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La nascita del genere Jarava si basa su un equivoco editoriale: un frontespizio costruito ad arte per eludere la censura, che attribuì al "medico e filosofo" Juan de Jarava un ruolo autoriale che non aveva avuto. Ruiz e Pavón, in buona fede, credettero di dedicarlo all’autore del primo erbario illustrato in castigliano. In realtà Jarava fu soltanto il traduttore del traduttore, una figura quasi invisibile del sistema librario fiammingo. Ripercorrere le sue opere non serve tanto a ricostruire una biografia, quanto a illuminare il funzionamento dell’editoria divulgativa nelle Fiandre spagnole: un mondo fatto di adattamenti, riusi di materiali, strategie per aggirare i controlli e far circolare testi che volevano essere utili, vendibili e compatibili con le regole di un tempo difficile. Persona reale o pseudonimo? Al rientro dalla spedizione in Perù e in Cile, Hipolito Ruiz e José Antonio Pavòn portavano con sé un'immensa mole di piante ignote alla scienza, da classificare e pubblicare, molte delle quali assegnabili a nuovi generi. Nacque così il progetto, al quale certo non fu estraneo Casimiro Gómez Ortega, di onorare le glorie iberiche attraverso le dediche dei generi celebrativi di Florae peruvianae et chilensis prodromus; si voleva così anche a cancellare l'onta della frase di Linneo che, inviando in Spagna l'allievo prediletto Loefling, aveva sentenziato che a una flora tanto ricca non corrispondeva un'altrettanta ricchezza di studi. Certo, spesso le dediche di Ruiz e Pavòn sono gesti cortigiani, intesi a ingraziarsi il politico di turno o l'establishment della medicina e della farmacologia di corte, ma non mancano i nomi illustri del passato, a costituire una sorte di pantheon iberico. Rientrano in questa categoria i primi tre generi dell'opera: Acosta, Jarava e Columellia. Di Columella, autore latino ma nato a Gades, l'odierna Cadice, ho detto in questo post; Acosta rende omaggio non al più noto Cristóvão da Costa, medico a Goa e autore diTractado de las drogas y medicinas de las Indias Orientales, bensì al gesuita José de Acosta (1539 - 1600) che fu missionario nel Vicereame del Perù, fece raccolte di oggetti naturali e scrisse Historia natural y moral de las Indias; purtroppo il genere non è più accettato. Oscuro e poco noto è invece Juan de Jarava, talmente oscuro che, come vedremo più avanti, c'è anche chi dubita della sua reale esistenza. Ruiz e Pavon lo definiscono "medico e filosofo" e lo ricordano come autore di un erbario in spagnolo tratto da Dioscoride e pubblicato a Anversa nel 1557. Di Juan de Jarava non conosciamo né il luogo né le date di nascita e di morte. A testimoniare la sua attività sono una serie di libri, tutti pubblicati inizialmente ad Anversa presso vari editori, tra il 1544 e il 1557, in alcuni casi con riedizioni spagnole. L'unico spiraglio sulla sua vita è la lettera dedicatoria premessa alla traduzione spagnola dei Paradoxa stoicorum e del Somnium Scipionis, pubblicata a Anversa nel 1549. Egli si rivolge a Fernando Jarava, "peritissimo nelle sacre scritture, cappellano degnissimo dell'illustrissima Leonor, regina dei Francesi, e suo zio (patruus)". Racconta poi, che dopo aver trascorso più o meno sei anni nella "fiorentissima accademia di Lovanio, più nell'ozio che nel negozio", pensò a quale studio dedicarsi "a vantaggio di me stesso e degli altri", giungendo alla conclusione che il modo migliore era pubblicare traduzioni in lingua volgare; scelse quindi le due opere di Cicerone e decise di dedicarle a Fernando Jarava, perché a lui doveva tutto: l'educazione, lo studio, la buona disposizione dell'animo. Neppure di Fernando (o Hernando Jarava) possediamo molte notizie che vadano oltre quelle desumibili dalle pubblicazioni, traduzioni in spagnolo di testi devozionali di derivazione biblica, uscite ad Anversa tra il 1543 e il 1556; in