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Ci sono momenti in cui una disciplina cambia direzione, non con un terremoto o un suono di fanfare, ma in modo pur tuttavia avvertibile. La botanica compie quella virata all’inizio dell’Ottocento, più precisamente tra il 1813 e il 1824, se come fatto scatenante scegliamo due opere. Sono la Théorie élémentaire de la botanique e il primo volume del Prodromus di Augustin Pyrame de Candolle. La Théorie élémentaire non è accolta come un manifesto, eppure viene subito tradotta, travisata, adattata nei corsi universitari: segno che qualcosa si sta muovendo. E quando arriva il primo volume del Prodromus, la svolta diventa evidente. È finita l’era del sistema artificiale di Linneo, dei tentativi di tenere aggiornato Systema vegetabilium. Ora si respira aria nuova: è nato un nuovo paradigma. Non l’unico, certo, ma quello che ha cambiato tutto. Da qui in avanti, la botanica non sarà più la stessa. Prologo sulle rive della Senna Nel 1798 un ragazzo di diciannove anni arriva a Parigi in cerca di fortuna. Tecnicamente è cittadino francese: la sua città, Ginevra, è stata appena annessa alla République. Forse considera questo viaggio un ritorno alle origini familiari. Si chiama Augustin Pyrame de Candolle (1778-1841). I suoi antenati, nobili provenzali di fede calvinista, nel Cinquecento avevano lasciato la Francia per rifugiarsi a Ginevra, dove, una generazione dopo l'altra, avevano servito la città come magistrati e notabili. Il curioso secondo nome, Pyrame o Pyramus, è quello di un nonno, ma anche del protagonista di una storia antica raccontata da Ovidio: dettaglio rivelatore degli interessi letterari della famiglia e dell'ambiente permeato di cultura classica in cui è cresciuto. E' stato un bambino di salute fragile ma di mente acuta, con grande sensibilità per le lingue e persino un precoce poeta. In una Ginevra in cui la cultura è parte della vita civile, ha ricevuto una formazione che unisce rigore calvinista e apertura illuminista. Anche se il padre immagina per lui una carriera di funzionario e una laurea in legge, al Collegio di Ginevra ha scoperto la botanica grazie a uno dei suoi professori, il teologo Jean Pierre Étienne Vaucher. Quando Ginevra viene annessa alla Francia, i progetti della famiglia cambiano. Gli eventi bellici e rivoluzionari hanno assottigliato il patrimonio familiare; gli è dunque necessaria una professione. Arriva a Parigi con l'intento dichiarato di studiare medicina e diventare medico, e con quello meno esplicito ma più profondo di fare della botanica la sua vera professione. La capitale francese è l'unico luogo al mondo in cui questo sogno può diventare realtà. Finiti i furori e le speranze degli anni caldi della Rivoluzione, Parigi vive il confuso periodo del Direttorio, tra difesa delle conquiste fondamentali della rivoluzione, guerra cronica, intrighi di potere, corruzione e trionfo degli speculatori. Ma è anche la capitale europea della scienza, con un cuore pulsante; il Jardin des Plantes, divenuto il Muséum national d'histoire naturelle. E proprio al Muséum Augustin Pyrame dirige i suoi primi passi, con una lettera di presentazione per il direttore René Louiche Desfontaines. Quest'ultimo lo indirizza da una parte allo studio della fisiologia vegetale, dall'altro lo raccomanda a L'Héritier de Brutelle, che cerca qualcuno che lo aiuti a riordinare il suo erbario. Da quel lavoro dell’estate 1798 per L’Héritier de Brutelle, la reputazione del volenteroso e acuto studente ginevrino comincia a crescere nell’ambiente dei botanici parigini. Nel 1799, sulle "Mémoires de la Société d’Histoire Naturelle de Paris", pubblica il suo primo genere, Senebiera, dedicato al suo primo maestro. Lo stesso anno scrive i testi per Histoire des plantes grasses con le tavole di Redouté, un altro dei protetti di