|
Forse un giorno, magari in Puglia, vi siete imbattuti in un prato colmo di papaveri dai fiori rosso‑aranciati che ondeggiavano al vento. Uno spettacolo mozzafiato. Solo che non erano papaveri, ma Roemeria. Niente paura: la confusione è più che comprensibile. Per almeno due secoli anche i botanici hanno faticato a distinguerli, e per fare finalmente chiarezza è stato necessario ricorrere all’analisi del DNA. Così è risorto a nuova vita il genere Roemeria, che celebra il mite, modesto e prudente medico e botanico svizzero Jacob Römer: un uomo che negli ultimi anni della sua vita conobbe una sorprendente seconda giovinezza scientifica come coautore della monumentale quarta edizione del Systema vegetabilium, scritta a quattro mani con Josef August Schultes. Un botanico prudente diventato tassonomista… non per caso Strano destino, quello del botanico svizzero Jacob Römer (1763 -1819). I contemporanei lo descrivono come un uomo mite, modesto, posato, prudente: uno che non pubblicava nulla senza averlo verificato di persona, uno che preferiva la solidità alla brillantezza, la continuità all’impeto. Eppure, all’inizio come alla fine della sua carriera scientifica, si trovò a far coppia con colleghi dal temperamento opposto: in gioventù con il fervente e impegnato Paul Usteri, in vecchiaia con il vulcanico Josef August Schultes. Almeno nel secondo caso, con risultati straordinari. Römer nacque a Zurigo in una famiglia di modesti mezzi, che tuttavia poté garantirgli buoni studi, nei quali dimostrò diligenza, ottima memoria e una naturale propensione per le lingue classiche. Tra i suoi insegnanti vi fu Johann Heinrich Füssli, che lo spinse a interessarsi di entomologia e botanica. Tuttavia il padre voleva farne un commerciante e, a tal fine, nel 1780 lo inviò a Bergamo come apprendista presso uno zio. Vi rimase tre anni, apprendendo alla perfezione l’italiano, ma comprendendo anche una volta per tutte che la sua vocazione era un’altra. Grazie alla mediazione del prozio e padrino Johann Jakob Bodmer, noto esponente dell’Illuminismo svizzero, il padre gli permise di iniziare gli studi di medicina. Nel 1784 si spostò quindi all’Università di Gottinga, dove strinse amicizia con il concittadino Paul Usteri. Avevano entrambi vent’anni e li univa una fervida passione per la botanica; così, come ho già raccontato in questo post, nel pieno dell’entusiasmo giovanile, nel 1787 vararono il "Magazin für die Botanik". L’impresa comune durò tre anni, finché nel 1790 Römer si dimise e Usteri continuò la pubblicazione da solo. Forse la scelta di Römer fu determinata dalle pressioni della vita adulta: nel 1786 si era laureato con una tesi di argomento ginecologico, quindi era tornato a Zurigo, si era sposato e aveva avviato una carriera medica alla quale, sempre a corto di soldi, affiancava traduzioni, recensioni e scritti di varia natura. Ma forse — senza che la rottura sia mai stata esplicitata da nessuno dei due — ormai li dividevano anche questioni caratteriali e di metodo. Neppure Römer aveva infatti abbandonato l’idea di una rivista di botanica in lingua tedesca che affiancasse pubblicazioni originali, estratti di altre opere, recensioni e notizie, secondo il modello del "Magazin für die Botanik". Nel 1794 pubblicò "Neues Magazin für die Botanik", di cui uscì una sola annata, seguito da "Archiv für die Botanik" (1796–1805), in nove volumi complessivi. Nel 1789 aveva poi pubblicato la sua prima monografia, Genera insectorum Linnaei et Fabricii iconibus illustrata, di argomento entomologico. Divenuto medico dell’ospedale cittadino, Römer insegnò anche nell’istituto medico-chirurgico di Zurigo. Durante gli anni rivoluzionari (1799–1803), tuttavia, si dimise dal corpo docente, per assumere nuovamente la cattedra solo nel 1804, quando l’istituzione divenne istituto cantonale. Lontano dall’impegno politico diretto di Usteri, non era però disimpegnato: preferiva piuttosto dimostrare il suo impegno civico nei fatti. Nel 1798, su richiesta del comune, assunse la gestione dell’ospedale militare e fu nominato membro del Consiglio Medico. Nel 1800, la Società Scientifica Svizzera gli affidò la direzione dell’orto botanico: di fatto, si trattava di ricostruirlo dopo la distruzione causata dalle truppe di Suvorov nel 1799. Römer, che nel frattempo era entrato a far parte di numerose società scientifiche e aveva stretto contatti epistolari con colleghi di tutta Europa, grazie a queste relazioni poté ricreare rapidamente le collezioni. Era inoltre attivamente impegnato nella traduzione e nella divulgazione della letteratura botanica: gli si devono, tra l’altro, le versioni tedesche della Flora Britannica di James Edward Smith e della Théorie élémentaire de la botanique di de Candolle. Scrisse ampiamente anche di medicina e pubblicò un’opera zoologica dedicata ai mammiferi svizzeri. In campo botanico, la sua opera principale di questi anni è Flora europaea inchoata, che si proponeva come un’opera illustrata sulla flora spontanea europea, di costo contenuto accessibile a un pubblico ampio. Era articolata in fascicoli, ciascuno dei quali conteneva la descrizione latina di otto piante, preceduta da un’illustrazione di buona qualità: per ogni specie venivano indicati la classificazione nel sistema linneano, i caratteri generici e specifici, la distribuzione geografica, una descrizione sintetica, eventuali osservazioni e riferimenti bibliografici. Tra il 1797 e il 1811 Römer ne pubblicò quattordici fascicoli, per un totale di 112 piante, finché la pubblicazione venne sospesa, presumibilmente per la scarsità di adesioni. Si tratta sostanzialmente di un’opera compilatoria, con le descrizioni riprese per lo più da altri autori. L’unico merito che Römer si attribuiva era di averli scelti con