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Da qualche mese gli amatissimi ibischi erbacei dai fiori enormi, per i botanici non appartengono più al genere Hibiscus, ma al piccolo genere Muenchhusia. Quel nome un po’ cacofonico rimanda a un nobiluomo tedesco appassionato di agronomia e giardinaggio, il barone Otto II von Münchhausen che, invece di cavalcare palle di cannone come il suo più celebre cugino, progettò il primo giardino paesaggistico dell’Europa continentale. In questa storia, però, quello sopra le righe non è lui: sono gli ibischi, con i loro fiori grandi come piatti. E a esagerare, più che madre natura, sono stati gli ibridatori. Perché cambiano nome alle piante? Ogni volta che i botanici “cambiano il nome” a una pianta, per coltivatori professionali e amatori è un piccolo choc. E più la pianta è nota, coltivata, amata, più lo choc diventa grande: perché non riguarda un astratto nome del database di Kew, ma qualcosa che vive nei giardini, nelle aiuole, nelle mani di chi la cura. E ancora più nella memoria: il cambiamento ti costringe a dare un nome diverso a qualcosa che avevi già etichettato, riconosciuto, fatto tuo. Uno dei più recenti sassi nello stagno della botanica è arrivato dal Journal of the Botanical Research Institute of Texas, con l'articolo di Margaret M. Hanes e Russell L. Barrett "The hardy Hibiscus — still hardy, but no longer Hibiscus: Reinstatement of Muenchhusia (Malvaceae: Hibisceae)". In quelle pagine accade qualcosa di apparentemente semplice, ma di grande portata: Muenchhusia, da sezione del genere Hibiscus, viene elevato a genere. Il risultato è che cinque specie di ibischi nordamericani "cambiano nome", cessando di essere Hibiscus per diventare Muenchhusia. Non cinque specie qualunque, ma alcune delle più amate perenni da giardino: gli ex Hibiscus coccineus, H. dasycalix, H. grandiflorus, H. laevis e H. moscheutos. Il cambiamento non è una bizzarria né lo scherzo di cattivo gusto di botanici che si divertono a sostituire un nome storico con una denominazione che, appena la senti, ricorda più uno starnuto che le setose corolle degli ibischi dai fiori giganti. È la conseguenza diretta di un fatto ormai chiaro e sostenuto da robuste evidenze scientifiche: il genere Hibiscus non è un gruppo omogeneo, ma un insieme polifiletico di specie con storie evolutive diverse. Per ridurre questa anomalia, negli ultimi decenni ne sono stati separati gruppi importanti, come Abelmoschus (cui appartiene tra l'altro il gombo, A. esculentus), e più recentemente Sabdariffa (cui appartiene la pianta del carcadè, Sabdariffa gossypiifolia). Ma nessuna delle due, o delle tante altre specie che hanno cessato di chiamarsi Hibiscus, sono così universalmente coltivate come Muenchhusia moscheutos, M. coccinea o M. laevis, e il cambiamento non ha suscitato il medesimo choc. Come spesso accade, quel nuovo nome non è nuovo affatto: è antico, anzi antichissimo. La regola della priorità stabilisce infatti che, quando avviene un cambiamento di genere, bisogna verificare nella letteratura botanica se a quel taxon, o al gruppo di taxa coinvolti, era già stato assegnato un nome di genere validamente pubblicato. Se esiste, quel nome viene ristabilito e, sia bello o sia brutto, diventa quello ufficialmente riconosciuto. Da Muenchhusia al barone di Münchhausen È esattamente il caso di Muenchhusia. Nel 1763 Philipp Konrad Fabricius, nel catalogo dell’orto botanico di Helmstedt, basandosi su una suggestione del suo predecessore Lorenz Heister — che aveva proposto quel nome una ventina d’anni prima — pubblicò sotto il nome Münchhusia una specie americana che fioriva nel giardino, senza assegnarle un nome specifico. È tuttavia evidente che si trattava di Hibiscus moscheutos, così battezzato da Linneo nel 1753 in Species plantarum. Heister e Fabricius vi riconoscevano peculiarità tali da non considerarlo un Hibiscus, anzi da meritare un genere a sé. La loro opinione, però, non trovò seguaci. Il nome rimase dormiente fino al 1903, quando Kuntze lo recuperò per un’ampia sottosezione di Hibiscus. Nel 1985 Blanchard lo restrinse a due sole specie (nessuna delle quali, peraltro, appartiene all’attuale Muenchhusia) e lo elevò a sezione, poi successivamente circoscritta a cinque specie di Hibiscus degli ambienti umidi nordamericani. Infine, nel 2025, come ho anticipato, la svolta definitiva: il ristabilimento di Muenchhusia come genere autonomo con il conseguente cambiamento del nome generico. Una disperazione per tanti, un regalo per me: posso così raccontare la storia di un personaggio forse minore, ma di un certo interesse. Dietro quel nome un po’ barbaro si nasconde infatti la dedica a Otto II von Münchhausen (1716–1774), che era sì un barone di Münchhausen, ma non quello a cui pensiamo tutti, il protagonista fanfarone di storie immaginifiche. I due, in effetti, appartenevano alla stessa famiglia, una delle maggiori della nobiltà dell’Hannover. Al contrario del più noto parente, Otto II non fu mai militare: fu funzionario civile, possidente terriero, scienziato dilettante e, ciò che più ci interessa, autore di un notevole trattato di economia domestica e creatore del primo giardino paesaggistico all’inglese nell'Europa continentale. Otto II von Münchhausen nacque a Schwöbber, la tenuta di famiglia nei pressi di Hameln. Qui i suoi antenati — e in particolare il padre, Johann Friedrich von Münchhausen, morto quando lui era bambino — avevano creato uno dei più notevoli giardini del paese, visitato persino da Pietro il Grande quando passò dalla Germania nel 1715. A destare ammirazione era soprattutto l’orangerie, con la sua collezione di piante rare ed esotiche, tra cui gli ananas. Fu dunque naturale, per il piccolo Otto, appassionarsi di piante e giardini, e mettere le mani nella terra per piantare, seminare, potare e moltiplicare. I doveri di proprietario terriero — come primogenito ereditò tre vaste tenute — e la tradizione di famiglia, che forniva regolarmente alti funzionari civili al regno di Hannover, segnarono poi la sua formazione, completata all’Università di Gottinga, fondata nel 1734 da un altro membro della famiglia, il ministro Gerlach Adolph von Münchhausen. Qui, oltre ai corsi di scienze camerali, cioè le discipline che formavano i funzionari dello Stato, Otto si accostò a tutte le scienze naturali: sappiamo che possedeva una vasta collezione di insetti e raccolte di minerali; per tutta la vita avrebbe poi coltivato tanto la fisica quanto la chimica. L’incontro più decisivo fu però quello con Albrecht von Haller, da cui ricevette una rigorosa formazione botanica. Un giardino e un trattato enciclopedico Intorno al 1740, per occuparsi dell’amministrazione delle sue terre, Otto von Münchhausen ritornò a Schwöbber; qui, forse a partire dal 1750, diede mano alla trasformazione del parco nel primo giardino paesaggistico dell'Europa continentale. Guardava ai modelli britannici — non dimentichiamo che dal 1727 gli elettori di Hannover erano anche re di Gran Bretagna — ma era ben consapevole che dovevano essere adattati non solo alle differenti condizioni climatiche dei due paesi, ma anche a un contesto socioeconomico ben diverso. Le piante nordamericane, le più desiderate anche per lui, in Germania non arrivavano direttamente dalle colonie, ma dovevano forzatamente passare attraverso la mediazione britannica, con un notevole aumento dei costi. Quel ruolo di mediatore, tuttavia, Münchhausen lo prese anche su di sé, creando vasti vivai a Schwöbber, dove fu il primo a introdurre e coltivare molte specie nordamericane, soprattutto arboree. Nelle serre si continuavano peraltro a coltivare specie delicate provenienti “dalle Indie occidentali e orientali”, come riferisce una testimonianza del 1743, che parla di ananas, alberi di caffè, palme da datteri, mastice e di duecento tipi di agrumi. Contemporaneamente Münchhausen percorreva con passo sicuro la carriera di alto funzionario: nel 1741 drost a Steyerberg, nel 1756 consigliere territoriale e delle finanze a Calenberg, nel 1763 landdrost titolare e nel 1765 landdrost effettivo a Harburg. Fu in questo contesto — un grande possedimento da amministrare, un giardino in trasformazione, una carriera pubblica sempre più impegnativa — che Münchhausen