L’Héritier, firmandosi prudentemente A. P. Decandolle: il “de” imbarazza ancora, in una Francia che non ha rinnegato del tutto la rivoluzione. Dalla collaborazione con Redouté nasce anche Astragalogia (1802), non più un lavoro eminentemente descrittivo, ma già di taglio tassonomico, con la creazione dei generi Oxytropis e Lessertia, in onore di una delle sue frequentazioni parigine, Benjamin Delessert. Grazie a queste prime prove arrivarono gli incontri — fisici e metodologici — con i tre grandi maestri delle scienze naturali al Muséum: Georges Cuvier, Jean‑Baptiste de Lamarck e Antoine‑Laurent de Jussieu. Da tutti de Candolle assorbì insegnamenti e suggestioni, che poi seppe integrare in una visione originale. Sul piano della carriera accademica e scientifica, gli incoraggiamenti maggiori vennero da Cuvier e Lamarck. Nel 1802, quando divenne titolare della cattedra al Muséum, Cuvier volle de Candolle come supplente di fisiologia vegetale al Collège de France; Lamarck invece dapprima gli affidò la redazione di alcuni articoli della Ecyclopédie méthodique, quindi quella della terza edizione della sua Flore française. L'opera, pubblicata in quattro volumi e cinque tomi nel 1805, è la prima flora in cui le piante sono organizzate per famiglie. Anche se sul frontespizio compaiono entrambi i nomi (il nostro continua a firmarsi prudentemente Decandolle), fu scritta integralmente da de Candolle, autore anche del suggio introduttivo Principes élémentaires de botanique, con un'introduzione alla botanica e elementi di fisiologia vegetale. La relazione con Jussieu, meno diretta sul piano personale ma fondamentale su quello scientifico, fu segnata da una profonda contraddizione. De Candolle ammirava in Jussieu l’autore dell’“immortale” (la definizione è sua) Genera plantarum; per la sua tesi, Essai sur les propriétés médicales des plantes comparées avec leurs formes extérieures et leur classification naturelle (1804), scelse di verificare e sviluppare l’ipotesi jussieana secondo cui piante appartenenti al medesimo ordine naturale tendono a condividere anche le proprietà medicinali. Non solo gli dedicò la tesi, ma volle che Jussieu ne presiedesse la discussione: un gesto che rivela quanto tenesse a quel riconoscimento. Eppure, come emerge da molti passi delle sue memorie, de Candolle vedeva chiaramente che Jussieu, dopo aver definito con grande lucidità i principi e le leggi della classificazione naturale, non li aveva né sviluppati né applicati, e nessuno lo aveva fatto dopo di lui. Il suo era dunque un metodo in potenza, che attendeva ancora un’attuazione. Il primo passo lo fece de Candolle stesso nella Flore française, con l’organizzazione delle piante in famiglie naturali e la definizione di criteri chiari per generi e specie; ma non si trattava ancora di un sistema compiuto, né — anche se lo fosse stato — de Candolle avrebbe osato proporlo: era un neolaureato senza alcuna posizione ufficiale, e ogni passo falso, ogni eccessiva audacia rischiava di alienargli l’appoggio dei suoi protettori Desfontaines, Cuvier e Lamarck. In ogni caso, quel lavoro aveva fatto nascere in lui “una folla di idee di classificazione” che avrebbero trovato pieno sviluppo quasi un decennio dopo; inoltre aveva potuto constatare che molte province non erano mai state davvero esplorate e che, di conseguenza, la geografia botanica della Francia era lontana dall’essere pienamente conosciuta. Ne nacque l’idea ancora vaga di viaggi botanici che colmassero la lacuna; ne parlò con Delessert, che lo mise in contatto con il segretario generale del ministero dell’interno Gérando. In accordo con quest’ultimo, de Candolle propose che per cinque anni un botanico percorresse le zone poco esplorate per studiarne la flora in relazione con la geografia e l’agricoltura. Il ministero approvò il piano e de Candolle fu