|
Karl Sigismund Kunth non mise mai piede in Sud America, eppure fu lui a dare la prima forma sistematica alla sua flora, pubblicando con rigore e rara efficacia le raccolte di Humboldt e Bonpland. Nei decenni successivi proseguì con un’opera tassonomica monumentale in cui descrisse e classificò migliaia di specie, consolidando il suo ruolo di pioniere della sistematica moderna. Il suo nome è oggi ricordato da Kuntheria pedunculata, una rara pianta delle foreste australiane. Parigi: alle prese con le raccolte di Humboldt e Bonpland Come ho anticipato in questo post, alla fine a pubblicare le raccolte botaniche della spedizione di Humboldt e Bonpland e a dar loro l’ordine definitivo fu Karl Sigismund Kunth (1788‑1850). Tra i numerosi giovani scienziati che Humboldt sostenne e incoraggiò, egli occupa una posizione particolare, non solo per il lungo periodo trascorso come suo assistente e collaboratore più stretto, ma anche per i legami familiari e scientifici che lo univano a lui. Era infatti nipote di Gottlob Johann Christian Kunth, il pedagogo che aveva contribuito all’educazione dei fratelli Humboldt, e allievo di Carl Ludwig Willdenow, maestro di Alexander e figura di riferimento della botanica berlinese. Sempre più insoddisfatto della lentezza e della dispersione di Bonpland, aggravate dal suo incarico alla Malmaison, Humboldt cercava un botanico dotato di precisione metodica ed efficienza operativa, capace di trasformare le raccolte americane in un corpus scientifico coerente. Fu proprio grazie a Willdenow e allo zio Gottlob Johann Christian Kunth che incontrò il giovane Karl Sigismund, allora venticinquenne. Trasferitosi a Berlino nel 1806 per difficoltà familiari, aveva dovuto interrompere gli studi a Lipsia e lavorava alla Banca di Stato, ma approfittava di ogni occasione per colmare le lacune della sua formazione. Sotto la guida di Willdenow si avvicinò alla botanica e nel 1813 pubblicò la sua prima opera, una flora di Berlino. Quello stesso anno accettò la proposta di Humboldt di trasferirsi a Parigi come suo assistente, con l’incarico di occuparsi della pubblicazione sistematica delle raccolte americane. Come ha osservato Hans Walter Lack, “solo ora – nove anni dopo il ritorno di Humboldt e Bonpland a Parigi – iniziò la registrazione metodica dei risultati della spedizione, e il lavoro svolto da Kunth è ancora oggi considerato ammirevole e di straordinaria importanza.” Per procedere, tuttavia, erano indispensabili i diari di campo (Journal de botanique), in cui Humboldt e Bonpland avevano annotato le descrizioni dal vivo delle piante (numerate da 1 a 4528). Uno dei primi, sgradevoli, compiti di Kunth fu dunque recarsi a Le Havre per convincere Bonpland a consegnargli i diari, evitando che li portasse con sé in Sud America. Parigi, all’epoca una delle capitali della botanica, offriva a Kunth un ambiente ideale: condivideva l’appartamento con Humboldt, aveva accesso alle collezioni del Jardin des Plantes e del Muséum d’Histoire naturelle, arricchite dalle raccolte donate dallo stesso Humboldt, e alla grande collezione provata del barone Delessert; poté giovarsi dei contatti con botanici come Antoine Laurent de Jussieu e Louis Claude Marie Richard. Un viaggio a Londra lo mise in contatto con Robert Brown e gli aprì le porte delle collezioni prima di Banks poi del British Museum. Nei nove anni dal 1816 al 1825 riuscì a completare i sette volumi di Nova Genera et Species Plantarum, curandone la regolare pubblicazione e realizzando persino i disegni analiti delle parti florali su cui Pierre Jean François Turpin basò le 700 incisioni. L'opera comprende 4500 specie, circa 3600 delle quali descritte per la prima volta, organizzate in famiglie naturali: un risultato straordinario ottenuto in tempi eccezionalmente rapidi, che segna non solo uno dei primi grandi traguardi della sistematica, ma anche la vera fondazione dello studio della flora sudamericana. Kunth è stato descritto come il classico botanico da scrivania: utilizzava una lente montata su supporto per mantenere le mani libere, selezionava i campioni con rigore quasi ossessivo e mostrava una capacità di lavoro inesauribile. Oltre a portare a termine la sua opera principale, avviò anche Mimoses et autres plantes Légumineuses du Nouveau Continent e Synopsis plantarum. Era ormai un membro riconosciuto della botanica internazionale: nel 1818 divenne membro corrispondente dell'Accademia delle scienze di Parigi, dal 1822 fu accolta nella Leopoldina, dal 1826 nell'Accademia di Gottinga. Per i suoi meriti botanici, gli venne anche conferita la legion d'onore. Berlino: il tassonomista che ordinò la natura Nel 1827 Humboldt tornò a Berlino e Kunth lo seguì due anni dopo. Fu nominato professore ordinario di botanica all'Università di Berlino e vicedirettore dell'orto botanico, nonché membro dell'Accademia delle scienze di Berlino. All'epoca, Humboldt sognava di esplorare la flora dell'Himalaya ed era in trattative con la Compagnia inglese delle Indie per ottenere i necessari permessi; in quel viaggio, pensava, Kunth avrebbe potuto essere il suo compagno. Così lo mandò Svizzera a studiare la flora delle Alpi. I permessi non arrivarono e il viaggio non avvenne mai, ma la puntata in Svizzera - l'unica ampia esplorazione sul campo del nostro botanico da scrivania - fu utile a Kunth per una migliore comprensione degli ecosistemi alpini. La sua vita si divideva tra le lezioni, le conferenze, lo studio e la preparazione di numerose pubblicazioni. Nel 1831 per i suoi studenti pubblicò un manuale di botanica, nel 1833 completò una monografia sulle graminacee sudamericane, iniziata a Parigi, e avviò la pubblicazione di Enumeratio plantarum omnium hucusque cognitarum, secundum familias naturales disposita, che lo avrebbe impegnato fino alla fine dei suoi giorni. L’opera fu concepita come una grande sintesi delle piante conosciute, ordinate secondo famiglie naturali. Si trattava di un progetto ambizioso, portato avanti in solitudine e rimasto incompiuto a causa della sua morte. Comprende anche centinaia di descrizioni di nuove piante, frutto delle sue esplorazioni personali, dei materiali inviati da corrispondenti e amici, e soprattutto delle osservazioni condotte nell’orto botanico di Berlino. Il valore dell’opera è confermato dal fatto che numerosi generi e specie da lui istituiti sono tuttora considerati validi. Purtroppo gli ultimi anni di questo instancabile botanico furono segnati da sofferenze crescenti. Intorno ai cinquant’anni cominciò a patire dolori reumatici sempre più tormentosi, che finirono per limitarne i movimenti. Nel 1845 pensò di recarsi a Salisburgo per tentare una cura termale, ma la malattia lo costrinse a fermarsi a Monaco di Baviera. Alle difficoltà fisiche si aggiunsero quelle interiori: una depressione sempre più profonda che nel 1850 pose tragicamente fine alla sua vita. Nel suo epitaffio, Humboldt espresse il dolore e il rimpianto per la perdita dell’amico di “35 anni di comunanza di ideali e di aspirazioni” e riconobbe pienamente l’importanza del suo contributo: “gli devo gran parte del favore e dell’attenzione che il pubblico ha dedicato così abbondantemente e costantemente alle ricerche botaniche nella zona equinoziale mie e di Bonpland”. I viaggi e le avventure sono la parte della botanica che più ci affascina, ma sono i botanici da scrivania come Kunth a dare ordine ai risultati e a far progredire le conoscenze. Un ultimo lascito alla scienza fu l'erbario - con circa 60.000 esemplari di 44.500 era uno dei maggiori posseduti da un privato - che alla sua morte passò al Museo botanico di Berlino, di cui all'epoca andò a costituire il fondo più ricco. Kuntheria: una dedica tardiva venuta da lontano Qualche cifra ci dà un'idea della vastità del lavoro di Kunth: l'International Plant Names Index gli assegna la pubblicazione di 7047 nomi di specie o generi; secondo Plants of the World on line, il data base di Kew, i generi da lui istituiti sono 244, 121 dei quali accettati: una notevole percentuale, a un secolo e mezzo di distanza, che ce ne conferma la qualità. Non gli spiaceva dedicare i suoi generi a colleghi, come modo per esprimere la sua stima e il riconoscimento per il loro contributo scientifico; tra gli altri, Chamissoa, per il "collega" berlinese Adalbert von Chamisso oppure Guilleminea, Perrottetia, Gaylussacia, Brongniartia e molti altri per i vecchi amici del Jardin des Plantes. Fu ricambiato con la dedica di due generi Kunthia. Il primo omaggio, quasi obbligato, venne da Bompland (e indirettamente da Humboldt) che nel 1813 nel secondo volume di Plantes équinoxiales istituì Kunthia, Arecaceae (oggi sinonimo di Camaedorea). Fu invece un altro botanico tedesco che condivideva i suoi interessi tassonomici, August Wilhelm Dennstedt, a dedicargli nel 1818 il secondo Kunthia, Burseraceae, oggi sinonimo di Gariga. Anche Kunth, dunque, rischiava di unirsi alla lunga schiera di botanici rimasti privi di un genere valido. A rimediare, quasi due secoli dopo, pensarono nel 1987 i botanici australiani J. G. Conran e H. T. Clifford con la dedica di Kuntheria. All'epoca era attribuito alla famiglia Liliaceae, e proprio a ciò fa riferimento la laconica dedica: "Nominato in onore del botanico tedesco Carl Sigismund Kunth (1788–1850) che lavorò su molte Liliaceae". Oggi trasferito alla famiglia Colchicaceae, Kuntheria è un genere monotipico rappresentato unicamente da K. pedunculata, una specie endemica delle foreste pluviali del Queensland nord‑orientale, dove cresce nel sottobosco in poche località. Si tratta di un arbusto rizomatoso alto fino a due metri, con molti tronchi glabri ed eretti e rami che crescono a zig zig. Ha foglie distiche percorse da nervature parallele e reticolate, piccoli fiori a stella giallo-aranciato raccolti in ombrelle e frutti capsulari trilobati. E' affine al genere Schelhammera; infatti fu inizialmente descritta nel 1891 da Ferdinand von Müller come Schelhammera pedunculata. Anche se al momento è ancora poco coltivata, ha un grande potenziale come pianta ornamentale, sia per contenitori sia in giardini dal clima mite in posizione ombrosa e protetta.