iniziò a seguire quelle che oggi chiameremmo le “buone pratiche” agronomiche, a sperimentarle lui stesso, a partecipare ai circoli che le promuovevano. Dal 1753 cominciò a pubblicare brevi contributi sull’Hannoversches Magazin. Nel 1765 divenne membro della Celler Landwirtschaftsgesellschaft, fondata l’anno precedente. Anche se da tempo nel territorio tedesco circolavano manuali di economia domestica che andavano sotto il nome di Hausvater (“il padre di famiglia”), Münchhausen ne era insoddisfatto; né lo convincevano le traduzioni dei testi economici e agronomici britannici che iniziavano a diffondersi, a suo parere inutili se non fuorvianti nel contesto tedesco. Nacque così l’idea di un periodico, intitolato anch’esso "Der Hausvater", che cominciò a uscire nel 1764 con periodicità irregolare. Di quel filone conservava il carattere miscellaneo: gli argomenti spaziavano dalla vera e propria agronomia — una disciplina che in Germania non aveva ancora uno status definito e non era insegnata in nessuna università — all’economia domestica, dall’amministrazione di una tenuta alla progettazione di un giardino; così, un vero e proprio trattato sul perfezionamento degli aratri poteva affiancarsi a consigli su come mantenere impermeabile la tela cerata. A partire dal 1771, gli articoli confluirono nei sei volumi di Der Hausvater, che ormai aveva assunto l’aspetto di un trattato enciclopedico. L’ultimo, pubblicato nel 1773 e rimasto incompleto per la morte dell’autore, fu dedicato da Münchhausen alle sue esperienze trentennali nei campi della fisica e della chimica; vi si mescolano ingenuità, residui del passato, teorie poi rivelatesi infondate e sorprendenti anticipazioni. Per gli agronomi, il volume più importante è certamente il primo, prevalentemente dedicato alle pratiche agronomiche. Münchhausen pretende di aver sperimentato di persona l’efficacia di ciò che propone; benché sia solitamente considerato il fondatore dell’agricoltura scientifica in terra tedesca, è un riformatore cauto, che non mette in discussione pratiche tradizionali come la rotazione delle colture; gli sfugge la portata dell’introduzione delle macchine e delle nuove colture che stanno rivoluzionando l’agricoltura britannica; tanto meno mette in discussione le basi sociali dell’agricoltura tedesca, ancora largamente dipendente dalla servitù della gleba. Per i botanici e gli storici del giardinaggio, il volume di maggiore interesse è invece il quinto, in cui Münchhausen, a partire dalle sue esperienze a Schwöbber, da una parte impartisce istruzioni su come creare alberate e boschetti ornamentali, dall’altra fornisce un elenco degli alberi e degli arbusti adatti al clima tedesco; molte erano piante nordamericane che fu tra i primi a coltivare nell’Europa continentale e alle quali diede per primo il nome. Si devono a Münchhausen 59 nomi botanici: solo cinque sono oggi validi, ma si tratta di nomi importanti: da una parte il genere Hirschfeldia (una brassicacea mediterranea usata come succedaneo della senape); dall'altro un gruppo di alberi americani: Crataegus uniflora e tre specie di querce, Quercus coccinea, Q. marilandica e Q. palustris. Münchhausen era uno specialista di querce, e sappiamo che a Schwöbber creò un lecceto che esisteva ancora all’inizio del Novecento. L’interesse per le piante forestali ne fa sicuramente un precursore — se non dell’agronomia — della dendrologia applicata. Cinque "ibischi" nordamericani Non sappiamo perché Fabricius, e prima di lui Heister, abbiano deciso di denominare Muenchhusia la futura M. moscheutos. Poiché la dedica di Heister risale al 1748, quando il nobiluomo non aveva ancora pubblicato nulla, è molto probabile che quella pianta fosse arrivata all’orto botanico di Helmstedt grazie a lui, che sappiamo generoso nel fornire piante ad altre istituzioni, come l’Oekonomischer Garten e l’orto botanico di Gottinga. Siamo molto più informati sulle circostanze di una seconda dedica, quella di Muenchhausia L., pubblicata nella prima edizione di Systema vegetabilium nel 1774, ma anticipata da Murray nel suo Prodromus designationis stirpium gottingensium. In