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Dopo un breve passaggio in Messico, il tedesco Ferdinand Lindheimer arriva in Texas nel 1836. È uno dei Dreißiger, i rifugiati politici che negli anni Trenta dell’Ottocento lasciano la Germania alla volta dell’America. Il Texas diventerà la sua nuova casa e per trent’anni ne esplorerà instancabilmente la flora: prima come cacciatore di piante professionista nella rete di Engelmann e Gray, poi per il semplice piacere di contribuire al progresso della scienza. Dalle sue raccolte nascerà la botanica texana. A ricordarlo è la stella del Texas, Lindheimera texana. Un rifugiato tedesco tra Messico e Texas Il 27 luglio 1830, in risposta alla stretta assolutistica voluta da Carlo X e dal ministro Polignac, Parigi insorge. Nell’arco di tre giorni la sommossa diventa rivoluzione, il re è costretto all’esilio e la Francia si trasforma in monarchia costituzionale. L’evento scuote l’Europa: la Restaurazione, che da quindici anni stringe il continente nella sua morsa, sembra vacillare. Nei giovani liberali, che sognano spazi di libertà, si riaccende la speranza. In Italia, con i moti del ’31, in Polonia, in Belgio, dove la rivoluzione vittoriosa staccherà il paese dall’Olanda, e anche in Germania. Qui i protagonisti sono soprattutto intellettuali e studenti, spesso organizzati nelle Burschenschaften, le confraternite che nel maggio del 1832 danno vita al grande festival democratico di Hambach, invocando libertà di parola e di stampa. Sono ancora studenti — affiancati da qualche insegnante — quelli che il 3 aprile 1833 si scontrano con soldati e polizia nel goffo tentativo di insurrezione passato alla storia come Frankfurter Wachensturm. La repressione non si fa attendere: arresti, delazioni, sospetti, chiusura di ogni spazio di libertà. Per molti intellettuali non resta che una strada: l’emigrazione. Molti prendono la via dell’America. Li chiameranno Die Dreißiger, “quelli degli anni ’30”, per distinguerli dalla seconda grande ondata che seguirà le rivoluzioni fallite del 1848–49. Non si trattò quasi mai di scelte individuali. Questa prima ondata di emigrati politici tedeschi si mosse spesso in forma organizzata, attraverso società di emigrazione che promettevano una nuova vita oltreoceano. La più nota fu la Gießener Auswanderungsgesellschaft, fondata nel 1833 da un gruppo di intellettuali dell’Assia con un progetto ambizioso: creare in Texas una colonia tedesca autonoma, libera e democratica, una sorta di “Germania rigenerata” in terra americana. Le rotte migratorie che ne derivarono non furono lineari: molti dei suoi membri, prima di raggiungere il Texas, passarono dal Messico, da cui allora dipendeva quella regione. È in questo contesto che si inserisce anche la vicenda di Ferdinand Lindheimer (1801-1879). Nativo di Francoforte, ultratrentenne all'epoca dei fatti, tra i membri del movimento liberale era uno dei "vecchi", non più studente, ma insegnante. Era un umanista, un filologo, formatosi alle università di Wiesbaden, Jena e Berlino; dal 1827 insegnava all'Istituto Bunsen della città natale e ai suoi studenti parlava di libertà. Coinvolto direttamente nel Frankfurter Wachensturm, sapeva di essere nel mirino della polizia; la sua stessa famiglia, di tendenze conservatrici, gli aveva voltato le spalle; l'emigrazione fu inevitabile. Lasciò la Germania nella primavera del 1834 e la sua prima meta fu Belleville nell'Illinois, dove si unì a un gruppo di immigrati tedeschi diversi dei quali erano stati suoi colleghi all'Istituto Bunsen. Tuttavia pensava già al Texas, che all'epoca, pur in una situazione di forte instabilità, era sotto la sovranità messicana. Così nell'autunno del 1834, insieme a cinque compagni, percorse a piedi il Mississippi per dirigersi verso il Texas; ma a New Orleans con due compagni si imbarcò per Veracruz e entrò a fare parte della comunità creata al Mirador da un altro immigrato tedesco, Carl Sartorius. Anch'egli un intellettuale e un rifugiato politico, nel 1830 aveva acquistato una fazenda ai piedi del monte Orizaba, dove coltivava canna da zucchero e distillava alcoolici con buona fortuna. Botanico più che dilettante, amava esplorare la flora dei dintorni e raccogliere piante; ospite generoso e accogliente, trasformò il Mirador in un polo di ricerca che, nel corso degli anni, accolse molti dei botanici e cacciatori di piante attivi in Messico, da Galeotti, Linden e Ghiesbreght a Karl Hartweg. Lindheimer rimase al Mirador per sedici mesi e imparò dal suo ospite come raccogliere, conservare e montare piante e insetti. Fu la sua iniziazione alla botanica. Le notizie della rivolta scoppiata in Texas contro il governo centralista messicano lo spinsero a ripartire per arruolarsi come volontario. Alla fine del 1835 lasciò il Messico e, dopo un naufragio sulla costa di Mobile, in Alabama, giunse in Texas il giorno dopo la battaglia di San Jacinto, l'evento che di fatto ne sancì l'indipendenza. Per qualche tempo combatté nelle file dell'esercito della Repubblica del Texas. E' probabile che già allora sia stato colpito dalla flora texana, all'epoca ancora quasi sconosciuta, e abbia continuato ad arricchire l'erbario inaugurato al Mirador. Quando fu smobilitato, dopo aver lavorato per qualche tempo in una fattoria, su invito di Georg Engelmann - anch'egli era nativo di Francoforte e si erano già conosciuti in Germania - si trasferì a St Louis; vi trascorse l'inverno del 1839-40, ma il clima troppo freddo non giovava ai suoi polmoni, così decise di tornare in Texas. Engelmann gli chiese di raccogliere piante per lui e per Gray. Per Lindheimer si aprì così un periodo di precarietà e di continui spostamenti nel Texas, sostenendosi come raccoglitore indipendente e con una combinazione di lavori manuali e agricoltura di sussistenza presso le comunità di coloni tedeschi. Raccoglitore, giornalista, cittadino in Texas A cambiare la sua vita, e a dargli finalmente stabilità, furono due eventi in rapida successione. Tra il 1843 e il 1844 le raccolte per Engelmann e Gray si trasformarono in un ingaggio formale, facendo di Lindheimer il primo raccoglitore permanente della flora del Texas. Lasciata St Louis, dove aveva nuovamente trascorso l’inverno, nella primavera del 1843 si imbarcò per Galveston e quindi, a bordo di un carro a due ruote carico di risme di carta, provviste, una pressa e altre attrezzature, si mosse verso ovest per la sua prima spedizione. Con l'unica compagnia di due cani da caccia, si addentrò nella natura selvaggia, spesso senza incontrare nessun essere umano e vivendo dei proventi della caccia. Nel 1844, nella contea di Comal, incontrò un gruppo di coloni tedeschi intenti a fondare una città nelle terre acquistate dal principe Carl von Solms‑Braunfels, commissario generale della Mainzer Adelsverein, l’associazione creata da un gruppo di nobili tedeschi per organizzare l’immigrazione di massa in Texas; in suo onore, la nuova città si sarebbe chiamata New Braunfels. Più tardi Lindheimer incontrò lo stesso principe e decise di unirsi alla colonia. I primi anni di New Braunfels furono difficili, anche per la scarsa esperienza amministrativa e finanziaria del principe che, mentre si accingeva a far rientro in Germania, fu addirittura arrestato per debiti. A salvare la situazione fu il suo successore come commissario generale, Otfried Hans von Meusebach — che negli Stati Uniti avrebbe mutato il nome in John. Energico, di orientamento liberale e fortemente interessato alle scienze, aveva deciso di trasferirsi in Texas affascinato dalla sua natura. Più tardi sarebbe diventato per Lindheimer un amico e un compagno di raccolte botaniche. Nella giovane colonia tedesca, un uomo di cultura e con una buona conoscenza del territorio come Lindheimer era benvenuto. Dal 1844 fino alla morte, New Braunfels divenne la sua casa e la sua comunità. Gli fu assegnato un appezzamento lungo il Comal Creek, dove creò anche un piccolo orto botanico, ma fino al 1851 la raccolta di piante rimase la sua attività principale. Le sue copiose raccolte, soprattutto attorno agli insediamenti tedeschi di New Braunfels, Fredericksburg e Bettina, ne fanno il padre della botanica texana. Gli esemplari venivano inoltrati a Engelmann e da questi a Gray, che si incaricava anche di distribuire gli exsiccata tra i sottoscrittori. Una lettera di Gray a Engelmann ne elenca trenta: oltre a collezionisti privati statunitensi ed europei, a Torrey e agli stessi Engelmann e Gray, figurano grandi nomi della botanica europea (Bentham, Harvey, Webb) e istituzioni come lo Smithsonian, l’erbario Boissier, l’orto