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Non fu un tassonomista “puro” a rivoluzionare la classificazione delle conifere, ma un giardiniere che scrisse un trattato proprio per offrire a chi le coltivava — come lui — uno strumento chiaro per riconoscerle. Così nacque il Traité général des conifères di Élie‑Abel Carrière, capo giardiniere del Jardin des Plantes di Parigi, l’opera in cui per la prima volta i pini vennero definitivamente separati da abeti, pecci, larici, cedri e tsughe. A ricordarlo non è una conifera, ma una salicacea dell’Estremo Oriente: Carrierea, omaggio di Franchet, che seppe vedere l’uomo saggio e generoso nascosto dietro la scorza quasi misantropa che Carrière amava esibire. Una rivoluzione tassonomica nata tra le aiuole Il rinnovato interesse per le conifere, inaugurato dall’opera monumentale di Lambert (A Description of the Genus Pinus) e alimentato dall’arrivo continuo di nuove specie dal Nord e Sud America, dall’Himalaya, dalla Cina, dal Giappone e dall’Australia, rese evidente la necessità di mettere ordine in un gruppo di piante che appariva insieme sempre più ricco e sempre più eterogeneo. Il primo tentativo organico in questa direzione fu Synopsis coniferarum di Stephan Endlicher (1847), in cui le conifere, sulla base di caratteri morfologici quali la struttura del seme, del cono e del fogliame, vennero classificate in cinque ordines (corrispondenti alle famiglie nella terminologia attuale): Cupressineae, Abetineae, Podocarpeae, Taxineae, Gnetaceae. Inoltre egli introdusse numerosi nuovi generi, tra cui Libocedrus, Sequoia, Widdringtonia, e trattò anche conifere fossili. L’opera di Endlicher fu il punto di partenza da cui mosse il francese Élie-Abel Carrière (1818–1896) per il suo Traité Général des Conifères; eppure, pur attenendosi rigorosamente agli ordines endlicheriani, rispettandone l’ordine di esposizione e spesso anche la struttura interna, le due opere non potrebbero essere più diverse. La sinossi di Endlicher è un repertorio conciso, in latino, destinato agli specialisti; il trattato di Carrière, scritto in francese, si rivolge invece a un pubblico ampio — orticoltori, giardinieri, amministratori di parchi, amatori e collezionisti — e tratta le conifere non come entità da classificare, ma come piante vive da osservare, distinguere e coltivare. L’occhio di Carrière non è quello del tassonomista, benché la correttezza della classificazione gli stia a cuore, ma quello dell’orticoltore. Per comprendere questa differenza di sguardo, è necessario conoscere meglio il personaggio e il percorso che lo condusse a concepire e scrivere il trattato che lo consacrò come massimo conoscitore delle conifere del suo tempo. Carrière nacque in un villaggio della Seine‑et‑Marne, in una famiglia contadina. Ricevette un’educazione rudimentale alla scuola comunale e, dopo aver lavorato fin dall'infanzia nei campi con i suoi familiare, a quattordici anni divenne ortolano. Trasferitosi a Parigi, dopo un periodo presso alcuni fiorai fu assunto al Muséum d’histoire naturelle come semplice operaio. Abile, curioso e instancabile, avanzò rapidamente fino a diventare giardiniere capo delle coltivazioni. Consapevole dei limiti della propria formazione, studiò da autodidatta scienze, latino e inglese. Dopo un breve incarico all’orto botanico di Saragozza, tornò al Muséum, dove il direttore dell’orto botanico, Joseph Decaisne, lo scelse come responsabile dei servizi di vivaio. Questo ruolo lo spinse, da un lato, a perfezionare le tecniche di moltiplicazione e ibridazione di piante spesso difficili e di recente introduzione; dall’altro, a studiare gruppi ancora poco noti. A una di queste novità dedicò il suo primo articolo, Greffe sur racines de pivoines en arbre, pubblicato sulla "Revue horticole", rivista di cui sarebbe diventato uno dei principali collaboratori e, dal 1866, redattore capo. Negli anni successivi