questo caso sappiamo che si trattò proprio di un dono: negli anni Quaranta Münchhausen regalò all’orto botanico di Gottinga uno splendido arbusto proveniente “dalle Indie”, che prosperò per qualche tempo prima di soccombere all’inclemenza del clima sassone. Non così la pianta madre, che — grazie al prudente ricovero invernale — era ancora viva e vegeta a Schwöbber quando Münchhausen ne parlò orgoglioso nel quinto volume di Der Hausvater. Ma stia tranquillo chi teme la confusione tra Muenchhusia e Muenchhausia: Muenchhausia è un nome inutile, mai entrato nella terminologia botanica, perché Muenchhausia speciosa non è altro che Lagerstroemia indica, creata dallo stesso Linneo fin dal 1759. Forse se n’era dimenticato; più probabilmente, lavorando spesso su esemplari imperfetti o addirittura su materiale iconografico o su descrizioni altrui, non aveva riconosciuto che si trattava della stessa pianta. Ma finalmente è venuto il momento di parlare dei coloratissimi protagonisti vegetali di questa storia: i cinque ibischi nordamericani, da qualche mese Muenchhusia moscheutos, M. laevis, M. coccinea, M. grandiflora, M. dasycalyx. Il gruppo è ben caratterizzato da alcuni tratti comuni: in primo luogo l’ambiente, le aree umide e paludose del Nord America; sono piante erbacee erette, di grandi dimensioni e di crescita veloce, rustiche e dotate di grandi fiori solitari a cinque petali, in colori che vanno dal bianco — spesso con una macchia scura alla gola — al rosso. Vediamoli ora più da vicino, in ordine di apparizione, o meglio di scoperta da parte dei botanici. Muenchhusia moscheutos è di gran lunga la specie di più ampia diffusione: il suo areale orientale va dal Canada meridionale al Messico nord‑orientale; inoltre, con la sottospecie lasiocarpos, è l’unica ad essere presente anche sul versante pacifico del Nord America, con popolazioni in California. A una distribuzione così vasta corrisponde un’estrema variabilità: nelle dimensioni, nella larghezza e nella forma delle foglie, nella morfologia e nelle dimensioni delle capsule. Il colore delle corolle è generalmente rosa a Nord e bianco con gola rossa a Sud; nell’area centrale convivono tutte le variazioni cromatiche. I fiori sono solitari, orizzontali o lievemente inclinati, con corolle del diametro di circa 7–8 cm. A causa dell'estrema variabilità, M. moscheutos è stato variamente interpretata dai botanici: per un certo periodo ne fu distinto Hibiscus palustris, che corrisponde alle forme più meridionali del complesso, più tardi ricondotto a moscheutos. Tanto diffusa e vistosa, questa specie non poteva certo sfuggire né ai coloni né ai primi esploratori della flora nordamericana; e tuttavia la storia della sua scoperta e introduzione in Europa è straordinariamente confusa. La prima menzione e la prima immagine (1635) si devono a Jacques‑Philippe Cornut, che testimonia che la pianta era coltivata nell’orto botanico di Parigi, ma ignora come vi fosse arrivata e la ritiene di origine africana. La chiama Althea rosea peregrina e ipotizza che possa essere identificata con la Rosa moscheutos citata da Plinio. Più informato di lui è Plukenet, che in Almagestum Botanicum (1696) la chiama Alcea indica ulmi foliis e attesta che era stata inviata in Inghilterra da Banister. Il testo di riferimento rimaneva però quello di Cornut: ripreso da Tournefort in Institutiones rei herbariae, da Boerhaave nel catalogo dell’orto botanico di Leida e dallo stesso Linneo che, in Hortus Cliffortianus, afferma che questa specie “cresce in Africa”. Solo dopo il ritorno a Uppsala, grazie a una comunicazione di Gronovius — che per Flora Virginica si basò sulle descrizioni di Clayton — Linneo capì che si trattava di una pianta nordamericana, come scrive nel catalogo dell’orto botanico di Uppsala (1748). Nel 1753, in Species Plantarum, la battezzò Hibiscus moscheutos, riprendendo il nome specifico dall’ipotesi, evidentemente infondata, di Cornut. Benché coltivata in diversi orti botanici, continuava ad essere una rarità: il motivo lo spiega chiaramente Philip Miller, osservando che nelle estati dell’Inghilterra — e più in generale