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Nel 1820, il medico ventiduenne Edwin James partecipa come botanico alla prima spedizione statunitense in cui militari e scienziati civili lavorano fianco a fianco. E' un modello per il momento ancora episodico, ma destinato a un grande futuro nella seconda metà del secolo, con le grandi spedizioni finanziate dallo Stato dopo il conflitto con il Messico. All'epoca, però, gli Stati Uniti non dispongono ancora di strutture capaci di valorizzare i pur notevoli risultati scientifici; così, per James dopo la spedizione non ci sarà una carriera nella botanica, ma un forte impegno civile che lo porterà, tra l'altro, a trasformare la sua casa - con grave rischio personale - in una stazione della "ferrovia sotterranea". Che a ricordarlo sia l'elusiva Jamesia, che fu il primo a raccogliere ma non pubblicò né segnalò, e che per decenni sfuggì alle raccolte, pur non essendo affatto una pianta rara, è un atto di giustizia poetica. Dalla botanica all'impegno civile La mattina del 13 luglio 1820, all’estremità orientale delle Montagne Rocciose, tre giovani si accingevano a scalare la cima più alta di quel tratto della catena, il Pikes Peak. Uno di loro era il medico, botanico e geologo Edwin James (1798–1861): aveva ventidue anni e, in cuor suo, si sentiva un piccolo Humboldt. Quando si era unito alla spedizione Long, nei propri bagagli aveva messo una copia del Personal Narrative of Travels to the Equinoctial Regions of the New Continent dello scienziato tedesco. La scalata si annunciava faticosa e a tratti impervia, ma, a differenza del Chimborazo, la natura non si mostrava con un volto sublime e terribile, ma ameno e lussureggiante. Niente páramos deserti, ma foreste di conifere e prati smaltati di fiori. Il secondo giorno, quando gli ardimentosi superarono il limite degli alberi, invece di sfidare una nebbia glaciale, il mal di montagna, l’epistassi e una cengia sospesa tra gli abissi, ai loro occhi si offrì un tappeto di piante alpine multicolori e un paesaggio di “stupefacente bellezza”. La vetta sembrava vicina e avevano sperato di raggiungerla in giornata, per poi rientrare entro sera al campo base. Ma presto si accorsero che era impossibile. D’altra parte, come convincersi a tornare indietro? Ovunque c’erano piante sconosciute da raccogliere, e la cima continuava a sembrare lì, a due passi. Così decisero di cogliere l’occasione e di trascorrere la notte nel primo luogo adatto, per continuare l’ascensione il giorno successivo. La natura amica non li abbandonò: l’indomani realizzarono il loro programma, il cammino rallentato solo dalla raccolta continua di esemplari interessanti. Furono i primi uomini bianchi a scalare una montagna statunitense superiore ai quattromila metri. Il Pikes Peak ne misura infatti 4302. I tre giovani alpinisti erano membri della spedizione diretta dal maggiore Stephen Harriman Long, che costituì la seconda parte della fallita Yellowstone Expedition. Decisa dal Congresso nel 1818, fu la prima missione statunitense a combinare obiettivi scientifici con un contesto ancora in gran parte militare. L’intento iniziale era costruire una serie di forti lungo il corso del Missouri fino alla confluenza con lo Yellowstone, per rendere più sicuro il commercio delle pellicce e contrastare la presenza britannica. Ma si voleva anche mappare il territorio e indagarne le risorse: così, accanto agli ingegneri militari e ai tipografi, per la prima volta furono reclutati geologi, botanici e zoologi con una formazione accademica. Faraonica, costosa e mal preparata — si parlò anche di corruzione — l’impresa si trasformò presto in un disastro. Nell’inverno del 1819, duecento dei circa millecento militari coinvolti morirono di scorbuto; le perdite civili, non registrate, furono probabilmente ancora più alte. La missione iniziale venne ridimensionata e, nel maggio 1820, il segretario di Stato ordinò a Long di abbandonare l’esplorazione del Missouri per dedicarsi alla mappatura del Platte River e raggiungerne le sorgenti, accompagnato da una scorta militare ridotta e dagli scienziati che avevano partecipato alla prima fase. Bisognava però reclutare un nuovo giornalista, che avrebbe stilato il resoconto ufficiale (quello precedente aveva dato le dimissioni) e un altro