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Forse un giorno, magari in Puglia, vi siete imbattuti in un prato colmo di papaveri dai fiori rosso‑aranciati che ondeggiavano al vento. Uno spettacolo mozzafiato. Solo che non erano papaveri, ma Roemeria. Niente paura: la confusione è più che comprensibile. Per almeno due secoli anche i botanici hanno faticato a distinguerli, e per fare finalmente chiarezza è stato necessario ricorrere all’analisi del DNA. Così è risorto a nuova vita il genere Roemeria, che celebra il mite, modesto e prudente medico e botanico svizzero Jacob Römer: un uomo che negli ultimi anni della sua vita conobbe una sorprendente seconda giovinezza scientifica come coautore della monumentale quarta edizione del Systema vegetabilium, scritta a quattro mani con Josef August Schultes. Un botanico prudente diventato tassonomista… non per caso Strano destino, quello del botanico svizzero Jacob Römer (1763 -1819). I contemporanei lo descrivono come un uomo mite, modesto, posato, prudente: uno che non pubblicava nulla senza averlo verificato di persona, uno che preferiva la solidità alla brillantezza, la continuità all’impeto. Eppure, all’inizio come alla fine della sua carriera scientifica, si trovò a far coppia con colleghi dal temperamento opposto: in gioventù con il fervente e impegnato Paul Usteri, in vecchiaia con il vulcanico Josef August Schultes. Almeno nel secondo caso, con risultati straordinari. Römer nacque a Zurigo in una famiglia di modesti mezzi, che tuttavia poté garantirgli buoni studi, nei quali dimostrò diligenza, ottima memoria e una naturale propensione per le lingue classiche. Tra i suoi insegnanti vi fu Johann Heinrich Füssli, che lo spinse a interessarsi di entomologia e botanica. Tuttavia il padre voleva farne un commerciante e, a tal fine, nel 1780 lo inviò a Bergamo come apprendista presso uno zio. Vi rimase tre anni, apprendendo alla perfezione l’italiano, ma comprendendo anche una volta per tutte che la sua vocazione era un’altra. Grazie alla mediazione del prozio e padrino Johann Jakob Bodmer, noto esponente dell’Illuminismo svizzero, il padre gli permise di iniziare gli studi di medicina. Nel 1784 si spostò quindi all’Università di Gottinga, dove strinse amicizia con il concittadino Paul Usteri. Avevano entrambi vent’anni e li univa una fervida passione per la botanica; così, come ho già raccontato in questo post, nel pieno dell’entusiasmo giovanile, nel 1787 vararono il "Magazin für die Botanik". L’impresa comune durò tre anni, finché nel 1790 Römer si dimise e Usteri continuò la pubblicazione da solo. Forse la scelta di Römer fu determinata dalle pressioni della vita adulta: nel 1786 si era laureato con una tesi di argomento ginecologico, quindi era tornato a Zurigo, si era sposato e aveva avviato una carriera medica alla quale, sempre a corto di soldi, affiancava traduzioni, recensioni e scritti di varia natura. Ma forse — senza che la rottura sia mai stata esplicitata da nessuno dei due — ormai li dividevano anche questioni caratteriali e di metodo. Neppure Römer aveva infatti abbandonato l’idea di una rivista di botanica in lingua tedesca che affiancasse pubblicazioni originali, estratti di altre opere, recensioni e notizie, secondo il modello del "Magazin für die Botanik". Nel 1794 pubblicò "Neues Magazin für die Botanik", di cui uscì una sola annata, seguito da "Archiv für die Botanik" (1796–1805), in nove volumi complessivi. Nel 1789 aveva poi pubblicato la sua prima monografia, Genera insectorum Linnaei et Fabricii iconibus illustrata, di argomento entomologico. Divenuto medico dell’ospedale cittadino, Römer insegnò anche nell’istituto medico-chirurgico di Zurigo. Durante gli anni rivoluzionari (1799–1803), tuttavia, si dimise dal corpo docente, per assumere nuovamente