botanico di Parigi e il British Museum. Tra il 1845 e il 1850 Engelmann e Gray pubblicarono due fascicoli di Plantae lindheimerianae, per un totale di 754 specie; dopo la morte di Engelmann, sulla base degli esemplari conservati nel suo erbario, la pubblicazione delle raccolte di Lindheimer fu completata da J. W. Blankinship nel 1907. Intanto, mentre la comunità dei coloni si espandeva e si stabilizzava — altri insediamenti sorsero a Fredericksburg e a Bettina, chiamata così in onore della scrittrice e musicista progressista Bettina Brentano von Arnim — anche la vita di Lindheimer trovava un assetto stabile. Nel 1846 si sposò con Eleanor Reinartz, da cui ebbe due figlie e due figli. Nel 1852 fu nominato direttore del Neu‑Braunfelser Zeitung, un settimanale in lingua tedesca che diede voce alla comunità di New Braunfels con annunci, notizie locali, politica texana, rubriche di agricoltura e approfondimenti culturali. Per Lindheimer divenne anche una palestra dove scrivere di politica, cultura, botanica e sfogare i suoi sentimenti anticlericali. Da quel momento, la raccolta di piante — nell’arco di trent’anni ne avrebbe raccolto in totale circa 1500 specie — cessò di essere una professione per diventare un piacere e una passione. In alcune spedizioni fu suo compagno John O. Meusebach, con il quale nel 1849 fece raccolte a Comanche Spring. Quando poi Meusebach diede le dimissioni da commissario della Mainzer Adelsverein e si ritirò nella Loyal Valley, Lindheimer lo visitava spesso e scambiava con lui esemplari botanici. Era ormai uno degli animatori della vita culturale della comunità tedesca e una figura di riferimento anche sul piano istituzionale. Oltre a dirigere il giornale, aprì una scuola privata e più volte servì come sovrintendente alla pubblica istruzione. Fu inoltre il primo giudice di pace di New Braunfels. Nel 1872 lasciò il Neu‑Braunfelser Zeitung e dedicò gran parte del suo tempo allo studio delle scienze naturali, corrispondendo attivamente con studiosi della madrepatria come il botanico Adolf Scheele — cui inviò molti esemplari — e il geologo Ferdinand von Roemer, autore di The Cretaceous Formations of Texas and Their Organic Inclusions, che aveva conosciuto anni prima durante una visita di quest’ultimo alle comunità tedesche del Texas. Lindheimer morì nel 1879; lo stesso anno alcuni dei suoi saggi furono pubblicati postumi sotto il titolo Aufsätze und Abhandlungen. La stella del Texas per l'esploratore della flora texana L’impronta di Lindheimer nella conoscenza della flora del Texas è profondissima. Per trent’anni esplorò una porzione del territorio — quella attorno agli insediamenti tedeschi — in modo sistematico e continuo, gettando le basi di una vera flora regionale, fatta non solo di piante curiose, nuove o vendibili ai collezionisti, ma di comunità vegetali. Le circa 1500 specie da lui raccolte rappresentano, se non un catalogo completo, una percentuale estremamente significativa della flora del Texas centrale. Del resto, era il suo proposito fin dall’inizio. Già nel 1842, rivelando quella che oggi chiameremmo una coscienza ecologica, scrisse: “Ho conservato un esemplare di ogni pianta che conosco. Devo trovare un posto più sicuro da qualche parte qui in Texas dove creare un erbario di piante autoctone. E anche avere un giardino botanico dove proteggere le piante perenni rare.” Le sue raccolte, oggi conservate in oltre venti istituzioni in tutto il mondo, furono formidabili anche per numero (sono stimate tra 80.000 e 100.000 esemplari), ma soprattutto per qualità: le sue note di campo e le sue osservazioni sono eccellenti. Quando arrivò in Texas con la sua pressa e le risme di carta, gran parte di quella flora era sconosciuta, e fu il primo raccoglitore di numerose specie, diverse delle quali portano il suo nome. La più nota — quella che forse lo rende familiare, almeno come eco, anche da noi — è certamente la deliziosa gaura (un tempo Gaura lindheimeri, oggi Oenothera lindheimeri), amatissima nei giardini per i suoi fiori da bianchi a rosati simili a leggere farfalle. Ma le dediche sono molte: un centinaio in totale, una quarantina delle quali oggi valide, dalla bellissima felce Hemionitis lindheimeri dalle fronde vellutate a Ipomoea lindheimeri dai profumatissimi fiori blu cielo, dalla minuscola asteracea rupicola Laphamia lindheimeri al “palo blanco” Celtis lindheimeri, un vero e proprio albero. Per volontà di Engelmann e Gray, c’è anche un genere Lindheimera, che essi gli dedicarono con queste parole: “Abbiamo nominato questo genere straordinario, affine a Berlandiera e Engelmannia, in onore del suo tenace e instancabile scopritore e indagatore della flora texana.” Oggi è un genere monotipico della famiglia Asteraceae, rappresentato unicamente da Lindheimera texana, che unisce nel nome botanico quelli dello scopritore e del territorio che esplorò. È nota anche con il bel nome comune di Texas star, “stella del Texas”. Oltre che in questo stato, è presente in Oklahoma e nel Messico settentrionale, dove cresce in una varietà di habitat tipicamente assolati e aperti, incluse praterie, bordi di strade e aree disturbate. È una robusta annuale, piuttosto variabile (può rimanere bassa o superare il metro di altezza), assai cespitosa, con foglie basali grossolanamente dentate raccolte a rosetta e foglie cauline opposte e intere; fusto e foglie sono fittamente pelosi. Ogni fusto porta una cima di fiori con 3–6 (più comunemente cinque) fiori del raggio giallo brillante. Di facile coltivazione e di lunga fioritura, negli Stati Uniti è talvolta coltivata nei giardini in stile naturale. Questa dedica di una pianta modesta, quasi un’erbaccia, forse nelle intenzioni di Gray e Engelmann — per via delle sue affinità botaniche — collega Lindheimer allo stesso Engelmann, la linea tedesca, e al franco‑svizzero Berlandier, esploratore della flora del confine messicano, dall’altra parte della frontiera. È la linea dei botanici esploratori “tenaci e instancabili”, di cui Lindheimer è uno dei capofila.
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È un personaggio singolare, il prussiano Augustus Fendler: primo cacciatore di piante professionista reclutato dalla rete di Engelmann e Gray e tra i primi europei a esplorare il Nuovo Messico. Fin dall’adolescenza il suo spirito inquieto l’ha spinto a cambiare continuamente luogo, occupazione, si potrebbe dire pelle: dalla nativa Prussia orientale agli Stati Uniti, al Venezuela, all’Ecuador; studente, impiegato apprendista, conciatore, fabbricante di lampade, insegnante, distillatore di alcoolici, eremita. E poi cacciatore di piante, curatore di erbari, traduttore di Goethe e filosofo a tempo perso. Sempre gettando in ciascuna di queste attività tutto se stesso, pronto a cambiare di nuovo e a reinventarsi al prossimo fallimento. Lo ricordano i piccoli generi Fendlera e Fendlerella, che fioriscono nei luoghi semidesertici della “frontiera” che fu tra i primi a esplorare. La difficile scoperta di una professione La vita di Augustus Fendler (anche August, 1813-1883), raccoglitore di piante di origine tedesca fattosi americano, è piena di cambi di rotta, di svolte improvvise, di nuove strade imboccate senza esitazione, spesso per essere abbandonate con un guizzo repentino. Inizia già con una perdita: nato a Gumbinnen (oggi Gusev, distretto di Kaliningrad, Russia), nella Prussia orientale, a sei mesi perse il padre, un artigiano tornitore. Due anni dopo la madre si risposò, ricostruì un focolare, gli diede un nuovo padre e un fratello; ma erano poveri e in quell'angolo remoto della Prussia non c'erano scuole degne di questo nome. Fino a dodici anni, quando venne iscritto al ginnasio, ebbe solo un'istruzione rudimentale. Dopo quattro anni, le ristrettezze economiche della famiglia lo costrinsero a lasciare anche quella scuola. Diventò apprendista presso la cancelleria municipale: un lavoro d’ufficio, ripetitivo, che “uccideva lo spirito” di un ragazzo che sognava solo di viaggiare. Così, quando un medico, incaricato di ispezionare le stazioni di quarantena del colera lungo la frontiera con la Russia, gli propose di fargli da segretario, accettò su due piedi. La notte prima della partenza era così eccitato che non chiuse occhio. La realtà si sarebbe rivelata terribile: pochi giorni dopo, il medico fu chiamato in un grande villaggio di confine dove l’epidemia già dilagava; e invece di un viaggio avventuroso, August si trovò nel mezzo di una battaglia impossibile, con morti su morti. Fu rimandato a casa ad affrontare la difficile scelta di una professione che gli