0 Comments
Dopo aver condiviso con Humboldt uno dei viaggi scientifici più celebri dell’età moderna, Bonpland avrebbe potuto vivere di gloria riflessa, limitandosi a collaborare in seconda fila alla monumentale pubblicazione dei risultati. Invece, scelse altre strade. Accettò l’invito di Joséphine de Beauharnais di dirigere i giardini della Malmaison, dove coltivò e classificò specie esotiche con la stessa passione con cui le aveva raccolte. Ma fu il richiamo del Sud America a segnare davvero la sua vita: un ritorno che, da volontario esilio, si trasformò in scelta definitiva. Tra Argentina, Paraguay e Brasile, Bonpland visse da scienziato, medico, agronomo, e persino prigioniero politico. L'amicizia con Humboldt non cessò mai, anche se ora continuava solo per corrispondenza. Si spensero quasi contemporaneamente. A Buenos Aires, accanto alla via dedicata all'amico di sempre, una strada ricorda anche Bonpland, così come due città argentine, un cratere lunare e il genere Bonplandia (Polemoniaceae). Francia, America spagnola, Francia Aimé Bonpland non è stato solo il compagno di viaggio di Humboldt, o ancor meno la sua spalla. Era un promettente botanico già prima di conoscerlo e, soprattutto, dopo quel viaggio fece scelte autonome che lo resero protagonista di un'avventura tutta per sé. Nato a La Rochelle, figlio di un chirurgo e discendente di una famiglia di farmacisti, il suo vero nome era Aimé Jacques Alexandre Goujaud, ma diversi membri della famiglia avevano adottato il soprannome Bonpland. Si racconta che, mentre sorvegliava l'impianto di una vigna, il nonno fosse stato avvertito della nascita del secondogenito ed esclamasse: «Dio sia lodato! C’est bon plant (= è una buona pianta)». Infondato, invece, l’aneddoto secondo cui il nome gli sarebbe stato attribuito dal padre vedendolo coltivare con passione le piante del suo giardino. Verso il 1790, il diciassettenne Aimé lasciò La Rochelle per raggiungere a Parigi il fratello maggiore Michel, che studiava medicina. Insieme seguirono corsi di anatomia e frequentarono assiduamente il Jardin des Plantes e le lezioni di botanica di Lamarck, Jussieu e Desfontaines. Nel 1794 i fratelli Goujaud-Bonpland si arruolarono come medici militari: Michel nell'esercito, Aimé in marina, lavorando prima nell'ospedale di Rochefort e poi a Tolone. Dopo un anno, terminato il servizio militare, Aimé tornò a Parigi e si laureò in medicina nel 1797. I suoi talenti di botanico attirarono l'attenzione dei professori, in particolare di André Thouin, da cui apprese le tecniche di acclimatazione delle piante esotiche. Così, quando il Direttorio cominciò a progettare una spedizione intorno al mondo diretta dal vecchio ammiraglio Bougainville, Bonpland fu designato come naturalista. Era al colmo dell'eccitazione per quel viaggio da sogno quando incontrò Alexander von Humboldt: fu l'incontro di due anime gemelle per passioni, progetti e ideali di vita. Poi, come ho raccontato in questo post, i progetti del Direttorio cambiarono: a Bougainville succedette Baudin, alla seconda circumnavigazione del globo una spedizione nelle Terre australi; i tempi si dilatarono, e gli impazienti Humboldt e Bonpland andarono alla ricerca dell'avventura nell'America spagnola. In quell'epico viaggio, il ruolo di Bonpland – amico e segretario – non fu per nulla quello di una spalla irrilevante. Intrepido, seguì Humboldt in tutte le avventure, anche le più rischiose, ma soprattutto diede un rilevantissimo contributo scientifico. Come già sottolineava suo fratello Wilhelm, il vero genio di Humboldt, naturalista a 360 gradi, era connettere le conoscenze in una visione d'insieme; Bonpland, invece, era soprattutto un botanico, e fu lui a fare il grosso delle raccolte: alla fine, il bottino ammontò a 60.000 esemplari e a 6.000 specie ignote alla scienza. Già durante il viaggio, scrisse dal vivo un numero impressionante di descrizioni di queste nuove specie. Dopo cinque anni, il 3 agosto 1804 i due amici erano di ritorno in Francia. Aimé andò a La Rochelle per ritrovare la famiglia, mentre Alexander proseguì per Parigi e poi per Berlino a raccogliere i primi frutti della sua gloria. Quando si riunirono a Parigi, iniziò l'immane lavoro della pubblicazione dei risultati della spedizione. Humboldt redigeva le parti di geografia, astronomia, zoologia, mentre a Bonpland spettava il compito di classificare e pubblicare le piante, i cui esemplari era stati donati al Muséum d'histoire naturelle. La sua speranza di ricevere una posizione ufficiale in questa istituzione andò però delusa, e, mentre l'amico diventava il leone dei salotti, si accorse di preferire di gran lunga il lavoro sul campo a quello alla scrivania. Così, anche se tutti i volumi di Voyage aux régions équinotiales du Nouveau Continent e di Nova genera et species plantarum usciranno sempre con i due nomi affiancati - "par Humboldt et Bonpland", in quest'ordine - e l'amicizia non verrà mai meno, non mancarono gli screzi. Humbold (le cui capacità di lavoro erano letteralmente sovrumane) trovava che Bonpland impiegasse troppo tempo a trasformare le sue note manoscritte in testi pronti per la stampa: una volta, quando in otto mesi l'amico scrisse solo dieci descrizioni, commentò infastidito: "A qualsiasi altro botanico sarebbero bastate due settimane!". Così premeva affinché almeno i doppioni fossero inviati a Berlino, per essere pubblicati dal suo maestro Willdenow. Bonpland tergiversò, ma alla fine, nel 1807, numerosi esemplari presero la via della capitale prussiana. Dal 1813, anche quelli rimasti a Parigi furono affidati definitivamente al botanico tedesco Karl Sigismund Kunth, al quale passò la redazione finale. Bonpland soffriva certamente per la sua posizione, anche finanziariamente incerta. Così, nel 1808, quando l’imperatrice Giuseppina gli chiese di succedere a Ventenat come botanico e curatore dei giardini della Malmaison (e più tardi anche di Navarre), accettò. Come abbiamo visto in questo post, l’imperatrice era una grande appassionata di piante e, nel giardino e nella grande serra, faceva coltivare specie rare, incluse quelle australiane giunte in seguito alla spedizione Baudin. Nel nuovo ruolo di intendente, Bonpland dimostrò notevoli capacità manageriali e viaggiò spesso in tutta Europa alla ricerca di nuove piante. Nel 1813 pubblicò la descrizione delle piante rare coltivate nel giardino, con illustrazioni di Redouté (Description des plantes rares cultivées à Malmaison et à Navarre). Viaggio di sola andata in Sud America La caduta di Napoleone, seguita quasi immediatamente dalla morte della sua protettrice, fu uno choc tale che Bonpland decise di lasciare l’Europa. Sia lui sia Humboldt avevano mantenuto molti contatti con il Sud America e a Parigi avevano conosciuto Simón Bolívar. In un primo momento Bonpland pensò di accettare l’offerta di quest’ultimo di trasferirsi in Venezuela. Ma, contattato da Bernardino Rivadavia – allora in missione diplomatica in Europa – optò per Buenos Aires, dove gli era stata offerta una cattedra di scienze naturali alla facoltà di medicina. Portando con sé strumenti scientifici e materiali per creare un orto botanico e un museo di scienze naturali, arrivò a Buenos Aires il 26 novembre 1816. Nel 1817 fu ammesso all’Accademia delle scienze di Parigi come membro corrispondente; negli anni successivi, avrebbe inviato al Muséum molti esemplari botanici, zoologici e mineralogici. Il governo delle Province Unite del Río de la Plata lo accolse con favore, ma la situazione politica – con la guerra d’indipendenza in corso – era altamente