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Il sistema di Linneo si basa sugli organi sessuali. Non stupisce, dunque, che tutti gli organismi privi di fiori siano stati da lui relegati nella ventiquattresima classe, le Cryptogamia, un contenitore eterogeneo che esplorò meno a fondo rispetto alle piante fiorite. In particolare, lo studio dei funghi e dei licheni era ancora tutto da costruire: un territorio quasi vergine, che richiedeva occhi nuovi e una pazienza diversa. A gettarne le basi furono due figure parallele, lontane per biografia ma vicine per metodo: da una parte Christiaan Hendrik Persoon, il padre della micologia; dall’altra Erik Acharius, il fondatore della lichenologia. Acharius è spesso ricordato come l’ultimo allievo di Linneo — e in effetti fu l’ultimo di cui Linneo presiedette la tesi — ma il suo contributo appartiene già a un’altra fase della storia naturale, quella in cui le Cryptogamia iniziano finalmente a essere viste, descritte e comprese. Nel solco di Linneo: il Prodromus Uppsala, 22 giugno 1776, esattamente 250 anni fa. Un ragazzo di diciannove anni, Erik Acharius (1757-1819), difende la tesi Planta Aphyteia di fronte a Linneo. Lo immagino felice, orgoglioso, ma anche intimidito. Come molti ragazzi svedesi, è arrivato a Uppsala adolescente, tre anni prima, e ha seguito senza perdere una sillaba le lezioni di quel grande che, pur vecchio e malato, non ha perso né smalto né carisma. Ora è arrivato il momento supremo: deve dimostrare cosa ha imparato, difendendo una tesi che, come era costume, non ha scritto lui ma lo stesso Linneo. Che ha scelto per lui un argomento curioso che - lo vedremo - ha il sapore di una profezia: una pianta così strana che, all'inizio, l'aveva scambiata per un fungo. Un organismo di confine tra due mondi, come il terreno di ricerca che, adulto, Acharius sceglierà per sé. Nessuno dei due sa che quella tesi sarà l'ultima presieduta da Linneo. Poi la salute precipiterà, la mente perderà colpi, non potrà più insegnare. E così, per i posteri, Acharius diventerà "l'ultimo allievo di Linneo". Ma anche - lo vedremo presto - il padre della lichenologia. Dopo quel giorno memorabile, egli lascia Uppsala. Per qualche tempo continua gli studi a Stoccolma, dove nel 1778 è anche disegnatore presso l'Accademia delle Scienze (già le tavole della sua tesi, di una precisione sorprendente, sono probabilmente disegnate da lui); poi conclude la sua formazione all'università di Lund, dove si laurea in medicina nel 1782. Da quel momento, la sua identità professionale è definita: è un medico di provincia serio e affermato, prima medico cittadino a Landskrona, poi, dal 1789, medico provinciale a Vadstena, dove dirige anche l'ospedale che lui stesso ha fondato, così come un centro termale. Mantiene i contatti con il mondo accademico come disegnatore, illustrando Svenska lafvarnes färghistoria di Johan Peter Westring e Flora Capensis di Carl Peter Thunberg. Ma poi ci sono i licheni. Che sono letteralmente dappertutto. In un recente studio sul cimitero della chiesa dell'abbazia di Vadstena, dove oggi si trova anche la tomba di Acharius, ne sono stati osservati 120, alcuni dei quali rarissimi. E sono anche uno stimolante problema scientifico. In Species plantarum, Linneo — che non li aveva affatto trascurati, come spesso si legge — seguendo Tournefort li aveva nettamente distinti dalle epatiche, con le quali erano stati a lungo confusi, e ne aveva descritti un’ottantina. Mancando gli elementi su cui si basava la sua classificazione, cioè gli organi sessuali, li aveva collocati tutti in un unico genere, Lichen, abbozzando però una prima divisione in gruppi basati su caratteristiche morfologiche. Fu questo il terreno iniziale da cui partì la ricerca di Acharius, che a Linneo era legato non solo dalla venerazione personale, ma soprattutto dalla fedeltà al rigore metodologico. Incominciò a disegnare i licheni, a raccoglierli, a studiarli per cercare di capirli. A incoraggiarlo nelle sue ricerche fu Olof Swartz, che forse aveva conosciuto a Stoccolma e che divenne presto il suo mentore e la sua finestra sul mondo. Lo testimoniano le oltre 350 lettere che si scambiarono in vent’anni di amicizia, in certi periodi quasi quotidianamente. Il primo frutto del lavoro di Acharius fu Lichenographiæ Sueciæ prodromus (Linköping, 1798). In quest’opera, prima ancora di proporre una nuova tassonomia, Acharius compie un gesto fondativo: crea e definisce con rigore un’intera terminologia specialistica, necessaria per descrivere le strutture dei licheni. Molti dei termini introdotti in queste pagine — scutellae, urceolariae, peltae, e altri — sono rimasti in uso fino a oggi. Descrive quindi 345 specie, assegnando a ciascuna un nome binomiale. Formalmente le colloca ancora tutte nel grande contenitore linneano del genere Lichen, ma è perfettamente consapevole che questa soluzione è provvisoria. La sua scelta conservativa non è un atto di fedeltà personale a Linneo, bensì prudenza metodologica: come dichiara nella prefazione, non è possibile fondare nuovi generi finché non si conoscono con certezza gli organi