desse qualche possibilità di viaggiare. Anni dopo, il suo primo biografo, William Camby, gli strappò una confessione rivelatrice: se avesse saputo che un raccoglitore di piante poteva coprire le proprie spese di viaggio, si sarebbe preparato a quella professione; ma all’epoca non ne sapeva nulla, anzi non aveva mai neppure visto un libro di botanica. Dato che a scuola una delle sue materie preferite era la chimica e gli era stato assicurato che il mestiere di conciatore era molto richiesto sia in Europa sia in America, divenne apprendista in una conceria: un lavoro duro e disgustoso (nella concia, oltre a tannini e sostanze chimiche di vario tipo, all’epoca si impiegavano anche urina e sterco animale), ma vi resistette due anni. Nel frattempo venne a sapere che a Berlino era stata aperta una specie di scuola politecnica, riservata a giovani meritevoli senza mezzi, ai quali garantiva sia una buona istruzione sia una borsa di studio. Erano ammessi solo due o tre candidati per provincia, dopo un esame molto selettivo. August Fendler lo superò e, nell’autunno del 1834 — ora aveva vent’anni — si trasferì a Berlino. La vita sedentaria, l’atmosfera competitiva, il ritmo dello studio vinsero, prima di lui, il suo corpo. Così, terminato il primo anno, sia pure con buoni risultati, dovette desistere. Da studente si trasformò in Handwerksbursche: un artigiano itinerante che si spostava da un villaggio all’altro, perfezionando l’apprendistato presso diversi maestri e lavorando occasionalmente in un luogo o in un altro. Fu la sua vita per sei mesi, dall’autunno del 1835 alla primavera del 1836. Conosciamo qualche tappa, ma non i particolari: partito da Berlino, zaino in spalla, fu in Slesia, Sassonia, Francoforte e Renania, finché il viaggio terminò a Brema. Con il piccolo gruzzolo messo da parte in quella vita vagabonda si pagò la nave per Baltimora. Quando vi arrivò, nel borsellino gli rimanevano due dollari. Si spostò immediatamente a Filadelfia, dove per qualche mese lavorò per un conciatore: non la soglia della libertà che aveva sognato, ma un lavoro duro e insopportabile. Tentò qualche impiego nel distretto minerario, poi si trasferì a New York, dove si impiegò in una fabbrica di lampade. Almeno lì c’era qualcosa di nuovo da imparare; ma poi arrivò la crisi economica, uno dopo l’altro operai e apprendisti furono licenziati e anche lui, ultimo, si trovò disoccupato. Una perdita, ma anche un’occasione: ripartire, alla ricerca di un altrove. L’altrove era il West, e St Louis ne era la porta. Così, “seguendo la via migliore e più breve”, nella primavera del 1838, dopo trenta giorni di viaggio nelle condizioni più economiche possibili, era in quella terra promessa. Trovò subito lavoro in una fabbrica di lampade a gas, forse la prima in quell’area; ma le attrezzature erano scarse, si lavorava in una sala aperta e fredda, e quando arrivò l’inverno il desiderio di calore, di sud, fu più forte di tutto. Il Mississippi era bloccato dal ghiaccio e il servizio dei battelli a vapore era sospeso. Come in Germania, bisognava rimettere lo zaino in spalla e ripartire: attraverso i boschi dell’Illinois, i canneti del Kentucky, le colline del Tennessee; e poi fu New Orleans. Non una meta, ma una semplice tappa verso un altrove ancora più altrove, un West più West: il Texas. Si imbarcò per Galveston e di lì raggiunse Houston. Il governo del Texas offriva a ogni immigrato 320 acri di terre demaniali; ma per ottenerle era necessario entrare a far parte della guardia civica che, armata fino ai denti, presidiava il territorio contro le incursioni Comanche. Fendler fece domanda, ma quella condizione lo bloccò: non poteva ottemperare, perché non aveva un fucile. Almeno, così la racconta Camby. Niente gli avrebbe potuto impedire di procurarselo, se avesse voluto. Ma diventare colono, entrare in un corpo paramilitare, significava integrarsi, mettere radici, rinunciare alla libertà. Meglio rinunciare alla concessione. Rimase ancora un anno in Texas, si ammalò più volte, poi tornò in Illinois, dove per qualche tempo fu insegnante. Nell’autunno del 1841, a fargli cambiare ancora una volta vita fu — letteralmente — il richiamo della foresta. Aveva sempre amato l’autunno americano e quell’anno si risvegliò in lui l’irresistibile desiderio di vivere nella natura, libero da ogni condizionamento umano. Gli mancava solo il posto adatto. Lo trovò in un’isola disabitata sul Missouri, a trecento miglia da St Louis. I bagagli furono presto fatti: sacco a pelo, cucina da campo, un’ascia, un fucile, una canoa, qualche libro — ed era pronto per una nuova vita. Riadattò una vecchia baracca e si immerse nella natura che gli offriva rifugio, cacciagione e pace interiore. Furono sei mesi di felicità perfetta. Finché le acque del fiume crebbero e travolsero tutto. Si salvò a stento. Almeno per il momento, era la sconfitta definitiva del suo sogno americano. Decise di tornare in Europa, dove lo ritroviamo nel 1844. E là, dove meno lo cercava, la sua vita ebbe la svolta definitiva. A Königsberg, la vecchia città di Kant, conobbe Ernst Meyer, professore di botanica e direttore dell’orto botanico che, avendo sentito parlare delle sue avventure americane, gli propose di tornare in America e di raccogliere per lui esemplari botanici, dietro un “ragionevole compenso”. Fendler accettò. Non aveva trovato una vocazione, ma una professione. Il primo raccoglitore professionista del West Di piante non sapeva nulla, non ancora. Eppure portava con sé una dote inconsapevole: la conoscenza dei territori, la capacità di muoversi in ambienti ostili, l’occhio allenato a cogliere dettagli che sfuggono a chi resta fermo. Tornato a St. Louis — probabilmente insieme al fratello, presenza costante e silenziosa di cui non conosciamo neppure il nome — si mise al lavoro, iniziando le prime raccolte. A St. Louis l’autorità in fatto di botanica era il dottor George Engelmann, tedesco come lui; ed è a lui che Fendler si rivolse per l’identificazione delle piante. Engelmann notò lo zelo e la serietà con cui lavorava e lo raccomandò a Asa Gray. Così, da raccoglitore europeo per un botanico europeo, Fendler (adesso preferiva farsi chiamare Augustus) divenne il primo raccoglitore professionista della nuova botanica americana. Nel 1846, all’inizio della guerra messicano‑statunitense, l’esercito degli Stati Uniti occupò parte del Nuovo Messico. Era una regione botanica quasi ignota, e Gray — su suggerimento di Engelmann — pensò di inviarvi Fendler. Per la prima volta veniva messo alla prova il sistema di reclutamento immaginato da Engelmann e subito adottato da Torrey e Gray: in assenza di capitali o di mecenati, il raccoglitore avrebbe finanziato la spedizione vendendo i duplicati a istituzioni e collezionisti, in America e in Europa, raggiunti attraverso le reti scientifiche dei tre botanici. Fendler si gettò nell’impresa con l’entusiasmo che gli era proprio: il Nuovo Messico era un nuovo altrove, e lo era anche la professione nascente di cacciatore di piante. In quella flora inesplorata vedeva insieme una promessa esistenziale e una possibilità economica. Gray scrisse al Segretario di Stato per ottenere il libero trasporto per Fendler, i suoi bagagli e le future collezioni. Così, certo insieme al fratello — spalla quasi invisibile ma indispensabile — il 10 agosto 1846 Fendler partì con un convoglio militare da Fort Leavenworth, sul Missouri, diretto a Santa Fé. Vi arrivò l’11 ottobre, e la prima impressione fu di delusione: la stagione era avanzata e la regione appariva sterile. A parte le Cactaceae, di cui l’area abbondava — ma le succulente sono pessimi esemplari da erbario e andavano spedite a Engelmann in barili o scatole, con enormi problemi logistici e finanziari — per iniziare le raccolte bisognò attendere la primavera. Intanto bisognava vivere, in un avamposto militare dove tutto era precario e più caro. Fendler esaurì presto i suoi scarsi risparmi, poi dovette contrarre prestiti e debiti; il fratello arrivò addirittura ad arruolarsi per qualche mese nell’esercito. Le raccolte iniziarono solo ad aprile e si protrassero fino ad agosto, quando Fendler, in una situazione economica ormai insostenibile, fu costretto a rientrare a St. Louis, dove arrivò all’inizio dell’autunno. Esplorando palmo a palmo le zone più promettenti — le colline a est e nord‑est di Santa Fé e le loro valli, in particolare quella del Rio Chiquito — mise insieme una raccolta di dimensioni sensazionali: 17.000 esemplari di molte centinaia di specie. In Plantae Fendlerianae, che ne è la pubblicazione parziale, Gray ne descrisse 