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È un personaggio singolare, il prussiano Augustus Fendler: primo cacciatore di piante professionista reclutato dalla rete di Engelmann e Gray e tra i primi europei a esplorare il Nuovo Messico. Fin dall’adolescenza il suo spirito inquieto l’ha spinto a cambiare continuamente luogo, occupazione, si potrebbe dire pelle: dalla nativa Prussia orientale agli Stati Uniti, al Venezuela, all’Ecuador; studente, impiegato apprendista, conciatore, fabbricante di lampade, insegnante, distillatore di alcoolici, eremita. E poi cacciatore di piante, curatore di erbari, traduttore di Goethe e filosofo a tempo perso. Sempre gettando in ciascuna di queste attività tutto se stesso, pronto a cambiare di nuovo e a reinventarsi al prossimo fallimento. Lo ricordano i piccoli generi Fendlera e Fendlerella, che fioriscono nei luoghi semidesertici della “frontiera” che fu tra i primi a esplorare. La difficile scoperta di una professione La vita di Augustus Fendler (anche August, 1813-1883), raccoglitore di piante di origine tedesca fattosi americano, è piena di cambi di rotta, di svolte improvvise, di nuove strade imboccate senza esitazione, spesso per essere abbandonate con un guizzo repentino. Inizia già con una perdita: nato a Gumbinnen (oggi Gusev, distretto di Kaliningrad, Russia), nella Prussia orientale, a sei mesi perse il padre, un artigiano tornitore. Due anni dopo la madre si risposò, ricostruì un focolare, gli diede un nuovo padre e un fratello; ma erano poveri e in quell'angolo remoto della Prussia non c'erano scuole degne di questo nome. Fino a dodici anni, quando venne iscritto al ginnasio, ebbe solo un'istruzione rudimentale. Dopo quattro anni, le ristrettezze economiche della famiglia lo costrinsero a lasciare anche quella scuola. Diventò apprendista presso la cancelleria municipale: un lavoro d’ufficio, ripetitivo, che “uccideva lo spirito” di un ragazzo che sognava solo di viaggiare. Così, quando un medico, incaricato di ispezionare le stazioni di quarantena del colera lungo la frontiera con la Russia, gli propose di fargli da segretario, accettò su due piedi. La notte prima della partenza era così eccitato che non chiuse occhio. La realtà si sarebbe rivelata terribile: pochi giorni dopo, il medico fu chiamato in un grande villaggio di confine dove l’epidemia già dilagava; e invece di un viaggio avventuroso, August si trovò nel mezzo di una battaglia impossibile, con morti su morti. Fu rimandato a casa ad affrontare la difficile scelta di una professione che gli desse qualche possibilità di viaggiare. Anni dopo, il suo primo biografo, William Camby, gli strappò una confessione rivelatrice: se avesse saputo che un raccoglitore di piante poteva coprire le proprie spese di viaggio, si sarebbe preparato a quella professione; ma all’epoca non ne sapeva nulla, anzi non aveva mai neppure visto un libro di botanica. Dato che a scuola una delle sue materie preferite era la chimica e gli era stato assicurato che il mestiere di conciatore era molto richiesto sia in Europa sia in America, divenne apprendista in una conceria: un lavoro duro e disgustoso (nella concia, oltre a tannini e sostanze chimiche di vario tipo, all’epoca si impiegavano anche urina e sterco animale), ma vi resistette due anni. Nel frattempo venne a sapere che a Berlino era stata aperta una specie di scuola politecnica, riservata a giovani meritevoli senza mezzi, ai quali garantiva sia una buona istruzione sia una borsa di studio. Erano ammessi solo due o tre candidati per provincia, dopo un esame molto selettivo. August Fendler lo superò e, nell’autunno del 1834 — ora aveva vent’anni — si trasferì a Berlino. La vita sedentaria, l’atmosfera competitiva, il ritmo dello studio vinsero, prima di lui, il suo corpo. Così, terminato il primo anno, sia pure con buoni risultati, dovette desistere. Da studente si trasformò in Handwerksbursche: un artigiano itinerante che si spostava da un villaggio all’altro, perfezionando l’apprendistato presso diversi maestri e lavorando occasionalmente in un luogo o in un altro. Fu la sua vita per sei mesi, dall’autunno del 1835 alla primavera del 1836. Conosciamo qualche tappa, ma non i particolari: partito da Berlino, zaino in spalla, fu in Slesia, Sassonia, Francoforte