cura. Egli sarebbe forse rimasto un buon divulgatore più che uno studioso originale, se intorno al 1811, in uno dei suoi viaggi europei, Josef August Schultes non fosse capitato a Zurigo, forse proprio con l’intenzione di incontrarlo. Da quell’incontro, e dalla corrispondenza che ne seguì, nacque l’idea di pubblicare una nuova edizione di Systema vegetabilium, dopo quella curata da Persoon nell’ormai lontano 1797. Nel frattempo i nuovi arrivi si erano moltiplicati, e un semplice aggiornamento come quelli di Murray e Persoon non era più sufficiente: si prospettava dunque un’impresa titanica. La prudenza metodica di Römer e la febbre tassonomica di Schultes si rivelarono una combinazione perfetta: l’uno portava ordine, bibliografia, verifica; l’altro energia, velocità, una capacità quasi vulcanica di produrre diagnosi. Eppure Römer — sebbene nel 1813 si fosse manifestata una grave malattia cardiaca, che andò rapidamente aggravandosi — si gettò nell’impresa con un entusiasmo inaspettato. Forse sapeva che il tempo era poco, e proprio per questo lavorò come non aveva mai fatto prima. Tra il 1817 e il 1819 uscirono in rapida successione i primi quattro volumi, per un totale di oltre duemila specie di nuova denominazione. Tuttavia Römer morì all’inizio del 1819; Schultes provvide alla pubblicazione del quarto volume, scritto ancora a quattro mani, e al completamento del quinto, uscito nel 1820. Poi, come ho raccontato in questo post, i tempi si dilatarono e in dieci anni, nonostante l’aiuto del figlio, riuscì a pubblicare solo altri tre volumi. Segno che il defunto aveva avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Fondamentale per la riuscita dell’impresa, proprio come per la ricostruzione dell’orto botanico di Zurigo, fu la sua rete di contatti, che garantì l’invio di un gran numero di esemplari tipo. Römer lasciò ai contemporanei la reputazione di uno studioso di estremo rigore e ai posteri, oltre alla partecipazione a questa pietra miliare della tassonomia, un eccezionale erbario di circa 14.000 esemplari, oggi custodito al British Museum, dove è giunto nel 1877 come parte della collezione Shuttleworth. Un papavero che non è un papavero La reputazione internazionale di Römer è testimoniata anzitutto dalla sua ammissione a numerose società scientifiche, non solo in Svizzera e nell’area germanica, ma anche in Italia e in Svezia: già nel 1793 fu accolto come membro dell’Accademia delle scienze di Stoccolma. Un secondo indicatore è costituito dalle dediche multiple che gli furono tributate: quattro generi Roemeria e un genere Roemera. Colpisce, con un’unica eccezione, l’assenza di motivazioni esplicite: un silenzio eloquente, che suggerisce come Römer fosse figura ben nota e rispettata nell’ambiente botanico, pur senza occupare una posizione di assoluto rilievo tale da richiedere una dedica “argomentata”. Le tre dediche più antiche risalgono al periodo giovanile, quando Römer collaborava con Usteri, e provengono da botanici che pubblicavano sulle sue riviste. La prima in assoluto – e l’unica tuttora valida – fu proposta nel 1792 da Friedrich Kasimir Medikus negli "Annalen der Botanik", all’interno di un ampio studio sulle Papaveraceae. Due anni più tardi Conrad Moench dedicò una seconda Roemeria (oggi sinonimo di Amaranthus) nel catalogo dell’orto botanico di Marburgo, accompagnandola da una motivazione estremamente concisa: «In memoria dell’illustre Roemer, medico di Zurigo». La terza Roemeria, pubblicata nel 1798 e oggi sinonimo di Heeria, si deve a Carl Peter Thunberg, legato all’ambiente di Gottinga anche grazie alla sua amicizia con Murray; Thunberg aveva collaborato alle riviste di Usteri e fu con ogni probabilità lui a favorire l’ammissione di Römer all’Accademia delle scienze svedese. Diversa la logica che sembra guidare la dedica di Roemera (oggi sinonimo di Morisonia) da parte di Trattinick nel 1802, verosimilmente connessa all’attività di Römer come direttore dell’orto botanico di Zurigo. All’ultima fase della sua carriera, quella della collaborazione alla quarta edizione del Systema vegetabilium, risalgono invece le due dediche più tarde: la quarta Roemeria (oggi sinonimo di Diarrhena), pubblicata dagli stessi Römer e Schultes su indicazione di Francisco Antonio Zea, e la quinta (oggi sinonimo di Scaevola) proposta da Dennstedt. Particolarmente significativa la dedica di Zea – colombiano, ma direttore dell’orto botanico di Madrid tra il 1803 e il 1808 – che testimonia come la rete di relazioni di Römer si estendesse ormai anche alla penisola iberica. Torniamo a Roemeria Medik., la cui storia tassonomica è un caso esemplare dei mutamenti che stanno rivoluzionando le denominazioni botaniche in seguito al passaggio dalla determinazione morfologica a quella basata sul DNA. Nel 1792 Medikus separò il genere da Papaver sulla base della forma delle capsule, allungate e lineari anziché tondeggianti. Tuttavia la sua proposta fu quasi immediatamente respinta dalla comunità scientifica: già a partire da de Candolle Roemeria venne reintegrata in Papaver, ora come sottogenere, ora come sezione. Uno studio del 1987, ancora sulla base delle caratteristiche della fruttificazione, propose di rielevarlo a genere, assegnandogli due specie, R. hybrida e R. refracta. Quindi, all'inizio del nostro secolo le analisi molecolari dimostrarono la polifilia di Papaver, ovvero il fatto che le specie allora incluse nel genere non discendono tutte da un antenato comune; nel 2006 il genere Roemeria fu ristabilito formalmente, includendo le specie precedentemente assegnate a Papaver sezione Argemonidium. Oggi gli sono assegnate sedici specie, con un'ampia distribuzione boreale: dalla Macaronesia fino Himalaya attraverso il Mediterraneo e il Vicino Oriente. Decisivi