scrisse di piante da aiuola, rose rifiorenti, tecniche colturali. Tra le piante di nuova introduzione che spesso era chiamato a moltiplicare e innestare c’erano le conifere: un gruppo al tempo stesso poco conosciuto e cruciale per il ripopolamento forestale, tema che gli stava particolarmente a cuore. Si accorse però presto che non solo mancavano testi francesi affidabili, ma anche le opere in latino, inglese o tedesco raramente rispondevano alle esigenze pratiche di chi le coltivava. Da questa constatazione nacque il progetto che sarebbe diventato il Traité Général des Conifères. Per prepararlo, Carrière lesse tutte le pubblicazioni disponibili, visitò collezioni ed erbari, e si spinse fino in Inghilterra — «il paese per eccellenza delle conifere» — per osservare dal vivo le specie descritte nei libri o segnalare quelle di cui «non trovavo traccia in alcun libro». Per mettere ordine nel caos, gli serviva un punto di partenza: lo trovò nella sinossi di Endlicher, non perché la ritenesse perfetta, ma perché era la più completa disponibile. Tuttavia, quell’opera poteva offrirgli solo una direzione, poiché — come scrisse — «il sapiente professore troppo spesso si limita ad elencare i sinonimi della specie che sta trattando senza aggiungere una descrizione, la sola che può permettere a chi coltiva le conifere di distinguere una specie dall’altra». Le descrizioni accurate, non solo delle specie ma anche delle varietà note, sono infatti uno dei punti di forza del trattato di Carrière, scritto da un giardiniere per giardinieri e arboricoltori come lui. Ma il Traité segnò anche una svolta nella tassonomia delle conifere, discostandosi dal sistema di Endlicher in due punti decisivi. Anzitutto, Carrière trasferì correttamente nelle Cupressaceae diversi generi che Endlicher aveva collocato nelle Abetineae (oggi Pinaceae). In secondo luogo — ed è la sua scelta più rivoluzionaria — ruppe la tradizione risalente a Linneo di raggruppare tutte le Abetineae nel genere Pinus, riconoscendo finalmente come generi autonomi e ben distinti Abies, Picea, Larix, Cedrus e Tsuga. Per separare Pinus dagli altri, adottò un criterio tanto semplice quanto fondato morfologicamente: da una parte le specie con aghi singoli, dall’altra i veri pini, caratterizzati da foglie riunite in fascetti di almeno due. Il Traité Général des Conifères, pubblicato in prima edizione nel 1855, segnò una svolta nello studio delle conifere e rese noto a tutti il nome del fino ad allora oscuro capo del vivaio del Jardin des Plantes. Carrière, da parte sua, continuò a essere attivissimo: pubblicò una guida alle tecniche di riproduzione (Guide pratique du jardinier multiplicateur, 1856), articoli sulla germinazione del grano e sugli innesti, revisioni dei generi Diervilla e Yucca, oltre a contributi più teorici sul concetto stesso di specie. In quegli anni, Decaisne stava preparando una pubblicazione sulle piante da frutto coltivate all’orto botanico parigino e chiese a Carrière di studiare i peschi. Si aprì così per il giardiniere‑botanico un capitolo nuovo, che lo portò a occuparsi anche di altri alberi da frutto e a esplorare temi come il dimorfismo sessuale e la variabilità dei colori dei fiori. Fu in questo contesto che avvenne un episodio che ai nostri occhi può sembrare marginale, ma che per Carrière ebbe la forza di un cataclisma. La sua relazione con Decaisne, improntata alla stima reciproca, era cordiale, se non amichevole. Tra le piante di nuova introduzione coltivate al Jardin des Plantes c’erano alcuni kaki appena giunti dal Giappone: Carrière riteneva si trattasse di una specie non ancora descritta, mentre Decaisne propendeva per identificarla con Diospyros schi‑tse di Bunge. Quando Decaisne pubblicò le sue conclusioni sul "Gardener’s Chronicle", criticando il suo capo giardiniere, Carrière lo visse come un affronto personale e rispose sulla "Revue horticole", difendendo il