462, circa il 20% delle quali — un centinaio — nuove per la scienza. Gray si affrettò, da una parte, a darne conto in questo importante saggio; dall’altra, a mettere in moto tutte le sue pedine per garantire a Fendler il giusto riconoscimento economico, pubblicando tra l’altro il seguente annuncio su "The American Journal of Science and Arts": "Piante essiccate da Santa Fe, Nuovo Messico. — Il signor Augustus Fendler, che, sotto la direzione del dottor Engelmann, si è recato a Santa Fe nell’autunno del 1846 con lo scopo di esplorare la botanica di quella regione, è ora tornato a St. Louis con le sue ricche raccolte, comprendenti molte specie nuove e interessanti. Gli esemplari sono ben preparati, in buone condizioni, e per lo più molto belli e completi. Un resoconto a stampa, con le descrizioni delle nuove specie, redatto dal professor Gray e dal dottor Engelmann, sarà presto pubblicato; una copia ne sarà inviata a ciascun sottoscrittore. Il prezzo è fissato a 10 dollari per ogni centinaio di esemplari, escluso il trasporto da St. Louis a New York o Boston. Poiché tutti i set non richiesti qui saranno immediatamente inviati all’estero, coloro che li desiderano sono pregati di farne richiesta quanto prima (affrancata) al dottor George Engelmann, St. Louis, o al dottor Asa Gray, Cambridge, Massachusetts". La macchina si era messa in moto, e anche Hooker diede il suo contributo, scrivendo, al termine della sua recensione di Plantae Fendlerianae: "Ci uniamo di tutto cuore al dottor Asa Gray nell’esprimere il suo vivo desiderio che il signor Fendler possa ricevere l’incoraggiamento che così pienamente merita, sotto forma di ulteriori sottoscrizioni per le sue raccolte, che gli permettano di riprendere le sue ardue imprese in circostanze più favorevoli rispetto al passato." Eppure, le sottoscrizioni furono molto inferiori alle attese. Tuttavia Fendler non si arrese e intraprese una seconda spedizione. Era deciso a tornare a Santa Fe per esplorare l’area delle montagne; a questo scopo, nel giugno 1849 si unì a un distaccamento militare diretto a Salt Lake City, dove contava di stabilire la propria base per poi raggiungere il Nuovo Messico. Ma mentre guadava il Little Blue River il suo carro fu travolto da un’improvvisa piena: le raccolte fatte fino a quel momento, la carta e tutte le attrezzature andarono perdute. Non gli restò che tornare a St. Louis, solo per scoprire che tutti gli averi che vi aveva lasciato — inclusi oltre mille esemplari montati delle raccolte di Santa Fe — erano andati in cenere durante il Big Fire, che a maggio, dunque poco dopo la sua partenza, aveva distrutto gran parte della città. Di fatto, non possedeva più nulla. Fosse stato una persona diversa, avrebbe rinunciato definitivamente. Invece, via New Orleans, alla fine dell’anno si imbarcò con il fratello per Chagres, sull’Istmo di Panama, dove per quattro mesi fece raccolte da inviare a Engelmann, che lo aveva aiutato a risollevarsi finanziando la spedizione. Ma ai debiti si erano aggiunti altri debiti. Fu l’inizio di una nuova fase di instabilità: per qualche tempo i fratelli si stabilirono a Camden, sul fiume Washita in Arkansas, dove cercarono di sbarcare il lunario unendo alle raccolte la coltivazione di un piccolo orto; poi fu la volta di Memphis, in Tennessee, dove aprirono una fabbrica di lampade a gas. La botanica, però, non era dimenticata; anzi, Fendler aveva migliorato notevolmente le sue competenze, studiando tra l’altro il Manual of Botany of the Northern United States di Gray, felice che gli fosse costato solo 75 centesimi. E quando seppe che Engelmann e Gray gli avevano reso omaggio dedicandogli il genere Fendlera (pubblicato nel 1852), ne provò gioia e orgoglio. Per quattro anni gli affari sembrarono prosperare. La sua vita ora si divideva tra la fabbrica, la coltivazione di un piccolo terreno dove sperimentava la crescita delle piante raccolte a Chagres o inviate da Engelmann, le osservazioni meteorologiche — una nuova passione che lo prendeva sempre più — e la traduzione in inglese del Faust di Goethe, cui dedicava il tempo libero. A congiurare contro di lui, questa volta, fu la Memphis Gas Company, che rendeva obsolete le sue lampade estendendo la fornitura di gas naturale all’intera area. Fendler tentò di riconvertire la produzione distillando alcool, ma presto rinunciò. Forse anche per ragioni di salute, aveva ormai deciso di partire per un nuovo altrove: il Venezuela. Venezuela e oltre Ad attirarlo nel paese latinoamericano fu senza dubbio la presenza di una piccola enclave tedesca, la colonia Tovar, fondata da un gruppo di immigrati provenienti dal Baden tra il 1841 e il 1843. La sua prima meta, all’inizio del 1854, fu però Caracas: pensava che una città avrebbe offerto migliori opportunità per inserirsi e spedire le raccolte che contava di fare sulle montagne non troppo lontane. «Voglio vivere di nuovo vicino a una valle di montagna e nelle vicinanze di una ricca flora montana, senza avere le difficoltà logistiche che c’erano a Santa Fe. E credo anche che le montagne dell’area di Caracas debbano essere ricche di cactus», scrisse a Engelmann. Fu di nuovo una (mezza) delusione. Né il clima né il costo della vita erano quelli sperati, e dopo pochi mesi Fendler e suo fratello si trasferirono nella colonia Tovar. Si trovarono pionieri in mezzo a pionieri, a dissodare terre in un clima spesso ostile, a coltivare frutta e ortaggi per il proprio sostentamento. Ma c’erano anche le osservazioni meteorologiche — ora Fendler le comunicava a Joseph Henry dello Smithsonian — e le escursioni botaniche sulle montagne ricoperte di foresta pluviale, alla scoperta di una vegetazione inedita, del tutto diversa da quella nordamericana: un’esplosione di vita allo stesso tempo affascinante e respingente. In una lettera a Gray scrisse: «In queste foreste, dove i raggi del sole non toccano mai terra, regnano eternamente l’umidità e le basse temperature. Il tronco e i rami di ogni albero sono ricoperti di felci, Lycopodiaceae, muschi, epatiche, licheni, orchidee, bromeliacee, Araceae e ancora Piperaceae e molte altre che è impossibile nominare». Era il paradiso del cacciatore di piante, ma la vita continuava a essere difficile: i prodotti coltivati con il fratello e i proventi degli esemplari venduti negli Stati Uniti non bastavano a vivere, e Fendler fu costretto a tornare a distillare alcool, producendo birra e brandy. Nel 1856 tornò brevemente negli Stati Uniti, anche per cercare nuovi clienti per le sue raccolte: i muschi, oltre ad acquirenti europei tra cui il briologo tedesco Karl Müller, furono acquistati da William Starling Sullivant, e i licheni da Edward Tuckerman. Propose la sua raccolta di insetti a John Lawrence LeConte, figlio di uno dei vecchi amici di Torrey, che però declinò: a lui interessavano solo specie nordamericane. Fendler e suo fratello vissero ancora due anni in Venezuela; alla ricerca di esemplari più rari — quelli più comuni li lasciava volentieri a un altro raccoglitore, Karl Moritz — dovette estendere i suoi viaggi lontano dalla colonia Tovar. Le escursioni più lunghe li portarono da Maracay a Puerto Colombia, e ancora da Valencia a San Estéban, e poi lungo la costa atlantica a partire da Petaquire. Anche in Venezuela, Fendler dimostrò una grande capacità di osservazione e la solita dedizione al lavoro; in quattro anni raccolse oltre 2600 specie di piante, in alta percentuale nuove per la scienza; ben 223 dei suoi esemplari (l'8,5%) sono stati designati come tipi. Tuttavia non si arricchì mai, e nel 1864 anche questa esperienza era esaurita. Fendler e il fratello tornarono a St. Louis, quindi si trasferirono ad Allerton, nel Missouri, dove gestirono una piccola fattoria per sette anni, interrotti da un breve periodo in cui Gray cercò di “addomesticare” Fendler offrendogli un lavoro all’erbario di Harvard. Seguire una routine di orari rigidi, farsi la barba e vestirsi bene per non spiacere alle signore, persino mangiare in società, non erano fatti per quell’uomo silenzioso e schivo. Dopo pochi mesi Fendler tornò ad Allerton, dove il fratello aveva continuato a vivere e lavorare da solo; scoprì che nel frattempo quest’ultimo aveva sviluppato una forma di cecità notturna che lo rendeva parzialmente invalido. Nel 1871 si risolsero a vendere la fattoria e, dopo un breve soggiorno a St. Louis — rumorosa, affollata, popolata solo da «adoratori di Mammona» — Fendler decise di tornare in Germania. Il cerchio si sarebbe chiuso a Gumbinnen, dove era cominciato? Per nulla: anche la vita in quel remoto angolo della Prussia, con