e Renania, finché il viaggio terminò a Brema. Con il piccolo gruzzolo messo da parte in quella vita vagabonda si pagò la nave per Baltimora. Quando vi arrivò, nel borsellino gli rimanevano due dollari. Si spostò immediatamente a Filadelfia, dove per qualche mese lavorò per un conciatore: non la soglia della libertà che aveva sognato, ma un lavoro duro e insopportabile. Tentò qualche impiego nel distretto minerario, poi si trasferì a New York, dove si impiegò in una fabbrica di lampade. Almeno lì c’era qualcosa di nuovo da imparare; ma poi arrivò la crisi economica, uno dopo l’altro operai e apprendisti furono licenziati e anche lui, ultimo, si trovò disoccupato. Una perdita, ma anche un’occasione: ripartire, alla ricerca di un altrove. L’altrove era il West, e St Louis ne era la porta. Così, “seguendo la via migliore e più breve”, nella primavera del 1838, dopo trenta giorni di viaggio nelle condizioni più economiche possibili, era in quella terra promessa. Trovò subito lavoro in una fabbrica di lampade a gas, forse la prima in quell’area; ma le attrezzature erano scarse, si lavorava in una sala aperta e fredda, e quando arrivò l’inverno il desiderio di calore, di sud, fu più forte di tutto. Il Mississippi era bloccato dal ghiaccio e il servizio dei battelli a vapore era sospeso. Come in Germania, bisognava rimettere lo zaino in spalla e ripartire: attraverso i boschi dell’Illinois, i canneti del Kentucky, le colline del Tennessee; e poi fu New Orleans. Non una meta, ma una semplice tappa verso un altrove ancora più altrove, un West più West: il Texas. Si imbarcò per Galveston e di lì raggiunse Houston. Il governo del Texas offriva a ogni immigrato 320 acri di terre demaniali; ma per ottenerle era necessario entrare a far parte della guardia civica che, armata fino ai denti, presidiava il territorio contro le incursioni Comanche. Fendler fece domanda, ma quella condizione lo bloccò: non poteva ottemperare, perché non aveva un fucile. Almeno, così la racconta Camby. Niente gli avrebbe potuto impedire di procurarselo, se avesse voluto. Ma diventare colono, entrare in un corpo paramilitare, significava integrarsi, mettere radici, rinunciare alla libertà. Meglio rinunciare alla concessione. Rimase ancora un anno in Texas, si ammalò più volte, poi tornò in Illinois, dove per qualche tempo fu insegnante. Nell’autunno del 1841, a fargli cambiare ancora una volta vita fu — letteralmente — il richiamo della foresta. Aveva sempre amato l’autunno americano e quell’anno si risvegliò in lui l’irresistibile desiderio di vivere nella natura, libero da ogni condizionamento umano. Gli mancava solo il posto adatto. Lo trovò in un’isola disabitata sul Missouri, a trecento miglia da St Louis. I bagagli furono presto fatti: sacco a pelo, cucina da campo, un’ascia, un fucile, una canoa, qualche libro — ed era pronto per una nuova vita. Riadattò una vecchia baracca e si immerse nella natura che gli offriva rifugio, cacciagione e pace interiore. Furono sei mesi di felicità perfetta. Finché le acque del fiume crebbero e travolsero tutto. Si salvò a stento. Almeno per il momento, era la sconfitta definitiva del suo sogno americano. Decise di tornare in Europa, dove lo ritroviamo nel 1844. E là, dove meno lo cercava, la sua vita ebbe la svolta definitiva. A Königsberg, la vecchia città di Kant, conobbe Ernst Meyer, professore di botanica e direttore dell’orto botanico che, avendo sentito parlare delle sue avventure americane, gli propose di tornare in America e di raccogliere per lui esemplari botanici, dietro un “ragionevole compenso”. Fendler accettò. Non aveva trovato una vocazione, ma una professione. Il primo raccoglitore professionista del West Di piante non sapeva nulla, non ancora. Eppure portava con sé una dote inconsapevole: la conoscenza dei territori, la capacità di muoversi in ambienti ostili, l’occhio allenato a cogliere dettagli che sfuggono a chi resta fermo. Tornato a St. Louis — probabilmente insieme al fratello, presenza costante e silenziosa di cui non conosciamo neppure il nome — si mise al lavoro, iniziando le prime raccolte. A St. Louis l’autorità in fatto di botanica era il dottor George Engelmann, tedesco come lui; ed è a lui che Fendler si rivolse per l’identificazione delle piante. Engelmann notò