domanda per la cattedra di botanica all'università di Edimburgo. Tuttavia gli fu contrapposto e preferito in quanto botanico locale John Hutton Balfour. Venne così a liberarsi la cattedra all'università di Glasgow, alla quale Balfour era succeduto a Hooker padre, ma Joseph Dalton Hooker la rifiutò, accettando invece la posizione di botanico del Geological Survey of Great Britain, che gli avrebbe permesso di rafforzare le sue abilità di ricerca sul campo. Incominciò così a interessarsi di paleobotanica, per studiare le piante fossili contenute nei carboni dei giacimenti del Galles. Vi lavorò però per appena un anno, perché il suo vero obiettivo era tornare a viaggiare. Nel 1847 ricevette ufficialmente dal padre l'incarico di viaggiare in India e nell'Himalaya come raccoglitore di Kew. Il servizio geologico lo incaricò anche di studiare piante fossili in India e in Borneo. Lasciò l'Inghilterra nel novembre 1847. Era l'inizio di un viaggio di tre anni, molto più confortevole e meno pericoloso del precedente. Imbarcatosi sulla Sidon, raggiunse Suez per reimbarcarsi alla volta di Calcutta, dove giunse il 12 gennaio 1848. Pochi giorni dopo ne ripartiva per unirsi alla ricognizione geologica sotto la guida di David Hiram Williams; già il 3 marzo però lasciò i geologi per spostarsi in elefante a Mirzipur, e da qui in battello sul Gange fino Siliguri e poi a cavalo di un pony fino a Darjeeling, dove arrivò il 16 aprile e stabilì la propria base. Ospitato dal naturalista Brian Houghton Hodgson, incontrò il rappresentante della Compagnia delle Indie che negoziò con delegati del Rajah del Sikkim l'ammissione propria e di Hooker nel paese. Mentre le trattative si dilungavano, Hooker esplorò il Bengala con il residente locale Charles Barnes, quindi navigò lungo il Runjeet River fino alla confluenza con il Teesta River, esplorando il monte Tonglu al confine con il Nepal. Il 27 ottobre 1848, accompagnato da numerosi portatori, era in partenza per il Nepal; via Zongri esplorò il Kangchenjunga, qui passò nel Tibet da dove contava di entrare nel Sikkim. Nella primavera del 1849 il gruppo, che ora comprendeva anche Campbell, si mosse lungo la valle di Lachen, quindi il Kongra Lama Pass e il Lachoong Pass. Erano paesaggi magnifici, pieni di fiori, tra cui spiccavano i rododendri, e le raccolte compensavano gli attacchi delle sanguinsughe e l'incessante pioggia gelida. Mentre si dirigevano verso il passo Cho Lo Campbell e Hooker furono arrestati per ordine del primo ministro del Sikkim e portati a Tumlong, all'epoca capitale del paese. L'intenzione era probabilmente usarli come ostaggi nel braccio di ferro che contrapponeva il Sikkim alla Compagnia delle Indie per i diritti doganali sul Morang. Ne seguì una crisi diplomatica, che si ritorse pesantemente contro il paese himalayano. Immediatomente truppe della compagnia si ammassarono a Darjeeling, mentre la stampa britannica parlava di "barbarie" e di oscurantismo contro la scienza e il progresso, e invocava a gran voce la necessità di impartire una lezione "se necessario, con la forza". Di fronte alla minaccia di invasione, il rajah capitolò e dopo un mese e mezzo di detenzione Campbell e Hooker furono rilasciati. Ma la loro avventura aveva offerto ai britannici il migliore dei casus belli: seguì una spedizione punitiva e nel 1853 il distretto di Morang fu annesso all'India britannica, mentre il Sikkim perse l'indipendenza divenendo un protettorato. Ma torniamo a Hooker, forse inconsapevole cavallo di Troia di questa ordinaria storia di colonialismo. Tornato a Darjeeling, dedicò i primi mesi del 1850 a rivedere il diario, a sostituire gli esemplari persi durante la detenzione e a pianificare la prossima meta. Non aveva intenzione né di tornare in Sikkim né di spostarsi in Borneo, secondo gli accordi iniziali con il servizio geologico; optò invece per l'Assam, dove avrebbe esplorato le Khasi Hills, dove lo attendeva la più elusiva delle orchidee: l'azzurra Vanda coerulea. Accompagnato da Thomas Thomson, amico e compagno di studi all'università di Glasgow, lasciò Darjeeling il 1 maggio per raggiungere la Baia del Bengala e addentrarsi nell'interno a dorso d'elefante. Stabilì poi il suo quartier generale a Curra, dove rimase fino all'inizio di dicembre, al momento della partenza per Inghilterra. La spedizione fruttò la raccolta di circa 7000 specie, numerose delle quali ancora sconosciute alla scienza. Ad arricchirsene fuorno in primo luogo le collezioni di Kew, ma anche i giardini britannici. Insieme a Thomson, pubblicò Flora indica, una descrizione sistematica della flora dell'India britannica; anche se per mancanza di fondi poté pubblicarne solo il primo volume, il saggio introduttivo è considerato una pietra miliare sia della geografia della flora indiana sia più in generale della fitogeografia. Con la collaborazione di Fitch, che rivide e corresse i disegni di artisti locali, pubblicò poi Illustrations of Himalayan Plants (1855), una collezione di splendide tavole con le proprie descrizioni. Non meno importante il diario di viaggio (Himalayan Journals), pubblicato nel 1855 e dedicato a Darwin. Proprio i suoi viaggi lo avevano convinto della fondatezza delle idee dell'amico di cui, come abbiamo visto all'inizio, prese pubblicamente le difese non solo nel dibattito di Oxford, ma anche nelle sue opere. Nel 1859, nel saggio introduttivo a Flora Tasmaniae fu il primo scienziato a sostenere apertamente le teorie darwiniane. A partire dal 1864, fu uno dei nove membri del cosiddetto x-Club che, da gruppo di amici che si incontravano per cenare insieme, si trasformò in una potente lobby a sostegno dell'evoluzonismo e da una scienza liberata da ogni influenza teologica, Direttore a Kew, tra onori e scontri Ne era in effetti uno dei membri più noti ed influenti. Fin dal ritorno dall'Antartide e ancora più dopo il viaggio indiano, i risultati straordinari delle sue raccolte e le pubblicazioni ne avevano fatto una delle figure più eminenti della scienza britannica. Nel 1855 fu nominato vicedirettore di Kew; dieci anni dopo, sarebbe succeduto al padre come direttore, incarico che avrebbe mantenuto per vent'anni, fino al pensonamento. Nel 1847, appena trentenne, era stato ammesso alla Royal Society e dal 1873 al 1877 ne sarebbe stato il presidente. Nel 1869 fu nominato cavaliere dell'ordine del bagno e da quel momento, come suo padre, poté anteporre al suo nome il titolo onorifico Sir. Proprio come il padre, univa a una vigorosa attività ammnistrativa come direttore dell'orto botanico, di cui continuava ad accrescere le collezioni e il peso scientifico, una poderosa massa di pubblicazioni. Ci furono anche alcuni altri viaggi, più brevi e meno avventurosi di quelli giovanili. Nell'autunno del 1860 visitò la Siria e la Palestina insieme a Daniel Hanbury; in una serie di articoli che ne trasse Hooker riconobbe tre regioni fitogeografiche: Siria e Palestina occidentale; Siria e Palestina orientale; regioni montane della Siria centrale e superiore. Tra aprile e giugno 1871, con alcuni amici e un giardiniere di Kew, visitò il Marocco. Infine nel 1877 visitò gli Stati uniti su invito di Asa Gray, da tempo suo corrispondente. Lo scopo era, da una parte, stabilire la linea di demarcazione tra la flora artica dell'America e quella della Groenlandia, dall'altra indagare il problema scientifico della presenza nella flora dell'America orientale di connessioni con le flore dell'Asia orientale e del Giappone. Un esempio tipico è quello del glicine (genere Wisteria), con quattro specie, una cinese, due giapponesi e una degli Stati Uniti orientali. Hooker e Gray ipotizzarno un precedente collegamento terrestre e distruzioni di biodiversità causate dalle glaciazioni. Hooker visitò numerose città e istituzioni botaniche, si mosse in ferrovia ma fece anche lunghe escursioni a piedi e scalò la Sierra Blanca. Tra i luoghi visitati, Colorado Springs, Denver e Salt Lake City per un'escursione alla Wasatch Range, Reno, Carson City, Silver City e la Sierra Nevada, Yosemite e Calaveras Grove. Il viaggio si concluse a San Francisco e a ottobre Hooker tornò a Kew con un migliaio di exsiccata. Tra le opere principali, oltre a quelle già citate, il completamento delle Florae Anctarticae con i volumi dedicati alle flore della Nuova Zelanda (1853) e della Tasmania (1859); Flora of British India, pubblicato in sette volumi tra il 1872 e il 1897, che gli guadagnò la nomina a Knight Grand Commander dell'ordinde della Stella dell'India (di cui era già Knight Commander dal 1877); la momentale Genera plantarum in collaborazione con George Bentham; il completamento di The Handbook of the British flora, iniziato da Bentham. Ancora a 87 anni, nel 1904, pubblicò A sketch of the Vegetation of the Indian Empire. Continuò il progetto paterno di Icones plantarum e la cura del "Curtis's". Tuttavia nel 1877 ruppe con Fitch, che fino a quel momento aveva illustrato tutte le sue pubblicazioni. Dopo un breve interregno durante il quale le illustrazioni furono preparate da sua figlia Harriet, l'incarico di illustratrice ufficiale di Kew passò a Mathilda Smith. Non fu la sua sola amarezza con direttore di Kew. La crescita dell'erbario, di cui fu il massimo responsabile con le migliaia di esemplari raccolti in Antartide e in India, portò a una rivalità con l'erbario del British Museum e il suo direttore, Sir Richard Owen. A rendere ancora più tese le relazioni con quest'ultimo, fu l'adesione al darwinismo e al x-club. Si arrivò alla rottura quando nel 1868 Hooker propose che l'intera collezione di Banks fosse trasferita dal British Museum a Kew, accusando tra l'altro il museo di cattiva gestione. Owen trovò un sostenitore in parlamento nel deputato Acton Smee Ayrton, nominato da Gladstone primo segretario del dipartimento delle finanze e membro del Board of Works da cui Kew dipendeva per i finanziamenti. Nell'intento di ridurre le spese pubbliche, Ayrton propose di trasferire le costose attività scientifiche di Kew, considerato un puro doppione, e di trasformare il giardino in un semplice parco pubblico, Cercò inoltre di minare l'influenza di Hooker agendo alle sue spalle, interferendo con tutte le decisioni, tagliando i finanziamenti e sottraendogli tutte le nomine, Lo scopo ultimo era costringere Hooker alle dimissioni. Il disgusto per l'orribile personaggio quasi lo spinse in questa direzione, finché si decise a contattare il segretario privato di Gladstone, Algernon West. John Lubbock presentò ai comuni una dichiarazione firmata da Darwin, Huxley, Bentham e altri a sostegno del valore scientifico di Kew e altri documenti furono presentati alla Camera dei Lord. Lord Derby chiese di visionare tutta la corrispondenza. Dall'inchiesta emerse anche che Ayrton aveva commissionato a Owen un rapporto, mantenuto segreto e quindi mai mostrato a Hooker, in cui accusava lui e suo padre di aver gestito male le piante e che il loro approccio alla botanica non fosse altro che "associare barbari binomi a erbacce straniere". Hooker rispose alle accuse punto per punto e anche la sua replica si aggiunse al dossier. Se ne discusse in parlamento e sulla stampa, provocando l'indignazione dell'opinione pubblica, che si schierò sempre di più con Kew e Hooker. Anche il Tesoro lo sostenne e censurò il comportamento di Ayrton. Non si arrivò però a un voto parlamentare; la faccenda finì in una bolla di sapone nel 1874 quando Gladstone trasferì Ayrton nominandolo Giudice Avvocato Generale. Poi il suo governo cadde e Ayrton non fu rieletto in Parlamento. Kew era salvo; l'elezione di Hooker a presidente della Royal Society nel 1873, proprio nel bel mezzo di questa polemica, testimonia della stima che i suoi colleghi scienziati nutruvano per lui e il suo lavoro. Nel 1885 Hooker - aveva compiuto 68 anni - decise di andare in pensione e di lasciare la direzione dell'orto botanico; gli succedette William Turner Thiselton-Dyer, marito di sua figlia Harriett. Nessuno dei suoi figli seguì le sue orme e la dinastia botanica Hooker terminò con lui. Non cessò per altro di studiare, scrivere, pubblicare. Tra l'altro, curò la pubblicazione del diario di Banks del viaggio dell'Endevour, diversi volumi indipendenti di Imperial Gazetteer of India e completò una flora di Ceylon. Attivo, in buona salute fisica e mentale, si spense nel sonno a 94 anni, nel 1911, dopo una breve malattia. Omaggi botanici L'opera di Joseph Dalton Hooker (Hook.f.) è ancora più imponente di quella del padre. L'International Plant Names Index (IPNI) gli attribuisce la creazione di oltre 9000 taxa; secondo Plants of the World on line, quelli accettati sono quasi 4000. Centinaia sono le piante con gli eponimi hookeri, hookerianus; molti certo ricordano il padre, ma la maggioranza si riferiscoe a lui; sono le piante del suo viaggio antartico, come Sagina hookeri, Pleurophyllum hookeri, Raoulia hookeri, le specie indiane e himalayane come Magnolia hookeri, Pleione hookeriana, Ficus hookeriana, Dendrocalamus hookeri e tante e tante altre, comprese quelle che non raccolse di persona ma studiò e pubblicò nei suoi numerosissimi libri e articoli. Gli furono dedicati quattro generi, due dei quali accettati. Partiamo da quelli che non lo sono: nel 1895 Tieghem pubblicò Hookerella, sinonimo di Tristerix; nel 1891 Kuntze Hookerina, sinonimo di Heteranthera. Quasi cent'anni dopo, il botanico russo Alekseev gli rese omaggio con Hookerochloa (Poaceae); questo piccolissimo genere comprende due specie di graminacee perenni dell'Australia orientale, presenti soprattutto nelle boscaglie e nelle foreste subalpine e montane, H. hookeriana e H. eriopoda. La prima fu raccolta in Tasmania da Hooker e pubblicata da Mueller sulla base della sua descrizione come Festuca hookeri. Il secondo genere valido ha una storia travagliata. Nel 1851 il chirurgo e botanico della Compagnia delle Indie Wight pubblicò come Josephia due orchidee indiane; ma il nome non era valido, perché bloccato da un precedente omonimo, dedicato da Salisbury a sir Joseph Banks (anch'esso non valido, ma ciò non ha importanza per le regole della nomenclatura). Nel 1883 in Genera Plantarum Bentham e lo stesso Hooker tentarono di rimediare togliendo una i, ma anche il loro Josepha rimaneva inaccettabile. A rimediare fu Kuntze che nel 1883 ribattezzò il genere Sirhookera; comprende due specie di piccole orchidee, S. lanceolata e S. latifolia, native delle foreste sempreverdi dell'India meridionale e dello Sri Lanka. Sono epifite, la prima acaule, la seconda con uno stelo brevissimo. Hanno foglie da oblunghe a ellittiche e piccoli fiori bianchi o bianchi con tocchi viola solitari o raccolti in un lungo racemo composto. Per quasi mezzo secolo, succedendo l'uno all'altro, William Jackson Hooker (Hook.) e suo figlio Joseph Dalton Hooker (Hook. f.) ressero l'orto botanico di Kew, che sotto la loro direzione si consolidò ed espanse, divenendo di gran lunga il maggiore del mondo. Impegnati in mille iniziative e autori prolifici, entrambi furono tra i più eminenti e influenti botanici delle loro rispettive generazioni. Il padre in gioventù fu un promettente briologo, e proprio agli anni giovanili risale la dedica del genere che lo onora, Hookeria, che dà anche il nome a una famiglia di muschi (Hookeriaceae); più tardi è venuto ad aggiungersi la dedica indiretta di un secondo genere di muschi, Hookeriopsis. Ritratto di un botanico da cucciolo Nelle coppie di padre e figli botanici che abbiamo incontrato finora, per le diverse vicende della tassonomia solo uno dei membri (solitamente il padre) è celebrato da un genere valido. Non è così per gli Hooker, entrambi onorati da almeno un genere accettato. Cominciamo dunque con il padre: William Jackson Hooker (1785–1865). Egli nacque a Norwich in una famiglia legata al commercio tessile. Il padre, Joseph Hooker, dopo un primo impiego presso i Baring Brothers, si dedicò agli affari a Norwich; uomo colto e curioso, era un appassionato botanico dilettante, in particolare di piante succulente. La madre, Lydia Vincent, proveniva invece da una famiglia di tessitori e artisti, che gli trasmise sensibilità estetica e inclinazione per il disegno. William da ragazzo amava leggere libri di scienze naturali, disegnare e raccogliere insetti, insieme al fratello maggiore Joseph. Entrò così in contatto con il reverendo Kirby, fondatore dell'entomologia britannica, che nel 1805 gli dedicò Apion hookeri, poi ribattezzato Apion hookerorum in onore di entrambi i fratelli. Fu invece la scoperta di un raro muschio (attualmente chiamato Buxbaumia aphylla) a metterlo in contatto con James Edward Smith che gli consigliò di rivolgersi al briologo Dawson Turner. Si interessava anche di ornitologia e amava studare e disegnare gli uccelli dal vero. L’eredità di una proprietà terriera dal padrino William Jackson gli garantì una certa indipendenza economica, permettendogli di viaggiare e di dedicarsi ai suoi interessi scientifici. Nel 1806 fu ammesso alla Linnean Society e si recò a Londra, dove visitò numerosi naturalisti, tra cui Banks. Sul piano personale, la sua relazione più importante fu tuttavia quella con Dawson Turner. Pur essendo un banchiere di professione, Turner dedicava tutto il suo tempo libero alla raccolta sul campo ed era un esperto riconosciuto di alghe e muschi. Tra il 1806 e il 1809, Hooker fu spesso ospite a Yarmouth da Turner e produsse le illustrazioni per la sua opera in quattro volumi Historia Fucorum. Nel 1807, durante un'escursione botanica, fu morso da una