una di esse, egli dichiara che la sua traduzione obbedisce a un desiderio della sua patrona. Leonor d'Asburgo, sorella maggiore di Carlo V, fu la seconda moglie di Francesco I e come tale regina di Francia tra il 1531 e il 1547. Solo nel 1548, rimasta vedova, lasciò la Francia per stabilirsi presso la corte del fratello a Bruxelles, dove sarebbe rimasta fino al 1555, quando, dopo l'abdicazione dell'imperatore, decise di accompagnarlo in Spagna. Quando pubblicò le sue opere degli anni '40, come cappellano della regina, Hernando Jarava doveva far parte del suo seguito in Francia, ma ciò non esclude un'assidua frequentazione delle Fiandre, di cui Maria d'Ungheria, l'altra sorella di Carlo, legatissima a Leonor, era governatrice. Poté dunque seguire la formazione del nipote, che potrebbe essere arrivato a Lovanio dalla Spagna nel 1542 o nel 1543. Sempre che patruus suus, l'espressione con cui Juan si rivolge a Fernando, significhi davvero zio. Il filologo Ignacio García Pinilla ha osservato che nel linguaggio degli umanisti cinquecenteschi essa potrebbe essere intesa come "suo mentore, suo maestro"; in tal modo, cadrebbe anche l'unica prova di un'esistenza reale di Juan de Jarava, che secondo García Pinilla ha una biografia tanto evanescente per il semplice motivo che non è mai esistito: sarebbe lo pseudonimo o il nom de plume di un altro umanista spagnolo attivo nelle Fiandre e formatosi a Lovanio, Francisco de Enzinas. Di diverso parere è Antonio González Bueno che, oltre a riscontrare incongruenze cronologiche che negano l'identità tra i due personaggi, mettendo a confronto le traduzioni del medesimo dialogo di Luciano di Enzinas e Jarava, ha dimostrato la profonda discrepanza di stile e intenti tra i due. Conclude infatti: "Juan de Jarava deve essere considerata una persona reale e non uno pseudonimo, o almeno non di Francisco de Enzinas". Un poligrafo spagnolo attivo nelle Fiandre È dunque il caso di tornare all’unica cosa certa: ai libri. Il nome di Juan de Jarava compare per la prima volta come autore sul frontespizio di Problemas, o Preguntas problemáticas, ansi de Amor, como Naturales, y a cerca del vino, pubblicato nel 1544 ad Anversa dall'editore Rutgerus Rescius (Rutger Ressen); amico ed editore di Erasmo, grecista, Rescius era anche professore di greco al Collegium Trilingue di Lovanio, di cui fu per breve tempo rettore. Si tratta della "fiorentissima accademia di Lovanio" citata da Jarava nella dedicatoria al patruus suus. Nel frontespizio egli si presenta da una parte come traduttore dal latino, dall'altra come medico: "tradotti nuovamente dal latino e compilati da molti autorevoli autori dal maestro Iuan de Iaraua medico". Che Jarava fosse medico non è mai stato messo in dubbio da nessuno, escluso ovviamente chi ne discute persino l'esistenza. Alla fine dell'Ottocento Felipe Picatoste si è spinto fino a considerarlo medico della regina Leonor. Eppure, non solo nei registri di nessuna università né spagnola né fiamminga risulta un laureato in medicina con questo nome (ma i registri sono lacunosi), ma soprattutto nella dedicatoria a Fernando Jarava egli non si presenta affatto come medico, ma come umanista dedito più all'ozio che al negozio. Anche se non è escluso che abbia seguito qualche corso di medicina a Lovanio, non è impossibile che il "maestro medico" sia una trovata commerciale di Rescius, per dare maggiore autorevolezza al suo nuovo autore. E sulla stessa strada lo seguiranno i successivi editori di Jarava, che d'ora in avanti in tutti i frontespizi comparirà sempre come medicus. L'opera prima di Jarava si inquadra in un filone molto in voga nel Cinquecento, quello dei Problemi. Ispirati ai Problemata, una raccolta di questioni scientifiche e filosofiche attribuite ad Aristotele, erano testi eterogenei, organizzati in forma di domande e risposte, che spaziavano dalla medicina alla filosofia