|
René Louiche Desfontaines a trent’anni era già membro dell’Accademia delle Scienze. Divenne botanico viaggiatore e affrontò un viaggio difficile che lo portò sui monti dell’Atlante, dove nessun scienziato europeo aveva messo piede prima di lui. Al ritorno, la perdita dei manoscritti e la promozione a professore al Jardin du Roi fecero di lui un didatta, un divulgatore e il custode delle collezioni di quello che la Rivoluzione avrebbe ribattezzato Muséum national d’histoire naturelle. Fu quello il suo ruolo, per quasi mezzo secolo: non un teorico o un innovatore, ma il custode che seppe dare continuità a una delle istituzioni scientifiche più importanti del mondo. La duplicità tra la giovanile vita avventurosa e la maturità trascorsa tra le aule e le aiuole del Muséum è in qualche modo riflessa dai due generi validi che gli furono dedicati: il mediterraneo Fontanesia e il sudamericano Desfontainia. Giovinezza avventurosa: la spedizione in Nord Africa Nel 1786 un giovane botanico bretone di trentacinque anni viene nominato professore di botanica al Jardin des plantes di Parigi. Poi passano gli anni. Si susseguono la Rivoluzione, l'impero napoleonico, la Restaurazione, la monarchia di luglio. Nel 1833, un vecchio ottuagenario cieco si fa condurre nelle serre del Muséum d'Histoire naturelle, palpa le piante e quando le riconosce al tatto, sorride. Quel giovane botanico, quel vecchio ottuagenario sono la stessa persona, René Louiche Desfontaines (1750-1833). Desfontaines era nato a Tremblay, un villaggio della Bretagna orientale; nella sua modestia, amava ricordare che prima di lui aveva dato i natali a un medico più illustre, l'anatomista Exupère Joseph Bertin. La famiglia era agiata abbastanza da permettersi di fare studiare il solo figlio maschio, e René fu messo a imparare il suo latino sotto un maestro talmente rigido e severo che presto il ragazzino si convinse di essere del tutto stupido - il pedagogo sentenziava che non se ne sarebbe mai ricavato niente. Tanto valeva marinare la scuola e dedicarsi ad attività più piacevoli, come scalare alberi per rubacchiare mele. Quando il padre lo sorprese in fuga da una di queste scorribande, decise di dargli ancora una possibilità, e lo mandò in collegio a Rennes. René vi entrò sfiduciato; ma alla restituzione dei primi elaborati scritti della nuova classe, il suo risultò uno dei tre migliori. Ora credeva in se stesso, e si mise a studiare con tanta lena da accumulare premi su premi. Ogni volta ne scriveva al padre e gli raccomandava di farlo sapere a quel maestro. Una piccola vendetta, l'unica malizia della sua vita. Deciso a diventare medico, come molti giovani di provincia si spostò a Parigi. Scoprì presto che non era fatto per sangue, operazioni, clisteri; la botanica, invece, da materia sussidiaria, lo prese come una passione che non lo avrebbe mai lasciato, tanto più che trovò due maestri d'eccezione: da una parte, Bernard de Jussieu, ovvero la tassonomia, dall'altra Louis Guillaume Le Monnier, ovvero l'istituzione. In quegli anni il Jardin des plantes era una fucina di talenti: tra i suoi compagni, molti dei quali divennero anche amici, c'erano Antoine Laurent de Jussieu, André Thouin, Jacques-Julien Hotou de La Billardière, Claude Richard. Mentre continuava più per dovere che per convinzione gli studi di medicina, incominciava a farsi un nome come botanico; si sarebbe laureato tardi, a trent’anni suonati. Uno studio originale sull’irritabilità degli organi sessuali delle piante gli aprì le porte dell’Accademia delle scienze. Incoraggiato da Le Monnier, che in quegli anni coordinava una serie di spedizioni botaniche, come quelle di La Billardière in Levante e di Michaux in Persia, presentò all’Accademia il progetto di una spedizione in Algeria e in Tunisia. Ottenuto il finanziamento, il 16 agosto 1783 si imbarcò a Marsiglia alla volta di Tunisi. Sarebbe stata l’unica parentesi avventurosa della sua lunga vita. Per oltre due anni esplorò coscienziosamente quelle vaste regioni che all’epoca facevano parte dell’Impero turco; le tappe del suo viaggio sono state recentemente ricostruite da Drouin e Hustache grazie al ritrovamento di una lettera indirizzata all’amico André Thouin. Arrivato a Tunisi il 25 agosto 