vipera: quasi in fin di vita, fu trasportato a casa Turner, dove fu curato e si rimise lentamente. Dopo la convalescenza, viaggiò in Scozia con Turner e sua moglie Maria, una notevole pittrice. In società con Turner e Samuel Paget, fu anche coinvolto nella gestione di una birreria, ma con scarso successo: gli mancava totalmente il senso degli affari. Nel 1808 visitò nuovamente la Scozia con l'amico William Borrer; sul Ben Nevis scoprì la nuova specie di muschio Andreaea nivalis, oggetto di una delle sue prime pubblicazioni. Sulle sue raccolte di muschi nei pressi di Holt si basò lo stesso anno James Edward Smith per stabilire il nuovo genere Hookeria, in un articolo illustrato da disegni dello stesso Hooker. Ormai un botanico promettente e riconosciuto, il suo vero sogno era viaggiare in paesi lontani. Su suggerimento di Banks — che a sua volta aveva visitato l'isola — il suo primo viaggio all'estero lo portò in Islanda. Arrivò a Reykjavík nel giugno 1809, quasi in coincidenza con il tentativo di rivolta indipendentista promossa dall'avventuriero danese Jørgen Jørgensen. Durante il viaggio di ritorno, un gruppo di prigionieri danesi incendiò la nave su cui viaggiava, con il risultato che quasi tutte le sue raccolte andarono perdute. Grazie alla sua buona memoria e all'aiuto di Banks, che gli mise a disposizione le sue collezioni, poté però scrivere, a partire da ciò che era rimasto del suo diario, una relazione sull'isola, i suoi abitanti e la sua flora: A Journal of a Tour in Iceland (1809), pubblicato nel 1811. Tra il 1810 e il 1811, fece notevoli sacrifici finanziari, vendendo anche la proprietà ereditata, nella speranza di unirsi al nuovo governatore di Ceylon, sir Robert Brownrigg; la situazione politica, con la ripresa della guerra, fece fallire il progetto. Pensò allora di partire per Giava, ma fu dissuaso da amici e parenti. Ripiegò su un viaggio europeo: partì per Parigi in compagnia dei Turner, per poi proseguire da solo nella Francia meridionale, in Svizzera e in Lombardia. Dopo nove mesi tornò a casa e, nel 1815, si sposò con la figlia maggiore dei Turner, Maria. I muschi continuarono a essere il suo principale campo di interesse: nel 1816 pubblicò British Jungermanniae e, tra il 1818 e il 1820, Musci exotici. Professore a Glasgow A imprimere una svolta alla sua vita non fu un viaggio impossibile, ma la nomina a professore di botanica dell'Università di Glasgow, dove nel 1820, grazie al sostegno di Banks, fu chiamato a sostituire Robert Graham, trasferitosi a Edimburgo. Si trattava di un'istituzione recentissima: in precedenza non c’era un insegnamento della botanica separato dalla medicina. La cattedra era stata creata proprio per Graham nel 1818 e, in parte grazie a fondi della corona e dell’università, in parte con il sostegno di molti cittadini, nel 1817 era stato creato un piccolo orto botanico, aperto al pubblico nel 1819. Un giovane botanico come Hooker, attivo, entusiasta e già ben inserito negli ambienti scientifici in patria e all’estero (nel 1812 era stato ammesso alla Royal Society e nel 1815 all’Accademia delle scienze svedese), era la scelta ideale per far crescere questa realtà ancora in embrione. Eppure, quando nel febbraio 1820 seppe della nomina, Hooker si preparò ad assumere l’incarico non senza apprensione. Per lui era una vera sfida: non aveva mai insegnato e, botanico autodidatta, si riteneva impreparato su molti aspetti della disciplina. Preparò con cura la prolusione e, con l’aiuto del suocero, cultore di studi classici, la presentò in latino nel maggio 1820, senza sfigurare di fronte all’ambiente accademico, che lo accolse con cordialità. Egli si impose soprattutto con la qualità e la portata innovativa delle sue lezioni, che attirarono un numero crescente di studenti: dai 30 del primo anno ai 130 di dieci anni dopo. Nella biografia del padre, Joseph Dalton Hooker sottolinea le qualità che gli permisero di trasformarsi rapidamente da colto dilettante in autorevole docente: "Aveva risorse che gli permettevano di superare tutti gli ostacoli: familiarità con la sua materia, dedizione al suo studio, energia, eloquenza, una presenza autorevole, modi urbani e, soprattutto, l'arte di far amare allo studente la scienza che insegnava". Le lezioni iniziavano con alcuni approfondimenti sulla storia della botanica e sulle caratteristiche generali della vita vegetale. Successivamente erano strutturate in due parti: la prima mezz’ora dedicata alla teoria (organi e morfologia delle piante, sistematica), la seconda all’analisi di campioni portati dagli studenti, sia condotta dal professore sia da studenti volontari. Molto importanti erano i supporti visivi: Hooker illustrava le lezioni con disegni alla lavagna, mentre alle pareti erano appesi grandi disegni a colori, soprattutto di piante medicinali, e litografie degli organi delle piante, originariamente di sua mano. Particolarmente gradite erano le escursioni botaniche guidate dal professore. Ogni sessione estiva ne comprendeva generalmente tre: due sabati nei dintorni di Glasgow, e una terza di più giorni, che coinvolgeva una trentina di persone tra studenti e visitatori, muovendosi anche in zone impervie delle Highlands occidentali, come le Breadalbane. Largamente frutto delle ricerche sul campo fu la sua prima opera del periodo di Glasgow, Flora scotica, pensata come libro di testo per i suoi studenti, Pubblicata nel 1821, comprendeva una prima parte limitata alle Fanerogame classificate secondo il sistema linneano, e una seconda parte, più innovativa, con Fanerogame e crittogame disposte secondo il sistema naturale. Per quest’opera si avvalse della collaborazione di Lindley e Greville, trattando in tutto 1784 piante, 802 delle quali crittogame. Il lavoro di docente era relativamente leggero, sebbene mal pagato: il salario iniziale, poi leggermente aumentato, era di appena 114 sterline, e fu necessario integrarlo con ripetizioni a ragazzi benestanti. Le lezioni si tenevano unicamente d’estate (solo negli ultimi anni egli le estese volontariamente all’inverno), lasciandogli molto tempo per studiare e scrivere. Prendeva molto sul serio anche il suo compito di direttore dell’orto botanico, che con le sue collezioni era per lui una finestra sul mondo. Glasgow, città industriale e commerciale in espansione, permise a Hooker di far crescere rapidamente le collezioni: da circa 9.000 specie nel 1821, si passò a 12.000 nel 1825, con un incremento annuo di circa 300-500 specie. Quando lasciò l’incarico, il giardino ospitava 20.000 piante, tanto da rendere necessario il trasferimento in un sito più ampio. Hooker sfruttò le sue relazioni internazionali per inserire il giardino nella rete di scambi degli orti botanici: nel 1828 aveva rapporti con 12 giardini britannici e irlandesi, 21 europei e 5 tropicali, oltre a 300 giardini privati. Sponsorizzò anche spedizioni di raccolta, come quella organizzata nel 1830 insieme all’orto botanico di Edimburgo e sottoscrittori privati per inviare Thomas Drummond in Nord America. Si deve inoltre a lui la "scoperta" di David Douglas: arrivato a Glasgow come aiuto giardiniere quasi in coincidenza con la nomina di Hooker, divenne il suo assistente nelle spedizioni di raccolta e imparò a preparare gli esemplari, per poi essere raccomandato alla Horticultural Society. Sul piano intellettuale, il periodo di Glasgow fu il più produttivo della sua vita. Tra le numerose opere pubblicate in questi anni, vanno segnalate almeno la seconda edizione di Flora londinensis di Curtis (1817-1828), a cui contribuì anche con gran parte delle tavole; i resoconti delle piante raccolte durante i viaggi artici di Parry e Sabine (1823-1828); la prima edizione di British Flora (1830), che avrebbe raggiunto otto edizioni, l'ultima nel 1860. Ancora più incisive le opere sulla flora esotica, in primo luogo Flora boreali-americana (1829-1840), dedicata alla flora del nord America, per la quale si avvalse delle scoperte e degli invii di numerosi viaggiatori e corrispondenti, tra cui lo stesso Douglas e l'esploratore artico John Franklin; in due volumi in folio, con numerose illustrazioni di suo pugno, include 2500 specie, comprese numerose felci. The Botany of Captain Beechey's Voyage to the Bering Sea (1830-1841), scritto in collaborazione con Walker Arnott, va molto al di là del resoconto di viaggio, per descrivere oltre 2700 specie, notevoli anche per appartenere a molte flore diverse. Nel 1837 avviò la grande serie di Icones Plantarum, inizialmente dedicata all'illustrazione delle piante nuove e rare del suo erbario. Come direttore di un orto botanico in crescita, a cui affluiva un gran numero di specie rare o del tutto ignote, ne pubblicò molte in riviste a puntate, iniziando da "Exotic Flora", di cui curò tre volumi dal 1823 al 1827, con 232 tavole a colori, Nel 1827, tuttavia, subentrò a Sims come curatore del "Curtis's", che da quel momento divenne lo strumento principale per pubblicare le nuove specie, anche se collaborò in modo più o meno ampio con altre riviste e, come vedremo meglio più avanti, pubblicò anche serie di carattere meno divulgativo. Un altro capitolo, iniziato a Glasgow e proseguito per tutta la vita, fu lo studio delle felci, campo in cui sarebbe diventato il massimo esperto. Come ho accennato, ne trattò diverse in Flora boreali-americana; tra il 1828 e il 1831 pubblicò i due volumi di Icones Filicum, con 240 tavole di R. K. Greville; nel 1832, con lo stesso illustratore, seguì Enumeratio filicum, inteso come un'opera complessiva sulle specie nuove o poco note; il progetto fu però abbandonato, e ripreso in altra veste negli anni di Kew. Nel 1836, in riconoscimento dei suoi meriti botanici, Hooker fu nominato cavaliere dell'Ordine reale guelfo e da quel momento poté fregiarsi del titolo di sir. Tuttavia si sentiva sempre più deluso dalla tiepida considerazione delle autorità accademiche e dalla posizione periferica di Glasgow. Così nel 1841 la nomina a direttore dei Kew Gardens giunse estremamente gradita. Direttore di Kew Quando Hooker arrivò a Kew, i tempi d’oro erano lontani: il suo compito era far rivivere il giardino e renderlo degno di una grande nazione. Dopo la morte di Banks nel 1820, il glorioso orto botanico era stato trascurato. Non c’era nessun direttore, neppure ufficioso, come era stato Banks, e il sovrintendente, il capo giardiniere William Townsend Aiton, era impegnato soprattutto a creare e curare i giardini del Royal Pavilion di Brighton e di Buckingham Palace. Al contrario del padre, il nuovo sovrano Giorgio IV non amava Kew e lo abbandonò a se stesso, così come il successore Guglielmo IV. Alla morte di questi, nel 1837, il Parlamento nominò una commissione formata da John Lindley, Joseph Paxton e Joseph Wilson per valutare lo stato dei giardini e decidere se mantenerli o chiuderli definitivamente. La relazione evidenziava degrado e cattiva amministrazione, ma sosteneva che il giardino andasse rilanciato "nell’interesse della scienza". Il governo invece decise inizialmente di smantellare il giardino e di trasferirne le collezioni in vari giardini reali. A salvare Kew fu Lindley, che riuscì ad animare un vasto movimento di opinione a favore della sopravvivenza dei giardini. Così, nel 1840, con delibera del Tesoro, essi passaroni dal patrimonio della Corona all’Ufficio dei boschi e delle foreste come orto botanico nazionale, e nel 1841 William Jackson Hooker ne fu nominato primo direttore. Il compito era gravoso ma adatto alla sua personalità e al suo talento. Oltre che scienziato, Hooker era un perfetto uomo di mondo, dotato di fascino, tatto e savoir-faire. A Glasgow aveva coltivato una vasta rete di relazioni e acquisito esperienza gestionale, ora messa a frutto. Doveva trasformare un giardino reale trascurato in una vera istituzione scientifica e una risorsa per tutta la nazione. Una delle prime iniziative fu la creazione di un Museo di botanica economica, con l’obiettivo di mostrare applicazioni pratiche e potenziale economico della botanica, stimolando la ricerca di piante utili. Esponeva prodotti vegetali da tutto l’Impero britannico non rappresentati né dalle piante vive né dagli esemplari di erbario. C'era davvero di tutto; carta, vestiti, corde, cestini, giocattoli, medicinali, gomme, resine, oli, cibi e bevande, attrezzi, modelli, e così via. A Kew non c’era un erbario. Gli esemplari inviati dai raccoglitori erano custoditi nella collezione personale di Banks a Soho Square, poi passata al British Museum. Hooker portò con sé il suo vastissimo erbario personale, sistemandolo nella sua residenza privata e rendendolo disponibile ai ricercatori. Nel 1852, Hunter House, un edificio su Kew Green, fu ristrutturato per ospitare l’erbario di Hooker e quello di William Arnold Bromfield. Da quel momento ebbe inizio l’erbario ufficiale di Kew, che si arricchì grazie a donazioni e invii da tutto il mondo, incluso l’importante contributo dell’erbario di Bentham nel 1865. L'anno dopo anche le collezioni di Hooker diventarono ufficialmente di proprietà statale. Veniamo ora ai giardini. Durante la gestione di William Jackson Hooker la superficie dell'orto botanico passò da 11 a 75 acri, e l'arboreto e i giardini di piacere a 270 acri. Egli usò tutta la sua inflenza e le sue capacità diplomatiche per acquisire molti dei terreni reali circostanti, a cominciare da parti del Deer Park, aggiunte nel 1845. Le aiuole furono ristrutturate in modo più logico e scientificamente fondato. Le vecchie serre - erano una decina - vennero smantellate e sostituite da 25 serre di maggiore dimensione e concezione moderna. Tra di esse spicca la famosa Palm House, realizzata tra il 1844 e il 1848 da Richard Turner su progetto di Decimus Burton. Destinata alla coltivazione di palme e altre piante tropicali, era interamente realizzata in ferro e vetro e all'epoca era la più grande del mondo. Altrettanto grandiosa la serra temperata, costruita sempre da Burton e Turner a partire dal 1860, e completata solo nel 1897, molto dopo la morte di Hooker. Hooker sfruttò le sue relazioni internazionali e la diplomazia con governi e istituzioni per incoraggiare spedizioni botaniche che portarono a Kew piante da tutto il mondo. Prima del suo arrivo, il giardino non era aperto al pubblico. Nel 1841 introdusse un orario di apertura di cinque ore pomeridiane, dall’una alle sei, che consentì l’accesso libero a visitatori e studiosi. Il primo anno si registrarono circa 9.000 presenze, ma entro il 1865 erano oltre 529.000, testimoniando la trasformazione dell’orto da giardino privato della famiglia reale e della corte a istituzione pubblica. Sebbene l’impegno organizzativo e gestionale a Kew assorbisse gran parte delle sue energie, Hooker non interruppe l'attività di ricerca. La sua produzione scientifica fu meno copiosa che negli anni di Glasgow, ma rimase significativa e contribuì a consolidare la reputazione internazionale del giardino. Pubblicò numerose monografie su generi e famiglie botaniche e continuò a curare il "Botanical Magazine" che sotto la sua direzione acquisì maggiore rigore scientifico e un pubblico ancora più vasto; le tavole, di eccellente qualità scientifica e artistica, erano opera del grande illustratore Walter Hood Fitch; originario di Glasgow, aveva incominciato a collaborare con la rivista nel 1834 e nel 1841 segui Hooker a Londra, divenendo l'illustratore ufficiale del giardino. Già a Glasgow, accanto al "Botanical Magazine", Hooker aveva iniziato a pubblicare serie illustrate rivolte a un pubblico più specialistico. La prima fu "Botanical Miscellany", di cui uscirono solo tre annate tra il 1830 e il 1833; seguì "The Journal of Botany" (1834-1842), poi divenuto "The London Journal of Botany (1842–1848) e "Hooker's Journal of Botany and Kew Garden Miscellany" (1849–1857); in questa veste divenne anche uno strumento per far conoscere le acquisizioni del giardino e consolidare la sua reputazione come centro di ricerca internazionale. Inoltre Hooker incoraggiò il lavoro di altri botanici e sovrintese all’uscita di opere collettive di grande respiro, spesso in collaborazione con specialisti di diversi paesi, rafforzando la funzione di Kew come centro globale di conoscenze botaniche. Tra di esse le cosiddette Florae Antarcticae (Flora Antarctica, Flora Novae-Zelandiae, Flora Tasmaniae, 1844–1860), basate sulle raccolte di James Clark Ross; Niger Flora (1849), di cui curò la parte botanica con Bentham e altri collaboratori; flore coloniali come Flora of British India, iniziata da lui e completata da suo figlio con Bentham e Baker. Un impegno di grande rilievo fu la direzione del monumentale Icones Plantarum, avviato a Glasgow e proseguito con continuità a Kew, che divenne un punto di riferimento per la tassonomia grazie alle dettagliate illustrazioni di piante rare o nuove. Parallelamente, promosse la catalogazione sistematica delle collezioni vive e dell’erbario, pubblicando repertori che gettarono le basi per il lavoro tassonomico dei decenni successivi. Un settore che coltivò con particolare intensità fu lo studio delle felci, delle quali pubblicò descrizioni e tavole illustrate in diverse serie e monografie. Ai primi lavori già citati per gli anni di Glasgow, nel 1842 si aggiunse Genera Filicum, con illustrazioni di altissima qualità realizzate da Franz Bauer, in cui presentò i caratteri distintivi dei principali generi di felci. E' considerata una delle opere fondative della moderna pteridologia. Era la premessa per un'opera di grandissimo