la sua mentalità chiusa e militaresca, gli risultò insopportabile. Così, dopo appena undici mesi — in cui non mancarono le visite agli orti botanici di Königsberg e Berlino — Fendler e suo fratello tornarono negli Stati Uniti e nel 1873 si stabilirono a Wilmington, nel Delaware, dove acquistarono una casa e un piccolo giardino. Determinante nella scelta fu l’incontro con William Marriott Canby, ricco industriale e filantropo che dedicava parte delle sue fortune a incoraggiare le ricerche botaniche e gli chiese di aiutarlo a riordinare il suo erbario. Sarebbe diventato amico di Fendler e il suo primo biografo. In questi anni, con sgomento dello stesso Canby, Torrey e Gray, l’ultima impresa di Fendler era la stesura di un’opera filosofica in cui intendeva spiegare nientemeno che i meccanismi dell’universo. I loro gentili tentativi di dissuasione fallirono, e l’opera vide infine la luce nel 1874 con il titolo The Mechanismes of Universe. Talvolta erborizzava con Canby e continuava a corrispondere con Engelmann e Gray. Nell’aprile del 1875 entrambi gli fecero visita con Parry, in procinto di partire per il Messico con Palmer. Fendler, che non vedeva Gray da dieci anni, si stupì nel trovarlo tanto invecchiato. Neppure il tranquillo giardino di Wilmington fu l’ultimo rifugio di Fendler: ad attenderlo c’era ancora un ultimo, definitivo altrove, Trinidad. Nel 1877 a spingerlo a trasferirsi ancora una volta furono i crescenti problemi di salute, forse di natura reumatica. Trinidad era un terreno botanicamente vergine non meno del Nuovo Messico o del Venezuela, e in Fendler si riaccese più che mai la passione del raccoglitore: non c’erano cactacee da inviare a Engelmann, ma moltissime felci e altre piante interessanti. Continuava a raccogliere dati meteorologici e ogni tanto dava una mano a Henry Prestoe, il sovrintendente dell’orto botanico di Port of Spain. Ma la salute, minata da una vita tanto difficile, cominciava a declinare; nell’estate del 1881 ci fu un primo attacco di cuore, o forse un ictus. Nel novembre 1883, a settant’anni, la morte. Arbusti in fiore tre le rocce La vicenda di Augustus Fendler si colloca in quel breve, irripetibile momento in cui la botanica americana sta ancora costruendo le proprie istituzioni, e la figura del cacciatore di piante free lance — capace di vivere vendendo le proprie raccolte sul mercato interno, ancora fragile, oltre che su quello europeo — appare non solo possibile, ma quasi necessaria. È tuttavia una scelta di vita segnata da una precarietà strutturale: la risposta del mercato è incostante, e basta una delle molte avversità possibili (nella vita di Fendler ne abbiamo incontrata un’intera antologia) per trasformare un’impresa promettente in catastrofe, soprattutto quando, come nel suo caso, non si può contare su risorse alternative né sul sostegno di una comunità o di un gruppo familiare. Fendler ha attraversato le condizioni più difficili e, più ancora che per passione, ha resistito grazie a una ricerca ostinata di un altrove che gli sfuggiva continuamente, ma che non ha mai smesso di inseguire. Che questo irregolare dai modi quasi selvatici abbia toccato il cuore di personalità tra loro diversissime come Engelmann, Gray e Canby dice molto delle sue qualità umane prima ancora che professionali. Il riconoscimento più ambito arrivò proprio da Engelmann e Gray, con la dedica del genere Fendlera. Non si tratta di una pianta raccolta da lui stesso — i primi esemplari della specie tipo, Fendlera rupicola, risalgono alle raccolte di Lindheimer e Wright — è tuttavia caratteristica delle regioni da lui esplorate, come sottolinea Gray nella dedica: "Il dr. Engelmann e io stesso ci rallegriamo dell'opportunità di dedicare un genere così interessante e ben marcato della regione del Texas e del New Mexico a Augustus Fendler che, insieme a Wislizenus, fu il primo a esplorare il New Mexico dove tra grandi difficoltà fece le eccellenti raccolte oggi così ben note ai botanici". F. rupicola sembra quasi un suo ritratto vegetale: un piccolo arbusto dai delicati fiori bianchi, appartenente alle Hydrangeaceae, che ricorda il filadelfo (non a caso il nome comune è false mockorange). Vive abbarbicato alle rocce delle mesa e dei deserti, simbolo di resilienza e di capacità di durare nelle condizioni più ostili. Diffuso nelle aree montuose di Texas, New Mexico, Arizona, Colorado e Utah, prospera nelle comunità dominate da Pinus monophylla e da varie specie di ginepri. Bellissimo al momento della fioritura, ma mai appariscente, mostra adattamenti all’aridità — rami duri e sottili, foglie piccole riunite in gruppi di tre — e nelle culture native aveva un ruolo significativo, sia pratico sia cerimoniale. Al genere sono state aggiunte successivamente altre due specie: F. linearis, diffusa tra il Messico centro-settentrionale e gli Stati Uniti limitrofi, con rami intricati e spinescenti e foglie lineari minute; F. tamaulipana, endemica del Tamaulipas, un arbusto più grande e più sparsamente ramificato, fino a quattro metri. Alla fine dell’Ottocento a celebrare indirettamente Fendler si aggiunse Fendlerella, "piccola Fendlera", istituito da Heller nel 1898 per accogliere Fendlerella utahensis, in precedenza assegnata a Whipplea. All’interno delle Hydrangeaceae, Fendlera, Whipplea e Fendlerella formano una triade di generi affini ma ben distinti, come confermano sia la morfologia sia gli studi molecolari. A Fendlerella utahensis si sono poi aggiunte tre specie messicane: F. lasiopetala, F. mexicana, F. queretarana. Il genere, oltre che per le dimensione in genere molto minori, si distingue da Fendlera soprattutto per alcuni caratteri fiorali: cinque petali anziché quattro, antere prive di appendici apicali. Comune è invece l'habitat: i luoghi aridi e sassosi, tanto che F. utahensis è nota con il nome spagnolo hierba desierto. Tra gli oltre novanta morti del naufragio del battello a vapore "Home", nell’ottobre del 1837, c’era, insieme all’intera famiglia, il botanico dilettante Hardy Bryan Croom. Nella sua breve vita aveva esplorato la flora della Florida, scoprendo tra l’altro la rarissima Torreya taxifolia. John Torrey, oltre che con accorate parole di cordoglio, volle ricordarlo dedicandogli un’altra delle sue scoperte, Croomia pauciflora, specie tipo di questo piccolo genere della famiglia Stemonaceae. Un naufragio che fece epoca Nel primo pomeriggio del 7 ottobre 1837, a una banchina del porto di New York il battello a vapore "Home", diretto a Charleston nella Carolina del Sud, si preparava alla partenza. Era una nave di lusso, con spazi comuni eleganti e cabine spaziose. Tra i novanta passeggeri, tutti appartenenti a famiglie agiate - il biglietto era notevolmente costoso - c'era grande eccitazione: la nave aveva già percorso quella rotta due volte, e nell’ultima aveva segnato il miglior tempo di collegamento tra New York e Charleston. Il viaggio si annunciava rapido, confortevole e senza rischi. Tra i passeggeri che si apprestavano a salire a bordo, c'era la famiglia Croom al completo: il padre, Hardy Bryan Croom (1797-1837), la madre Frances Henrietta Smith, i figli Henrietta Mary di quindici anni, William Henry di dieci e Justina Rose di sette. Avevano trascorso l'estate a New York e ora si accingevano a raggiungere Charleston, dove avevano deciso di trasferirsi. Nessuno di quei ricchi passeggeri sapeva che in quelle stesse ore un uragano tropicale, originatosi forse nei Caraibi nordoccidentali negli ultimi giorni di settembre, dopo aver disalberato la nave di sua maestà britannica 'Racer' al largo della Giamaica, aver devastato le coste prima del Messico poi del Texas, fatto esondare il lago Pontchartain allagando le zone basse di New Orleans, aveva ripiegato verso est e ora stava dirigendosi verso nord est, in direzione della Florida. Alle quattro del pomeriggio la nave lasciò gli ormeggi. Subito dopo, una piccola delusione: poco dopo la partenza la "Home" si incagliò su un basso fondale e ci vollero cinque ore per disincagliarla. La speranza di un nuovo record sfumava, ma il viaggio proseguì nel massimo confort, anche se nel tardo pomeriggio della domenica - i Croom quel giorno festeggiavano il quarantesimo compleanno del capo famiglia - i venti incominciarono a rafforzarsi. Nelle primissime ore di lunedì 9 si erano intensificati fino a raggiungere la forza d'uragano e il comandante ordinò di ridurre le vele. La nave però non teneva bene il mare e all'alba la situazione era così preoccupante che sia i membri dell'equipaggio sia i passeggeri, tra cui c'erano due ex capitani di marina, chiesero