nella ridefinizione recente del genere sono stati gli studi dei tassonomisti italiani, in particolare il lavoro di Banfi et al. (2022), che ha chiarito i confini di Roemeria e proposto le nuove combinazioni oggi accolte da gran parte della comunità scientifica. Quello di Roemeria è un caso da manuale perché sono numerosi i generi che, creati nell’Ottocento o addirittura in precedenza sulla base di minuscole differenze morfologiche, tornano oggi utili: etichette già pronte per accogliere i gruppi che le analisi molecolari dimostrano essere distinti. Al primo sguardo Roemeria si presenta indubbiamente come un papavero. Dei papaveri condivide i fusti esili, spesso pelosi, le foglie pennate e finemente dissette, i fiori solitari retti da lunghi peduncoli: papaverosi al 100%. Quattro petali coloratissimi, di consistenza quasi cartacea, spesso con una macchia nera alla base dei numerosissimi stami che formano una rosetta centrale attorno al pistillo. L’unica differenza evidente è la capsula, più stretta e allungata. Come molti papaveri mediterranei, le Roemeria sono annuali e condividono gli stessi ambienti: specie ruderali, xerofile, talvolta infestanti dei coltivi. Nella nostra flora sono presenti quattro specie, tutte ovviamente in precedenza — e fino a pochissimi anni fa — classificate come Papaver: Roemeria apula, R. argemone, R. hybrida e R. sicula. R. apula, il “papavero pugliese”, oltre che in Italia è presente nella penisola balcanica; è di notevole valore ornamentale per i grandi fiori da rossi ad aranciati, con una macchia nera all’unghia dei petali e stami nero‑blu. R. argemone è invece una specie euro‑mediterranea, con una distribuzione che va dalle Canarie al Nord Africa, all’Europa continentale e al Mediterraneo fino alla penisola anatolica. Vive spesso in terreni disturbati e, rispetto alla precedente, ha petali più stretti, rosso‑aranciati. R. hybrida (il nome deriva dall’antica convinzione che fosse un ibrido: Linneo la descrisse come Chelidonium hybridum) è la star del genere. Con una distribuzione che dalle Canarie arriva fino al Pakistan passando per il Mediterraneo e l’Asia centrale, si distingue per gli spettacolari fiori viola profondo; è talvolta coltivata nei giardini, anche se meriterebbe di esserlo molto di più. R. sicula è anch’essa una specie di ampia diffusione, dalle Canarie all’Himalaya passando per il Mediterraneo e la penisola arabica. La sua caratteristica più peculiare sono le capsule spinose. Arrivata con le coltivazioni di cereali in molte parti del mondo, è considerata un’infestante invasiva. Per completare il quadro, almeno una specie esclusiva dell’Asia: R. refracta, distribuita tra l’Anatolia e la Mongolia. Ha petali rosso scarlatto con una macchia nera alla base degli stami, talvolta circondata da un orlo bianco; ne esiste anche una forma alba. Come molte papaveracee contiene alcaloidi (reframina, reframidina e reframolina). È un’interessante pianta da giardino, sia per la rosetta di foglie finemente dissette, sia per le dimensioni e la vivacità del colore dei fiori. E, forse esagerando un po’, si potrebbe dire che come Römer negli ultimi anni della sua vita trovò una seconda giovinezza collaborando da pari a una delle opere più decisive della storia della tassonomia, così Roemeria, dopo quasi due secoli passati “travestita” da papavero, rinasce oggi come un genere ben definito, interessante, e sorprendentemente attuale: una piccola mediterranea pronta ad aggiungere colore ai nostri giardini sempre più assetati.
0 Comments
Usteria guineensis è una specie poco studiata dell’Africa tropicale: una liana discreta, quasi invisibile nella letteratura scientifica, che porta però un nome pesante. Ricorda infatti lo svizzero Paul Usteri, oggi quasi dimenticato, ma al suo tempo figura di primo piano della botanica europea, non come teorico, bensì come instancabile pubblicista ed editore di due riviste innovative e prestigiose. Il suo fervore botanico fu però tanto intenso quanto breve: dopo pochi anni, abbandonò completamente la scienza per dedicarsi alla politica, divenendo un protagonista della vita pubblica elvetica. Dalle riviste botaniche ai pamphlet rivoluzionari Nel 1787 due ragazzi zurighesi, Paul Usteri e Jakob Römer, arrivano a Gottinga per completare gli studi di medicina. Zurigo ha una lunga tradizione medica e botanica, illustrata tra l’altro da figure come i fratelli Scheuchzer, ma è meno dinamica e più provinciale della città tedesca: un vivacissimo centro intellettuale dove, tra aule universitarie e salotti letterari, giovani venuti da tutta la Germania si incontrano, discutono, progettano il futuro. Del resto, Paul Usteri (1768–1831) ha tutte le credenziali per immergersi in quell’ambiente e assorbirne le idee. Suo padre è il teologo e pedagogista Leonhard Usteri, promotore della riforma delle scuole cittadine e della loro apertura alle donne, corrispondente e ammiratore di Rousseau, amico personale di Winckelmann, figura attiva nella vita sociale e intellettuale zurighese. Il suo padrino, colui che lo ha indirizzato alla medicina e lo ha educato allo spirito illuminista, è Johannes Gessner, amico e compagno di viaggio di von Haller, fondatore della Società di scienze naturali e dell’istituto medico, corrispondente tra gli altri di Lavater, Rahn e Waser. A Gottinga, presto si forma un piccolo circolo svizzero: oltre a Usteri e Römer, lo animano due giovani destinati a lasciare un segno nella scienza e nella vita politica elvetica, Albrecht Rengger e Hans Conrad Escher; il più vecchio, Rengger, ha ventitré anni, gli altri, quasi coetanei, appena venti. Sono curiosi di tutti, e di tutto discutono: di scienza, di medicina, di letteratura, e molto, moltissimo, di politica. Ma ci sono altri incontri: con