la cattedra solo nel 1804, quando l’istituzione divenne istituto cantonale. Lontano dall’impegno politico diretto di Usteri, non era però disimpegnato: preferiva piuttosto dimostrare il suo impegno civico nei fatti. Nel 1798, su richiesta del comune, assunse la gestione dell’ospedale militare e fu nominato membro del Consiglio Medico. Nel 1800, la Società Scientifica Svizzera gli affidò la direzione dell’orto botanico: di fatto, si trattava di ricostruirlo dopo la distruzione causata dalle truppe di Suvorov nel 1799. Römer, che nel frattempo era entrato a far parte di numerose società scientifiche e aveva stretto contatti epistolari con colleghi di tutta Europa, grazie a queste relazioni poté ricreare rapidamente le collezioni. Era inoltre attivamente impegnato nella traduzione e nella divulgazione della letteratura botanica: gli si devono, tra l’altro, le versioni tedesche della Flora Britannica di James Edward Smith e della Théorie élémentaire de la botanique di de Candolle. Scrisse ampiamente anche di medicina e pubblicò un’opera zoologica dedicata ai mammiferi svizzeri. In campo botanico, la sua opera principale di questi anni è Flora europaea inchoata, che si proponeva come un’opera illustrata sulla flora spontanea europea, di costo contenuto accessibile a un pubblico ampio. Era articolata in fascicoli, ciascuno dei quali conteneva la descrizione latina di otto piante, preceduta da un’illustrazione di buona qualità: per ogni specie venivano indicati la classificazione nel sistema linneano, i caratteri generici e specifici, la distribuzione geografica, una descrizione sintetica, eventuali osservazioni e riferimenti bibliografici. Tra il 1797 e il 1811 Römer ne pubblicò quattordici fascicoli, per un totale di 112 piante, finché la pubblicazione venne sospesa, presumibilmente per la scarsità di adesioni. Si tratta sostanzialmente di un’opera compilatoria, con le descrizioni riprese per lo più da altri autori. L’unico merito che Römer si attribuiva era di averli scelti con cura. Egli sarebbe forse rimasto un buon divulgatore più che uno studioso originale, se intorno al 1811, in uno dei suoi viaggi europei, Josef August Schultes non fosse capitato a Zurigo, forse proprio con l’intenzione di incontrarlo. Da quell’incontro, e dalla corrispondenza che ne seguì, nacque l’idea di pubblicare una nuova edizione di Systema vegetabilium, dopo quella curata da Persoon nell’ormai lontano 1797. Nel frattempo i nuovi arrivi si erano moltiplicati, e un semplice aggiornamento come quelli di Murray e Persoon non era più sufficiente: si prospettava dunque un’impresa titanica. La prudenza metodica di Römer e la febbre tassonomica di Schultes si rivelarono una combinazione perfetta: l’uno portava ordine, bibliografia, verifica; l’altro energia, velocità, una capacità quasi vulcanica di produrre diagnosi. Eppure Römer — sebbene nel 1813 si fosse manifestata una grave malattia cardiaca, che andò rapidamente aggravandosi — si gettò nell’impresa con un entusiasmo inaspettato. Forse sapeva che il tempo era poco, e proprio per questo lavorò come non aveva mai fatto prima. Tra il 1817 e il 1819 uscirono in rapida successione i primi quattro volumi, per un totale di oltre duemila specie di nuova denominazione. Tuttavia Römer morì all’inizio del 1819; Schultes provvide alla pubblicazione del quarto volume, scritto ancora a quattro mani, e al completamento del quinto, uscito nel 1820. Poi, come ho raccontato in questo post, i tempi si dilatarono e in dieci anni, nonostante l’aiuto del figlio, riuscì a pubblicare solo altri tre volumi. Segno che il defunto aveva avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Fondamentale per la riuscita dell’impresa, proprio come per la ricostruzione dell’orto botanico di Zurigo, fu la sua rete di contatti, che