riproduttivi e i caratteri fondamentali su cui basare una classificazione. Per questo Acharius compie un primo passo intermedio: suddivide il genere Lichen in tribù, gruppi morfologici coerenti che anticipano i futuri generi delle opere successive. Sono ancora “nomi di servizio”, ma già dotati di diagnosi e identità: Verrucaria, Opeographa, Lecidea, Cladonia, Parmelia… La tassonomia moderna dei licheni è già tutta lì, in potenza, in attesa delle evidenze che permetteranno ad Acharius di formalizzarla. Oltre Linneo: il Methodus Per compiere il passo successivo, l'incoraggiamento e le relazioni di Swartz furono determinanti. Mentre Acharius, dal carattere riflessivo e metodicamente prudente, era radicato nella vita provinciale svedese, Swartz aveva viaggiato, aveva esplorato flore esotiche, si era costruito una reputazione internazionale come tassonomo ed era di casa a Londra e nella Linnean Society. Gli mise a disposizione le sue raccolte americane, offrendogli un materiale più ricco e vario di quello nordico, e lo introdusse nella rete dei suoi corrispondenti britannici: Dawson Turner, probabilmente il più avanzato studioso inglese di licheni, e James Edward Smith, presidente della Linnean Society. Un altro contatto decisivo propiziato da Swartz fu quello con Johann Christian Daniel von Schreber, presidente della Leopoldina, che a sua volta favorì uno scambio epistolare con Christiaan Hendrik Peerson. I due, auspice Schreber, si trovarono a lavorare in parallelo nei due territori più inesplorati - quasi due "mondi sommersi" - del sistema linneano: i funghi per Persoon, i licheni per Acharius. Mentre Acharius continuava a lavorare metodicamente nella tranquilla Vadstena, erano i licheni del mondo a venire a lui, grazie a una rete di corrispondenti sempre più ampia. Sotto la lente del suo microscopio, grazie agli amici inglesi arrivarono anche i licheni raccolti lunghe le coste americane e nei mari del Sud da Menzies durante la spedizione Vancouver. Con loro giunsero le risposte e furono sciolti i dubbi metodologici. La seconda opera di Acharius, Methodus qua omnes detectos lichenes, rivoluzionò la classificazione dei licheni. Egli vi descrisse 536 specie, distribuite in 23 generi, a loro volta organizzati in ordini, basati principalmente sulla forma e la posizione degli apoteci (gli organi che producono le spore fruttifere). Il libro uscì nel 1803, frutto di un lavoro che, pur nato nella quiete svedese, ebbe una natura sorprendentemente transnazionale: l’edizione fu stampata a Stoccolma per un editore tedesco, con un Supplementum pubblicato più tardi a Lipsia; l’intera preparazione editoriale, compresa la parte tedesca, fu seguita dal micologo Schrader a Göttingen. Acharius mantenne sempre una scrupolosa onestà scientifica. Quando, a manoscritto quasi ultimato, ricevette da Göran Wahlenberg le specie raccolte durante una spedizione nel Nord, non esitò ad aggiungerle, attribuendole correttamente all’autore. La guerra, però, rallentò la circolazione del libro: molte copie raggiunsero l’Inghilterra solo dopo la pace del 1805. Ma quando finalmente arrivò, il Methodus si impose subito come l’opera che avrebbe dato forma definitiva alla nascente lichenologia. Per il suo ruolo fondativo, rimane l'opera più rivoluzionaria di Acharius, che tuttavia negli anni successivi continuò instancabilmente a perfezionare il sistema e ad arricchire il catalogo dei licheni noti e descritti. Oltre a numerosi saggi su periodici come gli Atti della Accademia Reale Svedese delle Scienze, nel 1810 pubblicò la corposa Lichenographia universalis, stampata a Gottinga, che include tutti i licheni conosciuti all'epoca; nel 1814, la seguì Synopsis methodica lichenum, allo stesso tempo un indice della Lichenographia e un suo supplemento, con le specie giunte dopo il 1810, grazie agli invii di numerosi corrispondenti, tra cui spiccano quelli di Afzelius per la Guinea e la Sierra Leone e quelli di Muhlenberg per il Nord America. Certo, altri supplementi sarebbero arrivati se Acharius non fosse morto all'improvviso, in seguito a un ictus che nel 1819 lo colpì mentre era intento ad esaminare al microscopio licheni che gli erano stati mandati dalla Spagna. Un genere minuscolo e una grande famiglia Sono ovviamente numerosi i licheni che ricordano il padre fondatore della disciplina con gli epiteti acharii o acharianus. La sua presenza nella nomenclatura botanica si limita invece al genere Acharia, che gli ha garantito il raro onore di aver prestato il suo nome a un'intera famiglia, quella delle Achariaceae. Il genere Acharia venne creato da Carl Peter Thunberg nel 1794, dunque quattro anni prima che Acharius pubblicasse il suo primo libro. Forse ne conosceva le ricerche attraverso Swartz, un amico comune; oppure si tratta di un omaggio a un alto linneano, un gesto di amicizia abbastanza consueto tra gli allievi di Linneo. Non lo sapremo mai, perché Thunberg non ha motivato in alcun modo la dedica. Il genere, allora come oggi, è monospecifico: comprende sola Acharia tragodes, un'erbacea perenne a base suffruticosa del Sudafrica. Oggi piuttosto rara, cresce nelle