scelto per attuarlo, con un rimborso spese di 4000 franchi l’anno. Il primo viaggio iniziò nel giugno 1806 e lo portò nella Francia occidentale; nel 1807 seguirono i Pirenei, ma le circostanze in cui nacque questo viaggio si intrecciano con la nomina a Montpellier e con la seconda tappa della vita di de Candolle. Sulle rive del Mediterraneo: la teoria prende forma Dopo nove anni a Parigi, de Candolle era ancora in attesa di una posizione ufficiale, tanto più necessaria perché ora si era sposato e c'era un giovane famiglia da mantenere. La sua massima aspirazione era essere ammesso all'Institut de France, l'istituzione che dal 1795 aveva sostituito le precedenti accademie. La nomina gli avrebbe garantito stabilità economica e prestigio accademico; significava entrare a far parte dell'élite scientifica del paese, mentre chi ne era escluso, come scrive con amara lucidità nelle sue memorie, era considerato un apprendista o un dilettante. La sua candidatura era già stata presentata nel 1800, quando era molto più giovane degli altri candidati e aveva considerato la bocciatura un atto dovuto; nel 1806, invece, con numerose pubblicazioni all’attivo (oltre a quelle citate, diverse memorie negli Annales du Muséum), era sicuro di farcela. L’Institut gli preferì invece Palisot de Beauvois, che era sì molto più anziano, ma non aveva ancora pubblicato quasi nulla. La delusione fu cocente. Qualche mese dopo, si aprì la possibilità di una nomina alla cattedra di botanica della facoltà di medicina di Montpellier, in seguito alla malattia e poi alla morte di Pierre Marie Auguste Broussonet. Inizialmente, de Candolle era assai esitante: certo si trattava di un incarico prestigioso (l'orto botanico di Montpellier era stato il primo in Francia e a lungo i suoi botanici, tra cui Magnol, il primo a introdurre il concetto di famiglia, erano stati all'avanguardia), ma significava lasciare Parigi e rinunciare, forse per sempre, al sogno non accantonato dell'Institut. Per capire come fosse ora la situazione e se davvero Montpellier facesse per lui, decise di andare a vedere di persona: chiese al ministro che la meta del suo viaggio estivo fossero i Pirenei, in modo da fare tappa nella capitale della Linguadoca senza parere di esserci andato apposta. Dalla sosta a Montpellier ricavò impressioni positive, ma poi partì all'esplorazione dei Pirenei, nella prima traversata del settore occidentale: un'avventura scientifica entusiasmante che lo convinse che il suo destino era essere "botaniste voyageur" e non professore universitario. Così, al ritorno a Parigi, si presentò al ministro Emmanuel Crétet e rifiutò l'incarico. Uomo burbero e diretto, il ministro lo convinse invece a cambiare idea, garantendogli che avrebbe potuto conservare entrambi gli incarichi, coniugando l'attività accademica con la ricerca sul campo, e continuare i suoi viaggi estivi per altri tre anni. Dopo le solite lungaggini burocratiche, nel febbraio 1808 de Candolle ricevette la nomina e a marzo arrivò a Montpellier insieme alla moglie e al figlio Alphonse, che aveva allora diciotto mesi. L’ambiente era accogliente e gli fece percepire immediatamente che qui non era più un commençant: l’apprendistato era finito, ora era un’autorità, il titolare di una cattedra universitaria e il direttore di un orto botanico. Accelerò i tempi in modo da concentrare i corsi tra aprile e maggio, e il primo giugno era pronto per partire per il suo terzo viaggio, meta la Toscana. Continuava a considerare quella di Montpellier una parentesi passeggera. Al termine della spedizione tornò a Parigi, dove scoprì che, in seguito alla morte di Ventenat, c’era nuovamente un posto vacante all’Institut. La candidatura fu presentata per la terza volta, e per la terza volta respinta. Non ce ne sarebbe stata una quarta. Ora era chiaro che il suo destino era