instabile, e i suoi progetti dovettero essere ridimensionati. Per tre anni visse a Buenos Aires, lavorando come medico e insegnando scienze naturali al Consulado de Comercio e Materia medica all’Instituto Médico. Desideroso di riprendere le ricerche sul campo, nel 1820 si trasferì nella provincia di Corrientes, punto di partenza di numerose spedizioni verso il nord del paese e lungo la costa, in alcune delle quali fu accompagnato dal pittore Pierre Benoît. Nel 1821 fondò una tenuta agricola a Santa Ana – oggi nella provincia di Misiones, allora territorio di frontiera conteso tra Argentina e Paraguay – dove coltivava piante medicinali e officinali. Avendo scoperto il meccanismo di riproduzione del mate (Ilex paraguariensis), iniziò a coltivarlo e commercializzarlo. Poiché la colonia era stata creata senza il permesso del governo paraguaiano, che deteneva il monopolio del mate, queste attività irritarono il Dictador Supremo del Paraguay, José Gaspar Rodríguez de Francia, che ordinò la distruzione della colonia e l’arresto di Bonpland. Nella notte del 21 dicembre 1821, una forza di 500 soldati paraguayani fece irruzione nella colonia, uccise diversi contadini, incendiò gli edifici e i campi e catturò Bonpland, che, ferito, venne portato via in catene. Fu confinato a Santa María (oggi nel dipartimento di Misiones, Paraguay) in residenza sorvegliata. Qui assistette come medico gli indigeni guaraní, aprì un ospedale e arrotondò le entrate con l’allevamento del bestiame e attività come una pasticceria, una bottega di falegname e una distilleria. I guaraní lo chiamavano karai arandu, “signore intelligente”, per la sua conoscenza della medicina e delle piante. La sua detenzione si protrasse per dieci anni, fino al 1831, nonostante le numerose pressioni in suo favore. Per la sua liberazione intervenne lo stesso Bolívar, che minacciò di invadere il Paraguay se il “suo medico” non fosse stato rilasciato. Una volta liberato, Bonpland riprese le sue attività e le ricerche botaniche, continuando a percorrere il territorio di frontiera tra Brasile, Argentina e Uruguay. Si stabilì dapprima a São Borja, in Brasile, poi nella provincia di Corrientes, e infine, dal 1838, definitivamente a Santa Ana (dipartimento di Corrientes). Nel 1835 inviò al Museo di scienze naturali di Parigi 25 casse con le sue raccolte. Si sposò con la figlia di un capo guaraní, da cui ebbe un figlio e una figlia, e continuò a esercitare come medico, imprenditore e scienziato. Nel 1854, ormai ottantenne, ricevette il titolo – forse ormai quasi onorifico – di "Director del Museo de la Provincia de Corrientes." A Santa Ana trascorse gli ultimi anni della sua vita e morì l’11 maggio 1858. In suo onore, la municipalità decise di cambiare nome alla località, che da quel momento venne ribattezzata Bonpland. Anche la prima Santa Ana, quella del dipartimento di Misiones dove aveva fondato la sua colonia agricola, oggi si chiama Bonpland. Omaggi botanici (e non solo) Così si concluse il lungo viaggio di Aimé Goujaud detto Bonpland, iniziato alla Rochelle e terminato in Corrientes, Argentina. A ricordarlo, oltre alle due località argentine, un fiume, un picco delle Ande venezuelane - che però non scalò mai - in Argentina ci sono parchi, musei, strade. A Santa Maria lo commemorano una via, una scuola e la casa-museo dove fu confinato per dieci anni. La scienza gli ha dedicato un cratere lunare, il genere di funghi ascomiceti Banplandiella, diverse decine di specie botaniche con l'eponimo bonplandii, bonplandianus e due generi Bonplandia: Bonplandia (Polemoniaceae), istituito da Cavanilles nell'1800, e Bonplandia (Rutaceae), da Willdenow nel 1804. Per la regola della priorità a essere valido è il primo. Senza dimenticare il periodico "Bonplandia", organo dell'Instituto de Botánica del Nordeste, Corrientes, giusto e duraturo omaggio a colui che fondò la ricerca botanica in quell'area dell'Argentina. A lungo dimenticato, o almeno oscurato dall’immensa personalità di Humboldt, Bonpland è oggi oggetto di una riscoperta soprattutto in Sudamerica. Nel 2023, in occasione dei 250 anni dalla nascita, gli è stato dedicato un convegno congiunto sia nella città natale La Rochelle sia in Argentina, accompagnato da una mostra virtuale visitabile a questo indirizzo. La dedica di Cavanilles risale al periodo in cui Bonpland e Humboldt frequentavano a Madrid gli ambienti dei botanici spagnoli, in attesa dell’udienza reale e del passaporto per l’America. Lo cita come semplice accompagnatore del suo più importante amico – non ancora celebre ma pur sempre barone – e come diligente allievo di illustri maestri, trascrivendone il cognome ad orecchio: «Ho dedicato questo genere al giovane cittadino A. Goujou [sic!] Bonpland che accompagna come botanico il barone von Humboldt, dopo aver seguito con applicazione e frutto i professori Jussieu e Desfontaines». Cavanilles scelse una pianticella della famiglia Polemoniaceae raccolta in Messico da Née e la battezzò Bonplandia geminiflora. A lungo rimase l'unica specie riconosciuta, finché all'inizio del Novecento si aggiunse B. linearis, però oggi spesso considerata una sua variante, riducendo nuovamente il genere a monotipico. Questa specie, nota con il nome volgare hierba del toro, è infatti molto variabile. Anche se in alcuni repertori è considerata un arbusto, è per lo più annuale, ma nel corso della stagione può raggiungere i due metri d'altezza e tende a lignificare alla base. Ha fusti esili molto ramificati, densamente coperti di peli ghiandolosi-viscosi, e foglie opposte e picciolate dalla forma molto variabile. I fiori, prodotti all'ascella fogliare, sono riuniti in coppia; hanno tubo quasi sempre bianco e corolla con cinque lobi, da azzurri a viola, da oblunghi a oblanceolati, i due superiori in genere più grandi dei tre inferiori, quello centrale lievemente arretrato: per la forma e il colore, possono ricordare una violetta. Il frutto è una capsula. Diffuso dal Messico al Guatemala, cresce soprattutto nelle comunità secondarie derivate da boschi caducifogli tropicali, inclusi ambienti rupicoli e ruderali. In alcune comunità è utilizzata per curare piccole ferite cutanee. L'unica parte edita del grande progetto dell'Accademia delle scienze francese di una storia generale delle piante che coniughi descrizioni accurate, illustrazioni dal vero, ricerche fisiologiche e chimiche, esce nel 1676 sotto forma di una memoria con 40 piante descritte da Marchant e un'ampia introduzione di Dodart, che ne espone con chiarezza i principi teorici. Medico giansenista diviso tra nobili pazienti e attenzione ai più poveri, non si adonterà troppo quando l'ambizioso programma verrà abbandonato. Al di là delle diverse posizioni scientifiche, Tournefort gli dimostrerà la sua stima con la dedica del genere Dodartia. Medico della nobiltà e dei poveri Come ho anticipato in questo post, nel 1676 l'Accademia francese delle scienze pubblicò Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes, preludio alla futura Histoire des Plantes, ma di fatto l'unico esito di quell'impresa destinata ad essere abbandonata. A scrivere l'ampia prefazione, intitolata Projet de l'Histoire des plantes, fu il medico e botanico Denis Dodart (1634-1707) che almeno per qualche anno sembrò dare nuovo slancio all'iniziativa. Figlio di un notaio parigino e cresciuto in un ambiente borghese, Dodart aveva ricevuto un'eccellente educazione, che oltre alle lingue classiche comprendeva anche il disegno e la musica. Secondo la tradizione familiare (anche la madre veniva da una famiglia di legali), iniziò gli studi