naturale. Rivolti a un pubblico non specialistico, potevano includere anche parti ludiche. Nel genere si cimentarono spesso i medici-umanisti, ma Jarava si distingue da loro perché il suo ruolo non è quello di autore, ma di traduttore e compilatore. Il volume si apre con Problemas o Preguntas problemáticas, non un'opera originale come è stata considerata a lungo, ma la traduzione non dichiarata delle Quæstiones quædam naturales cum amatoriis problematibus XX dell'umanista aristotelico veneziano Niccolò Leonico Tomeo. Allo stesso Tomeo si rifanno Las Demandas de amor, mentre le due sezioni seguenti, Demandas naturales e Demandas acerca del vino contaminano Tomeo con altre fonti. A concludere il volume le traduzioni di un dialogo di Luciano e del Dialogus senis et iuvenis de Jacobus de Reno e il dialogo Coloquio de la moxca y de la hormiga, che contamina in forma dialogica una favola di Fedro con la tradizione favolistica medievale. Nella riedizione spagnola del 1546 si aggiungeranno la traduzione dell'Elogio della pulce e di altre operine dell'umanista ferrarese Celio Calcagnini. Insomma, l'opera prima di Jarava è un centone, una tipica opera di bottega, che cerca di raggiungere il pubblico più ampio possibile e non pretende certo nessuna originalità. Jarava stesso vi compare da una parte come traduttore, dall'altro come poligrafo, capace di passare con disinvoltura da un argomento all'altro, mantenendo sempre una certa pulizia di stile. Nel 1546 Jarava pubblica la sua opera forse più famosa, Philosophia natural, presso l'editore Martinus Nutius (Martin Nuyts), essendo Rescius morto l'anno prima. Al contrario di Rescius, Nutius non è legato all'ambiente umanistico di Lovanio; è nato e opera ad Anversa ed è specializzato soprattutto in libri in spagnolo, destinati sia al mercato delle Fiandre sia a quello iberico. Lo stesso anno pubblica due opere religiose di Hernando Jarava, Salmos penitenciales e Salmos graduales, e certamente non è una coincidenza: i due Jarava, siano zio e nipote o mentore e discepolo, si muovono negli stessi ambienti editoriali. Philosophia natural è l'evoluzione dei Problemas; è un'opera più organica, ma ha la stessa natura di centone divulgativo, basato integralmente su traduzioni e adattamenti, come è dichiarato fin dal titolo sterminato: La Philosophia natural brevemente tratada y con mucha diligencia compilada de Aristóteles, Plinio, Platón y otros graves autores por industria de maestro Juan de Jarava, médico. Libro por cierto muy provecoso y agradable a todos los ingeniosos y desseosos de saber los secretos y mysterios de la naturaleza, hasta agora nunca visto en lengua española. Aperto da un prologo che difende la necessità e l'utilità di conoscere la natura, si articola in quattro libri: il primo tratta la fisiologia, le cause naturali, il movimento, lo spazio, il tempo; il secondo il cielo, le sue sfere e gli elementi; il terzo le meteore e l'origine e le proprietà dei corsi d'acqua; il quarto i metalli e le pietre. E' di fatto un'epitome tratta dai tre autori citati nel titolo, con a margine puntuali rinvii ai passi citati; gli altri "graves auctores" si riducono fondamentalmente a Virgilio. L'opera dovette riscuotere un certo successo se nel 1557 a Venezia, presso Plinio Pietrasanta, ne uscì una versione italiana tradotta da Alfonso de Ulloa, seguita nel 1565 da una riedizione presso Andrea Ravenoldo. Un cambio di rotta, un'ecclissi e una ricomparsa Nel 1549 ritroviamo il nome di Juan de Jarava in due pubblicazioni di Johannes Steelsius di Anversa. La prima è un volume miscellaneo in cui, accanto a traduzioni di Cicerone e di Senofonte dell'umanista di Cadice Francisco de Támara, compaiono due sue traduzioni di testi ciceroniani: i Paradoxa stoicorum e il Somnium Scipionis. La seconda è una traduzione degli Apophthegmata di Erasmo. Due novità accomunano i due testi: entrambi abbandonano la