proprio punto di vista, pubblicando la specie come D. costata e denunciando i modi scorretti del suo superiore verso i sottoposti. L’atmosfera al Muséum divenne presto irrespirabile, finché Carrière scelse il pensionamento. Proprio a ridosso dell’increscioso incidente uscì la seconda edizione del Traité (1867); un segnale eloquente del mutato clima è l’assenza di qualsiasi dedica, laddove la prima edizione era stata offerta proprio a Decaisne. Non si tratta di una semplice ristampa, ma di un'edizione ampliata, resa necessaria da una parte dai nuovi arrivi avvenuti nel frattempo, dall'altra dalla pubblicazione di varie opere sulle conifere, stimolata dal trattato stesso. Nella prefazione, egli lo spiega lucidamente, in termini quasi filosofici: "Niente, in natura, è assolutamente stabile; al contrario, tutto si muove e si modifica costantemente. Conseguenza fatale, nessun lavoro può essere perfetto e quando è finito, dopo pochi giorni, anzi addirittura quando ha appena iniziato, l'autore si accorge che dovrebbe già fare qualche modifica. Dunque la nuova edizione di un libro non può mai essere simile a quella precedente. Nelle scienze non andare avanti è tornare indietro." E nella chiusa, pur sicuro della serietà del proprio metodo di lavoro e della completezza dei risultati, lo ribadirà: "Questo significa che questo libro è perfetto e va considerato come l'ultima parola della scienza? Certamente no, e da questo punto di vista mi faccio meno illusioni di molti altri. Tuttavia osa dire che è completo nella misura in cui lo permettono le conoscenze che possediamo oggi sull'argomento; domani forse potrò esprimermi in modo diverso". Tra le due edizioni l’impianto rimane invariato, ma numerose sono le aggiunte: nuovi generi, nuove specie e varietà di nuova introduzione. L’incremento più significativo riguarda le molte specie di Pinus scoperte in Messico da Roezl, a proposito delle quali Carrière non manca di polemizzare con il botanico inglese George Gordon, autore di The Pinetum, mostrando una sicurezza di sé e una vis polemica del tutto assenti dodici anni prima. Il pensionamento non mise fine alla sua attività: al contrario, Carrière moltiplicò il suo impegno come capo redattore della "Revue horticole". Come giornalista era onnipresente in esposizioni, concorsi, giurie; continuava a scrivere con prodigiosa regolarità, affrontando anche temi per lui nuovi — i vitigni, l’origine delle specie coltivate, e ancora le piante da frutto, in particolare i meli ornamentali. Scrisse persino di filosofia, forse per trovare un contrappeso interiore a una vita che non lo aveva risparmiato. Già vedovo di una prima moglie morta in giovane età, si era risposato e dalla seconda ebbe due gemelle: una la perse subito, l’altra, che era la sua gioia e la sua consolazione, morì a otto anni. A funestare la sua vecchiaia sopraggiunse una malattia dolorosissima che per sette anni lo relegò nella stanza da letto. Infine, la morte della seconda moglie, che precedette di poco la sua, nell’agosto del 1896. Édouard François André, suo più stretto collaboratore alla "Revue horticole" e autore del necrologio, lo ricordò come un uomo che visse “cercando ardentemente la verità e facendo il bene”. E, accostandolo a Pierre‑Antoine Poiteau per le origini familiari, il dispiegarsi dell’intelligenza, il lavoro incessante, i servizi resi alla scienza, la dirittura di carattere e il disprezzo per le vanità mondane, concluse: “Uomini siffatti onorano l’umanità e la scienza che hanno scelto”. Una delicata dedica commemorativa Il lascito più importante di Carrière resta naturalmente il suo Traité général des conifères, che rimase l’opera di riferimento per quasi mezzo secolo. La tassonomia botanica, invece, fu piuttosto avara nei suoi confronti: meno di una decina le specie che portano l’eponimo carrierei, solo due delle quali oggi considerate valide, Cinnamomum carrierei e Tillandsia