al capitano White di raggiungere la costa per far arenare la nave. Egli, convinto della solidità del battello e preoccupato per un’imbarcazione non assicurata, ignorò le richieste. Poco dopo, la falla fu scoperta e una delle caldaie si spense. White virò verso la costa, ma appena la macchina riprese a funzionare, puntò di nuovo al largo. Intanto il mare era sempre più agitato e le onde battevano la nave, rompendo le finestre della sala da pranzo e strappando le strutture in legno. La nave imbarcava sempre più acqua. Nel pomeriggio fu chiaro che le pompe di bordo non erano sufficienti e i passeggeri, donne e bambini compresi, unirono i loro sforzi a quelli dell'equipaggio per gettare l'acqua fuori bordo, usando ogni tipo di contenitori: secchi, bacinelle, pentole, persino i propri cappelli. Tutto fu inutile. La nave era ormai allagata e alle 20 le caldaie si spensero definitivamente. A parte poche vele stracciate, ora la "Home" era totalmente in preda alla tempesta. L'unica speranza era raggiungere la non lontana isola di Ocracoke, di cui alla luce della luna si intravvedeva il faro. La nave arrancò lentamente verso la costa, mentre i passeggeri si ammassavano sul ponte in trepidante attesa. A qualche centinaio di metri dalla spiaggia, il vascello colpì la barriera esterna, girò su se stesso e si inclinò a dritta, mentre decine di persone venivano sbalzate fuori bordo. Con difficoltà venne varato un battello di salvataggio, ma, sovraccarico, si capovolse immediatamente, scaraventando gli occupanti in mare. Quasi contemporaneamente l'albero maestro crollò, seguito dai fumaioli e in pochi minuti la "Home" si disintegrò. A bordo c'era un solo giubbotto di salvataggio, di proprietà di un passeggero, che se lo era procurato prima della partenza. Lo indossò quasi automaticamente e fu tra i pochi che raggiunsero a nuoto la riva. Tra passeggeri ed equipaggio, i salvati furono quaranta, i sommersi più di novanta. Tra di essi, l'intera famiglia Croom. Venne poi il tempo del lutto, delle polemiche e delle inchieste giudiziarie. Non mancarono neppure le liti tra gli eredi: celebre fu la causa intentata dalla suocera di Hardy Bryan Croom al fratello di lui, una disputa che si trascinò per quasi vent’anni. Da quel groviglio di dolore e responsabilità nacque almeno un risultato concreto: il legislatore impose finalmente alle navi l’obbligo di adeguati giubbotti di salvataggio. Un pioniere delle ricerche botaniche in Florida Tra coloro che sentirono più da vicino la perdita dei Croom ci fu il botanico John Torrey, probabilmente uno degli ultimi a salutarli prima della partenza per Charleston. Durante l'estate Croom aveva lavorato alla seconda edizione del suo Catalogue of Plants Observed in the Neighborhood of New Bern, North Carolina, e lo aveva affidato a Torrey perché ne curasse la pubblicazione. Per lui, però, Croom non era soltanto un amico e un promettente raccoglitore di piante rare dalla Florida e dalla Carolina: era anche colui a cui doveva la scoperta di Torreya taxifolia e, indirettamente, la dedica del genere che aveva consacrato il suo nome nella tassonomia botanica. Hardy Bryan Croom apparteneva a una ricca famiglia di piantatori della Carolina del Nord, con interessi anche in Florida. Trascorse l’infanzia tra la piantagione paterna nella Lenor County e gli studi. Studente brillante, frequentò l’Università del North Carolina, distinguendosi per il talento nelle lingue e i vasti interessi scientifici, soprattutto in geologia, mineralogia e botanica. Iniziò anche gli studi di legge, che però non esercitò mai, preferendo dedicarsi all’amministrazione delle proprietà di famiglia. Per un breve periodo fu anche membro del senato statale. Dopo la morte del padre, nel 1829, si recò in Florida per ispezionare una tenuta recentemente acquistata dal defunto. Ne rimase così affascinato da decidere di trasferire lì il centro delle sue attività. La piantagione in Carolina fu venduta e gli schiavi neri — dispiace dirlo, ma come tutti i piantatori del Sud Croom doveva la sua ricchezza al loro lavoro — furono trasferiti in Florida. Già appassionato di botanica, aveva iniziato a raccogliere e catalogare le piante dei dintorni di New Bern, dove si era stabilito dopo il matrimonio con Frances, figlia di un piantatore locale, ma la flora della Florida settentrionale lo colpì profondamente. Come proprietario terriero era abile ed energico, e si lanciò in una serie di investimenti: nel 1832 acquistò una piantagione sulla riva destra dell’Apalachicola e un’altra nei pressi di Quincy, nella Gadsden County. Nel 1834 si aggiunse la Goodwood Plantation, nella contea di Leon, ricavata da una parte della tenuta donata dal Congresso al generale Lafayette. La residenza della famiglia rimaneva New Bern, ma spesso le estati erano trascorse a Saratoga o a New York, dove Frances amava frequentare la buona società. Hardy Bryan, invece, visitava la Florida almeno una volta all’anno, dedicando alla regione i mesi primaverili, quando la vegetazione è più rigogliosa. La flora quasi inesplorata del territorio gli offriva un campo di studio molto più promettente rispetto alla Carolina. Una parte consistente dei suoi soggiorni a sud era dunque dedicata alle esplorazioni botaniche, talvolta in compagnia del più giovane Alvan Chapman. Nel 1833 pubblicò, per un editore locale, una relazione su uno di questi viaggi e la prima edizione di Catalogue of Plants Observed in the Neighborhood of New Bern, North Carolina, preparata con l’aiuto del dottor H. Loomis. Si considerava un semplice dilettante e preferiva comunicare le sue scoperte a botanici più esperti, in particolare Thomas Nuttall e John Torrey, con il quale iniziò a corrispondere proprio nel 1833. A quell’anno risale la sua scoperta più importante: una conifera inedita, simile al tasso, che cresceva lungo l’Apalachicola. Come ho raccontato in questo post, ne inviò campioni prima a Nuttall e poi a Torrey, che, sospettando si trattasse di una specie nuova, li trasmise al botanico scozzese George Arnott. Questi la descrisse come Torreya taxifolia, dedicando il nuovo genere allo stesso Torrey. Fu sempre Torrey a incoraggiare Croom a pubblicare almeno alcune delle sue scoperte sull’American Journal of Science and Arts. Il suo studio più importante, dedicato al genere Sarracenia, uscì postumo negli Annals of the Lyceum of Natural History of New York, di cui era diventato socio, così come della Philosophical Society of South Carolina e dell'Accademia delle scienze di Filadelfia, in qualità di membro corrispondente. Al momento della morte, Croom aveva grandi progetti. Avrebbe voluto trasferirsi con la famiglia alla Goodwood Plantation, facendone il quartier generale di una ricognizione più ampia e sistematica della flora della Florida, in compagnia di Chapman. Frances era contraria, per l’isolamento della tenuta e la distanza da ogni vita sociale. Così, mentre Croom rivedeva il suo catalogo — disponendo le piante in famiglie naturali secondo l’insegnamento di Torrey — e preparava libri e attrezzature per la spedizione, in famiglia si raggiunse un compromesso: i Croom si sarebbero trasferiti a Charleston, comunque più vicina alla Florida di New Bern. Come sappiamo, non ci sarebbero mai arrivati. Una presenza discreta nel sottobosco La notizia della morte dell'amico devastò Torrey. Non gli rimaneva che pagare il suo debito da una parte curando come promesso la pubblicazione della seconda edizione del catalogo, con un'accorata prefazione; dall'altra con la dedica di una delle piante scoperte dallo scomparso in Florida. La dedica del nuovo genere Croomia, già annunciata in precedenza in una seduta del Lyceum, fu ufficializzata in A flora of North America con queste parole: "Nominata in onore e ora, ahimé, in memoria del suo scopritore, il fu Henry [sic] B. Croom, autore di una monografia su Sarracenia e altri articoli sulle piante della Florida e degli Stati del Sud". Croomia condivide con Torreya non solo la regione d’origine e lo sguardo che le scoprì entrambe, ma anche la rarità delle rispettive specie americane e la distribuzione disgiunta, quasi a suggerire un gemellaggio botanico tra i due dedicatari. È uno dei quattro generi della famiglia Stemonaceae, un gruppo di angiosperme monocotiledoni considerato relativamente primitivo. Comprende sei specie: una sola, C. pauciflora, la specie scoperta da Croom, è nativa degli Stati Uniti; tutte le altre sono originarie dall’Estremo Oriente, quattro endemiche del Giappone meridionale e una, C. japonica, presente anche in Cina. Proprio come nel caso di Torreya, questa