medico e botanico (il promettente botanico William Baldwin, già malato, era morto di tubercolosi e privazioni nei primi mesi della spedizione, nel 1819). Come giornalista venne scelto un militare, il capitano John R. Bell, come botanico il giovanissimo Edwin Jones. Figlio di un diacono, il più giovane di tredici tra fratelli e sorelle, questi era nato nel Vermont ed era cresciuto in una casa di legno tra le colline; dopo il college si era trasferito ad Albany, nello Stato di New York, per studiare medicina con un fratello maggiore. Qui assistette alle conferenze di Amos Eaton, che lo avvicinò alla geologia e alla botanica e lo mise in contatto con il quasi coetaneo John Torrey. Nel 1818, insieme allo stesso Eaton e al fratello, fu tra i soci fondatori del Troy Lyceum of Natural History, di cui l’anno successivo Torrey divenne socio corrispondente. Sotto questa egida pubblicò il suo primo lavoro, uno studio sulla geologia della regione del lago Champlain. Preparò inoltre una lista di circa cinquecento piante del Vermont, che avrebbe pubblicato nel 1821, al ritorno dalla spedizione Long. Non è noto come si sia giunti all’ingaggio di Edwin James, che all’epoca era un civile, non un militare. Un’ipotesi è che sia stato raccomandato dal capitano John Eatton Le Conte Jr. del genio militare, amico d’infanzia di Torrey. In ogni caso, nel febbraio 1820 James accettò l’incarico e alla fine di marzo raggiunse Pittisburg per unirsi al maggiore Long e al capitano Bell. Insieme si spostarono a St. Louis e, alla fine di maggio, raggiunsero il campo base della missione, l’Engineer Cantonment, nell’attuale Nebraska, dove li attendevano gli altri. Erano in tutto ventidue gli uomini che il 6 giugno lasciarono la base militare per dirigersi verso ovest. Long era l’ingegnere topografo e il cartografo, assistito dal luogotenente W. H. Swift; Bell, come già sappiamo, era il giornalista ufficiale. James aveva la duplice funzione di botanico e geologo, mentre gli zoologi erano Thomas Say (destinato a diventare il più celebre di tutti, salutato come "padre dell'entomologia e della concologia americana") e Titian Peale, che era anche illustratore; l’artista ufficiale, tuttavia, era Samuel Seymour. A completare il gruppo, un caporale, sei soldati semplici, cacciatori, guide e interpreti per le lingue native, lo spagnolo e il francese. C’erano cavalli per tutti gli uomini, cavalli da soma e muli per il cibo, le attrezzature, gli strumenti scientifici e gli esemplari raccolti. Piccolo e ben rodato, il gruppo si metteva in marcia ogni mattina alle cinque e percorrevano ogni giorno dalle 20 alle 30 miglia: un ritmo moderato che permetteva i rilievi e le raccolte scientifiche. Il gruppo attraversò le grandi pianure seguendo il corso del Platte River, poi del South Platte River, fino al Front Range delle Montagne rocciose. Era una stagione eccezionalmente calda e arida, e il maggiore ne trasse l'impressione che le grandi pianure non fossero adatte agli insediamenti umani e le definì "Grande deserto americano"; James però raccolse numerose piante ancora sconosciute e gli zoologi registrarono una fauna ricca e variegata. L'incontro più emozionante fu quello con una mandria di 10.000 bisonti. All'inizio di luglio, dopo aver attraversato il tormentato e fantastico paesaggio di guglie di arenaria, in seguito noto come Garden of Gods, gli esploratori si accamparono lungo Fountain Creek, in un'area particolarmente ricca di fauna. Proseguirono quindi verso sud lungo il Front Range, dove James fece ampie raccolte di piante alpine, tra cui Aquilegia coerulea, futuro simbolo vegetale del Colorado. Tra il 13 e il 15 luglio, come ho anticipato, con due compagni scalò il Pikes Peak. Quindi la spedizione si diresse verso sud-ovest, raggiungendo il fiume Arkansas; qui il gruppo si divise: alcuni uomini, tra cui lo zoologo Say, guidati da Bell, continuarono a risalire l'Arkansas, mentre gli altri, tra cui James, guidati da Long si diressero a sud est, lungo il Canadian River, che però identificarono erroneamente con il Red River. Fu la parte più difficile del viaggio; ormai il cibo scarseggiava e per nutrirsi bisognava cacciare cervi e bufali, di cui in quell'anno particolarmente caldo e arido non c'era abbondanza; così spesso bisognava accontentarsi di puzzole e