di legge, ma poi passò a medicina. Nel 1660 conseguì il dottorato, mettendosi in luce per l'erudizione, l'eloquenza e l'apertura mentale. Guy Patin, il decano della facoltà, celebre per la sua lingua tagliente, in una lettera ne parla così: "Oggi abbiamo dato la licenza a sette baccellieri, il più fecondo si chiama Dodart, di 25 anni, è uno degli uomini più saggi e sapienti di questo secolo. Questo giovanotto è un prodigio di saggezza e sapienza, monstrum sine vitio". E in un'altra lettera: "Il nostro licenziato [...] è un ragazzone molto saggio, molto modesto, che conosce a memoria Ippocrate, Galeno, Aristotele, Cicerone, Seneca e Fernel. E' un ragazzo incomparabile, non ha ancora 26 anni ma la facoltà gli ha fatto grazia dei pochi mesi che gli mancavano vista la buona opinione che ce ne eravano fatti". Oltre che per l'erudizione e la competenza, si distingueva per l'assennatezza e la devozione, un insieme di virtù che attirarono l'attenzione della duchessa di Longueville, sorella del gran Condé, che lo scelse come medico personale. Grazie al suo favore, Dodart divenne medico dell'alta nobiltà, legandosi in particolare alle famiglie Condé e Conti di cui avrebbe curato i membri per tre generazioni. Dopo una vita burrascosa dedita agli amori e alla politica, la nobildonna era divenuta molto pia e si era ritirata a vivere nei pressi dell'Abbazia di Port Royal. Per suo tramite, il giovane medico conobbe quell'ambiente di religiosi e laici penitenti, divenne amico di molti di essi - tra i quali Jean Racine che lo cita spesso nella sua corrispondenza -. ne adottò il rigorismo morale e, oltre che medico dei ricchi, divenne medico dei poveri, che curava gratuitamente e soccorreva con la sua carità. Nel 1666 fu nominato professore di farmacia; nel 1672, su proposta di Condé. divenne consigliere medico reale. Incominciava anche a farsi conoscere con qualche scritto di medicina e botanica e nel 1673, su proposta di Colbert, fu ammesso all'Accademia delle scienze come secondo botanico. Da quel momento presentò all'Accademia una serie di memorie di argomento vario, ma accomunate da un approccio sperimentale. Utilizzando se stesso come oggetto di osservazione e servendosi di strumenti per misurare le variazioni quantitative, studiò la traspirazione e gli effetti della dieta sul peso; fu tra i primi a collegare l'ergotismo (fuoco di sant'Antonio) con la segale cornuta. Raccolse anche dati e statistiche sui rimedi e i farmaci usati per curare i poveri, poi confluiti nel libro Médecine des pauvres (1692). Appassionato di musica, di cui progettava di scrivere una storia, studiò i meccanismi della voce umana, sottolineando il ruolo fondamentale delle corde vocali. Come botanico, studiò la circolazione della linfa, l'influsso della gravità sullo sviluppo delle radici e sulla riproduzione. Descrisse inoltre un certo numero di piante, soprattutto introdotte dal Canada. Tra di esse, un'angelica canadese a fiori gialli (Angelica acadensis flore luteo), descritta nel 1666 in una memoria sul miele e le api; l'anno dopo, certamente non a caso, avrebbe chiamato la sua unica figlia Marguerite-Angelique. Il suo più importante contributo alla botanica è però la già citata introduzione a Mémoires pour servir á l'Histoire des Plantes. Il testo inizia con una breve avvertenza in cui Dodart insiste sul carattere collettivo dell'opera: tutti gli accademici hanno contribuito, almeno con pareri, ed essa è il risultato "delle proposte, delle esperienze e delle riflessioni di diversi membri di questa assemblea". Segue il primo capitolo, "De la description des plantes", in cui Dodart fissa le regole da seguire nelle descrizioni: senza cadere in eccessi, bisogna che "ogni pianta sia descritta in modo tale che sia impossibile confonderla con nessuna né di quelle che sono già state scoperte né di quelle che si potrà scoprire [in futuro]". Le descrizioni non potranno essere corte, e per studiare le strutture potrà essere necessario l'uso del microscopio. Le descrizioni, però, per precise che siano, non possono sostituire le illustrazioni, Ad esse Dodart dedica il secondo capitolo, "Des figures des plantes". Le dimensioni delle tavole devono essere le più grandi possibili, in modo da rappresentare le piante a grandezza naturale; le specie più piccole e i particolari devono essere disegnati "come si vedono al microscopio"; le piante poi devono essere ritratte dal vero, nel loro ambiente naturale "cioè ancora nella terra da dove sono nate". Di fatto, Dodart esprime a posteriori il metodo a cui Nicolas Robin si atteneva fin da quando lavorava per il duca d'Orlèans; e indubbiamente la maggiore riuscita dell'Histoire des Plantes sta proprio nella bellezza e nella precisione delle tavole, che apriranno la strada alla perfezione scientifica dei disegni di Aubriet, che di Robin fu allievo e successore come "pittore del re". Il terzo capitolo, "De la culture des plantes", è essenzialmente una dichiarazione d'intenti: Dodart auspica che la futura storia della piante includa osservazioni e esperienze sulla germinazione, la crescita, l'acclimatazione e il miglioramento di numerose specie. Il quarto capitolo, "Des vertues des plantes" è il più ampio (oltre quaranta pagine su una cinquantina totali); analizza la questione che più stava a cuore all'Accademia, la verifica delle virtù medicinali delle piante attraverso l'analisi chimica; questo approccio, tuttavia, si rivelò anche il maggior fallimento dell'Histoire des Plantes: le analisi di Bourdelin, pur portate avanti per anni, non approdarono a nulla e non furono mai pubblicate. L'ultimo capitolo, infine, "Mémoires que la Compagnie doit donner au public sur l'Histoire des Plantes", è una sintesi del progetti editoriali futuri; progetti che, come sappiamo, non vennero mai realizzati, o almeno non si tradussero in alcuna ulteriore pubblicazione. Lo stesso Dodart, tra il 1680 e il 1681 fu attivamente impegnato nella scrittura di una ipotetica seconda parte, dedicata alle piante alimentari native, "il coriandolo, la lattuga, la cicoria selvatica e coltivata, il crescione". Aveva già messo insieme un volume di adeguate dimensioni quando, rientrando a Parigi con il manoscritto pronto per la stampa, fu derubato da un gruppo di banditi di strada, Dovette riscrivere tutto da capo, ma anche il suo lavoro non fu né completato né pubblicato. Con la morte di Colbert (1684) vennero meno sia lo slancio sia i finanziamenti. Così, quando nel 1694 l'Histoire Naturelle viene defintivamente accantonata, Dodart si rassegnò senza troppi rimpianti. Del resto, ora era molto impegnato come medico. La sua vicinanza a Port Royal non era vista di buon occhio dal re Sole, che più volte pensò di cacciarlo dalla corte. Ma i suoi modi irreprensibili, la competenza professionale e soprattutto la protezione di Mme de Mantenon lo impedirono, tanto che nel 1698 divenne medico di corte con una pensione di 1000 scudi e medico della scuola di Saint-Cyr. Faceva la spola tra Parigi, Versailles e Fontainebleau e continuava a dividersi tra i clienti altolocati - era il primo medico della principessa vedova di Conti e dei suoi figli - e l'assistenza ai poveri, con i quali poteva persino essere confuso. Magrissimo, quasi calvo e senza parrucca, con abiti modestissimi, un giorno mentre si trovava in una chiesa fu scambiato da una nobildonna che lo conosceva per un "povero vergognoso" (come venivano chiamate le persone di buona famiglia cadute in povertà che si vergognavano di mendicare). E fu proprio il suo spirito di carità a portarlo alla morte: nel 1707, settantreenne, curando