carrierei, quest’ultima un omaggio dello stesso André. Ma a restituirci davvero il posto che Carrière occupò nel cuore di coloro che lo conobbero, lavorarono al suo fianco e lo stimarono come giardiniere, botanico e soprattutto essere umano, valgono più di tutto le parole di Adrien René Franchet. I due avevano condiviso gli stessi anni al Muséum: l’uno nel suo ufficio a classificare piante, l’altro nel vivaio, in giardino e nelle serre a moltiplicarle e coltivarle; entrambi, ciascuno a suo modo, a studiarle, conoscerle e amarle. Nel dedicargli il genere Carrierea, egli infatti scrisse: "Da Linneo in poi è uso costante dei botanici attribuire a un vegetale il nome di un uomo che, poco o tanto, ha contribuito all'avanzamento della conoscenza delle piante. Se è una persona ancora viva, spesso si tratta di una testimonianza speciale per viaggi pericolosi, ricerche laboriose, scoperte che segnano la scienza; se è morto, è la suprema consacrazione che deve conservare nella botanica il ricordo di un'intera vita di lavoro. Questo il pensiero di Linneo. Ed è proprio il caso di Carrière [...]. E' stato un orticoltore abile tra tutti, uno sperimentatore di profonda sagacia, un introduttore convinto di tutto ciò che poteva veramente contribuire all'utilità e all'ornamento dei giardini e al futuro delle foreste. E' stato anche, e questo può sorprende chi lo conosceva solo dai suoi libri, un profondo pensatore, oserei dire un filosofo, che seppe dare al suo pensiero una forma forse bizzarra ma senza dubbio sorprendente, che molti scrittori avrebbero potuto invidiargli. Sono titoli sufficienti, io credo, a meritargli il modesto onore di avere il suo nome conservato nell'immenso repertorio in cui sono registrati i nomi delle piante". Viene ovviamente dall’Estremo Oriente il genere Carrierea Franch., famiglia Salicaceae. I semi della specie tipo, C. calycina, furono inviati al Jardin des Plantes da padre Farges, che li raccolse nel Sichuan, nei boschi d’altura intorno ai 1400 metri; il primo esemplare fiorì nell'orto botanico parigino nel 1894. Oggi il genere comprende quattro specie di alberi, distribuite tra Cina e Vietnam. La maggior parte sono decidue, mentre C. leyensis, di recentissima scoperta, è sempreverde. Piuttosto rare, vivono nelle foreste montane umide, tra 1.000 e 2.500 metri, spesso in zone ombrose e ricche d’acqua. Piante di media grandezza, hanno portamento slanciato ed elegante, con rami sottili e una chioma leggera. Le foglie, rette da un lungo picciolo, sono semplici, alterne, ovate o ellittiche, con margine intero o appena dentellato, e tre evidenti nervature che partono dalla base. Dioiche, hanno fiori unisessuali riuniti in infiorescenze che, pur non essendo vistose, hanno una grazia sottile: molto profumati, sono privi di petali, ma hanno cinque grandi sepali bianchi o verdastri di consistenza papiracea con una plica laterale. I fiori maschili, ricchi di stami, sono più appariscenti; quelli femminili, con ovario allungato e molti staminoidi, più discreti. La fioritura avviene in primavera, spesso prima della completa espansione delle foglie. Il frutto è una capsula allungata che in C. calycina ricorda un corno; da qui il nome cinese mandarino shan yang jiao shu shu, "albero del corno di capra". I semi sono muniti di una cospicua ala papiracea che ne facilita la dispersione a opera del vento. Sono piante dal fascino discreto, legate agli ambienti montani umidi — la loro presenza è spesso indicatrice di foreste ben conservate. Benché almeno C. calycina e C. dunniana siano state introdotte in Europa e siano presenti in qualche orto botanico, non si sono mai affermate nei circuiti commerciali. Ma forse proprio questa presenza quasi inavvertibile ne fa un omaggio perfetto per Carrière, che spesso nascondeva la sua vera personalità dietro modi arcigni, quasi da misantropo.
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