boscaglie e nelle macchie dalle aree costiere del distretto di Uitenhage nella Provincia del Capo orientale fino a Durban, nel Natal. Non è una pianta che si faccia notare: alta fino a 40 cm, presenta foglie profondamente palmate e minuscoli fiori verdastri, unisessuali ma portati sulla stessa pianta. I fiori maschili, più piccoli, sono a forma di coppa con petali retroflessi; quelli femminili, di poco più grandi, sono pelosi all’esterno e più aperti. I frutti, elissoidali e pubescenti, misurano circa un centimetro. Se poi volessimo allargare lo sguardo, ci sono le Achariaceae: una famiglia oggi distribuita soprattutto nelle aree tropicali, che, dopo l’ampliamento seguito allo smembramento delle Flacourtiaceae, comprende 31 generi e circa 155 specie. E, in ogni lista alfabetica delle famiglie botaniche, si trova sempre all’inizio, preceduta solo dalle Acanthaceae. Niente male, per l’instancabile e metodico lichenologo Erik Acharius.
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Titolare di due cattedre universitarie e autore di ponderosi trattati di medicina e di storia della disciplina, Kurt Polycarp Sprengel fu una figura di primo piano della botanica non solo tedesca della prima metà dell’Ottocento: direttore quasi mitico di un orto botanico, tra i primi studiosi della storia della botanica e soprattutto autore dell'ultima edizione del Systema vegetabilium e di centinaia di taxa. Ancora formalmente fedele al sistema linneano, seppe rinnovarlo dall’interno, aprendo alla classificazione naturale con i suoi studi innovativi sulle Apiaceae. Lo ricorda il piccolo genere neotropicale Curtia. Il percorso di uno scienziato Mentre lo zio Christian Konrad Sprengel aprì nuove strade alla botanica, ma dovette attendere mezzo secolo per vedere riconosciuti i propri meriti, suo nipote Kurt Polycarp Joachim Sprengel (1766–1833) entrò nel mondo accademico in giovane età, percorse una carriera sicura e fu salutato dai contemporanei come la "stella più brillante del firmamento della medicina tedesca". E in botanica imboccò la strada maestra: quella della tassonomia. Egli apparteneva alla linea forte della famiglia, quella dei professori, dei pastori, degli uomini delle istituzioni. Il padre, Joachim Friedrich, dopo esperienze iniziali come insegnante, aveva seguito con passo sicuro la carriera nella chiesa luterana del Brandeburgo, culminata con la nomina a pastore. Uomo colto, seguì personalmente la formazione del dotatissimo figlio che, già adolescente, era un provetto latinista; aveva iniziato lo studio dell’arabo e a quattordici anni pubblicò la sua prima opera, una botanica divulgativa per le signore. Anche la madre, Christiane Sophie Adelung, sorella del germanista Johann Christoph Adelung, proveniva da una famiglia di studiosi. Il suo destino sembrava dunque tracciato. Nel 1785, diciannovenne, fu inviato a Halle a studiare teologia, ma presto l’abbandonò per la medicina e nel 1787 si laureò con una tesi dal titolo Rudimentorum nosologiae dynamicorum prolegomena. Lo stesso anno completò il dottorato e ottenne la libera docenza. Divenne presto professore associato dell’università di Halle, esercitando nel contempo la medicina. Nel 1795 fu nominato professore ordinario di medicina, cui si aggiunse la cattedra di botanica nel 1797. Nel 1795, al conferimento della cattedra, fece una scelta controcorrente, anticipando ciò che sarebbe diventato normale solo venti o trent’anni dopo: abbandonò la pratica medica — che garantiva il maggior cespite d’entrate — per dedicarsi interamente all’insegnamento e alla ricerca. Mantenne solo il titolo di medico di corte, più onorifico che reale. Questa decisione, storicamente importante perché prefigura la figura moderna del ricercatore universitario, unita a una memoria prodigiosa, alla perfetta padronanza delle lingue, a una cultura vastissima e all’educazione luterana alla disciplina, gli permise una produzione scientifica che ha pochi uguali. Mentre lo zio fu l’autore di un singolo libro rivoluzionario, a lui — oltre a centinaia di articoli, traduzioni e curatele — si devono cinquanta libri a stampa, alcuni di proporzioni enciclopediche. E non in un solo campo: la sua opera spazia dalla storia della medicina alla medicina clinica, dalla storia della botanica alla sistematica. Professore contemporaneamente di medicina e di botanica, per tutta la vita intrecciò le ricerche nei due ambiti. Prima di concentrarmi sul suo contributo alla botanica, conviene sgomberare il campo con un rapido accenno alle opere mediche, che ebbero per altro un impatto enorme. La più notevole è certamente Versuch einer pragmatischen Geschichte der Arzneikunde, in cinque volumi (1800–1803) e in varie edizioni: un’esplorazione enciclopedica della storia della medicina che di fatto fondò questa disciplina, fu tradotta in più lingue, incluso l’italiano, e per decenni rimase un testo di riferimento. Vanno poi ricordati almeno Handbuch der Pathologie (1795–97) e Handbuch der Semiotik (1801; seconda edizione 1815), destinati ai suoi studenti, e la monumentale Institutiones medicae, in sei volumi (1806–1812). L’interesse