alcuni dei suoi pazienti più poveri prese freddo, contrasse la polmonite e ne morì nell'arco di dieci giorni. Dopo la sua morte, la principessa di Conti prese come medico suo figlio Jean-Baptiste Dodart. Avrebbe fatto una carriera anche più brillante di quella paterna, divenendo primo medico di Luigi XV. Un omaggio dal Levante Come il suo amico e successore all'Accademia delle scienze Louis Morin, Denis Dodart deve il suo ingresso tra i dedicatari di un genere di piante a Joseph Pitton de Tournefort, che aveva grande stima della sua figura morale. In Relation d'un Voyage du Levant leggiamo: "Quel giorno avemmo il piacere di stabilire un nuovo genere di piante e gli imponemmo il nome di uno degli uomini più sapienti di questo secolo, ugualmente stimato per la modestia e la purezza dei costumi. E' quello di M. Dodart dell'Accademia reale delle scienze, medico di sua altezza la principessa vedova di Conti". Validato da Linneo, Dodartia (famiglia Mazaceae) è un genere monospecifico, rappresentato unicamente da D. orientalis, un'erbacea perenne diffusa dall'Ucraina e dalla Russia alla Cina settentrionale attraverso l'Anatolia, il Caucaso e l'Asia centrale, principalmente in ambienti aridi. Cresce anche come infestante dei campi. Alta da 25 a 40 cm, è dotata di un grosso rizoma carnoso da cui emergono numerosi steli ramificati, con foglie piatte, molto spaziate tra loro, quelle inferiori opposte e ovate, quelle superiori alternate e lanceolate. I fiori, raccolti da 3 a 8 in racemi laschi, hanno corolla viola tubolare, asimmetrica, con quattro lobi: quelli laterali quasi orbicolari, quello mediano ligulato, quello superiore bilobato e eretto. I frutti sono capsule con apice apiculato che contengono numerosi semi neri. Nella medicina tradizionale cinese questa specie è stata usata per trattare bronchite, rinite allergica e orticaria. Tra il 1799 e il 1804, insieme all'amico-segretario Aimé Bonpland, il naturalista tedesco Alexander von Humboldt percorse per cinque anni l'America spagnola in uno dei più memoriabili viaggi naturalistici di tutti i tempi; allo stesso tempo mineralogista, geologo, geografo, zoologo, botanico, economista, etnografo, antropologo, fece scoperte geografiche come il canale naturale che unisce i bacini nell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni e la corrente di Humboldt, esplorò la foresta tropicale e i paesaggi andini, scalò vulcani, registrò e mise in connessione masse di dati con rigoroso metodo scientifico, raccolse migliaia di esemplari di minerali, animali, piante. Con il suo viaggio e i suoi libri, che si estendono per più di trenta volumi, fondò la biogeografia, la scienza del clima e gettò le basi dell'ecologia. Tra tanti lasciti straordinari, il più importante è una nuova concezione della natura, vista come un sistema vivo in cui ogni elemento è interconnesso. Incalcolabile anche la sua influenza sugli scienziati che vennero dopo di lui, primo tra tutti Charles Darwin. Lo ricordano i nomi di centinaia di specie e il genere Humboldtia. Anni di apprendistato Il 22 giugno 1802 tre giovani amici, un tedesco, un francese e un equadoregno, raggiungono il villaggio di Calpi, ai piedi del Chimborazo, all'epoca creduto la montagna più alta del mondo. Il giorno dopo ne intraprenderanno la scalata. Sono Alexander von Humboldt (1769-1859), Aimé Bonpland e Carlos Montúfar. Quell'ascensione segnerà il momento culminante del viaggio di Humboldt in America, ne farà lo scienziato più famoso del suo tempo e da diversi punti di vista cambierà per sempre la sua (e la nostra) concezione della natura. Humboldt nacque in una ricca famiglia della nobiltà prussiana, e insieme al fratello Wilhelm cui era legatissimo - aveva appena due anni più di lui - fu educato da precettori privati nella tenuta di famiglia a Tegel, alla periferia di Berlino. La vocazione naturalistica nacque prestissimo: bambino, raccoglieva e collezionava piante, insetti, conchiglie, guadagnandosi il soprannome di "piccolo farmacista". Quando Wilhelm aveva dodici anni e Alexander dieci, il padre Alexander Georg von Humboldt morì; dell'educazione dei figli da quel momento si occupò la madre, Marie Elisabeth von Colomb; spesso giudicata emotivamente fredda e distaccata, garantì però ai figli ottimi insegnanti che aprirono loro le porte del mondo intellettuale berlinese. Tra di essi Carl Ludwig Willdenow, futuro primo direttore dell'orto botanico di Berlino, che incoraggiò Alexander ad approfondire lo studio della botanica, e il medico e filosofo Markus Herz, che insieme alla moglie Henriette de Lemos fece della propria casa un luogo d'incontro dell'élite intellettuale. Nel 1787 i fratelli Humboldt si iscrissero all'università di Francoforte sull'Oder, scelta dalla madre per la relativa vicinanza a Berlino, per seguire i corsi Wilhelm di legge, Alexander di economia politica e finanza: la madre infatti progettava per loro una carriera come funzionari pubblici. Dopo un semestre, entrambi si spostarono alla più prestigiosa università di Gottinga, dove Alexander seguì i corsi di Georg Friedrich Lichtenberg, che lo introdusse al metodo sperimentale, e dello zoologo e antropologo Johann Friedrich Blumenbach. A Gottinga strinse amicizia con lo studente di medicina olandese Steven Jan van Geuns, con il quale nell'autunno 1789 - l'anno della rivoluzione francese che lo entusiasmò - visitò la Germania meridionale; a Magonza essi furono ospitati da Georg Forster, amico e corrispondente di Lichtenberg. L'incontro influenzò profondamente Alexander per il quale Forster, che giovanissimo aveva partecipato al secondo viaggio di Cook e ora era un intellettuale politicamente impegnato e versato in molti campi, dalla botanica all'etnologia alla geografia regionale, rappresentava un modello. Risultato di questo primo viaggio fu la prima pubblicazione di Humboldt, Mineralogische Beobachtungen über einige Basalte am Rhein (Osservazioni mineralogiche su alcuni basalti del fiume Reno, 1790). L'anno successivo insieme a Forster si recò per la prima volta all'estero, visitando l'Olanda, il Belgio, Parigi e Londra dove fece visita a Banks che gli mostrò il proprio erbario, rafforzando il suo desiderio di esplorare paesi lontani. Ne nacque un'amicizia scientifica destinata a durare fino alla morte di Banks. Era ora di pensare a una collocazione professioniale. Per sei mesi Humboldt frequentò l'accademia commerciale di Amburgo, quindi nel 1791 si iscrisse alla scuola mineraria di Freiberg dove fu allievo di Abraham Gottlob Werner, geologo seguace della teoria nettunista. Contemporaneamente a Jena studiò astronomia e anatomia e perfezionò la capacità di usare strumenti scientifici. Nel 1792 si diplomò alla scuola mineraria e fu assunto dal Dipartimento prussiano delle miniere come ispettore di Bayreuth e delle Fichtelgebirge; il lavoro, in cui si domostò eccellente incrementando la produzione, lo rese cosciente delle difficili condizioni dei lavoratori; a sue spese, fondò per essi una scuola di formazione e cercò di istituire un fondo di emergenza per le vittime di incidenti. Nel 1793 pubblicò uno studio sulla vegetazione delle miniere di Freiberg che attirò l'attenzione di Goethe; lo aveva già conosciuto da bambino, ma ora lo scrittore desiderava incontrarlo per discutere con lui la sua teoria della metamorfosi delle piante. Wilhelm von Humboldt, che all'epoca viveva a Jena, non troppo distante da Weimar, organizzò un incontro, da cui nacque una nuova amicizia. Goethe fu profondamente impressionato dalla personalità del giovane amico: non aveva mai conosciuto