impegno, cui continuò a lavorare per vent'anni fino ai suoi ultimi giorni, Species Filicum (1846-1864), in cui si proponeva di descrivere tutte le specie conosciute. In cinque volumi, è una pietra miliare dello studio delle felci che ebbe enorme risonanza tra studiosi e collezionisti, alimentando l’interesse del pubblico colto e degli appassionati di questo affascinante gruppo di piante nel pieno della "pteridomia" vittoriana. Ottantenne, ancora attivo, lavorava all’ultimo volume di Species Filicum quando fu vittima di una malattia respiratoria epidemica, descritta all’epoca come “epidemic sore throat”, che aveva colpito diverse persone a Kew. Alla sua morte, la direzione dei Kew Gardens passò al figlio Joseph Dalton Hooker, protagonista del prossimo post. Dediche briologiche In oltre cinquant'anni di attività instancabile, William Jackson Hooker pubblicò più di 300 lavori scientifici, realizzò migliaia di disegni e tavole botaniche – stimati in circa 8.000 – e trasformò Kew da giardino reale trascurato a istituzione scientifica di rilievo internazionale, lasciando un’eredità duratura sia nelle collezioni vive e negli erbari, sia nella sistematica delle piante e nello studio delle felci. La sua impronta nella tassonomia e nella nomenclatura botanica è rilevantissima. Secondo IPNI, pubblicò oltre 7500 taxa; sono poi centinaia e centinaia le specie con l'eponimo hookeri o hookerianus, anche se è difficile definire il numero preciso di quelle a lui dedicate perché molte si riferiscono al figlio Joseph Dalton Hooker o a entrambi. Tra le specie sicuramente dedicate a lui ne ricordiamo due di coltivazione relativamente frequente, Anthurium hookeri e Epiphyllum hookeri. Abbiamo già visto che nel 1808, quando aveva appena 23 anni, James Edward Smith gli intitolò il genere Hookeria. Tuttora valido, comprende circa nove specie di muschi prevalentemente tropicali. Ha dato il nome alla famiglia Hookeriaceae. Tra le specie più ampiamente diffuse troviamo H. lucens, che vive invece in aree temperate dell'emisfero boreale - America, Europa, Asia occidentale, isole atlantiche - soprattutto in zone costiere umide. È particolarmente associata a diversi biomi della costa pacifica del Nord America, come boscaglie sempreverdi umide, margini lacustri e torbiere, dove colonizza facilmente tronchi in decomposizione Appartiene invece alla famiglia Pilotrichaceae un secondo genere di muschi indirettamente dedicato a Hooker, Hookeriopsis ("simile a Hookeria"), creato da Jaeger nel 1877, al quale Bryophyte Portal attribuisce circa 20 specie, distribuite soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali dell'America centrale e meridionale, con qualche rappresentante nelle Antille. Tipicamente epifiti, questi muschi vivono su rami e tronchi d'albero. A William Dalton Hooker fu dedicato ancheWilliamia, da Baillon (1858), poi ridotto a sezione di Phyllanthus. 1841. Un padre e un figlio insieme descrivono e disegnano piante, Stanno lavorando a un'iconografia della flora mitteleuropea. Il padre, Ludwig Reichenbach (Rchb.) è professore universitario, medico, ornitologo, botanico, direttore del Museo di scienze naturali, dell'orto botanico e dello zoo di Dresda; il figlio Heinrich Gustav Reichenbach (Rchb. f.) è uno studente di 18 anni. Proprio da quell'esperienza nascerà il suo amore di tutta la vita, le orchidee, di cui diventerà il massimo esperto della seconda metà dell'Ottocento. Questa volta, la sindrome di Crono è rotta: non ci sono un padre prorompente e un figlio sua pallida ombra, ma due grandissimi botanici. Le strane vicende della tassonomia fanno sì che solo il padre sia ricordato da un genere valido, Reichenbachia, perché quelli dedicati al figlio sono stati ridotti a sinonimi. Ma a ricordare entrambi sono le loro opere e l'enorme contributo alla botanica, di cui rappresentarono due generazioni successive: il padre ancora naturalista a tutto tondo, il figlio iperspecializzato in un campo specifico. Ludwig Reichenbach e la flora mitteuropea Il padre, botanico, ma anche zoologo, direttore di un museo, fondatore di un orto botanico, autore di oltre 200 opere, aveva certo tutte le caratteristiche di una figura ingombrante. Heinrich Gottlieb Ludwig Reichenbach (1793 – 1879) nacque a Lipsia, la città di Bach e Wagner. Suo padre Johann Friedrich Jakob, autore del primo dizionario tedesco-greco, era il preside della Thomasschule. Ludwig crebbe in un ambiente intellettualmente stimolante; tra gli amici di famiglia c'era il botanico e briologo Johann Hedwig che risvegliò in lui l'interesse per le scienze naturali; dallo zio Friedrich Barthel apprese invece le tecniche del disegno dal vero. Dopo aver completato gli studi liceali presso la Thomasschule, si iscrisse alla facoltà di medica nella città natale. Nel 1813 fu tra i sanitari chiamati in soccorso dei numerosissimi feriti della "battaglia delle nazioni"; le condizioni sanitarie erano pessime e contrasse il tifo, ma, al contrario di molti, ne guarì. Nel 1815 conseguì il dottorato in filosofia e nel 1817 la laurea in medicina, con una tesi sull'importanza delle piante per la farmacologia, pubblicata come Florae lipsiensis pharmaceuticae specimen. Oltre a lavorare come medico, conseguì l'abilitazione all'insegnamento e tenne, come libero docente, lezioni sulla flora della Sassonia, accompagnate da seguitissime erborizzazioni, che gli valsero la nomina a professore associato della facoltà di medicina. Il 1820 segnò una svolta nella sua vita. Si sposò e, nominato professore di storia naturale all'Accademia di medicina e chirurgia e Ispettore del Gabinetto Imperiale di Storia Naturale, si trasferì a Dresda. Il Gabinetto di Storia Naturale, ospitato nel palazzo dello Zwinger, riuniva le ricchissime collezioni accumulate dai sovrani sassoni fin dal Cinquecento e aveva ancora le caratteristiche di un gabinetto di curiosità; Reichenbach lo trasformò in un vero Museo di storia naturale, accentuandone la funzione didattica. A Dresda mancava ancora un orto botanico. Per ospitarlo, nel 1815 il re cedette all'Accademia di medicina e chirurgia un terreno presso il bastone Mars della fortezza cittadina, ma i lavori di allestimento non erano ancora iniziati. Reichenbach presentò un proprio progetto al re Federico Augusto I che lo approvò e lo sostenne. Con l'aiuto dei giardinieri di corte Carl Adolph e Johann Gottfried Terscheck, Reichenbach fondò e creò il giardino in tempi rapidissimi. Dopo la posa della prima pietra nello stesso 1820, già l'anno dopo poté pubblicare il primo Index seminum per gli scambi con altri orti botanici; nel 1822, grazie ad essi e alle ricche collezioni dei giardini e dei parchi reali, il giardino ospitava già 7800 specie o varietà; Reichenbach lo avrebbe diretto per quasi sessant'anni, fino alla sua morte nel 1879. Nelle adiacenze venne anche creato uno zoo. L'orto botanico divenne per Reichenbach un laboratorio all'aperto dove approfondire gli studi di sistematica. Fin dal suo primo anno a Dresda si dedicò a un'intensa attività pubblicistica, inaugurata da una monografia sul genere Aconitum, con 19 tavole disegnate da lui stesso. Ancota nel 1820 fu ammesso alla Leopoldina. Le sue lezioni di botanica erano seguite non solo dagli studenti dell'Accademia medico-chirurgica, ma anche da molte persone di ogni classe ed età, che partecipavano volentieri anche alle escursioni botaniche. Non c'erano però testi divulgativi accessibili che aiutassero ad identificare le piante coloro che mancavano di una formazione specifica. Nacque così l'idea di Iconographia botanica. Tra il 1823 e il 1836 Reichenbach ne pubblicò undici volumi (centurie), per un totale di più di 1700 specie o varietà e oltre 1100 tavole calcografiche. I testi, su due colonne colonne, in latino e tedesco, sono molto sintetici, ma non mancano osservazioni sull'habitat e sulle differenze con specie simili; una legenda rimanda ai particolari distintivi, che solitamente nelle tavole sono disegnati al piede, ingranditi. Per le incisioni Reichenbach si affidò a diversi artisti, ma i disegni, di mirabile precisione e accuratezza, sono di sua mano; le specie "critiche", ovvero difficili da distinguere e identificare, per evidenziare meglio le differenze e i caratteri distintivi, sono in vari casi raffigurate nella stessa tavola. Lo scopo era presentare, e aiutare a distinguere, specie rare o "critiche" in genere già pubblicate da altri autori, in particolare da Willdenow, Schkuhr, Persoon, Roemer e Schultes; si distacca l'ultimo volume, interamente dedicato a graminacee e ciperacee, da cui il titolo alternativo Agrostographia germanica. Come vedremo meglio tra poco, esso costituisce anche il primo volume di Icones florae Germanicae et Helveticae, in cui le piante sono raggruppate in modo sistematico. Non però il sistema di Linneo o uno dei sistemi naturali elaborati dai botanici del suo tempo, ma un sistema creato da Reichenbach stesso, partendo dalle premesse teoriche di Metamorphose der Pflanzen di Goethe e della filosofia naturale di Lorenz Oken. Al contrario del convincimento dell'autore, che lo considerava dettato dalla natura stessa, ne risultò un sistema del tutto artificiale, che suscitò molte polemiche, ma ebbe anche un certo seguito; infatti, grazie alla sua profonda conoscenza delle piante, egli individuò correttamente la posizione di molte famiglie. Egli lo espose in Conspectus regni vegetabilis per gradus naturales evoluti (1828) e lo illustrò in Handbuch des natürlichen pflanzensystems (1837), dove lo mise anche a confronto con altri sistemi. Ne fece uso in Flora germanica excursoria (1830-32), dove per fortuna abbandonò le denominazioni ostiche di sua invenzione per tornare ai più abituali nomi di famiglia, e appunto in Icones florae Germanicae et Helveticae, il suo capolavoro. Ancor più che in Iconographia botanica, i testi sono brevissimi e il valore dell'opera sta tutto nelle splendide tavole, che ora sono parzialmente a colori. Tra il 1834 e il 1850, ne pubblicò 12 volumi, per un totale di 731 tavole, disegnate da lui o da suo figlio Heinrich Gustav, che incominciò ad affiancarlo nel 1841, quando aveva appena 18 anni. A partire dai volumi 13 e 14 (1851), dedicati alle orchidee, il figlio lo sostituì, continuando la pubblicazione fino al 1867 (voll. 13-21). Nei primi anni del Novecento l'opera fu infine completata dal botanico Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau, curatore dei volumi 22-25. Complessivamente, contiene 3000 calcografie e litografie colorate a mano. L'area toccata non è solo la Germania e la Svizzera, ma l'intera Europa centrale. Ludwig Reichenbach si occupò anche di flora esotica, pubblicando Iconographia botanica exotica (1827–1830) e Flora exotica (1834-1836), con le medesime caratteristiche. Era un attivo divulgatore della botanica; tra il 1821 e il 1826 pubblicò una rivista dedicata alle piante da giardino e nel 1826 fondò la Società sassone per la botanica e l'orticoltura "Flora", di cui fu presidente fino al 1843. Per un trentennio, dal 1836 al 1866 fu anche presidente di "Isis", la più importante società scientifica della Sassonia. Nel 1842 pubblicò ancora Flora Saxonica, ma dalla seconda metà degli anni '30 i suoi interessi avevano cominciato a spostarsi verso il regno animale, anche in questo caso con una messe di opere, da Regnum animale (1834-37) a Deutschlands Fauna (1842) al vastoVollständigste Naturgeschichte des In- und Auslandes in 9 volumi con circa 1000 tavole (1845-54); è stato notato che le tavole zoologiche sono meno impeccabili di quelle botaniche e spesso troppo piccole. Il suo soggetto preferito erano gli uccelli, e in particolare i colibrì, ai quali dedicò Trochilinarum enumeratio (1855): è una semplice lista, per una volta senza illustrazioni. Nell'arco della sua vita, per le sue diverse opere, Reichenbach ne disegnò circa 6000. Nel maggio 1849, in seguito ai disordini politici, lo Zwinger con il Museo di Storia Naturale e la stessa casa in cui viveva Reichenbach furono incendiati e le collezioni a cui aveva dedicato trent'anni di vita andarono in fumo. Con grande energia e facendo appello alla solidarietà di tutti i musei d'Europa, di società scientifiche e collezionisti, in poco tempo riuscì a ricostruire le collezioni, anche se rimase profondamente scosso da quell'evento che ne fece un nemico della democrazia parlamentare. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da dispute e contrasti. Nel 1869, in seguito al morte del Presidente Carl Gustav Carus, nella Leopoldina si aprì una crisi; molti membri auspicavano una profonda riforma dell'Accademia e si accordarono per nominare presidente Wilhelm Friedrich Behn, favorevole alla riforma, anziché Reichenbach, che era contrario. Egli si considerava il naturale successore di Carus e cercò di ostacolare l'elezione di Behn in ogni modo, giungendo persino a fomentare una specie di scissione. Rifiutò infatti di riconoscere la nomina del rivale e si fece eleggere presidente da un gruppo di membri. Tuttavia l'elezione di Behn fu confermata dall'assemblea generale e il vecchio botanico dovette accettare la sconfitta. A inasprire il suo carattere, forse aveva contribuito la solutudine; era rimasto vedovo, e, a parte una figlia che lo accudiva, i figli vivevano lontani. Nel 1864 l'Accademia medico-chirurgica venne sopressa ed egli perdette la cattedra; continuò a dirigere il museo, fino al pensionamento nel 1874, e l'orto botanico fino alla morte. Dopo il 1874, la sua salute cominciò a declinare, soprattutto dopo una caduta da cui non si rimise mai completamente. Morì nel 1879, all'età di 86 anni. Fu uno degli ultimi naturalisti ad essere allo stesso tempo un eminente botanico e zoologo, all'epoca in cui le due discipline si stavano dividendo e acquistavano una propria autonomia disciplinare. Heinrich Gustav Reichenbach e le orchidee Ed eccoci arrivati al figlio, Heinrich Gustav Reichenbach (1824-1889), Rchb. f. come si firmava. Nato a Dresda dopo il trasferimento del padre, vi frequentò gli studi liceali. Già in quegli anni era un esperto della flora locale e un ottimo disegnatore, tanto che assistette il padre per Iconographia botanica e per la redazione delle località di Flora saxonica. Dopo la maturità conseguita nel 1843, una lunga escursione botanica lo impegnò per diversi mesi, portandolo tra l'altro nel Vaud. In Svizzera strinse amicizia con molti botanici, tra cui De Candolle e Boissier, Iniziò poi gli studi di medicina, prima a Dresda, poi a Lipsia, dove fu allievo di Kunze. Intanto, cominciava a scrivere e pubblicare. Nel 1844 collaborò a Histoire naturelle des Canaries di Webb e Berthelot per le Solanaceae e le Orchidaceae e pubblicò su "Linnaea"Orchideae Leiboldianae, dedicato alle raccolte di Friedrich Ernst Leibold a Cuba e in Messico; nel 1845 fu la volta delle orchidee delle raccolte giapponesi di Philip Friedrich Wilhelm Goering e tra il 1846 e il 1847 di Orchidographische Beiträge su "Linnaea", Insomma, non solo era escusivamente un botanico, ma fin da subito si era specializzato in orchidee, di cui si era innamorato diciottenne mentre lavorava al fianco del padre. Nel 1848 il professor Emil Adolf Roßmäßler, che aveva idee politiche opposte a quelle Reichenbach padre, fu eletto all'Assemblea nazionale; il Ministero nominò Heinrich Gustav Reichenbach suo supplente presso l'Accademia di Silvicoltura e Agricoltura di Tharand; qui per cinque semestri egli tenne lezioni di botanica generale, botanica applicata per la silvicoltura e l'agricoltura, fisiologia vegetale, zoologia ed entomologia, e guidò anche escursioni. Continuava per altro a pubblicare articoli sulle orchidee su "Botanische Zeitung", "Linnaea" e "Annalen" di Walpers. Deciso a intraprendere la carriera accademica, tra il 1850 e il 1851 si concentro sulla sua tesi di dottorato, ma riuscì comunque a pubbicare Orchidographia europaea, come volume 13-14 delle Icones paterne; comprende 170 tavole disegnate e colorate da lui ed è il frutto di dieci anni di lavoro. Nel 1852 ottenne il dottorato con una tesi sul polline delle orchidee dal contenuto molto innovativo. Teneva lezioni come libero docente e continuava a pubblicare su diverse riviste articoli sulle amate orchidee; erano gli anni in cui venivano introdotte sempre nuove specie dai cacciatori di piante che lavoravano per orti botanici ma sempre più spesso anche per vivai commerciali. Oltre a numerosi altri articoli, Reichenbach pubblicò le raccolte di Regnell, Warscewicz, Schlim e incominciò a collaborare a "Flore des serres", la rivista di Van Houtte. Continuava a pubblicare, con la cadenza di un volume all'anno, le Icones iniziate dal padre, con disegni suoi: nel 1855 nel volume dedicato alle Gentianaceae ne pubblicò 460. L'anno primo era entrato nella redazione di Pescatorea, la straordinaria pubblicazione sulla collezione di orchidee di Pescatore diretta di Linden e Lindley, e aveva iniziato a pubblicare i primi fascicoli di Xenia Orchidacea, l'opera in cui avrebbe riunito le nuove orchidee che andava pubblicando. Ora cominciava ad essere riconosciuto a livello internazionale. Nel 1855 fu nominato professore straordinario dell'Università di Lipsia e subito dopo custode dell'erbario. Era comunque una situazione non del tutto soddisfacente, perché la cattedra di botanica (e con essa la direzione dell'orto botanico) era ricoperta da Georg Heinrich Mettenius, che aveva appena due anni più di lui. Così Reichenbach cercò una posizione più solida al di fuori di Lipsia, o anche della