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Darlingtonia californica è una pianta singolare che erge le sue trappole, affascinanti ma mortali, simili a teste di cobra all’attacco. Eppure si deve solo a lei, alla sua bellezza e al suo fascino, se il dedicatario di questa specie, il medico William Darlington, dopo tante vicissitudini, dediche revocate e resurrezioni, gaffe e rivalità botaniche, rimane nel pantheon dei dedicatari di un genere valido. E lo meritava davvero, il “buon vecchio Darlington”, figura di transizione tra la vecchia botanica americana delle flore locali e la nuova botanica scientifica di Torrey e Gray. Una dedica e una piccola flora Nel 1825, il medico statunitense William Darlington (1782-1863) ricevette una graditissima notizia dall'Europa: il celebre botanico elvetico de Candolle, al quale aveva inviato alcuni esemplari di piante americane, per dimostrare la sua riconoscenza gli aveva dedicato un nuovo genere, Darlingtonia, nel quale aveva riunito due specie di leguminose erbacee, in precedenza classificate come Mimosa. Darlington era al settimo cielo: quella dedica, venuta da un botanico tanto autorevole, era il miglior riconoscimento e incoraggiava i suoi sforzi di "gentiluomo naturalista". Si affrettò a piantare entrambe le specie nel suo giardino e a aggiungerne esemplari essiccati nel suo erbario, con quella etichetta che lo riempiva d'orgoglio. All'epoca Darlington era sulla quarantina ed era un medico molto affermato, nonché una personalità in vista della sua comunità, la contea di Chester, in Pennsylvania: dopo aver combattuto come ufficiale in un reggimento volontario nella guerra del 1812, era stato membro del Congresso per tre mandati (1816-1823), più tardi avrebbe fondato e diretto una banca e avrebbe ricevuto molti altri incarichi amministrativi anche come avvocato. Questa era la sua veste ufficiale, ma Darlington si considerava soprattutto un naturalista, in primo luogo un botanico. L'incontro con la botanica era avvenuto negli anni universitari, quando studiava medicina alla University of Pennsylvania come allievo di Benjamin Smith Barton. Nel 1804 si laureò e si ingaggiò come chirurgo di una nave mercantile diretta in India. La tappa più eccitante fu l'orto botanico di Calcutta, dove poté osservare specie tropicali allora quasi sconosciute in America e ottenere piante e semi da riportare in patria. Da quel momento, la raccolta di piante native e la cura dell’erbario divennero una presenza costante nella sua vita, sempre più attiva e piena come medico, padre di famiglia, uomo politico e amministratore. Iniziò a corrispondere con altri botanici, sia in patria sia all'estero; la dedica di de Candolle gli diede una prima legittimazione internazionale e lo incoraggiò a dare una dimensione più collettiva alla sua passione. Nel 1826, insieme a un gruppo di amici, fondò una società naturalistica, il Chester County Cabinet of Natural Science, che riuniva collezioni di minerali, piante e animali e organizzava conferenze e pubbliche letture. Nel discorso introduttivo, Darlington - che sarebbe stato eletto presidente, conservando l'incarico fino alla morte - insistette tra l'altro sulla necessità di creare un erbario della flora americana, attraverso scambi con studiosi e appassionati di altre parti del paese. Lo stesso anno diede l'esempio, pubblicando Florula Chestrica, dedicata all'amico e compagno di studi William Baldwin, scomparso nel 1819. Preceduto da un glossario dei termini botanici, è il catalogo delle fanerogame raccolte nei dintorni di West Chester, in inglese e organizzato in base al sistema linneano; a concludere, un'appendice sulle piante utili coltivate nella stessa area. Come leggiamo nella prefazione, era il frutto di un progetto iniziato fin dagli anni universitari; ispirato a Flora Philadelphica di Barton, Darlington concepiva questa e altre flore locali, con l'esplorazione in profondità di un territorio minimo, come "il modo più facile per ottenere i materiali per quel grande desideratum, una completa Flora americana". È un’intuizione chiarissima del momento che si stava vivendo. La botanica degli Stati Uniti era ancora un arcipelago di iniziative individuali, di gentiluomini naturalisti e di società locali. Ma proprio in quegli anni, grazie in primo luogo al lavoro di John Torrey e anche allo stimolo – e alla rivalità – dei botanici europei (i primi fascicoli della Flora boreali‑americana di William Jackson Hooker usciranno nel 1829), le cose stavano per cambiare. Dediche cassate, risorte, rinnovate Negli anni successivi Darlington divenne una figura di riferimento: fu accolto nell’American Philosophical Society, nell’Accademia delle Scienze di Filadelfia e nel Lyceum di New York, e si trovò al centro di una rete di contatti sempre più ampia. All’estero corrispondeva con de Candolle e con William Jackson Hooker; in patria con David Townsend, suo amico fraterno, socio del Chester County Cabinet e cassiere della banca di cui Darlington