lo zelo e la serietà con cui lavorava e lo raccomandò a Asa Gray. Così, da raccoglitore europeo per un botanico europeo, Fendler (adesso preferiva farsi chiamare Augustus) divenne il primo raccoglitore professionista della nuova botanica americana. Nel 1846, all’inizio della guerra messicano‑statunitense, l’esercito degli Stati Uniti occupò parte del Nuovo Messico. Era una regione botanica quasi ignota, e Gray — su suggerimento di Engelmann — pensò di inviarvi Fendler. Per la prima volta veniva messo alla prova il sistema di reclutamento immaginato da Engelmann e subito adottato da Torrey e Gray: in assenza di capitali o di mecenati, il raccoglitore avrebbe finanziato la spedizione vendendo i duplicati a istituzioni e collezionisti, in America e in Europa, raggiunti attraverso le reti scientifiche dei tre botanici. Fendler si gettò nell’impresa con l’entusiasmo che gli era proprio: il Nuovo Messico era un nuovo altrove, e lo era anche la professione nascente di cacciatore di piante. In quella flora inesplorata vedeva insieme una promessa esistenziale e una possibilità economica. Gray scrisse al Segretario di Stato per ottenere il libero trasporto per Fendler, i suoi bagagli e le future collezioni. Così, certo insieme al fratello — spalla quasi invisibile ma indispensabile — il 10 agosto 1846 Fendler partì con un convoglio militare da Fort Leavenworth, sul Missouri, diretto a Santa Fé. Vi arrivò l’11 ottobre, e la prima impressione fu di delusione: la stagione era avanzata e la regione appariva sterile. A parte le Cactaceae, di cui l’area abbondava — ma le succulente sono pessimi esemplari da erbario e andavano spedite a Engelmann in barili o scatole, con enormi problemi logistici e finanziari — per iniziare le raccolte bisognò attendere la primavera. Intanto bisognava vivere, in un avamposto militare dove tutto era precario e più caro. Fendler esaurì presto i suoi scarsi risparmi, poi dovette contrarre prestiti e debiti; il fratello arrivò addirittura ad arruolarsi per qualche mese nell’esercito. Le raccolte iniziarono solo ad aprile e si protrassero fino ad agosto, quando Fendler, in una situazione economica ormai insostenibile, fu costretto a rientrare a St. Louis, dove arrivò all’inizio dell’autunno. Esplorando palmo a palmo le zone più promettenti — le colline a est e nord‑est di Santa Fé e le loro valli, in particolare quella del Rio Chiquito — mise insieme una raccolta di dimensioni sensazionali: 17.000 esemplari di molte centinaia di specie. In Plantae Fendlerianae, che ne è la pubblicazione parziale, Gray ne descrisse 462, circa il 20% delle quali — un centinaio — nuove per la scienza. Gray si affrettò, da una parte, a darne conto in questo importante saggio; dall’altra, a mettere in moto tutte le sue pedine per garantire a Fendler il giusto riconoscimento economico, pubblicando tra l’altro il seguente annuncio su "The American Journal of Science and Arts": "Piante essiccate da Santa Fe, Nuovo Messico. — Il signor Augustus Fendler, che, sotto la direzione del dottor Engelmann, si è recato a Santa Fe nell’autunno del 1846 con lo scopo di esplorare la botanica di quella regione, è ora tornato a St. Louis con le sue ricche raccolte, comprendenti molte specie nuove e interessanti. Gli esemplari sono ben preparati, in buone condizioni, e per lo più molto belli e completi. Un resoconto a stampa, con le descrizioni delle nuove specie, redatto dal professor Gray e dal dottor Engelmann, sarà presto pubblicato; una copia ne sarà inviata a ciascun sottoscrittore. Il prezzo è fissato a 10 dollari per ogni centinaio di esemplari, escluso il trasporto da St. Louis a New York o Boston. Poiché tutti i set non richiesti qui saranno immediatamente inviati all’estero, coloro che li desiderano sono pregati di farne richiesta quanto prima (affrancata) al dottor George Engelmann, St. Louis, o al dottor Asa Gray, Cambridge, Massachusetts". La macchina si era messa in moto, e anche Hooker diede il suo contributo, scrivendo, al termine della sua recensione di Plantae Fendlerianae: "Ci uniamo di tutto cuore al dottor Asa Gray nell’esprimere il suo vivo desiderio che il signor Fendler possa ricevere l’incoraggiamento che così pienamente merita, sotto forma di ulteriori sottoscrizioni per le sue raccolte, che gli