il botanico olandese Christiaan Hendrik Persoon e con Alexander von Humboldt, anche lui studente all'università Georg-August. È in questo contesto che i ventenni Usteri e Römer decidono di pubblicare il Magazin für die Botanik, la prima rivista di botanica in lingua tedesca. Il primo numero, stampato a Zurigo presso l’editore Füssli, esce nel 1787. Si apre con una lunga prefazione firmata Die Herausgeber, i curatori, in cui viene rivendicato un approccio dichiaratamente multidisciplinare, aperto non solo alla botanica descrittiva ma anche all’anatomia, alla fisiologia, alla fisica e alla coltivazione delle piante. La struttura della rivista è quadripartita: una prima sezione riservata ai contributi personali dei curatori; una seconda dedicata ad articoli tradotti o ripresi da prestigiose pubblicazioni straniere; le recensioni, che occupano oltre metà delle pagine; infine una sezione di notizie e scambi, pensata per favorire la circolazione delle informazioni all’interno della comunità botanica. L’interesse per la sistematica emerge già dal lungo saggio di apertura, un esame degli sviluppi più recenti della tassonomia, con particolare attenzione al sistema di Allioni. Le traduzioni provengono da saggi già pubblicati altrove: è evidente che la rivista è stata integralmente pensata, scritta e curata dai due amici, che non firmando mai individualmente i loro contributi non permettono di distinguere il lavoro dell’uno da quello dell’altro. Tra il 1787 e il 1790 usciranno quattro volumi del Magazin für die Botanik, articolati in dodici fascicoli. La struttura rimane invariata, ma i due giovani svizzeri riescono ora a coinvolgere altri collaboratori: la rivista cresce, con nomi del calibro di Roth e Willdenow, e una rete europea nella quale spiccano Scopoli e Cavanilles. Poi, nel 1790, Römer si dimette e la rivista cessa le pubblicazioni. Ma, come una duplice fenice, rinascerà dalle sue ceneri in due nuove riviste, una diretta da Usteri e l’altra da Römer. Nel frattempo anche le loro vite avevano iniziato a prendere strade diverse. Entrambi si laureano: Römer dopo pochi mesi, Usteri nel 1788. Il primo torna a Zurigo, diventa medico cittadino e rimane fedele a una carriera di botanico e naturalista, che approfondirò in un altro post. Usteri, invece, dopo la laurea compie un lungo viaggio che lo porta in molte città tedesche, visitando ospedali e istituzioni scientifiche. Nel 1789 rientra anche lui a Zurigo, dove la morte precoce del padre segna la fine della sua giovinezza e lo getta nella vita adulta. Una vita impegnatissima, di cui la botanica sarà solo una parte. Lavora come medico generico, insegna all’Istituto di medicina, cura l’orto botanico della Società di scienze naturali. E si fa un nome non come ricercatore, ma come pubblicista. Tra il 1789 e il 1791 pubblica una bibliografia delle opere mediche uscite tra il 1745 e il 1774 in due volumi; tra il 1790 e il 1793, sotto il titolo Delectus opusculorum botanicorum, una raccolta di trattati botanici rari; nel 1791 un saggio sulla sanità pubblica; nel 1792 una biografia del padre, apparsa in Famous Men of Helvetia di Leonhard Meister. Nel 1791 riprende anche il filo interrotto del Magazin für die Botanik con una nuova rivista, intitolata Annalen der Botanik. Ne usciranno ventiquattro numeri, fino al 1800, dapprima sempre presso Füssli a Zurigo, poi, dal 1795, a Lipsia. La struttura del periodico rimane immutata, ma ora lo spazio che era dei due autori‑curatori è occupato da articoli di prestigiosi collaboratori internazionali: moltissimi tedeschi (Roth, Schrank, Willdenow, Hedwig, Hoffmann, Humboldt), un nutrito gruppo di italiani (Nocca, Olivi, Morozzo, Savi), ma anche francesi, olandesi e naturalmente svizzeri. Pur non scrivendo più saggi originali, Usteri è attentissimo alle novità: nel 1791 (a soli due anni dall’uscita) pubblica un’edizione tedesca annotata di Genera plantarum di Antoine‑Laurent de Jussieu; sulla rivista compaiono, tra l’altro, uno dei primi studi innovativi sui funghi di Persoon (1794) e una disamina degli sviluppi della tassonomia post‑linneana di Steven Jan van Geuns. Poi c’è la politica, sempre più coinvolgente man mano che gli echi della Rivoluzione francese raggiungono l’apparente tranquillità svizzera. Nel 1794 Usteri pubblica anonimi alcuni numeri di un Diario del Tribunale rivoluzionario; quindi, nel 1795, per sfuggire alla censura fonda a Lipsia una casa editrice specializzata in riviste ispirate alla Rivoluzione francese, tra cui Klio, ufficialmente diretta da Ferdinand Huber. Oltre a pubblicarle, comincia a collezionare opuscoli e giornali del periodo rivoluzionario, creando un’imponente raccolta oggi conservata nella Biblioteca comunale di Zurigo. Nel 1797 è eletto al Gran Consiglio della città di Zurigo; nel 1798, quando l’esercito francese invade il Vaud e scoppia la Rivoluzione elvetica, si trova in prima fila insieme al vecchio amico Escher: prima come redattore di un giornale rivoluzionario, poi come membro dell’assemblea cantonale, infine come rappresentante di Zurigo al Senato elvetico incaricato di elaborare la nuova costituzione. Da quel momento diventa uno degli uomini di punta del movimento liberale, e l’impegno politico cancella la botanica dai suoi interessi. Continua a scrivere e pubblicare riviste, ma per diffondere i suoi ideali politici e combattere la censura e il governo conservatore; è presidente del Consiglio legislativo nel periodo rivoluzionario, per molti anni capo dei liberali nel Piccolo Consiglio di Zurigo, più volte membro del Consiglio federale, Consigliere di Stato e ancora presidente della commissione costituzionale tra il 1830 e il 1831. Nel 1831 è eletto sindaco di Zurigo, ma muore prima di assumere l’incarico. Usteria, chi è