Montpellier. Nelle estati dei tre anni successivi, ci furono ancora tre spedizioni, in Piemonte e in Savoia, in Alsazia e in Belgio, nella Francia centrale. Nel 1810, in seguito al riassetto delle Università voluto da Napoleone, fu istituita una cattedra di botanica presso la nuova facoltà di scienze naturali, di cui de Candolle divenne il primo titolare; era una cattedra più prestigiosa, con una migliore remunerazione, legata anche al rinnovamento dell'orto botanico, che, notevolmente accresciuto e dotato di finanziamenti più generosi, avrebbe dovuto diventare una stazione pilota per il rilancio dell'agricoltura del Midi. Così, nel novembre 1811, al rientro dall'ultimo viaggio, come scrive de Candolle nelle sue memorie, per la prima volta "si ritenne definitivamente stabilito a Montpellier". Furono anni di attività febbrile: da una parte c'era la direzione dell'orto botanico, che richiedeva una presenza costante, interventi strutturali, relazioni di scambio con altre istituzioni; dall'altra l'attività accademica, con le noie burocratiche, le riunioni, gli esami; la didattica, che, benché continuasse a concentrarsi nei mesi di aprile e maggio come da tradizione, era assai impegnativa. C'erano le lezioni ex cathedra, dove de Candolle introdusse, tra l'entusiasmo degli studenti e il disappunto dei colleghi, l'uso di "improvvisare", ovvero di parlare a braccio anziché leggere un testo scritto; e c'erano le periodiche e faticosissime erborizzazioni: si partiva alla mattina alle cinque, si trascorreva la mattina ad erborizzare, a rispondere alle domande, a spiegare concetti; poi un frugale pranzo condiviso; al pomeriggio si continuava, quasi sempre fino alle cinque o alle sei. Dopo dodici ore a camminare sotto il sole implacabile della Linguadoca, rispondendo a tutti i quesiti e tenendo d'occhio il gruppo, anche di cento o duecento studenti, perché non capitasse "nulla di sgradevole", de Candolle rientrava esausto, con il solo pensiero di buttarsi sul letto. Ma insegnare era anche gratificante, e intorno a lui si formò un gruppo scelto di allievi che talvolta diventarono anche amici. Il caso più noto è quello di Michel Félix Dunal. E nonostante tutto questo, e ancora la vita sociale, gli amici, la famiglia, c'era il tempo per scrivere e per pensare. Ora, con le ricerche, lo studio di altre flore, l'ampliamento dell'erbario, la "folla di idee di classificazione" che si erano delineate all'epoca di Flore française si andava definendo in un disegno compiuto. Era ora di metterle nero su bianco. In uno dei passi più affascinanti delle sue memorie, de Candolle racconta la vera e propria furia creativa da cui nacque la Théorie élémentaire de la botanique. Anche se da anni meditava sull’argomento, fu sorpreso egli stesso delle nuove idee che si affollavano alla sua mente; ogni dato doveva essere ripreso, riorganizzato e ricollocato in un nuovo quadro. Tante erano le idee, tanti i nuovi sviluppi, che egli se ne spaventava e temeva di aver perso il senno. Così si presentava all’amatissima moglie Fanny Torras e la pregava di osservare se stava dando segni di follia. Non era follia, ma lucidità. A Parigi c’era un amico con il quale de Candolle aveva discusso più di chiunque altro dei criteri di classificazione: l’abate portoghese José Correia da Serra, uomo di vasti interessi scientifici e di retto sentire. Da quelle conversazioni aveva maturato tre idee decisive e concatenate. La prima era la necessità di applicare alla botanica il metodo anatomico comparativo, già pienamente sviluppato in zoologia dalla scuola parigina di Buffon, Lamarck e Cuvier: osservare la struttura interna, non l’apparenza, per riconoscere l’ordine naturale. Ne derivava il concetto di simmetria tra le parti vegetali, intesa come disposizione strutturale che rivela la coerenza interna delle famiglie. Infine quello