permettano di riprendere le sue ardue imprese in circostanze più favorevoli rispetto al passato." Eppure, le sottoscrizioni furono molto inferiori alle attese. Tuttavia Fendler non si arrese e intraprese una seconda spedizione. Era deciso a tornare a Santa Fe per esplorare l’area delle montagne; a questo scopo, nel giugno 1849 si unì a un distaccamento militare diretto a Salt Lake City, dove contava di stabilire la propria base per poi raggiungere il Nuovo Messico. Ma mentre guadava il Little Blue River il suo carro fu travolto da un’improvvisa piena: le raccolte fatte fino a quel momento, la carta e tutte le attrezzature andarono perdute. Non gli restò che tornare a St. Louis, solo per scoprire che tutti gli averi che vi aveva lasciato — inclusi oltre mille esemplari montati delle raccolte di Santa Fe — erano andati in cenere durante il Big Fire, che a maggio, dunque poco dopo la sua partenza, aveva distrutto gran parte della città. Di fatto, non possedeva più nulla. Fosse stato una persona diversa, avrebbe rinunciato definitivamente. Invece, via New Orleans, alla fine dell’anno si imbarcò con il fratello per Chagres, sull’Istmo di Panama, dove per quattro mesi fece raccolte da inviare a Engelmann, che lo aveva aiutato a risollevarsi finanziando la spedizione. Ma ai debiti si erano aggiunti altri debiti. Fu l’inizio di una nuova fase di instabilità: per qualche tempo i fratelli si stabilirono a Camden, sul fiume Washita in Arkansas, dove cercarono di sbarcare il lunario unendo alle raccolte la coltivazione di un piccolo orto; poi fu la volta di Memphis, in Tennessee, dove aprirono una fabbrica di lampade a gas. La botanica, però, non era dimenticata; anzi, Fendler aveva migliorato notevolmente le sue competenze, studiando tra l’altro il Manual of Botany of the Northern United States di Gray, felice che gli fosse costato solo 75 centesimi. E quando seppe che Engelmann e Gray gli avevano reso omaggio dedicandogli il genere Fendlera (pubblicato nel 1852), ne provò gioia e orgoglio. Per quattro anni gli affari sembrarono prosperare. La sua vita ora si divideva tra la fabbrica, la coltivazione di un piccolo terreno dove sperimentava la crescita delle piante raccolte a Chagres o inviate da Engelmann, le osservazioni meteorologiche — una nuova passione che lo prendeva sempre più — e la traduzione in inglese del Faust di Goethe, cui dedicava il tempo libero. A congiurare contro di lui, questa volta, fu la Memphis Gas Company, che rendeva obsolete le sue lampade estendendo la fornitura di gas naturale all’intera area. Fendler tentò di riconvertire la produzione distillando alcool, ma presto rinunciò. Forse anche per ragioni di salute, aveva ormai deciso di partire per un nuovo altrove: il Venezuela. Venezuela e oltre Ad attirarlo nel paese latinoamericano fu senza dubbio la presenza di una piccola enclave tedesca, la colonia Tovar, fondata da un gruppo di immigrati provenienti dal Baden tra il 1841 e il 1843. La sua prima meta, all’inizio del 1854, fu però Caracas: pensava che una città avrebbe offerto migliori opportunità per inserirsi e spedire le raccolte che contava di fare sulle montagne non troppo lontane. «Voglio vivere di nuovo vicino a una valle di montagna e nelle vicinanze di una ricca flora montana, senza avere le difficoltà logistiche che c’erano a Santa Fe. E credo anche che le montagne dell’area di Caracas debbano essere ricche di cactus», scrisse a Engelmann. Fu di nuovo una (mezza) delusione. Né il clima né il costo della vita erano quelli sperati, e dopo pochi mesi Fendler e suo fratello si trasferirono nella colonia Tovar. Si trovarono pionieri in mezzo a pionieri, a dissodare terre in un clima spesso ostile, a coltivare frutta e ortaggi per il proprio sostentamento. Ma c’erano anche le osservazioni meteorologiche — ora Fendler le comunicava a Joseph Henry dello Smithsonian — e le escursioni botaniche sulle montagne ricoperte di foresta pluviale, alla scoperta di una vegetazione inedita, del tutto diversa da quella nordamericana: un’esplosione di vita allo stesso tempo affascinante e respingente. In una lettera a Gray scrisse: «In queste foreste, dove i raggi del sole non toccano mai terra, regnano eternamente l’umidità e le basse temperature. Il tronco e i rami di ogni albero sono ricoperti