costei? Nella breve stagione in cui dirige gli Annalen der Botanik (1791–1800), Paul Usteri si trova, quasi senza volerlo, al centro della botanica europea. Non come autore — pubblica pochissimo di suo — ma come editore, mediatore, diffusore della conoscenza. È membro di numerose società scientifiche; e di anno in anno, mentre i nomi dei collaboratori della rivista si fanno sempre più prestigiosi, crescono anche le affiliazioni che elenca con orgoglio sotto il proprio nome nel frontespizio. Sa curare la sua immagine nella “repubblica delle lettere botanica”, scegliendo con attenzione il dedicatario di ciascun fascicolo — da Medicus, nel primo numero, a Desfontaines, nell’ultimo, passando per Humboldt, Seguier, Hoffmann e Willdenow. Questa centralità, costruita più con la regia che con la produzione scientifica, lascia un’impronta sorprendente: nel giro di pochi anni, quattro botanici gli dedicano un genere. Un riconoscimento che dice molto del prestigio internazionale raggiunto da un giovane svizzero che, per un breve momento, si trovò al crocevia della botanica europea. Due dediche arrivarono contemporaneamente nel 1790, una da parte di Willdenow, l'altra da parte di Medicus; poiché è impossibile stabilire una priorità e il solo nome a circolare è quello di Willdenow, è quello considerato valido. Ci fu poi una terza Usteria, stabilita da Cavanilles nel 1793, e infine da una quarta da Dennstedt nel 1818, quando Usteri non si occupava più da tempo di botanica, ma evidentemente il suo nome non era ancora dimenticato. Usteria Willd. è un genere monotipico della famiglia Loganiaceae, rappresentato dalla sola U. guineensis, un rampicante che cresce ai margini delle foreste, lungo i corsi d'acqua, i bordi delle strade e i coltivi nei paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea, nell'Africa tropicale occidentale. Probabilmente non è rara, ma è pochissimo studiata. Scarse informazioni e alcune fotografie recenti sono state pubblicate in una tesi discussa nel 2014 presso l'Università di Lagos in Nigeria, dedicata alle Loganiaceae dell'Africa occidentale. Oltre a evidenziarne la vicinanza tassonomica al genere Strychnos, per altro diversissimo dal punto di vista morfologico, se ne segnalano le potenziali proprietà antimalariche. In base alle descrizioni storiche, risulta un arbusto rampicante alto fino a tre metri, con rami glabri, foglie ovate coriacee e fittamente reticolate, piccoli fiori bianchi densamente aggregati in cime panicolate ascellari o terminali. Le fotografie mostrano frutti carnosi, digitati, di colore verde. Una pianta marginale, quasi invisibile, che però è bastata a conservare il nome di Usteri nella tassonomia botanica. Christiaan Hendrik Persoon è una figura singolare nella storia della botanica e della micologia. Nato al Capo di Buona Speranza, formatosi in Germania e vissuto per oltre trent’anni in una stanza modesta del quartiere più povero di Parigi, lavorò quasi sempre ai margini delle istituzioni scientifiche. Eppure il suo contributo in entrambi i campi fu decisivo. È considerato il vero fondatore della sistematica micologica: fu il primo a dare ordine a un ambito ancora frammentario, definendo criteri, strumenti e terminologia, e scrivendo opere di riferimento che avrebbero orientato generazioni di studiosi. Anche in botanica si distinse come valido sistematico della scuola linneana: pur non avendo il peso innovativo dei suoi lavori micologici, la terza edizione di Systema plantarum e la Synopsis plantarum ebbero un ruolo significativo nella transizione dal sistema linneano ai sistemi naturali. Riconosciuto dall’ambiente scientifico nonostante il suo volontario isolamento, già in gioventù meritò la dedica del genere Persoonia, una Proteacea australiana. Dal Sudafrica a Gottinga, alla scoperta di una vocazione Tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento, la botanica di ispirazione linneana — più che una scuola, un metodo che aveva trasformato il modo di guardare la natura — avanzò lungo due direzioni complementari. Da una parte, c’era il compito di completare e aggiornare il catalogo del mondo vivente, mantenendo la fedeltà al sistema del maestro. Dall’altra, la sfida più ardua: portare ordine nei territori che Linneo aveva solo sfiorato, quei regni minori, oscuri, caotici, dove la tassonomia sembrava ancora impossibile. A unire queste due strade in un’unica vita fu Christiaan Hendrik Persoon (1761-1836): celebre come uno dei fondatori della micologia moderna, ma anche instancabile revisore e continuatore del sistema linneano. Un uomo che non scelse tra fedeltà e innovazione, perché per lui erano la stessa cosa: continuare Linneo significava spingersi dove Linneo non era arrivato. Uomo schivo e riservato, Persoon non ha quasi lasciato tracce della propria vita personale. Di lui è stato scritto che la sua biografia coincide con le opere — e in effetti, al di fuori di quelle opere immense, resta poco. Ci è giunta una narrazione frammentaria, sulla quale, fin da subito, sono fiorite invenzioni e leggende. A cominciare dalla sua stessa nascita, collocata talvolta addirittura al 1755. Come chiarisce Valerio Bertolini in un recente studio, egli nacque invece tra la fine del 1761 e l’inizio del 1762. Certo è il luogo: Città del Capo. La sua vita comincia già con un’assenza e con un’identità complessa. La madre, di lingua olandese e discendente da una famiglia stabilita da tempo nella colonia, morì quando lui aveva pochi mesi. Il padre, suddito olandese ma di lingua tedesca, originario dell’isola di Usedom, era arrivato al Capo come sarto della VOC e aveva poi costruito una discreta fortuna come commerciante di merci di ogni genere, compresi gli schiavi. Le fonti — o forse le ricostruzioni successive, perché nel