delle affinità, intese come legami profondi tra le forme, da privilegiare rispetto alle differenze superficiali. Erano le idee che ora costituivano il nucleo concettale della Théorie élémentaire. Così, quando il testo fu finito, portò con sé il manoscritto a Parigi e lo sottopose a Correia, attendendone trepidante il giudizio. Che il portoghese espresse in una sola parola: Imprimez, stampatelo. Pubblicata nel febbraio 1813, la Théorie élémentaire de la botanique suscitò discussioni, critiche e plauso. Fu recensita, tradotta, spesso anche deformata, ma presto si impose come un classico e già nel 1819 ne venne stampata una seconda edizione. Per de Candolle, però, la Théorie élémentaire non era un punto d’arrivo. Il destino del "libro immortale" di Jusseu gli aveva mostrato che se una teoria non si traduce in realtà, rimane lettera morta. Le opere generali di botaniche, ancora concepite secondo il metodo linneano, erano ormai superate. Era ora di redigerne una basata sui principi del metodo naturale "non solo per l'insieme ma nei particolari": insomma, l'enumerazione dell'intero mondo vegetale di cui la Théorie élémentaire sarebbe stata, per così dire, la prefazione. La forma giusta era quella di una serie di monografie sulle singole famiglie. La prima fu la trattazione delle Ranuncolaceae, seguita da alcune altre: il primo nucleo del futuro Regni vegetabilis systema naturale. Questa volta portò il manoscritto al vecchio Desfontaines, che ne fu enchanté. Era una conferma, e una consacrazione. Nel periodo di straordinaria fecondità di Montpellier nacaquero anche altre opere. La ricognizione della flora francese si tradusse, oltre che in tre relazioni pubblicate nelle "Mémoires de la Société d’agriculture", in un volume aggiuntivo alla Flore française, uscito nel 1815, in cui descrisse circa duemila nuove specie, incluse circa centotrenta specie di funghi dell’area mediterranea, un ambito cui dedicò particolare attenzione anche per le sue conseguenze sull’agricoltura e sulla salute pubblica. Nel 1816 pubblicò un'edizione ampliata di Essai sur les propriétés médicales cui volle premettere una dedica ai "botanici fondatori della teoria delle relazioni naturali", che suona come una genealogia, un lascito da lui raccolto e portato a compimento: «Jean e Gaspard Bauhin, Tournefort, Magnol, Ray, Morison che l’hanno presagita; Bernard de Jussieu che l’ha provata; Adanson che l’ha sviluppata; Antoine-Laurent de Jussieu che l’ha sottoposta a leggi fisse; Desfontaines che l’ha collegata all’anatomia vegetale; Richard che l’ha chiarita studiando i frutti; Robert Brown che l’ha estesa con l’esame delle piante della Nuova Olanda». L’arrivo a Montpellier di Mociño, che — devastato dalla malattia e dal crollo di tutte le sue speranze — gli affidò le tavole superstiti della spedizione in Messico raccomandandogli «Continuate, vi ho affidato la custodia della mia gloria», fu l’inizio dei suoi studi sulla flora messicana; mentre dalle sue stesse esperienze di botanico viaggiatore e di osservatore delle relazioni tra piante e territorio cominciava a gettare le basi di un’opera sulla fitogeografia. A tutti questi progetti, a questi fili che andavano intrecciandosi, misero bruscamente fine le storia e la politica. Nelle convulse circostanze del crollo dell'impero napoleonico e del ritorno dei Borbone, gli fu affibbiata l'etichetta di bonapartista e fu di fatto costretto a dimettersi. Così, nel settembre 1816, lo scenario della sua vita cambiò per la seconda volta, con il ritorno a Ginevra. Sulle rive del Lemano: il sistema Un ritorno, dunque, non un esilio. Non aveva mai interrotto le relazioni con Ginevra, dove spesso tornava per fare visita ai genitori; aveva accettato con orgoglio il titolo di professore onorario dell'Accademia di Ginevra; fin dal settembre 1814 aveva prudentemente