del Nord Europa — la pianta difficilmente riusciva a fiorire. Il successo sarebbe arrivato solo nel Novecento, e più avanti scopriremo come e perché. Poco conosciamo della prima raccolta di Muenchhusia laevis, una specie di relativamente ampia diffusione tra il Canada meridionale e gli Stati Uniti centrali e orientali. È un’erbacea perenne che può superare i due metri d’altezza, con fusti e foglie glabre (è questo il significato del nome specifico laevis), lobate, con tre–cinque lobi acuti, di cui quello centrale più lungo, tanto da ricordare la lama di una picca. I grandi fiori orizzontali hanno corolla imbutiforme, con petali lievemente sovrapposti, da bianchi a rosa pallido, e un diametro di 8–15 cm. Nella seconda metà del Settecento dovette raggiungere diversi orti botanici europei, tra cui quello di Torino, nel cui catalogo del 1773 fu pubblicata da Allioni come Hibiscus laevis. Era arrivata anche a Madrid: nel 1787 Cavanilles la pubblicò come Hibiscus militaris, alludendo alla forma “militaresca” delle foglie. Più documentata e meno intricata è la storia della scoperta e dell’introduzione di Muenchhusia coccinea. Più meridionale, è nativa delle paludi e dei bordi dei corsi d’acqua degli Stati Uniti sud‑orientali, in particolare Virginia, Florida meridionale e Louisiana occidentale. Anche se il suo nome comune americano è Texas star, “stella del Texas”, non è nativa di questo stato. È un’erbacea perenne alta ed esile, con un fusto che tende a lignificare alla base, foglie palmate che ricordano quelle della canapa, grandi fiori dal diametro di 7–8 cm con cinque petali scarlatti, da ovati a spatolati, che non si sovrappongono; ne esistono anche forme rosa e bianche. Il rosso vivo delle corolle indica chiaramente l’impollinazione da parte dei colibrì. Secondo il catalogo dell’orto botanico di Kew, fu coltivata per la prima volta in Europa nel 1778 da Fothergill; con grande probabilità si trattava di uno degli invii di William Bartram, attivo in quegli anni proprio tra Virginia e Florida. Fu poi pubblicata come Hibiscus coccineus da Walter nel 1788. Ci porta più a sud Muenchhusia grandiflora: è infatti nativa degli Stati Uniti sud‑orientali, dal Texas alla Florida meridionale, e si spinge anche a Cuba. È il gigante del gruppo; anche se solitamente raggiunge un’altezza di circa due metri, sono noti esemplari che superano i quattro metri. Tende a lignificare e ad acquisire un portamento arbustivo. Ha grandi foglie cordate e vellutate e fiori da bianchi a rosa, con un occhio porpora, dal diametro fino a 15 cm. Fu pubblicata per la prima volta nel 1803 da André Michaux, che probabilmente fu anche il primo raccoglitore, durante una delle sue spedizioni tra Stati Uniti meridionali e Cuba, tra il 1787 e il 1796. Veniamo infine all’ultima specie, che è anche la più rara: Muenchhusia dasycalyx. È infatti limitata a tre popolazioni che vivono in luoghi stagionalmente inondati lungo il Neches River, l’Angelina River e il Trinity River, nell’Angelina County, nel Texas orientale. Fu scoperta nel 1955 da Sidney Fay Blake e Ivan Shiller, che la pubblicarono nel 1958 come Hibiscus dasycalyx. Gli hardy hibiscus, una storia di ibridazioni Ma c’è ancora una storia da raccontare, forse la più affascinante. Gli ibischi erbacei perenni che coltiviamo nei nostri giardini, gli hardy hibiscus, come li chiamano negli Stati Uniti, con la sola eccezione di M. coccinea, per lo più non sono specie ma ibridi. Tutto iniziò verso la metà degli anni ’50 del Novecento. Fino ad allora le quattro specie note (come abbiamo visto, M. dasycalyx non era ancora stata scoperta) erano sì apprezzate, e talvolta anche coltivate, ma erano essenzialmente considerate adatte a giardini un po' selvaggi, con le giuste condizioni di umidità; sono infatti piante da palude dal portamento un po' disordinato, con fiori grandi, ma non enormi, che durano solo un giorno e sono prodotti in modo discontinuo. Nonostante questi limiti, avevano destato qualche interesse tra i vivaisti nordamericani, che ne avevano selezionate alcune varietà, soprattutto di H. moscheutos (da questo momento userò i nomi