1783, vi si mantenne esercitando la medicina. Seppe ingraziarsi il Dey e, a dicembre, poté unirsi alla carovana diretta a sud per la riscossione delle imposte: erano aree mai in precedenza toccate da botanici europei, che egli esplorò muovendosi sotto scorta armata, raggiungendo le pendici dell’Atlante. Di ritorno a Tunisi nell’aprile 1784, visitò Cartagine, Biserta, Korbous e Zaghouan, celebre per la coltivazione delle rose, per poi proseguire lungo la costa tunisina fino a Sfax. Nell’ottobre 1784 arrivò ad Algeri; anche qui lavorò come medico e seppe ingraziarsi le autorità. Da maggio a luglio 1785 visitò l’Algeria occidentale fino a Tlemcen. Tornato ad Algeri, visitò poi Costantina e Bona, dove incontrò l’abate Poiret. Un altro incontro botanico fu quello con Martin Vahl. Partito per l’Europa alla fine di ottobre o all’inizio di novembre, era di ritorno a Marsiglia il 14 novembre 1785. Oltre a un copioso erbario, aveva raccolto insetti, uccelli, informazioni etnografiche. Tornato a Parigi, ancora pieno dell’entusiasmo per le sue scoperte, era sul punto di presentare la sua candidatura alla spedizione di La Pérouse, quando una fortunata malattia lo distolse dal proposito. Certo contava, proprio come in quegli stessi anni stava facendo Poiret per la Numidia, di trarre dal suo viaggio un copioso saggio che avrebbe spaziato dalla storia naturale alla geografia e ai costumi. A impedirlo furono due circostanze, di segno quasi opposto. Nel 1786 Le Monnier, ormai anziano, decise di dare le dimissioni dalla cattedra di botanica al Jardin des Plantes e chiese che a succedergli fosse Desfontaines. La candidatura fu accolta dal sovrintendente Buffon; ora Desfontaines, a trentasei anni, era professore titolare, con tutti gli impegni che ciò comportava, sia didattici sia di direzione del Jardin des Plantes. Impegni che forse rallentarono la stesura di un Voyage en Barbarie; ma a renderla di fatto impossibile fu la perdita di ciò che aveva scritto durante il viaggio. Della vicenda possediamo due versioni non coincidenti. Secondo de Candolle, che raccolse le confidenze di Desfontaines, poiché il re Luigi XVI aveva manifestato il desiderio di conoscere i particolari del viaggio, egli, benché non ne avesse una copia, cedendo alle insistenze di Le Monnier, medico personale del sovrano, gli aveva affidato i giornali di campo perché li consegnasse al re. Secondo Flourens, invece, durante il viaggio aveva inviato regolarmente a Le Monnier lettere‑relazioni, e furono quest’ultime a passare nelle mani del sovrano. In un caso come nell’altro, il risultato fu il medesimo: si trattasse di un diario di campo o di lettere, il materiale andò perduto nei meandri della corte di Versailles.ò Docente, direttore e custode del Muséum Gli rimaneva l’erbario: continuava a descriverne le piante, a farle disegnare in vista di una pubblicazione e a trarne una serie di studi descrittivi, pubblicati su varie riviste, tra cui gli Annalen di Usteri. Ma si era ormai alle soglie della Rivoluzione. Desfontaines la visse nel suo giardino, che divenne insieme il suo rifugio dalle violenze della storia e il luogo di cui la sorte gli aveva affidato la custodia. Estraneo a ogni partito e alle lotte politiche, ne usciva soltanto quando vedeva qualche amico in pericolo: così fu il solo a prendere le difese di Ramond de Charbonnières e di L’Héritier de Brutelle, che riuscì a far liberare ricordando che, dalla sua sopravvivenza, dipendeva la pubblicazione delle collezioni di Dombay. Passata la tempesta del Terrore, Desfontaines divenne un membro attivo del neonato Institut de France e nel 1796 pubblicò un importante studio sulle strutture dei fusti delle Monocotiledoni, uno dei primi tentativi di anatomia comparata tra i due grandi gruppi di piante vascolari. La sua vera vocazione non era però la teoria, ma la didattica. Le sue lezioni erano affollatissime; vi insegnava, tra l’altro, la fisiologia vegetale, che fu il primo a introdurre al Jardin des Plantes. Continuava a lavorare con metodica lentezza alla descrizione delle piante raccolte durante il viaggio. Nel 1797 pubblicò il primo volume di Flora atlantica, seguito dal secondo nel 1800. Anche se la perdita delle lettere o dei quaderni di campo gli impedì di