garantì l’invio di un gran numero di esemplari tipo. Römer lasciò ai contemporanei la reputazione di uno studioso di estremo rigore e ai posteri, oltre alla partecipazione a questa pietra miliare della tassonomia, un eccezionale erbario di circa 14.000 esemplari, oggi custodito al British Museum, dove è giunto nel 1877 come parte della collezione Shuttleworth. Un papavero che non è un papavero La reputazione internazionale di Römer è testimoniata anzitutto dalla sua ammissione a numerose società scientifiche, non solo in Svizzera e nell’area germanica, ma anche in Italia e in Svezia: già nel 1793 fu accolto come membro dell’Accademia delle scienze di Stoccolma. Un secondo indicatore è costituito dalle dediche multiple che gli furono tributate: quattro generi Roemeria e un genere Roemera. Colpisce, con un’unica eccezione, l’assenza di motivazioni esplicite: un silenzio eloquente, che suggerisce come Römer fosse figura ben nota e rispettata nell’ambiente botanico, pur senza occupare una posizione di assoluto rilievo tale da richiedere una dedica “argomentata”. Le tre dediche più antiche risalgono al periodo giovanile, quando Römer collaborava con Usteri, e provengono da botanici che pubblicavano sulle sue riviste. La prima in assoluto – e l’unica tuttora valida – fu proposta nel 1792 da Friedrich Kasimir Medikus negli "Annalen der Botanik", all’interno di un ampio studio sulle Papaveraceae. Due anni più tardi Conrad Moench dedicò una seconda Roemeria (oggi sinonimo di Amaranthus) nel catalogo dell’orto botanico di Marburgo, accompagnandola da una motivazione estremamente concisa: «In memoria dell’illustre Roemer, medico di Zurigo». La terza Roemeria, pubblicata nel 1798 e oggi sinonimo di Heeria, si deve a Carl Peter Thunberg, legato all’ambiente di Gottinga anche grazie alla sua amicizia con Murray; Thunberg aveva collaborato alle riviste di Usteri e fu con ogni probabilità lui a favorire l’ammissione di Römer all’Accademia delle scienze svedese. Diversa la logica che sembra guidare la dedica di Roemera (oggi sinonimo di Morisonia) da parte di Trattinick nel 1802, verosimilmente connessa all’attività di Römer come direttore dell’orto botanico di Zurigo. All’ultima fase della sua carriera, quella della collaborazione alla quarta edizione del Systema vegetabilium, risalgono invece le due dediche più tarde: la quarta Roemeria (oggi sinonimo di Diarrhena), pubblicata dagli stessi Römer e Schultes su indicazione di Francisco Antonio Zea, e la quinta (oggi sinonimo di Scaevola) proposta da Dennstedt. Particolarmente significativa la dedica di Zea – colombiano, ma direttore dell’orto botanico di Madrid tra il 1803 e il 1808 – che testimonia come la rete di relazioni di Römer si estendesse ormai anche alla penisola iberica. Torniamo a Roemeria Medik., la cui storia tassonomica è un caso esemplare dei mutamenti che stanno rivoluzionando le denominazioni botaniche in seguito al passaggio dalla determinazione morfologica a quella basata sul DNA. Nel 1792 Medikus separò il genere da Papaver sulla base della forma delle capsule, allungate e lineari anziché tondeggianti. Tuttavia la sua proposta fu quasi immediatamente respinta dalla comunità scientifica: già a partire da de Candolle Roemeria venne reintegrata in Papaver, ora come sottogenere, ora come sezione. Uno studio del 1987, ancora sulla base delle caratteristiche della fruttificazione, propose di rielevarlo a genere, assegnandogli due specie, R. hybrida e R. refracta. Quindi, all'inizio del nostro secolo le analisi molecolari dimostrarono la polifilia di Papaver, ovvero il fatto che le specie allora incluse nel genere non discendono tutte da un antenato comune; nel 2006 il genere Roemeria fu ristabilito formalmente, includendo le specie precedentemente assegnate a Papaver sezione