d'epoca), che come abbiamo visto è una specie estremamente variabile. Ma il primo a prenderli veramente sul serio fu Robert Darby, un vivaista e ibridatore del Maryland. Il suo obiettivo era ottenere un ibisco con petali rossi, come H. coccineus, ma con fiori a coppa come H. moscheutos. Cominciò così a ibridare tra loro quattro specie: appunto H. coccineus, H. moscheutos, H. palustris (oggi sinonimizzato con H. moscheutos) e H. militaris (oggi sinonimizzato con H. laevis). Il suo primo successo, intorno al 1955, fu ‘Lord Baltimore’, una varietà spettacolare che, a settant'anni di distanza, è tuttora coltivata: una pianta grande e vigorosa, con fiori di dimensioni enormi (25 cm di diametro), setose corolle rosso cremisi, dai petali arricciati; la fioritura è copiosa e continua, capace di protrarsi da metà estate all'autunno. Con ‘Lord Baltimore’ nasce il primo ibisco palustre moderno: non più una curiosità botanica, ma una pianta ornamentale vera e propria. Fu l'inizio di una rivoluzione; anche se questa varietà è semisterile (secondo Darby, produce una proporzione di semi vitali di 1 su 250), fu la base per ulteriori creazioni di Darby, le più note delle quali sono ‘Lady Baltimore’ (1978), con petali arricciati rosa medio e una macchia cremisi alla gola, e ‘Anne Arundel’ (1982), rosa vivo. Se Darby rappresenta la fase artigianale e pionieristica, la seconda tappa ci porta in Giappone. Qui negli anni ’60 gli ibridatori della grande compagnia sementiera Sakata iniziarono a incrociare gli ibischi ibridi americani, producendo varietà come ‘Southern Belle’, con fiori bianchi sfumati di rosa e gola cremisi, e ‘Dixie Belle’, bianco con centro rosso. Il vero successo arrivò negli anni ’70 con la prima vera serie di ibischi rustici, Disco Belle, con fiori quasi piatti, disponibili in molti colori; con essa, gli ibischi ibridi smettono di essere piante da collezionisti e diventano un prodotto vivaistico standardizzato, riproducibile da seme: è la nascita dell’ibrido “industriale”. Tra fine degli anni ’80 e gli anni ’90, la storia degli ibischi ibridi riattraversa l’oceano e ci porta a Lincoln, in Nebraska, nel vivaio dei fratelli Fleming. Specializzati in piante perenni all’insegna del motto bigger, bolder, better, si erano fatti un nome nel vivaismo statunitense come ibridatori di Dianthus, Veronica e Lagerstroemia. Anche se già nei loro cataloghi degli anni ’50 compaiono alcuni ibischi, questi divennero il loro prodotto di punta a partire dagli anni ’90. I Fleming non cercavano solo fiori più grandi: cercavano piante che fossero spettacolo puro, con fogliame decorativo e una presenza scenica che nessun ibisco palustre aveva mai avuto. La più famosa delle loro creazioni è probabilmente ‘Copper King’, con enormi fiori rosa chiaro dalla gola e fogliame bronzeo finemente lobato. Negli anni 2000 gli ibischi dai fiori grandi come un piatto sono ormai un successo internazionale (è anche il periodo in cui cominciano ad essere ampiamente coltivati pure da noi, persino nelle aiuole comunali); la loro storia però non è più quella di vivaisti visionari e sperimentatori, ma dei centri di ricerca universitari, come quello del Texas, dei vivai specializzati in vasti programmi di ibridazione come Walters Gardens e delle major come Proven Winners. È il momento in cui gli ibischi palustri diventano una categoria vivaistica globale, sostenuta da programmi di ibridazione sistematici e da marchi internazionali. Emblema di questa fase è la serie Summerific, creata da Walters Gardens e commercializzata da Proven Winners, caratterizzata da forme compatte, lunga fioritura, adattabilità e facilità di coltivazione, con fogliame spesso scuro e fiori in un’ampia gamma di colori. Dopo settant’anni di incroci, selezioni e rivoluzioni estetiche, non resta che abituarci al nuovo nome botanico ufficiale: Muenchhusia × hybrida. Una storia che parte dalle paludi, passa per gli orti botanici europei, e arriva ai cataloghi internazionali, con centinaia e centinaia di ibridi.
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
September 2026
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