nessun tanto versatile. Grazie a lui, Humboldt fu ammesso al circolo letterario di Weimar, entrando in contatto anche con Schiller, sulla cui rivista pubblicò un'allegoria scientifico-filosofica. Fino al 1797, quando si dimise da ispettore minerario, ci furono altri viaggi, sia professionali, sia di studio. Visitò tra l'altro Vienna, dove fu impressionato dalle collezioni botaniche di Schönbrunn, la Slesia, il Tirolo, la Svizzera, dove fece le sue prime scalate e perfezionò la sua capacità di raccogliere vaste serie di dati. Nel 1796 la madre morì. Alexander non aveva mai provato alcun affetto per lei e non partecipò al funerale. Un'eredità di 100.000 talleri (equivalenti a 100 volte lo stipendio annuo di un pubblico funzionario) metteva il suo destino nelle sue mani; l'avrebbe investita nel viaggio che sognava da sempre, diventando naturalista ed esploratore. Il viaggio, prima parte: preparativi, Venzuela e Cuba In quel periodo il fratello Wilhelm viveva con la moglie a Parigi, dove frequentava i circoli intellettuali. Alexander lo raggiunse e incontrò tra gli altri l'ammiraglio Bougainville, che contava di essere nominato comandante di una spedizione intorno al mondo e lo invitò ad accompagnarlo. Il Direttorio invece scelse Baudin; anche questi però ribadì l'invito e Humboldt cominciò a preparare gli strumenti e i materiali necessari. Ma a causa della situazione di guerra, la partenza fu continumente rinviata e egli non poteva più aspettare. Nel frattempo aveva incontrato il giovane medico e botanico Aimé Bonpland e i due decisero di viaggiare insieme. Si recarono a Marsiglia con il progetto di raggiungiere Napoleone in Egitto; tuttavia la situazione militare era difficile e le autorità negarono loro il permesso di imbarcarsi. Forse con l'intento iniziale di recarsi in Marocco, decisero allora di passare in Spagna, e qui fecero centro. La monarchia iberica, nell'intento di rivitalizzare la propria economia e di modernizzare le proprie strutture, stava vivendo una stagione di riformismo illuminato e negli ultimi decenni aveva già varato diverse spedizioni scientifiche nei propri domini coloniali. Con la sua formazione polivalente e l'esperienza come ispettore minerario, Humboldt aveva le carte giuste da giocare, tanto più che avrebbe finanziato da sè il proprio viaggio. Con l'aiuto determinante del barone Farell, l'ambasciatore della Sassonia assai interessato alla mineralogia, egli poté così presentare al ministro degli esteri un progetto formale di spedizione scientifica nell'America spagnola e ottenere un'udienza del re Carlo IV, al quale presentò le sue credenziali e spiegò le proprie intenzioni. Furono soprattutto le sue competenze in mineralogia a interessare il re e i suoi ministri; nel maggio 1799, Humboldt ottenne così per sè e Bonpland il sospirato passaporto reale che, oltre ad aprirgli le parte dell'America spagnola, gli assicurava il sostegno delle autorità locali e il diritto di viaggiare e soggiornare a spese della Corona. Entrati in Spagna nei primissimi giorni del 1799, Humboldt e Bompland vi trascorsero cinque mesi estremamente produttivi: oltre a ottenere il consenso reale e completare la preparazione (diversi esperimenti e misurazioni consentirono di testare il vasto assortimemento di strumenti scientifici acquistati a Parigi), visitarono l'orto botanico e il Museo di scienze naturali, dove poterono esaminare le raccolte delle spedizioni di Sessé e Mociño in Messico e di Ruiz e Pavòn in Perù e in Cile. Humboldt, che tra i suoi tanti talenti aveva anche quello delle relazioni umane, strinse utili contatti con i colleghi spagnoli. Finalmente il 5 giugno 1799 Humboldt e Bompland si imbarcarono sul Pizarro al porto di La Coruña. Nei loro bagagli 42 strumenti d'avanguardia della massima precisione: barometri, telescopi, termometri, cronometri. La nave fece scalo per sei giorni a Tenerife; non mancò la rituale scalata del Teide; Humboldt documentò meticolosamente la vegetazione e la sua distribuzione e misurò l'altezza del vulcano. Le Canarie lo affascinarono profondamente e l'ascensione fu un'esperienza determinante, dalla quale cominciò a maturare l'idea della distribuzione della vegetazione in fasce altitudinali. La nave era originariamente diretta a Cuba, ma lo scoppio a bordo di un'epidemia di tifo costrinse il comandante a prendere terra al porto di Cumaná in Venezuela, dove arrivarono il 6 luglio. Humboldt non aveva predisposto un itinerario preciso, e il cambio di destinazione gli giunse gradito, perché gli avrebbe permesso di esplorare aree poco note. Iniziò la sua esplorazione dalla valle di Aragua, occupata da vaste piantagioni di zucchero, caffè, cotone e soprattutto cacao; studiando le cause del rapido abbassamento delle acque del lago Valencia, le attribuì alla deforestazione che non permetteva più al terreno di trattenere l'acqua. Visitò poi la missione di Caripe ed esplorò la caverna del Guácharo e il lago d'asfalto del Guanoco; tornato a Cumaná, nella notte tra l'11 e il 12 novembre osservò una straordinaria pioggia di meteoriti. Si diresse poi con Bonpland a Caracas, dove scalò il monte Avila con il poeta Andrés Bello, che era stato maestro di Simón Bolívar (avrebbe incontrato il libertador qualche anno dopo a Parigi). Nel febbraio del 1800, Humboldt e Bonpland lasciarono la costa per esplorare il bacino dell'Orinoco; in quattro mesi, avrebbero percorso per lo più in canoa 2776 km in un territorio selvaggio e spesso disabitato, tracciando una mappa dettagliata del corso del Casiquiare che unisce i bacini dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni. Humboldt documentò inoltre la vita e il linguaggio di alcune tribù native. L'incontro con alcune pericolose anguille elettriche lo spinse a riflettere sull'elettricità animale e sul magnetismo. Nei Llanos venezuelani, incontrò una ricchissima biodiversità, Tornati infine sulla costa, i due esploratori alla fine di novembre si imbarcarono per Cuba, dove arrivarono il 19 dicembre e incontrarono il cacciatore di piante John Fraser e suo figlio, sopravvissuti a stento a un naufragio. Erano privi di tutto e non avevano neppure il permesso di fermarsi nell'isola. Humboldt li aiutò fornendo vestiti e denari e convinse i funzionari della corona a rilasciare un permesso per Fraser padre, che si trattenne a fare raccolte, mentre il figlio partiva per l'Europa con due casse di piante raccolte da Humboldt e Bompland e destinate a Willdenow per l'orto botanico di Berlino. Humboldt e Bompland rimasero a Cuba per tre mesi, visitando soprattutto le principali zone zuccheriere; Humboldt raccolse principalmente informazioni statistiche sulla popolazione, la tecnologia e l'economia. Si imbarcarono poi per Cartagena de las Indias in Colombia, dando inizio alla parte centrale e più eccitante del loro viaggio. Dalle Ande al Messico Da Cartagena, risalendo il fiume Magdalena fino a Honda, raggiunsero Bogotá, dove arrivarono il 6 luglio 1801. Qui incontrarono José Celestino Mutis, che condivise con loro generosamente i risultati della spedizione botanica da lui diretta. Humboldt fu profondamente impressionato dalla sapienza del vecchio botanico, dalla ricchezza delle raccolte e dalla biblioteca, seconda solo a quella di Banks. Mentre Bonpland cercava di superare un attacco di malaria, Humboldt esplorava i dintorni, misurava l'altezza delle montagne e raccoglieva ossa fossili. Andò anche a Popayán per incontrare Francisco José de Caldas che però era assente; il padre gli mostrò i suoi quaderni e i suoi strumenti. A settembre Humboldt e Bonpland lasciarono Bogotá