iscritto Alphonse al liceo a Ginevra e da mesi era in trattative segrete per ottenere una cattedra di botanica nella città natale. Tanto meno una fuga: si impegnò persino a tornare a Montpellier a tenere un ultimo corso, cosa che avrebbe fatto nel maggio 1817. Agli occhi del mondo, a determinare il suo ritorno sulle rive del Lemano fu dunque un invito formale del governo cantonale, con l’assegnazione della nuova cattedra di scienze naturali. Lo attendevano due compiti, diversi ma altrettanto grandiosi. Da una parte, creare dal nulla un orto botanico che fosse allo stesso tempo terreno di sperimentazione agricola, spazio di bellezza con le serre calde e la limonaia per le piante esotiche, centro di studio con una scuola di botanica, un erbario e una biblioteca. Dall’altra, riannodare i fili interrotti a Montpellier e tradurre il metodo naturale in sistema. Come scrive egli stesso, tra il serio e il faceto, nelle sue memorie: dopo aver emulato von Haller e la sua Flora helvetica con la Flore française, dopo aver scritto la Théorie élémentaire per essere degno di Bernard de Jussieu, ora gli toccava sostituire l’opera di Linneo. Riprese a lavorare alle monografie sulle famiglie di piante, pubblicando i primi due volumi di Regni vegetabilis systema naturale. Il primo, uscito nel 1818, contiene la trattazione di Ranuncolaceae, Dilleniaceae, Magnoliaceae, Annonaceae e Menispermataceae; il secondo, pubblicato nel 1821, quella di Berberidaceae, Podophyllaceae, Nymphaeaceae, Papaveraceae, Fumariaceae e Cruciferae. Le dimensioni stesse dell’opera (550 pagine il primo volume, 750 il secondo) e il tempo necessario per completarla gli diedero la misura della vastità del compito e dell’impossibilità di portarlo a termine. Decise così di riprenderlo in forma abbreviata e sintetica, dando al nuovo progetto il titolo di Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis, con il quale voleva sottolineare che si trattava solo dell'abbozzo dell'opera di cui aveva già pubblicato due volume, e che si illudeva di potere riprendere un giorno. Un'illusione di cui non era ancora consapevole. La scrittura del Prodromus avrebbe accompagnato tutta la sua vita: dal primo volume, pubblicato nel 1824, al settimo, uscito nel 1838, quando i crescenti problemi di salute l’avevano già costretto a cedere la cattedra e la direzione dell’orto botanico al figlio Alphonse. E poi sarebbe continuata per altri dieci volumi e per oltre trent’anni dopo la sua morte, sotto la direzione dello stesso Alphonse e con il coinvolgimento di decine di botanici, senza tuttavia esaurire il compito di catalogare l’intero regno vegetale: dovette limitarsi alle Dicotiledoni. I primi sette volumi del Prodromus sono spesso considerati un one man work: è vero che il contributo di Augustin Pyrame de Candolle fu immenso — scrisse da solo due terzi dell’opera, per un totale di 4300 pagine e 28.234 specie — ma si avvalse anche della collaborazione di altri botanici, come l’allievo prediletto Dunal o Jacques-Denis Choisy. L'opera è uno dei caposaldi della botanica ottocentesca e il suo impatto fu incalcolabile, eppure non esaurì l'attività di de Candolle. Come docente, era ormai un caposcuola, con allievi che venivano anche dall'estero per seguire i suoi corsi, tanto all'Accademia quanto come allievi privati (una pratica che aveva inaugurato per arricchire le non cospicue entrate); viaggiava in Svizzera e all'estero, accoglieva volentieri i visitatori che venivano a fargli omaggio, non rinunciava alla vita sociale, era membro di infinite società scientifiche e spesso accettava incarichi civici. Né la sua opera botanica si limitò al pur immenso Prodromus. Vanno ricordati almeno la Flore du Mexique (1819), per la quale gli vennero in soccorso le sue amiche, le dame ginevrine che copiarono le tavole prima che le restituisse a Mociño, come