distribuzione disgiunta riflette i cambiamenti climatici del tardo Terziario, che frammentarono un areale un tempo continuo. Le Croomia sono erbacee perenni rizomatose, con fusti sottili che emergono dal sottobosco in primavera. Mentre le specie asiatiche vivono nelle foreste decidue calde, C. pauciflora ha trovato rifugio in un ambiente più fresco e temperato. La morfologia è relativamente varia, ma con alcune caratteristiche ricorrenti: tre o quattro foglie riunite in pseudo verticilli, di consistenza sottile, con lamina cordata, ovata o lanceolata e nervature marcate; infiorescenze terminali, portate da un peduncolo gracile, che riuniscono pochi fiori (da cui il nome pauciflora della specie americana), piccoli e discreti, con quattro tepali verdastri con margini spesso retroflessi, in mezzo ai quali spiccano i robusti stami da bruni a aranciati. L’impollinazione è poco documentata, ma si ritiene avvenga tramite piccoli insetti del sottobosco. Il frutto è una bacca ovoidale, di colore rosso o aranciato a maturità, che spicca sul fondo scuro delle foglie semi decomposte e probabilmente attira piccoli vertebrati o uccelli. La specie americana è la più sobria e minuta, mentre quelle asiatiche mostrano una maggiore diversità nelle dimensioni, nella forma delle foglie e nel numero dei fiori. Unico membro americano non solo del suo genere ma dell’intera famiglia, C. pauciflora è una specie rara, nota in appena quattordici popolazioni in Florida e una quindicina in Georgia, mentre è più frequente in Alabama; in passato è stata segnalata in Louisiana, dove ora non è più presente. Oltre che dalla restrizione dell'ambiente naturale, i boschi mesofili dal suolo ricco, è minacciata da piante aliene invasive che prediligono lo stesso habitat, come Lonicera japonica. Croomia è una presenza discreta, che preserva il nome di Croom là dove diede il suo piccolo contributo alla storia della botanica, prima che la sua vicenda si interrompesse troppo presto. Darlingtonia californica è una pianta singolare che erge le sue trappole, affascinanti ma mortali, simili a teste di cobra all’attacco. Eppure si deve solo a lei, alla sua bellezza e al suo fascino, se il dedicatario di questa specie, il medico William Darlington, dopo tante vicissitudini, dediche revocate e resurrezioni, gaffe e rivalità botaniche, rimane nel pantheon dei dedicatari di un genere valido. E lo meritava davvero, il “buon vecchio Darlington”, figura di transizione tra la vecchia botanica americana delle flore locali e la nuova botanica scientifica di Torrey e Gray. Una dedica e una piccola flora Nel 1825, il medico statunitense William Darlington (1782-1863) ricevette una graditissima notizia dall'Europa: il celebre botanico elvetico de Candolle, al quale aveva inviato alcuni esemplari di piante americane, per dimostrare la sua riconoscenza gli aveva dedicato un nuovo genere, Darlingtonia, nel quale aveva riunito due specie di leguminose erbacee, in precedenza classificate come Mimosa. Darlington era al settimo cielo: quella dedica, venuta da un botanico tanto autorevole, era il miglior riconoscimento e incoraggiava i suoi sforzi di "gentiluomo naturalista". Si affrettò a piantare entrambe le specie nel suo giardino e a aggiungerne esemplari essiccati nel suo erbario, con quella etichetta che lo riempiva d'orgoglio. All'epoca Darlington era sulla quarantina ed era un medico molto affermato, nonché una personalità in vista della sua comunità, la contea di Chester, in Pennsylvania: dopo aver combattuto come ufficiale in un reggimento volontario nella guerra del 1812, era stato membro del Congresso per tre mandati (1816-1823), più tardi avrebbe fondato e diretto una banca e avrebbe ricevuto molti altri incarichi amministrativi anche come avvocato. Questa era la sua veste ufficiale, ma Darlington si considerava soprattutto un naturalista, in primo luogo un botanico. L'incontro con la botanica era avvenuto negli anni universitari, quando studiava medicina alla University of Pennsylvania come allievo di Benjamin Smith Barton. Nel 1804 si laureò e si ingaggiò come chirurgo di una nave mercantile diretta in India. La tappa più eccitante fu l'orto botanico di Calcutta, dove poté osservare specie tropicali allora quasi sconosciute in America e ottenere piante e semi da riportare in patria. Da quel momento, la raccolta di piante native e la cura dell’erbario divennero una presenza costante nella sua vita, sempre più attiva e piena come medico, padre di famiglia, uomo politico e amministratore. Iniziò a corrispondere con altri botanici, sia in patria sia all'estero; la dedica di de Candolle gli diede una prima legittimazione internazionale e lo incoraggiò a dare una dimensione più collettiva alla sua passione. Nel 1826, insieme a un gruppo di amici, fondò una società naturalistica, il Chester County Cabinet of Natural Science, che riuniva collezioni di minerali, piante e animali e organizzava conferenze e pubbliche letture. Nel discorso introduttivo, Darlington - che sarebbe stato eletto presidente, conservando l'incarico fino alla morte - insistette tra l'altro sulla necessità di creare un erbario della flora americana, attraverso scambi con studiosi e appassionati di altre parti del paese. Lo stesso anno diede l'esempio, pubblicando Florula Chestrica, dedicata all'amico e compagno di studi William Baldwin, scomparso nel 1819. Preceduto da un glossario dei termini botanici, è il catalogo delle fanerogame raccolte nei dintorni di West Chester, in inglese e organizzato in base al sistema linneano; a concludere, un'appendice sulle piante utili coltivate nella stessa area. Come leggiamo nella prefazione, era il frutto di un progetto iniziato fin dagli anni universitari; ispirato a Flora Philadelphica di Barton, Darlington concepiva questa e altre flore locali, con l'esplorazione in profondità di un territorio minimo, come "il modo più facile per ottenere i materiali per quel grande desideratum, una completa Flora americana". È un’intuizione chiarissima del momento che si stava vivendo. La botanica degli Stati Uniti era ancora un arcipelago di iniziative individuali, di gentiluomini naturalisti e di società locali. Ma proprio in quegli anni, grazie in primo luogo al lavoro di John Torrey e anche allo stimolo – e alla rivalità – dei botanici europei (i primi fascicoli della Flora boreali‑americana di William Jackson Hooker usciranno nel 1829), le cose stavano per cambiare. Dediche cassate, risorte, rinnovate Negli anni successivi Darlington divenne una figura di riferimento: fu accolto nell’American Philosophical Society, nell’Accademia delle Scienze di Filadelfia e nel Lyceum di New York, e si trovò al centro di una rete di contatti sempre più ampia. All’estero corrispondeva con de Candolle e con William Jackson Hooker; in patria con David Townsend, suo amico fraterno, socio del Chester County Cabinet e cassiere della banca di cui Darlington sarebbe diventato presidente nel 1830; con Lewis David de Schweinitz, padre della micologia nordamericana, al quale inviò Florula Cestrica come biglietto da visita; con Charles Wilkins Short, autore di una flora del Kentucky; e, in una relazione via via più stretta, con John Torrey che più tardi lo avrebbe messo in contatto anche con Asa Gray e George Engelmann. Nel 1837 Darlington pubblicò Flora Cestrica, una revisione molto ampliata della vecchia Florula, dedicata non più a un singolo, ma “ai cultori della scienza botanica”. L’opera si fondava sugli invii di numerosi corrispondenti, tra cui Abigail Kimber, insegnante di chimica e botanica in una scuola femminile — una delle prime donne a ricoprire questo ruolo. Nella prefazione Darlington si scusava per aver continuato ad adottare il sistema di Linneo: era ben consapevole che la botanica ormai si orientava verso il sistema naturale, ma poiché quest’ultimo era ancora “in uno stato continuo di fermentazione”, preferiva attenersi a quello linneano, pur con qualche aggiustamento. Tuttavia, in appendice, invece della precedente trattazione delle piante coltivate utili, inserì una lista dei generi organizzati secondo il sistema naturale di Lindley. Nel 1842, dall’Inghilterra, arrivò la doccia fredda. George Bentham, nella sua revisione delle Mimoseae pubblicata sul "Journal of Botany", decise che Darlingtonia non meritava più un genere a sé: la ridusse a semplice sezione di Desmanthus. Per Darlington fu un colpo durissimo. Non si rassegnò facilmente: ancora nel 1847, alla morte della moglie, piantò sulla sua tomba una di quelle piante che sentiva così profondamente sue, e ne prelevò un esemplare per