Germania. La possibilità più ovvia era candidarsi a sostituire permanentemente a Tharand Roßmäßler (dopo la sconfitta dei moti del '48-'49, questi fu addirittura processato per alto tradimento), ma doveva rassegnarsi a rimanere a Lipsia almeno cinque anni, il periodo di insegnamento universitario previsto per i candidati. Nel 1859 suo padre Ludwig cercò goffamente di usare tutta la sua influenza a corte - era molto vicino al re di Sassonia che lo aveva nominato consigliere - per risparmiargli il quinto, con l'unico risultato di provocare le proteste dei professori di Tharand. Così Heinrich Gustav non presentò nemmeno la candidatura. Altri tre fallimenti lo amareggiarono profondamente. Dopo la partenza di Carl Nägeli da Friburgo (1857), Heinrich Gustav Reichenbach fu considerato come possibile successore. La sua candidatura però non ebbe seguito: egli era soprattutto un sistematista e uno specialista di orchidee, mentre in quegli anni le università tedesche cercavano sempre più botanici orientati alla fisiologia sperimentale. Tentò invano di ottenere una cattedra a Liegi, dove incontrò l’opposizione del cardinale di Mechelen (verosimilmente per motivi religiosi, essendo protestante). Subito dopo, fu respinto anche a Copenaghen, perché straniero. La svolta arrivò solo con la morte di Johann Georg Christian Lehmann, nel 1860, che lasciò vacante la direzione dell’Orto Botanico e la cattedra al Ginnasio Accademico di Amburgo. Calorosamente raccomandato da amici e mecenati, Reichenbach si impose su numerosi candidati, ma solo dopo una lunga e penosa attesa di oltre tre anni: l'incarico gli fu affidato ufficialmente solo nel luglio 1863. Gli otto anni come professore straordinario a Lipsia furono per altro estremamente produttivi, Pubblicò numerosi articoli su "Bonplandia", "Gartenflora", "Allgemeine Gartenzeitung", "Hamburger Garten- und Blumenzeitung", sugli annali dell'Accademia di Amsterdam e altre riviste, numerosi contributi su Pescatorea, tre volumi di Icones (vol. 18. Labiatae - Convulaceae; vol. 19 Cicoriaceae - Cucurbitacee, vol. 20 Solanaceae - Lentibularieae, con 630 tavole complessive). Curò la pubblicazione postuma degli ultimi fascicoli di Die Farnkräuter di Kunze e completò il primo volume di Xenia Orchidacea (1858), con 100 tavole. Accanto all'insegnamento a Lipsia, insegnava botanica e zoologia presso la scuola agraria di Lützschena. Con numerosi viaggi in Germania, Inghilterra, Belgio, Olanda, e con relazioni epistolari strinse solidi rapporti scientifici con i più eminenti botanici e naturalisti europei e statunitensi, da Grisebach a Göppert nell'area tedesca, Anderson a Stoccolma, E. Fries a Uppsala, gli Hooker e Lindley in Inghilterra, Edmond Boissier e Alphonse de Candolle a Ginevra, Asa Gray a Boston, Moris a Torino e Parlatore a Firenze. Reichenbach assunse l'incarico ad Amburgo nell'autunno 1863. La sua attività come direttore dell'orto botanico non fu meno incisiva di quella del padre a Dresda. Il giardino, che era stato fondato da Lehmann nel 1821, era già uno dei più importanti del territorio tedesco. Grazie ai suoi contatti internazionali, Reichenbach ne arricchì grandemente le collezoni; furono costruite nuove serre, in particolare per ospitare la crescente collezione di orchidee, ancora oggi ricchissima; lo aprì inoltre al mondo del giardinaggio, cui trasmise le sue conoscenze sulla coltivazione delle esotiche e delle amate orchidee. Il Ginnasio Accademico era una curiosa istituzione, a metà tra scuola accademica e università; Reichenbach vi teneva regolari lezioni di botanica, anatomia e fisiologia vegetale e formò numerosi studenti. Il centro della sua attività rimanevano le orchidee, cui dedicò una messe enorme di lavori. Dopo la morte di Lindley nel 1865, ne divenne il massimo esperto mondiale ed era naturale rivolgersi a lui per catalogare le nuove specie che affluivano copiose dal Messico, dal Sud America, dall'Asia orientale. Egli parlava perfettamente diverse lingue ed era di casa nelle serre dei Kew Gardens, ma anche di vivaisti specializzati nell'introduzione di orchidee tropicali come Veitch e Sanders. Riunì un erbario enorme, con oltre 30.000 esemplari solo per le orchidee. Amava erborizzare e approfittava di viaggi, congressi e ogni occasione per incrementare le sue raccolte. E continuva a scrivere e pubblicare una prodigiosa quantità di opere. Tra il 1865 e il 1889 quasi ogni settimana su "Gardeners' Chronicle" compariva un suo articolo per illustrare questa o quella novità introdotta da uno dei suoi amici inglesi; scriveva poi per molte altre riviste. I suoi scritti di questi anni sono troppo numerosi per essere citati. Tra i più significativi, Contributions to the Orchidology of Central America (1869), in cui descrisse le raccolte di Endres e altri raccoglitori; Otia botanica Hamburgensia, in due parti (1871-1881), Refugium botanicum, con Saunders e Baker (5 voll., 1869-1873). Qualche parola a parte merita Reichenbachia: Orchids Illustrated and Described. Intorno al 1886, il vivaista di origini tedesche Frederick Sander che aveva fondato a St Albans un vivaio specializzato in orchidee, divenuto un'azienda leader, come forma di raffinata pubblicità decise di pubblicare un'opera prestigiosa e lussuosa sul meglio delle proprie collezioni. Egli aveva finanziato le spedizioni di diversi cacciatori di piante e molte delle sue introduzioni erano state descritte da Reichenbach che visitava regolarmente il vivaio durante i suoi soggiorni in Inghilterra. In suo onore, la intitolò Reichenbachia; affidò le illustrazioni, a grandezza naturale, principalmente al pittore Henry George Moon e i testi allo stesso Reichenbach. Pubblicata inizialmente in fascicoli mensili di 4 tavole poi riuniti in volume, l'opera comprende due serie di due volumi ciascuna, pubblicate rispettivamente nel 1888 e nel 1890, in due formati: in folio e "imperiale", ancora più grande, di cui furono stampate solo 100 copie. Ogni volume conteneva 48 illustrazioni con testi in tedesco, francese, inglese. I quattro volumi furono dedicati rispettivamente alla Regina Vittoria, all'imperatrice di Germania, alla zarina e alla regina del Belgio. L'insegnamento, la direzione dell'orto botanico, ma soprattutto la massa di pubblicazioni minori e la cura dell'erbario, che - dopo quello di Bossier, è considerato il più vasto mai appartenuto a un privato - ogni giorno doveva essere aggiornato con le piante che affluivano da tutto il mondo, rallentarono il lavoro di Reichenbach per le opere maggiori, Icones e Xenia. Nel 1867 pubblicò il vol. 21 di Icones florae Germanicae et Helveticae, dedicato alle Umbelliferae, con 210 tavole, ma al momento della sua morte, quasi trent'anni dopo il 22 volume, sulle Leguminosae, non era ancora finito, anche se erano pronte 220 tavole. Il botanico austriaco Günther Beck von Mannagetta und Lerchenau ne aggiunse una trentina e lo pubblicò postumo nel 1901, e, come ho anticipato, in seguito curò i volumi 23-25. Quanto a Xenia orchidacea, nel 1874 fu completato il secondo volume, ma del terzo vennero finite solo le prime tre decadi; a completarlo fu Fritz Kraenzlin. Verso la metà degli anni '80, anche se aveva poco più di 60 anni, la salute di Reichenbach comiciò a declinare. Era sua intenzione andare in pensione o dimettersi, per tornare a Lipsia e dedicarsi unicamente alle due opere maggiori, ma la morte, sopraggiunta nel 1889, glielo impedì. E' stato descritto come una personalità piuttosto eccentrica; era molto orgoglioso del gran numero di orchidee pubblicate (più di 4500) e ciò a volte lo spinse a descrizioni poco accurate, causando non poche confusioni tassonomiche. Ma forse il danno maggiore venne dopo la sua morte. Tutti si aspettavano che lasciasse la biblioteca, le sue carte e l'immenso erbario (comprendeva anche quello del padre) a Kew dove, come abbiamo visto, era di casa. Invece all'apertura del testamento, si scoprì che li aveva destinati al Museo imperiale di Vienna. Per farlo arrivare a destinazione, occorsero quattro vagoni ferroviari. Si ritiene avesse cambiato idea, contrariato dalla nomina di Robert Allen Rolfe a responsabile dell'erbario delle orchidee di Kew. Rolfe era un autodidatta e Reichenbach non lo stimava. Detestava l'idea che, dopo la sua morte, egli potesse approfittare del suo erbario e pubblicare le "sue" orchidee; così, oltre a destinarlo a Vienna, pose la condizione che non potesse essere consultato per 25 anni, dando luogo a molte descrizioni e denominazioni doppie o multiple. Forse aveva ereditato qualcosa del carattere orgoglioso e tavolta permaloso del padre. Certamente ne aveva ereditato l'abilità nel disegno: contando solo le tavole preparate per Icones e Xenia ammontano a 2180, sempre di ammirevole precisione e accuratezza. Quanto al suo contributo alla classificazione delle orchidee, nonostante le pecche segnalate, è incalcolabile per quantità e qualità. A chi è toccato Reichenbachia? Padre e figlio furono membri di numerose società scientifiche, ben inseriti e rispettati nell'establishment botanico; il figlio, in particolare, era una figura di respiro internazionale, presenza costante in congressi e simposi, con una rete di corrispondenti estesissima. Entrambi ovviamente ebbero molti riconoscimenti in termini di dediche di specie. Tra quelle dedicate al padre le più note sono probabilmente Iris reichenbachii, una bella specie balcanica, e Viola reichenbachiana, comunemente detta viola silvestre, di ampia diffusione in Europa, Nord Africa e Asia occidentale: appartiene a un genere tanto facile da identificare, quanto difficile da classificare a livello di specie, cui egli portò chiarezza con le accuratissime e puntuali tavole del primo volume di Icones; nell'orto botanico di Dresda creò una vasta collezione di Cactaceae, che gli guadagnò la dedica di Echinocactus reichenbachii; inoltre gli vennero dedicati diversi animali, tra cui il colibrì Anabathmis reichenbachii. A ricordare il figlio sono ovviamente numerosi nomi di orchidee: Masdevallia reichenbachiana, Ida reichenbachii, Bulbophyllum reichenbachianum, Phalaenopsis reichenbachiana e molti altri. L'unico genere tuttora valido dedicato a uno dei Reichenbach venne già nel 1823, quando Ludwig era un botanico alle prime armi; nel creare Reichenbachia, Curt Sprengel lo ricorda come studioso della flora della Sassonia e autore di due monografie su Myosotis e Aconitum. Appartenente alla famiglia Nyctaginaceae, esso comprende una sola specie, R. hirsuta, un arbusto o piccolo albero con foglie ovate pelose, fiori tubolari con calice irsuto, seguiti da frutti da verdi a neri o rossi a maturazione; vive nei biomi stagionalmente aridi sul Sudamerica meridionale, dalla Bolivia al Brasile e all'Argentina. Al figlio sono stati dedicati due generi di orchidee, ma, la tassonomia di questa famiglia, per altro vastissima, è complicata e spesso soggetta a revisioni. Nel 1882 il botanico brasiliano João Barbosa Rodrigues creò Reichenbachanthus "in omaggio al sapiente botanico tedesco, il mio amico dr. Heinrich Gustav Reichenbach figlio, il grande orchidologo europeo". Oggi è sinonimo di Scaphyglottis. Nel 1962 Garay e Sweet crearono il genere di ibridi orticoli × Reichenbachara, per le orchidee ottenute dall'incrocio tra Euanthe, Vanda e Vandopsis. Ma poiché più tardi Euanthe è stato assorbito da Vanda, rientrano negli ibridi Vanda × Vandopsis, conosciuti con il nome orticolo Vavanda. Con la loro infinita gamma di colori e le fioriture che proseguono dall'autunno alla primavera inoltrata, le viole del pensiero sono tra i fiori più amati e più noti. Meno familiare è forse il nome botanico Viola × wittrockiana. Quel segno × ci dice che si tratta di un ibrido, anzi di un ibrido complesso, tra i cui genitori c'è certamente l'europea Viola tricolor, ma anche molte altre specie. L'eponimo è invece una dedica allo svedese Veit Brecher Wittrock, il quarto Professor Bergianus. Come studioso, la sua vita si divide nettamente in due fasi: prima di assumere l'incarico, fu assenzialmente un algologo, dopo allargò i suoi interessi soprattutto alle piante coltivate nonché alla storia della botanica. Il suo contributo più significativo è però forse il giardino stesso, di cui curò il trasferimento da Bergielund all'attuale sede di Frescati, trasformandolo in un orto botanico di concezione moderna. A ricordarlo il genere di alghe Wittrockiella e la Bromeliacea Wittrockia. Dalle alghe alle piante coltivate Dopo la morte di Johan Emanuel Wikström, l'Accademia delle scienze svedese scelse come suo successore sia come Professor Bergianus sia come curatore dell'orto botanico Nils Johan Andersson (1821-1880). Al contrario del suo stanziale predecessore, vantava un passato di viaggiatore. Tra il 1851 e il 1853, come botanico della spedizione, partecipò alla prima circumnavigazione svedese, a bordo della Eugenie, visitando le Hawaii e le isole dei mari del Sud, l'Australia, le Filippine, la California, molti porti del Sudamerica e facendo raccolte in Sudafrica. Al ritorno, fu nominato professore dell'Università di Lund e appunto, dal 1857, Professor Bergianus, nonché direttore del dipartimento di botanica del Museo di scienze naturali. Nei vent'anni in cui resse l'incarico, lavorò soprattutto sugli oltre 50.000 campioni raccolti in 30 paesi diversi durante il suo viaggio, ma pubblicò anche una serie di opere divulgative. E' onorato dal genere Anderssoniopiper, oggi ricondotto a Piper. Nel 1878 si ammalò e dovette lasciare prima l'incarico di curatore del dipartimento di botanica poi anche quello di Professor Bergianus. A sostituirlo nell'uno e nell'altro compito fu Veit Brecher Wittrock (1839-1914), prima come responsabile ad interim e professore associato, poi come titolare dal 1880. Wittrock era nato in una famiglia di origine tedesca immigrata dall'Holstein; si laureò in botanica a Uppsala e per tredici anni, dal 1865 al 1878, per mantenersi insegnò botanica, zoologia e lingua inglese in un ginnasio privato. Contemporaneamente, nel 1866 ottenne la libera docenza di botanica e dal 1873 tenne corsi di botanica a Stoccolma per conto dell'Associazione universitaria. Intanto aveva incominciato a farsi conoscere per i suoi studi sulle alghe, alle quali aveva già dedicato la tesi di dottorato. Nel 1867 pubblicò Algologiska Studier, in due parti, la prima dedicata alle alghe dei laghi e dei corsi d'acqua svedesi, la seconda alle alghe tropicali. Nel 1870 e nel 1874 fu la volta di due studi sulla famiglia Oedogoniaceae, seguiti nel 1877 dalla sua opera forse più importante sulle alghe (On the development and systematic arrangement of the Pithophoraceæ, a new order of algae) in cui stabilì l'ordine delle Pithophoraceæ e ne propose una sistemazione sistematica. Nel 1878 fu nominato professore associato dell'Università di Uppsala e poté lasciare l'insegnamento ginnasiale; poco dopo, in seguito alla malattia di Andersson, l'Accademia delle scienze gli chiese di occuparsi temporanemente delle collezioni di botanica del Museo nazionale; egli accettò e si trasferì a Stoccolma; l'anno successivo, come ho anticipato, succedette ad Andersson anche come Professor Bergianus. Anche se non abbandonò mai lo studio delle alghe (nel 1877 aveva cominciato a collaborare con Otto Nordstedt alla pubblicazione di una grande opera sulle alghe della Scandinavia, Algæ aquæ dulcis exsiccatæ, e avrebbe continuato a presiederla fino al 1903), il nuovo incarico impresse una svolta nei suoi interessi scientifici, che ora allargarono alle gimnosperme, con la monografia Skandinaviens gymnospermer (1887), e alle angiosperme; la sua opera più significativa di questi anni è probabilmente uno studio sulla flora dei ghiacci (1882). Nel 1885, nell'ambito del nuovo piano regolatore della città di Stoccolma, fu deciso di trasferire l'orto botanico dalla sede storica di Bergielund a Frescati, nella periferia nord della capitale. Wittrock condusse con abilità la vendita della vecchia sede e dei terreni annessi e con il capitale ricavato fu possibile creare un nuovo giardino di concezione più moderna, dotato di un dipartimento scientifico e di strutture all'avanguardia: l'Oragerie per le piante tropicali e un edificio per l'erbario, la biblioteca e gli uffici del personale. Nel 1899-1900 venne aggiunta una serra a cupola in vetro e acciaio per le ninfee, la Victoria regia e altre piante acquatiche e nel 1908, su espressa richiesta di Wittrock, una torre che avrebbe ospitato il suo studio e la sua collezione di semi e pigne. Nota come "torre di Wittrock" ancora oggi è una delle attrazioni del giardino. Anche se per qualche anno fu impegnato anche in politica (dal 1888 al 1890 fu deputato per il collegio di Stoccolma), a partire dal 1885 il giardino divenne il centro della vita professionale e privata di Wittrock, che di fatto mise fine ai viaggi e ne diresse da vicino la realizzazione, condotta in gran parte secondo i suoi progetti e vi contribuì generosamente anche con propri fondi privati. Un'altra importante innovazione fu nel 1890 la fondazione della rivista "Acta Horti Bergiani", sulla quale pubblicò una serie di studi descrittivi sulle piante coltivate nel giardino. Il più significativo è probabilmente quello dedicato alle viole del pensiero (1895-97), di cui stabilì la natura ibrida e la complessa genealogia. In riconoscimento del valore fondativo di questo contributo, nel 1925 Helmut Gams avrebbe denominato questa pianta Viola x wittrockiana. Wittrock si interessò anche di storia della botanica: ordinò una serie di ritratti di botanici e dal 1903 ne pubblicò il catalogo (Catalogus illustratus iconothecae botanicae horti Bergiani Stockholmiensis), arricchito da note biografiche e disegni dal vero; scrisse anche una biografia di Linneo, pubblicata nel 1907 in "Acta Horti Bergiani". Era membro di numerose società scientifiche: dal 1877 della Società delle Scienze di Uppsala, dal 1878 dell'Accademia delle Scienze, dal 1884 dell'Accademia di Agricoltura, dal 1901 della Società Fisiografica di Lund, dal 1908 della Società di Scienza e Letteratura di Göteborg. Nel 1909, seguendo l'esempio statunitense dei "fiori di stato", fu deciso di designare una pianta rappresentativa di ciascuna provincia svedese; una lista preliminare venne stilata da una commissione di insegnanti di botanica, ma quando non riuscirono a mettersi d'accordo sulla versione definitiva, l'incarico passò a Wittrock. Anche la sua lista non fu esente da critiche: in particolare a protestare violentemente furono la Scania e l' Hälsingland, che ottenero che le piante-simbolo fossero cambiate. In seguito ci furono ancora altri cambiamenti, ma la maggior parte delle piante delle province svedesi è ancora quella indicata da Wittrock. Attivo fino a tarda età, questi morì nel 1914, a settantacinque anni. Bromeliaceae dal Brasile Da entrambi i campi di studi nei quali si divise la sua attività di botanico è giunta a Wittrock la dedica di un genere valido. Come studioso di alghe è ricordato da Wittrockiella, un genere di alghe verdi della famiglia Pithophoraceae, di cui fu uno dei primi studiosi; come studioso di angiosperme, lo celebra Wittrockia, creato Carl Axel Magnus Lindman, che fu suo amico e collaboratore sia al Museo di scienze naturali sia all'Hortus Bergianus. Appartenente alla famiglia Bromeliaceae, questo genere comprende cinque specie endemiche del Brasile, in particolare della foresta costiera nota come Mata Atlantica, dove possono essere sia terrestri sia epifite. E proprio in Brasile Lindman raccolse la specie tipo, Wittrockia superba. Piuttosto grandi per gli standard di questa famiglia, hanno lunghe foglie raccolte in rosette anche di un metro di diametro. Spesso hanno i margini muniti di spine e macchiettature di colori contrastanti. L'infiorescenza, a forma di coppa e circondata da brattee, spesso vistosamente colorate, spunta per lo più direttamente al centro della rosetta, dove si raccoglie l'acqua piovana, formando una specie di vaso o nido. I singoli fiori, numerosissimi, e strettamente addensati, sono piuttosto piccoli e possono essere blu, viola o di altri colori, a seconda della specie. Dopo la fioritura, la pianta muore, ma prima, come altre Bromeliaceae, produce alla base ricacci più o meno numerosi. Probabilmente, l'unica specie usualmente coltivata è W. gigantea, introdotta con altri nomi dai vivai belgi fin dalla seconda metà dell'Ottocento; di dimensioni imponenti, ha foglie munite di spine marginali e infiorscenze circondate da brattee da rosa carico a viola, a seconda della varietà; tra queste ultime, si segnala 'Leopardinum' (introdotta come Canistrum leopardinum) con strette foglie lucide lunghe sino a 60 cm con macchiettature irregolari brune o verde scuro. Più recente l'introduzione di W. cyathiformis, caratterizzata da infiorescenze a coppa sorette da un lungo peduncolo e circondate da brattee rosa, Wittrockia è affine a Neoregelia, con la quale forma ibridi detti x Neorockia, caratterizzati da foglie dai colori brillanti come 'Golden Leopard’, verde lime con macchie più scure, o ‘Roasted Pheasant’, rosso magenta. Alcune specie, in precedenza assegnate a Wittrockia, sono state trasferite in altri generi: W. smithii è ora Nidularium amazonicum, W. paulistana è ora Canistrum paulistanum, W. spiralipetala è Neoregelia spiralipetala. Dedicandogli il genere Shepherdia, Nuttall definì John Shepherd "orticultore scientifico". Molto si deve a lui se l'orto botanico di Liverpool, di cui fu il primo curatore, crebbe rapidamente, arrivando a competere persino con Kew nell'arco di pochissimi anni. A cinque-sei anni dalla fondazione la collezione superava 4000 specie, poi crebbe ancora, tanto che fu necessario spostare il giardino in una sede più ampia. Fu l'ultimo compito di questo abile giardiniere, morto subito dopo il trasferimento. Un orto botanico in grande espansione Al momento della fondazione dell'orto botanico di Liverpool, nel 1802 o nel 1803, venne assunto come curatore, ovvero capo giardiniere, John Shepherd (1763/64 - 1836); secondo alcune fonti, ma senza prove definitive, in precedenza avrebbe lavorato per John Leigh Philips, un imprenditore e collezionista di oggetti naturali di Manchester, che lo avrebbe consigliato a Roscoe. In realtà non si sa nulla di lui prima dell'arrivo a Liverpool, ma certamente la scelta si rivelò felicissima. Shepherd era un professionista molto preparato e sotto la sua cura il giardino crebbe rapidamente. Mentre l'impianto generale, con una serie di ordinate aiuole didattiche rettangolari, divise in parcelle con le piante erbacee collocate secondo il sistema linneano, è solitamente attribuito a Roscoe, si ritiene si debba a Shepherd la creazione della roccera, posta tra l'ingresso e le serre. Le rocce sarebbero state ricavate dalla zavorra delle navi che facevano scalo nel porto di Liverpool, il più importante del paese per il commercio triangolare, con collegamenti con l'Africa, le Antille, il Nord America, ma anche l'India e il Sudest asiatico. Certamente ebbe voce in capitolo anche nella creazione delle due serre, il grande conservatory lungo 73 metri e alto 7, con cinque ambienti separati con temperature diverse, e la stove, la stufa per le tropicali. I costi per queste strutture si rivelarono maggiori del previsto, e le 300 quote di sottoscrizione insufficenti; per far fronte ai debiti, vennero innalzare prima a 375, poi a 450, acquistabili però solo dai "proprietors", ovvero dai sottoscrittori iniziali. Ciò permise di completare i lavori e di creare una collezione notevole, come attesta il primo catalogo, pubblicato nel 1808; è anonimo, ma probabilmente fu scritto a quattro mani da Shepherd e Roscoe. Le specie elencate sono 4269; nell'introduzione un lungo ringraziamento chiarisce come sia stato possibile raggiungere un simile numero in appena cinque anni; le piante arrivarono dai sottoscrittori e da altri collezionisti; dai capitani delle navi; da appassionati che avevano raccolto le piante native più rare nelle loro escursioni; dalle università di Oxford, Cambridge e Dublino e dal sovrintendente dei Kew Gardens, ovvero William Townsend Aiton, che fornirono "molte valide aggiunte a questa collezione". Non mancarono gli acquisti da "alcuni dei più eminenti coltivatori commerciali di piante." Le piante, ordinatamente classificate nelle classi linneane proprio come nelle aiuole, sono divise in quattro categorie: alberi e arbusti (594 specie), distribuiti lungo il perimetro e nei boschetti ad est e sud del giardino; piante erbacee (2268 specie), coltivate sia nelle aiuole "didattiche" sia nella roccera sia ai lati dello specchio d'acqua; piante da serra (1046), coltivate nella grande serra “adatta a conservare piante da ogni parte del mondo”; piante da serra calda (461). Colpiscono per ricchezza alcune collezioni: tra gli arbusti, le azalee e i rododendri, le rose (34 specie e varietà); tra le erbacee, le iris (36 varietà), gli aster (61 varietà), le Poaceae (molte decine) e i carici (34), le felci (35); tra le piante da serra, le molte bulbose sudafricane, le eriche (ben 193 specie), le Proteaceae, i Pelargonium (79); tra le piante da serra calda, stapelie, cactacee, aloe, bromeliacee, palme e orchidee, qualcuna tropicale, ma per lo più nordamericane. Venivano davvero da tutto il mondo, ma sembrano prevalere le sudafricane e le nordamericane. Negli anni successivi i contatti di Roscoe con l'India, la missione di Bradbury, sponsorizzata proprio dall'orto botanico, gli scambi con altri giardini dovettero incrementare ancora più le collezioni, ma purtroppo non abbiamo cataloghi ad attestarlo. Le testimonianze d'epoca ci parlano di un giardino che era diventato una vera attrazione e aveva superato anche Kew per la ricchezza di piante e la cura con cui erano disposte e coltivate. Il nome di Shepherd ricorre una ventina di volte in "Botanical Cabinet" per aver fornito altrettante piante di nuova introduzione al vivaio Loddiges; arrivavano dalla Russia, dalla Cina e soprattutto dal Sudamerica; anche se alcune erano piante rustiche, si fanno notare le piante "da stufa" e in particolare le orchidee, di cui il giardino di Liverpool incominciava ad avere una delle migliori collezioni del paese: Cymbidium latifolium, forse dalla Cina, Epidendrum polybulbon dalla Giamaica, Paphiopedilum insigne raccolto in Nepal da Wallich. A Shepherd non mancarono i riconoscimenti personali: nel luglio 1824 fu invitato dalla Preston Horticultural Society come giudice della loro esposizione annuale in quanto "qualificato da ogni punto di vista per decidere i meriti delle piante". Nel 1827 l'Horticultural Society lo premiò con una medaglia d'argento, dichiarando: "Nessun giardino pubblico nel Regno Unito possiede piante meglio coltivate né piante da serra e serra calda così sane e vigorose". Tra il 1820 e il 1823, l'orto botanico di Liverpool, insieme a quelli di Kew, Chiswick, Chelsea, Edimburgo e Glasgow, fornì un'ampia collezione di piante all'orto botanico di San Pietroburgo, e nel 1824 fu tra i giardini visitati dal direttore di quest'ultimo, F. E. L. Fischer, prima di tornare in Russia con molte altre piante; il contributo di Liverpool fu così soddisfacente che nel 1828 Shepherd fu convocato dall'ambasciatore russo per ricevere un anello di diamanti da parte dello zar in persona. Oltre che un bravissimo giardiniere, Shepherd era un botanico competente, come attestano le note manoscritte sulle Scitamineae utilizzate da Roscoe per il suo libro (ma anche da altri, come Ker Gawler per la sua descrizione di Hedychium gardnerianum), nonché un valido progettista. Progettò alcuni giardini privati e nel 1825 collaborò con l'architetto John Foster Junior alla realizzazione del cimitero di St James, uno dei primi cimiteri-giardino; più tardi si occupò della sistemazione paesaggistica del giardino zoologico. Ma ormai a Mount Plaisant mancava lo spazio; la città era cresciuta tumultuosamente e gli edifici assediavano l'orto botanico, mentre l'aria sempre più inquinata danneggiava le piante. Nel 1831 la società proprietaria decise di trasferire il giardino in una località fuori città, infine individuata in Edge Lane a Wavertree. Shepherd progettò il nuovo giardino e diresse il trasferimento delle piante, che fu completato nel 1836. Anche gli alberi maturi vennero spostati a bordo di carri trainati da cavalli. Era l'ultima fatica del vecchio giardiniere, che morì subito dopo. Nel suo necrologio, Loudon lo definì infaticabile nei suoi sforzi di rendere l'orto botanico di Liverpool uno dei migliori d'Europa; la sua collezione di erbacee perenni era insuperabile, così come quella di Scitamineae. A succedergli come curatore fu un parente, Henry Shepherd (1836-1858), forse un cugino di secondo grado, che già lavorava al suo fianco come aiuto giardiniere fin dal 1808, quando aveva 24 anni. Anche lui era un eccellente professionista e divenne famoso per essere stato il primo a riprodurre le felci dalle spore, come riferisce J. E. Smith in una comunicazione del marzo 1819, “Directions for raising ferns from seed as practiced by Mr Henry Sheppard of Liverpool”; diede a Smith 60 vasi di felci ottenute in questo modo; riuscì addirittura a far germinare le spore di alcune felci dell'erbario di Forster, vecchie di 50 anni. Diresse l'orto botanico fino alla morte, per oltre vent'anni, mantenendo gli altri standard del suo parente e predecessore. Fu amico e corrispondente di Hooker cui comunicò tra l'altro diverse felci per il suo Genera Filicum. Purtroppo, durante la sua gestione, e non certo per colpa sua, il giardino conobbe crescenti difficoltà finanziarie, finché nel 1846 la società si decise a cederlo al Comune che lo trasformò in un parco pubblico. Shepherdia, le bacche dei bisonti Il più giovane degli Shepherd è ricordato dall'eponimo di alcune specie coltivate per la prima volta nell'orto botanico di Liverpool, come Adiantum shepherdii e Rhododendron shepherdii (ora R. kendrickii), mentre a onorare John Shepherd c'è il genere Shepherdia, dedica di Nuttall che prima di esplorare l'America settentrionale aveva lavorato a Liverpool. In The genera of North American plants leggiamo: "In onore di Mr. John Shepherd, curatore dell'orto botanico di Liverpool, un orticultore scientifico, grazie ai cui sforzi e al patronato del celebrato Roscoe questa istituzione deve i suoi presenti meriti". Shepherdia (famiglia Elaeagnaceae) è un piccolo genere di tre specie di arbusti, distributi esclusivamente nell'America settentrionale, dall'area subartica al Colorado. Dioci, portano fiori maschili e femminili su piante diverse. Ovviamente solo quelle femminili producono le bacche rosse ed eduli, benché amarognole e acidule, che ne sono la più evidente caratteristica. Sono utilizzate per gelatine, dolci, marmellate e una salsa utilizzata per accompagnare la carne, compresa quella di bisonte, da cui il nome popolare buffaloberry. Shepherdia argentea è la specie con maggior areale (dal Canada occidentale agli Stati Uniti centro- settentrionali); è un arbusto deciduo, alto fino a 5 metri, con foglie ovali con apice arrotondato, coriacee, ricoperte da un tomento grigio-argento, più fitto nella pagina inferiore. I fiori giallo chiaro hanno quattro sepali e sono privi di petali; i frutti sono drupe rosso brillante, dal diamentro di 5 mm. Le cultivar 'Xanthocarpa' e 'Goldeneye' hanno frutti gialli. Questa specie cresce in una varietà di habitat e ha un importante ruolo ecologico come cibo per lepidotteri e diversi erbivori, nonché come rifugio per piccoli animali. La più settentrionale S. canadensis è un arbusto più basso (1-4 metri) con foglie dai margini lievemente arricciati, verdi nella pagina superiore, bianco-brunastre in quella inferiore. Il frutto è edule, ma ricco di saponine, tossiche in alte quantità. La più meridionale S. rotundifolia è un arbusto sempreverde, endemico dell'altopiano del Colorado, dove cresce in diverse comunità: gli arbusteti desertici misti, le boscaglie piñon-ginepro e le foreste di Pinus ponderosa fino a 2400 metri di altitudine. Ha foglie persistenti argentate, con margini retroflessi, e pagina inferiore tomentosa. Anche i frutti, singoli o in grappoli, sono ricoperti di peli stellati. A Liverpool, William Roscoe è una specie di genius loci. A cavallo fra Settecento e Ottocento, fu avvocato, bonificatore di una palude, banchiere, poeta, storico del Rinascimento italiano. Ma soprattutto fu l'anima di molte iniziative culturali, tra cui la fondazione dell'orto botanico, nato non dall'università o dallo stato, ma da un gruppo di sottoscrittori privati. Lo beneficiò con un erbario di notevole valore storico e vi creò una eccezionale collezione di piante ottenute dai suoi corrispondenti in India. Grazie ad essa poté scrivere e far illustrare la sua maggiore opera botanica, una monografia sulle Scitamineae, oggi grosso modo corrispondenti all'ordine delle Zingiberales. A ricordarlo proprio un genere della famiglia Zingiberaceae, la bella Roscoea. Un intellettuale banchiere per sbaglio L'orto botanico di Liverpool nasce nel 1802 per iniziativa di un gruppo di intellettuali e notabili, il più noto dei quali è oggi l'avvocato, banchiere, poeta e uomo politico William Roscoe (1753-1831). Già questa sfilza di epiteti ci dice di una personalità non comune. Il padre era l'oste del Bowling Green Inn di Mount Pleasant, ma faceva anche il giardiniere. William frequentò la scuola fino a dodici anni, poi la lasciò, ritenendo di aver appreso tutto quello che il maestro aveva da insegnargli. Andò a lavorare con il padre, dividendo le sue giornate tra il lavoro in giardino e lo studio come autodidatta. A quindici anni per un mese vendette libri, ma senza successo, poi entrò come praticante nello studio di un avvocato. Ora alternava allo studio della legge quello dei classici e incominciò a scoprire la lingua e la letteratura italiane. A sedici anni scrisse il suo primo poema, Mount Plaesant. Divenuto avvocato, si fece notare per le sue posizioni antischiaviste, non certo popolari in una città come Liverpool che doveva gran parte della sua prosperità al commercio triangolare. La denuncia dello schiavismo è espressa in vari pamphlet e nel poema The Wrongs of Africa (1787-88). Lasciata l'avvocatura, fu coinvolto nella bonifica di parte di Chat Moss, una vastissima torbiera situata tra Manchester e Salford, e nel salvataggio di una banca appartenente a un amico che viveva in Italia, e da quel momento - per sua sfortuna - divenne un uomo d'affari. Era però soprattutto un intellettuale, Nel 1797 fu uno dei soci fondatori del Liverpool Athenaeum, un club privato nato dall'esigenza di provvedere i soci (mercanti, professionisti, intellettuali) di periodici locali e nazionali. Oltre che come poeta, divenne noto come storico grazie a una biografia di Lorenzo de' Medici (1796), tradotta in molte lingue, seguita da una vita di Leone X (1805), che ebbe meno successo. Nel 1806 fu eletto alla Camera dei comuni, ma dopo un anno si dimise; se non altro, aveva avuto il