Argemonidium. Oggi gli sono assegnate sedici specie, con un'ampia distribuzione boreale: dalla Macaronesia fino Himalaya attraverso il Mediterraneo e il Vicino Oriente. Decisivi nella ridefinizione recente del genere sono stati gli studi dei tassonomisti italiani, in particolare il lavoro di Banfi et al. (2022), che ha chiarito i confini di Roemeria e proposto le nuove combinazioni oggi accolte da gran parte della comunità scientifica. Quello di Roemeria è un caso da manuale perché sono numerosi i generi che, creati nell’Ottocento o addirittura in precedenza sulla base di minuscole differenze morfologiche, tornano oggi utili: etichette già pronte per accogliere i gruppi che le analisi molecolari dimostrano essere distinti. Al primo sguardo Roemeria si presenta indubbiamente come un papavero. Dei papaveri condivide i fusti esili, spesso pelosi, le foglie pennate e finemente dissette, i fiori solitari retti da lunghi peduncoli: papaverosi al 100%. Quattro petali coloratissimi, di consistenza quasi cartacea, spesso con una macchia nera alla base dei numerosissimi stami che formano una rosetta centrale attorno al pistillo. L’unica differenza evidente è la capsula, più stretta e allungata. Come molti papaveri mediterranei, le Roemeria sono annuali e condividono gli stessi ambienti: specie ruderali, xerofile, talvolta infestanti dei coltivi. Nella nostra flora sono presenti quattro specie, tutte ovviamente in precedenza — e fino a pochissimi anni fa — classificate come Papaver: Roemeria apula, R. argemone, R. hybrida e R. sicula. R. apula, il “papavero pugliese”, oltre che in Italia è presente nella penisola balcanica; è di notevole valore ornamentale per i grandi fiori da rossi ad aranciati, con una macchia nera all’unghia dei petali e stami nero‑blu. R. argemone è invece una specie euro‑mediterranea, con una distribuzione che va dalle Canarie al Nord Africa, all’Europa continentale e al Mediterraneo fino alla penisola anatolica. Vive spesso in terreni disturbati e, rispetto alla precedente, ha petali più stretti, rosso‑aranciati. R. hybrida (il nome deriva dall’antica convinzione che fosse un ibrido: Linneo la descrisse come Chelidonium hybridum) è la star del genere. Con una distribuzione che dalle Canarie arriva fino al Pakistan passando per il Mediterraneo e l’Asia centrale, si distingue per gli spettacolari fiori viola profondo; è talvolta coltivata nei giardini, anche se meriterebbe di esserlo molto di più. R. sicula è anch’essa una specie di ampia diffusione, dalle Canarie all’Himalaya passando per il Mediterraneo e la penisola arabica. La sua caratteristica più peculiare sono le capsule spinose. Arrivata con le coltivazioni di cereali in molte parti del mondo, è considerata un’infestante invasiva. Per completare il quadro, almeno una specie esclusiva dell’Asia: R. refracta, distribuita tra l’Anatolia e la Mongolia. Ha petali rosso scarlatto con una macchia nera alla base degli stami, talvolta circondata da un orlo bianco; ne esiste anche una forma alba. Come molte papaveracee contiene alcaloidi (reframina, reframidina e reframolina). È un’interessante pianta da giardino, sia per la rosetta di foglie finemente dissette, sia per le dimensioni e la vivacità del colore dei fiori. E, forse esagerando un po’, si potrebbe dire che come Römer negli ultimi anni della sua vita trovò una seconda giovinezza collaborando da pari a una delle opere più decisive della storia della tassonomia, così Roemeria, dopo quasi due secoli passati “travestita” da papavero, rinasce oggi come un genere ben definito, interessante, e sorprendentemente attuale: una piccola mediterranea pronta ad aggiungere colore ai nostri giardini sempre più assetati.
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
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