alla volta di Quito; avevano saputo che la spedizione Baudin era finalmente salpata e in Ecuador contavano di imbarcarsi per il Messico e poi per il Pacifico nella speranza di intercettarla. L'ultimo giorno dell'anno, già in Ecuador incontrarono Caldas e viaggiarono con lui fino a Quito. Lungo la strada, fecero misurazioni e raccolte comuni, tanto che Caldas già si illudeva di essere accettato da Humboldt come compagno di viaggio. Quando però arrivarono a Quito, fu amaramente deluso. Humboldt fu amichevolmente accolto dal governatore provinciale Juan Pío de Montúfar y Larrea e strinse amicizia con il figlio ventunenne Carlos de Montúfar. Benché non avesse alcuna precedente preparazione scientifica, fu lui a diventare il terzo membro della spedizione, non Caldas, che la prese malissimo. Anziché proseguire per Callao per cercare un imbarco, affascinato da quello che egli stesso battezzò il "viale dei vulcani", Humboldt cambiò ancora una volta programma e trascorse in Ecuador, ospite della tenuta di Montúfar nei dintorni di Quito, otto mesi, durante i quali con i suoi compagni scalò diversi di di quei vulcani: l'Antisana, il Cotopaxi, il Pichincha (conquistato al terzo tentativo), per concludere con il più memorabile di tutti, il Chimborazo. La scalata iniziò all'alba del 23 giugno, dopo aver trascorso la notte nel villaggio di Calpi. Humboldt, Bonpland e Montúfar erano accompagnati da José de la Cruz, un servitore indio che il barone aveva assunto a Cumaná e al quale aveva affidato il preziosissimo barometro, e da un gruppo di guide locali e mule che trasportavano gli strumenti. Quando fu raggiunto il limite delle nevi, attorno a 4000 metri di altitudine, le mule dovettero fermarsi e si proseguì a piedi. La scalata incominciò a farsi impegnativa, su rocce scivolose in mezzo ad alte pareti di basalto; quando si alzò la nebbia, intorno a 4700 metri, le guide si rifiutarono di proseguire. Ora erano rimasti in quattro: Humboldt, Bonpland, Montúfar e José. Procedevano su una cengia larga non più di 25 cm, con la neve da una parte e l'abisso dall'altra; ogni cento piedi di dislivello, misuravano la temperatura dell'aria e del suolo, la pressione atmosferica, l'umidità. Le mani, non protette da guanti, erano ferite dalle rocce e dentro gli stivali si facevano sentire i morsi delle pulci. In queste condizioni, salirono per circa un'ora. Poi arrivò, violentissimo, il mal di montagna: vertigini, vomito, difficoltà respiratorie, epistassi. In questa situazione drammatica, la nebbia si levò: davanti a loro, apparentemente vicinissima, si mostrò la cima della montagna ammantata di neve. Secondo i calcoli di Humboldt, mancavano circa 500 metri alla vetta. Ma conquistarla fu impossibile: a bloccare loro la strada, un crepaccio invalcabile. Il barometro misurò un'altitudine di 5917 metri (5878 secondo le misurazioni attuali): nessuno, neppure in mongolfiera, era salito così in altro, Per poco contemplarono il paesaggio desolato d'alta montagna, poi la nebbia li avvolse di nuovo. Non restava che tornare indietro. Mentre scendevano in tutta fretta, fermandosi solo di tanto in tanto a riempirsi le tasche di campioni geologici, prima incapparono in una grandinata, poi in una nevicata. Nel primo pomeriggio, esausti, ritrovarono le guide e le mule che li attendevano a limite delle nevi e li riportarono a valle. Probabilmente, furono fortunati. Se quel crepaccio non avesse sbarrato loro la strada, Humboldt si sarebbe ostinato a proseguire e forse lui e i suoi amici avrebbero perso la vita. Anche se non avevano conquistato la vetta (ci sarebbe riuscito, con ben altri mezzi, quasi ottant'anni dopo, l'alpinista britannico Edward Whymper nel 1880), l'ascensione al Chimborazo assunse i colori del mito e più di ogni altra avventura nell'America spagnola contribuì a rivestire Humboldt dell'aura eroica di impavido pioniere della scienza. Per il naturalista tedesco, quella scalata fu come un viaggio dai tropici al polo. Durante il viaggio di avvicinamento da Quito a Campas e poi su per la montagna, insieme ai suoi compagni raccolse campioni di vegetali e documentò i piani della vita vegetale alle diverse altitudini, dalle piante tropicali del piano basale ai licheni al limite delle nevi. Per lui, quel viaggio fu un'epifania che gli rivelò che la natura è Cosmos, un sistema in cui tutto - il clima, l'altitudine, le forme di vita - è interconnesso. Dopo il suo ritorno in Europa, avrebbe dato a questa intuizione una forma visibile nel suo celebre Tableau Physique, un diagramma che rappresenta una sezione del Chimborazo con una dettagliata annotazione della vegetazione alle diverse altitudini. Ma torniamo al viaggio. Lasciata Quinto, sulla via di Lima si immersero nell'alta Amazzonia, alla ricerca della sorgente del grande fiume. A Lima trascorsero due mesi, poi a Callao il 9 novembre 1802 osservarono il transito di Venere; cercarono inutilmente un imbarco per il Pacifico, infine si rassegnarono a imbarcarsi a Guayaquil alla volta del Messico. Durante il viaggio Humboldt misurò la velocità e la temperatura della corrente oceanica che ora porta il suo nome. Inoltre rettificò le carte e determinò la corretta longitudine della baia di Acapulco, dove sbarcarono il 15 febbraio 1803. Quindi visitarono Taxco, una città mineraria, Cuernavaca e Morelos, per raggiungere Città del Messico dove ottennero dal viceré un passaporto speciale che consentiva l'accesso ai registri della corona, alle miniere, alle proprietà terriere e alle antichità preispaniche. Per un anno, visitarono molte città dell'altopiano centrale, il distretto minerario settentrionale e la miniera d'argento di Guanajuato, all'epoca la più importante dei domini spagnoli. Ovunque Humboldt misurò le altitudini, rettificò le carte, raccolse esemplari e dati di ogni genere. Si interessava di tutto - economia, politica, società - e nutrì un profondo interesse per le civiltà preispaniche, raccogliendo anche immagini di manoscritti. Né poteva trascurare i vulcani, un'altra delle sue passioni; fece osservazioni sul Popovatépetl e l'Iztaccìhuatl e nel settembre 1803, insieme a Bonpland, al piantatore di origine basca Ramón Epelde e a due servitori locali, scalò il Jorullo, misurando l'altezza della montagna, la temperatura e la composizione dei gas emessi dal cratere. Lasciato il Messico alla fine del 1803, nei primi giorni del 1804 i viaggiatori (Montúfar era con loro) tornarono a Cuba dove si trattennero quasi cinque mesi, raccogliendo campioni di minerali, piante e animali. Invece di imbarcarsi subito per l'Europa, Humboldt optò per una breve puntata negli Stati Uniti; a tal fine scrisse al presidente Jefferson, che lo invitò senza esitazioni a fargli visita alla Casa Bianca. A Filadelfia incontrò molti degli studiosi americani di punta, tra cui il medico Caspar Wistar e il botanico per-una-botanica-americana-benjamin-smith-barton.htmlBenjamin Smith Barton. A Washington ebbe invece numerose vivaci discussioni con Jefferson, a cui lo univano gli interessi scientifici, ma da cui lo dividevano le idee sulla schiavitù (avversata da Humboldt e accetta da Jefferson, lui stesso proprietario di piantagioni lavorate da schiavi neri). Infine dopo sei settimane, Humboldt e si amici i suoi imbarcarono per l'Europa, sbarcando a Bordeaux il 3 agosto 1804. Dopo i viaggi, il tempo della scrittura Humboldt scoprì che la fama dei suoi viaggi l'aveva preceduto e che ora era uno degli uomini più celebri d'Europa, secondo solo allo stesso Napoleone. Che nel frattempo aveva fatto carriera. Il 2 dicembre 1804, insieme a Bonpland e