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La minuscola famiglia Columelliaceae comprende due soli generi, entrambi sudamericani: Columellia e Desfontainia, sorprendentemente dissimili benché condividano quasi gli stessi habitat. Ai rossi fiori tubolari di Desfontainia, impollinati da colibrì, si contrappongono infatti i fiori gialli e più aperti di Columellia, impollinati da insetti. Il genere è un omaggio a Columella, scrittore latino di agronomia e autore del De re rustica, oggi la fonte più importante per studiare le pratiche agronomiche romane, dopo essere stato per almeno tre secoli un testo di riferimento. Il solito "dilavato manoscritto" Tra il 1414 e il 1418 si tenne a Costanza il concilio che doveva porre fine all’incresciosa situazione creatasi con la compresenza di ben tre papi, in seguito al cosiddetto scisma d’Occidente. Riconciliare le parti – chi riconosceva il papa di Roma, chi quello di Avignone, chi quello eletto dal concilio di Pisa – non fu facile: i lavori si incepparono più volte e furono interrotti da lunghe pause. Ne approfittò l’umanista fiorentino Poggio Bracciolini, che si trovava a Costanza come secretarius domesticus dell’antipapa Giovanni XXIII, quello eletto a Pisa. Grande appassionato di antichità, sapendo che i monasteri dell’Impero custodivano manoscritti rari, negli intervalli dei lavori si trasformò in un vero e proprio cacciatore di codici. Grazie alle sue ricerche tornarono alla luce numerosi classici dimenticati: il ritrovamento più clamoroso fu il De rerum natura di Lucrezio, di cui rinvenne l’unico testimone superstite nell’abbazia di San Gallo nel 1417. Oltre alle opere letterarie, Poggio non disdegnava quelle tecniche: gli si deve il recupero del De architectura di Vitruvio, del De medicina di Celso e del De re rustica di Columella. Quest’ultimo fu probabilmente rinvenuto nello stesso 1417, in una copia medievale assai malconcia, conservata nella biblioteca di un monastero o di una cattedrale dell’area germanica. Il luogo preciso è oggi impossibile da determinare, poiché Poggio non ne ha lasciato testimonianza diretta, e il manoscritto stesso è perduto. Il De re rustica di Lucio Giunio Moderato Columella è per noi la fonte più importante per conoscere l’agricoltura romana, insieme al De agri cultura di Catone il Vecchio. Il testo, ancora noto all’epoca di Cassiodoro e Isidoro di Siviglia, dovette circolare fino all’età carolingia: risalgono infatti al IX–X secolo gli unici manoscritti superstiti, uno oggi all’Ambrosiana di Milano, l’altro a San Pietroburgo. In seguito fu dimenticato, a favore del più maneggevole Opus agriculturae di Palladio, strutturato sotto forma di calendario. La riscoperta del codice da parte di Poggio ebbe il merito di rimettere in circolo l’opera di Columella, che venne ricopiata più volte. Al Quattrocento risalgono una ventina di codici, tutti derivati dal manoscritto ritrovato da Poggio; il più lussuoso è il Codice aragonese, realizzato attorno al 1488 da Francesco di Antonio del Chierico e riccamente miniato. Nel 1472 apparve la prima edizione a stampa e nel 1491 la prima traduzione tedesca, che è anche la prima in una lingua moderna. Columella tornava così a circolare e a influenzare la pratica agraria del Rinascimento. Il più importante trattato agronomico dell'antichità Di Lucio Giunio Moderato Columella (4-70) ci sono rimaste poche notizia biografiche, per lo più ricavabili dalla sua stessa opera. Appartenente a una ricca famiglia di proprietari terrieri stabilita nella penisola iberica, nacque presumibilmente a Gades, l'odierna Cadice. Visse sotto gli imperatori Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Un ruolo importante nella sua formazione dovette avere uno zio, Marco Columella, che egli avrebbe poi lodato per l'intelligenza, la vasta cultura e la somma abilità con cui faceva coltivare le sue terre. Secondo l'uso della sua classe, Columella entrò nell'esercito, servendo come tribuno militare in Siria nel 35. Si stabilì poi in Italia, dove possedeva un latifondo nella zona di Ardea, a una trentina di chilometri da Roma. Per gestirlo al meglio, viaggiò a lungo, studiando le pratiche agricole non solo nella patria spagnola e in Italia, ma anche in Asia e in Africa. Da queste esperienze nacque l'idea di mettere per iscritto ciò che aveva da una parte osservato, dall'altro sperimentato direttamente come grande proprietario terriero. Il risultato fu De re rustica, composto presumibilmente tra il 40 e il 60. Il trattato è dedicato a un certo Publio Silvino, proprietario a Cere e vicino di Columella. Nell’introduzione, egli rifiuta l’idea – assai diffusa alla sua epoca – che la perdita di fertilità delle terre sia irreversibile e dovuta alla natura stessa, mostrando invece fiducia nell’azione umana. De re rustica si articola in dodici libri: il primo tratta l'utilità e i vantaggi dell'economia rurale; il secondo i campi, dalla semina al raccolto; il terzo i vigneti e i frutteti; il quarto approfondisce ulteriormente la viticoltura; il quinto tratta gli