di felci, Lycopodiaceae, muschi, epatiche, licheni, orchidee, bromeliacee, Araceae e ancora Piperaceae e molte altre che è impossibile nominare». Era il paradiso del cacciatore di piante, ma la vita continuava a essere difficile: i prodotti coltivati con il fratello e i proventi degli esemplari venduti negli Stati Uniti non bastavano a vivere, e Fendler fu costretto a tornare a distillare alcool, producendo birra e brandy. Nel 1856 tornò brevemente negli Stati Uniti, anche per cercare nuovi clienti per le sue raccolte: i muschi, oltre ad acquirenti europei tra cui il briologo tedesco Karl Müller, furono acquistati da William Starling Sullivant, e i licheni da Edward Tuckerman. Propose la sua raccolta di insetti a John Lawrence LeConte, figlio di uno dei vecchi amici di Torrey, che però declinò: a lui interessavano solo specie nordamericane. Fendler e suo fratello vissero ancora due anni in Venezuela; alla ricerca di esemplari più rari — quelli più comuni li lasciava volentieri a un altro raccoglitore, Karl Moritz — dovette estendere i suoi viaggi lontano dalla colonia Tovar. Le escursioni più lunghe li portarono da Maracay a Puerto Colombia, e ancora da Valencia a San Estéban, e poi lungo la costa atlantica a partire da Petaquire. Anche in Venezuela, Fendler dimostrò una grande capacità di osservazione e la solita dedizione al lavoro; in quattro anni raccolse oltre 2600 specie di piante, in alta percentuale nuove per la scienza; ben 223 dei suoi esemplari (l'8,5%) sono stati designati come tipi. Tuttavia non si arricchì mai, e nel 1864 anche questa esperienza era esaurita. Fendler e il fratello tornarono a St. Louis, quindi si trasferirono ad Allerton, nel Missouri, dove gestirono una piccola fattoria per sette anni, interrotti da un breve periodo in cui Gray cercò di “addomesticare” Fendler offrendogli un lavoro all’erbario di Harvard. Seguire una routine di orari rigidi, farsi la barba e vestirsi bene per non spiacere alle signore, persino mangiare in società, non erano fatti per quell’uomo silenzioso e schivo. Dopo pochi mesi Fendler tornò ad Allerton, dove il fratello aveva continuato a vivere e lavorare da solo; scoprì che nel frattempo quest’ultimo aveva sviluppato una forma di cecità notturna che lo rendeva parzialmente invalido. Nel 1871 si risolsero a vendere la fattoria e, dopo un breve soggiorno a St. Louis — rumorosa, affollata, popolata solo da «adoratori di Mammona» — Fendler decise di tornare in Germania. Il cerchio si sarebbe chiuso a Gumbinnen, dove era cominciato? Per nulla: anche la vita in quel remoto angolo della Prussia, con la sua mentalità chiusa e militaresca, gli risultò insopportabile. Così, dopo appena undici mesi — in cui non mancarono le visite agli orti botanici di Königsberg e Berlino — Fendler e suo fratello tornarono negli Stati Uniti e nel 1873 si stabilirono a Wilmington, nel Delaware, dove acquistarono una casa e un piccolo giardino. Determinante nella scelta fu l’incontro con William Marriott Canby, ricco industriale e filantropo che dedicava parte delle sue fortune a incoraggiare le ricerche botaniche e gli chiese di aiutarlo a riordinare il suo erbario. Sarebbe diventato amico di Fendler e il suo primo biografo. In questi anni, con sgomento dello stesso Canby, Torrey e Gray, l’ultima impresa di Fendler era la stesura di un’opera filosofica in cui intendeva spiegare nientemeno che i meccanismi dell’universo. I loro gentili tentativi di dissuasione fallirono, e l’opera vide infine la luce nel 1874 con il titolo The Mechanismes of Universe. Talvolta erborizzava con Canby e continuava a corrispondere con Engelmann e Gray. Nell’aprile del 1875 entrambi gli fecero visita con Parry, in procinto di partire per il Messico con Palmer. Fendler, che non vedeva Gray da dieci anni, si stupì nel trovarlo tanto invecchiato. Neppure il tranquillo giardino di Wilmington fu l’ultimo rifugio di Fendler: ad attenderlo c’era ancora un ultimo, definitivo altrove, Trinidad. Nel 1877 a spingerlo a trasferirsi ancora una volta furono i crescenti problemi di salute, forse di natura reumatica. Trinidad era un terreno botanicamente vergine non meno del Nuovo Messico o del Venezuela, e in Fendler si riaccese più che mai la passione del raccoglitore: non c’erano cactacee da inviare a