suo caso è difficile distinguerle — parlano di un ragazzo chiuso, poco socievole. Intorno ai quattordici anni, nel 1775, fu mandato a studiare in Europa. Dopo un breve passaggio ad Amsterdam, approdò al Gymnasium luterano di Lingen. Poco dopo gli giunse la notizia della morte del padre, che desiderava per lui una carriera teologica e aveva destinato un lascito per sostenerne gli studi. Come orfano, l’amministrazione dell’eredità — da dividere con due sorelle maggiori — passò alla Camera degli orfani del Capo, che nominò un tutore. Ma durante il lungo percorso di studi europeo, quel patrimonio, mal gestito e forse anche intaccato da ruberie, si rivelò spesso insufficiente a coprire le spese. Alla fine, si dissolse del tutto. Alle difficoltà economiche si aggiunsero le incertezze di un ragazzo — poi di un giovane uomo — solo, senza famiglia e senza nessuno che lo guidasse nelle scelte. Nel 1783, a ventidue anni, iniziò il corso di teologia all’Università di Halle, ma, incerto sul proprio futuro, tornò presto a Lingen. Tre anni dopo lo troviamo a Leida, dove intraprese lo studio della medicina e delle scienze naturali; studi che proseguì poi a Gottinga, dove si trasferì nel 1787. All’epoca, Gottinga era uno dei maggiori centri scientifici tedeschi: un’università prestigiosa, un orto botanico ricchissimo, numerose società erudite. E benché Albrecht von Haller vi fosse ancora venerato come genius loci, la città era ormai diventata uno dei cuori della botanica linneana in terra tedesca, grazie a Johan Andreas Murray, che dal 1769 vi insegnava botanica e dirigeva l’orto botanico. Persoon visse a Gottinga per circa quindici anni: probabilmente il periodo più fecondo della sua vita, ma anche il più oscuro. Sappiamo che seguì i corsi di botanica e di scienze naturali, e forse anche quelli di medicina, ma non si laureò mai (nel 1799 la Leopoldina gli conferì una laurea honoris causa in filosofia). Sappiamo che strinse amicizie — o forse sarebbe più corretto dire contatti — destinati in alcuni casi a durare tutta la vita: tra gli altri, Alexander von Humboldt, che studiò a Gottinga nel 1789. Presto si fece un nome come studioso indipendente, ma non sappiamo come si mantenesse. Sappiamo che viaggiò in Germania, in Olanda, in Francia, in Svizzera, ma non possediamo gli itinerari; solo gli esemplari del suo erbario botanico e micologico testimoniano quei percorsi. Una sola certezza emerge da questi anni: a Gottinga Persoon trovò un metodo e una vocazione. Il metodo era quello linneano, appreso nella sua forma più rigorosa; la vocazione era quella di portare ordine nel caos, di conoscere e trasformare in sistema ciò che appariva informe: la botanica in generale, i funghi in particolare. Alcuni incontri furono decisivi in questo processo. In primo luogo Johann Andreas Murray, che gli trasmise il metodo linneano e la disciplina tassonomica. Poi Paul Usteri e Johann Jacob Römer, che lo misero in contatto con gli ambienti scientifici e pubblicarono i suoi primi lavori sulle loro riviste. Infine — e sopra tutti — Georg Franz Hoffmann, autore di alcuni dei primi studi autorevoli sulle crittogame, professore di botanica e direttore dell’orto botanico di Gottinga dopo la morte di Murray: fu lui a orientarlo, o forse a incoraggiarlo, verso il vasto e ancora sconosciuto mondo dei funghi. I primi lavori pubblicati di Persoon comparvero su riviste come Neues Magazin für die Botanik e Annalen der Botanik; il primo in assoluto è probabilmente la descrizione di dieci specie di funghi da lui rinvenute nell'area di Gottinga, pubblicata nel terzo fascicolo di Abbildungen der Schwämme di Hoffmann. Ai funghi sono poi dedicati numerosi articoli usciti tra il 1793 e il 1795, fino a giungere già nel 1796 alla prima delle opere maggiori, con la prima parte di Observationes mycologicae. Persoon vi delinea già un metodo, getta le basi di un nuovo sistema di classificazione e crea un intero nuovo vocabolario descrittivo, in gran parte in uso ancora oggi. Ma la botanica non è dimenticata: nel 1797, rispondendo alla richiesta di un libraio, dà alle stampe la terza edizione di Systema vegetabilium, nel cui titolo si definisce procurator, ovvero continuatore dell'eredità tanto di Linneo quanto di Murray: Caroli a Linné ... Systema vegetabilium secundum classes ordines genera species cum characteribus et differentiis. Editio decima quinta quae ipsa est recognitionis a b. Io. Andrea Murray institutae tertia procurata a C. H. Persoon. Non si tratta di una semplice ristampa dell'edizione diMurray: Persoon aggiorna differenze specifiche — le brevi formule che distinguono una specie dall’altra — ormai insufficienti, integra osservazioni recenti, corregge i caratteri generici alla luce delle nuove conoscenze e distingue rigorosamente le proprie aggiunte, indicandole tra parentesi. Nel trattare l’ultima classe accenna, con la sua consueta discrezione, alla necessità di una revisione più ampia delle crittogame, anticipando così gli sviluppi del proprio lavoro micologico. Sviluppi che negli anni successivi daranno luogo a una messe di contributi di grande interesse, poi confluiti nelle tre parti delle Observationes mycologicae (1795–1799) e nell’ultimo grande lavoro della stagione di Gottinga, Synopsis methodica fungorum (1801). Anche se la proposta di assumerla come punto di partenza delle denominazioni micologiche — analogamente a Species plantarum per le piante — fu respinta dal Congresso di Sydney del 1981, la Synopsis resta l’opera fondativa della sistematica dei funghi: un sistema di nuova concezione, con la trattazione di 71 generi, molti dei quali nuovi, e 1526 specie distribuite secondo criteri originali. Per quanto riguarda il lavoro editoriale — che non mancò, e che forse gli procurò almeno