per la botanica, vivo fin dall’adolescenza, ricevette nuovo impulso dalla nomina a direttore dell’orto botanico universitario, incarico che svolse in modo brillante, trasformando un giardino di grande tradizione storica (è uno dei più antichi, fondato addirittura nel 1696) ma con collezioni limitate, in uno dei maggiori della Germania. Come informa il catalogo pubblicato da Sprengel nel 1799, le specie coltivate erano circa 3000; al momento della sua morte erano diventate 7000. Decisiva per questa crescita fu la decisione di pubblicare annualmente un Index seminum, base di un’intensa politica di scambi con altri orti botanici. Le conseguenze furono due: una rete sempre più vasta di corrispondenti — che arrivò a comprendere i maggiori botanici del tempo in Germania, Italia, Francia e Inghilterra — e un interesse crescente per la sistematica, alimentato dalle numerose specie esotiche che affluivano nel giardino e nell’erbario. Secondo una tradizione ben radicata in Germania fin dal Seicento, unì allo studio delle piante coltivate nel giardino quello della flora locale, alla quale è dedicata la sua prima opera botanica importante, Flora Halensis (in tre parti, 1806–1811). La direzione dell’orto botanico lo portò a interessarsi anche di orticoltura e giardinaggio. Tra il 1804 e il 1806, insieme a un “gruppo di pratici dell’arte del giardino”, curò Gartenzeitung oder Repertorium neuer, gemeinnütziger und wissenwürdiger Dinge in allen Zweigen der Gartenkunst. Era un periodico pratico, ricco di consigli per la coltivazione di frutta, ortaggi e fiori, con particolare attenzione per le piante esotiche allora di moda. Un progetto effimero — durò solo quattro anni — ma significativo per capire l’ampiezza dei suoi interessi, che ormai si stavano allargando sempre più, toccando la storia, la teoria e la tassonomia. Lo storico della botanica Direttore di un orto botanico sempre più importante, docente seguitissimo di due discipline gemelle, Sprengel continuava però a essere anche ciò che era probabilmente fin dall'adolescenza, se non dall'infanzia: un erudito, uno che "aveva letto tutto". Univa dunque all'ampia esperienza pratica, prima come medico, poi come ricercatore sul campo, una familiarità e una conoscenza senza uguali sia in medicina sia in botanica. L'esito naturale fu studiarne la storia. Come ho anticipato, prima venne la monumentale storia della medicina, poi, subito dopo l'altrettanto pionieristica Historia rei herbariae (1807-1808). E' interessante notare che per le due opere Sprengel scelse lingue diverse: al tedesco di Versuch einer pragmatischen Geschichte der Arzneikunde si contrappone il latino della storia della botanica, in una sorta di bilinguismo funzionale che caratterizza l'insieme della sua opera. Il tedesco era la lingua della pratica medica, dell'insegnamento, certo anche della vita quotidiana; il latino (assimilato, amato, coltivato fin dall'infanzia) era la lingua in cui scrivevano da sempre i botanici, che la usavano anche per corrispondere tra loro. Era la lingua della botanica, e forse per Sprengel (il suo latino suona sempre agile, fluente, nativo) era anche la lingua del pensiero. La decisione di ripercorrere la storia della botanica nacque forse dalla congiunzione di due differenti impulsi: da una parte l'interesse erudito, si potrebbe dire antiquario, per i precursori, di cui leggeva e rileggeva i testi grazie alla totale padronanza delle lingue antiche; dall'altra, le sue stesse ricerche botaniche, che gli ponevano ad ogni passo nodi irrisolti che contava di risolvere anche studiando in che modo erano stati variamente affrontati dai precursori. All'inizio, forse, ci fu solo il progetto di raccontare gli esordi: il primo volume, pubblicato nel 1807, dopo un excursus sulla botanica biblica - invitabile per il discendente di una stirpe di pastori luterani eruditi -, individua con forza le radici in Teofrasto, per poi proseguire con i romani (in fondo, dei compilatori), la decadenza medievale, la ripresa e il fiorire rinascimentale, per concludersi con Caspar Bahuin. Un percorso in cui ci riconosciamo, perché farà scuola. L'interesse suscitato dal libro lo spinse a continuare, e dopo un anno - i suoi tempi di lavoro continuano a lasciarci stupefatti - diede alle stampe il secondo volume, forse il più interessante per capire Sprengel anche come botanico. E' diviso in tre parti, ciascuna a sua volta suddivisa in sezioni ricorrenti: la sistematica, la morfologia vegetale (che era anche il campo nel quale lo stesso Sprengel aggiunse i risultati più originali), i viaggi e l'apporto di nuove piante, gli orti botanici. Nella prima parte, dedicata al Seicento, spiccano per la capacità di leggere i processi storici il capitolo sulla grande novità rappresentata dall'uso del microscopio - Sprengel stesso ne fu un convinto sostenitore tanto nella ricerca quanto nella pratica didattica - con i padri della fisiologia vegetale Grew e Malpighi, e quello sulla nascita della sistematica e sulle dispute che divisero Ray, Rivinus e Tournefort, non senza dare il giusto spazio a figure come Morison. La seconda