divulgazione delle scienze naturali a favore della filosofia morale; entrambi sono preceduti da un'epistola dedicatoria, le traduzioni di Cicerone al patruus suus Hernando Jarava, quella di Erasmo a un grande di Spagna, il duca di Medina Luis Henriquez de Cabrera. Se ne trae l'impressione che, dopo aver lavorato come poligrafo e compilatore di centoni divulgativi, ora Juan de Jarava voglia riposizionarsi come traduttore di opere più elevate. Sotto questa luce, i sei anni dedicati più all'ozio che al negozio forse vanno riletti quasi come un'excusatio non petita, la dichiarazione allo zio e/o protettore di aver deciso di dedicarsi a cose più serie. Non fu così. Dopo il 1550 non ci sono più nuove opere di Hernando, presumibilmente morto attorno a quella data. E per sette anni nessun libro ci lascia una traccia di Juan. Possiamo solo ipotizzare che abbia continuato a lavorare nell'ambiente dei tipografi di Anversa, ma ora in uno dei tanti ruoli editoriali minori: correttore di bozze, revisore, traduttore anonimo. Poi nel 1557 esce il libro che gli ha guadagnato l'omaggio di Ruiz e Pavón: Historia de las yervas, y plantas sacada de Dioscoride Anazarbeo y otros insignes Autores, con los nombres Griegos, Latinos, y Españoles, traduzida nuevamente en Español por Juan Jarava Medico y Philosopho, con sus virtudes y propiedades, y el uso dellas, y juntamente con sus figuras pintadas al vivo. A pubblicarlo sono gli eredi di Arnold Birckman, ad Anversa, "presso la Gallina grassa". Il titolo farebbe pensare a una delle ennesime edizioni di Dioscoride, ma la vera natura del libro è rivelata da alcuni esemplari che conservano il frontespizio originale: Historia de yervas, y plantas, de Leonardo Fuchsio Aleman, docto varon en Medicina, con los nombres Griegos, Latinos, y Españoles. Traduzidos nuevamente en Español con sus virtudes y propriedades, y el uso dellas, y juntamente con sus figuras pintadas al vivo. Nel 1559, tutti i libri di Fuchs, come protestante, furono inclusi nell'Indice dei libri proibiti, e gli editori si affrettarono a cambiare il frontespizio. Si noti che in quello originale il nome di Juan de Jarava non compare affatto, e ciò ci fa pensare che la stessa sorte potrebbero aver subito altre sue traduzioni, uscite anonime presso questo o quell'editore di Anversa. In effetti, per il nostro "medico e filosofo" doveva essere un lavoro alimentare come tanti altri. I Birckmann, che erano i più importanti "editori capitalistici" di Anversa, nel 1549 avevano già pubblicato due edizioni di De historia stirpium commentarii insignes (un'opera molto ricercata e recentissima, essendo uscita in prima edizione a Basilea nel 1542), una con le sole figure senza commenti e l'altra con testo abbreviato in francese. L'edizione del 1557 curata da Jarava è semplicemente una traduzione spagnola di quest'ultima. Il suo unico lavoro "autorale" fu attribuire alle piante il corretto nome castigliano ed elaborare l'indice relativo. Dunque, il vero interesse del suo lavoro sta nella terminologia botanica utilizzata, attentamente studiata in un ampio saggio di José María López Piñero e María Luz López Terrada. Inoltre, benché non si tratti di un'opera originale, è pur sempre del primo erbario illustrato a stampa in lingua castigliana. Poaceae latino-americane Sono meriti forse minori, ma non insignificanti. Ed è bello che il gesto di Ruiz & Pavón abbia salvato dall'oblio il nome di Juan de Jarava, che altrimenti sarebbe rimasto confinato solo ai frontespizi di una manciata di libri. Mi pare un omaggio, oltre che a lui, ai tanti uomini - umanisti, poligrafi, traduttori - che lavoravano nell'editoria del Rinascimento e non hanno avuto neppure questo riconoscimento. Per completezza, vale la pena ricordare anche Iaravaea (Melastomataceae, sinonimo di Noterophila), genere non accettato che Scopoli introdusse senza alcuna motivazione esplicita. Poiché il nome