un piccolo cespite di entrate — non va dimenticata la cura dei tre volumi delle Dissertationes academicae di Thunberg, pubblicati a Gottinga tra il 1799 e il 1801, ulteriore testimonianza del suo legame con la scuola linneana. Parigi: il solitario del faubourg souffrant Nel 1802, con una decisione che ha stupito più di un biografo, Persoon lasciò Gottinga per stabilirsi a Parigi. In Germania era noto, rispettato, membro di prestigiose società scientifiche; a Parigi non aveva nessuno, e doveva ancora una volta cambiare ambiente e lingua. Eppure non fu una scelta impulsiva, ma preparata e meditata. Poté pesare anche la situazione politica: negli anni delle guerre napoleoniche la Germania era un campo di battaglia, mentre Parigi era la capitale scientifica d’Europa. Ma la Parigi in cui approdò Persoon — pur accolto con tutti gli onori e riconosciuto per il suo lavoro — non era quella dei salotti, dove brillava l’ex condiscepolo Humboldt, né quella dei collezionisti come il barone Delessert, né quella delle istituzioni di Jussieu, Lamarck e de Candolle. Fu la Parigi del lavoro metodico e solitario, condotto quasi da asceta della botanica e della micologia in una stanza al sesto piano del quartiere più povero della città, il faubourg souffrant: mal illuminata, poco aerata, difficile da riscaldare, arredata con l’indispensabile — un letto, un tavolo, una sedia, un fornello. C’era però ciò che contava davvero: il suo erbario, i libri, una lente mediocre e pacchi di esemplari che gli arrivavano da tutta Europa e talvolta dall’America. La corrispondenza, e soprattutto gli indirizzi con titoli altisonanti in latino (illustrissimus, clarissimus, Princeps mycologorum), stupivano il portinaio e i vicini, che forse si chiedevano se quell’uomo modesto, sempre chiuso nella sua stanza a lavorare, non fosse un principe in incognito. E in un certo senso lo era davvero: non di un regno degli uomini, ma di quello, immensamente più vasto e ancora in gran parte da esplorare, dei funghi — un continente biologico misterioso e interconnesso, che oggi sappiamo contare centinaia di migliaia di specie descritte e forse milioni ancora ignote. La vita materiale era ridotta all’indispensabile, immensa l’opera scientifica. Persoon divenne, in un certo senso, il centro motore di un intero settore della scienza nel suo nascere: studiava, scriveva, corrispondeva con centinaia di colleghi; era il maestro riconosciuto e il mentore degli studiosi delle generazioni successive, come Magnus Fries. Nel 1803, quasi in coincidenza con il suo arrivo a Parigi, incominciò a pubblicare tra Parigi e Strasburgo le Icones pictae specierum rariorum fungorum: forse una delle ragioni che l’avevano attirato nella capitale era che solo qui — e forse a Londra — era possibile realizzare un’opera con una qualità grafica e tipografica impossibile a Gottinga. E poi a Parigi c'era il Jardin des Plantes, con il suo immenso deposito di fogli d'erbario. Nei primi anni parigini, parallelamente agli studi micologici, Persoon affrontò di petto il problema che aveva incontrato curando la terza edizione di Systema vegetabilium: il numero crescente di specie conosciute e gli avanzamenti della botanica richiedevano un aggiornamento molto più profondo e sistematico. La risposta fu Synopsis Plantarum, seu Enchiridium botanicum, complectens enumerationem systematicam specierum hucusque cognitarum, in due volumi, usciti rispettivamente nel 1805 e nel 1807: 20.000 specie distribuite distribuite in 2300 generi e classificate secondo il sistema linneano, di fatto tutte le fanerogame conosciute all'epoca. E che Persoon non sia stato solo il principe dei micologhi, ma anche un botanico di primo piano, ce lo dicono le oltre 2600 occorrenza della sigla d'autore Pers. in IPNI, con decine di nuovi generi e centinaia di specie. Ovviamente i funghi rimasero il centro del suo lavoro anche negli anni parigini. Continuavano a uscire i fascicoli delle Icones (l’ultimo, il quarto, nel 1808). Scriveva recensioni di opere micologiche per il Journal de Botanique diretto da Desvaux e non trascurava la divulgazione, come mostra il Traité sur les champignons comestibles (1818). La sua competenza nella preparazione degli erbari era riconosciuta ovunque: nel 1825 pubblicò il lungo articolo Sur la manière de recueillir et de préparer les champignons pour les herbiers, che divenne un riferimento tecnico. Tra il 1817 e il 1822, a testimonianza dell’attenzione internazionale, a San Pietroburgo uscì in sei volumi Species plantarum, una versione lievemente corretta di Synopsis plantarum. L’opera più importante degli ultimi anni resta però Mycologia europaea, concepita come descrizione completa dei funghi del continente. Persoon ne pubblicò tre volumi tra il 1822 e il 1829. Poi il lavoro si interruppe, soprattutto perché non poté più servirsi del suo erbario. Con l’età che avanzava e i problemi di salute che cominciavano a farsi sentire, continuare a vivere e lavorare in povertà estrema nel faubourg souffrant divenne sempre più difficile. All’inizio degli anni Venti un gruppo di amici e corrispondenti tentò di sostenerlo con una sottoscrizione, ma egli rifiutò sdegnato. Nel 1825, su invito del medico Joseph Kerckhoffs, il governo olandese decise infine di concedergli una pensione di 800 fiorini l’anno; in cambio, Persoon dovette cedere l’erbario — oltre 14.000 esemplari — e gran parte della biblioteca. Alla prima rata, l’ambasciatore olandese a Parigi fece porre i sigilli all’erbario, che Persoon non poté più consultare, anche se esso partì per Leida, destinato all’erbario nazionale, solo nel 1828. Negli ultimi anni poté vivere più dignitosamente nel quartiere di Val-de-Grâce. Ottenne alcuni riconoscimenti, come l’ammissione alla Société linnéenne de