parte, dedicata al primo Settecento, è letta da Sprengel come una preparazione a Linneo, non a caso l'assoluto protagonista dell'ultima parte "L'età linneana", che si apre con un solenne elogio del grande svedese. E, in mezzo, centinaia di figure grandi e piccole, libri su libri (praticamente tutto quello che era stato scritto ed era reperibile nelle biblioteche) e elenchi di piante su piante - a volte lunghissimi e quasi illeggibili per noi. Per Sprengel, e lo dice apertamente, Linneo era il vertice della botanica, la conclusione naturale di quel lungo percorso. Conosceva - e ne parla diffusamente - anche gli sviluppi alternativi: Adanson, i Jussieu. Ma rimaneva un linneano; Linneo aveva dato ordine al caos, aveva fuso tutto il meglio di una lunga tradizione in un insieme coerente. Ma non era un linneano acritico: di Linneo vedeva anche le lacune, i settori poco studiati - i muschi, le felci - e gli errori. A uno di questo decise di porre rimedio lui stesso. Il tassonomista Tra tutte le lacune che Sprengel individuava nel sistema linneano, nessuna gli appariva tanto urgente quanto la confusione delle Umbelliferae. Da una parte era un problema reale - esemplari di questa ampissima famiglia capitavano spesso sotto i suoi occhi - e sotto la lente del suo microscopio - nell'orto botanico e in laboratorio, con tutte le loro difficoltà di classificazione; dall'altra questo gruppo di piante, al tempo stesso così caratteristico e così sfuggente, era quasi un'epitome della storia della botanica. Teofrasto ne aveva descritto con chiarezza alcuni notevoli rappresentanti e Dioscoride ne aveva elencati una cinquantina (dall'anice al cumino, molte sono piante medicinali di primaria importanza); era stato forse il primo gruppo di piante a essere riconosciuto come insieme naturale, noi diremmo famiglia, fin dai tempi di Cesalpino. Un'intuizione confermata dalla trattazione di Dodoens, cui risale il nome Umbelliferae. Ad esso era poi stata dedicata la prima monografia su una famiglia di piante: Plantarum umbelliferarum distributio nova di Morison. Se i confini della famiglia sembravano abbastanza chiari - ma considerare solo le infiorescenze a ombrella poteva generare confusione, e ogni tanto in mezzo agli altri si erano insinuati membri spuri, anche da parte dei botanici maggiori - non lo erano affatto quelli dei generi e delle specie. Fiori molto piccoli, grande variabilità di forme anche all'interno della medesima specie continuavano ad essere un ostacolo. E i criteri di classificazione adottato da Linneo (la presenza o meno di brattee e bratteole) erano straordinariamente poco utili. Per Sprengel, per risolvere il problema, bisognava ripartire dalla storia, e in particolare da Morison, alle cui opere nel suo libro dedica un attento esame. Morison, pur tra confusioni che egli non manca di sottolineare, aveva individuato un criterio che le sue stesse ricerche dimostravano ben più valido di quello di Linneo: le caratteristiche dei frutti. Così, la ricerca iniziata nei polverosi volumi di botanica, proseguì in giardino e in laboratorio. Sprengel aveva occasionalmente pubblicato specie nuove nel catalogo dell'orto botanica e nella sua flora di Halle e la determinazione di nuove specie giunte all'orto botanico in articoli pubblicati su varie riviste, ma fu con lo studio delle Umbelliferae che la tassonomia divenne centrale nelle sue ricerche. Morison fu il punto di partenza. La soluzione al caos delle Umbelliferae doveva essere cercata nei frutti, l’unico elemento costante e davvero diagnostico. Verificando con il microscopio l’intuizione di Morison, Sprengel fece dei caratteri carpologici il fondamento della propria classificazione: la forma e le costolature dei mericarpi, la disposizione delle vittae (i canali che contengono gli oli essenziali), la struttura del carpoforo. Tutto il resto – foglie, involucri, ombrelle – diventava criterio secondario, utile per distinguere specie affini ma non per costruire generi. È, in fondo, una chiara applicazione – anche se Sprengel non usò mai questi termini e continuò a considerarsi un linneano – della legge della subordinazione degli organi teorizzata da Antoine Laurent de Jussieu e ripresa da de Candolle. In questo senso Sprengel può essere definito l’ultimo dei linneani e, insieme, un ponte verso il nuovo standard della classificazione naturale. Nel 1813 espose i risultati delle sue ricerche in Plantarum Umbelliferarum denuo disponendarum prodromus, seguito nel 1819 da Species Umbelliferarum minus cognitae. Furono queste due opere a consolidare la sua reputazione di tassonomista e ad attirare l’attenzione di Joseph August Schultes, impegnato nella continuazione della quindicesima edizione di Systema vegetabilium. Nel 1820 si era trovato improvvisamente “orfano” del suo coautore Jacob Roemer. Era riuscito a concludere e pubblicare il quinto volume, iniziato con lui, ma – oberato da mille impegni professionali – era in difficoltà con il sesto, che avrebbe dovuto contenere anche la trattazione delle Umbelliferae. Pensò così di rivolgersi a Sprengel e di affidargli quel capitolo. L’incarico ricevuto da