premettervi un saggio introduttivo, si tratta di un’opera estremamente significativa. Non è concepita come una collezione di piante rare, ma come una vera e propria flora dà conto in modo complessivo del patrimonio floristico dell’Algeria e della Tunisia, dalla costa fino alle montagne dell’Atlante che, come abbiamo visto, fu il primo botanico ad esplorare, come ci ricorda il titolo stesso. Contiene la descrizione di 1520 specie, circa 300 delle quali nuove per la scienza, disposte secondo il sistema di Linneo (una scelta che certo fu dettata da esigenze didattiche). Notevole l'apparato iconografico, che occupa altri due volumi e si deve largamente ai fratelli Pierre-Joseph e Henri-Joseph Redouté. La pubblicazione di Flora atlantica mise fine, in un certo senso, alla parte innovativa del contributo di Desfontaines alla scienza delle piante. Per un trentennio egli fu in primo luogo il maestro di almeno tre generazioni di giovani botanici - nell'elogio funebre un commosso Adrien de Jussieu avrebbe ricordato che aveva insegnato la botanica a tutti loro, ed era stato il maestro dei maestri di quelli più giovani. Rispondono poi all'intento di divulgare il più possibile la conoscenza delle piante e della loro utilità opere come Histoire des plantes et des arbrisseaux qui peuvent être cultivés en France en pleine terre (1809) o Expériences sur la fécondation artificielle des plantes (1831). Ma il suo impegno maggiore era quello di direttore del Muséum e custode del suo prestigio e delle sue collezioni. Ne pubblicava le novità negli annuali dell'istuzione e ne curava con assiduità il catalogo. Ne pubblicò tre edizioni: nel 1804 e nel 1815, sotto il titolo Tableau de l'Ecole de botanique, e nel 1829, come Catalogus plantarum Horti Regii Parisiensis; le piante sono disposte secondo il sistema di naturale di Jussieu, che ora gli pareva rispondere meglio alle finalità didattiche. Si inquadra nel suo ruolo di custode della memoria del Jardin des Plantes anche la pubblicazione delle tavole disegnate da Aubriet per il viaggio in Oriente, accompagnate dalle descrizioni di Tournefort. Dedicò inoltre molta cura alla riorganizzazione dell'erbario, che aveva incominciato a stratificarsi proprio dall'epoca di Tournefort e contava ormai diverse decine di migliaia di esemplari. Negli ultimi anni della sua vita, Desfontaines dovette affrontare prima la malattia mentale della moglie, poi la progressiva cecità. Mantenne ufficialmente la cattedra fino alla morte, ma già da qualche anno era supplito da Adolphe Brongniart, che poi, alla sua morte nel 1833, gli sarebbe subentrato nella cattedra di botanica al Muséum. Lui stesso lo aveva scelto, come Le Monnier aveva scelto lui più di quarant'anni prima. Ma, se Le Monnier in lui aveva scelto il continuatore, il custode, il manutentore, con lungimiranza il vecchio Desfointaines scelse un successore che all'opposto avrebbe portato ciò che da tempo mancava al Muséum: innovazione metodologica, ricerca, strade nuove. Desfontaines non era né un teorico né un innovatore, ma possedeva una qualità rara: sapeva riconoscere chi lo era. Lo aveva fatto anni prima con il giovane de Candolle, intuendone subito la forza metodologica e la capacità di rinnovare la botanica; e lo fece di nuovo scegliendo Brongniart, affidando al futuro ciò che lui non poteva più - o forse non aveva potuto mai - dare. Omaggi dal Mediterraneo e dal Sudamerica La lunga e metodica attività botanica di Desfontaines ha lasciato un segno non indifferente nella nomenclatura botanica; IPNI registra oltre 1900 denominazioni: qualche centinaio in Flora atlantica, il resto soprattutto nei cataloghi dell'Orto botanico. POWO gli accredita la creazione di 38 generi, 25 dei quali tuttora accettati. Cito solo i due più noti, Ailanthus e Tithonia, entrambi pubblicati all'inizio della sua carriera didattica: piante esotiche di cui l'orto botanico di Parigi fu tra i primi diffusori. Limitandoci solo alle specie accettate, sono altre 300: raccolte nei suoi viaggi, come Pistacia atlantica o Scilla villosa, o coltivate nelle aiuole del Muséum, come l'africano Diospyros lyciodes o la sudamericana Copaifera langsdorffii. Prima come botanico viaggiatore, poi come didatta e direttore del Muséum, era un