piacere di votare la legge che aboliva il traffico degli schiavi. Nel 1814 fu tra i fondatori della Liverpool Royal Institution, una società scientifica che si proponeva di diffondere la letteratura, la scienza e le arti attraverso pubbliche letture, e ne fu il primo presidente. Appassionato di libri e dipinti (fu tra i primi ad apprezzare e raccogliere i pittori italiani cosiddetti "primitivi"), fu costretto a vendere la sua vasta collezione quando, a partire dal 1816, la banca cui era legato incominciò a trovarsi in difficoltà. Dopo cinque anni, la banca fece fallimento e Roscoe rischiò l'arresto. Molti libri che avevano fatto parte della sua biblioteca furono acquistati da amici e collocati nelle sale dell'Athenaeum, e almeno qualcosa della vendita andò a lui. Uno dei suoi amici, Thomas Coke, gli affidò la sistemazione della biblioteca di Holkham Hall, incarico che gli lasciava il tempo di dedicarsi a un'altra delle sue passioni, la botanica, come vedremo meglio tra poco. E' ora infatti di tornare sulla fondazione dell'orto botanico di Liiverpool. L'idea nacque da due medici, Bostock e Rutter, entrambi soci dell'Athenaeum; essi coinvolsero appunto William Roscoe, il reverendo William Shepherd (amico di Roscoe, era anch'egli un abolizionista e uno studioso del Rinascimento italiano) e William Bullock, fondatore di un gabinetto di curiosità, il Museum of Natural Curiosities che comprendeva anche un erbario di alcune migliaia di piante, curato da Thomas Nuttall (futuro esploratore della flora nordamericana). La prima riunione ebbe luogo nel novembre 1800 nel Liverpool Dispensary. dove entrambi i medici lavoravano, e risvegliò immediatamente un certo interesse. Erano molti i commercianti, gli uomini di affari e gli industriali ad avere un giardino, e i più ricchi potevano permettersi una serra per le piante esotiche. Fu fondata una società a sottoscrizione e stabilito un massimo di trecento quote (nessuno ne poteva sottoscrivere più di due); quasi la metà dei sottoscrittori erano anche membri dell'Athenaeum; 102 erano commercianti o banchieri, ed erano molto variegati quanto a idee politiche e religiose: c'erano dissidenti religiosi e antischiavisti, ma anche anglicani e schiavisti e persino qualche mercante ebreo. Otto dei primi sottoscrittori erano donne. L'orto botanico di Liverpool fu così l'espressione dell'orgoglio cittadino in un momento di tumultuosa crescita sociale ed economica. A presiedere la società fu eletto un comitato di dodici membri, con Richard Walker presidente e William Roscoe vicepresidente. Una prima riunione dei sottoscrittori, nel maggio del 1801, stabilì di chiedere un terreno al Comune, che concesse in locazione per 21 anni rinnovabili un terreno di 10 acri sito presso Mount Pleasant. La seconda riunione dei sottoscrittori si tenne un anno dopo; dato che nel frattempo Walker era morto, ora il presidente era Roscoe che tenne una prolusione tanto dotta quanto verbosa sull'utilità della botanica. Si procedette quindi all'installazione del giardino, con le piante erbacee ordinatamente sistemate in aiuole rettangolari in base alla classificazione linneana; per quelle delicate c'erano una serra calda (stove), un'aranciera (conservatory), serre con cinque distinte temperature. C'era inoltre uno laghetto per le piante acquatiche, un'area per le piante palustri e una roccera. Un edificio disposto accanto all'entrata principale, oltre a locali di servizio, ospitava la casa del capo giardiniere, la biblioteca, cui contribuirono sia Joseph Banks sia lo stesso Roscoe, e l'erbario, Nel 1799 Roscoe aveva acquistato 3000 esemplari dell'erbario di Johann Reinhold Forster, morto l'anno precedente, che, oltre alle piante raccolte da quest'ultimo e da suo figlio durante il secondo viaggio di Cook, comprendeva esemplari raccolti da Pallas in Siberia e nella Russia centrale, da Carl Peter Thunberg in Sud Africa, Giappone e Indonesia, Johan Gerhard Koenig in India e Ceylon, Pehr Forsskal in Egitto e Yemen, Olov Swartz nelle Antille. Roscoe ne fece dono all'orto botanico. Inoltre tra il 1806 e il 1808 James Edward Smith decise di donare diverse migliaia di duplicati delle collezioni di Linneo. Così l'erbario assunse subito un'importanza nazionale; fu poi arricchito dalla raccolte di John Bradbury e dall'erbario di Thomas Velley, che comprendeva in particolare piante marine. I duplicati furono scambiati con Banks e Lambert. L'orto botanico aprì i battenti nel 1803 e crebbe rapidamente. Secondo Loudon, nel 1811, almeno come pianificazione e sistemazione generale, era già superiore a Kew e Chelsea; tra il 1820, l'anno della morte di Banks, e il 1840, l'anno del trasferimento dei Kew Gardens allo stato, l'orto botanico di Liverpool, che pure apparteneva a una società privata, divenne il più eminente del paese. Merito certamente del Comitato direttivo, di cui Roscoe era la personalità di maggior spicco, e dell'abile capo giardiniere John Shepherd. I doni di James Edward Smith erano anche il frutto della sua calorosa corrispondenza con Roscoe, che nel 1804 fu ammesso alla Linnean Society. Fu probabilmente in seguito alle sollecitazioni di Smith che egli concentrò i suoi studi botanici su un gruppo di piante all'epoca dette Scitamineae (corrispondente all'attuale ordine delle Zingiberales e alle famiglie Musaceae, Cannaceae, Zingiberaceae, Marantaceae). Il primo frutto del suo lavoro fu "A new arrangement of the plants of the Monandrian Classe usually called Scitamineae", letto alla Linnean Society nel 1807, in cui analizzò 30 specie, tutte quelle conosciute all'epoca. Ma non era che l'inizio; più di vent'anni dopo, nel 1828, concluse una ricerca trentennale con la monografia Monandrian Plants, con la descrizione e l'illustrazione di 120 specie; secondo la stima dello stesso Roscoe, le specie note erano ora valutabili in 180. Questa crescita esponenziale si doveva soprattutto alle ricerche condotte in India da Carey, Roxburgh e Wallich. Tutti botanici con i quali Roscoe fu in corrispondenza, ricevendo da loro informazioni, materiale d'erbario e piante vive, che vennero coltivate all'orto botanico di Liverpool in un'apposita serra, per un totale di 38 specie, certo la più importante collezione inglese di questo gruppo di piante prevalentemente tropicali. Grazie ad essa, nella sua monografia Roscoe poté introdurre numerose innovazioni rispetto alla classificazione precedente, che si rifaceva fondamentalmente a Linneo (che da parte sua si era dovuto basare quasi esclusivamente su esemplari d'erbario o addirittura disegni); all'interno della prima classe linneana (Monandria, cioè le piante con un solo stame), separò le piante Scitamineae aromatiche dalle altre (Cannae e Marantae), quindi ridefinì i generi, ridistribuendo diversamente le specie al loro interno. Di grande aiuto per la descrizione di queste ultime furono le note del capo giardiniere John Shepherd e di amici che coltivavano a loro volta queste piante, come lady Amelia Hume (proprio la stessa della rosa di cui ho raccontato in questo post). Monandrian Plants fu pubblicato con il metodo della sottoscrizione tra il 1824 e il 1828 in 15 parti in grande formato, ciascuna delle quali conteneva da sette a otto tavole a colori e costava una sterlina; la tiratura era di appena 150 esemplari. Quasi tutti i disegni furono eseguiti dal vero all'orto botanico di Liverpool da artisti locali, tra cui la nuora Margaret Roscoe e la sorella Mrs. James Dixon, ma qualcuno fu tratto da raccolte di acquarelli cinesi e indiani. A trasformarli in incisioni litografiche (una tecnica relativamente nuova) e presumibilmente a provvedere alla stampa fu l'incisore londinese Charles Hullmandel; le tavole vennero colorate a mano da un altro artista londinese, George Grave. Invece la stampa dei testi avveniva a Liverpool. Le immagini sono 112; ciascuna è accompagnata da un testo di una o due pagine con il nome binomiale, una sintetica diagnosi (non però in latino, ma anch'essa in inglese), una descrizione più ampia, "osservazioni" sull'origine della pianta e la sua storia botanica, legenda dei particolari anatomici. Sono un centinaio le denominazioni botaniche introdotte da Roscoe, di cui un quarto quelle ancora valide; tra di esse, piante notissime come Zingiber officinale, Costus spiralis, Hedychium flavescens. Roscoea, esotiche ma rustiche Tra i generi riconosciuti e trattati da Roscoe c'è anche Roscoea, che gli era stato dedicato da Smith nel 1806. Ecco come il botanico racconta come nacque questa dedica: "Trovando nella raccolta del dr. Buchanan un disegno e esemplari di questo nuovo genere dell'ordine delle Scitamineae, non potevo che dedicarlo a Mr. Roscoe che ha così peculiarmente concentrato la sia attenzione su questo ordine portandovi così tanta luce". All'epoca se ne conosceva una sola specie, R. purpurea, raccolta in Nepal appunto da Buchanan. Oggi questo genere della famiglia Zingiberaceae comprende 25 specie di erbacee perenni originarie dell'Himalaya, della Cina e dell'Indocina. A differenza della maggior parte delle specie di questa famiglia, molte di esse non sono piante tropicali, essendo native di più fresche aree montane. Insieme alla taglia più ridotta, ciò ne fa perfette piante da giardino anche nei nostri climi. Dai rizomi corti e compatti emergono sia radici carnose sia le foglie basali; come tutte le piante della famiglia, non sono dotate di un vero e proprio fusto, ma di uno pseudostelo, formato dalle guaine sovrapposte delle foglie. I fiori, grandi e vistosi, sono portati in spighe terminali alla sommità degli pseudosteli; ogni fiore ha un calice tubolare, diviso lateralmente e terminante con due o tre denti. La corolla è formata da tre petali uniti alla base e divisi in tre lobi, uno centrale verticale, più grande e solitamente formante un cappuccio, quelli laterali più stretti; alla base del petalo centrale vediamo quelli che sembrano altri tre petali, ma in realtà sono quattro staminoidi, ovvero stami modificati, i due centrali fusi a formare un labello prominente. Anche la struttura degli organi sessuali è particolare, ed ha fatto pensare che questi fiori si siano coevoluti per essere fecondati da insetti con una lunga tromba, in realtà non esistenti nell'attuale area di diffusione. Fioriscono in estate, in autunno perdono la parte aerea, in inverno vanno in riposo per riemergere in primavera. Amanti del fresco e di posizioni semiombrose, possono resistere a temperature fino a -9. Le specie più coltivate da noi, reperibili presso buoni venditori di bulbose, sono R. purpurea, originaria dell'Himalaya centrale e occidentale (Tibet) con fiori viola-porpora; R. auriculata (Nepal, Sikkim, Tibet centrale) con fiori viola con occhio bianco; R. cauteloydes, originaria della Cina, con fiori giallo crema; tutte comunque sono piuttosto variabili e disponibili in diverse forme e cultivar. R. × beesiana è un ibrido orticolo (R. auriculata × R. cautleyoides) con corolle bianco crema e labello più meno intensamente striato di malva. Talvolta i nomi botanici di piante diversissime sono così simili che si tende a confonderli. È il caso di Hottonia e Houttuynia, tanto più che la prima è una pianta acquatica e la seconda non disdegna i terreni intrisi d'acqua. La confusione è anche maggiore se guardiamo ai dedicatari: Hottonia ricorda Petrus Hotton o Hottonus, noto anche come Pieter Houttuyn, mentre Houttuynia è dedicata a Martinus Houttuyn. Entrambi olandesi, sono vissuti a circa un secolo di distanza e, a quanto risulta, non hanno alcuna parentela. In ordine di apparizione, iniziamo dunque con Petrus Hotton e la sua Hottonia. Un botanico illustre, ma quasi dimenticato In un passo della prolusione con la quale inaugurava il corso di botanica all'università di Leida, il medico, botanico e professore universitario Petrus Hotton (1648-1709), a proposito dell'antico rizotomo Crateva, lamenta che "il tempo vorace ci invidia gli scritti degli uomini più celebri", tanto che di quell'uomo citato con elogio dai maggiori scrittori antichi non rimane neppure un frammento. A Crateva Hotton doveva essere affezionato, visto che ne prese il nome quando fu eletto all'Accademia leopoldina, e, a posteriori, possiamo dire che quelle parole calzano perfettamente anche a lui. Celebre al suo tempo, anch'egli è oggi quasi dimenticato, anche se ce n'è giunta almeno qualche riga. Era figlio di Godefroy Hotton, un predicatore ugonotto di origine francese o vallona, e di sua moglie Anna Maria Ros. Non conosciamo il luogo di nascita di Hotton padre; il cognome ci riporta o alla Francia del Nord o alla Vallonia. Sappiamo invece che studiò a Heidelberg, quindi fu successivamente predicatore a Frankenthal, Aquisgrana e Brema; quando il Limburgo fu riconquistato dai Paesi Bassi, fu nominato predicatore prima delle comunità rurali poi della città di Limburgo. Intorno al 1634 si trasferì ad Amsterdam, dove divenne pastore della comunità vallona, i cui sinodi presiedette più volte. Ha lasciato una raccolta di omelie, tradotte in francese, e l'interessante De Christiana inter Europaeos Evangelicos concordia, in cui propugna la necessità di superare i contrasti tra le diverse confessioni riformate. Alla nascita del figlio Pieter (forse in famiglia sarà stato chiamato Pierre) aveva già superato la cinquantina, e il bimbo rimase orfano di padre ad appena otto anni. Della sua educazione si sarà occupata la madre, o anche la comunità vallona. In ogni caso nel 1665, a diciassette anni, lo troviamo immatricolato alla facoltà di medicina di Leida, dove nel 1672 divenne dottore in medicina con la tesi Positiones quaedam medicae. Tornò quindi ad Amsterdam dove lavorò come medico; trascorso anche qualche tempo in Danimarca, in viaggio di studio. Allievo di Arnold Syen, che probabilmente lo avviò all'uso del microscopio e orientò il suo interesse per le piante esotiche, era profondamente interessato alla botanica. Dopo la morte del maestro, fu chiamato per breve tempo (1678-1680) a insegnare botanica e dirigere l'orto botanico di Leida come supplente di Paul Hermann, che al momento si trovava ancora a Ceylon. Ritornò poi al suo lavoro medico ad Amsterdam e per qualche tempo non sappiamo nulla della sua attività come botanico. Intorno al 1684 gli fu offerta la cattedra di botanica a Groninga che rifiutò. Nel 1692 il consiglio cittadino di Amsterdam lo nominò assistente di Frederik Ruysch, che affiancava nelle lezioni di botanica farmaceutica presso l'Hortus della città (l'altro assistente era Caspar Commelin, che si occupava delle piante esotiche), con il titolo di Horti Medici botanicus. Mantenne l'incarico fino al 1696, quando, in seguito alla morte di Paul Hermann, fu nominato professore di botanica e direttore dell'orto botanico di Leida, incarico che resse fino alla morte nel 1709. Questa la sua carriera accademica. Era stimato dai suoi contemporanei, frequentava i circoli eruditi olandesi, aveva una vasta rete di corrispondenti (tra gli altri, Anton van Leeuwenhoek, John Ray, Joseph Pitton de Tournefort e gli italiani Giorgio Baglivi, Michelangelo Tilli e Giovan Battistia Trionfetti) e fu membro della Royal Society e dell'Accademia curiosorum leopoldina, nonché socio corrispondente dell'Academia delle scienze parigina. Eppure scrisse pochissimo. A parte la tesi di laurea e qualche lettera, di lui ci rimane come maggiore opera certa proprio la già citata prolusione, pronunciata il 9 maggio 1695 al momento di assumere la cattedra di botanica a Leida. Intitolata Sermo accademicus quo rei Herbariae historia et fata adumbrantur, nella prima parte è una sintetica storia della botanica, dagli antichi fino ai contemporanei che dimostra di conoscere bene, nella seconda un elogio della botanica e delle sue "magnifiche sorti e progressive". È datato marzo 1701 il suo unico contributo alle "Transactions della Royal society", De acemella et ejus facultate lithontriptica, sotto forma di lettera in cui presenta una pianta i cui semi era giunti da Ceylon all'orto botanico di Amsterdam nel 1691 (oggi Acmella paniculata, un'annuale con proprietà mediche e insetticide). Hotton conosceva bene e ammirava l'opera di Rumphius e del suo predecessore Hermann ed era entusiasta dalle prospettive mediche, farmaceutiche, economiche delle piante esotiche che sempre più copiose giungevano dai quattro angoli del mondo agli orti botanici di Leida e Amsterdam, e scambiava volentieri i loro semi con i suoi corrispondenti. Coltivava però anche interessi teorici e tassonomici e tra tutti i botanici contemporanei ammirava in massimo grado John Ray, di cui curò l'edizione olandese di Methodus plantarum emendata et aucta, rifiutata dagli editori britannici. L'interesse per la tassonomia è confermato da Hermann Boerhaave, suo allievo e successore, che ne traccia un commosso elogio nella breve storia dell'orto botanico di Leida inclusa nella sua seconda edizione del catalogo del giardino (Index alter plantarum quae in Horto Academico Lugduno-Batavo aluntur, 1719). Secondo la sua testimonianza, Hotton avrebbe elaborato un proprio metodo (che egli definisce "Syntaxis herbaria perfectissima") che, pur movendo dalla lezione di Pitton de Tournefort, la integrava con una profonda conoscenza della letteratura botanica. Uomo prudente e metodico, secondo Boerhaave Hotton si muoveva con lentezza, tutto esaminando e considerando, senza fermarsi alla prima impressione. Con tanta lentezza che, ucciso a soli sessant'anni dal freddissimo inverno del 1709, non poté né completare né