Schultes segnò l’ingresso di Sprengel nella grande sistematica. Il suo nome compare fin dal frontespizio del sesto volume, ovviamente dopo quello di Schultes, ma con caratteri identici e della stessa grandezza: "Umbelliferas digessit C. Sprengel". Avrebbe potuto essere l'inizio di una collaborazione duratura? Forse. Ma le cose andarono diversamente. Mentre Schultes si impantanava nella redazione del settimo volume - nonostante l'aiuto del figlio, impiegò quasi dieci anni a completarlo - Sprengel, complice la sollecitazione di Johann Christian Dieterich, l’editore storico delle edizioni curate da Murray e da Persoon, decise di fare da sé. Intraprese così una propria revisione di Systema vegetabilium, che portò a termine con una rapidità impressionante: quattro volumi tra il 1825 e il 1827, seguiti da un quinto volume di indici curato dal figlio Anton. Secondo il frontespizio è la sedicesima, ma in realtà è più correttamente la diciassettesima. Mentre i sette volumi di Roemer e Schultes coprono solo le prime sei classi del sistema linneano, quelli di Sprengel le abbracciano tutte. È un’opera titanica, che allo stesso tempo aggiorna e conclude la tradizione linneana: proprio nel 1824, mentre Sprengel si accingeva a quel tour de force, de Candolle inaugurava la pubblicazione del Prodromus. L’impatto di Sprengel sulla definizione di nuovi generi e specie fu enorme. I taxa da lui introdotti superano i 7000, più di 800 dei quali ancora oggi riconosciuti: una percentuale notevole per un’opera del primo Ottocento, che testimonia la competenza, la prudenza e l’accuratezza del suo autore. Parallelamente, Sprengel continuava a lavorare come storico della botanica e come mediatore culturale. Pubblicò la traduzione delle opere di Teofrasto (1822) e, finalmente in tedesco, Neue Entdeckungen im ganzen Bereich der Pflanzenkunde (1820–1821), una vasta rassegna bibliografica delle pubblicazioni botaniche recenti che, in qualche modo, completa Historia rei herbariae, portandola fino ai suoi giorni. Dopo Systema vegetabilium, a parte qualche articolo, diede alle stampe un’ultima opera importante: la traduzione della Materia medica di Dioscoride (1829–1830). Nel 1833 Sprengel morì, lasciando un corpus vasto e coerente che, pur restando pienamente linneano, anticipa e accompagna la transizione verso la sistematica naturale del primo Ottocento. Una piccola genzianacea nel nome di Kurt Per un tassonomo di tanta fama, le dediche dei colleghi sono insolitamente poche: forse perché, agli inizi, Sprengel si era fatto conoscere soprattutto come studioso della storia della medicina e della botanica. Nel 1809 — dunque un decennio prima della loro collaborazione al sesto volume della quindicesima edizione di Systema vegetabilium — Schultes gli dedicò Sprengelia (Malvaceae, oggi sinonimo di Melhania). Ma il nome era già bloccato da Sprengelia (Ericaceae), il genere che James Edward Smith aveva dedicato allo zio Christian Konrad Sprengel. A rimediare pensarono Chamisso e Schlechtendal che, pubblicando piante raccolte nel corso di varie spedizioni in Sudamerica, gli resero omaggio con Curtia (Sprengel firmava le opere tedesche come Kurt, ma per quelle latine latinizzava il suo nome in Curtius). La specie tipo, Curtia verticillaris, l’unica allora conosciuta, era stata raccolta in Brasile e inviata all’orto botanico di Berlino da Sellow. Lo stesso Spregel l'aveva pubblicata nel primo volume di Systema vegetabilium come Sabatia verticillaris. Chamisso e Schlechtendal ne riconobbero invece l'appartenenza a un nuovo genere che vollero dedicare, come attestazione di stima, al primo descrittore. Oggi il genere Curtia (famiglia Gentianaceae) comprende una decina di specie distribuite tra America centrale e Brasile, dove vive in savane, praterie e ambienti aperti. Sono piccole annuali erette che, in quel paesaggio, si distinguono poco tra erbe e arbusti: foglie ridotte quasi a scaglie, piccoli fiori a cinque petali riuniti in infiorescenze lasche. A chi conosce la flora europea possono ricordare il nostro Centaurium, benché questo abbia colori più vivaci e infiorescenze più compatte. Inoltre, a differenza di Centaurium, Curtia non sembra vantare proprietà medicinali. Un piccolo e modesto genere neotropicale, che tuttavia preserva il nome di Sprengel nella nomenclatura botanica — accanto ai settemila taxa firmati Spreng. Nella botanica tedesca tra Settecento e inizio Ottocento ci sono due Sprengel: Christian Konrad e Kurt Polycarp Joachim. Erano zio e nipote, ma non avrebbero potuto essere più diversi. Lo zio visse un’oscura vita di insegnante di provincia; scrisse un libro che quasi nessuno lesse, ma che, riscoperto da Darwin cinquant’anni dopo, cambiò la percezione scientifica della funzione dei fiori e dell’impollinazione entomofila. Il nipote, a ventinove anni, era già professore universitario: pubblicò una moltitudine di opere enciclopediche, descrisse più di seimila taxa, divenne un’autorità. Entrambi, in modi diversi, hanno lasciato un segno nella storia della botanica. Iniziamo dallo zio e dal suo genere Sprengelia, dedica niente meno che di James Edward