nome noto e non gli mancarono gli omaggi. I primi vennero, nel 1791, da due amici: Fontanesia, dedicatagli da La Billardière, e Louchea, da L'Héritier de Brutelle. Mentre il primo è accettato (ne parliamo tra poco), il secondo è sinonimo di Pteranthus. Nel 1794 Ruiz & Pavón lo ricordarono con Desfontainia, accettato, mentre nel 1829 Vellozo chiuse la serie con Desfointaena, oggi sinonimo di Chriorpetalum. Veniamo dunque ai due generi accettati. Fontanesia Labill. è un piccolo genere della famiglia Oleaceae. Alcuni autori gli attribuiscono una sola specie, Fontanesia phillyraeoides, con areale disgiunto e due sottospecie: F. phillyraeoides subsp. phillyraeoides (Sicilia, Turchia, Siria, Libano) e F. phillyraeoides subsp. fortunei (Cina dall'altra); altri li ritengono due specie, F. phillyraeoides e F. fortunei. Entrambe sono arbusti o piccoli alberi decidui, che si distinguono soprattutto per le foglie: lunghe fino a 8 cm e con pagina superiore non lucida quelle della specie o sottospecie mediterranea; lunghe fino a 12 cm e lucide quelle della specie o sottospecie cinese. F. phillyraeoides si presenta come un arbusto alto da 1-3 metri, con foglie decidue lanceolate. I fiori, con corolla biancastra, sono raccolti in brevi cime ascellari e compaiono tra aprile e maggio. I frutti sono samare con ali strette. In Sicilia la specie è molto rara e localizzata: è presente solo in zone aride dell'area iblea, tra Avola e Siracusa. In passato è stata segnalata anche in Calabria. I botanici tendono a considerare le popolazioni siciliane non autoctone, ma naturalizzate. Ci porta invece in Sud America Desfontainia Ruiz & Pav.; oggi assegnato alla famiglia Columelliaceae (in precedenza Loganiaceae), anch'esso è un piccolo genere. In passato, prevaleva l'idea di attribuirgli un'unica specie, D. spinosa, polimorfa e con areale disgiunto. Nel 2001 Weigend, sulla base di differenze morfologiche, biogeografiche e ecologiche, ha distinto nettamente tre specie: D. fulgens, nativa delle foreste pluviali temperate dell'Argentina e del Cile meridionali; D. spinosa, limitata alle pendici orientali delle Ande peruviane; D. splendens, nativa delle aree umide e dei paramos del Centro e Sud America settentrionale, dalla Costa Rica alla Bolivia. D. fulgens è la specie più nota e la sola coltivata nei giardini e nei vivai europei; ma, poiché a lungo è stata conosciuta come D. spinosa (nome ora circoscritto alla specie endemica del Perù), questo nome continua a prevalere nei vivai e nei giardini. Le tre specie sono comunque abbastanza simili. Sono arbusti o piccoli alberi con foglie spinose che ricordano quelle dell'agrifoglio; i fiori, solitari e portati all'ascella delle foglie superiori, sono tubolari, da rossi a aranciati, con gola o apice gialla. Sono piante di notevole bellezza, ma, richiedendo posizioni ombreggiate e climi freschi e umidi, non sono spesso coltivate in Europa. Nelle foreste pluviali temperate del Cile e dell'Argentina, D. fulgens cresce abitualmente nel sottobosco delle foreste dominate da Nothofagus pumilio e N. dombey. Tuttavia nel 2001 sono stati osservati e descritti esemplari che vivono come epifite, a grande altezza dal suolo, su enormi esemplari di Fitzroya cupressioides, dove formano comunità di epifite insieme a specie come Pseudopanax laetevirens (Araliaceae),Tepualia stipularis (Myrtaceae) e Weinmannia trichosperma (Cunoniaceae). I rossi fiori tubolari di D. fulgens sono impollinati da alcuni bombi e da Sephanoides sephaniodes, il più meridionale dei colibrì. Alla dispersione dei suoi semi provvede un altro piccolo animale: il chumaihuén o monito del monte (Dromiciops gliroides), un minuscolo ghiro marsupiale che si ciba delle bacche della piante e ne disperde i semi con le feci, tanto a terra, nel sottobosco, quanto sugli alberi di Fitzroya. Diverse testimonianze riferiscono di usi rituali e allucinogeni delle specie Desfontainia, ma i test chimici finora effettuati non hanno confermati la presenza di alcaloidi.
0 Comments
Leave a Reply. |
Se cerchi una persona o una pianta, digita il nome nella casella di ricerca. E se ancora non ci sono, richiedili in Contatti.
CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
September 2026
Categorie
All
|



RSS Feed