alberi, con particolare attenzione agli olivi, e il modo di misurare il tempo; il settimo il grande bestiame e le sue malattie; il settimo il piccolo bestiame e i cani; l'ottavo il pollame; il nono l'apicoltura; il decimo, scritto in esametri, i giardini; l'undicesimo, i doveri dei contadini; il dodicesimo il ruolo dell'intendente (villica) e le ricette per trasformare e conservare gli alimenti. Si tratta dunque di un trattato organico, che illustra le pratiche agricole più avanzate nel momento storico in cui, dalle piccole fattorie coltivate direttamente dai proprietari, si era passati alle grandi proprietà lavorate da manodopera schiavile, specializzate in produzioni destinate al mercato delle grandi città. Di conseguenza, i settori più importanti per l'economia romana - la cerealicoltura, il vigneto, l'oliveto, l'allevamento del bestiame - occupano ampio spazio nel trattato, sempre esposti con competenza, dovizia di informazioni tecniche e attenzione alle pratiche più aggiornate. Chiaro, ricco di informazioni, molto preciso nelle scelte lessicali, lo stile di Columella mira a un'elegante semplicità. Egli non scrive per compiacere, tanto meno per compiacersi, ma per istruire: da ciò l'attenzione all'accessibilità e alla chiarezza delle informazioni. Da questo stile "di servizio" si stacca il libro sui giardini, in chiaro omaggio a Virgilio, che nelle Georgiche rimpiangeva di non aver potuto trattare egli stesso il tema. Il giardino di Columella è un hortus conclusus, ben protetto da un muro o da siepi di piante spinose, con terra fertile, un pozzo o una sorgente di acqua corrente. Non manca poi un vero e proprio "calendario del giardiniere", con le attività e le piante da privilegiare mese per mese. Ricco di fiori e di colori, è un giardino-orto, dove alle rose, ai gigli e alle viole si affiancano carciofi, bietole e piante aromatiche. A concludere, i consigli per combattere le malattie e tenere a bada i parassiti. L'ampia lista delle piante citate è di notevole interesse per ricostruire quali specie si coltivassero nei giardini del primo secolo, anche se la loro identificazione non è sempre semplice. Columellia, un genere andino per una gloria iberica In epoca latina, il trattato di Columella era ben conosciuto e apprezzato; è citato da tutti gli autori successivi che si occuparono di agricoltura, incluso Plinio, ed è una delle fonti principali di Palladio. Nel Medioevo è citato da Pietro de' Crescenzi, che però probabilmente lo conosceva di seconda mano attraverso Palladio. Dopo la riscoperta di Poggio, divenne un punto di riferimento dell'agronomia europea per oltre tre secoli. Le edizioni a stampa del tardo Quattrocento e del Cinquecento lo resero accessibile agli agronomi umanisti, che lo considerarono il più autorevole interprete dell'agricoltura romana. Nel Seicento, autori come Olivier de Serres in Francia e Johann Coler in Germania ne ripresero metodi e osservazioni, riconoscendogli una sorprendente modernità. Nel Settecento, con la nascita dell'agronomia scientifica e le riforme agrarie, Columella fu ancora utilizzato come fonte di confronto storico: i trattatisti del secolo del Lumi continuarono a citarlo per la gestione del suolo, la viticoltura, l'olivicoltura e l'allevamento. Non si deve però a nessuno di loro l'ingresso di Columella tra i dedicatari di un genere botanico. L'idea di omaggiarlo con il genere Columellia viene infatti da Ruiz e Pavón che più che l'illustre agronomo intesero celebrare un genio iberico, visto come scrittore elegante e padre nobile; scrivono infatti: "Il genere è dedicato a Giunio Moderato Columella, antico spagnolo, che è citato da Linneo tra i padri della botanica, e scrisse elegantemente in prosa di agronomia e orticoltura". Terzo genere di Florae chilensis et peruvianae prodoromus dopo Acosta e Jarava, dedicati rispettivamente José de Acosta e Juan de Jarava, Columellia si inserisce perfettamente nel progetto di delineare un pantheon iberico, con Columella a rappresentare l'antichità. Con Desfontainia, Columellia è uno dei due generi della minuscola famiglia Columelliaceae, alla quale dà il nome. È rappresentato da cinque specie di arbusti o piccoli alberi andini, distribuiti tra Colombia, Bolivia, Ecuador e Perù. Sempreverdi, hanno ramoscelli da cilindrici a quadrangolari, più o meno pelosi, con brevi internodi. Le foglie, opposte, con margini interi o dentati, hanno consistenza pergamenacea o coriacea. I fiori, solitari o raccolti in piccole cime, presentano un tubo calicino da obconico a quasi piramidale e una corolla gialla con cinque lobi lievemente asimmetrici. Il frutto è una capsula con quattro loculi che si aprono in due valve bifide, rilasciando numerosi semi minuti. Sono piante d’altura, che vivono ad altitudini comprese tra 1600 e 3600 metri. La specie più nota è C. oblonga, le cui foglie, estremamente amare, sono usate in decozione o infusione contro la febbre terzana.
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
September 2026
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