pubblicare il proprio metodo "con sommo detrimento della botanica". Qualche mese dopo la sua morte la sua vasta biblioteca fu messa all'asta. Contava più di 4000 volumi; oltre metà era costituita da testi di medicina ed anatomia, ma erano ricchissime anche le sezioni di scienze naturali e botanica, dove non sembra mancare nessuna opera significativa; la presenza di opere costosissime come Hortus Eystettensis o i tredici volumi di Hortus Malabaricus attesta poi una notevole disponibilità economica. Ma la biblioteca di Hotton non si limitava a quella che potremmo considerare letteratura professionale; troviamo infatti copiose sezioni di filosofia (ma all'epoca sotto questa etichetta finivano anche la fisica, l'astronomia, la matematica e la chimica), teologia, diritto, lessicografia, poesia e storia, che ci parlano di un uomo colto e di vasti e variegati interessi. Nonché poliglotta (sempre che quei libri li abbia letti davvero): la maggior parte delle opere è ovviamente scritta in latino (all'epoca ancora la lingua universale della scienza e della cultura), ma, tra le lingue moderne, oltre all'olandese e al francese (che, viste le origini familiari, forse era la sua lingua madre) non mancano testi in italiano (compresa la Gerusalemme liberata di Tasso e le opere complete di Machiavelli), inglese e tedesco. Quasi trent'anni dopo la morte di Hotton, proprio in Germania e in lingua tedesca uscì un'opera postuma attribuita al botanico olandese. Al piede del frontespizio di Thesaurus phytologicus, pubblicato a Norimberga nel 1738, leggiamo infatti: "di Petrus Hotton, dottore in medicina e prefetto dell'orto botanico dell'Università di Leida". Come chiarisce il chilometrico sottotitolo, è un Kräuterbuch, un erbario farmaceutico, che offre ai lettori la descrizione dettagliata e le "strane qualità, virtù ed eccellenti capacità" delle erbe medicinali provenienti dalle quattro parti del mondo, ma specialmente dall'Europa, con il modo più sicuro di usarle, rivolgendosi non solo a medici e farmacisti, ma anche a guaritori, giardinieri, padri di famiglia, casalinghe e "quei malati che vivono in campagna". Insomma, quanto di più divulgativo possibile, e anche quanto di più lontano dall'immagine di Hotton prudente, lento e metodico autore di una perfettissima Synthaxis herbaria presentatoci da Boerhaave. Più che a Ray o Tournefort e agli altri tassonomisti ammirati da Hotton, l'opera sembra guardare alla tradizione rinascimentale, se non medievale, dei Kräuterbücher, anche se rinnovata con l'inserimento di qualche esotica, come il tabacco e il caffè, con le piante elencate in ordine alfabetico e l'unica divisione in erbacee (prima parte) e arboree o arbustive (seconda parte). Che l'abbia scritta davvero Hotton non è affatto certo; come ipotizza Wijnands, egli potrebbe essere il responsabile dei soli indici, latino e tedesco; in tal caso, il suo nome in copertina è una semplice operazione pubblicitaria dei disinvolti editori-stampatori Johan Leonhard Buggel e Johann Seitz. Piante acquatiche in pericolo Il nostro è talvolta noto con il nome olandesizzato Pieter Houttuyn, ma si firmò sempre Petrus Hotton o alla latina Hottonus. E come tale Boerhaave gli rese omaggio con la dedica del genere Hottonia, accompagnata da parole commosse: "È giusto affidare con animo pio la memoria, a me sacra, dell'uomo illustre Petrus Hotton, mio predecessore, a tutti coloro che amano e coltivano la sapienza, la virtù e la botanica. Fu infatti egli stesso quanto mai illustre in tutte queste cose. Sottratto ai loro occhi, possano i Mani percepire che sopravvive il grato ricordo di un uomo buono ed insigne". Il genere fu recepito da Linneo fin da Hortus Cliffortianus e poi ufficializzato in Species plantarum. Questo piccolo genere della famiglia Primulaceae comprende solo due specie di piante acquatiche: l'europea e asiatica H. palustris e la nord americana H. inflata. Chiamata volgarmente violetta d'acqua per i fiori bianchi sfumati di lilla, H. palustris è l'unica primulacea completamente acquatica della nostra flora. Cresce principalmente sommersa, con fusti verde pallido che immettono ad intervalli regolari lunghe radici bianco-argentee che fluttuano nell'acqua e si radicano nel fango del fondo. Le foglie lineari, anch'esse sommerse, si dispongono a pettine su verticilli molto ravvicinati; tra maggio e giugno, emerge dall'acqua lo scapo florale eretto, alto da 20 a 40 cm, che reca un'infiorescenza con verticilli sovrapposti di 3-9 fiori; piuttosto grandi e vistosi, hanno corolle con breve tubo e cinque lobi fusi alla base, da bianchi a lilla, con una macchia gialla alla fauce. È presente prevalentemente nell'Europa centrale e settentrionale e ai margini dell'area mediterranea, con colonie disgiunte in Siberia. Vive in acque stagnanti, poco profonde e povere di sostanze nutritive; ovunque è minacciata dalla riduzione dell'habitat naturale, dal drenaggio e dall'eutrofizzazione delle acque. Altro fattore negativo è la distanza tra le diverse colonie, che spesso sono formate da cloni della medesima pianta; in assenza di impollinazione incrociata, garantita da bombi, api o sirfidi, H. palustris può autofecondarsi, ma tende a produrre pochi semi. In Italia è rara e presente occasionalmente nelle regioni centro-settentrionali; è inclusa nella liste delle piante a protezione assoluta delle regioni Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia. È in corso un progetto di reintroduzione in alcune aree piemontesi promosso da A.Di.P.A. Piemonte, che al momento incontra difficoltà per i danni provocati dalle nutrie o castorini. H. palustris è talvolta coltivata come pianta da acquario. Per quest'uso è più frequente la specie americana H. inflata, che sopporta temperature più elevate, essendo originaria degli Stati Uniti sudorientali. Ha fiori minuscoli portati al sommo di una rachide rigonfia, da cui l'epiteto; a differenza della specie europea, che come abbiamo visto può essere impollinata da vari insetti, è probilmente esclusivamente autogama, con conseguente impoverimento della varietà genetica. Anch'essa è fortemente minacciata dalla distruzione di gran parte dei suoi habitat storici. Si spera tuttavia che, con la reintroduzione dei castori negli Stati uniti orientali, possa esserci una ripresa anche per H. inflata che trova il suo habitat di elezione negli stagni di castori, caratterizzati da acque poco profonde con un livello di acqua costante. Si ritiene anche che i castori, raccogliendo per loro tane il fango di fondo che ne contiene i semi, ne facilitino la dispersione. I primi orti botanici tedeschi nascono sul modello di Padova a cavallo tra Cinquecento e Seicento. Tra i massimi protagonisti della loro nascita, il medico e botanico Ludwig Jungermann, che disegnò e curò successivamente l'orto botanico di Gießen, il primo ad occupare ancora parzialmente la sede originale, e quello di Altdorf, celebre per la bellezza e la ricchezza di piante rare. Jungermann fu anche il primo in Germania a scrivere flore locali e a tenere ufficialmente una cattedra di anatomia e botanica. Nella sua prassi didattica, poterono così integrarsi le lezioni teoriche, la dimostrazione delle piante nell'orto botanico e le escursioni nel territorio. È ricordato dal genere di epatiche Jungermannia, dalla storia tassonomica alquanto travagliata. Flore locali ed orti botanici Tra fine Cinquecento e inizio Seicento, in Germania vennero fondati diversi orti botanici universitari che si rifacevano direttamente al modello di Padova. Il primo fu quello di Lipsia, nato nel 1580 forse dalla trasformazione di un precedente giardino monastico, seguito nel 1586 da quello di Jena e nel 1593 da quello di Heidelberg. Travolti dalla guerra dei Trent'anni, nessuno di questi giardini è sopravvissuto. Il primo a trovarsi ancora almeno in parte nella collocazione originale - anche se assai ingrandito e con un aspetto totalmente mutato - è quello di Gießen, la cui fondazione ufficiale risale al 1609. L'università di Gießen (oggi Justus-Liebig-Universität Gießen) era recentissima; nel 1605 alcuni professori luterani del vicino ateneo di Marburg, da poco passato al calvinismo, si spostarono a Gießen dove, auspice il langravio Ludovico V di Assia-Darmstadt, fondarono l'Illustre et principale Gymansium Giessense che nel 1607, ottenuto il brevetto imperiale, si trasformò appunto in università. Come ateneo luterano, il suo scopo principale era formare pastori e funzionari, ma fin dall'inizio ci fu una facoltà di medicina che appunto nel 1609 fu dotata di un hortus medicus, grazie ancora al langravio che a tal fine aveva donato all'università un piccolo giardino di piacere situato presso la torre del castello. A presiederlo e di fatto a crearlo fu chiamato, con un salario di 50 talleri, il candidatus, ovvero dottorando in medicina, Ludwig Jungermann (1572-1653); allievo dell'anatomista Gregor Horstius, egli fu uno dei primi laureati in medicina della facoltà, ottenendo la licenza "summos honores in arte medica" con la tesi Assertiones medicae de catarrho nel dicembre 1610 e il dottorato nell'aprile 1611, con una tesi in cui si esaminava l'efficacia dei decotti di lattuga e ruta per curare l'"amore insano". Jungermann veniva da una famiglia doppiamente illustre. Il padre Caspar Jungermann fu professore di diritto e per ben sette volte rettore dell'università di Lipsia; la madre Ursula Camerarius era figlia del ceelebre umanista e collaboratore di Melantone Joachim Camerarius il Vecchio e sorella del medico e botanico Joachim Camerarius il Giovane. Mentre il padre avrebbe voluto avviarlo a studi giuridici, Ludwig scelse la medicina e la botanica, seguendo l'esempio dello zio materno nonché del compianto fratello maggiore Joachim. Joachim Camerarius (1531-1561) era stato un giovane estremamente brillante; dotato disegnatore, è il più accreditato autore del Camerarius florilegium, lo spettacolare erbario figurato fatto eseguire dallo zio, che lo considerava il suo erede scientifico, ancora più del figlio Joachim Camerarius III. Nel 1588 venne a studiare in Italia e si fece conoscere nell'ambiente dei naturalisti della penisola con il nome italianizzato Gioacchino Giovenio. Visitò Napoli dove fu tra i pochi a vedere il manoscritto di Hernández portato in Italia da Nardo Antonio Recchi e riuscì anche a copiare "con destrezza" alcune figure. Oltre che con lo zio (ci rimane un espistolario di oltre 100 lettere), corrispondeva con altri botanici tra cui Clusius cui inviò numerosi esemplari. Mentre studiava a Padova, fece diverse escursioni botaniche; tra l'altro fu in Tirolo con un altro corrispondente di Clusius, Tobias Roels. Nel 1590 Casabona lo inviò ad accompagnarlo a Creta, ma Jungermann rifiutò. L'anno successivo tuttavia si imbarcò a sua volta per Costantinopoli con quattro connazionali; durante il viaggio, a bordo scoppiò un'epidemia che gli fu fatale. Ludwig, più giovane di lui di undici anni, al momento della sua morte aveva diciannove anni ed era deciso a seguirne le orme. Tuttavia, forse memore della sua sorte, non si allontanò mai dalla Germania e divenne uno specialista della flora locale. Iniziò gli studi accademici a Lipsia, dove iniziò a creare un erbario e a scrivere una flora sulle piante del territorio; terminato entro il 1600 ma rimasto manoscritto (oggi è conservato presso l'università di Erlangen), il suo Viridarium lipsiense spontaneum è considerata la più antica flora locale e cittadina in terra tedesca; elenca e descrive in ordine alfabetico circa 800 piante spontanee di Lipsia e dei suoi dintorni. Jungermann proseguì quindi gli studi a Jena e ad Altdorf, una cittadina universitaria a circa 25 km da Norimberga, dal cui consiglio cittadino dipendeva. Qui strinse amicizia con il coetaneo Caspar Hoffmann (1572-1648), che prima di iscriversi ad Altdorf aveva frequentato le università di Strasburgo, Padova e Basilea, dove era stato allievo di Felix Platter e Caspar Bauhin. Né ad Altdorf né in altre università tedesche esisteva ancora una cattedra formale di botanica; fu dunque al di fuori del curriculum ufficiale che i due amici incominciarono ad esplorare la flora dei dintorni; come aveva fatto a Lipsia, Jungermann trasse da queste ricerche un catalogo che, nel partire per Gießen, affidò a Hoffmann per la pubblicazione. Prima che ciò avvenisse, tuttavia, passarono alcuni anni pieni di impegni per entrambi. Hoffmann era rimasto ad Altdorf e aveva assunto la cattedra di medicina teorica, mentre Jungermann era fortemente impegnato nella direzione dell'orto botanico di Gießen, cui nel 1614 si aggiunse la cattedra di anatomia e botanica, la prima ufficiale in terra tedesca. Inoltre, intorno al 1612 gli fu affidata la redazione dei testi di Hortus Eystettensis, grazie presumibilmente sia alla sua crescente fama come esperto di piante, sia alla relazione familiare con Camerarius, il cui giardino aveva fatto da modello a quello di Eichstätt. Constatando, come professore di medicina, quanto carenti fossero le conoscenze botaniche dei futuri medici, Hoffmann si ricordò di quel vecchio catalogo; gli era evidente che Jungermann non avrebbe potuto occuparsene perché "due lavori allo stesso tempo sono già sufficienti". Con il suo accordo, si decise a "mettere mano nella messe altri". Il risultato fu Catalogus plantarum circa Altorfium Noricum et vicinis quibusdam locis, pubblicato ad Altdorf nel 1615. Nel frontespizio, Jungermann figura come autore, mentre Hoffmann come revisore. Nella lettera dedicatoria al senatore di Norimberga Georg Christoph Volckamer, firmata da Hoffmann, questi sintetizza la genesi e gli scopi dell'opera, ribadisce che il materiale risale a Jungermann, ma che il lavoro redazionale è stato in gran parte svolto da lui. Il catalogo vero e proprio, in ordine alfabetico, è costituito da un elenco di nomi di piante in latino, essenzialmente basato su Phytopinax di Caspar Bauhin; seguono i sinonimi di altri autori (tra più citati Lobel e Dodoens), spesso il nome tedesco e quasi sempre l'indicazione dell'habitat: generica come nei boschi, in luoghi sabbiosi, in luoghi umidi, ecc; o più specifica come "nella Pfaffenthal", "presso la fortezza di Hollenstein". Le piante segnalate come nuove sono sei in tutto, tra cui Chamaedrys fruticosa nostra, Pseudocamaedrys elatior Jungermannii, di cui si dà una breve diagnosi con le differenze rispetto a specie affini. Possono essere nuove però anche altre specie non segnalate come tali ma non seguite da referenze bibliografiche. Tra di esse parecchi muschi. Jungermann lavorò e insegnò a Gießen fino al 1625, pubblicando ancora due flore locali: Cornucopiae Florae Giessensis e Catalogus herbarum circa Giessam, pubblicate nel 1623 ed entrambe oggi perdute. Nel 1625, nell'ambito della guerra dei Trent'anni, il langravio occupò Marburg e decise di traferire in quella sede storica l'università, chiudendo quella di Gießen. Anche l'orto botanico fu abbandonato. Su invito di Hoffmann, Jungermann preferì trasferirsi a Altdorf; portò con sè quanto poteva delle piante del giardino di Gießen, con le quali creò un hortus medicus privato, Con il sostegno di Hoffmann, riuscì a convincere il consiglio cittadino di Norimberga a finanziare la sua trasformazione in orto botanico universitario (tre anni prima l'accademia di Altdorf si era ufficialmente trasformata in università). Il giardino, noto come Hortus medicus altdorfinus o Doktorgarten, si trovava al di fuori delle mura cittadine, a sud-ovest dell'edificio universitario; a pianta quadrata, era circondato da un muro di arenaria e misurava inizialmente 3000 m2. I due viali principali, incociandosi al centro, occupato da un padiglione, lo dividevano in quattro quadranti di uguali a dimensioni; i due posti a nord, che confinavano con gli edifici universitari, avevano funzione ornamentale, con ramages di gusto barocco disegnati da basse siepi di bosso; le erbe medicinali erano coltivate in quelli a sud, che avevano anche funzione di orto e vivaio. Il giardino cercava dunque di conciliare la funzione didattica con le esigenze estetiche di un giardino di piacere. Nel progetto di Jungermann confluiva un variegato bagaglio di esperienze: il ricordo del giardino di suo zio Camerarius a Norimberga, le suggestioni del giardino vescovile di Eichstätt, il modello degli orti botanici italiani e la sua stessa esperienza come prefetto dell'orto botanico di Gießen. Anche se erano gli anni difficili della guerra dei Trent'anni, nell'arco di pochi anni egli riuscì a creare un giardino rinomato per la sua bellezza e la ricchezza di piante esotiche e rare; alcune le portò con sè da Giessen, altre le ottenne da Eichstätt e da giardini monastici, altre ancora dai suoi numerosi corrispondenti. Molti sono citati nella breve prefazione del catalogo del giardino, Catalogus plantarum, quae in horto medico et agro Altdorphino reperiuntur, pubblicato da Jungermann nel 1635. Sono soprattutto tedeschi, medici o generosi proprietari di giardini privati (tra i pochi nomi che oggi ci dicono ancora qualcosa Gillenius, ovvero Arnold Gille, medico di Cassel, e Wilhelm Ernst Scheffer, medico di Francoforte), ma ci sono anche il prefetto di Leida Adolphus Vortius e Giovanni Pona, "farmacista veronese celeberrimo". Fino fine dei suoi giorni (morì ottantenne nel 1653), Jungermann visse ad Altdorf, come praefectus dell'orto botanico e professore di anatomia e botanica; fu anche più volte rettore. Faceva regolarmente lezione nel giardino e accompagnava i suoi studenti in