sarebbe diventato presidente nel 1830; con Lewis David de Schweinitz, padre della micologia nordamericana, al quale inviò Florula Cestrica come biglietto da visita; con Charles Wilkins Short, autore di una flora del Kentucky; e, in una relazione via via più stretta, con John Torrey che più tardi lo avrebbe messo in contatto anche con Asa Gray e George Engelmann. Nel 1837 Darlington pubblicò Flora Cestrica, una revisione molto ampliata della vecchia Florula, dedicata non più a un singolo, ma “ai cultori della scienza botanica”. L’opera si fondava sugli invii di numerosi corrispondenti, tra cui Abigail Kimber, insegnante di chimica e botanica in una scuola femminile — una delle prime donne a ricoprire questo ruolo. Nella prefazione Darlington si scusava per aver continuato ad adottare il sistema di Linneo: era ben consapevole che la botanica ormai si orientava verso il sistema naturale, ma poiché quest’ultimo era ancora “in uno stato continuo di fermentazione”, preferiva attenersi a quello linneano, pur con qualche aggiustamento. Tuttavia, in appendice, invece della precedente trattazione delle piante coltivate utili, inserì una lista dei generi organizzati secondo il sistema naturale di Lindley. Nel 1842, dall’Inghilterra, arrivò la doccia fredda. George Bentham, nella sua revisione delle Mimoseae pubblicata sul "Journal of Botany", decise che Darlingtonia non meritava più un genere a sé: la ridusse a semplice sezione di Desmanthus. Per Darlington fu un colpo durissimo. Non si rassegnò facilmente: ancora nel 1847, alla morte della moglie, piantò sulla sua tomba una di quelle piante che sentiva così profondamente sue, e ne prelevò un esemplare per l’erbario, etichettandolo con ostinata tenerezza Darlingtonia brachyloba. Nel frattempo continuava a pubblicare e a sentirsi un po’ il custode della memoria dei “gentiluomini naturalisti”. Nel 1843 diede alle stampe Reliquiæ Baldwinianæ, dedicata all’amico William Baldwin; nel 1849 Memorials of John Bartram and Humphry Marshall, un omaggio ai padri fondatori della botanica americana. La ferita della sua Darlingtonia perduta continuava tuttavia a bruciare. E, naturalmente, ne parlò con Torrey. Il 14 settembre 1849, mentre lavorava sugli esemplari della spedizione Wilkes, Torrey ne scrisse a Gray: "Come chiamare i nuovi generi? Il buon vecchio Darlington dovrebbe averne un altro, visto che il primo è stato cancellato". Quando, dalla terza spedizione Fremont, gli arrivò un frammento di una pianta apparentemente nuova, Torrey colse l’occasione: la battezzò Darlingtonia rediviva — “la Darlingtonia risorta” — e nell’ottobre 1851 annunciò trionfante la notizia a un Darlington felicissimo. La gioia durò molto poco. Pochi giorni dopo, il dottor George Washington Hulse, ex ufficiale diventato raccoglitore di piante, bussò alla porta di Torrey con alcuni esemplari raccolti in California. Tra questi, Torrey riconobbe la sua Darlingtonia rediviva: era semplicemente Styrax officinalis, una specie nota fin dai tempi di Linneo. Una catastrofe botanica in piena regola. Come fare a comunicare la notizia a Darlington? Una settimana dopo, esaminando alcuni esemplari raccolti da William Brackenridge durante la spedizione Wilkes, gli capitò tra le mani una pianta che anni prima aveva pensato di battezzare Oreamphora, per l'habitat montano e le foglie simili a un'anfora. Era la soluzione al suo problema. Era diversa da tutto ciò che conosceva: apparteneva alla famiglia delle Sarraceniaceae, ma con caratteristiche così peculiari da non lasciare dubbi. Questa volta era certo di non sbagliare. Nel 1853 la descrisse come Darlingtonia californica, la terza e definitiva Darlingtonia, quella che ancora oggi porta il nome del botanico di West Chester. Perché Torrey fu così precipitoso nel nominare la seconda Darlingtonia sulla base di un frammento imperfetto? La risposta sta nella rivalità — sotterranea ma potentissima — con i botanici europei. Torrey e Gray vivevano in un clima di competizione costante: ogni nuova specie americana doveva essere pubblicata subito, prima che Hooker, Bentham o altri botanici del Vecchio Mondo potessero precederli. Era una questione di prestigio nazionale, quasi un motto non scritto: "piante americane per gli americani". Grato per sempre all'amico Torrey, nello stesso 1853 Darlington pubblicò la seconda edizione di Flora cestrica, e questa volta seguire "il sistema naturale come illustrato da de Candolle, Hooker e Gray" fu una scelta ormai obbligata. Il vecchio dottore pensava già ai posteri e alla sua dimora eterna; aveva preparato un epitaffio latino, Plantae Castrenses quas dilexit et illustravit super tumulum ejus semper floreant, "le piante di Chester che amò e descrisse fioriscano per sempre sulla sua tomba", e lo sottopose a Gray per controllarne la correttezza grammaticale. Per la lapide della tomba fece poi scolpire una Darlingtonia — quella giusta, ovviamente — che ancora oggi veglia sulla sua sepoltura nell’Oaklands Cemetery. Tra le eredità