compare nell’Introductio ad historiam naturalem (1777), il cui primo libro tratta pietre e minerali, è verosimile che il riferimento non fosse l’Historia de las yervas, di scarsa circolazione, ma la Philosophia natural nelle sue edizioni veneziane, che Scopoli poteva conoscere. Torniamo ora a Jarava Ruiz & Pav., un genere della famiglia Poaceae dalla vicenda tassonomica travagliata, e ancora instabile. I due botanici iberici gli assegnarono una sola specie, J. ichu, una graminacea molto comune negli altopiani delle Ande. I botanici successivi però non accettarono il loro genere, e la specie, a partire da Kunth, fu inclusa in Stipa. All'inizio del '900, il nome è stato recuperato per una sezione di Stipa, con circa nove specie sudamericane. Questa è stata la situazione per tutto il secolo, finché nei primi anni 2000 è stato nuovamente elevato a genere da Peñailillo, con l'assegnazione di una sessantina di specie. Un'iniziativa che, in mancanza di sufficienti evidenze molecolari, è stata definita da Jorge Chiapella "mettere il carro davanti al cavallo". Da allora ha subito dimagrimenti successivi, passando a una trentina di specie prima, a una decina poi, con lo studio dei botanici del Darwinion di Buenos Aires che ha fornito la prima analisi filogenetica, separando tra l'altro da Jarava il nuovo genere Pappostipa. Al momento attuale è il testo di riferimento, accettato dalla maggior parte della comunità botanica. Ma le acque, o meglio le piante degli altipiani, non sono affatto tranquille: nel 2024 Da-Li Fu ha proposto di far confluire in Jarava diversi generi della tribù Stipeae, portando il numero di specie a oltre 150. Mi atterrò per altro alla posizione prevalente, quella registrata anche dal data base di Kew Plants of the World on-line, con dodici specie accettate, tutte americane e distribuite tra il Golfo del Messico e la Patagonia. Le Jarava sono erbacee perenni cespitose, con lunghe foglie lineari, da cui emergono esili infiorescenze a pannocchia. A distinguerle da altri generi della tribù sono alcune caratteristiche dei fiori: arista non piumosa, la parte superiore del lemma con lunghi peli che formano un pappo apicale, parte superiore del lemma non inspessito e palea molto più corta del lemma. La specie più diffusa e rappresentativa è J. ichu, che cresce in vaste aree dal Messico all'Argentina settentrionale. E' un elemento caratteristico degli altopiani andini, soprattutto su suoli sabbiosi, pietrosi, aridi. Alta tra 60 e 180 cm, ha foglie rigide e erette e pannocchie bianco-argentee un poco incurvate che oscillano al vento. Localmente trova uso come foraggio, tetto delle case, combustibile e, mescolato ad argilla e sabbia, nell'impasto dell'adobe. La sua importanza per le popolazioni andine è testimoniata dal suo stesso nome, ichu, che in quechua significa "paglia". J. plumosa, forse più nota con il vecchio sinonimo Stipa papposa, è invece originaria del Sudamerica meridionale, dal sud del Brasile alla Patagonia. Di dimensioni molto variabili in base all'habitat, presenta culmi eretti e aree spighette bianche; molto decorativa, è stata introdotta in aree a clima mediterraneo, rivelando un forte potenziale invasivo. Si è naturalizzata tra l'altro in California, Spagna, Sudafrica e Australia. Trova impiego come ornamentale anche J. pseudoichu, una specie con distribuzione disgiunta in Colombia, Venezuela e Bolivia da una parte, Argentina dall'altra. Di dimensioni più contenute (fino a un metro), è caratterizzata da spighette troncate, tra crema e giallo paglia. Juan de Jarava ha dato loro un nome di sonorità particolare, che sembra adattarsi perfettamente a queste perenni resilienti, capaci di vivere nei terreni più aridi e di regalarsi una bellezza inaspettata al momento della fioritura.
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
September 2026
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