escursioni botaniche. I contemporanei lo consideravano un "botanico non secondo a nessuno"; rifiutò ripetutamente nomine onorevoli, compresa quella di successore di Mathias Lobel come botanico del re d'Inghilterra. Era un uomo simpatico e affabile, versato anche nella poesia latina. Non si sposò mai; secondo un aneddoto, agli amici che lo esortavano a prendere moglie, rispondeva che lo avrebbe fatto quando qualcuno gli avesse portato una pianta che non conosceva. Alla sua morte lasciò in eredità alla biblioteca di Altdorf il suo notevole erbario di 2000 campioni. Due parole sulle vicende successive dell'orto botanico di Altdorf. Poco dopo la morte di Jungermann, fu ampliato, portando la superficie a 4500 m2 e dotato di un hibernaculum, ovvero una limonaia, che poteva essere riscaldata da due stufe. Fino alla fine del Settecento, fu tra i più ricchi e reputati della Germania. Il suo ultimo catalogo, redatto nel 1790 dal prefetto e professore di botanica Benedict Christian Vogel, che esclude le piante "indigene e volgari", registra 2500 piante esotiche. Una di esse era un'Agave americana che fiorì e fruttificò nel 1798. Dopo il congresso di Vienna, Norimberga, fin ad allora città libera, fu annessa al Regno di Baviera. L'università di Altdorf venne sciolta e il giardino smantellato. Poche piante, tra cui una cicadacea e un grande albero di canfora, furono trasferite nell'orto botanico dell'Università di Erlangen, mentre il grosso andò ad arricchire le aiuole e le serre del recentemente fondato orto botanico di Monaco di Baviera. Un genere con una storia travagliata Come ho anticipato, invece il giardino di Gießen esiste ancora. Dopo la pace di Westfalia, nel 1650, l'università di Gießen fu ripristinata e anche il suo orto botanico tornò a rivivere. All'inizio del Settecento, vi studiò Heinrich Bernhardt Ruppius, che era nativo proprio di quella città. Come Jungermann un secolo prima, studiava la flora locale e nella sua Flora jenensis (1718) si ricordò del suo predecessore dedicandogli il genere Jungermannia, poi convalidato da Linneo in Species plantarum. Si trattava del primo genere di epatiche fogliose ad essere descritto; ha dato il nome alla famiglia Jungermanniaceae e all'ordine Jungermanniales. Inizialmente incluse tutte le epatiche fogliose, poi nel corso dell'Ottocento, in base a specifiche caratteristiche degli organi riproduttivi, ne vennero via via separati numerosi generi. Nella seconda metà del Novecento prevalse invece l'idea di raggrupparli nuovamente in un vastissimo Jungermannia, che comprendeva tra 120 e 200 specie, distribuite in tutto il mondo, in ogni ambiente, eccetto i deserti, le savane e le foreste pluviali tropicali. A cavallo tra la fine del Novecento e gli anni Duemila, gli studi molecolari filogenetici hanno drasticamente mutato questo quadro, dimostrando che Jungermannia inteso in senso largo era un gruppo artificiale che raggruppava specie poco correlate tra loro. A Jungermannia in senso stretto, diviso da Liochlaena e Solenostoma sulla base di caratteristiche come la forma del perianzio e l'assenza di periginio, sono al momento attuale attribuite 9-10 specie prevalentemente distribuite nelle zone temperate dell'emisfero boreale. Una delle più diffuse è J. atrovirens, presente anche nella nostra flora; caratterizzata dal colore verde scuro che le dà il nome, è una specie alquanto variabile che cresce in una varietà di situazioni su suolo calcareo, in luoghi umidi o anche come acquatica in laghi e torrenti; dioica, ha foglie ovoidali concave che avvolgono gli steli da eretti a prostrati e può formare densi tappeti erbosi. Fresco di laurea, il medico di Basilea Werner de Lachenal si affrettò ad inviare la sua tesi ad Albrecht von Haller. Per anni, mentre lavorava come medico e farmacista, ne fu uno dei più assidui corrispondenti, informatori e raccoglitori, divenendo un reputato esperto della flora di Basilea e del Giura. Solo dopo diversi anni ottenne la cattedra di anatomia e botanica presso l'Università di Basilea, illustrandosi con due benemerenze: fece rinascere l'orto botanico universitario, pagando in gran parte di tasca propria, e salvò quanto rimaneva dell'erbario di Caspar Bauhin, oggi perla dell'erbario di Basilea. A ricordarlo il bellissimo genere di bulbose sudafricane Lachenalia, che meriterebbe di essere coltivato più spesso. Una lunga collaborazione con von Haller Come abbiamo visto in questo post, per ottenere gli esemplari e le informazioni necessari alle due edizioni della sua monumentale flora della Svizzera, Albrecht von Haller si servì, oltre della raccolta diretta, di una vasta rete di informatori, corrispondenti, raccoglitori. Ciò divenne tanto più indispensabile quando l'età, la gotta e la corpulenza lo costrinsero a delegare ad altri il grosso del lavoro di raccolta. I candidati ideali erano giovani medici o studenti di medicina, di cui nel suo saggio Making Natural History: Doing the Enlightenment, Bettina Dietz ha tracciato un identikit: "essere fisicamente abbastanza robusti da far fronte alle fatiche di escursioni in montagna protratte per diverse settimane; avere una buona conoscenza della botanica; avere scarse pretese per i pagamenti, che Haller sborsava di tasca propria; seguire le sue istruzioni su cosa cercare; consegnare ad Haller il bottino delle loro escursioni botaniche in ottimo stato". Quando entrò in contatto con von Haller, il neo-medico di Basilea Werner de Lachenal (1736-1800), che fu uno dei principali raccoglitori-informatori per Historia stirpium indigenarum Helvetiae inchoata, apparve subito riunire tutti in requisiti. Figlio di un farmacista, fu egli stesso avviato alla farmacia, per poi iscriversi all'università di Basilea; nel 1755 ottenne il titolo di magister di filosofia e nel 1759 la licenza per esercitare la medicina con una tesi (Specimen Inaugurale Observationum Botanicarum) dedicata ad alcune piante poco note o mal determinate della flora locale. Si affrettò a mandarne copia a von Haller che ne fu piacevolmente colpito, gli rispose con una lettera di elogi e gli chiese di inviargli campioni di alcune di quelle specie rare. La corrispondenza proseguì mentre il giovane medico completava la sua formazione all'università di Strasburgo e il tirocinio pratico a Montbéliard con il medico di corte del Württemberg David Charles Emmanuel Berdot. Avendo ormai verificato la sua preparazione e la sua affidabilità, Haller gli propose una prima escursione botanica per suo conto e a sue spese, che nell'estate del 1760 portò Lachenal nel Vallese e nelle Alpi Graie fino al Piccolo San Bernardo. L'estate successiva, insieme a un altro giovane medico, Jean Jacques Châtelain (1736-1822), lo inviò fino a Mendrisio in Canton Ticino. un'area che riteneva quasi inesplorata. Anche se Lachenal fu piuttosto deluso della flora della meta designata, molto meno ricca di quanto pensasse, durante il viaggio fece molte raccolte e ne informò puntualmente von Haller, così soddisfatto del lavoro dei due botanici da elogiarli con insolito calore: "Non potevo sperare di riunire in un medesimo viaggio due compagni di uguale ardore. E' impossibile che l'uno superi l'altro per perizia e per passione". L'anno dopo avrebbe ancora voluto inviare Lachenal in Valtellina e in Engadina, ma questa terza spedizione non avvenne mai. Per il medico di Basilea era infatti ora di pensare a una sistemazione stabile. Haller aveva sì cercato di usare tutta la sua influenza per fargli assegnare una cattedra a Gottinga, ed egli era stato incluso nella terna dei nomi selezionabili, ma non si era andati oltre. Nel 1763 Lachenal conseguì il dottorato in medicina, quindi rilevò la licenza decennale per una farmacia. Con gli impegni professionali come medico e farmacista, i lunghi viaggi erano fuori discussione; continuò invece ad esplorare la flora dei dintorni e quella del vicino Giura borgognone e a soddisfare con sollecitudine le richieste di Haller, che non di rado gli chiedeva di procurargli questa o quella pianta. Raccoglieva anche per sè, in vista di una flora della regione di Basilea. La relazione tra Lachenal e Haller non era ovviamente paritaria, ma tipicamente quella tra discepolo e maestro; una volta il bernese giunse persino a rimproverare il suo giovane corrispondente per aver usato il nome linneano per designare Trifolium fragiferum; al che Lachenal ritenne necessario giustificarsi, spiegando che aveva usato quel nome perché al momento non ne aveva a disposizione nessun altro La corrispondenza tra i due botanici svizzeri durò 18 anni (dal 21 aprile 1759 al 31 giugno 1774). Durante questo lungo periodo, che lo vide trasformarsi da giovanissimo neolaureato in affermato medico di mezza età e riconosciuto esperto della flora locale, oltre che con moltissimi invii di campioni di erbario, Lachenal si rese utile al suo maestro come correttore delle bozze dei supplementi alla flora elvetica (Emendationes et auctaria ad stirpium Helveticarum historiam), pubblicati presso un tipografo di Basilea; compito difficilissimo e ingrato, vista l'impazienza di Haller e la sua grafia sempre più illeggibile. La rinascita dell'orto botanico La grande svolta nella vita di Lachenal, forse inattesa persino per lui, avvenne nel 1776, quando per sorteggio gli fu infine assegnata la cattedra di anatomia e botanica all'università di Basilea. Era una cattedra prestigiosa con una lunga storia: quella di anatomia era stata creata addirittura nel 1571 da Felix Platter, grande anatomista e allievo di Rondelet a Montpellier, a sua volta maestro di Caspar Bauhin che nel 1589 fondò l'orto botanico universitario, uno dei più antichi d'Europa, e il fu il primo titolare della cattedra di anatomia e botanica. Quando Lachenal assunse la cattedra, erano glorie del passato. Il suo predecessore Johann Rudolf Stähelin (titolare della cattedra di anatomia e botanica dal 1753, dal 1776 passò alla cattedra di medicina teorica) all'insegnamento preferiva l'esercizio della professione e i segni della trascuratezza si facevano sentire. Da un sopralluogo di quello stesso anno il teatro anatomico risultò "così fatiscente che rischiava di crollare da un momento all’altro”. Lachenal suggerì addirittura di demolirlo e trasferirlo nell'orto botanico; il consiglio cittadino preferì ristrutturarlo, rendendolo più ampio e luminoso. Né migliore era la situazione dell'orto botanico; c'era un solo giardiniere, che, salvo qualche piccola regalia occasionale, non riceveva alcun salario; di fatto, gli era stato permesso di trasformare l'orto botanico in orto, frutteto e vigna, dalla vendita dei cui prodotti ricavava il suo unico reddito. Nel 1754 il Comune fece costruire una modesta casetta, composta da un atrio, due stanze e alcuni locali laterali, che serviva sia da appartamento del professore sia da auditorium per le lezioni. Anch'essa era inadeguata. Lachenal chiese la ristrutturazione del giardino, condizioni migliori per il giardiniere, un appartamento dignitoso per il professore. Offrì di pagare un quarto delle spese e di cedere all'università la sua biblioteca; in cambio, chiedeva di mantenere la cattedra vita natural durante e il versamento di una pensione alla moglie, nel caso gli fosse sopravvissuta. Nell'agosto 1777 le condizioni furono accettate e i lavori procedettero abbastanza celermente. L'orto botanico poté disporre di un budget annuale e da quel momento rinacque. Venne anche costruita una serra che, a quanto pare, Lachenal pagò di tasca propria. Nel venticinquennio in cui insegnò all'università di Basilea, egli acquisì una solida reputazione internazionale, anche se non pubblicò quasi nulla. Corrispondeva con numerosi colleghi, con i quali scambiava esemplari d'erbario, scriveva articoli per qualche rivista, ma non riuscì mai a completare e pubblicare la sua flora di Basilea (Catalogus stirpium Basiliensis). Conosciamo la sua esistenza, oltre che dalla corrispondenza con von Haller, che più volte lo sollecitò a concluderla, da diverse testimonianze contemporanee, ma dopo la morte di Lachenal l'opera scomparve. Il manoscritto incompleto è stato riscoperto solo nel 1987 durante lavori di ristrutturazione dell'Istituto botanico di Basilea e rimane inedito. Presumibilmente, Lachenal lo aveva lasciato in eredità all'istituto botanico, insieme a tutti i suoi libri e al suo erbario, di enorme importanza storica perché egli vi aveva incluso l'erbario di Caspar Bauhin, che aveva acquistato da un discendente del grande botanico intorno al 1774. Contrariamente all'uso del tempo, l'erbario di Bauhin non era rilegato, ma costituito da fogli sciolti, che egli poteva così facilmente riorganizzare per i suoi lavori tassonomici. Ciò ne aveva però favorito anche la dispersione, perché nel corso dei decenni la famiglia Bauhin aveva permesso a diversi botanici di consultarlo e anche di attingervi; quando Lachenal lo acquistò, era ridotto a un terzo dell'originale. Nuovamente separato da quello di Lachenal, oggi costituisce una collezione separata dell'erbario di Basilea ed è preziosissimo, sia come testimonianza del lavoro di uno dei padri fondatori della botanica moderna, sia come uno dei pochissimi erbari rinascimentali giunti fino a noi, Quanto all'erbario personale di Lachenal, comprendeva circa 3000 specie, in prevalenza elvetiche, ma anche un certo numero di esotiche, ottenute da corrispondenti o orti botanici; è interessante notare che per etichettare le piante svizzere egli usò le denominazioni di von Haller, per tutte le altre quelle di Linneo. Splendide bulbose sudafricane A ricordare Lachenal è oggi un busto nell'orto botanico di Basilea che ebbe il merito di far rinascere, l'eponimo di alcune piante più o meno rare che fu il primo a raccogliere o segnalare, come Hieracium lachenalii, Carex lachenalii, Festuca lachenalii e Oenanthe lachenalii, ma anche il bellissimo genere sudafricano Lachenalia, omaggio di Joseph Franz von Jacquin (il figlio di Nikolaus) che era uno dei suoi corrispondenti e gli fece visita quando passò dalla Svizzera durante il suo viaggio in Europa del 1788-91. In una lettera dell'ottobre 1790 al padre, lo ricorda con grande affetto e gli chiede di scrivergli per ringraziarlo delle tante cortesie che gli ha dimostrato. Ma a ben vedere lo aveva già ringraziato lui anticipatamente (la dedica risale al 1784) dedicandogli questo notevolissimo genere. Lachenalia (famiglia Asparagaceae) comprende circa 130 specie di bulbose perenni originarie della Namibia e del Sudafrica, distribuite in zone con piogge invernali; durante la stagione estiva, calda e arida, vanno in dormienza per poi entrare in vegetazione alle prime piogge autunnali; la fioritura, che è di relativamente lunga durata, avviene in inverno o all'inizio della primavera. Le foglie, che in alcune specie sono emesse prima dei fiori, in altre quasi contemporaneamente ad essi, sono basali e spesso graziosamente maculate, così come gli steli fiorali. I fiori campanulati, tubolari o cilindrici sono raccolti in spighe o racemi; a seconda delle specie, le corolle presentano una grande varietà di colori, dal bianco al rosa, dal lilla all'azzurro, dal giallo all'arancio e al rosso vivo. Il colore più raro e straordinario è il verde-turchese dei fiori di L. viridiflora. In varie specie, i fiori sono di molti colori grazie agli apici più scuri. Lachenalia ha una lunga storia orticola, ma non è mai diventato un genere popolare. La prima attestazione è un disegno dell'attuale L. hirta, risalente alla spedizione del Namaqualand del 1685-1686; da quel momento varie specie, sotto vari nomi, fecero qua e là la loro comparsa nel mercato dei bulbi e nelle raccolte dei collezionisti; il primo a studiare sistematicamente questo genere fu però verso la fine del Settecento von Jacquin padre, grazie alle raccolte sudafricane dei cacciatori di piante di Schönbrunn; come ho anticipato, il genere fu creato nel 1784 da suo figlio. Mano a mano che venivano scoperte nuove specie, con la loro grande varietà di dimensioni, forme e colori, attirarono l'attenzione degli ibridatori; il primo ibrido riconosciuto venne realizzato nel 1888 dal reverendo John G. Nelson, incrociando L. reflexa e L. aloides. A partire dal 1965, un vasto programma di ibridazioni è stato avviato dal Roodeplant Vegetable and Ornamental Plant Institute del Sudafrica; lo scopo era produrre, più che bulbi da giardino, fiori da taglio (i fiori di Lachenalia durano da due a quattro settimane) e piante fiorite in vaso per l'esportazione. I primi ibridi furono commercialmente disponibili nel 1997-1998, ma il programma fu rallentato da vari fattori, che vanno dall'isolamento politico del paese a causa dell'apartheid alle peculiarità del clima sudafricano che resero difficile adattare le condizioni di crescita di crescita all'emisfero nord. I primi ibridi (è la serie African Beauty) furono commercializzati alla fine del secolo, ma la risposta del mercato europeo fu minore di quanto sperato; il potenziale di queste splendide piante è ancora in gran parte da scoprire. Sono ancora soprattutto piante da collezionisti, piuttosto costose e non sempre facili da reperire. Anche in Olanda sono essenzialmente commercializzate da specialisti di bulbose rare; talvolta, come altre bulbose sudafricane, come Albuca o Ledebouria, sono offerte tra le succulente. Eppure sono bellissime e, a quanto pare, di non difficile coltivazione. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
February 2026
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