tassi; i corsi d'acqua erano quasi asciutti o con acqua non potabile e si rimaneva senza bere anche per un'intera giornata. Tre uomini del gruppo di Bell disertarono, portando con sé il diario topografico di Swift e parte del diario di campo di Say. I due gruppi si ricongiunsero il 13 settembre a Fort Smith, in Arkansas, termine della spedizione, dopo aver percorso oltre 1500 miglia. Molti degli uomini erano malati o esausti. Tra di loro anche James, che contrasse la malaria e rientrò a Philadelphia solo nell'autunno del 1821. In collaborazione con Long - che aveva tale stima di lui da battezzare Edwin James Long uno dei suoi figli - e Say, James fu incaricato di scrivere il resoconto ufficiale della spedizione, lavoro che completò nel 1822 e fu pubblicato nel 1823 (Account of an Expedition from Pittsburgh to the Rocky Mountains). Subito dopo entrò nell'esercito e per una decina di anni servì come chirurgo militare in vari avamposti di frontiera nella regione dei Grandi laghi. Ebbe così modo di entrare in contatto con i nativi, in particolare con gli Ojibwe di cui imparò la lingua; con l'aiuto di John Tanner, catturato dagli Ojibwe da bambino e cresciuto in mezzo a loro, tradusse il Nuovo testamento in lingua ojibwe e aiutò Tanner a scrivere la sua storia, che divenne un bestseller tradotto in più lingue. A Bellevue in Nebraska fu sottoagente indiano dei Potowatomi e si occupò dell'organizzazione di scuole elementari. Nel 1833 lasciò l'esercito. Lo stesso anno fu ammesso all'American Philosophical Society, sulle cui Transaction già nel 1825 aveva pubblicato un catalogo delle piante raccolte durante la spedizione. Nel 1836 si stabilì come medico a Burlington (Iowa); a quattro miglia dalla città, viveva con la famiglia (si era sposato e aveva un figlio) in una grande casa, con annessa una fattoria, che divenne una stazione della cosiddetta "Ferrovia sotterranea", ovvero uno dei rifugi della rete di percorsi segreti usati dagli schiavi neri per raggiungere il Canada o gli "stati liberi" (quelli in cui la schiavitù era vietata). Per i fuggitivi allestì una stanza segreta nascosta dietro un camino e continuò ad aiutarli per tutta la vita, talvolta con grande rischio personale. James morì nel 1861, in seguito alle ferite riportate per essere stato schiacciato dalle ruote di un carro mentre caricava legna da ardere. Molti anni dopo, la Des Moines County Medical Society gli rese omaggio piantando intorno alla sua tomba nel Rock Spring Cemetery le aquilegie azzurre delle Montagne Rocciose di cui era stato lo scopritore. Un arbusto fiorito tra le rocce Quando Edwin James rientrò dalla spedizione Long, portava con sé non solo il peso dell’esperienza — la fatica, la fame, la sete, la malaria — ma soprattutto un’eredità botanica sorprendente. In pochi mesi aveva raccolto per la prima volta circa settecento specie delle grandi pianure e delle Montagne Rocciose, 140 delle quali nuove per la scienza. Egli ne diede un primo resoconto nel catalogo pubblicato nel 1825 sulle Transactions dell’American Philosophical Society, il primo tentativo sistematico di dare un volto vegetale a una regione ancora quasi sconosciuta. Egli stesso descrisse tredici specie nuove: oltre alla già citata Aquilegia coerulea, rimangono valide Geranium caespitosum, Pinus flexilis, Veronica plantaginea, Populus angustifolia. Altre sulla base dei suoi materiali vennero via via pubblicate da diversi botanici negli anni successivi. Alcune portano il suo nome: Paronychia jamesii, Cleome jamesii, Carex jamesii, Dalea jamesii, Pomaria jamesii, Frankenia jamesii, Oenothera jamesii, Penstemon jamesii, Eriogonum jamesii, Solanum jamesii. Molte di queste dediche vennero dal vecchio amico Torrey e da Asa Gray, che esaminarono le raccolte di James per la loro Flora of North America. Venne da loro l'omaggio più gradito, quello del genere Jamesia. Tra gli exsiccata di James, furono colpiti da un esemplare di un arbusto con foglie opposte e fiori bianchi cerosi; benché alquanto imperfetto, era sufficiente a riconoscervi un genere a sé con affinità con Philadelphus e Hydrangea; purtroppo il luogo di raccolta non era noto. Torrey e Gray scrivono: "Lungo il Platte River o il Canadian River, nei pressi delle Montagne Rocciose? I nostri esemplari furono raccolti dal dr. Edwin James