Smith. Da una crisi professionale alla scoperta del segreto dei fiori Forse la radice di tanta diversità tra i due Sprengel sta nella intricata situazione familiare. Tutto iniziò con il patriarca, Ernst Victor Sprengel, arcidiacono della chiesa di St. Gotthard a Brandenburg. Applicando alla lettera il dettato biblico “crescete e moltiplicatevi”, ebbe quindici figli: sette dalla prima moglie, otto dalla seconda. Joachim Friedrich (futuro padre di Kurt) era il quarto, e presumibilmente il secondo sopravvissuto, della prima nidiata; Christian Konrad Sprengel (1750–1816) era l’ultimo della seconda. Tra i due correvano ventiquattro anni, di fatto una generazione. Nato quando il padre aveva sessantaquattro anni, a cinque era già orfano. Non sappiamo nulla della sua infanzia, né chi gli abbia fatto da padre. Sulla carta, però, ebbe le stesse opportunità dei fratelli maggiori. Veniva da una famiglia che da generazioni serviva la chiesa luterana come musicisti, maestri del coro, insegnanti, pastori. Come i suoi fratelli fu preparato alla stessa carriera e nel 1770, ventenne, intraprese gli studi teologici all’università di Halle. Poi divenne insegnante: prima all’orfanotrofio, poi alla scuola militare di Berlino, infine nel 1780 rettore della Große Schule di Spandau, dove insegnava tedesco, lingue classiche, francese, religione, matematica elementare e storia naturale. Come per i suoi fratelli — tre seguirono esattamente questo percorso — quella posizione doveva essere un trampolino verso una carriera ecclesiastica. Invece non fu così. Nel 1782 si produsse una crisi, di cui siamo informati da una fonte né neutra né amichevole: i rapporti di uno dei supervisori ecclesiastici (l’istituto dipendeva dalla chiesa luterana), che parlano di tensioni con colleghi, genitori, studenti; di dure punizioni corporali; poi, dopo i rimproveri, di un lassismo totale. Oggi, forse, leggeremmo tutto questo come un burnout in piena regola. Certo il supervisore poteva esagerare, e Sprengel non fu licenziato, ma il quadro resta inquietante. A salvarlo fu il medico Ernst Ludwig Heim (1747–1834), che forse egli aveva conosciuto già a Halle e che, oltre a essere un clinico stimato, era un esperto di licheni. Fu lui a consigliargli di cercare un nuovo equilibrio nelle passeggiate e nello studio della natura. E così, pur continuando a insegnare (cessarono soltanto le lezioni private), Sprengel incominciò a percorrere le campagne. E a osservare. Certo aveva un’infarinatura di botanica — tra le tante materie che insegnava c’era anche storia naturale, e suo fratello Joachim Friedrich aveva pubblicato un testo didattico di erboristeria — ma il suo approccio alla materia non era quello che si insegnava nelle università. Dapprima ci fu la scoperta di qualche specie nuova per il territorio berlinese, come Silene chlorantha, prontamente comunicata a Willdenow. Poi arrivò la prima osservazione originale: nell’estate del 1787, osservando i fiori di Geranium pratense, notò che la parte inferiore dei petali è munita di morbidi peli; convinto che nulla nella creazione fosse lasciato al caso, si chiese quale ne fosse la funzione. E ipotizzò che servissero a proteggere dalla pioggia il nettare, proprio come le ciglia proteggono l’occhio. All’epoca si sapeva ben poco della funzione del nettare. Alcuni lo consideravano una sorta di escremento delle piante, altri un nutrimento per la pianta stessa. Sprengel capì che era un’attrazione e una ricompensa per gli insetti che visitano i fiori. Anche il ruolo degli insetti come impollinatori era quasi sconosciuto: si pensava che quasi tutte le piante si impollinassero da sé, e gli insetti erano visti quasi come ladri di nettare. A quella prima osservazione ne seguirono molte altre. Negli anni Sprengel avrebbe osservato 461 specie, tanto selvatiche quanto coltivate. Ai suoi occhi i fiori si rivelarono non un ornamento per “fare bella la natura”, come erano stati sentiti per secoli, ma una struttura funzionale per attirare gli insetti. Osservò le marcature colorate che fanno da pista di atterraggio e li guidano verso il polline. Fu il primo a capire che in molte piante la parte femminile (gineceo) matura prima di quella maschile (androceo), o viceversa, per impedire l’autoimpollinazione. Vide anche che c’era una stretta affinità tra fiori e insetti: alcuni ne visitavano molti tipi, altri uno solo, che era strutturato proprio nel modo giusto per accogliere la sua visita. Anche se non faceva parte dell’ambiente accademico, Sprengel non era del tutto isolato. Era in contatto con Willdenow e notizie sulle sue ricerche incominciarono a circolare, destando qualche interesse. Nel 1788 i lettori del Magazin für die Botanik potevano leggere che Christian Konrad Sprengel, rettore della scuola di Spandau presso Berlino, si accingeva a pubblicare uno studio sui nettàri; la notizia fu confermata l’anno dopo da altre riviste, come la Gothaische Gelehrte Zeitung e l’Intelligenzblatt der Jenaer Allgemeinen Literaturzeitung. Nel 1790 egli stesso annunciò, ancora nel Magazin für die Botanik, l’imminente pubblicazione del suo libro sulla struttura