l’erbario, etichettandolo con ostinata tenerezza Darlingtonia brachyloba. Nel frattempo continuava a pubblicare e a sentirsi un po’ il custode della memoria dei “gentiluomini naturalisti”. Nel 1843 diede alle stampe Reliquiæ Baldwinianæ, dedicata all’amico William Baldwin; nel 1849 Memorials of John Bartram and Humphry Marshall, un omaggio ai padri fondatori della botanica americana. La ferita della sua Darlingtonia perduta continuava tuttavia a bruciare. E, naturalmente, ne parlò con Torrey. Il 14 settembre 1849, mentre lavorava sugli esemplari della spedizione Wilkes, Torrey ne scrisse a Gray: "Come chiamare i nuovi generi? Il buon vecchio Darlington dovrebbe averne un altro, visto che il primo è stato cancellato". Quando, dalla terza spedizione Fremont, gli arrivò un frammento di una pianta apparentemente nuova, Torrey colse l’occasione: la battezzò Darlingtonia rediviva — “la Darlingtonia risorta” — e nell’ottobre 1851 annunciò trionfante la notizia a un Darlington felicissimo. La gioia durò molto poco. Pochi giorni dopo, il dottor George Washington Hulse, ex ufficiale diventato raccoglitore di piante, bussò alla porta di Torrey con alcuni esemplari raccolti in California. Tra questi, Torrey riconobbe la sua Darlingtonia rediviva: era semplicemente Styrax officinalis, una specie nota fin dai tempi di Linneo. Una catastrofe botanica in piena regola. Come fare a comunicare la notizia a Darlington? Una settimana dopo, esaminando alcuni esemplari raccolti da William Brackenridge durante la spedizione Wilkes, gli capitò tra le mani una pianta che anni prima aveva pensato di battezzare Oreamphora, per l'habitat montano e le foglie simili a un'anfora. Era la soluzione al suo problema. Era diversa da tutto ciò che conosceva: apparteneva alla famiglia delle Sarraceniaceae, ma con caratteristiche così peculiari da non lasciare dubbi. Questa volta era certo di non sbagliare. Nel 1853 la descrisse come Darlingtonia californica, la terza e definitiva Darlingtonia, quella che ancora oggi porta il nome del botanico di West Chester. Perché Torrey fu così precipitoso nel nominare la seconda Darlingtonia sulla base di un frammento imperfetto? La risposta sta nella rivalità — sotterranea ma potentissima — con i botanici europei. Torrey e Gray vivevano in un clima di competizione costante: ogni nuova specie americana doveva essere pubblicata subito, prima che Hooker, Bentham o altri botanici del Vecchio Mondo potessero precederli. Era una questione di prestigio nazionale, quasi un motto non scritto: "piante americane per gli americani". Grato per sempre all'amico Torrey, nello stesso 1853 Darlington pubblicò la seconda edizione di Flora cestrica, e questa volta seguire "il sistema naturale come illustrato da de Candolle, Hooker e Gray" fu una scelta ormai obbligata. Il vecchio dottore pensava già ai posteri e alla sua dimora eterna; aveva preparato un epitaffio latino, Plantae Castrenses quas dilexit et illustravit super tumulum ejus semper floreant, "le piante di Chester che amò e descrisse fioriscano per sempre sulla sua tomba", e lo sottopose a Gray per controllarne la correttezza grammaticale. Per la lapide della tomba fece poi scolpire una Darlingtonia — quella giusta, ovviamente — che ancora oggi veglia sulla sua sepoltura nell’Oaklands Cemetery. Tra le eredità più solide lasciate da Darlington c’è anche il suo erbario, oggi conservato all’Academy of Natural Sciences di Filadelfia; contiene circa 15.000 esemplari ed è una testimonianza storica importante delle sue relazioni con botanici europei del calibro di Hooker e con donatori americani come Elliott, Rafinesque, Torrey e Gray. Particolarmente significativi gli esemplari provenienti dalle raccolte di Bartram e Marshall. Le trappole del cobra vegetale Sul capo del "buon vecchio Darlington" si addensavano tuttavia minacce postume. Nel 1867, quattro anni dopo la sua morte, a Parigi si tenne il Congresso internazionale di botanica, che adottò il primo codice di nomenclatura, sotto il nome Lois de la nomenclature botanique, redatte da Alphonse de Candolle, il figlio di Augustin Pyramus. Uno degli articoli stabiliva che un nome già usato, ma poi scartato, non poteva essere "riciclato" per un'altra pianta. Uno dei più rigidi seguaci delle nuove norme era proprio un botanico statunitense, Edward Lee Greene. Darlingtonia, prima di essere applicato alla Sarraceniacea californiana, era già stato usato non una, ma due volte; così nel 1891 — Darlington si sarà rivoltato nella tomba — Greene decretò che Darlingtonia californica era un nome illegittimo e propose di sostituirlo con Chrysamphora, “anfora dorata”, in allusione al colore e alla forma. Tuttavia, nel frattempo D. californica aveva cominciato a farsi conoscere e a imporsi all’attenzione degli appassionati (vedremo presto che non è una pianta qualunque) e il nome, benché illegittimo secondo le leggi della botanica, continuava a essere quello preferito. A porre rimedio pensò un altro congresso internazionale, nel 1954, che con una strettissima maggioranza (sei voti contro cinque) decretò Darlingtonia nomen conservandum, nome da conservare. D. californica, l’unica specie di questo genere dalla storia tanto travagliata, è — come tutte le Sarraceniaceae — una pianta carnivora. Benché relativamente simile a Sarracenia, a darle un aspetto unico sono i suoi ascidi (foglie modificate), che suggeriscono l’idea di una testa di cobra eretta, con tanto di “lingua” biforcuta, da cui il nome comune cobra lily. Scoperta per la prima volta nel 1841 in prati umidi a sud del Monte Shasta da William Brackenridge, è un endemismo delle montagne costiere della California settentrionale e dell’Oregon. Qui trova un clima oceanico fresco e umido, ma poiché queste zone sono soggette a variazioni stagionali della piovosità, con periodi più aridi, rispetto ad altri membri della famiglia può adattarsi a un minore grado di umidità. Come pianta di montagna, è relativamente rustica. Cresce preferenzialmente su serpentino, in terreni poveri di nutrienti e acidi, dove l’acqua scorre costantemente: lungo corsi d’acqua, in torbiere e in particolari wetland terraces che possono estendersi anche per molti acri. Le radici vengono mantenute più fresche del resto della pianta, e l’apparato radicale — un rizoma con molte radici sottili — è in grado di rigenerarsi dopo gli incendi. Come le altre Sarraceniaceae, D. californica è dotata di ascidi a forma di tubo espanso, ma è caratterizzata da una cupola e un’appendice a V rovesciata (la “lingua”). Solitamente colorata di rosso e ricca di nettare, attira gli insetti con un profumo dolce e inebriante. Dietro la lingua si trova una piccola apertura che secerne ulteriore nettare. Una volta entrata nell’ascidio, la preda tenta di fuggire verso l’alto, attirata dalle zone traslucide della cupola — vere e proprie “finestre” prive di clorofilla che lasciano filtrare la luce. Nel tentativo di raggiungerle, sbatte contro la cupola e precipita nel fondo dell’ascidio, dove viene digerito. Questa specie cresce molto lentamente: assume la sua forma tipica dopo due o tre anni e fiorisce per la prima volta tra i sei e i dieci anni. I fiori, portati all’apice di uno scapo che può raggiungere il metro di altezza, hanno una struttura insolita: cinque sepali giallo‑verdi, leggermente più lunghi dei petali viola che non si aprono, ma formano una sorta di capsula accessibile solo a particolari impollinatori (forse minuscoli ragni e imenotteri). I fiori sono comunque autofertili. Sebbene possa formare localmente popolazioni anche estese, la specie è nel complesso rara: è presente in circa 200–250 siti, equamente divisi tra Oregon e California. Il Darlingtonia State Natural Site, nella catena delle Cascate in Oregon, è un parco statale di 18 acri interamente dedicato alla conservazione di questa pianta singolare. E così, dopo dediche, cancellazioni, resurrezioni, rivalità tra botanici e congressi internazionali, rimane lei: la pianta. La sola che non ha mai avuto dubbi sul proprio nome. La sola che continua a crescere, lenta e ostinata, nei suoi ruscelli freddi. Il resto — gli uomini, le loro regole e piccole rivalità — è passato. Lei è ancora lì. |
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CimbalariaAppassionata da sempre di piante e giardini, mi incuriosiscono gli strani nomi delle piante. Un numero non piccolo di nomi generici sono stati creati in onore dei personaggi più diversi. Vorrei condividere qui le loro storie e quelle delle piante cui sono legati. Archivi
February 2026
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