durante la spedizione di Long, ma il luogo non è indicato. Probabilmente è raro o estremamente localizzato, visto che nessun altro botanico sembra averlo incontrato. Sembra appartenere a un genere ben distinto, al quale abbiamo dato questo nome in ricordo dei servizi scientifici del suo degno scopritore, il botanico e storico della spedizione del Maggiore Long alle Montagne Rocciose del 1820, che, durante quel viaggio, fece un'eccellente raccolta di piante nelle condizioni più sfavorevoli". Jamesia americana, in realtà, non è una specie rara; appartiene però a una flora che all’epoca era ancora largamente inesplorata, quella della fascia montana e submontana che dalle Montagne Rocciose si estende fino al Messico settentrionale. Per questo ci vollero ancora diversi anni prima che un altro botanico la incontrasse nuovamente. Nel 1846 Augustus Fendler la raccolse sulle rocce lungo il Santa Fé Creek; l’esemplare che inviò a Gray era perfetto, e grazie ad esso Jamesia poté essere finalmente descritta in modo completo, permettendo di correggere e integrare la diagnosi originaria, fondata sul materiale “estremamente imperfetto” raccolto da Edwin James, come scrive Gray in Plantae Fendlerianae (1849). Dopo un altro lungo intervallo, J. americana venne raccolta nuovamente da Parry nel 1861 lungo il Clear Creek in Colorado. Ancora nel 1875, scrivendone sul Curtis's, Joseph Dalton Hooker la riteneva "una pianta molto rara o assai locale". Come ho anticipato, non è esattamente così. Jamesia è uno dei cinque generi della famiglia Hydrangeaceae endemici del Nord America (gli altri sono Carpenteria, Fendlera, Fendlerella e Whipplea). È endemico dell’Ovest nordamericano e limitato alle regioni montane e submontane delle Montagne Rocciose meridionali e degli altipiani del Nuovo Messico; è rappresentato da due specie: Jamesia americana, con un areale relativamente ampio (Montagne rocciose meridionali, Sierra Nevada meridionale, California, New Mexico, Messico settentrionale) e J. tetrapetala, con un areale più ristretto (ambienti subalpini di Utah e Nevada). Sono arbusti eretti o espansi, spesso ramificati alla base, con corteccia brunastra che tende a sfaldarsi; foglie opposte, ovate o subcordate con superficie fortemente rugosa; fiori bianchi o rosa, con quattro o cinque petali cerosi arrotondati e numerosi stami, raccolti da tre a oltre trenta in corimbi terminali; frutti capsulari, legnosi, persistenti, che si aprono in più valve liberando piccoli semi. Le Jamesia prediligono ambienti freschi e ombrosi, come gole rocciose, pareti di arenaria, canyon, pendii montani tra 1.800 e 3.000 metri, con suoli ben drenati e esposizione a nord o est, dove l'umidità permane più a lungo. J. americana è relativamente diffusa, ma localizzata, legata a microhabitat freschi e riparati che le permettono di sopravvivere in un contesto climatico altrimenti arido. Se ne conoscono quattro varietà: var. americana, la più diffusa, ha foglie più fortemente dentate e fiori più piccoli, ma raccolti molto numerose nelle infiorescenze; var. rosea, presente in California e Navada, è l'unica con fiori rosati; var. macrocalyx e var. zionis sono presenti sono in Utah e si distinguono la prima per i sepali da lanceolati a triangolari-ovati, la seconda per le dimensioni maggiori delle foglie. Jamesia tetrapetala, come dice anche il nome, si distingue dalla precedente perché ha fiori con quattro sepali e quattro petali anziché cinque, raccolti in infiorescenze pauciflore di uno-tre fiori. Oggi Jamesia americana rimane un elemento caratteristico delle gole e dei pendii ombrosi delle Montagne Rocciose meridionali, dove forma popolazioni localizzate ma stabili. La sua presenza discreta, confinata a microambienti freschi in un contesto arido, spiega perché per decenni sia sfuggita agli esploratori. È un arbusto interessante anche in coltivazione, purché se ne rispettino le esigenze ecologiche, che ne limitano la diffusione al di fuori del suo ambiente naturale. Dato che in natura vive nelle fessure delle rocce, vuole un terreno molto ben drenato, e la condizione ideale è "testa al sole e piedi all'ombra", ovvero una posizione luminosa, ma con le radici al fresco.
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
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