Montúfar, assistette alla sua incoronazione. Quindi si stabilì a Parigi, dove visse fino al 1827, divenendo una delle figure più riconosciute del mondo scientifico. Dedicava le giornate allo studio e alla scrittura, le serate ai salotti, dove era sempre al centro dell'attenzione con i suoi discorsi allo stesso tempo inarrestabili e affascinanti. Napoleone lo guardava con sospetto e lo faceva sorvegliare dalla polizia. Parigi era la capitale europea della scienza e qui Humboldt trovava i giusti stimoli intellettuali, musei e collezioni, scienziati con cui confrontarsi, incisori, tipografi ed editori per pubblicare un enorme mole di libri. Rimase a Parigi anche dopo la caduta di Napoleone, ma queste pubblicazioni esaurirono quanto restava del suo patrimonio; anche se il re di Prussia lo nominò ciambellano (un incarico puramente onorifico) e gli concesse una pensione, alla fine fu giocoforza tornare a Berlino. Qui si dedicò soprattutto a studi sul magnetismo e tenne pubbliche letture, che furono il punto di partenza per la sua ultima grande opera, Kosmos (1845-62). Furono ancora le ristrettezze finanziarie a spingerlo ad accettare l'invito del governo russo, per incarico del quale tra il maggio e il novembre 1829 studiò la geologia e le risorse minerairie degli Urali, della Siberia occidentale e della regione attorno al mar Caspio, Muovendosi sempre in carrozza, in sei mesi percorse 19.000 km, senza poter approfondire nulla e senza muovere un passo senza imbattersi in uno dei soldati (o poliziotti) che lo proteggevano o lo sorvegliavano, Così quando lo zar rinnovò l'invito, rifiutò. Tra il 1830 e il 1848 gli furono affidate missioni diplomatiche, come quella che lo riportò a Parigi dopo l'ascesa di Luigi Filippo; vi sarebbe rimasto tre anni, Poi sarebbe ritornato a Berlino, dove sarebbe morto a 89 anni nel 1859. La sua opera è immensa e occupa una trentina di volumi. Impossibile darne conto qui, neppure per sommi capi. Scienziato di profonda cultura letteraria e umanistica, grande affabulatore, Humboldt seppe coniugare nei suoi libri il rigore dell’osservazione scientifica con il fascino del racconto, rendendo la conoscenza della natura accessibile e appassionante anche per i non specialisti. Le sue opere, dal Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent al monumentale Kosmos, descrivevano la natura come un organismo vivente, dove ogni elemento è connesso agli altri. Per Humboldt, per conoscere una pianta bisogna capire tutto ciò che la circonda. Onori e omaggi Reso popolare dai suoi libri e dalle sue avventure, Humboldt era uno degli uomini più celebri del suo tempo. Le accademie e le società scientifiche - dalla Royal Society all'Institut de France - facevano a gara per averlo tra i loro membri. Come abbiamo visto, il re di Prussia lo nominò ciambellano e, dopo l'indipendenza, il presidente del Messico gli conferì la cittadinanza e il titolo onorario di benemérito de la nación. Oltre che dal re di Prussia, ricevette onorificenze dagli Stati Uniti, dalla Baviera, dal Messico e persino l'ordine di san Maurizio e Lazzaro dal re di Sardegna. Non si contano i luoghi, le vie, le piazze che portano il suo nome, nonché le statue e i monumenti che lo ritraggono. L'università di Berlino, fondata nel 1809 tra gli altri da suo fratello Wilhelm - eminente filosofo, linguista, pedagogista - è dedicata ad entrambi i fratelli, unendò così nel suo nome le scienze umane e naturali, ma porta il nome di Alexander anche un'università in Venezuela e una in Colombia, L'influenza di Humboldt sugli intellettuali delle generazioni successive alla sua fu enorme. Quando viveva a Parigi, ispirò e incoraggiò gli studi del brillante giovane scienziato peruviano Mariano Eduardo de Rivero y Ustariz, e aiutò anche finanziariamente il biologo e geologo Louis Agassiz, al quale le unì una lunga amicizia. Trassero ispirazione dal suo pensiero Henry David Thoreau per Walden e William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge per i loro poemi; i fratelli Schomburgk decisero di diventare esploratori e geografi per ripercorrere le sue tracce; anche per il giovane Darwin era un eroe e un modello scientifico di imitare: durante il viaggio del Beagle leggeva e rileggeva i suoi resoconti di viaggio, tanto da riprodurne anche lo stile. L'idee humboldtiane di una natura interconnessa e dello stretto legame tra ambiente e distribuzione delle specie fornirono le basi della sua teoria evolutiva. Per quanto riguarda la botanica, prima di lui i botanici erano soprattutto concentrati sulla identificazione, la descrizione e la classificazione delle specie; Humboldt legò la botanica alla geografia, studiando come le piante si distribuiscono sul territorio in base all'altitudine, alla temperatura e al clima. Il suo Tableau Physique fu il primo modello delle future mappe vegetazionali. Per il suo Essai sur la géographie des plantes è considerato il fondatore della fitogeografia, influenzando direttamente de Candolle, che lo frequentò negli anni parigini e la scuola biogeografica tedesca, che culminò con Adolf Engler e Die Vegetation der Erde. Humboldt affidò la catalogazione e la pubblicazione delle immense raccolte botaniche a Karl Sigismund Kunth, un altro dei giovani studiosi che incoraggiò ed aiutò. In dieci anni di lavoro, tra il 1815 e il 1827 questi pubblicò Nova genera et species plantarum quas in peregrinatione ad plagam aequinoctialem orbis novi collegerunt Bonpland et Humboldt, una pietra miliare dello studio della flora del continente americano. Humboldt inoltre inviò molti esemplari a Willdenow e all'orto botanico di Berlino e diversi furono pubblicati da lui o da botanici berlinesi come von Chamisso, con il quale condivideva lo spirito romantico, i viaggi avventuorosi e il talento letterario. Sono decine e decine le specie con eponimo humboldtii e humboldianus, dalla quercia delle Ande Quercus humboldtii al tropicale Caladium humboldtii, dal colombiano Solanum humboldtianum alla messicana Karwinskia humboldtiana. Stranamente il genere che celebra il grande scienziato berlinese arrivò molto prima che intraprendesse il suo viaggio, quando aveva all'attivo solo lo studio sulla flora mineraria di Freiberg. Nel 1794, quasi contemporanemente, Ruiz e Pavon pubblicarono Humboldtia (Orchidaceae) e Martin Vahl Humboldtia (Fabceae). Ad essere considerato valido (nomen conservandum) è quest'ultimo. Comprende otto specie di arbusti e alberi diffusi nell'India meridionale, diverse delle quali endemiche dei Ghati occidentali, dove vivono nelle foreste sia di pianura sia montane; una specie, H. laurifolia, raggiunge anche Sri Lanka. Sono caratterizzate da foglie composte con coppie di foglioline e fiori da bianchi a rosa raccolti in brevi racemi; in H. bourdillonii e H. ponmudiana crescono direttamente sul tronco. Alcune specie, in particolare H. brunonis, presentano fusti con cavità agli internodi, che ospitano colonie di formiche in una relazione mutualistica: la pianta offre rifugio e cibo, con il proprio nettare, mentre le formiche forniscono nitrogeni e forse anche protezione dagli erbivori. La corteccia di diverse specie ha usi medicinali. |
Se cerchi una persona o una pianta, digita il nome nella casella di ricerca. E se ancora non ci sono, richiedili in Contatti.
Dal 1 dicembre, potrete sfogliare l'ormai rituale Calendario dell'Avvento, all'indirizzo app.myadvent.net/calendar?id=94gqweaqtdohiufl0w2f6kjm5jcpo5qi
Il tema di quest'anno è "Alberi di Natale". CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
November 2025
Categorie
All
|











RSS Feed