Engelmann, ma moltissime felci e altre piante interessanti. Continuava a raccogliere dati meteorologici e ogni tanto dava una mano a Henry Prestoe, il sovrintendente dell’orto botanico di Port of Spain. Ma la salute, minata da una vita tanto difficile, cominciava a declinare; nell’estate del 1881 ci fu un primo attacco di cuore, o forse un ictus. Nel novembre 1883, a settant’anni, la morte. Arbusti in fiore tre le rocce La vicenda di Augustus Fendler si colloca in quel breve, irripetibile momento in cui la botanica americana sta ancora costruendo le proprie istituzioni, e la figura del cacciatore di piante free lance — capace di vivere vendendo le proprie raccolte sul mercato interno, ancora fragile, oltre che su quello europeo — appare non solo possibile, ma quasi necessaria. È tuttavia una scelta di vita segnata da una precarietà strutturale: la risposta del mercato è incostante, e basta una delle molte avversità possibili (nella vita di Fendler ne abbiamo incontrata un’intera antologia) per trasformare un’impresa promettente in catastrofe, soprattutto quando, come nel suo caso, non si può contare su risorse alternative né sul sostegno di una comunità o di un gruppo familiare. Fendler ha attraversato le condizioni più difficili e, più ancora che per passione, ha resistito grazie a una ricerca ostinata di un altrove che gli sfuggiva continuamente, ma che non ha mai smesso di inseguire. Che questo irregolare dai modi quasi selvatici abbia toccato il cuore di personalità tra loro diversissime come Engelmann, Gray e Canby dice molto delle sue qualità umane prima ancora che professionali. Il riconoscimento più ambito arrivò proprio da Engelmann e Gray, con la dedica del genere Fendlera. Non si tratta di una pianta raccolta da lui stesso — i primi esemplari della specie tipo, Fendlera rupicola, risalgono alle raccolte di Lindheimer e Wright — è tuttavia caratteristica delle regioni da lui esplorate, come sottolinea Gray nella dedica: "Il dr. Engelmann e io stesso ci rallegriamo dell'opportunità di dedicare un genere così interessante e ben marcato della regione del Texas e del New Mexico a Augustus Fendler che, insieme a Wislizenus, fu il primo a esplorare il New Mexico dove tra grandi difficoltà fece le eccellenti raccolte oggi così ben note ai botanici". F. rupicola sembra quasi un suo ritratto vegetale: un piccolo arbusto dai delicati fiori bianchi, appartenente alle Hydrangeaceae, che ricorda il filadelfo (non a caso il nome comune è false mockorange). Vive abbarbicato alle rocce delle mesa e dei deserti, simbolo di resilienza e di capacità di durare nelle condizioni più ostili. Diffuso nelle aree montuose di Texas, New Mexico, Arizona, Colorado e Utah, prospera nelle comunità dominate da Pinus monophylla e da varie specie di ginepri. Bellissimo al momento della fioritura, ma mai appariscente, mostra adattamenti all’aridità — rami duri e sottili, foglie piccole riunite in gruppi di tre — e nelle culture native aveva un ruolo significativo, sia pratico sia cerimoniale. Al genere sono state aggiunte successivamente altre due specie: F. linearis, diffusa tra il Messico centro-settentrionale e gli Stati Uniti limitrofi, con rami intricati e spinescenti e foglie lineari minute; F. tamaulipana, endemica del Tamaulipas, un arbusto più grande e più sparsamente ramificato, fino a quattro metri. Alla fine dell’Ottocento a celebrare indirettamente Fendler si aggiunse Fendlerella, "piccola Fendlera", istituito da Heller nel 1898 per accogliere Fendlerella utahensis, in precedenza assegnata a Whipplea. All’interno delle Hydrangeaceae, Fendlera, Whipplea e Fendlerella formano una triade di generi affini ma ben distinti, come confermano sia la morfologia sia gli studi molecolari. A Fendlerella utahensis si sono poi aggiunte tre specie messicane: F. lasiopetala, F. mexicana, F. queretarana. Il genere, oltre che per le dimensione in genere molto minori, si distingue da Fendlera soprattutto per alcuni caratteri fiorali: cinque petali anziché quattro, antere prive di appendici apicali. Comune è invece l'habitat: i luoghi aridi e sassosi, tanto che F. utahensis è nota con il nome spagnolo hierba desierto.
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
February 2026
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