ho raccontato in questo post; e soprattutto Essai élémentaire de géographie botanique, un testo fondamentale per comprendere la relazione tra le piante e l'ambiente e opera fondativa della fitogeografia. Il suo pensiero e le sue opere hanno lasciato una traccia profonda non solo nella tassonomia (per inciso, un termine introdotto proprio da lui), ma anche negli studi sulla fisiologia e alle biologia vegetale, nell'agronomia e nella micologia. In poche parole, dopo de Candolle, la botanica non è più stata la stessa. Due lasciti ancora vanno ricordati. In primo luogo Mémoires et souvenirs, che de Candolle iniziò a scrivere forse nel 1821 e fu pubblicato postumo dal figlio, con note piene di reverenza e affetto: un documento ineguagliabile per conoscere la vita di de Candolle, l’evoluzione del suo pensiero e, allo stesso tempo, un ritratto sociale e culturale delle tre città in cui visse — Parigi, Montpellier e Ginevra. E poi l’erbario, lo strumento sul quale lui e suo figlio edificarono Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis, ancora accresciuto dal nipote Casimir e dal bisnipote Augustin. Conta quasi 45.000 esemplari, di cui oltre 22.000 tipi; oggi è custodito all’orto botanico di Ginevra, cui fu donato dalla famiglia de Candolle, seguendo la volontà del fondatore, che fu tra i primi a dare libero accesso alle sue raccolte ai ricercatori. Tanti nomi, una pianta Che il fondatore della tassonomia abbia lasciato un'impronta senza uguali (Linneo a parte) nella nomenclatura botanica è quasi lapalissiano. I taxa seguiti dalla inconfondibile sigla DC. secondo Plants of the World on line sono 27.898, di cui oltre 4000 tuttora accettati. Più di 100 taxa, di cui una trentina accettati, portano gli eponimi candollei e più di 200, di cui una cinquantina accettati, candolleanus (certo molti in condivisione con Alphonse). Per cinque volte gli è stato dedicato un genere Candollea: nel 1803 da Mirbel, che cinque anni dopo gli avrebbe soffiato il posto all'Institut; nel 1805 da Laballardière, che fu invece uno dei primi a capirne il valore e sempre votò a suo favore; nel 1810 da Baumgarten; nel 1840 da Steudel; e ancora nel 2021 dal botanico turco Yıldırımlı. Nessuno è accettato. Ma, per sua e mia fortuna, a sottrarre de Candolle dal destino di botanico “senza Nobel” provvide nel 1966 R.S. Cowan, istituendo Candolleodendron. Nel 1953 egli studiò il tipo di Swartzia brachystachya nell’erbario de Candolle; confrontandolo con esemplari ricevuti da altri erbari, decise di elevare quella specie a genere, scegliendo di nominarlo per commemorare “uno dei più perspicaci pionieri dello studio dei legumi tropicali, Augustin Pyrame de Candolle”. Candolleodendron R.S.Cowan è oggi un genere monotipico della famiglia Fabaceae, che continua ad ospitare unicamente C. brachystachyum, un raro albero del Brasile amazzonico. Poco studiato, è caratterizzato da foglie paripennate con rachide robusto, fiori zigomorfi gialli e aranciati, frutti legnosi e oblunghi, tipici delle leguminose tropicali. Un piccolo omaggio, non un vasto genere monumentale. Credo che non sarebbe spiaciuto a Augustin Pyrame, che sapeva ironizzare su stesso: mai avrebbe voluto diventare un monumento. Aveva una concezione della botanica non eroica ma etica, e ha lasciato pagine incisive sulla responsabilità sociale e morale dello scienziato. Del resto, altri omaggi non gli sono mancati: il genere di funghi Candolleomyces; la rivista "Candollea", organo dell'Orto botanico di Ginevra; rue de Candolle, tanto a Parigi, quanto a Montpellier e a Ginevra; il Collège de Candolle a Ginevra. E poi c'è la sua opera, che parla da sé e continua a offrire idee fertili alla botanica, come fa da generazioni.
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
September 2026
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