dei fiori, che — ne era convinto — avrebbe aperto un intero nuovo campo di studio alla biologia. Invece ci vollero ancora tre anni. Nel 1793 uscì finalmente Das entdeckte Geheimniss der Natur im Bau und in der Befruchtung der Blumen (Il segreto della natura scoperto nella forma e nella fecondazione dei fiori). Il libro ottenne una recensione molto favorevole del direttore dell’orto botanico di Gottinga, Georg Friedrich Hoffmann, un’ampia analisi di Moritz Balthasar Borkhausen e due menzioni — non solo dovute alla parentela — di suo nipote Kurt. Ma fu sostanzialmente ignorato. Per mezzo secolo nessun studioso percorse la strada aperta da Christian Konrad Sprengel, finché Robert Brown mise il suo libro nelle mani di Charles Darwin, che lo lesse ammirato: Sprengel aveva capito tutto. E ora la prospettiva evolutiva permetteva finalmente di comprendere la portata delle sue scoperte. Per Sprengel, tuttavia, era troppo tardi. La tiepida accoglienza del suo libro rivoluzionario dovette deluderlo profondamente. Nel 1794 diede precocemente le dimissioni dalla scuola di Spandau e si stabilì a Berlino, dove visse modestamente, dividendo il suo tempo tra le lezioni private che gli permettevano di vivere, gli studi e le passeggiate domenicali. Ma non scrisse più di botanica: ci fu un piccolo libro sulle api — i più noti tra gli impollinatori che, nel bellissimo frontespizio del Geheimniss, si alternano ai fiori formando una corona che sembra quasi una danza — e poi un più ponderoso studio sui poeti latini Tibullo, Virgilio e Ovidio. Morì a Berlino nel 1816. Ericaceae australiane Molti anni prima di Darwin, almeno una persona aveva capito il grande valore del libro di Christian Konrad Sprengel: James Edward Smith. Lesse il volume appena uscito con tale entusiasmo che già nel 1794, quasi a caldo, volle dedicare un genere all’autore. Ecco cosa scrive, con una motivazione insolitamente sentita, distinguendo il genere Sprengelia da Ardisia e Stiphelia: «Ma la pianta che ora è oggetto della nostra indagine è del tutto distinta da entrambe le precedenti, benché appartenga al medesimo ordine naturale. In onore duraturo, ho voluto darle il nome del signor Christian Conrad Sprengel, rettore della scuola di Spandau nel Brandeburgo, che merita grandemente di essere ricordato come botanico per la sua eccellente opera sul modo in cui gli insetti favoriscono la fecondazione delle piante, stampata a Berlino nel 1793; e se un genere dovesse più di un altro essere adatto a portare il suo nome, dovrebbe distinguersi per qualche particolarità nelle parti della fecondazione. In conformità a ciò, il genere che ho scelto è separato da tutti gli altri del suo ordine naturale per le sue antere unite in un unico tubo». Smith si basò su Sprengelia incarnata, una specie appena giunta dal Nuovo Galles del Sud. Il genere Sprengelia (famiglia Ericaceae) è infatti endemico dell’Australia orientale, eccetto proprio S. incarnata, presente anche in Nuova Zelanda. Oggi comprende sette specie di arbusti, da piccoli a medi, talvolta eretti, talvolta procombenti, talvolta a pulvino, caratterizzati da piccole foglie imbricate che tendono a coprire interamente i rami. I fiori, raccolti per lo più in infiorescenze terminali, hanno cinque sepali acuminati, bianchi o colorati, più brevi o più lunghi della corolla, che si alternano ai cinque petali dello stesso colore formando una sorta di stella. Le specie del genere abitano ambienti diversi, dalle foreste temperate alle aree alpine. I fiori sono privi di nettàri, ma sarebbero comunque piaciuti a Sprengel: sono infatti impollinati da alcune specie di api. S. incarnata, la specie tipo, è anche quella di maggiore diffusione, la più "visibile" e facilmente riconoscibile. È un arbusto slanciato, alto fino a due metri (le dimensioni sono tuttavia molto variabili) con sottili rami da bruno rossiccio a rossi, foglie strettamente imbricate da lanceolate a ovate e fiori bianchi o rosati con sepali e lobi dei petali triangolari, raccolti in infiorescenze terminali. Vive in brughiere umide e torbiere dell’Australia sud‑orientale e in limitate aree della Nuova Zelanda. E' invece ampiamente diffusa in Tasmania, dove è presente in una grande varietà di habitat umidi, dal livello del mare alle zone subalpine. Della flora dell'isola, il maggiore centro di diversità del genere, fanno parte cinque delle sette specie, con quattro endemismi: S. disitichophylla, S. minima, S. montana e S. propinqua. Quest'ultima vive dal livello del mare fino a circa 1000 metri di altitudine in zone ad alta piovosità in ambienti come brughiere e comunità di Ciperaceae, spesso su suoli poveri. E' invece endemica di un'area ristretta delle Blue Mountains (Nuovo Galles del Sud) S. monticola, un piccolo e grazioso arbusto con portamento basso e denso, quasi a cuscino, tipico delle brughiere alpine. Le foglie, minuscole e strettamente imbricate, formano rosette ordinate da cui emergono fiori bianchi o rosati, spesso solitari o in piccoli gruppi. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
September 2026
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