più solide lasciate da Darlington c’è anche il suo erbario, oggi conservato all’Academy of Natural Sciences di Filadelfia; contiene circa 15.000 esemplari ed è una testimonianza storica importante delle sue relazioni con botanici europei del calibro di Hooker e con donatori americani come Elliott, Rafinesque, Torrey e Gray. Particolarmente significativi gli esemplari provenienti dalle raccolte di Bartram e Marshall. Le trappole del cobra vegetale Sul capo del "buon vecchio Darlington" si addensavano tuttavia minacce postume. Nel 1867, quattro anni dopo la sua morte, a Parigi si tenne il Congresso internazionale di botanica, che adottò il primo codice di nomenclatura, sotto il nome Lois de la nomenclature botanique, redatte da Alphonse de Candolle, il figlio di Augustin Pyramus. Uno degli articoli stabiliva che un nome già usato, ma poi scartato, non poteva essere "riciclato" per un'altra pianta. Uno dei più rigidi seguaci delle nuove norme era proprio un botanico statunitense, Edward Lee Greene. Darlingtonia, prima di essere applicato alla Sarraceniacea californiana, era già stato usato non una, ma due volte; così nel 1891 — Darlington si sarà rivoltato nella tomba — Greene decretò che Darlingtonia californica era un nome illegittimo e propose di sostituirlo con Chrysamphora, “anfora dorata”, in allusione al colore e alla forma. Tuttavia, nel frattempo D. californica aveva cominciato a farsi conoscere e a imporsi all’attenzione degli appassionati (vedremo presto che non è una pianta qualunque) e il nome, benché illegittimo secondo le leggi della botanica, continuava a essere quello preferito. A porre rimedio pensò un altro congresso internazionale, nel 1954, che con una strettissima maggioranza (sei voti contro cinque) decretò Darlingtonia nomen conservandum, nome da conservare. D. californica, l’unica specie di questo genere dalla storia tanto travagliata, è — come tutte le Sarraceniaceae — una pianta carnivora. Benché relativamente simile a Sarracenia, a darle un aspetto unico sono i suoi ascidi (foglie modificate), che suggeriscono l’idea di una testa di cobra eretta, con tanto di “lingua” biforcuta, da cui il nome comune cobra lily. Scoperta per la prima volta nel 1841 in prati umidi a sud del Monte Shasta da William Brackenridge, è un endemismo delle montagne costiere della California settentrionale e dell’Oregon. Qui trova un clima oceanico fresco e umido, ma poiché queste zone sono soggette a variazioni stagionali della piovosità, con periodi più aridi, rispetto ad altri membri della famiglia può adattarsi a un minore grado di umidità. Come pianta di montagna, è relativamente rustica. Cresce preferenzialmente su serpentino, in terreni poveri di nutrienti e acidi, dove l’acqua scorre costantemente: lungo corsi d’acqua, in torbiere e in particolari wetland terraces che possono estendersi anche per molti acri. Le radici vengono mantenute più fresche del resto della pianta, e l’apparato radicale — un rizoma con molte radici sottili — è in grado di rigenerarsi dopo gli incendi. Come le altre Sarraceniaceae, D. californica è dotata di ascidi a forma di tubo espanso, ma è caratterizzata da una cupola e un’appendice a V rovesciata (la “lingua”). Solitamente colorata di rosso e ricca di nettare, attira gli insetti con un profumo dolce e inebriante. Dietro la lingua si trova una piccola apertura che secerne ulteriore nettare. Una volta entrata nell’ascidio, la preda tenta di fuggire verso l’alto, attirata dalle zone traslucide della cupola — vere e proprie “finestre” prive di clorofilla che lasciano filtrare la luce. Nel tentativo di raggiungerle, sbatte contro la cupola e precipita nel fondo dell’ascidio, dove viene digerito. Questa specie cresce molto lentamente: assume la sua forma tipica dopo due o tre anni e fiorisce per la prima volta tra i sei e i dieci anni. I fiori, portati all’apice di uno scapo che può raggiungere il metro di altezza, hanno una struttura insolita: cinque sepali giallo‑verdi, leggermente più lunghi dei petali viola che non si aprono, ma formano una sorta di capsula accessibile solo a particolari impollinatori (forse minuscoli ragni e imenotteri). I fiori sono comunque autofertili. Sebbene possa formare localmente popolazioni anche estese, la specie è nel complesso rara: è presente in circa 200–250 siti, equamente divisi tra Oregon e California. Il Darlingtonia State Natural Site, nella catena delle Cascate in Oregon, è un parco statale di 18 acri interamente dedicato alla conservazione di questa pianta singolare. E così, dopo dediche, cancellazioni, resurrezioni, rivalità tra botanici e congressi internazionali, rimane lei: la pianta. La sola che non ha mai avuto dubbi sul proprio nome. La sola che continua a crescere, lenta e ostinata, nei suoi ruscelli freddi. Il resto — gli uomini, le loro regole e piccole rivalità — è passato. Lei è ancora lì.
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January 2026
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