Paris, di cui fu anche vicepresidente per un periodo. Partecipò a grandi opere collettive: la relazione sul viaggio delle corvette Uranie e Physicienne, per la quale curò la parte micologica (1826), e la Flore générale de France (1828). Tuttavia, la stagione creativa si era chiusa con la perdita dell’erbario. Morì a Parigi nel novembre 1836, all’età di 74 anni, e fu sepolto al cimitero di Père Lachaise. Sulla tomba volle una semplice lapide con la scritta: «Chretien Henry Persoon, Botaniste, Né au Cap de Bonne Espérance, décédé le 15 Novembre 1836». Peersonia, una Proteacea diversa dalle altre Nel campo micologico, l’eredità scientifica di Persoon è immensa. Fu il primo a portare ordine nella tassonomia di quel vasto e oscuro gruppo di organismi, lasciando un’impronta imprescindibile per tutti coloro che se ne occuparono contemporaneamente e dopo di lui. Anche la sua opera botanica, come abbiamo visto, è significativa. La terza edizione di Systema plantarum per qualche anno sostituì come opera di riferimento la seconda edizione di Murray e fornì la base per l’edizione francese Système sexuel des végétaux (1798). La monumentale Synopsis plantarum offrì un quadro completo e rigoroso delle conoscenze botaniche del tempo. Anche se entrambe furono presto superate dall’opera di altri botanici, segnarono comunque due tappe importanti della transizione dal sistema linneano ai diversi sistemi naturali. A Persoon, oltre a Persoonia — una delle maggiori riviste internazionali di micologia — sono stati dedicati due generi di funghi, Persooniana e Persooniella, e alcune specie botaniche, come Landolphia persooniana e Myosotis persoonii. Il genere Persoonia fu invece istituito tre volte: da Smith nel 1798, da Willdenow nel 1799 e da Michaux nel 1803. Per la legge della priorità è valido il primo. La dedica di Smith, come si vede, precede le grandi opere di Persoon, ma testimonia che la sua fama aveva già varcato la Manica. Scrive infatti: «In memoria del celeberrimo C. H. Persoon, famoso per varie operine sui funghi». Il genere Persoonia Sm. comprende oggi un centinaio di specie di arbusti o piccoli alberi della famiglia Proteaceae, per lo più endemiche dell’Australia; una specie è presente in Nuova Zelanda e un’altra in Nuova Caledonia. In Australia, con l’eccezione di P. pertinax, endemica del Great Victoria Desert, e di poche altre specie, prediligono le zone non aride, da temperate a subtropicali, dell’Australia sudoccidentale e sudorientale, inclusa la Tasmania. Sono note con il nome comune geebung, derivato da una lingua aborigena. Diffuse in una varietà di habitat — dalle pianure sabbiose dell’Australia sudoccidentale alle pianure costiere e al Great Dividing Range nell’Australia sudorientale, fino alle specie alpine della Tasmania e delle Alpi australiane — le Persoonia sono alquanto varie. Sono prevalentemente arbusti, da prostrati a eretti, più raramente piccoli alberi, con fogliame molto variabile da una specie all’altra. I fiori, ermafroditi, sono talvolta solitari, ma più spesso raccolti in racemi più o meno allungati che in alcune specie continuano a crescere terminando in una foglia. I tepali, liberi o più spesso saldati alla base, hanno apici retroflessi e sono solitamente di colore giallo. I frutti, drupe contenenti uno o due semi, in diverse specie sono eduli. Tra le specie più note si ricordano P. pinifolia, un grande arbusto dal fogliame aghiforme e dai lunghi racemi penduli, endemico dell’area di Sydney e particolarmente apprezzato come pianta da giardino per il suo valore ornamentale; P. levis, comune nelle foreste del sud‑est australiano, con foglie asimmetriche a forma di sciabola e racemi eretti, seguiti da drupe molto apprezzate da uccelli, canguri e opossum; P. chamaepeuce, un arbusto nano prostrato adattato agli ambienti alpini della Tasmania e delle Alpi australiane, con foglie lineari e fiori solitari caratterizzati da quattro tepali pelosi, fusi alla base e retroflessi all’apice. All’interno della vasta famiglia delle Proteaceae, Persoonia si distingue per alcune peculiarità. In primo luogo, manca del caratteristico apparato radicale (le radici proteoidi), formato da brevi radichette molto ravvicinate che facilitano l’assorbimento dei nutrienti inorganici: per questo motivo predilige suoli ben drenati, acidi e poveri di nutrienti. In secondo luogo, non presenta le grandi infiorescenze ricche di nettare tipiche di molte specie di questa famiglia, ma fiori molto più piccoli. Si ritiene che siano impollinate non da uccelli o piccoli mammiferi, come altre Proteaceae, ma da insetti come api e vespe. I frutti di molte specie costituiscono poi un’importante risorsa alimentare per la fauna. La dedica di Smith, forse nata con una certa libertà, fu comunque molto gradita a Persoon. Nel 1805, nel primo volume della Synopsis plantarum, egli poté ricambiare l’onore delineando uno dei primi profili del genere e attribuendogli cinque specie, tre delle quali di sua determinazione. Due di queste, P. hirsuta e P. laurina, sono tuttora valide, a testimonianza dell’acume di Persoon come tassonomista anche in campo botanico. Lavorò su esemplari d’erbario, senza aver mai visto una Persoonia viva, e su un genere allora quasi sconosciuto, prima che le grandi novità portate da Robert Brown e dai suoi studi sulle Proteaceae ne definissero i contorni. In questo senso, la dedica di Smith appare oggi meno casuale di quanto sembri: fu il riconoscimento precoce di un sistematico rigoroso, capace di orientarsi anche in territori inesplorati. |
Se cerchi una persona o una pianta, digita il nome nella casella di ricerca. E se ancora non ci sono, richiedili in Contatti.
CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
June 2026
Categorie
All
|






RSS Feed